In Pakistan continuano rapimenti e conversioni forzate contro i cristiani

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L’EDITORIALE DEL LUNEDÌ
di Leonardo Motta

In Pakistan il sistema giudiziario, influenzato dall’Islam, è diventato una rete di sicurezza per pedofili e stupratori che approfittano delle buone azioni inerenti alla fede islamica per giustificare le loro menti criminali.
Simran Masih, 15 anni, è stata rapita mentre i suoi genitori partecipavano a un funerale nella città di Faisalabad, nella provincia pakistana del Punjab. Anche suo cugino di 14 anni è scomparso dall’11 agosto. Sono membri della Chiesa dell’Esercito della Salvezza nella città del Punjab di Warburton.
“Si prendeva cura di suo fratello, che è stato colpito dalla poliomielite sin dalla nascita. Alle 16 è andata in un negozio vicino per comprare del cibo per i suoi fratelli quando due operatori sanitari musulmani l’hanno caricata su un risciò. Sua cugina è scappata dopo aver sentito le sue urla “, ha detto suo padre, Iqbal Masih, a UCA News.
“I colpevoli erano armati. Uno era il nostro vecchio vicino. Mia moglie, diabetica, dopo il rapimento si è ammalata di depressione. Rivogliamo nostra figlia”.
La polizia locale ha arrestato due parenti dei colpevoli, ma questi ultimi ancora latitanti a Warburton.
I sacerdoti cattolici coinvolti nella Commissione Nazionale Giustizia e Pace dei vescovi citano la conversione forzata come la più grande sfida per la Chiesa in Pakistan.
Secondo il Centre for Legal Aid and Settlement (CLAAS) del Regno Unito, Simran è l’ultima vittima del matrimonio forzato con una minoranza religiosa. L’organizzazione benefica cristiana, dedicata ad aiutare i cristiani perseguitati in Pakistan, ha registrato quest’anno più di due dozzine di casi del genere.
“La maggior parte dei casi riguarda ragazze cristiane del Punjab. Il rapimento, la conversione forzata e il matrimonio forzato di adolescenti cristiani e indù sono diventati un fatto quotidiano”, ha dichiarato il direttore della CLAAS UK Nasir Saeed in una dichiarazione del 16 agosto.
“È frustrante che il governo e le forze dell’ordine, coloro che sono al potere, siano consapevoli della situazione, ma chiudano un occhio”.
A febbraio, il Comitato parlamentare per la protezione delle minoranze dalle conversioni forzate ha raccomandato che solo una persona matura potesse cambiare religione dopo essere apparsa davanti ad un giudice.
Tuttavia, il mese scorso, il Ministero degli affari religiosi si è opposto a una restrizione alla conversione prima dei 18 anni.
“Ci sono diversi esempi nell’Islam di conversione religiosa prima dei 18 anni. Se qualcuno voleva cambiare religione prima di compiere 18 anni, era una loro scelta. Il matrimonio prima dei 18 anni è un’altra discussione “, ha affermato Noorul Haq Qadri, ministro degli affari religiosi. Ha aggiunto che la questione relativa alla fissazione dell’età minima per il matrimonio è stata deferita al Consiglio dell’ideologia islamica, che è costituzionalmente autorizzato a consigliare i parlamentari sulla compatibilità delle leggi con la sharia islamica.
Gli attivisti cristiani in Pakistan si sono concentrati sulla conversione forzata l’11 agosto, Giornata nazionale delle minoranze. Il Social Justice Center di Lahore ha proiettato un documentario intitolato Humsaya (Vicino) sul tema della conversione forzata. Il cortometraggio presentava storie concrete di ragazze minorenni che erano state rapite e costrette a cambiare religione. Ha sottolineato che i crimini legati alle conversioni forzate possono essere fermati se le persone islamiche riescono a entrare in empatia con le vittime.
Ejaz Alam Augustine, ministro del Punjab per i diritti umani e gli affari delle minoranze, ha detto ai partecipanti che il suo ministero ha preparato una bozza sulla questione delle conversioni forzate.
“Le cose si fanno difficili quando ogni caso viene trattato come una conversione forzata. Vogliamo solo fermare coloro che convertono le donne appartenenti a minoranze, per sposarsele. Oltre al processo legislativo, abbiamo bisogno di una riforma giudiziaria, dei cambiamenti nella legge della sharia e la consapevolezza sociale su questa questione critica”, ha affermato. “La Chiesa svolge un ruolo cruciale nell’impartire l’educazione morale alle nostre figlie. È la nostra piattaforma più importante. Per le donne sono necessarie sessioni di formazione alla fede, poiché la proporzione di questi casi è maggiore nella comunità cristiana”.
Il mese scorso, la Corte Suprema ha respinto un appello del vescovo della Chiesa del Pakistan, Azad Marshall, della diocesi di Raiwind, per una petizione costituzionale per proteggere le ragazze cristiane dalla conversione forzata all’Islam e dal matrimonio con i musulmani.
Il vescovo Marshall ha espresso le sue preoccupazioni attraverso delle lettere inviate ai funzionari pakistani, incluso il primo ministro Imran Khan.
“Chiediamo una legislazione contro questo crimine sessuale protetto in nome della religione. Proteggi le ragazze cristiane minorenni dalle pressioni e dal lavaggio del cervello. Non vediamo l’azione del governo. Nessuno dei colpevoli è stato arrestato. Chiediamo al Ministero degli Affari delle Minoranze di aiutare la Chiesa a creare rifugi per consigliare le nostre donne. Il semplice riconoscimento non basta. Contatteremo la magistratura, la società civile e gli ulema per ricevere supporto”.

Leonardo Motta

La coscienza sporca dell’Occidente

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di Massimo Fini

“Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.” Fabrizio De André

Le vicende del repentino collasso del governo di Ashraf Ghani ricordano da vicino quanto accadde durante “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”. Anche allora lo Zar non faceva che mandare truppe su truppe contro gli insorti, un pugno di uomini guidati da Trotskij e da Anton Ovseenko (Lenin se ne stava prudentemente nascosto, sotto una parrucca bionda, alla stazione di Finlandia). Ma le truppe dello Zar non arrivavano mai sul posto, si squagliavano prima. Così i 350.000 soldati dell’esercito di Ghani si sono arresi senza combattere, mentre i loro comandanti fuggivano. Era prevedibile che senza l’aiuto dei bombardieri americani l’esercito governativo non avrebbe retto all’urto dei Talebani, ma una presa così fulminea di Kabul è stata possibile perché i soldati arruolati dal governo non avevano alcuna voglia né motivazione per battersi.

Adesso le “anime belle” e democratiche occidentali paventano, o piuttosto si augurano per salvare la propria coscienza avendo sempre descritto i Talebani come ‘brutti, sporchi e cattivi’, chissà quali sfracelli e vendette in Afghanistan. In linea di massima non ci saranno né gli uni né le altre. I Talebani non infieriranno certamente sui soldati governativi perché sanno benissimo che si tratta di loro coetanei che, in un Afghanistan devastato economicamente e socialmente dall’occupazione occidentale, arruolarsi era uno dei pochi modi per avere un salario. Peraltro  l’ ‘Emirato islamico d’Afghanistan’ (così lo stato afghano è tornato ad avere il nome che gli aveva dato il Mullah Omar) ha già preannunciato un’amnistia generale , come aveva fatto nel 1996 Omar dopo aver sconfitto i “signori della guerra” che avevano fatto dell’Afghanistan terra di ogni genere di soprusi sulla povera gente. Nulla hanno da temere i civili sul cui sostegno i Talebani hanno potuto contare nella loro ventennale guerra di indipendenza. Nulla da temere, checché si strepiti, hanno le donne, almeno dal punto di vista di abusi fisici. I Talebani, proprio a causa della loro indubbia sessuofobia, non hanno mai toccato le donne come dimostra il trattamento più che corretto che hanno loro riservato quando le hanno avute prigioniere. I Talebani hanno assicurato che alle donne verranno garantiti il diritto allo studio e al lavoro, diritto che per la verità esisteva anche prima in linea di principio, ma non di fatto a causa delle convulsioni cui è stato sottoposto l’Afghanistan negli ultimi quarant’anni.

Resta la questione dei ‘collaborazionisti’, di coloro che , tradendo il proprio Paese  hanno lavorato per gli occupanti occidentali. Credo che i collaborazionisti di piccolo cabotaggio, interpreti e simili, verranno lasciati in pace. Per la corrottissima cricca di Ashraf Ghani, governo, governatori provinciali, alti gradi della Magistratura, l’unica soluzione possibile sia che l’ONU, se vuole avere ancora un ruolo positivo nella ‘questione afghana’ di cui si è sempre, colpevolmente disinteressata, fornisca un salvacondotto a costoro perché riparino negli Stati Uniti o in Iran che è sempre stato ostile alla rivoluzione talebana.

Ci sono poi due questioni particolari. E’ stato Massud, il leader dei Tagiki, ad aprire l’Afghanistan agli americani offrendo la collaborazione dei suoi uomini sul terreno. Gli americani non avrebbero mai potuto conquistare l’Afghanistan talebano solo con i bombardieri. Avevano assolutamente bisogno di un appoggio sul terreno e Massud, che non tollerava di essere stato sconfitto dai giovani e allora militarmente inesperti “studenti del Corano”, gliel’ha offerto. Ora sarà bene che i Tagiki non si oppongano ancora una volta alla vittoria talebana, come sembra emergere da una dichiarazione del figlio di Massud da poco tornato dalla Gran Bretagna. Se così dovesse essere sarà di nuovo guerra civile. In quanto a Dostum, che fino a qualche tempo fa aveva il ruolo di vicepresidente nel governo dell’Afghanistan, è stato protagonista di due tra i più efferati misfatti di una guerra pur crudelissima. <<A Mazar fece rinchiudere in dei container e portare nel deserto, sotto il sole, 1250 talebani. “Quando scaricavamo i corpi dai container erano diventati neri per il calore e la mancanza di ossigeno”. Racconterà uno dei carnefici.>>  (Il Mullah Omar, p. 44). Quando gli americani occuparono l’Afghanistan Dostum, allora loro alleato, fece parecchi prigionieri talebani costretti a vivere in una situazione talmente disumana che decisero di ribellarsi. Questa è la scena: << Dopo una quindicina di giorni i prigionieri decisero che tanto valeva morire e si ribellarono. Più che una rivolta fu un suicidio collettivo. I talebani, insieme a ceceni e turchi che li avevano raggiunti quando era iniziata l’invasione, si precipitavano a mani nude, urlando, sugli uzbeki di Dostum che gli svuotavano addosso le cartucciere dei Kalashnikov. Ma la furia dei prigionieri era tale che gli uzbeki non facevano in tempo a ricaricarli prima che quelli che venivano da dietro, scavalcando i morti, gli fossero sopra… Dei prigionieri ne rimasero in vita una ventina. Amnesty International chiese ufficialmente un’inchiesta, anche perché quando si poté fare un sopralluogo molti cadaveri vennero trovati con i polsi e i piedi legati. Erano prigionieri che non avevano partecipato alla rivolta. Altri erano stati mutilati. “Li abbiamo trattati in modo fraterno” dirà, ghignando, Dostum.>>  (Il Mullah Omar, p. 64). Bene, i Talebani non sono usi a torturare i prigionieri, alla moda di Guantanamo, ma non vorrei essere nei panni di Dostum se gli mettono le mani addosso prima che riesca a fuggire, come al solito, in Uzbekistan.

Ma una mano sulla coscienza dovrebbero mettersela anche gli Stati, i governi occidentali e i loro media e giornalisti che hanno seguito la ventennale vicenda afghana senza mai sollevare non dico un flatus di protesta ma di dubbio su ciò che stavamo facendo. E poiché siamo in Italia, purtroppo per dirla con Gaber, tre anni fa, alla Versiliana  chiesi a Luigi Di Maio in procinto di diventare Ministro degli Esteri che cosa mai ci facessero 800 nostri militari in Afghanistan. Di Maio promise pubblicamente di impegnarsi. Lo abbiamo visto. Adesso preferisce strusciarsi alla famiglia Bisignani. In quanto al ministro della difesa Lorenzo Guerini disse che noi italiani non potevamo disimpegnarci dall’Afghanistan in quanto alleati Nato. E’ una menzogna. Gli olandesi, che fanno anch’essi parte della Nato e che in Afghanistan, a differenza nostra, si eran battuti bene, perdendo anche il figlio del loro comandante, lasciarono l’Afghanistan nell’agosto del 2010. E l’Emirato Islamico d’Afghanistan ringraziò il governo e il popolo olandese per quella decisione.

Ma una mano sulla coscienza dovrebbero mettersela tutti gli italiani (oltre al Papa che non ha mai speso una parola su Afghanistan ) che non hanno mai alzato una voce né fatto una qualsivoglia manifestazione, a differenza di quanto avvenne per il Vietnam, per i misfatti che, noi complici, sono stati compiuti in Afghanistan. Una mano sulla coscienza dovrebbero mettersela anche i lettori del Fatto, perché per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.

Se l’alternativa di governo è ridotta a dissenso

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di Marcello Veneziani

Tutti presi dal covid, dai vaccini e dal green pass, abbiamo perso di vista l’orizzonte e non siamo più in grado di vedere oltre la prossimità e le misure che si minacciano. Che vuol dire perdere l’orizzonte? Che non siamo più in grado di distinguere strategie sul futuro, alternative sul piano economico, sociale, politico, culturale, posizioni lungimiranti. Un tempo, che non era poi la preistoria, avevamo semmai il problema opposto: una proiezione eccessiva nei sistemi futuri, negli scenari della storia ventura.

Ma senza andare lontano, due anni fa, cioè prima del covid, si distinguevano all’orizzonte due differenti risposte politiche: quella che veniva a torto o ragione chiamata nazional-sovranista e quella internazional-globalista, ed esistevano due differenti proposte di governo dell’economia e della politica che si fronteggiavano: una che potremmo definire progressista e l’altra che a partire da Trump per arrivare ad alcuni governi europei, proponeva soluzioni differenti per fronteggiare il mercato e la concorrenza globale, una diversa linea in politica estera, e un diverso modo di affrontare l’immigrazione planetaria e i temi dei diritti civili, famigliari, nazionali, perfino religiosi. Oggi, esautorato Trump e tramontata la scalata dell’Europa, non c’è più una contesa tra chi propone un modello economico imperniato sul libero mercato globale e chi pone alternative di economia sociale di mercato o di protezione delle economie nazionali, a forte rischio di sopravvivenza per la concorrenza globale.

C’è invece un Solo Modello Imperante, con alcune variazioni nei sottosistemi interni e poi c’è l’area magmatica del dissenso. Regime o dissenso, sistema globale omologato o dissenso, mainstream o dissenso.

È come se ci fosse un Unico Regime Planetario, un enorme serpentone, e poi al suo interno svariate sacche di dissenso, ma niente che somigli a un’organica, articolata risposta alternativa o antagonista. Si può ancora compiutamente parlare di democrazia e di libertà se è consentito, a volte a malapena, comunque di malavoglia, solo il margine del dissenso, ma non è ammessa la sfida ad armi pari e a parità di riconoscimenti tra almeno due proposte sociali, economiche, politiche e perfino sanitarie diverse? Nel caso italiano siamo caduti perfino dignitosamente nel Sistema Unico Integrato, con la guida di Draghi, perché avevamo di peggio al governo. Lui, perlomeno, fa parte dell’eurocrazia, non rientra nel personale inserviente.

In questa luce, appare fuori dal mondo e dal tempo, rimettere in discussione il nuovo capitalismo che controlla non solo il privato ma anche il pubblico, in un perverso intreccio di capitalismo e statalismo, liberismo economico e regime della sorveglianza.

Non c’è più competizione tra differenti proposte di governo, perché ogni volta che si propone un’alternativa viene subito declassata, demolita e demonizzata come anomalia, dispotismo, mezzo fascismo. Prendete il caso dell’Ungheria e della Polonia: è curioso pensare che la loro linea è esattamente quella che gran parte dell’Europa abbracciava fino a pochi anni fa, la linea non dei conservatori o dei nazionalisti ma semplicemente dei popolari d’ispirazione democristiana di qualche tempo fa. Oggi invece sono sanzionati e deplorati come stati canaglia perché difendono le famiglie, i minori, le tradizioni nazionali e religiose, gli usi e costumi tramandati, le economie locali, i margini di sovranità degli stati nazionali.

Torniamo dunque alla situazione che descrivevamo: da una parte c’è il regime sovranazionale, dall’altra ci sono le sacche di dissenso. Sacche locali, nazionali, tematiche. È sparita la dialettica politica tra maggioranza e opposizione, anche perché in molti casi la maggioranza coincide col dissenso e la minoranza coincide col governo e con la cupola detta più neutralmente establishment.

L’antagonista politico, sociale, economico è ridotto a dissidente, no-qualcosa, se non addirittura bollato come negazionista. Ma non solo: il dato allarmante della situazione è che c’è una disarticolazione del dissenso, una disaggregazione per nuclei tematici. Pensateci: oggi c’è il dissenso per così dire sanitario-libertario, che riguarda i green pass, i vincoli, le limitazioni, le restrizioni all’orizzonte. C’è poi il dissenso politico, che contesta le imposizioni, le sanzioni e le censure del Politically Correct in tutti i suoi aspetti, dai temi storici fino alle questioni inerenti la sfera sessuale e privata. E ancora: c’è il dissenso verso la governance globale dell’economia, della tecnica e della finanza, o se preferite lo strapotere delle grandi centrali di potere sovranazionale, che commissariano i poteri locali e settoriali di tutto il mondo. C’è il dissenso sociale verso la libera circolazione dei migranti, l’accoglienza e il sostegno a coloro che vengono da noi per ragioni economiche.

Queste aree di dissenso sono a volte coincidenti, a volte non sono componibili, ma vengono via via disarticolate, ridotte in compartimenti stagni. Anzi, la mia impressione è che il dibattito intorno al green pass stia diventando un modo per concentrare l’opinione pubblica sulla questione sanitaria, tralasciando il resto; per esempio che società stiamo disegnando, anche con i fondi per il rilancio dopo il covid. I partiti d’opposizione e gli interpreti del dissenso, rischiano di infognarsi su quei temi, col rischio aggiuntivo di perdere consensi per la loro posizione “mediana” tra gli apocalittici e gli integrati. E di perdere il polso della situazione generale. In questo senso dicevo che stiamo perdendo di vista l’orizzonte e siamo piegati su tematiche ineffabili, irrisolvibili o di matrice sanitaria. Ora che si avvicina il vero capodanno della società, la ripresa dopo la pausa estiva, è tempo di riprendere l’esercizio lungimirante di guardare l’intero e l’orizzonte e non solo la parte e l’immediato.

MV, La Verità (17 agosto 2021)

 http://www.marcelloveneziani.com/articoli/se-lalternativa-di-governo-e-ridotta-a-dissenso/

 

Afghanistan, “dietro ai talebani c’è la Cina”. Fonti qualificate: “Li stanno sommergendo di denaro e non solo”

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Franco Frattini è stato due volte ministro degli Esteri nei governi di Silvio Berlusconi, quindi sa bene di cosa parla quando si tratta di Afghanistan. I talebani hanno appena ripreso il potere e fatto ripiombare nell’oscurità l’intero Paese. Intervistato dal Tempo, Frattini ha definito quanto accaduto in Afghanistan un “fallimento terribile”, soprattutto perché gli afghani “dovevano ancora essere accompagnati per lunghi anni verso il consolidamento della normalizzazione”.

A capirlo, secondo l’ex ministro, sarebbero stati soltanto i russi: “Conoscono bene gli afghani, così come li conoscono anche i paldstani. Il Pakistan di chi è grande alleato? Della Cina, che in questo momento sta sommergendo lo stesso Pakistan e i talebani di denaro e non so cos’altro. Un’alleanza diabolica Cina-Pakistan vuol dire consegnare l’Afghanistan alla Cina”. Ma cosa si può fare a questo punto? “La comunità internazionale non può abbandonare l’Afghanistan – ha dichiarato Frattini – la Cina ha un interesse vitale di cui nessuno parla. In questo Paese c’è la riserva di minerali sotterranei maggiore del mondo”.

Inoltre secondo l’ex ministro degli Esteri in Afghanistan si è consumata la sconfitta degli Stati Uniti: “Si può certo parlare dello storico e clamoroso errore delle amministrazioni americane degli ultimi anni. A partire dagli annunci trionfanti di Donald Trump che diceva di ‘accordo fatto con i talebani’. Da qui il ritiro delle truppe Use dall’Afghanistan. Certo, Joe Biden ha sbagliato tutto in questa fase, seguendo i tempi dettati da Trump. Il presidente Usa doveva calibrare la tempistica”.

Fonte: https://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/28337870/afghanistan-dietro-talebani-cina-li-stanno-sommergendo-denaro-cosa-vogliono-davvero.html

Ecco perché l’Italia è il malato d’Europa

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di Nicola Porro

Proprio in questi giorni sono arrivati i primi 25 miliardi del Recovery fund dall’Europa, e mai come ora conviene rinfrescare la nostra memoria, davvero corta, su come li abbiamo ottenuti. Si incarica di fare questa opera di pulizia mentale, con il rigore del cronista e senza sbavature ideologiche, Leonardo Panetta, corrispondente a Bruxelles per Mediaset.

Il suo libro è Recovery Italia. Perché siamo il malato d’Europa? (edito da Mimesis e con la prefazione dell’economista Carlo Alberto Carnevale Maffè). Il punto di partenza è che l’Italia è il «malato d’Europa da tempo» e che «se è vero che la crisi innescata dal Covid è in sostanza simmetrica, nel senso di colpire tutti i Paesi europei allo stesso modo e alle stesse condizioni, per l’Italia lo shock è ancora più acuto, date le difficoltà pregresse certificate dai numeri di crescita, sviluppo e dallo stato dei conti pubblici». C’è un partito europeo che non ce lo perdona. E Panetta, senza fronzoli, ci racconta dei tanti inciampi dei vertici europei: dalla prima imbarazzante conferenza stampa della nuova presidente della Banca centrale europea che fece crollare la Borsa italiana del 17 per cento, alle improvvide dichiarazioni della presidente della Commissione che escludeva l’utilizzo dei coronabond.

Tutto cambia quando Francia e Germania, isolate e autonome, decidono in una frettolosa conferenza stampa che qualcosa si sarebbe dovuto fare: un piano da 500 miliardi e tutto a fondo perduto. Conte, all’epoca premier ed esagerato, ne chiedeva 1500, i cosiddetti frugali, non ne volevano sentir parlare. Si è arrivati dopo un lunghissimo vertice dei capi di Stato (che Panetta descrive nei dettagli) ai 750 attuali, di cui solo 390 a fondo perduto e con lo sconto sui bilanci comunitari per i frugali. L’Italia è tra i primi beneficiari, anche se superata dalla Spagna sui fondi da non restituire. La storia di questo accordo è quella di una lunga ed estenuante mediazione politica.

D’altronde su questo il corrispondente d Bruxelles che conosce fatti e persone è esplicito: sebbene «l’Europa ami proiettare un’immagine tecnica di sé, con decisioni prese solo in base a regole chiare, numeri, parametri, la dimensione politica permea le pareti delle istituzioni comunitarie. Da una parte ricordiamo che la Commissione europea è formata da 27 commissari, diciamo dei ministri europei, che vengono proposti dai singoli Stati membri, su indicazione del governo in carica nelle diverse nazioni al momento della nuova legislatura europea. Dall’altra, molte delle persone che lavorano dietro le quinte nelle istituzioni Ue hanno, in origine, uno sponsor politico».

Questo è l’insegnamento più importante di un libro pieno di notizie (a proposito, forse sarebbe valsa una piccola appendice con i calcoli esatti delle richieste finali dei fondi): dietro ai tanti tecnicismi comunitari, il lato politico delle scelte non è sempre messo nella giusta luce.

Fonte: Il Giornale 15 agosto 2021

Talebani annunciano amnistia per gli ex funzionari e “aprono” alle donne

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Roma, 17 ago – I talebani annunciano una “amnistia generale” per tutti gli ex funzionari delle autorità afghane, che sono stati invitati a tornare a lavoro. “Un’amnistia generale è stata dichiarata per tutti”, si legge in un comunicato, “pertanto dovreste riprendere le vostre abitudini di vita con piena fiducia“. Così i talebani cercano di creare un clima di normalità a Kabul dopo la riconquista dell’Afghanistan grazie al ritiro delle truppe Usa.

Amnistia e donne al governo (secondo la sharia): le aperture dei talebani

Non solo amnistia. Tra gli annunci di questo tenore spicca poi l’invito rivolto alle donne a partecipare al governo. “L’Emirato islamico non vuole che le donne siano vittime, dovrebbero essere nelle strutture di governo sulla base di quanto prevede la sharia“. A dirlo è Enamullah Samangani, un membro della commissione culturale talebana, secondo quanto riporta il quotidiano britannico The Guardian. “La struttura del governo non è ancora del tutto chiara ma, sulla base dell’esperienza, dovrebbe esserci una leadership pienamente islamica e tutte le fazioni dovrebbero unirsi”, aggiunge Samangani.

“Niente burqa per le donne e potranno andare all’università”

Suhail Shaheen, uno dei portavoce dei talebani, inoltre precisa che le donne afghane dovranno indossare l’hijab ma non saranno obbligate a portare il burqa. Secondo Shaheen potranno anche accedere all’istruzione, compresa l’università. Intanto il mullah Abdul Ghani Baradar, numero due del talebani ha lasciato Doha, in Qatar, per fare ritorno in Afghanistan dopo 20 anni.

Riprese le evacuazioni dall’aeroporto di Kabul

Sono riprese le evacuazioni di personale diplomatico estero all’aeroporto internazionale di Kabul, dopo che la pista è stata sgomberata dalle migliaia di residenti che affollavano lo scalo nel tentativo di lasciare l’Afghanistan. La situazione all’aeroporto della capitale afghana “si è ulteriormente stabilizzata”. Lo scrive su Twitter il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, secondo il quale “la Bundeswehr ora assicura l’accesso” allo scalo. “Attendiamo altri voli di evacuazioni entro la giornata“. Maas aggiunge che “l’ambasciata tedesca ha contattato un primo gruppo di persone da evacuare per rendere possibile il loro decollo”.

Il numero di civili all’aeroporto è molto calato. Ancora non è chiara la dinamica della morte delle vittime segnalate (si parla di una decina circa), tra cui due uomini armati uccisi dalle truppe Usa. “Molte persone che erano qui ieri sono andate a casa“, riportano le fonti locali.

Presidente tedesco Steinmeier: “Scene viste aeroporto vergogna per l’Occidente”

E sulle scene viste all’aeroporto di Kabul, con migliaia di afghani che cercavano di salire sugli aerei arriva la condanna del presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier. Sono una “vergogna” per l’Occidente, ha dichiarato in un discorso in tv, definendo la situazione in Afghanistan “una tragedia umana di cui siamo corresponsabili“.

Adolfo Spezzaferro

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/talebani-annunciano-amnistia-ex-funzionari-aprono-donne-204377/

Biden ed il discorso sull’Afghanistan: la colpa è di tutti, tranne che mia. Sembra un Conte qualsiasi

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Nei momenti cruciali della storia si può assistere a discorsi che ne cambiano il corso, come quelli di Churchill, oppure a a sermoni autoassolutori e falsi, come quello di Biden.

Intervenuto in TV per spiegare le immagini disastrose che gli americani vedono trasmesse da Kabul Biden ha:

  • Affermato di non pentirsi della decisione del ritiro;
  • Affermato che “La nostra missione in Afghanistan non è mai stata la  costruzione di una nazione”,  contraddicendo quanto detto da tutti i presidenti a partire da Bush con  “promozione della democrazia” e “portare i diritti delle donne in Afghanistan “ecc ecc..
  • Dato la colpa di quanto accade a tutti, dai suoi predecessori agli afgani ai talebani. A tutti , tranne che al sua amministrazione;
  • Ammettere che tutto si è svolto più rapidamente di quanto si aspettasse, ignorando quindi quanto i capi militari gli avessero detto da tempo e non ammettendo di non averli coinvolti.

Un pessimo discorso, imbarazzante, e senza domande o repliche ulteriori. Qualcosa che forse era da evitare completamente.

La migliore risposta gliela data Matt Zeller, veterano dell’Afghanistan e fondatore dell’associazione “None left behind”, nome che ora appare ironico:

Riassumendo:

– l’amministrazione Biden era stata avvisata;

– c’erano i mezzi per una evacuazione ordinata;

– i collaboratori da evacuare sono 86 mila, non 2 mila come vuol far credere Biden;

– i militari afgani hanno subito ogni anno perdite pari a quelle degli USA  nei 20 anni di permanenza, come si può pretendere che combattano senza paga e rifornimenti regolari?

– gli USA avevano preso degli impegni chiari con i militari e la popolazione afgana e li hanno tradito. Come si può pensare che ora qualcuno gli creda ancora?

Perché proprio questo è il danno maggiore compiuto dall’amministrazione Biden: come si può credere che quadra si impegni seriamente nella difesa di Taiwan, quando non è stata in grado neppure di lasciare 10 mila uomini a garanzia di Kabul? Come si può pensare che gli impegni presi siano seri? Anche in ambito NATO, quanto può essere seria la garanzia posta per gli alleati esterni come Ucraina e Georgia, o anche interni come i paesi baltici, quando non si è lasciato neanche un minimo contingente di garanzia che ultimamente aveva meno perdite dei morti in una media città usa per incidenti stradali?

In Vietnam il ritiro non coinvolse tutta la NATO, qui si è invece distrutta la credibilità di tutto il mondo occidentale, fatto gravissimo, per chi ne comprende gli effetti. L’impero americano ha visto la sua Manzikert, da ora sarà solo una lunga , sanguinosa, decadenza.

Intento in Italia…

DA

Biden ed il discorso sull’Afghanistan: la colpa è di tutti, tranne che mia. Sembra un Conte qualsiasi

Messa in latino, a Mori si celebra ancora

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Don Ugolino Giugni, sacerdote dell’Istituto Mater Boni, si schiera contro il “motu Proprio” di Papa Bergoglio: “Sopprimere l’uso di una lingua sacra dalla liturgia equivale a profanarla”. Una posizione destinata a fare discutere

TRENTO. In Trentino la Messa in latino si celebra ancora, in una chiesa di Mori acquistata tre anni fa dall’Istituto Mater Boni Consigliai, dove i fedeli si ritrovano due volte al mese.

La Messa tridentina (così chiamata perché la città di Trento fu la sede del celebre Concilio che difese la Messa cattolica dagli attacchi dei protestanti) è tornata alla ribalta recentemente a causa del “motu Proprio” Traditionis custodes di Papa Bergoglio, che ha voluto limitare la celebrazione della Messa antica in latino che era invece stata liberalizzata dal suo predecessore Joseph Ratzinger.  E’ “una situazione che mi addolora e mi preoccupa”, aveva scritto il Papa in una lettera ai vescovi del mondo, sottolineando che “l’intento pastorale dei miei predecessori” proteso al “desiderio dell’unità” era stato “spesso gravemente disatteso”. Il Pontefice aveva ricordato che tale possibilità era stata concessa per evitare lo scisma con i Lefebvriani ma molti tradizionalisti hanno fatto un “uso strumentale” di questo rito anche per rifiutare il Concilio Vaticano II.

Tuttavia, per circa duemila anni la Chiesa cattolica ha celebrato la Messa in latino secondo il rito codificato da Papa San Pio V in ottemperanza alle disposizioni del Concilio di Trento, mentre il “Novus ordo Missæ” di Paolo VI, che risale al 1969, ha una cinquantina d’anni. Una realtà, dunque, che ha radici profonde, come sottolinea don Ugolino Giugni, sacerdote dell’Istituto Mater Boni, che celebra la Tridentina a Mori e ne è un convinto sostenitore. Una posizione, la sua, molto netta e destinata a fare discutere, come avviene da decenni su un tema come questo.

Don Ugolino perché celebrare la messa in latino?

Sono 30 anni da che sono stato ordinato e ho sempre celebrato, e sempre celebrerò la Messa tridentina in latino perché ogni sacerdote cattolico di rito latino deve seguire le disposizioni della bolla “Quo primum” di San Pio V che prescrive che “per l’avvenire e in perpetuo si canti o si dica la messa altrimenti che secondo la forma del messale” – da lui pubblicato – “in tutte le chiese e cappelle del mondo cristiano”.

Cosa pensa della messa in volgare di Paolo VI?

Le risponderò con parole non mie, ma di due illustri cardinali del passato, Ottaviani e Bacci che nel 1969 firmarono un documento critico sul nuovo messale, chiamato “Breve esame critico del Novus Ordo Missæ” che fu presentato a Paolo VI. Essi dissero che: “Il Novus Ordo Missæ rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della santa Messa, quale fu formulata nella sessione 22 del Concilio Tridentino”. Negli anni settanta la messa nuova veniva apostrofata dai tradizionalisti come la “messa bastarda” o “la messa di Lutero…” lascio a voi di trarre le debite conclusioni… La Messa codificata da S. Pio V è il risultato dell’evoluzione e del continuo arricchimento del rito romano, dai tempi delle catacombe fino ad oggi, mentre il rito di Paolo VI è stato creato a tavolino dai liturgisti modernisti in collaborazione con i rappresentanti delle “chiese” protestanti, nello spirito ecumenista del Vaticano II.

Perché il latino è così importante nella liturgia?

Non esiste religione che non distingua ciò che è sacro da ciò che è profano. Ciò che è sacro è consacrato a Dio, riservato a Lui, e sottratto, di conseguenza, all’uso profano. Nel culto divino, specialmente, vi sono luoghi sacri (le chiese), riti sacri, oggetti sacri, paramenti sacri. La lingua non fa eccezione: ci deve essere una lingua sacra che per la Chiesa Romana è il Latino. Sopprimere l’uso di una lingua sacra dalla liturgia equivale a profanarla, andando in questo modo contro la natura e l’indole stessa della religione. Già nel IV secolo sant’Ilario di Poitiers ci ricordava che “è principalmente in queste tre lingue (ebraica, greca e latina) che il mistero della volontà di Dio è manifestato; ed il ministero di Pilato fu di scrivere anticipatamente in queste tre lingue che il Signore Gesù Cristo è il Re dei Giudei”. Ebraico greco e latino sono le tre lingue dell’iscrizione del titulus della Croce; queste tre lingue, dice don Guéranger che è una vera autorità in campo liturgico, “sono state le sole di cui ci si sia serviti all’altare” nei primi quattro secoli “il che dona loro una dignità liturgica particolare e conferma il principio delle lingue sacre e non volgari nella liturgia”. San Pietro stabilì la sua sede episcopale a Roma facendo sì che la Chiesa fosse romana, e scelse anche la sua lingua, il latino, che divenne nei secoli uno dei simboli di unione delle diocesi sparse nel mondo con la sede dell’apostolo Pietro. Inoltre il latino, che oggi non è più parlato, è ancora un segno della universalità della Chiesa perché appartiene a tutti i popoli e non ad uno solo in particolare, per questo la Chiesa viene chiamata “Cattolica” che vuol dire appunto universale. Il latino è ancora garante dell’unità della Chiesa: lo attesta Pio XII: “L’uso della lingua latina, come vige nella gran parte della Chiesa, è un chiaro e nobile segno di unità” (Enciclica Mediator Dei, 1947). Al contrario, l’adozione della lingua nazionale nella liturgia è spesso fonte di scontro e di divisione tra i popoli. Inoltre il latino è una lingua immutabile, sacra, non più parlata quindi più atta ad esprimere le verità eterne immutabili in cui la Chiesa crede. Ricordiamoci il proverbio che dice: “traduttore, traditore”; anche involontariamente, una traduzione deforma più o meno il testo tradotto, ancora di più se il traduttore è animato dall’intenzione di deformare come è avvenuto nella messa nuova. Sappiamo che già nel IV secolo a Roma si celebrava la liturgia in latino, e molti elementi della Messa in latino, antica, ci fanno risalire ai tempi apostolici; per questo la Messa “antica” è così venerabile.

Cosa pensa del “Motu proprio” di Papa Francesco che ha soppresso la celebrazione della Messa in latino?

Penso che il m. p. Traditionis custodes, pur non essendo, secondo la posizione teologica del mio Istituto, espressione del diritto e della dottrina della Chiesa, è però insigne testimonianza dell’avversione profonda dei neo-modernisti e degli ecumenisti filo-luterani contro la liturgia immemoriale della Chiesa Romana, e manifesta così chiaramente l’incompatibilità dei due riti (quello tridentino, di sempre, in latino e quello riformato modernista di Paolo VI): i riformatori vogliono far scomparire il rito cattolico, quindi i cattolici devono pregare per ottenere da Dio che un legittimo Pontefice cacci dalle nostre chiese e dai nostri altari quello riformato. “Non si può servire a due padroni” dice il Signore nel Vangelo, non si può neanche pensare di avere il diritto di celebrare la Messa antica in latino tramite l’accettazione del nuovo rito di Paolo VI.

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https://www.giornaletrentino.it/cronaca/vallagarina/messa-in-latino-a-mori-si-celebra-ancora-1.2975703

La SEC mette in guardia dalle aziende cinesi

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Alcune settimane fa, la SEC ha silenziosamente interrotto l’accettazione di qualsiasi nuova IPO cinese, il che ci è sembrato quasi comico, considerando che qualsiasi sottoscrittore avrebbe probabilmente difficoltà ad allineare il finanziamento poiché non c’è quasi nessuna richiesta di nuove quotazioni cinesi dopo quanto successo a DIDI. E non per quello che sta succedendo da parte americana, ma per i crescenti rischi politici in Cina.

Martedì mattina presto, il presidente della SEC Gary Gensler ha rilasciato un nuovo clip “Office Hours” in cui non solo ha confermato che la SEC aveva, in effetti, interrotto la valutazione di eventuali nuove potenziali quotazioni cinesi, ma ha anche spiegato agli investitori americani esattamente  cosa possiedo quando acquistano azioni di società cinesi.

Venerdì l’autorità di regolamentazione del mercato cinese e l’amministrazione statale per la regolamentazione del mercato (una delle circa mezza dozzina d’importanti entità statali responsabili della regolamentazione dell’economia cinese) hanno emesso una nuova serie di bozze di regolamentazione ancora più restrittive.

Le regole sostenevano che gli operatori del settore non avrebbero dovuto utilizzare dati, algoritmi o altri mezzi tecnici per “dirottare” il traffico o influenzare le scelte degli utenti. Inoltre, le aziende non possono utilizzare mezzi tecnologici per imporre “barriere incompatibili ad altri prodotti e servizi Internet legali”. Una normativa molti liberista in apparenza, quasi “Antitrust”.

Qualunque cosa significhi, è solo l’ultimo segno che la repressione di Pechino sulle sue più grandi aziende tecnologiche è tutt’altro che finita. E mentre Ray Dalio ha continuato a sostenere le azioni cinesi, la decisione di Wood di abbandonare l’intero universo delle aziende tecnologiche cinesi le lascia con praticamente zero sostenitori negli Stati Uniti.

Martedì, le azioni di Alibaba sono diminuite di oltre il 3%, mentre le azioni di Baidu, JD.com, Pinduoduo e Netease sono diminuite di oltre il 2%.

 

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La SEC mette in guardia dalle aziende cinesi

L’eutanasia di stato è barbarie

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IL COMITATO PROMOTORE DEL REFERENDUM SULL’EUTANASIA LEGALE HA ANNUNCIATO IL RAGGIUNGIMENTO DEL TETTO DELLE 500 MILA FIRME NECESSARIE AFFINCHÉ LA CORTE DI CASSAZIONE POSSA INDIRLO. I SEGUACI DEL TRANSUMANESIMO AVRANNO BUON GIOCO NEL TRASFORMARE I DESIDERI IN DIRITTI?

I partiti globalisti, ossia gli eredi delle vecchie sinistre, divenuti il “partito radicale di massa” a seguito della caduta del muro di Berlino, hanno aggiornato la loro ideologia nel tempo. Oggi potremmo definirli seguaci del transumanesimo, che trasforma i desideri in diritti e ogni volontà in libertà. L’estremizzazione del relativismo prevede, perciò, che tutto quello che un soggetto decide per sé sia lecito. La maggioranza crea il diritto positivo e si azzerano la realtà e la verità oggettiva, sino ad arrivare all’assurdo della società distopica di orwelliana memoria.
In questo contesto, che, con un termine moderno, potremmo definire liberal, pare che stia avendo un grande successo la raccolta di firme per indire un referendum che legalizzi l’eutanasia. Ci attende, pertanto, un autunno rovente perché Pd, M5S e LeU appaiono ultracompatti su questo fronte, mentre non sembrerebbe, almeno per ora, di assistere alla stessa unità d’intenti, sul fronte opposto, a difesa della vita fino alla morte naturale.
Chi non crede, comprende, comunque, la sacralità della vita e l’indispensabile necessità della sua tutela dal concepimento alla fine non indotta. Aristotele, ad esempio, ritenne che il suicidio, in tutte le sue forme, fosse sempre ingiustificato, perché chi si suicida compie un delitto verso se stesso, in quanto va contro la ragione e contro l’inclinazione naturale ad amare se stessi. In secondo luogo – sempre secondo il grande filosofo greco – l’individuo non appartiene solo a se stesso ma alla comunità entro la quale si è formato e alla quale è legato da un vincolo di riconoscenza e di mutuo aiuto. Pertanto fa un grave affronto alla collettività sottraendole un membro. In terzo luogo, chi fugge dalla sventura o da un dolore, si comporta non già da coraggioso ma da uomo vile (Etica Nicomachea).
Il credente, altresì, ritiene l’uomo un essere razionale dotato di corpo ed anima immortale, di cui è custode, perché la vita appartiene a Dio, suo Creatore e redentore. Anche nello stato completamente incosciente per malattia grave, tutti noi rimaniamo tali e non possiamo accettare di essere trattati come vegetali da potare o rami secchi da ardere. I liberal ritengono se stessi padroni della propria vita e, quindi, se decidono di interromperla, sarebbe una loro libera e lecita scelta.
 
«Nella morale e nel diritto, durante l’era cristiana, l’eutanasia fu universalmente trattata come omicidio o suicidio. Oggi dobbiamo constatare un triste ritorno ai barbari costumi che si manifestano in proposte di leggi, le quali autorizzano i medici a uccidere placidamente gli ammalati che vogliono la morte o che dispongano l’uccisione di persone inutili a causa di malattie o vecchiaia avanzata. […]. L’eutanasia è un atto intrinsecamente cattivo. È suicidio o omicidio a seconda del caso. […]. L’eutanasia è direttamente contraria al fine proprio della medicina e del medico, che deve mederi, ossia guarire e quindi salvare la vita degli uomini, usando tutte le risorse a sua disposizione. L’eutanasia è uccidere. […]. Le leggi che permettono o impongono un tale atto sono leggi cattive. Obbedire a tali leggi è commettere peccato di omicidio» (F. Roberti – P. Palazzini, Dizionario di Teologia morale, Roma, Studium, 1955, p. 506, voce “Eutanasia”, ristampa, Proceno – Viterbo, Effedieffe, 2019)
Se dovesse passare il ddl Zan, chi è contrario all’eutanasia potrebbe pure finire tra coloro che “istigano alla discriminazione” di coloro che vogliono suicidarsi e quindi, qualora l’eutanasia fosse legalizzata, potrebbe anche crearsi l’ipotesi folle, per cui chi istigasse al suicidio un ammalato, farebbe il suo bene?
Il decadentismo dell’era presente ci sta portando davvero al mondo che gira al rovescio, ma l’ideologia della morte non dovrà prevalere.

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L’eutanasia di stato è barbarie

Presto i bianchi saranno minoranza: i dati che sconvolgono gli USA

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di Francesco Boezi

Il censimento del 2020 – quello messo a punto dal Us Census Bureau – racconta di un’America in progressiva e costante mutazione. Dalle statistiche demografiche, in un certo senso, è possibile trarre pure qualche conclusione previsionale di tipo politico. Nel senso che, interpretando un censimento, emerge quali sono le fasce di popolazione in ascesa e quali quelle in calo. Il che è utile anche per capire chi, tra i due partiti che compongono il bipolarismo americano, parta da una situazione di vantaggio per il prossimo futuro. Le statistiche, nel caso del 2020, non sono del tutto definitive. Ma qualche informazione utile già c’è.

L’idea dell’America come uno spazio geografico per lo più vuoto non è in discussione. Ma esiste una migrazione interna verso le grandi città. Un fenomeno immortalato dall’ultimo censimento che merita di essere registrato. Di sicuro, la globalizzazione spinge i cittadini statunitensi verso le grandi metropoli urbanizzate. L’economia – questo è un paradigma che vale per tutto l’Occidente – sta accentrando i processi economici all’interno di pochi e selezionati luoghi. L’elemento inaspettato, se c’è, è quello appena descritto degli spostamenti. Perché il resto, ossia la crescita verticale in percentuale delle cosiddette minoranze, è telefonato ormai da qualche decennio. Così come la diminuzione della popolazione bianca.

Gli afroamericani costituiscono quasi il 20%. Si tratta di un trend demografico che prosegue da un po’ e che sembra favorire, per via della tradizione elettorale della comunità afroamericana, i Democratici di Joe Biden e Kamala Harris. Non per il 2020, che è ormai acqua passata, ma per l’avvenire politico-elettorale, già a partire dal prossimo appuntamento delle elezioni di metà mandato. Non è un caso, del resto, se i Repubblicani si interrogano da tempo sul come rinnovare il loro rapporto con le minoranze. Chi vorrebbe ridimensionare Donald Trump pensa che un leader meno aggressivo dal punto di vista ideologico possa contribuire ad una modifica della narrativa.

Qualcosa che sarebbe decisivo per aprirsi nei confronti delle minoranze. Trump si è affermato tra gli ispanici, che nel 2020 – come riporta lo specchietto del Metropolitan Policy Program – rappresentano il 12.1% del totale – ma non riesce ad intraprendere un percorso di dialogo con buona parte dei cittadini di colore, che continuano a preferire l’opzione Dem. Questo è stato vero in entrambe le circostanze in cui The Donald si è candidato a presidente degli Stati Uniti. Virare verso il centro, per una certa parte del GOP, è considerato un obbligo. Perché i trend demografici sono senz’appello. E lo spettro di numerose sconfitte consecutive si è già palesato.

Capiamoci: non è si tratta di escludere in maniera aprioristica una futura affermazione da parte dei Repubblicani. Perché la storia non procede mediante certezze così granitiche. Però il fatto che le minoranze votino per lo più per i Dem, in combinato disposto con la crescita numerica di afroamericani ed ispanici, corrobora l’ipotesi di un avvenire complesso per il GOP. In contemporanea con le altre casistiche, è semplice notare una discesa statistica della popolazione bianca, che nel 1980 si aggirava attorno all’80% e che oggi si ferma a meno del 60%. I bianchi peraltro – come ripercorso dall’Adnkronos – sono già la minoranza dei giovani americani. In quella particolare fascia d’età, le persone di colore arrivano a quasi il 60% del totale . E questa potrebbe divenire la fotografia sull’intera popolazione da qui a qualche anno. Gli altri numeri, ad esempio quelli relativi alle persone di origine asiatica, crescono in maniera più lenta, ma avanzano comunque.

Provando a fare qualche ragionamento, si potrebbe dire che per i Dem, il punto di domanda, resta quello attorno al programma economico-lavorativo da proporre al loro elettorato. La crescita delle minoranze può, e Bernie Sanders ne è stata una dimostrazione, mettere in crisi il modello economico liberal-liberista. Almeno dal punto di vista delle preferenze espresse dal basso in materia economica. Sulla dialettica con le minoranze, però, di dubbi non ce ne sono. Mentre per i Repubblicani, come premesso, la vera questione da risolvere è proprio quella.

 https://it.insideover.com/senza-categoria/perche-il-nuovo-censimento-usa-interroga-il-gop-sul-suo-futuro.html

 

L’Italia brucia: chi c’è dietro i roghi

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di Max del Papa

L’Italia, tanto per cambiare, va a fuoco, l’Italia si annienta d’estate. Prima la Sardegna, quindi Sicilia e Calabria, adesso anche Puglia e basso Lazio. Ed è chiaro a tutti che non è opera di piromani isolati, c’è una strategia e c’è un messaggio, che Draghi ha subito recepito: tranquilli, i soldi arriveranno. O della rassegnazione: così vanno le cose, così debbono andare. Anni fa, un ministro berlusconiano, specializzato in gallerie, si azzardò a dire che con la mafia si doveva convivere, oggi Draghi, senza dirlo, dice la stessa cosa ma nessuno fiata.

È una emergenza? No, è una ricorrenza e, spenti gli incendi, sarebbe da mandare l’esercito, fare piazza pulita, sanificare anche i settori malsani della Forestale, perché ci sono. Ma il nostro ineffabile presidente del Consiglio fa finta di niente e, quanto al ministro dell’Interno, meglio non parlarne. Una che dopo avere riempito Milano di clandestini allo sbando ha proceduto su scala nazionale. Invece l’esercito il governo lo manda per il green pass, lo scarica addosso ai ristoratori e ai poveri cristi che vanno in vacanza, se ci vanno. Quanto al Capo del Colle, non parla ma “segue la situazione da vicino”. Come no, deve star dietro alle tempistiche per la rielezione di se stesso o di altro a lui gradito. A lui e al partito che lo ha espresso. E sì che conosce la situazione, sa cosa sta succedendo da quelle parti che sono anche le sue, Cosa Nostra gli ammazzò un fratello. La trattativa Stato – mafia c’è, ha il colore e il calore del fuoco ma nessun giornalista fanatico o prevenuto lo osserva, l’eterno ritorno del mezzo Paese distrutto ogni estate, decine di vittime umane, quest’anno oltre 20 milioni di animali morti, raccolti cancellati, terreni devastati, viene preso con fatalità. Invece è allucinante, è intollerabile.

San Luca, Aspromonte, è Far West oggi come ai tempi dei sequestri, cartelli stradali sforacchiati dalle raffiche a pallettoni e tutti che si fanno i fatti loro. La linea delle palme e del caffè, metafora di Sciascia per definire il potere mafioso che risaliva la penisola, oggi si è è trasformata nella linea dei roghi ed è sotto gli occhi di tutti ma nessuno, tanto meno la cara Europa, ci trova niente di strano. Piani di resilienza, oscure dietrologie, contorti meccanismi finanziari: il mondo si aggiorna, in modo sempre più esoterico, sempre meno comprensibile, anche le mafie, si ripete, evolvono, si fanno tecnologiche, impalpabili, ma alla fine i metodi restano presociali, restano bestiali: una tanica di benzina, un fiammifero e l’inferno in terra che nessuno potrà contenere.

Quel predicatore di cartone che risponde al nome di Roberto Saviano ne ha inventata un’altra, ce l’ha lui la soluzione per cancellare la mafia che regna dai tempi di “Garibardo”; Garibaldi che risaliva col permesso di tutta la criminalità organizzata che incontrava lungo il cammino: la mafia finirà quando finirà la famiglia come nucleo, come istituzione cattolica. Idiozia somma e c’è da domandarsi perché il Papa, che si scomoda a rispondere al telefono anche mentre lavora, non gli risponda nell’unico modo possibile e cioè caro Saviano finiscila di sparare cazzate, Ma no, le emergenze sono altre: il lasciapassare, la psicosi per una pandemia ormai endemica, scemata come spiega il professor Zangrillo, le escandescenze gender che fanno pensare ad alieni piovuti sulla terra. Intanto quattro, cinque regioni mafiose ardono e a nessuno pare strano. Tranquilli, arrivano i soldi, rassicura il fine economista Draghi. Ma forse, la distruzione creatrice di Schumpeter era una cosa diversa.

Max Del Papa, 14 agosto 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/litalia-brucia-chi-ce-dietro-i-roghi/

Manca una legge: guai per il Green Pass

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di Claudio Romiti

Il pasticciaccio brutto del cosiddetto green pass ci fa scendere parecchi gradini verso l’inferno di una sostanziale abolizione dello Stato di diritto, a vantaggio di un inverosimile regime sanitario che tende quasi per inerzia ad accrescere il proprio asfissiante controllo sulla popolazione. Solo il fatto, ammesso più o meno esplicitamente ai vertici del potere politico-sanitario, di utilizzare questo illiberale salvacondotto come leva per convincere i più riottosi del “gregge” italico a vaccinarsi costituisce un abominio senza precedenti nella storia repubblicana. Un abominio che, insieme a tante altre misure liberticide, viene accettato senza fare una piega anche da chi, qualche lustro addietro, organizzava mastodontiche manifestazioni in piazza contro il presunto rischio eversivo di un premier proprietario di alcuni canali televisivi.

Green pass, pastrocchio illiberale

Eppure in meno di due anni, prima che un virus a bassa letalità ci facesse sprofondare in un incubo senza fine, è cambiato tutto: oggi solo per potersi sedere al tavolo di un ristorante al chiuso occorre vaccinarsi, o in subordine sottoporsi ad un tampone, munirsi del citato green pass, portarsi dietro un documento d’identità e indossare la mascherina secondo le regole imposte dall’onnipotente Comitato tecnico-scientifico. Sul tema caldo del documento d’identità poi, il cui controllo ha determinato il solito caos all’Italiana circa chi abbia realmente competenza a realizzarlo, sembra che alla grande informazione sia sfuggito un aspetto giuridicamente assai rilevante. Mi riferisco al piccolo dettaglio, che a quanto pare risulta sconosciuto al nostro fenomenale Garante per la privacy, secondo cui non esiste una legge che imponga ai cittadini italiani di uscire di casa con un qualunque documento d’identità, salvo per ciò che riguarda la patente di guida quando ci si trova al volante di un mezzo di trasporto. Nel caso di un eventuale controllo da parte delle forze dell’ordine, e non certamente di un esercente privato o di un suo dipendente, gli stessi cittadini debbono solo declinare le proprie generalità. Questo almeno fino a quando il nostro ordinamento non è stato letteralmente soppiantato da un informe pastrocchio illiberale in cui tutto si giustifica in nome del bene comune.

Disastro democratico

Naturalmente dopo aver imposto per vie traverse un surrettizio obbligo vaccinale, emarginando di fatto chiunque non ottemperi e costringendo tutti gli altri a circolare con una umiliante certificazione sanitaria, non pare esserci più limite alla fantasia degli artefici di questo disastro democratico. E se tanto mi dà tanto, così come accade per tutti gli altri virus respiratori, quando il Sars-Cov-2 riprenderà a correre nella stagione fredda, seppur in modo assai meno virulento in virtù dei vaccini,  ci dobbiamo aspettare altre abominevoli misure nell’insensato tentativo di eradicare un virus oramai divenuto irrimediabilmente endemico.

D’altro canto il ministro della Salute, l’evanescente Roberto Speranza, lo aveva già annunciato alcune settimane addietro: “Fino a quando non arriverà il giorno in cui ci saranno zero decessi, per me sarà una battaglia da combattere.” E dal momento che nessun vaccino o green pass d’Egitto potranno mai consentire di raggiungere il delirante obiettivo espresso da Speranza, il futuro che ci aspetta appare particolarmente oscuro.

Claudio Romiti, 12 agosto 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/manca-una-legge-guai-per-il-green-pass/

Orwell dietro l’angolo?

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di Franco Cardini

Fonte: Franco Cardini

A proposito di Green Pass e dintorni, le riserve e le preoccupazioni espresse da Giorgio Agamben e da Massimo Cacciari il 26 luglio scorso, chiarite e corroborate dal bell’articolo dello stesso Cacciari su “La Stampa” del 2 scorso, sono senza dubbio condivisibili e non possono essere sottovalutate. Anche perché esse toccano – al di là della “contingenza” e dell’“emergenza” rappresentate dal Covid – un problema centrale della vita e della società civile in tutto l’Occidente, e nel nostro paese in particolare. Quello della preparazione, della credibilità e dell’adeguatezza dei nostri ceti dirigenti e al tempo stesso dell’incertezza e del disorientamento delle nostre società civili.
In linea di principio, ogni cittadino dovrebbe poter scegliere tra il pieno godimento della libertà individuale nei limiti stabiliti dalle istituzioni e la rinunzia sia pur temporanea ed eccezionale ad alcune di esse in vista di un “pubblico bene” avvertito come superiore: ad esempio la sicurezza. Il punto è che il problema che ci sta dinanzi non si pone affatto in tali termini: dal momento che da una parte il vaccino è ben lungi – allo stato attuale delle cose – dal costituire una difesa assolutamente sicura contro il contagio (che sarebbe unica condizione per legittimamente prescriverne l’obbligatorietà), mentre dall’altra è evidente che una discriminazione ufficiale tra detentori e non detentori del green pass, con relativa limitazione delle libertà dei secondi, è costituzionalmente parlando improponibile. Non si può, in particolare, tollerare che nel nome di una discriminazione de facto, della quale il governo non si assuma responsabilità, siano sospesi ai non titolari di green pass il godimento di pubblici servizi e l’esercizio sia pur temporaneo della propria professione.
Così stando le cose, credo si debba comunque insistere sulla probabile utilità del vaccino (al quale personalmente mi sono sottoposto) ed allargare la quantità numerica dei vaccinati, ma al tempo stesso accettare il rischio perdurante di contagio continuando ad assumere tutte quelle misure (dalla mascherina al tampone) in grado di consentire il controllo e il contenimento di esso. Ma in questo caso è necessario adottare immediate e rigorose misure atte a render possibile il “testare” e il “tracciare” in tempi rapidi aree ed ambienti sempre più ampi: accrescere il numero e la frequenza dei trasporti pubblici a partire da quelli destinati al servizio scolastico, intensificare i mezzi e le disponibilità di cura dei servizi ospedalieri, ridurre drasticamente ogni forma di assembramento.
Il punto è che per ritenere che sia possibile il conseguire risultati ottimali da misure di questo tipo, in attesa che la scienza ci provveda di risposte sicure, sarebbe necessaria una maggior fiducia nelle istituzioni, nelle qualità etiche e culturali dei ceti dirigenti e nell’attendibilità dei media: che è appunto quanto ci manca e quanto non sarà disponibile senza un’adeguata riforma sia della prassi elettorale, sia della pubblica amministrazione. Le prove al riguardo fornite ohimè da troppo tempo, sia da parte del parlamento, sia da parte del personale degli enti pubblici, rendono improponibile l’ipotesi del superamento di future situazioni critiche nelle attuali condizioni. Dal momento che, dice bene Cacciari, “già viviamo all’interno di questa deriva: dal terrorismo alla immigrazione, oggi la pandemia, domani probabilmente sarà la difesa dell’ambiente’. Tutte emergenze realissime, nulla di inventato. Il problema è come le si affronta, occasionalmente, senza memoria storica, incapaci di dar forma di legge agli interventi magari necessari, privi di qualsiasi strategia di riforma del sistema democratico”.
È pertanto evidente il pericolo denunziato in forma interrogativa appunto da Cacciari in chiusura del suo articolo: “Stiamo preparandoci a un regime, a una ‘intesa mondiale per la sicurezza’(diceva un grande filosofo, Deleuze, anni fa), per la gestione di una ‘pace’ fondata sulle paure, le angosce, le frustrazioni di tutti noi, individui ansiosi di soffocare ogni dubbio, ogni interrogazione, ogni pensiero critico?”.
Temevamo da tempo il profilarsi effettivo di un “panorama orwelliano” di questo genere, per quanto troppi di noi se lo figurassero secondo schemi desueti, da “totalitarismo classico”: ebbene, ci siamo. Solo che ci siamo arrivati sulle ali di un “totalitarismo” di tipo nuovo, consumistico e liberal-liberista. E a colpi di politically correct.
A proposito di ciò, diffondiamo volentieri il “Manifesto” di due illustri studiosi “fuori dal coro”, proponendolo a chi se la sente di valutarlo serenamente. Ecco:

FRANCESCO BENOZZO – LUCA MARINI PER UN APPELLO ALLA COMUNITÀ ACCADEMICA
Caro Franco,
ci rivolgiamo a te come collega accademico, perché a nostro parere sono ore e giorni cruciali per il destino dell’Università e della scuola in Italia, e sentiamo il bisogno di esprimere alcune considerazioni, magari in vista di un Manifesto da firmare con i colleghi che vorranno parteciparvi.
Nel silenzio assordante e imbarazzante di rettori, organi accademici, sindacati e associazioni, come sai da giovedì scorso la scuola e l’università sono state colpite da un provvedimento (il Decreto Legge 6 agosto 2021, n. 111) che concretizza, sul piano giuridico, la più grave violazione dei diritti umani perpetrata dal 1945 ad oggi.
Per il nostro modo di sentire e di pensare, ci sentiamo, da questo momento, in quanto cittadini italiani e in quanto docenti universitari, dei perseguitati politici dal governo e come tali ci comporteremo in futuro.
Per il momento, le nostre forme di risposta sono legate alle possibilità che concretamente possiamo mettere in atto: possibilità cioè di tipo narratologico-analitico-pubblicistico-espositivo.
Ci sembra tuttavia utile, visto che altri sembrano non farlo, e anche in vista di ulteriori azioni, magari collettive, ricordare che:
• I vaccini anti-Covid sono stati autorizzati “in via condizionata” dall’Unione europea, per un anno, ai sensi della disciplina introdotta dal regolamento n. 507/2006, che giustifica l’introduzione in commercio di farmaci anche in assenza di dati clinici completi in merito all’efficacia e alla sicurezza dei farmaci medesimi;
• Almeno sei mesi prima della scadenza delle autorizzazioni così concesse, i titolari delle autorizzazioni avrebbero dovuto presentare domanda di rinnovo delle autorizzazioni medesime, fornendo i dati clinici richiesti dalla disciplina europea, domanda che non sembra essere stata presentata;
• Dal prossimo autunno dovrebbero essere disponibili terapie che, fornendo una risposta terapeutica al Covid, faranno venire meno uno dei presupposti richiesti dalla stessa Unione europea per il rilascio delle autorizzazioni condizionate;
• L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (organizzazione internazionale distinta e separata dall’Unione europea) ha raccomandato, fin dall’aprile scorso, che il vaccino non fosse reso obbligatorio;
• Anche la stessa Unione europea si è affrettata ad adottare, nel giugno scorso, un regolamento (il n. 953/2021, relativo all’EU Digital Covid Certificate), il cui preambolo afferma la necessità di evitare la discriminazione diretta o indiretta dei soggetti che “hanno scelto di non vaccinarsi”;
• A tutt’oggi, in Italia, nessun cittadino può essere obbligato a vaccinarsi, in ragione del fatto che la condizione a tal fine stabilita dall’art. 32, secondo comma, della Costituzione (“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”) non è stata soddisfatta, eccezion fatta per gli esercenti le professioni sanitarie, obbligati a vaccinarsi – in deroga al principio generale del consenso informato sancito fin dal 1947 dal Codice di Norimberga – in forza del Decreto Legge 1° aprile 2021, n. 44, adottato dal governo e convertito dal Parlamento nella legge 28 maggio 2021, n. 76.
Proprio il metodo cosiddetto emergenziale che ha portato alla adozione e alla successiva conversione del Decreto Legge n. 44/2021 andrebbe posto all’attenzione della Corte costituzionale, perché l’art. 32, secondo comma, della Costituzione chiama evidentemente in causa l’operato di un Parlamento che adotti una legge ordinaria dello Stato al termine di un dibattito pubblico realmente informato, obiettivo e consapevole; e perché, in ogni caso, gli atti normativi (quali sono le leggi ordinarie) devono avere portata generale e astratta, e cioè devono rivolgersi a destinatari non individuati né individuabili: condizione che difficilmente può ritenersi soddisfatta nel caso delle professioni sanitarie, i cui appartenenti costituiscono comunque un numero finito.
Analoghe perplessità suscitano le disposizioni sul Green Pass adottate giovedì scorso dal Governo, ancora sulla scorta di un provvedimento emergenziale, nella misura in cui surrettiziamente spingono larghe porzioni di cittadini, nonché ulteriori, specifiche categorie professionali (i docenti delle scuole e delle università) verso la vaccinazione di massa, considerato che anch’esse costituiscono una possibile violazione del diritto alla salute, come inteso dall’art. 32, secondo comma, della Costituzione, e di altri diritti e libertà fondamentali garantiti dalla Carta costituzionale.
Va infine ricordato che tanto la disciplina sull’obbligo vaccinale degli esercenti le professioni sanitarie quanto quella sul Green Pass si pongono idealmente in contrasto con i contenuti della raccomandazione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa dell’aprile scorso, che esclude l’obbligatorietà della vaccinazione: è vero che la raccomandazione non dispiega efficacia giuridica vincolante, ma sarebbe interessante conoscere l’eventuale pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo sulla compatibilità tra la disciplina nazionale in parola e le norme della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, su cui si fonda la raccomandazione parlamentare.
Tutto ciò ricordato, restiamo attoniti una volta di più di fronte a quanto sta accadendo.
In questo anno e mezzo l’Università non ha avviato alcun dibattito su queste delicatissime questioni, limitandosi anzi a censurare e additare come complottiste, negazioniste o antiscientiste, caso per caso, alcune posizioni espresse da ricercatori, docenti e colleghi del personale tecnico-amministrativo.
Le speranze che questa situazione cambi non sono molte, ma non possiamo rinunciare a credere che, proprio dal mondo universitario, si levino figure istituzionali e voci autorevoli in grado di discutere criticamente metodi e provvedimenti che un qualsiasi studente di educazione civica sarebbe in grado, se non manipolato, di riconoscere come sproporzionati e illogici.
Ti ringraziamo in anticipo se vorrai ospitare questa lettera sul tuo blog settimanale. Sarebbe per noi un primo segno importante e soprattutto un modo efficace per spronare chi la pensa come noi (per adesso segnaliamo volentieri il gruppo di ricerca “We Tell – Storytelling e consapevolezza civica” dell’Università di Bologna, coordinato da Elena Lamberti, che ieri si è dichiarato disponibile, in un’ottica di dialogo e inclusività, a pensare a strategie diverse da quella che viene imposta come scelta forzata e rigida) a manifestarsi pubblicamente e dire la propria – prima che sia troppo tardi – su una problematica destinata ad incidere profondamente sulla sfera dei diritti e delle libertà individuali.
Con un caro saluto,
Francesco Benozzo (Alma Mater Studiorum / Università di Bologna)
Luca Marini (Università di Roma “La Sapienza”)

Perché l’«eutanasia legale» sarebbe un orrore

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di Giuliano Guzzo

Dato il successo che pare stia avendo la raccolta di firme pro referendum per l’eutanasia legale, desidero brevemente evidenziare perché la «dolce morte» di Stato sarebbe un errore, se non un orrore. Premetto che quanto espongo prescinde da valutazioni di ordine religioso o giuridico, riguardando per lo più le accertate conseguenze che comporta una legislazione come quella che si vorrebbe introdurre, conseguenze che raramente i promotori dell’eutanasia raccontano.

Infatti, uno dei principali argomenti pro «dolce morte» è il seguente: riconoscere il diritto di morire non toglie nulla a nessuno, rende solo tutti più liberi. Sbagliato: l’esperienza internazionale prova che ovunque l’eutanasia sia stata legalizzata, essa ha decretato non una libertà, bensì una tendenza: di morte. Dal 2002 al 2019, in Olanda, le morti assistite sono cresciute del 240%, in Belgio dal 2003 al 2019 di oltre il 1.000%, in Canada in appena quattro anni, dal 2016 al 2020, di oltre il 665%. Ovunque un boom, insomma.

Ora, possiamo escludere che queste impennate di morti, più che a sofferenze dei pazienti, rispecchino una mentalità utilitarista che, in sintesi, va a colpevolizzare il malato facendolo sentire un costo sociale, quindi un peso? Difficile. Si prenda il citato Canada dove, ancora nel 2017, sul Canadian Medical Association Journal si erano stimati in 138 milioni di dollari annui i risparmi per le casse pubbliche del «diritto di morire». Quanto accade (anche) in quel Paese prova che quell’auspicata spending review si sta avverando….

Attenzione, però, perché si è visto pure altro: dove la «dolce morte» è legale, la situazione va fuori controllo ed aumentano anche i suicidi. Parola di Theo Boer, bioeticista, docente presso l’Università di Groningen: «Come molti sostenitori della morte assistita, credevo che fosse possibile regolamentare e limitare l’uccisione agli adulti mentalmente lucidi e malati terminali con meno di sei mesi di vita. Ho anche pensato che regolamentare il suicidio e la morte in questo modo avrebbe ridotto quei tragici casi in cui qualcuno mette fine alla propria vita».

Invece, conclude Boer, che dell’argomento ne capisce essendo stato anche membro della commissione sull’Eutanasia in Olanda, «mi sbagliavo […] Non solo questo ha portato a più morti assistite, ma potrebbe anche essere una delle cause dell’aumento del numero di suicidi». Non è finita. La macabra tendenza il «diritto di morire» comporta, oltre che dai numeri, è infatti provata dalle incredibili storie di chi decide di farla finita. Nel maggio 2018, per esempio, uscì notizia che un anziano professore, tal David Goodall, si era fatto uccidere in Svizzera solo perché scontento («non sono felice, voglio morire»).

Ancora, quattro anni prima di Goodall,, sempre in Svizzera, la signora Anne, un’insegnante in pensione, si era fatta uccidere «perché non riusciva ad adattarsi alle tecnologie e ai tempi moderni, ai computer e alle e-mail, e anche al consumismo e ai fast food» (Repubblica, 7.4.2014). Un altro caso che fa pensare, e raccontato un paio di anni fa anche da alcune testate italiane, è quello di Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, disturbo neurovegetativo che si manifesta nella progressiva scoordinazione motoria di braccia e gambe.

Ebbene, l’uomo si era trovato davanti ad un tragico bivio: pagare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui aveva bisogno – e che non poteva permettersi – oppure l’eutanasia. Foley decise di denunciare l’ospedale ed il governo dell’Ontario, producendo pure due registrazioni audio (una del settembre 2017, l’altra del gennaio 2018) nelle quali il personale dell’ospedale cercava ripetutamente di spingerlo a farsi uccidere. Dunque la domanda è: vogliamo questo? Un Paese si proponga di farla finita anziché curarsi? Oppure dove si possa arrivare, nel giro di poco, a farsi terminare per qualsiasi ragione, anche puramente umorale?

Se vogliamo questo, affrettiamoci a firmare per l’eutanasia legale. Se però queste storie non ci convincono, abbiamo il dovere non solo di non appoggiare un referendum di morte, ma anche di metter in guarda i nostri conoscenti sulle implicazioni di questa piaga mortifera che è la «dolce morte». Le esperienze di tanti Paesi – qui solo in parte ricordate – e le storie di persone eliminate più dal clima culturale che avevano attorno, che dal dolore che avevano dentro e di cui soffrivano, sono qualcosa di troppo tangibile e reale per essere ignorato. Nessuno potrà dire che non era stato avvertito.

Fonte: https://giulianoguzzo.com/2021/08/13/perche-leutanasia-legale-sarebbe-un-orrore/

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