DI ALFIO KRANCIC
Il trucco dell'”ultimo sforzo”
Un anno e mezzo di convivenza con un virus insidioso e pericoloso, ma non in verità più dei tanti che l’umanità ha conosciuto lungo la sua plurimillenaria storia, imporrebbe un sano pragmatismo e poca retorica. A questa regola dovremmo attenerci tutti, ma in primo luogo coloro che per ruolo istituzionale hanno il compito di mettere in atto le politiche di gestione e contenimento del virus. Avendo fatto la scelta, in sé abbastanza irrazionale, di inseguire il virus con le sue molteplici varianti per sgominarlo, prestando poco attenzione al lato pur importante delle cure per chi malauguratamente l’infezione la contrae, ci si è messi in un gorgo ove è appunto il nostro nemico e non noi a dare le carte. Ciò imporrebbe perciò anche molta cautela nell’uso delle parole, per non creare illusioni e falsi ottimismi destinati poi a essere sconfessati dalla realtà creando inutili rancori e disillusioni.
Parlare perciò, come ancora ieri ha fatto la pur brava ministra Maria Stella Gelmini, di un “ultimo sforzo” per uscire dall’emergenza, cioè per sconfiggere il virus, non fa che reiterare un errore commesso ormai già diverse volte in questi mesi e che ha fatto sì che ogni sacrificio richiesto fosse presentato come l’ultimo e definitivo senza che in verità fosse tale. E che anche in questo caso ci siano buone possibilità che così sia, è fin troppo evidente se si presta un po’ di attenzione ai fatti e si prova ad essere onesti intellettualmente (prima di tutto con se stessi).
Ma l’aspetto più fastidioso della questione è che la retorica dell’“ultimo sforzo” nasconde una verità inoppugnabile, e cioè che di “ultimo sforzo” in “ultimo sforzo” è sempre più l’“emergenza” a diventare (la nuova) normalità. E poiché l’emergenza esige come risposta lo “stato d’eccezione”, cioè la sospensione delle regole formali della democrazia e in misura più o meno ampia delle libertà fondamentali, il rischio è che eccezione diventi in quest’ottica proprio un eventuale ripristino di quelle regole e del totale e erga omnes (cioè non discriminatorio) accesso a quelle libertà. È questo, a mio modo di vedere, il punto vero della questione, attorno a cui un po’ tutti girano attorno senza affrontarlo di petto: le classi dirigenti perché protese a deresponsabilizzarsi e seguire la via più facile; i sì pass perché soggiacenti alle retoriche dominanti, tutte fra l’altro disponibili a buon mercato; i no pass perché, pur avvertendolo, non lo portano a concetto o lo “corrompono” con richieste, pur sacrosante ma banali”, di esenzioni e allentamento della presa. Ed è un punto dirimente perché chiama in causa nientemeno che la natura e qualità della democrazia e il futuro delle nostre società.
Fra l’altro, anche ammesso che il Covid scompaia fra qualche mese, come tutti ci auguriamo, chi ci assicura che altre emergenze, dello stesso e di altri tipi, presto non insorgano e rendano ancora più impellente lo stato di eccezione? E se il green pass ha una funzione anche di controllo, e in questo senso di prevenzione, siamo sicuri che esso non diventi presto definitivo, una sorta di seconda carta d’identità che, per fermare in anticipo terroristi, malintenzionati e virus di ogni tipo, permette di sapere tutto, ma proprio tutto, di noi? Se questa fosca previsione si avverasse, l’”ultimo sforzo” chiestoci per il green pass, sarebbe davvero l’ultimo ma in ben altro senso rispetto a quello a cui pensava la Gelmini.
Ripeto quello che ho detto già in altre occasioni: io non ho una soluzione, ma solo tanti dubbi. Proprio per questo, non perché tema l’avvento di improbabili “totalitarismi sanitocratici”, sono preoccupato. C’è troppa superficialità in giro, e anche troppa sicumera, dall’una e dall’altra parte: troppa poca volontà di porsi domande. Di porre la questione da un punto di vista un po’ più elevato rispetto a quello predominante nella media lasse intellettuale.
Corrado Ocone, 8 agosto 2021
DA
«La denatalità è un guaio serio». Parola di Financial Times
Una fissazione da conservatori, se non da fondamentalisti: così, fino a pochi anni fa, era considerato il tema dell’inverno demografico. Per questo ho trovato particolarmente istruttiva la lettura di We should not be too sanguine about a shrinking population, un pezzo del Financial Times a firma di Sarah O’Connor, editorialista della mitica testata britannica. Sì, perché, posto che è già illuminante il FT – giornale di eccellenza, sul piano internazionale – si occupi del fenomeno delle culle vuote, ancor più rilevante è che, a farlo, sia una giornalista che non si limita a richiamare l’attenzione sul tema. Infila di brutto il dito nella piaga.
«Potremmo non essere in grado di riportare i tassi di fertilità ai livelli di sostituzione», denuncia infatti a O’Connor, «neppure se lo volessimo». Come a dire: non illudiamoci che politiche familiari, asili nido, immigrazione oppure occupazione femminile possano sollevarci da dove siamo. A seguire, viene richiamato il caso della Finlandia, Paese dal welfare eccellente ma che, col suo 1,4 figli per donna, sta messo male. «Speravamo che una vera uguaglianza di genere migliorasse le cose, invece..», afferma scuotendo il capo Anna Rotkirch del Finland’s Population Research Institute. Ma torniamo al Financial Times.
L’editoriale si conclude senza lasciare margini di speranza. La O’Connor si limita infatti a richiamare l’attenzione su chi dice di volere più figli ma poi non li genera: «Se tanti non stanno avendo figli che dicono di volere, è un segnale di cui dovremmo preoccuparci». Punto. Ricette? Antidoti? Rimedi? Curiosamente, il prestigioso economico-finanziario britannico non ne offre; il che potrebbe far pensare che il mondo sia destinato ad invecchiare e a spopolarsi inesorabilmente. In realtà, non è così. Solo che probabilmente il Financial Times non vuole o non può tracciare vie d’uscita alla denatalità. Per un motivo semplice: per farlo, bisogna guardarsi indietro.
Di più: bisogna rivalutare due cose che la cultura dominante avversa. Il primo è il matrimonio: più nozze uguale più figli. L’ha capito il cattivone Orbán, dato che, se l’Ungheria sta tornando a riempire le sue culle, è proprio per l’aumento dei matrimoni: dal 2009 al 2019 le nozze ungheresi son aumentate dell’81%, e del 72% dal 2014 al 2019. Peccato che l’Europa dei “nuovi diritti” al matrimonio vintage pensi poco. Il secondo antidoto alle culle vuote, poi, è ancora più clamoroso: si chiama religione. I Paesi meno secolarizzati sono quelli demograficamente più dinamici. Capite che questo il Financial Times non può scriverlo. Ma che inizi ad accorgersi che la denatalità è un guaio serio, ecco, è già qualcosa.
DA
Emergenza a Lampedusa: sbarcano altri 424 clandestini
La situazione nell’hotspot di Contrada Imbriacola è sempre più drammatica
Proseguono senza sosta, ad ogni ora della notte e del giorno, gli arrivi di clandestini nel nostro Paese: tra sbarchi autonomi e salvataggi in mare sono centinaia ad ogni aggiornamento che viene effettuato dalle autorità locali.
Solo nelle ultime ore sono state ben sei le operazioni condotte dalle motovedette della Capitaneria di porto di Lampedusa e della Guardia di Finanza. Al largo della maggiore delle Isole Pelagie le forze dell’ordine hanno recuperato complessivamente 424 immigrati irregolari i quali, dopo esser stati fatti salire a bordo, sono potuti infine sbarcare sul territorio nazionale italiano. I primi 178 clandestini, tutti provenienti dal Bangladesh, sono stati individuati e raggiunti dalle motovedette della Guardia di Finanza al confine fra la Sar maltese e italiana.
Le parole di Salvini
“Il tema immigrazione è nei numeri: tra il pomeriggio e la notte sono sbarcati più di 700 immigrati irregolari e altri 800 sono a bordo di due navi, una francese e una tedesca. Non penso che, dopo il Covid, ci si possa permettere 1500 sbarchi al giorno”, sbotta il leader del Carroccio al banchetto di raccolta firme per i referendum sulla giustizia a Milano.
“Mentre si chiede il Green pass per andare in pizzeria, ci sono persone che sbarcano da Paesi non vaccinati che, spesso e volentieri, scappano dai centri e girano. È un problema anche sanitario, oltre che economico, sociale e culturale”, aggiunge ancora l’ex vicepremier.“Non è un problema inventato dalla Lega: se invece di 30mila sbarchi fossimo alla quota dell’anno scorso, il problema non ci sarebbe. In tante periferie milanesi ci sono tanti immigrati regolari che si sono ben integrati, ma ci sono alcune zone con ghetti inavvicinabili anche dalle forze dell’ordine”, conclude.
DA
“Commissione Ue indecente, da noi niente Lgbt nelle scuole”: Orban mostra i muscoli
Budapest, 3 ago – Continua il braccio di ferro tra l’Ungheria di Orban e la Commissione Ue capitanata da Ursula von der Leyen sul tema caldo degli Lgbt. Al centro della dura polemica c’è, ovviamente, la discussa legge che vieta la diffusione della propaganda gender nelle scuole magiare. Una norma che la stampa globalista ha ribattezzato impropriamente «legge anti-Lgbt», definendola pertanto «omofoba», laddove Orban ha sempre puntualizzato che nulla c’entra con i diritti degli omosessuali, bensì con la protezione dei minori dal rischio di sessualizzazione precoce e manipolazione ideologica.
«La nostra priorità è difendere i bambini»
Dopo che Bruxelles ha minacciato pesanti sanzioni contro l’Ungheria (e la Polonia), Orban ha spiazzato tutti indicendo un referendum sulla legge anti-propaganda Lgbt, rimettendo cioè la questione nelle mani degli ungheresi. Ora, però, il primo ministro magiaro ci ha tenuto a rispondere alle accuse che gli sono piovute addosso. Lo ha fatto tramite un documento che è stato divulgato oggi su Twitter da Judit Varga, ministro della Giustizia ungherese: «L’Ungheria ha subìto un attacco senza precedenti solo perché la protezione dei bambini e delle famiglie è la nostra priorità e, a questo proposito, non vogliamo che la lobby Lgbtq entri nelle nostre scuole e nei nostri asili», ha spiegato il guardasigilli magiaro.
Orban contro la propaganda Lgbt
Per questo motivo, ha proseguito la Varga, «il governo ungherese ha risposto a questi attacchi indecenti» con il documento succitato. Qui, in aperta polemica con la Commissione Ue, l’esecutivo di Orban sottolinea come la legge anti-propaganda Lgbt non rientri affatto nelle competenze di Bruxelles. Oltre all’accusa di ingerenza, il governo di Budapest rinfaccia agli eurocrati di essere male informati sui contenuti della norma, visto che è stato dato credito – in maniera acritica – a Ong varie che li hanno riportati distorcendo la realtà. In sostanza, il documento specifica che il rapporto Ue «è viziato da pregiudizi ideologici», e le sue conclusioni sono pertanto «inaccurate e tendenziose».
Gabriele Costa
DA
https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/orban-bruxelles-legge-propaganda-lgbt-203222/
La morale sinistra, il nuovo libro di Francesca Totolo
Roma, 3 ago – «La questione morale è divenuta oggi la questione nazionale più importante» tuonò Enrico Berlinguer nel 1980. Da allora, la questione morale divenne una superba superiorità antropologica intrinseca al Partito Comunista da sbandierare come manifesto politico contro i partiti avversari, sfociando poi nel “Codice Etico” pubblicato dal Partito Democratico nel 2018. Ma il partito moralizzatore concretizzò mai il suo manifesto? Il nuovo libro di Francesca Totolo, La morale sinistra, edito da Altaforte Edizioni, documenterà che il Partito Comunista prima, con i cattivi maestri, e il Partito Democratico poi, con un numero esorbitante di esponenti, hanno ben predicato, ma razzolato malissimo.
La morale della sinistra nel libro di Francesca Totolo
Falso, corruzione, peculato, turbativa d’asta, voti di scambio, associazione a delinquere, favori alla mafia, violenza sessuali, sanitopoli, concorsopoli e parentopoli sono il nuovo “album di famiglia” del Partito Democratico, riprendendo le parole di Rossana Rossanda nel suo celebre editoriale pubblicato su Il Manifesto durante il sequestro di Aldo Moro: «In verità, chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria». Le affermazioni della Rossanda appaiono oggi di stretta attualità: «Se le masse sono manipolate dagli apparati, con quale esercito si fa la rivoluzione? Se il nemico è un potentissimo partito – Stato, protetto dall’estero e padrone di tutte le istituzioni, difficile pensare di abbatterlo col cecchinaggio».
Oggi, quel “potentissimo partito” è il Partito Democratico che, mettendo in atto la dottrina di Gramsci, ha occupato ogni spazio democratico, dalla magistratura all’istruzione, passando per l’informazione e la cultura. È proprio occupando tali spazi che il Pd è diventato il più influente apparato della Storia della Seconda Repubblica, riuscendo peraltro a governare il Paese anche perdendo le elezioni. E proprio da questo scenario, che non si poggia su un effettivo appoggio elettorale, potrebbe derivare l’allarmante numero di esponenti e di amministratori del Pd condannati o inquisiti per reati associativi e per corruzione. Da Mafia Capitale agli scandali delle Regioni, passando per le inchieste per associazione a delinquere in Calabria e in Sicilia, nulla sembra scalfire la direzione nazionale del Partito Democratico che si limita a rispondere: «E allora la Lega?», «E allora Fratelli d’Italia?» e «E allora il fascismo?», rimangiandosi la cosiddetta questione morale e quel «Codice etico» che avrebbe dovuto essere la bussola del partito.
Il “Codice Etico” è diventato cartastraccia
Dove è finito quel proclama inserito nel “Codice Etico”: «Le donne e gli uomini del Partito Democratico ispirano il proprio stile politico all’onestà e alla sobrietà. Mantengono con i cittadini un rapporto corretto, senza limitarsi alle scadenze elettorali. Non abusano della loro autorità o carica istituzionale per trarne privilegi; rifiutano una gestione oligarchica o clientelare del potere, logiche di scambio o pressioni indebite»? Mai un esame di coscienza, mai un ripensamento in merito alla gestione malata del territorio, mai una vera riorganizzazione dei vertici del partito.
Il diktat sembra essere solo uno: dopo una scrollatina di spalle, tenersi stretta la poltrona, resa inattaccabile da una magistratura compiacente, come ha dimostrato il caso Palamara, e da una stampa sdraiata al limite del servilismo e della distopia orwelliana. Se non ci trovassimo in un Paese ormai malato terminale, l’incontro tra Luca Lotti e Luca Palamara in quella saletta dell’hotel Champagne di Roma avrebbe avuto conseguenze ben diverse, non solo un’alzata di spalle di un partito che governa da dieci anni senza un reale appoggio elettorale.
E mentre dai giornali di regime, diventati il servizio d’ordine mediatico del Partito Democratico, si continua a urlare all’emergenza fascismo, quello stesso partito sembra aver piegato la Costituzione a suo uso e consumo. Nonostante il più elevato numero di condannati e inquisiti, nonostante gli scandali, nonostante il cattivo governo dell’Italia che ha portato all’impoverimento del Paese, nonostante i diritti costituzionali sacrificati in nome di improbabili diritti accessori, nonostante 700mila clandestini fatti sbarcare indisturbatamente nei porti italiani e l’aver concesso a organizzazioni private il subappalto dei confini nazionali, nonostante la perdita drammatica di consenso elettorale, il Partito Democratico rimane saldo alla guida dell’Italia. La morale sinistra, il nuovo viaggio infernale redatto da Francesca Totolo, vi condurrà nelle bolge dei con-dannati del Partito Democratico. Dal 26 agosto, in libreria.
Aurelio Dalmonte
DA
https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/morale-sinistra-nuovo-libro-francesca-totolo-203203/
Hiroshima e Nagasaki: poca memoria per il genocidio di migliaia di cattolici giapponesi
di Matteo Castagna
Scrive Giorgio Nebbia che “col passare dei decenni si fa sempre più pallido e formale il ricordo dell’esplosione, proprio il 6 agosto del 1945, della prima bomba atomica americana sulla città giapponese di Hiroshima, seguita, tre giorni dopo, da quella di una simile bomba atomica sull’altra città giapponese di Nagasaki: con duecentomila morti finiva la seconda guerra mondiale (1939-1945), e cominciava una nuova era, quella atomica, di terrore e di sospetti, eventi che hanno cambiato il mondo e che occorre non dimenticare”. Pare un monito lanciato ai professionisti della memoria, che appaiono ogni anno più distratti di fronte a questo genocidio di civili, forse perché intenti in quelle che considerano altre priorità.
Spiega ancora Nebbia: “L'”atomica” era il risultato dell’applicazione militare di una rivoluzionaria scoperta scientifica sperimentale: i nuclei dell’uranio e di alcuni altri atomi, urtati dai neutroni, particelle nucleari prive di carica elettrica, subiscono “fissione”, si frantumano in altri nuclei più piccoli con liberazione di altri neutroni che assicurano la continuazione, a catena, della fissione di altri nuclei. In ciascuna fissione, come aveva previsto teoricamente Albert Einstein (1879-1955) nel 1905, si liberano grandissime quantità di energia sotto forma di calore. Energia che avrebbe potuto muovere turbine elettriche, navi e fabbriche, ma che avrebbe potuto essere impiegata a fini bellici. La fissione anche solo di alcuni chili dello speciale isotopo 235 dell’uranio, o dell’elemento artificiale plutonio, libera energia con un effetto distruttivo confrontabile con quello di alcuni milioni di chili di tritolo, uno dei più potenti esplosivi disponibili. I danni sono ancora più grandi perché molti frammenti della fissione dell’uranio o del plutonio sono radioattivi per decenni o secoli. Dal 1945 Stati Uniti, Unione Sovietica (l’attuale Russia), Francia, Regno Unito, Cina, India, Pakistan, Israele, hanno costruito bombe atomiche sempre più potenti a fissione, o bombe a idrogeno, termonucleari, nelle quali la liberazione del calore si ha dalla fusione, ad altissima temperatura e pressione, degli isotopi dell’idrogeno, il deuterio e il trizio”.
Entrambe le bombe erano enormi, sproporzionate e costituirono le armi totali per costringere il Giappone, già stremato, all’inutile resa. Che motivo c’era, dunque, di provocare una catastrofe e la morte di 300 mila civili inermi?
Gli Stati Uniti, con l’assistenza militare e scientifica del Regno Unito e del Canada, erano già riusciti a costruire e provare una bomba atomica nel corso del Progetto Manhattan, un progetto scientifico-militare teso a costruire l’ordigno atomico prima che gli scienziati impegnati nel Programma nucleare tedesco riuscissero a completare i propri studi per dare a Hitler un’arma di distruzione di massa. Il primo test nucleare, nome in codice “Trinity“, si svolse il 16 luglio 1945 ad Alamogordo, nel Nuovo Messico. Una bomba di prova, denominata “The Gadget” fu fatta esplodere con successo. I lanci su Hiroshima e Nagasaki, quindi, furono la seconda e terza detonazione della storia delle armi nucleari.
Il mese precedente il bombardamento, la conquista di Okinawa, che aveva causato la morte di 150 000 civili e militari giapponesi, e la perdita di circa 70 000 soldati americani, aveva offerto una base ideale per la conquista del Giappone.
Insomma, nell’agosto del ’45 la guerra era finita. Dell’asse della Triplice non era rimasto più niente. Hitler e Mussolini erano morti e il Giappone era una nazione distrutta, circondata, senza cibo, medicine, nella propria perenne carenza assoluta di acqua potabile. Sarebbe capitolata miseramente da li a poco senza più spargimenti di sangue, bastava solo attendere un mese e sarebbe implosa nella propria miseria sociale. No, non vi era nessun motivo di sganciare due bombe atomiche e provocare tale orrore. A parte testare gli effetti scientifici di due sistemi esplosivi. Ammazzare trecentomila civili per un esperimento, più un paio di milioni morti nei successivi 10 anni a causa del fall-out radiattivo per che cosa.
Per un esperimento che gli americani definirono: “male necessario”; queste le due parole con il quale il presidente del progressista americano Truman, derubricò l’accaduto.
Va, però, ricordato che la città giapponese distrutta dall’atomica dopo Hiroshima era la più cattolica del Paese.
Non tutti sanno che Nagasaki era l’unica città a maggioranza cattolica del Giappone e Hiroshima era la seconda. Gli americani vollero punire così Pio XII per non essersi schierato, almeno dopo l’8 settembre, dalla parte degli Alleati? Anzi l’allora pontefice aveva protestato contro la distruzione dell’abbazia di Montecassino. In Vaticano era già stato recapitato un piccolo, odioso avviso di garanzia: cinque bombe di piccolo calibro cadute nei giardini a pochi metri dalla sua abitazione, a un passo da piazza San Pietro, sfiorando l’appartamento del suo massimo collaboratore, monsignor Domenico Tardini, la sera del 5 novembre del 1943; e poi ancora il 1° marzo del 1944 (un morto).
Riferisce La Croce.it: “Su Asia-News scrive uno storico: “Secondo il comando militare alleato, la bomba atomica era una necessità, perché non si trattava di piegare una resistenza armata, ma l’idea molto viva tra i giapponesi che Dio era dalla loro parte…L’atomica avrebbe dovuto scalfire questa certezza perché infliggeva un colpo mortale allo shintoismo artificialmente trasformato in ideologia militarista. Invece la bomba più che il cuore della religione giapponese colpì in pieno il quartiere cattolico di Nagasaki, il più importante e numeroso centro della Chiesa in Estremo Oriente. Perirono quasi tutti. L’epicentro dell’esplosione era stata proprio la loro cattedrale che, tra l’altro, in quel momento era affollata di fedeli in coda davanti al confessionale per prepararsi alla festa dell’Assunta. Prove concrete non ce ne sono ma il compianto scrisse nella sua autobiografia (Memorie e digressioni di un italiano cardinale, Siena, Cantagalli, 2010): “A Nagasaki fin dal secolo XVI era sorta la prima consistente comunità cattolica del Giappone. A Nagasaki il 5 febbraio 1597 avevano dato la vita per Cristo trentasei martiri (sei missionari francescani, tre gesuiti giapponesi, ventisette laici), canonizzati da Pio IX nel 1862. Quando riprende la persecuzione nel 1637 vengono uccisi addirittura trentacinquemila cristiani. Poi la giovane comunità vive, per così dire, nelle catacombe, separata dal resto della cattolicità e senza sacerdoti; ma non si estingue. Nel 1865 il padre Petitjean scopre questa “Chiesa clandestina”, che si fa da lui riconoscere dopo essersi accertata che egli è celibe, che è devoto di Maria e obbedisce al Papa di Roma; e così la vita sacramentale può riprendere regolarmente. Nel 1889 è proclamata in Giappone la piena libertà religiosa, e tutto rifiorisce. Nel 1929, di 94.096 cattolici nipponici ben 63.698 sono di Nagasaki”.
Ai lettori porsi le conseguenti domande e recitare le preci di suffragio.
La differenza tra uomo e donna ci salverà perché lì c’è la vita
di Claudio Risè
Fonte: La Verità
La tesi del disegno di legge Zan sulle pretese identità sessuali percepite è una teoria che cerca di smontare una delle maggiori e più significative evidenze umane, per sostituirla con una serie di caselle burocratiche
Il bizzarro decreto Zan contro un reato introvabile nelle statistiche nazionali forse non passerà. Un risultato notevole l’ha però già ottenuto: ha suscitato il panico tra genitori e educatori, impegnati nel loro lavoro e spaventati dal quadro della situazione affettiva giovanile fornita da giornali e media, devoti al loro zelo zannofilo. Da ciò che molti adulti riferiscono all’analista, il mondo giovanile secondo i media appare come qualcosa tra Sodoma e Gomorra, tra imbellettati Pride e cambi di sesso di massa. Genitori e maestri, per lo più sofferenti per il loro scarso potere e incisività, sono poi sbalorditi dalla tesi gender dell’identità sessuale ridotta a “produzione culturale” inventata dalla società. Non si erano mai accorti di avere con le loro idee o speranze il potere di determinare addirittura il sesso dei loro figli e allievi; anzi erano convinti di non avere nessun potere. Le figure educative sono disorientate. Vorrei, per quanto posso, rassicurarli.
E, già che siamo nello Sguardo selvatico, li inviterei a “scendere dal pero”, albero che nel folclore contadino ha spesso rami complicati e contorti, fragili, spesso intaccati da parassiti, da cui è facile cadere. Per giunta di frequente sterili, come protesta un detto popolare siciliano: “Pira ‘un facisti, e miraculi vöi fari?” (“Non hai fatto pere, e vuoi fare miracoli?”). Presunzioni contorte come i ragionamenti della supponente Gender theory, con la quale una ricca sociologa americana, Judith Butler, pretende di spiegarci come siamo fatti e come si fa ad amare.
Giù dal pero, dunque. Non impressioniamoci. I molti scrivani o opinion maker simpatizzanti o comunque colpiti dalla LGBT etc, (spesso non giovanissimi), non rappresentano tutti i giovani italiani, e neppure quelli europei. Sono persone testardamente devote a una teoria nata nel decostruzionismo del ‘900, che ha cercato di smontare la differenza sessuale, una della maggiori e più significative evidenze umane, per sostituirla con una serie di caselle burocratiche corrispondenti neppure a sessi, ma a pratiche sessuali, anche molto minoritarie e private, sostanzialmente irrilevanti ai fini dell’identità personale. Ma non ci stanno riuscendo. I popoli dei paesi del Nord, che la teoria del gender l’hanno scoperta già prima del terzo millennio, hanno pagato da tempo il loro scotto di cambiamenti di sesso infelici, disagi mentali, rotture familiari e peggio. I governi di quei Paesi hanno ora atteggiamenti più cauti e smagati, anche per i costi sul piano umano e sociale delle pretese “identità sessuali percepite”. Noi invece stiamo ancora scoprendo l’acqua calda, e allestendo i corrispondenti finanziamenti, giornate celebrative e burocrazie nuove di zecca, apprestate per l’occasione. Certo, se non smettiamo in fretta, ahimè qualcuno si farà male. Sarà doloroso, non però la fine del mondo.
Perché, anzi, il mondo è cominciato, e continua a funzionare, non con la pur importante (anche se spesso traditrice) tecnologia o su stravaganti teorie sociologiche, ma proprio grazie a quella Differenza essenziale, tra donne e uomini, di cui ci parla (ad esempio) sir Simon Baron-Cohen, professore di psicologia dello sviluppo all’Università di Cambridge, nel suo The essential difference (Penguin). Una differenza sulla quale poggia il mondo degli esseri umani, e che non ha nulla a che vedere con il mondo degli stereotipi, come Baron-Cohen precisa fin dalle prime pagine. A dimostrare però le resistenze dei templi della cultura italiana verso le decine di ricerche raccolte dall’autore, che molto elegantemente svuotano la teoria del genere (senza neppure mai nominarla perché scientificamente inesistente), basti notare che questo libro, fra i primi e più noti del giovane e brillante psichiatra, è quasi l’unico a non essere stato ancora tradotto in italiano. I nostri soloni della cultura non vogliono neppure sentire parlare della “differenza essenziale” tra maschi e femmine.
Forse perché Simon Baron-Cohen nel libro svelava (già nel 2003) con grande chiarezza e understatement: “Nei passati decenni l’idea stessa di differenze psicologiche nei due sessi avrebbe sollevato pubbliche proteste. Gli anni 60 e 70 videro un’ideologia che svalutò le differenze psicologiche dei sessi come o mitiche o comunque non essenziali… riflessi di forze culturali diverse in azione nei due sessi. Il cumulo però di evidenze prodotte per molti decenni da studi e ricerche di laboratori indipendenti mi hanno persuaso che ci sono differenze essenziali che devono essere studiate e riconosciute: la vecchia idea che possano essere soltanto culturali è oggi troppo semplicista”. Le “differenze essenziali” , spiega l’autore, sono presenti fin dalla nascita: troppo presto per attribuirle tutte alla cultura. I fattori biologici sono gli unici candidati in grado di spiegarli, almeno in gran parte.
Nel libro, l’analisi del cervello e della mente incrocia poi la riflessione neuroscientifica sull’evoluzione, dove emerge molto presto la differenza essenziale tra uomo e donna: l’uomo procura il cibo e difende la donna e la prole, la donna fa i bambini e li nutre. La capacità specifica del femminile è l’empatia, con la sua capacità di accoglienza e scambio affettivo, quella del maschile è il costruire sistemi che aiutano e sviluppano la vita; con il necessario accompagnamento della funzione di difesa/aggressione, presente fin dalla prima infanzia dell’uomo. Naturalmente poi, entrambi gli aspetti fanno un po’ di tutto, a seconda delle necessità e anche delle inclinazioni. Giovanna d’Arco è stata (anche) un grande capo militare e Francesco d’Assisi un campione assoluto di accoglienza ed empatia: sono le dimostrazioni estreme della possibilità di sviluppare anche le qualità dell’altro sesso, che confermano la fondamentale libertà dell’essere umano. Tuttavia i due, donna e uomo, sono fatti così, e tali rimangono, anche se si iscrivono a un’altra casella. Il maschio crea continuamente sistemi: di ragionamento, di produzione, di vita spirituale (san Benedetto). E la manager emancipata e superaffermata porta in analisi il suo desiderio di maternità.
Baron-Cohen poi, approfondisce, qui e anche altrove (per esempio ne: I geni della creatività. Come l’autismo guida l’invenzione umana appena uscito da Cortina), anche gli aspetti “autistici”, fortemente introversi del maschile, a cui si deve gran parte dello sviluppo tecno-scientifico. Ma che spesso fanno perdere la pazienza alle donne: “Perché mio marito non parla mai?”
Genitori e insegnanti si possono tranquillizzare: la “differenza essenziale” ci salverà. Perché lì c’è la vita.
Strage di Bologna, i dieci misteri che i magistrati non hanno mai voluto chiarire
di David Romoli
Fonte: Il Riformista
1- Subito dopo la strage, al termine di una riunione con svariati ministri e i vertici delle forze dell’ordine a Bologna, l’allora presidente del Consiglio Cossiga affermò che la matrice della strage era fascista. Cossiga, confermato dal verbale informale del vertice notturno, ha poi ammesso che non c’erano elementi a sostegno della sua affermazione e che anzi la maggior parte dei presenti riteneva che la matrice fosse internazionale. Quanto ha inciso quella denuncia aprioristica sulle indagini successive che non hanno mai seguito altre piste se non quella neofascista?
2-Il testimone chiave dell’accusa, Massimo Sparti, è stato smentito dall’intera famiglia. Fu scarcerato sulla base di una falsa diagnosi che lo indicava come malato terminale. Il medico che contestava quella diagnosi, più tardi presidente dell’Associazione dei medici penitenziari, fu allontanato dopo quelle proteste. Non sarebbe stato necessario un maggior approfondimento su quella scarcerazione anomala e sulla falsa diagnosi?
3- Uno degli elementi indiziari principali che hanno portato alla condanna dei Nar è l’omicidio Mangiameli, avvenuto a Roma poche settimane dopo la strage. Secondo i magistrati di Bologna quell’omicidio era collegato alla strage perché i Nar volevano mettere a tacere un testimone pericoloso. Nel processo per l’omicidio Mangiameli, svoltosi a Roma, quel delitto viene però spiegato con motivazioni tutte diverse. È normale che un tribunale adoperi come elemento a sostegno del proprio impianto accusatorio un movente opposto a quello indicato dal diverso tribunale che ha indagato sul delitto in questione?
4- Licio Gelli, Francesco Pazienza e gli ufficiali del Sismi Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte sono stati condannati in via definitiva per il depistaggio operato con la valigetta fatta ritrovare sul treno espresso Taranto-Milano nel gennaio 1981. In quel momento non c’erano indagini a carico dei Nar e il depistaggio servì anzi a indicare per la prima volta quella direzione. Si trattò di un depistaggio o di un “impistaggio”?
5- L’analisi del dna attuato sulla vittima della strage indicata sinora come Maria Fresu ha provato che quei resti non sono della Fresu. È dunque plausibile che appartengano a una vittima non identificata che doveva trovarsi molto vicina all’ordigno, tanto da autorizzare il sospetto che lo stesse trasportando. Per essere certi che quei resti non appartengano a nessuna delle altre vittime sarebbe sufficiente disporre un numero molto limitato, sotto la decina, di analisi del dna. Perché la Procura di Bologna ha rifiutato di disporre quelle analisi?
6- Al termine del processo contro Gilberto Cavallini la procura di Bologna ha chiesto il rinvio a giudizio per falsa testimonianza di quasi tutti i testimoni della difesa. In molti casi la richiesta è stata respinta ma è stata invece accolta per Stefano Sparti, figlio di Massimo, rinviato a giudizio per essersi confuso su una data a distanza di 38 anni, quando era un bambino. Una richiesta del genere non rischia di costituire una minaccia per i testimoni della difesa?
7- Nel processo in corso contro Paolo Bellini, accusato di essere l’esecutore materiale della strage, sono imputati come mandanti Licio Gelli, Umberto Ortolani e Federico Umberto d’Amato e, con diverse accuse, Mario Tedeschi e Quintino Spella. Sono tutti morti. Non si rischia così da un lato di ledere il diritto alla difesa, dall’altro di fissare una verità storica incerta, dalla l’incertezza degli indizi e l’impossibilità per gli imputati defunti di spiegarli come non inerenti alla strage?
8- Il processo contro i mandanti si basa su elementi già noti. La procura di Bologna aveva pertanto chiesto l’archiviazione. La procura generale ha avocato a sé l’inchiesta e deciso di procedere. Come si spiega lo scontro tra Procura di Bologna e Procura generale?
9- La principale pista alternativa a quella della matrice neofascista rinvia al famoso “lodo Moro”, cioè a un patto segreto stretto tra Stato italiano e organizzazioni palestinesi. All’interno di questa cornice dal profilo però sfumato e sostanzialmente ancora ignoto andrebbero anche inquadrati il rapimento avvenuto a Beirut poco dopo la strage e la scomparsa dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni. Del lodo hanno parlato in più volte sia esponenti delle istituzioni italiane che dell’Olp. Tuttavia nessuno ha mai chiarito fino in fondo di cosa si sia trattato. È possibile indagare a fondo sulla strage di Bologna senza aver prima fatto luce sul contesto?
10- Negli ultimi anni sono emersi numerosi elementi che potrebbero indicare una “pista palestinese”, ultimo le informative del capoposto del Sismi in Medio Oriente colonnello Giovannone della primavera-estate 1980. Da quanto trapelato, nonostante le informative siano state secretate, risulta che Giovannone avesse a più riprese avvertito Roma di un imminente grosso attentato in Italia, deciso da una frangia del Fplp e materialmente affidato al terrorista internazionale ed ex militante dell’Fplp Carlos. La Procura di Bologna non ritiene necessario approfondire questa indagine dal momento che per quanto riguarda gli organizzatori della strage esistono già sentenze definitive a carico di Luigi Ciavardini, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Non sarebbe quindi il caso che a indagare su tutto il contesto anche internazionale in cui è maturata la strage e sull’esecuzione della stessa fosse la politica, cioè una commissione parlamentare d’inchiesta?
PER APPROFONDIRE:
- Strage di Bologna: “Per i magistrati bolognesi la ricostruzione giudiziaria non può essere messa in discussione” (1ª parte) di Valerio Cutonilli
- Strage di Bologna: “Lo scenario internazionale e il ‘lodo Moro’ sullo sfondo dell’esplosione alla Stazione” (2ª parte) di Valerio Cutonilli
- Strage di Bologna: “I troppi ‘omissis’ delle Istituzioni nei giorni che precedono la strage” (3ª parte) di Valerio Cutonilli
La morale sinistra, il nuovo libro di Francesca Totolo
Roma, 3 ago – «La questione morale è divenuta oggi la questione nazionale più importante» tuonò Enrico Berlinguer nel 1980. Da allora, la questione morale divenne una superba superiorità antropologica intrinseca al Partito Comunista da sbandierare come manifesto politico contro i partiti avversari, sfociando poi nel “Codice Etico” pubblicato dal Partito Democratico nel 2018. Ma il partito moralizzatore concretizzò mai il suo manifesto? Il nuovo libro di Francesca Totolo, La morale sinistra, edito da Altaforte Edizioni, documenterà che il Partito Comunista prima, con i cattivi maestri, e il Partito Democratico poi, con un numero esorbitante di esponenti, hanno ben predicato, ma razzolato malissimo.
La morale della sinistra nel libro di Francesca Totolo
Falso, corruzione, peculato, turbativa d’asta, voti di scambio, associazione a delinquere, favori alla mafia, violenza sessuali, sanitopoli, concorsopoli e parentopoli sono il nuovo “album di famiglia” del Partito Democratico, riprendendo le parole di Rossana Rossanda nel suo celebre editoriale pubblicato su Il Manifesto durante il sequestro di Aldo Moro: «In verità, chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria». Le affermazioni della Rossanda appaiono oggi di stretta attualità: «Se le masse sono manipolate dagli apparati, con quale esercito si fa la rivoluzione? Se il nemico è un potentissimo partito – Stato, protetto dall’estero e padrone di tutte le istituzioni, difficile pensare di abbatterlo col cecchinaggio».
Oggi, quel “potentissimo partito” è il Partito Democratico che, mettendo in atto la dottrina di Gramsci, ha occupato ogni spazio democratico, dalla magistratura all’istruzione, passando per l’informazione e la cultura. È proprio occupando tali spazi che il Pd è diventato il più influente apparato della Storia della Seconda Repubblica, riuscendo peraltro a governare il Paese anche perdendo le elezioni. E proprio da questo scenario, che non si poggia su un effettivo appoggio elettorale, potrebbe derivare l’allarmante numero di esponenti e di amministratori del Pd condannati o inquisiti per reati associativi e per corruzione. Da Mafia Capitale agli scandali delle Regioni, passando per le inchieste per associazione a delinquere in Calabria e in Sicilia, nulla sembra scalfire la direzione nazionale del Partito Democratico che si limita a rispondere: «E allora la Lega?», «E allora Fratelli d’Italia?» e «E allora il fascismo?», rimangiandosi la cosiddetta questione morale e quel «Codice etico» che avrebbe dovuto essere la bussola del partito.
Il “Codice Etico” è diventato cartastraccia
Dove è finito quel proclama inserito nel “Codice Etico”: «Le donne e gli uomini del Partito Democratico ispirano il proprio stile politico all’onestà e alla sobrietà. Mantengono con i cittadini un rapporto corretto, senza limitarsi alle scadenze elettorali. Non abusano della loro autorità o carica istituzionale per trarne privilegi; rifiutano una gestione oligarchica o clientelare del potere, logiche di scambio o pressioni indebite»? Mai un esame di coscienza, mai un ripensamento in merito alla gestione malata del territorio, mai una vera riorganizzazione dei vertici del partito.
Il diktat sembra essere solo uno: dopo una scrollatina di spalle, tenersi stretta la poltrona, resa inattaccabile da una magistratura compiacente, come ha dimostrato il caso Palamara, e da una stampa sdraiata al limite del servilismo e della distopia orwelliana. Se non ci trovassimo in un Paese ormai malato terminale, l’incontro tra Luca Lotti e Luca Palamara in quella saletta dell’hotel Champagne di Roma avrebbe avuto conseguenze ben diverse, non solo un’alzata di spalle di un partito che governa da dieci anni senza un reale appoggio elettorale.
E mentre dai giornali di regime, diventati il servizio d’ordine mediatico del Partito Democratico, si continua a urlare all’emergenza fascismo, quello stesso partito sembra aver piegato la Costituzione a suo uso e consumo. Nonostante il più elevato numero di condannati e inquisiti, nonostante gli scandali, nonostante il cattivo governo dell’Italia che ha portato all’impoverimento del Paese, nonostante i diritti costituzionali sacrificati in nome di improbabili diritti accessori, nonostante 700mila clandestini fatti sbarcare indisturbatamente nei porti italiani e l’aver concesso a organizzazioni private il subappalto dei confini nazionali, nonostante la perdita drammatica di consenso elettorale, il Partito Democratico rimane saldo alla guida dell’Italia. La morale sinistra, il nuovo viaggio infernale redatto da Francesca Totolo, vi condurrà nelle bolge dei con-dannati del Partito Democratico. Dal 26 agosto, in libreria.
Aurelio Dalmonte
Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/morale-sinistra-nuovo-libro-francesca-totolo-203203/
“Commissione Ue indecente, da noi niente Lgbt nelle scuole”: Orban mostra i muscoli
di Gabriele Costa
Budapest, 3 ago – Continua il braccio di ferro tra l’Ungheria di Orban e la Commissione Ue capitanata da Ursula von der Leyen sul tema caldo degli Lgbt. Al centro della dura polemica c’è, ovviamente, la discussa legge che vieta la diffusione della propaganda gender nelle scuole magiare. Una norma che la stampa globalista ha ribattezzato impropriamente «legge anti-Lgbt», definendola pertanto «omofoba», laddove Orban ha sempre puntualizzato che nulla c’entra con i diritti degli omosessuali, bensì con la protezione dei minori dal rischio di sessualizzazione precoce e manipolazione ideologica.
«La nostra priorità è difendere i bambini»
Dopo che Bruxelles ha minacciato pesanti sanzioni contro l’Ungheria (e la Polonia), Orban ha spiazzato tutti indicendo un referendum sulla legge anti-propaganda Lgbt, rimettendo cioè la questione nelle mani degli ungheresi. Ora, però, il primo ministro magiaro ci ha tenuto a rispondere alle accuse che gli sono piovute addosso. Lo ha fatto tramite un documento che è stato divulgato oggi su Twitter da Judit Varga, ministro della Giustizia ungherese: «L’Ungheria ha subìto un attacco senza precedenti solo perché la protezione dei bambini e delle famiglie è la nostra priorità e, a questo proposito, non vogliamo che la lobby Lgbtq entri nelle nostre scuole e nei nostri asili», ha spiegato il guardasigilli magiaro.
Orban contro la propaganda Lgbt
Per questo motivo, ha proseguito la Varga, «il governo ungherese ha risposto a questi attacchi indecenti» con il documento succitato. Qui, in aperta polemica con la Commissione Ue, l’esecutivo di Orban sottolinea come la legge anti-propaganda Lgbt non rientri affatto nelle competenze di Bruxelles. Oltre all’accusa di ingerenza, il governo di Budapest rinfaccia agli eurocrati di essere male informati sui contenuti della norma, visto che è stato dato credito – in maniera acritica – a Ong varie che li hanno riportati distorcendo la realtà. In sostanza, il documento specifica che il rapporto Ue «è viziato da pregiudizi ideologici», e le sue conclusioni sono pertanto «inaccurate e tendenziose».
Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/orban-bruxelles-legge-propaganda-lgbt-203222/
Emergenza a Lampedusa: sbarcano altri 424 clandestini
La situazione nell’hotspot di Contrada Imbriacola è sempre più drammatica
di Federico Garau
Proseguono senza sosta, ad ogni ora della notte e del giorno, gli arrivi di clandestini nel nostro Paese: tra sbarchi autonomi e salvataggi in mare sono centinaia ad ogni aggiornamento che viene effettuato dalle autorità locali.
Solo nelle ultime ore sono state ben sei le operazioni condotte dalle motovedette della Capitaneria di porto di Lampedusa e della Guardia di Finanza. Al largo della maggiore delle Isole Pelagie le forze dell’ordine hanno recuperato complessivamente 424 immigrati irregolari i quali, dopo esser stati fatti salire a bordo, sono potuti infine sbarcare sul territorio nazionale italiano. I primi 178 clandestini, tutti provenienti dal Bangladesh, sono stati individuati e raggiunti dalle motovedette della Guardia di Finanza al confine fra la Sar maltese e italiana.
Ulteriori 246 extracomunitari sono invece stati soccorsi e quindi assistiti dalla Capitaneria di porto, quando le imbarcazioni a bordo delle quali navigavano verso lo Stivale erano già in vista di Lampedusa. Una volta sbarcati sul molo Favaloro, gli immigrati irregolari sono stati sottoposti a tampone naso-faringeo ed a visita medica. A seguito delle consuete operazioni di identificazione, tutti e 424 sono finiti nell’hotspot di Contrada Imbriacola, che si trova in condizioni sempre più disperate: sono infatti oltre 1400 gli extracomunitari all’interno della struttura, a fronte di una capacità massima di 250 posti.
Le parole di Salvini
“Il tema immigrazione è nei numeri: tra il pomeriggio e la notte sono sbarcati più di 700 immigrati irregolari e altri 800 sono a bordo di due navi, una francese e una tedesca. Non penso che, dopo il Covid, ci si possa permettere 1500 sbarchi al giorno”, sbotta il leader del Carroccio al banchetto di raccolta firme per i referendum sulla giustizia a Milano.
“Mentre si chiede il Green pass per andare in pizzeria, ci sono persone che sbarcano da Paesi non vaccinati che, spesso e volentieri, scappano dai centri e girano. È un problema anche sanitario, oltre che economico, sociale e culturale”, aggiunge ancora l’ex vicepremier.“Non è un problema inventato dalla Lega: se invece di 30mila sbarchi fossimo alla quota dell’anno scorso, il problema non ci sarebbe. In tante periferie milanesi ci sono tanti immigrati regolari che si sono ben integrati, ma ci sono alcune zone con ghetti inavvicinabili anche dalle forze dell’ordine”, conclude.
DI FRONTE ALLA CRISI PANDEMICA IL CATTOLICO RISPONDE: “SANTIFICARE IL MOMENTO PRESENTE!”
di Matteo Castagna per www.informazionecattolica.it di oggi
“Mons.” Azcona: “le cerimonie con Pachamama sono uno scandalo”
Il Vescovo emerito di Marajó, in Brasile, che ha servito per più di 30 anni nelle aree amazzoniche, si è espresso contro le cerimonie svolte insieme a un’immagine riconosciuta da molti come la Pachamama, avvertendo le molteplici conseguenze negative che tali pratiche causerebbero.
Il presule, che ha una vasta esperienza di interazione e conoscenza da vicino con gli abitanti della zona, ha espresso la sua indignazione per le cerimonie con idoli che sono state praticate e le gravi ripercussioni negative conseguenti.
“È uno scandalo per milioni di cattolici nel mondo, soprattutto per i poveri, ‘i piccoli’, per gli ignoranti, ‘i deboli’ che evidentemente hanno il ‘sensus fidei’ (senso della fede)”.
Secondo il vescovo emerito in modo particolare sono stati gli indifesi dell’Amazzonia i più colpiti da questo impatto idolatrico. Hanno sentito profondamente, almeno nell’Amazzonia brasiliana, questo attacco contro la fede cristiana, contro la convinzione ecclesiale che l’unica Regina dell’Amazzonia è Nostra Signora di Nazaré, Madre di Dio, Creatore e Redentore. C’è solo una Madre, la Beata Vergine Maria e nessun’altra madre, nessun’altra Pachamama andina, nessuna Jemanjá (dea pagana).
Secondo il vescovo emerito lo scandalo è stato offerto anche agli evangelici e ai pentecostali. Anche loro, inorriditi, hanno assistito a scene di vera idolatria, “e tra shock e stupore sono ora sempre più confermati nell’errata convinzione che il cattolico sia un adoratore di idoli. E non più di santi… ma di veri demoni. In questo modo anche il dialogo ecumenico-interreligioso è stato scosso con conseguenze umanamente irreparabili e con pesanti complicazioni ecumeniche per coloro che vogliono intendere il mistero della Chiesa come ‘sacramento universale di salvezza’”.
Leonardo Motta
Così Draghi ha appena umiliato Conte
Anche il vento fa il suo giro. A Palazzo Chigi si è passati dalla tramontana di Rocco Casalino alla placida bonaccia di Francesco Giavazzi; ma è bastato il ritorno di Giuseppe Conte nella casa del Governo per far ripartire la macchina del Grande Fratello Rocco con i suoi alisei. E il retroscena sulla miniserie tv di vanità e potere dei giorni scorsi raccontata dai commessi di Palazzo Chigi vale più di mille editoriali. Strombazzato da media e social era in agenda il primo “face to face” tra SuperMario e ‘Giuseppi’, il quale rimetteva finalmente piede in quelle stanze e in quei corridoi sui quali per mesi le telecamere dei Tg lo hanno ripreso. I giornali hanno riportato che, per sembrare riservato, il Premier defenestrato è entrato dal portone secondario. Varcata la soglia, il piglio azzimato e sicuro di sempre è pomposamente tornato a galla, sgonfiandosi tuttavia subito dopo aver registrato che il Premier in carica gli aveva dato udienza, come confermano i testimoni, per appena 15 minuti.
La farsa del duo Conte-Casalino
Al contrario di quanto raccontato dalle cronache grilline, l’ex avvocato degli italiani non ha affatto sbattuto i pugni sul tavolo, ma ha dato subito il suo appoggio, come peraltro confermato dai fatti, alla riforma Cartabia. Ma qui il coupe de théâtre, frutto, sembra, di una trovata di Casalino. Uscendo dall’incontro il cittadino onorario di Volturara Appula, pare abbia chiesto sommessamente al padrone di casa, che è rimasto basito, se poteva usufruire di un salottino riservato per fare delle telefonate urgenti. A chi? Forse alla deliziosa compagna Olivia alle prese con le beghe familiari? Al povero generale Vecchione, ex super capo del Dis caduto magari in depressione? O, chissà, al suo vecchio amico Trump che gli aveva regalato un endorsement, sia pur storpiandogli il nome di battesimo? Con chi si sia intrattenuto non lo sapremo mai, anche se in realtà, più che stare al telefono, sembra abbia solo camminato per la stanza, riavvolgendo il nastro dei suoi ricordi, quando gli italiani aspettavano per ore lui e i suoi incomprensibili Dpcm. Pare che quello del salottino sia stato solo uno stratagemma per allungare i minuti del breve incontro con SuperMario
Ecco, quindi, entrare in scena l’arte di improvvisazione teatrale di Rocco, degna della serata finale del Grande Fratello, et voilà: le telecamere ci offrono l’ex Premier che finalmente lascia il Palazzo attraverso lo scalone d’onore, percorre il cortile, supera il portone principale con il saluto d’ordinanza del corpo di guardia. Mentre Rocco e i suoi fratelli facevano battere dalle agenzie la versione stellare dell’incontro-duello con SuperMario: un’ora e un quarto serratissima, in cui si è ribadita la durezza e la chiarezza delle posizioni del fu presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per gli amici italiani Peppino e per quelli statunitensi, finiti anche loro male, Giuseppi.
Dal metodo Casalino al Giavazzismo
E invece Draghi, magnanimo, gli ha lasciato i titoli di coda, ben sapendo che né Conte né i 5S non pensano proprio a far cadere il Governo. Pronti a tutto, pur di sopravvivere, anche se la maggioranza dei parlamentari pentastellati detesta ormai l’ex avvocato degli italiani puntando sull’accoppiamento vincente Grillo-Di Maio. Ma se Casalino e Conte sono passati dalle reti unificate in prima serata allo spazio di una telenovela pomeridiana, chi sguazza ora a Palazzo è l’illustrissimo professor Francesco Giavazzi che usa la sua scrivania come una cattedra universitaria. Ha sostituito gli studenti con manager in cerca di gloria, forte della fiducia accordatagli dal suo Rettore Magnifico Draghi. Ottenuta carta bianca, è nata così quella corrente tecnico-politico-culturale che sarà ricordata dai posteri come il Giavazzismo.
A coloro i quali in passato avevano intrattenuto rapporti minimamente cordiali con i leader politici è stata chiesta un’immediata e perpetua abiura, peraltro prontamente concessa. Tra i primi a beneficiare del nuovo corso, il fido Dario Scannapieco che già poteva vantare una pluridecennale frequentazione con il fulgido rettore. Il nuovo amministratore delegato di CDP, sommerso da carte, per farsi un’idea visto che ha bloccato ogni progetto, ha provveduto immediatamente a nominare come suo capo di staff Fabio Barchiesi, che era al centro medico del Coni, dove da sempre, appunto, si tengono a battesimo, com’è noto nei circoli economici che contano, piani di sviluppo ed aggregazioni industriali. La Nazione può essere quindi sicura che in Cassa Depositi e Prestiti la salute dei dipendenti sarà sempre al primo posto.
Proseguendo nella sua frenetica opera di modernizzazione del Paese, l’illuminato Giavazzi, tra una corsa quotidiana alle sei del mattino a Villa Borghese e una siesta pomeridiana, ha poi attinto alla sua cerchia di consolidate relazioni nel mondo accademico, soprattutto di quelle che lo hanno sostenuto quando, incompreso, spiegava le sue teorie economiche che avevano un unico pregio: non si realizzavano mai. Uno dei più fedeli sostenitori del Giavazzismo, il professor Marco Leonardi, è stato puntualmente nominato come capo Dipartimento alla Programmazione Economica di Palazzo Chigi, da dove potrà vigilare sulle scelte di politica economica dell’Italia mentre pare mantenga la sua cattedra di Economia politica a Milano. Ed i partiti ed il Parlamento stanno a guardare.
Ma non è che di questo passo gli italiani si stancheranno dei professori e chiederanno a gran voce perfino il ritorno di Rocco e i suoi fratelli per un remake de La Pupa e il Secchione? O scendano davvero in piazza per chiedere finalmente le elezioni alla fine di questo ormai anacronistico semestre bianco?
Luigi Bisignani, Il Tempo 1° agosto 2021
DA
Il Pensiero Leghista: alla scoperta della “filosofia” del Carroccio
Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, la prefazione di Emanuele Ricucci al libro di Andrea Rognoni “Il pensiero leghista. Storia e prospettive delle idee della Lega, dalle origini a oggi” (Italia storica, 2021, 282p, 18€)
Se mi avvicino alla Lega cosa accade? Morde? La posso accarezzare? Verrò risucchiato come Euridice nella voragine infernale? L’encomiabile lavoro di Rognoni, che si propone di giustificare la maturità e il senso di un’appartenenza, riuscendoci, è necessario nella sua bontà per imparare a cogliere l’opportunità di generare conoscenza attorno a un partito che, a detta dei sondaggi, è pronto a governare l’Italia: la Lega di Matteo Salvini. Dopo tanta sciatteria e deficienza politica, un miracolo per miracolati, apparso con la “rivoluzione peggiorativa” del Movimento Cinque Stelle, leggendo Rognoni si ha la possibilità, tra tante produzioni sul tema, troppo spesso utili all’ingrasso dell’Ego di chi le scrive, di concepire che la Lega non è, e non fu, un grumo incontrollato di istinti primitivi e antidemocratici – salvando il residuo dibattito dalle bocche bavose delle bestie della generalizzazione, dell’ideologizzazione di qualsiasi cosa si muova non nella loro direzione -, il movimento degli intellettuali italiani, né la resurrezione della destra nazionale; al contempo, leggendo le pagine di Il pensiero leghista, si può cominciare ad avere la percezione di cosa la Lega sia, di come si sia plasmata, di quali siano i patres patriae del Carroccio, del perché dal secessionismo si sia passati al sovranismo, piccole identità, grandi identità, di cosa abbia spinto uno dei più longevi movimenti italiani – la Lega nasce nel 1990 e perdura, seppur mutante –, a transitare dal bossismo al salvinismo, di quale influenza abbiano avuto Miglio, Oneto o Borghezio, se la Lega sia più riconducibile, nell’interezza della sua storia, alla destra, alla sinistra o a entrambe, quali siano le sue radici eticopolitiche, le risposte e le proposte della filosofia leghista su temi di ordine sociale, storicoculturale e metapolitico. Insomma, la Lega nuda, le ossa mischiate, il corpo ricomposto, la profonda mente, l’originaria e contemporanea ispirazione. Una proposta densa e intelligente questa, che appare nell’epoca dei libri intervista ai leader, santificazione della vanità, o delle invettive acchiappa consenso che, però, compiono un percorso: provocazione senza traduzione nella direzione della demolizione. Tutti sono nessuno e nessuno riesce a capire.
Dunque a Rognoni, ancor prima di leggere le fitte pagine che si annodano, senza mai avvitarsi su se stesse, dedicate alle radici culturali della Lega, va un ringraziamento, poiché capace, dopo tanto abbaiare mediatico e politico, di riempire un contenitore, dare un’applicazione a una forma, proporre una coltivazione di se stessi agli uomini folla, involuzione degli uomini massa, che possa riattivare un ragionamento sopra le cose, una conoscenza, e non la percezione di essa che genera il nozionismo, quel vizio misero del cittadino globale di cucinare una minestra di emozioni, suggestioni, sensazioni che nasce da un perverso e frettoloso accoppiamento col reale, dall’acquisizione quotidiana, ovvero, e nella fretta impastate, di informazioni spezzettate, prese un po’ dai talk show, un po’ dalla parola santa del leader di turno, un po’ dai social, un altro po’ dai quotidiani online, che non riesce né a digerire, né ad approfondire, ma su cui esso fonderà le sue opinioni, totalmente avulse dal filtro di un pensiero critico.
Ben fatto Rognoni! Chiunque sia capace di questo, come un amanuense, riuscirà a imbrigliare il caos, allontanare il caso, compiere un atto di responsabilità verso la storia presente e, magari, a portare a termine la propria missione.
Intelligo ergo sum, comprendo quindi esisto, oggi, se non si vuole finire replicanti sterilizzati, impossibilitati a reagire, numero e produzione, ologramma di un uomo (integro), cittadino de iure, suddito de facto, arrotolato in un rapporto surreale con il reale, ogni giorno offerto dalle contraddizioni della politica, dalle perversioni e dalle follie del progressismo più spinto con le sue pretese “ideologiche” e dalla fantasia dei media. Comprendo quindi esisto, non sono un ritardo, un imprevisto, un errore di progettazione, né la fantasia di un mondo incivile e impolverato da estinguere, poiché alternativo all’imposto, non sono un errore di produzione, non sono l’esperienza residua, non sono un aborto.
Sperando di essere in qualche maniera utile al lettore, e proprio per il rispetto dovuto al lavoro di Rognoni, mi permetto di condire il gustoso pasto che questa riflessione offre, indicando un ultimo, piccolo, ma essenziale, scenario su cui leggere il futuro: quello antropologico, se così possiamo definirlo. Starà al lettore, ben sospinto dall’autore, attivare il proprio pensiero critico e ragionare sopra le cose della Lega, collocandola, comprendendone il percorso e le radici, valutandola o rivalutandola. Ma sarà la Lega che dovrà rispondere a qualche quesito, alla luce della propria figura di protagonista politico e di rappresentante, forse massimo, di quello che definiamo sovranismo: riuscirà la carne e la mente della Lega a evolversi rispetto a un mero stato febbricitante, a un populismo effimero, maturando in un movimento culturale, ora che abbiamo constatato l’esistenza, tra le pagine che fra poco leggerete, di una spina dorsale ideale, composita e complessa? Riuscirà la Lega, e quindi il sovranismo di cui si fa portabandiera, a ergersi rispetto a una mera reazione antiallergica alle follie del progressismo, del globalismo? Solo così troverà salvezza e rappresentazione nel mondo reale, e non solo in quello ideale, solo così potrà contaminare il tempo e non solo garantire la gratificazione istantanea di chi la segue. E, soprattutto, showdown: giù le carte. La Lega, e per esteso il movimento sovranista che anch’essa incarna, ed ecco la vena antropologica essenziale, che uomo vuole? Anzitutto, che rapporto vuole avere il sovranismo col proprio uomo? Mi sarà concesso un breve, ma necessario, approfondimento in merito.
Sveliamo le carte. Non potrà andar lontano se l’agglomerato movimentistico sovranista attuale avrà interesse nel continuare ad avere in seno un elettore, un cittadino, un uomo perfettamente conforme al vivere odierno. Un uomo-folla che si nutre di emozione – la quale viene eletta a metro esclusivo di giudizio del reale –, il conformista perfetto, l’elettore traditore che si venderebbe anche la madre pur di sostenere chiunque riesca a garantirgli le proprie necessità di sopravvivenza, che passerebbe sopra a qualsiasi contraddizione e tradimento – la recente, psicotica ed infantile parabola del Movimento Cinque Stelle lo denota con gusto – , pur di proseguire la propria gratificazione istantanea, che vive condannato alla dittatura dell’immagine e della percezione. Certamente, è la modalità, la forma dell’uomo dell’oggi che garantisce il consenso. A me, però, piace intendere il sovranismo, e conseguentemente gli atti dei movimenti capaci di rappresentarne “l’essenza” come una restaurazione umana, atto di recupero del controllo, della sovranità umana innanzi all’attacco del pensiero globalista alla più profonda identità umana che garantisce una determinata integrità – sessuale, spirituale, social, et cetera -, e non solo come un voto da esprimere per liberarsi, forse e momentaneamente, da ciò che opprime. E dunque, a partire da questo, in un lento processo, il gotha sovranista, i leader, le strutture, le meccaniche sovraniste, in primis quelle della Lega, o disintossicheranno lentamente i propri uomini, abituandoli a una nuova forma di coltivazione, o saranno esattamente, conformisticamente, parte del tempo. E quindi fuori dalla partita, tagliati fuori dal tempo, se non dal consenso istantaneo, per sua natura fugace, dai professionisti del conformismo belante.
E a questo punto perché e come il sovranismo dovrebbe fare la differenza, essendo esattamente uguale al resto del mondo, se non per meri scopi di speculazione politica, esattamente come tutto il resto dell’arco costituzionale contingente?
Un qualcosa che, orteghianamente, sia come tutto il mondo e sia felice di esserlo, sviluppando medietà.
Il sovranismo non può essere la forma di governo della mediocrità, promettendo liberazione. Non può alimentare mediocrazia. L’uomo sovranista, o l’uomo sovrano di se stesso, deve distinguersi, deve essere parte consapevole, vivo, acceso, lucido dell’emancipazione dal conformismo. Ma questo sogno di zucchero si scioglie presto se non si realizza una volontà formativa, o se la volontà formativa si subordina a quella speculativa, specie nell’epoca dell’estremo culto del capo, della personalizzazione e della leaderizzazione, appunto, di quel movimento/esercito personale che, come bande mercenarie rinascimentali, galoppa dal nord al sud alla ricerca di consegne.
Seguaci, non segugi.
E allora, occorre compiere uno sforzo, a cui anche la Lega non può sottrarsi. Lo sforzo, anzitutto, di “rieducare” il proprio elettorato alla militanza e alla cultura (politica), e non solo a ritwittare il capo; un percorso di depurazione, che non è perdita di contatto col leader, ma un modo rinnovato di interpretare l’appartenenza, di essere partecipante appartenenza – combattendo col coltello fra i denti quell’illusione di partecipazione globale che è propria del mondo odierno –, ad esempio, e non un segnale di gradimento virtuale, likes da sommare, prevedibile compitino che alimenta la sondaggiocrazia. Va ripreso urgentemente il territorio. E il territorio lo fanno gli uomini che traducono in una sintesi i grandi sistemi di pensiero applicati alle necessità quotidiane. Un percorso di rappresentanza “fisica” che si palesa ancor più quando il sommo leader fugge tra le piazze a fare campagna elettorale, continua, esasperante, imperterrita campagna elettorale.
Il sovranismo dovrà curare il rapporto col proprio uomo, ora, che è “quotato”, ora che è ancora magma ribollente, più di sempre.
Dovrà curarlo a partire dall’intelligenza, nella sua radice più salda; non dovrà fornirgli solo le risposte o un vespasiano, ma un metodo di comprensione e lettura del mondo e del presente, se vorrà assurgere a movimento culturale.
Dare una dimensione di coltivazione all’uomo sovranista, utilizzando quegli strumenti che già sono parte fondante della forma dell’uomo-folla, ma in senso positivo e costruttivo, approfittare della vigente emozione pubblica per tornare a generare militanza, partecipazione fisica e culturale, non solo emotiva, riempiendo un contenitore effimero e istintivo come la delega all’emotività per vivere il mondo, per lanciare incipit di coltivazione che non sia solo il parere su una determinata questione postata da commentare, il tweet del denigratore del capo da commentare in difesa del regno e poi da condividere o, peggio ancora, una piattaforma virtuale con cui portare un dj a fare il Ministro.
Un popolo unito su chiamata e dalla rabbia: per questo l’educazione selfistica a cui ci ha abituati Matteo Salvini, ad esempio, va fortemente riformata, ma non eliminata. Non bisogna essere fuori dal tempo, ma occorre rivedere il modo di starci dentro. Il sovranismo deve poter permettere il controllo della rabbia sociale che esplode, non solo fornendo promesse di rivalsa – “se mi voterai, italiano, tornerai ad essere priorità” –, deve compiere lo sforzo di formare uomini, non replicanti acefali o ciechi della volontà del capo; soldati culturali, presidi territoriali di pensiero e di ragionamento sopra le cose, indirizzare. Se il gran capo richiamasse, per dire, alla frequentazione della nutrita editoria che anima il mondo “sovranista”, senza distinzioni ma puntando ai contenuti, o comunque che condivide con esso visioni simili al suo agire politico, “ideale”, sulla Nazione, sull’identità e sulla storia nazionale, da proseguire e tutelare, sul presente di reazione al globalismo, al migrantismo come perfetta dinamica dell’uomo odierno sempre in movimento poiché capace di essersi tagliato le radici con la lametta, et similia, il più minuto uomo-folla che ancora popola il populismo da rissa in discoteca, avrebbe un incipit “nuovo”, rispetto al piatto di maccheroni postato del capo, su cui coltivarsi.
Se il capo lo vuole, la pancia risponde.
Non un residuo dei partiti di massa, non un ritorno all’antico, ma un concepimento degli strumenti adatti alla necessità di ripensare l’etica e l’estetica dell’azione sovranista.
Dunque la Lega che uomo vuole per contaminare e funzionare nel tempo? Nella coltivazione di se stesso, come raccolto di esperienze, studi, visioni, ragionamenti, dubbi e certezze, letture, constatazioni, intuizioni, che generano un pensiero critico, lucidità, capacità di ragionare sopra le cose e non essere passivi di fronte ai ritmi della politica e alla lingua dei media, (soprattutto) oggi, sta il militante. Chiusa la sezione e aperta la piazza virtuale, constatata la complessità e la velocità dello svolgimento dei processi di governo comune, condannati a morte i programmi politici, è impossibile pensare il militante di oggi come quello di ieri. Il militante dell’oggi è parte di una palestra di vita, dovrà essere un presidio “culturale” individuale, semovente; egli porterà con sé la convinzione nella propria visione del mondo, esistendo oltre la delega politica, combattendo la corruzione che questo mondo vuole imporgli, contrastando la rete di ricatti, di facilitazioni ad uso personale, di difficoltà e miseria, di incoerenze che il sistema, come bassofondo londinese ottocentesco, pone a ogni angolo; assumendosi responsabilità, combattendo l’insistente canto delle sirene che lo chiamano a depotenziare se stesso in nome di un paradiso terreno con sette vergini disponibili e fiumi di latte e miele – un tempo sarebbe bastato chiamarlo posto fisso… Il militante di oggi cerca una nuova modalità di aggregazione che dai luoghi passa al pensiero, divenendo egli stesso il luogo. L’integrità è il luogo del militante: nella propria integrità egli si rinnova e prosegue. Non è più, o raramente, il luogo fisico, infatti, a essere coesione, ma è solo lo stesso sentire ideale che avvicina militanti costretti a muoversi nei nonluoghi del neoreale, schivando fake news, combattendo la disinformazione, coltivando se stesso alla lettura, al rapporto col tempo per studiare e sentire le pulsazioni aritmiche dell’esistenza, nella ricerca di una reazione, nella fermezza della presa di posizione, nella capacità di sviluppare un proprio pensiero critico.
Un percorso di militanza contribuisce a una coltivazione complessiva della coscienza critica dell’uomo, eleva il cittadino, rende consapevole l’elettore, e conduce a frenare il nozionismo, l’aggregazione frettolosa e onanistica dei frammenti del presente rubacchiato qua e là tra un talk show, una mezza verità, il post del Capo e un articolo di un giornale online, che non permette, come abbiamo visto, la composizione di una sufficiente immagine culturale. Per questo per ogni uomo ci vuole un militante, perché sarà lui a costruire il voto. Egli incarnerà l’estrema provincia dell’impero, l’ultimo bastione, l’ultimo presidio che, certamente, dovrà attivarsi al richiamo di un leader, dopo averne attentamente verificato la compatibilità, ma che non deve vivere completamente in standby, pendendo dalle sue labbra. Mitocondri formati che devono costruire sulla base di una visione culturale d’Italia e dell’uomo stesso. I militanti odierni non possono accendersi e spegnersi al segnale del capo. Coltiveranno una visione del mondo utile a contrastare il tentativo di estinzione degli uomini e delle società degli uomini, in favore dell’epoca dei replicanti, identificando una sintesi nel sogno di un movimento unitario che sappia coltivarsi o, al momento, nella parte politica di sovranismo che maggiormente si avvicina a ciò che rappresenta quella loro coltivata speranza, affinché si possa imporre con le armi della politica. Costui dovrà essere prima di tutto la prossimità, il territorio, dovrà ricostruire, sui propri dettami, il tessuto umano, ancor prima di andare a brancolare nei massimi sistemi.
Non è più tempo di bluff e conformismo, prossimi all’estinzione di una determinata visione del mondo che a destra ha sempre prosperato.
Sulla base di tutto questo, la Lega non dovrà commettere sciocchezze già viste e ingoiate a forza dal centrodestra. Dovrà superare i suoi antichi vizi, i nepotismi e le guerre interne, i favoritismi e il feudalesimo eterno, dei piccoli signorotti locali che costituiscono insulse bande e che frammentano consensi e intelligenze, esponendo tutti al rischio. Dovrà imparare ad occupare spazi, dal più minuto paesello, sino ai luoghi del potere giudiziario e culturale. Dovrà imparare a tradurre e non solo a mostrarsi, engagez-vous, non solo generare apostoli del martirio.
Corrente ascensionale, luccichio. Una prova di maturità, scritta e orale. Guardiamo e speriamo.
Ma ora, back to basics. Buon Rognoni a tutti.
DA
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