Come le multinazionali fanno piovere montagne di soldi sulle lobby Lgbt

Condividi su:

Ormai è risaputo che ci siano degli stretti legami tra alcune multinazionali e le lobby gay. Peraltro non si spiegherebbe diversamente come una così ristretta minoranza sia riuscita in pochi anni a dominare di fatto la scena politica, economica e mediatica di gran parte del globo.

La Arcus Fondation è una delle multinazionali in questione, che si fa passare per ente di beneficenza e che, di fatto, sostiene la causa LGBTQ.

Fondata da Jon Stryker, dichiaratamente gay, nipote di Homer Stryker, chirurgo ortopedico, a sua volta fondatore della Stryker Corporation che ha sede a Kalamazoo, nel Michigan. Nel 2018, la Stryker Corporation ha venduto $ 13,6 miliardi di forniture chirurgiche e software. Jon è diventato erede di questa immensa fortuna.

Così ha pensato bene di fondare l’organizzazione in questione e metterla a servizio della comunità LGBT, sfruttando la sua fama. Solo per fare alcuni esempi, Arcus, tra il 2016 e l’aprile 2021 ha investito quasi 74 milioni di dollari in “promozione della giustizia sociale”. In realtà si trattava semplicemente di iniziative dirette alla promozione dell’ideologia gender.

Infatti, già nel 2015, Stryker aveva ideato niente meno che un movimento politico per promuovere l’ideologia gender nel mondo, donando milioni a piccole e grandi realtà. Tra cui, degna di menzione, è sicuramente ILGA, un’organizzazione LGBT impegnata nella diffusione del “verbo” della fluidità di genere, in Europa e in Asia Centrale; ma va citata anche Transgender Europe, che dà voce alle comunità trans in Europa e in Asia. A sua volta, Transgender Europe avrebbe finanziato gruppi più piccoli come TENI, Transgender Equality Network Ireland.

E sì, perché, secondo uno schema “a pioggia”, diversi beneficiari di Arcus sarebbero riusciti a loro volta ad erogare denaro ad altre associazioni, fingendo semplicemente di fare squadra.

Un classico è quando i promotori dell’ideologia trans fingono un’alleanza con alcuni movimenti affini, piuttosto affermati, in modo da sfruttare la loro fama: per esempio i movimenti gayfriendly.

Ma sciami di denaro si muovono anche in direzione dei media, in particolare, verso le organizzazioni coinvolte nel giornalismo o nella produzione di film documentari, ovvio che lo scopo di Arcus, in questo caso è quello di assicurarsi una copertura mediatica adeguata.

Tutto questo per dire che non siamo di fronte ad una “minoranza perseguitata”, come vorrebbe farla passare il mainstream, ma ad un vero e proprio colosso finanziario e ad un’operazione culturale letteralmente “chirurgica”, in quanto studiata, con precisione, nel dettaglio, che si basa su veri e propri meccanismi di manipolazione da parte di un elite, per promuovere una concezione del sesso totalmente ascientifica e talmente falsa, da aver bisogno di ingenti quantità di denaro per essere imposta.

Fonte: https://www.provitaefamiglia.it/blog/come-le-multinazionali-fanno-piovere-montagne-di-soldi-sulle-lobby-lgbt

Bergoglio e Marx: lo stano caso delle dimissioni rifiutate

Condividi su:

L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Leonardo Motta

Il teologo svizzero Gregor Maria Hoff si dice inorridito dalla decisione di Jorge Mario Bergoglio di non accettare le dimissioni del cardinale Reinhard Marx e mantenerlo come vescovo di Monaco e Frisinga.

Dopo aver ricordato che il porporato ha ammesso la propria colpa nella gestione degli abusi sessuali, sostiene che Bergoglio perde ogni autorità morale mantenendo lo status quo del cardinale tedesco. Ritiene anche che tutto sia stato uno spettacolo, una messa in scena disordinata.

Il professore e teologo svizzero si è dichiarato “scioccato” e “stordito” dalla decisione. Roma, secondo il teologo, si è dimostrato “ancora una volta di non avere nessuna chiara prospettiva di azione di fronte alla crisi degli abusi e alle sue conseguenze”.

Il cardinale Marx aveva ammesso la sua colpa personale e il fallimento sistemico ed era disposto a sopportarne le conseguenze, ma ora Francesco “mantiene lo status quo”.

“Chi accetta la pubblicazione della richiesta di dimissioni del cardinale, si riserva il tempo per la decisione, e poi respinge le dimissioni dopo meno di una settimana, agisce nel migliore dei casi in modo disordinato. Ma se c’è una strategia dietro la corrispondenza da Roma, è disastrosa quanto la precedente politica di chiarificazione nel complesso sugli abusi cattolici”, ha dichiarato Hoff, che parla di un “fallimento sistemico nella guida della Chiesa”. Si mantiene in carica Marx e ora rischia la deposizione il vescovo ortodosso Woelki. “Ed è proprio questo che rende visibile il totale fallimento del sistema”. A quanto pare, in Vaticano non hanno capito la profondità della crisi “e non sembra esserci alcun pensiero su cosa significhi questa decisione dal punto di vista delle vittime”. Per questo, secondo Hoff anche se Francesco non ha accettato le dimissioni, “l’asticella dell’autorità apostolica è stata fissata da Marx”. D’ora in poi, ha detto, “determina il livello di trattamento degli abusi nella Chiesa cattolica”!

Castagna a Telenuovo: “lo Stato laico non si intrometta nella dottrina della Chiesa!”

Condividi su:

di Redazione

Il nostro Responsabile Nazionale di Cristus Rex Matteo Castagna è stato ospite Mercoledì 9 giugno 2021 alle 12.45 de il “Rosso&Nero” su Telenuovo, invitato dal conduttore Mario Zwirner.

Si è parlato di attualità, economia, politica, lavoro, Chiesa e discriminazioni…:

https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fplay.telenuovo.it%2Frosso-e-nero%2Ftit-13115732%3Ffbclid%3DIwAR3oZb78BB6hqwk-s3WOF9qEZF8k4rnOvsWuTuBpQ1uIFeMCcC55s16TTtA&h=AT35LD0c8fpPFbwlgRoTSZuMKpsJ0AZubAyj8sMAd4UpySzxCoMceXZ-JPND9vTpdaW1dzjt-644URDAkbcv4PPw8VTBgki5pEboU6o9nE6I83Az2-dzfI9R4RGyhbh9VkcF&__tn__=H-R&c[0]=AT1VqcqD2aQPaM3e7jxgRuf4Hc9QNRRsN3g3T0km2SLC4tGAAg7gwpagn8PzhgZrpPQSu74PhVnypG1kZjpDu4D7CgJ2iSWttDG1ODxnSZk5bBEL6T3rYKd-0DYCT6jvkeXGSTqD1_eWceKMF4cA749X

Obiezioni e risposte: Una religione vale l’altra!

Condividi su:

Segnalazione di Sursum Corda

sul sito è disponibile il numero 233 del giorno 6 giugno 2021. Il settimanale si può scaricare gratuitamente nella sezione download dedicata ai soli Associati e Sostenitori. Per destinare il 5×1000 a Sursum Corda cliccare qui.

– Comunicato numero 233. Obiezioni e risposte:  Una religione vale l’altra!;
– Fatima e la peste del socialismo (libro pdf di Mons. Spadafora);
– Il Sillabo di Pio IX commentato da Mons. Pietro Rota;
– Medicina e Religione (libro pdf del Dott. Henry Bon);
– Primi albori della Repubblica italiana;
– Padre Pio e i papponi di Dio (libro pdf di Luciano Cirri);
– Orazione a San Bonifacio, Vescovo e Martire (5.6);
– Preghiera a Maria Ausiliatrice (24.5);
– Preghiera a San Beda il Venerabile (27.5);
– Preghiera a San Filippo Neri, Confessore (26.5);
– Preghiera a San Francesco Caracciolo, Confessore (4.6);
– Preghiera a San Gerardo, Vescovo (30.5 e 30.10);
– Preghiera a San Giovanni I, Papa e Martire (27.5);
– Preghiera a San Gregorio VII, Papa e Confessore (25.5);
– Preghiera a San Norberto, Vescovo (6.6);
– Preghiera a Sant’Agostino di Canterbury, Vescovo (28.5);
– Preghiera a Sant’Angela Merici, Vergine (1.6);
– Preghiera a Sant’Erasmo, Vescovo e Martire (2.6);
– Preghiera a Sant’Urbano, Pontefice (25.5);
– Preghiera a Santa Clotilde, Regina (3.6);
– Preghiera a Santa Giovanna d’Arco, Vergine (30.5);
– Preghiera a Santa Maria Maddalena de Pazzi (29.5);
– Preghiera a Santa Petronilla, Vergine (31.5);
– Preghiera ai Santi Marcellino e Pietro, Martiri (2.6);
– Preghiera per la Festa di Maria Regina.

 

L’idiozia come reato penale

Condividi su:

QUINTA COLONNA

di Federico Zamboni

Fonte: Il giornale del Ribelle

L’ultima sortita è di Michela Murgia: un articolo per l’Espresso in cui, nelle parole al plurale che terminano in “i”, si sostituisce la desinenza con una pseudo vocale che va sotto il nome di schwab e che consiste in una “e” ribaltata, che si scrive così: ə. Il problema, in linea con le crociate del politically correct e delle rivendicazioni gender, starebbe nel fatto che quella “i” sarebbe prettamente maschile. Pertanto inadatta – anzi offensiva, sopraffattoria e, brrrrrr, patriarcale – quando il termine riguardi sia maschi sia femmine. Nonché, si intende, gli individui di incerta e instabile collocazione tra le due (arcaiche…) alternative. Quali appunto i cosiddetti fluid gender. O se preferite “ə cosiddettə fluid gender”.

La cosa, al pari delle innumerevoli altre sciocchezze di questi fan dell’egualitarismo fittizio, farebbe solo ridere. Se non fosse che loro insistono. E che le loro smanie si stanno diffondendo. E che c’è il fondato rischio che o prima o dopo, con la solita scusa dell’odio e della discriminazione, arrivi qualche legge che le ratifichi e le trasformi in obblighi. Con tanto di sanzioni. La replica sarebbe elementare, di per sé: a Miché, quelle “i” non sono davvero maschili. So’ neutre. Su, gentilissima lady Murgia, che se ti impegni puoi riuscire a capirlo: in italiano il neutro non è previsto esplicitamente, ma interpretarlo come tale è lasciato all’intelligenza – quando c’è – di chi legge o ascolta.

Esempiuccio: chi appartiene al personale carcerario non è che cambi sesso a seconda di come lo si definisce. Se dici “guardie” non diventano femmine all’unisono (festa grande nei bracci maschili, colmi di delinquentacci rozzi e pertanto, verosimilmente, a maggioranza etero). Se viceversa dici “secondini”, o “agenti”, non diventano, o ridiventano, tutti maschi. Ci vuole tanto, ad afferrare il concetto (con la o)? O l’idea (con la a)? Pare di sì. E una legge, forse, andrebbe fatta su questo. L’idiozia come reato penale con reclusione prolungata fino all’eventuale rinsavimento. Ma di questi tempi, ahinoi, le prigioni scoppierebbero.

25 aprile sempre più rosso: la sinistra ci impone Bella ciao

Condividi su:

di Matteo Carnieletto

La sinistra propone di rendere obbligatoria Bella ciao durante il 25 aprile. Ma si dimentica che questo inno non fu mai cantato durante la Resistenza e che l’Italia la liberarono gli americani

La proposta di legge depositata alla Camera dai deputati di Partito democratico, Italia Viva, Movimento 5 Stelle e Liberi e Uguali è semplice: far diventare Bella ciao l’inno istituzionale del 25 aprile, da cantare subito dopo quello di Mameli. Lo riporta l’Adnkronos. In questo modo “si intende riconoscere finalmente l’evidente carattere istituzionale a un inno che è espressione popolare – vissuta e pur sempre in continua evoluzione rispetto ai diversi momenti storici – dei più alti valori alla base della nascita della Repubblica”. E ancora: “Nello specifico, pertanto, con l’articolo 1, comma 1, si prevede il riconoscimento da parte della Repubblica della canzone Bella ciao quale espressione popolare dei valori fondanti della propria nascita e del proprio sviluppo. Il comma 2 dello stesso articolo stabilisce, inoltre, che la canzone Bella ciao sia eseguita, dopo l’inno nazionale, in occasione delle cerimonie ufficiali per i festeggiamenti del 25 aprile, anniversario della Liberazione dal nazifascismo”. E questo è tutto.

Il problema è che i firmatari di questa proposta di legge dimenticano una cosa importante: Bella ciao non fu mai cantata durante la Resistenza. Giorgio Bocca, non certo un pericoloso reazionario, disse: “Nei venti mesi della guerra partigiana non ho mai sentito cantare Bella ciao, è stata un’invenzione del Festival di Spoleto”. Il riferimento è a quando, nel 1964, il Nuovo canzoniere italiano propose l’inno partigiano al Festival dei due mondi, consacrandolo così in maniera definitiva. Certo, c’è chi sostiene, come Alessandro Portelli sul Manifesto, che questa canzone fosse l’inno della Brigata Maiella e che sarebbe stata cantata fin dal 1944. Ma la realtà è un’altra, come ricorda Il Corriere della Sera: “Nel libro autobiografico di Nicola Troilo, figlio di Ettore, fondatore della brigata, c’è spazio anche per le canzoni che venivano cantate, ma nessun cenno a Bella ciao, tanto meno sella sua eventuale adozione come ‘inno’. Anzi, dal diario di Donato Ricchiuti, componente della Brigata Maiella caduto in guerra il 1° aprile 1944, si apprende che fu proprio lui a comporre l’inno della Brigata: Inno della lince“. I canti dei partigiani erano altri, come Fischia il vento, per esempio. Oppure Risaia. Ma Bella ciao proprio no. Ricorda infatti l’AdnKronos che questo inno non compare in alcun testo antecedente gli anni Cinquanta: “Nella relazione vengono anche presentati alcune esempi di raccolte di canzoni (come il Canta partigiano edito da Panfilo a Cuneo nel 1945 e le varie edizioni del Canzoniere italiano di Pasolini) o riviste (come Folklore nel 1946) nei quali il testo di Bella ciao non compare mai. La prima apparizione è nel 1953, sulla rivista La Lapa di Alberto Mario Cirese, per poi essere inserita, proprio il 25 aprile del 1957, in una breve raccolta di canti partigiani pubblicati dal quotidiano L’Unità“.

Chi ha liberato l’Italia

Presentando questa proposta di legge, Laura Boldrini ha affermato che Bella ciao ci ricorda che “la resistenza non fu di parte, ma un moto di popolo, che coinvolse tutti coloro che non ritenevano più possibile vivere sotto una dittatura: un moto eterogeneo. Fecero parte della resistenza comunisti, socialisti, azionisti, liberali anarchici quindi essendo Bella Ciao un canto della Resistenza ed essendo stata questa un moto di popolo è giusto che diventi un inno istituzionale, espressione popolare dei più alti valori alla base della nascita della Repubblica”. Non fu così. La resistenza non fu affatto un moto di popolo. Non si schierarono milioni di italiani contro poche migliaia di fascisti. Entrambi i fenomeni – sia quello della Resistenza sia quello della Repubblica sociale – mossero poche centinaia di migliaia di persone, come ricorda Chiara Colombini in Anche i partigiani però… (Laterza). Alla prima aderirono poco più di 130mila persone, alla seconda poco più di 160mila. In mezzo oltre 40 milioni di italiani. Non si registrò dunque nessun movimento di popolo né dall’una né dall’altra parte. Ha però ragione la Boldrini quando afferma che la Resistenza fu un fenomeno eterogeneo in cui erano presenti diverse anime. Tra queste, quella certamente prevalente era quella comunista che aveva un obiettivo molto chiaro: sostituire una dittatura con un’altra. Lo aveva capito bene Guido Alberto Pasolini, fratello di Pier Paolo, che dopo aver combattuto i tedeschi fu ammazzato dai partigiani rossi: “I commissari garibaldini (la notizia ci giunge da parte non controllata) hanno intenzione di costituire la repubblica (armata) sovietica del Friuli: pedina di lancio per la bolscevizzazione dell’Italia”.

Se ci fermiamo ai numeri, poi, notiamo che essi sono impietosi. Li ricorda Maurizio Stefanini sul Foglio: “Il 18 settembre 1943 i partigiani erano in tutto 1.500, di cui un migliaio di ‘autonomi’: bande di militari nate dallo sfasciarsi del Regio esercito, che si collegheranno poi in gran parte con la Democrazia cristiana o il Partito liberale. Nel novembre del 1943 sono 3.800, di cui 1.900 autonomi. La sinistra diventa maggioritaria nel 1944: al 30 aprile ci sono 12.600 partigiani, di cui 5.800 delle Brigate Garibaldi, organizzate dal Pci; 3.500 autonomi; 2.600 delle Brigate Giustizia e Libertà del Partito d’Azione; 600 di gruppi più o meno esplicitamente cattolici. Per il luglio 1944 c’è la stima ufficiale di Ferruccio Parri che per conto del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (Clnai) stima 50.000 combattenti: 25.000 garibaldini, 15.000 giellisti e 10.000 autonomi e cattolici. Bocca vi aggiunge un 2.000 tra socialisti delle Brigate Matteotti e repubblicani delle Brigate Mazzini e Mameli. Nell’agosto del 1944 si arriva a 70.000 e nell’ottobre a 80.000, che però calano a 50.000 in dicembre. Giorgio Bocca poi conta 80.000 uomini ai primi del marzo 1945, cita una stima del comando generale partigiano su 130.000 uomini al 15 aprile, e calcola che ‘nei giorni dell’insurrezione saranno 250.000-300.000 a girare armati e incoccardati’. Anche di questa massa i garibaldini, ammette Bocca, ‘sono la metà o poco meno'”. Nota giustamente Stefanini che il “dato interessante è che stando a questa stima appena un partigiano su 23 ha combattuto per almeno un anno; 5 su 6 hanno preso le armi negli ultimi 4 mesi; quasi 4 su 5 negli ultimi 2 mesi; e addirittura uno su due negli ultimi 10 giorni!”.

Basterebbero questi numeri a far tornare la Resistenza nella giusta collocazione storica. Ma non è così. Scegliere Bella ciao come inno ufficiale del 25 aprile significa renderlo ancora di più di una parte soltanto, a discapito di tutte le altre. Ma forse è proprio quello che certe forze politiche vogliono. Non a caso, Marco Rizzo, uno dei pochi comunisti ancora degni di questo nome, ha parlato di “antifascismo prêt-à-porter”, che ha come fine quello di richiamare le masse (o almeno così si spera) prima delle elezioni. Difficile dargli torto…

Vogliamo raccontare gli orrori del comunismo titino sull’isola di Goli Otok. Puoi sostenerci con carta di credito o Paypal oppure con un bonifico:

ASSOCIAZIONE PER LA PROMOZIONE DEL GIORNALISMO
BANCO POPOLARE DI LODI
Filiale di Milano, piazza Mercanti 5
IBAN: IT43L0503401633000000004244
CAUSALE: Reportage Goli Otok
SOSTIENI IL REPORTAGE

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/cronache/25-aprile-sempre-pi-rosso-sinistra-ci-impone-bella-ciao-1952473.html

Omotransfobia. PV&F: «Nel nostro Primo Report sulle violazioni delle libertà fondamentali centinaia di casi choc che si rischia di replicare qui in Italia»

Condividi su:

Segnalazione di ProVita & Famiglia

“Le leggi anti omotransfobia mettono in pericolo una serie di libertà fondamentali, quali la libertà di espressione del pensiero, di religione, di associazione e la libertà d’iniziativa economica privata. In questo documento abbiamo elencato centinaia di esempi di quello che accade nei Paesi dove vigono leggi anti omotransfobia simili a quella proposta in Italia. Si tratta, per esempio, di casi di violenza, abusi e altre violazioni dei diritti delle donne dovuti all’imposizione del transgenderismo. O ancora ci sono persone denunciate, censurate o attaccate per la loro contrarietà alla partecipazione di maschi trans alle competizioni sportive agonistiche femminili o all’ingresso di maschi biologici nei bagni o negli spogliatoi delle donne” ha dichiarato Jacopo Coghe, vice presidente di Pro Vita e Famiglia onlus, che ha presentato oggi, al Senato, il primo Report sulle violazioni delle libertà fondamentali causate dalle leggi su l’omotransfobia insieme ai parlamentari Simone Pillon, Lucio Malan e Isabella Rauti e alla collega, membro del direttivo della onlus, Maria Rachele Ruiu.

Sono la scuola e i bambini a preoccupare e ad avere un’attenzione speciale nel Report: “Le scuole di Melbourne – ha sottolineato in conferenza stampa Maria Rachele Ruiu – sono state invitate a non esprimersi più con i termini “mamma” o “papà” in modo tale da essere più “inclusive di genere”. Così come bagni unisex, squadre sportive non-gendered e l’esposizione di bandiere arcobaleno sono tutti raccomandati per migliorare l’inclusività. L’Istituto scolastico Deanesfield Primary School – ha aggiunto – ha adottato la policy dei bagni gender-neutral. Le ragazze così si sono viste costrette a non andare a scuola per non condividere i bagni con i maschi. Qui in Italia già propongono Carriera Alias e bagni gender neutral,  progetti gender che decostruiscono il maschile e il femminile a beneficio della identità fluida, progetti che lodano l’utero in affitto, se io non volessi questo indottrinamento per i miei figli, sarei un’omofoba?”.

Esiste poi tutta una problematica relativa alle carceri e allo sport. “Karen White, maschio di 52 anni che si identifica come donna – ha continuato Coghe – incarcerato in una struttura per donne ha abusato sessualmente di due detenute donne. Ed è da sottolineare il caso di Boyd Burton, divenuto Fallon Fox “campionessa” di arti marziali, trans, che finora ha combattuto come donna e ha dichiarato in un recente tweet indirizzato anche alla Rowling, la scrittrice di Harry Potter, di aver fratturato con gioia il cranio di una sua avversaria, con una frase come «adoro pestare le TERF*» (Trans-Exclusionary Radical Feminist)”.

“Presenteremo oggi, con oltre 240.000 firme raccolte in poche settimane, la nostra petizione contro il Ddl Zan, la legge bavaglio anti omotransfobia, che sarà consegnata al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio ed al Presidente del Senato” ha concluso Coghe.

Fonte: https://www.provitaefamiglia.it/blog/omotransfobia-pro-vita-famiglia-ecco-il-primo-report-sulle-violazioni-di-liberta-fondamentali-centinaia-di-casi-choc-allestero-che-si-rischia-di-replicare-in-italia

La pena di morte

Condividi su:

L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Leonardo Motta

La maggior parte degli adulti americani sostiene la pena di morte. E il sostegno della maggioranza della maggioranza degli statunitensi alla pena di morte aumenta gradualmente con l’aumentare dell’età degli intervistati.
Secondo un rapporto del Pew Research Center del 2 giugno 2021, i più favorevoli alla pena di morte sono gli adulti di età compresa tra 50 e 64 anni, con il 69% a favore.
Complessivamente, circa sei adulti americani su dieci sono a favore della pena di morte per le persone condannate per omicidio.
La fascia di età meno favorevole è quella degli intervistati di età compresa tra 18 e 29 anni con il 51% di approvazione. I gruppi di età 39-49 e 65 anni hanno mostrato che circa sei su dieci sono favorevoli all’uso della pena di morte.
La Chiesa Cattolica ha insegnato per secoli che la pena capitale non è intrinsecamente cattiva.
Il Catechismo del Concilio di Trento insegna che attraverso il loro “esercizio legale e giudizioso” le autorità civili “puniscono i colpevoli e proteggono gli innocenti”.
La pena capitale negli Stati Uniti è una punizione legale in 27 stati. Tuttavia solo 21 stati hanno la possibilità di eseguire condanne a morte, mentre gli altri 6 sono soggetti a diversi tipi di moratoria.
Da ultimo, l’Assemblea Generale della Virginia ha promulgato una legge che abolisce la pena di morte in quello stato a partire dal 1 luglio 2021, e non sono state programmate esecuzioni tra la data presente e quella data, abolendo di fatto la pena capitale immediatamente. Insieme a Giappone, Taiwan e Singapore, gli Stati Uniti sono una delle quattro democrazie avanzate, e l’unica nazione occidentale, che applica regolarmente la pena di morte. Gli Usa sono uno dei 55 paesi al mondo che applicano la pena capitale e sono stati la prima nazione a sviluppare l’iniezione letale come metodo di esecuzione, che da allora è stato adottato da altri cinque paesi.
La Corte Suprema ha affermato la legalità della pena capitale nel caso Gregg vs. Georgia del 1976. Da allora, più di 7.800 imputati sono stati condannati a morte; di questi, più di 1.500 sono stati giustiziati. Un totale di almeno 185 persone condannate a morte dal 1972 sono state esonerate. Al 16 dicembre 2020, 2.591 condannati sono ancora nel braccio della morte.
Il Dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Trump ha annunciato i suoi piani per riprendere le esecuzioni per crimini federali nel 2019. Il 14 luglio 2020, Daniel Lewis Lee è diventato il primo detenuto giustiziato dal governo federale dal 2003. A maggio 2021, c’erano 46 detenuti nel braccio della morte federale. 13 condannati a morte federali sono stati giustiziati da quando le esecuzioni federali sono riprese nel luglio 2020. L’ultima e più recente esecuzione federale è stata quella di Dustin Higgs, giustiziato il 16 gennaio 2021. L’esecuzione di Higgs è stata anche l’ultima sotto la presidenza di Donald Trump. Al momento non è noto se le esecuzioni federali continueranno durante la presidenza di Joe Biden, sebbene Biden si opponga alla pena capitale negli Stati Uniti. I democratici hanno introdotto una legge federale sull’abolizione della pena di morte il 4 gennaio 2021. Il disegno di legge è attualmente all’esame della commissione giudiziaria della Camera.

Cina: natalità troppo bassa, Pechino autorizza le coppie ad avere fino a tre figli

Condividi su:

di Mariangela Tessa

Cambio di marcia nelle politiche demografiche in Cina. In risposta ai dati sul calo della natalità emersi dall’ultimo censimento decennale, Pechino ha deciso di abolire il limite di avere massimo due figli e consentirà alle famiglie di averne fino a tre. Lo ha reso noto l’agenzia di stampa cinese Xinhua.

La decisione prede le mosse dal secondo censimento decennale, condotto nel 2020, e i cui risultati sono stati pubblicati a inizio maggio. Da quest’ultimo emerge che il ritmo di crescita annuale della popolazione cinese è stato dello 0,53 per cento rispetto allo 0,57 per cento del decennio precedente.
Si è trattato del  tasso di crescita più lento da quando i censimenti decennali sono iniziati, nel 1953.

Cina: sempre più vecchi, si rischia rallentamento della crescita

Non solo. Il censimento ha rivelato inoltre che al momento la popolazione cinese con più di 60 anni è il 18,7 per cento del totale, mentre nel 2010 era il 13,26 per cento. La popolazione tra i 15 e i 59 anni è invece passata dal 70,14 per cento del 2010 al 63,35 per cento attuale. Infine, nel 2020, il numero di nascite è sceso a 12 milioni, contro i 14,65 milioni del 2019, quando il tasso di natalità era gia’ al minimo dal 1949.

Dopo più di tre decenni di “politica del figlio unico”, per evitare la sovrappopolazione del paese, la Cina aveva allentato le regole nel 2016, permettendo a tutti i cinesi di avere un secondo figlio, principalmente a causa dall’invecchiamento medio degli abitanti, che rischiava di rallentare la crescita economica.
Ma questo a quanto pare non è stato sufficiente a far risalire il tasso di natalità: per questo ora il Partito comunista ha deciso di cambiare di nuovo, permettendo tre figli a coppia.

https://www.wallstreetitalia.com/cina-natalita-troppo-bassa-pechino-autorizza-le-coppie-ad-avere-fino-a-tre-figli/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:%20Wall%20Street%20Italia&utm_content=cina-natalita-troppo-bassa-pechino-autorizza-le-coppie-ad-avere-fino-a-tre-figli&utm_expid=24d0ca8f6aa04e501a1696e2bb16eb15a1464a4f6d2645e107c1efc8f8ee3e0f

L’assimilazione? Una storia di fallimenti

Condividi su:

di Michel Geoffrey

Fonte: Barbadillo

L’assimilazione è tornata di moda. Eppure non ha mai funzionato così male. Assimilare chi e a cosa? In un momento in cui le vite che contano di meno sono quelle dei popoli indigeni, l’assimilazionismo, giacobino nella sua essenza, si scontra con qualcosa di più forte di sé stesso: i popoli che sono decisamente stranieri. Michel Geoffroy, enarca e collaboratore di Polémia, traccia la storia di questo fallimento programmato in “Immigration de masse, l’assimilation impossible” (“Immigrazione di massa: l’assimilazione impossibile”), un opuscolo corroborante che è stato appena pubblicato dalle edizioni di Nouvelle Librairie.

ÉLÉMENTS: Cos’è l’assimilazione? È il problema o sono cambiati gli ordini di grandezza?

MICHEL GEOFFROY. Assimilare è diventare come qualcosa di diverso da sé stessi. Per un immigrato, l’assimilazione significa diventare simile alla gente, alle tradizioni e alla cultura a cui si unisce. Quando si parla della naturalizzazione di uno straniero, che di conseguenza è chiamato a cambiare la sua natura per diventare francese, si parla della stessa ambizione. L’assimilazione è quindi concepita come un processo proattivo e individuale: la persona che si unisce al gruppo deve fare lo sforzo di assimilarsi, di cambiare la sua natura, per diventare compatibile con esso. L’assimilazione non può quindi ridursi allo sforzo che solo la società ospitante dovrebbe fare per integrare gli immigrati.

L’assimilazione si riferisce anche al concetto francese di nazione unica e indivisibile, stabilito dopo la rivoluzione francese, anche se Tocqueville ha dimostrato che la monarchia aveva lavorato costantemente per unificare il regno. Ma la Repubblica non riconosce la legittimità, a differenza dell’Ancien Régime, né dei corpi intermedi né delle nazioni particolari all’interno della Nazione. Vuole saperne soltanto dei cittadini, individui uguali per diritto, secondo la famosa obiezione del deputato Stanislas de Clermont Tonnerre nel dicembre 1789: “È ripugnante che ci sia nello Stato una società di non-cittadini ed una nazione nella nazione.

Ma non dobbiamo dimenticare che, contrariamente a ciò che viene ampiamente fantasticato, l’assimilazione non è mai auto-evidente. È sempre difficile assimilare una cultura diversa dalla propria perché l’identità – un fatto di natura – ha la precedenza sulla nazionalità – che rimane un costrutto politico. Questo non è compreso da coloro che fabbricano francesi di carta alla catena di montaggio.

Il giornale La Savoia ha riferito recentemente che un prigioniero, colpevole di violenza contro una guardia carceraria, aveva detto alla corte che lo aveva fatto “per essere rimandato nel suo paese, l’Algeria“: il giudice ha dovuto fargli notare che era di nazionalità francese, nato a Sallanches! Che simbolo… Continua a leggere

L’Unione Europea intende qualificare l’aborto come un “diritto umano”

Condividi su:

A cura di CitizenGo

Il 23 Giugno sarà votato il Metic Report alla plenaria del Parlamento europeo, un documento pericolosissimo che rappresenta uno degli attacchi più violenti alla vita dei nascituri che si sia mai visto negli organi UE.

Si tratta di un progetto di relazione “sulla situazione della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi nell’UE, nel quadro della salute delle donne”

L’aspetto più grave del rapporto è il suo obiettivo di qualificare l’aborto come “diritto umano” e di sostenerlo senza alcuna restrizione.

Il rapporto “chiede la rimozione delle barriere” per accedere all’aborto come “i periodi di attesa”, “la negazione delle cure mediche basate sulle convinzioni personali”, “la consulenza” o qualsiasi “autorizzazione di terzi”.

Ma l’aborto – così come l’assistenza sanitaria – è una questione di giurisdizione esclusiva degli stati membri e l’Unione Europea non ha giurisdizione in merito.

Inoltre, l’aborto non è l’unica questione controversa in questo discutibile documento. Ecco un riassunto dei punti salienti:

  • Il Matic Report chiede l’abolizione del diritto all’obiezione di coscienza del personale medico. L’obiettivo del rapporto Matic è di rendere impossibile per i medici di opporsi all’uccisione di un essere umano con l’aborto. Secondo il rapporto, il rifiuto dell’aborto da parte di un medico sarebbe “affrontato come rifiuto di cure mediche”. Quindi se un medico dicesse NO all’aborto, questo significherebbe la fine della sua carriera.
  • Aborto e contraccezione per le ragazze “indipendentemente dall’età” senza il consenso dei genitori.
  • Indottrinamento LGTB e Gender nella scuola primaria senza informare o richiedere il consenso dei genitori.
  • Interventi chirurgici irreversibili cosiddetti di “cambio di sesso”, anche per i minori, tutti pagati dai sistemi sanitari pubblici.
  • Interferenza con la giurisdizione esclusiva degli Stati membri sulla definizione e la gestione dei loro sistemi sanitari nazionali o delle loro scelte di politica sanitaria nazionale.

Il Matic Report è il peggior documento che abbiamo mai affrontato. Ti prego di aiutarci a fermalo!

Firma subito e manda un messaggio agli eurodeputati del PPE: votate NO al rapporto Matic nel rispetto del diritto alla vita e alla sovranità degli Stati membri!

PER FIRMARE APRI IL LINK https://citizengo.org/it/lf/202891-il-parlamento-europeo-vuole-dichiarare-laborto-un-diritto-umano

 

Yale, invitata psichiatra che sogna “di scaricare un revolver nella testa dei bianchi”

Condividi su:

di Ilaria Paoletti

Yale, 5 giu – Yale, una delle più prestigiose università degli Usa, ha invitato a parlare ai propri studenti una psichiatra di New York. L’orgogliosa antirazzita sostiene di aver sognato di sparare ai bianchi e che è inutile “spiegarci” che il razzismo è sbagliato.

Yale, psichiatra indaga sulla “mente bianca”

La simpatica psichiatra è stata invitata dalla Yale University a tenere una conferenza dal titolo Psychopathic Problem of the White Mind (“problemi psicopatici della mente bianca”, immaginate se qualcuno avesse fatto una conferenza con lo stesso titolo sulla mente “nera”) ha detto al pubblico di aver fantasticato di “scaricare un revolver nella testa di qualsiasi persona bianca”.

Studenti esterrefatti

La  psichiatra Aruna Khilanani, che gestisce il proprio studio a Manhattan, ha tenuto il discorso online a studenti e docenti di medicina ad aprile dopo essere stata invitata dal Child Study Center della Yale School of Medicine. L’audio della sua conferenza di 50 minuti è stato pubblicato venerdì sul blog Substack del giornalista Bari Weiss. La Khilanani, che in precedenza ha insegnato alle università di Cornell, Columbia e New York, ha fatto una serie di commenti veramente incredibili durante il suo discorso che si basava in gran parte sulla psicologia alla base della “bianchezza”.

“Scaricare un revolver nella testa dei bianchi”

“Avevo fantasie di scaricare un revolver nella testa di qualsiasi persona bianca che si fosse messa sulla mia strada, seppellendo il loro corpo e asciugandomi le mani insanguinate mentre mi allontanavo relativamente innocente con un rimbalzo nel mio passo. Come se avessi fatto al mondo un fottuto favore”, ha detto la psichiatra durante il discorso a Yale. E ha continuato dicendo che i bianchi si sentono vittime di bullismo quando le persone di colore favoriscono la propria razza e ciò viene descritto come una “situazione psicologica”.

Bianchi = “predatori dementi”

‘Sentono che dovremmo ringraziarli per tutto quello che hanno fatto per noi. Sono confusi, e anche noi. Continuiamo a dimenticare che parlare direttamente di razza è uno spreco di fiato’, ha detto la psichiatra agli studenti di Yale. “Stiamo chiedendo a un predatore demente e violento che pensa di essere un santo o un supereroe, di accettare la responsabilità. Non succederà. Hanno cinque buchi nel cervello. È come sbattere la testa contro un muro di mattoni”. Siamo dunque classificati, per usare un termine che farebbe rabbrividire i fieri antirazzisti, come una razza inferiore. Ed è confermato, perché la Khilanani ha anche affermato che parlare con i bianchi della razza  è  “inutile”: secondo lei, non siamo “allo stesso livello di conversazione”. Se la conversazione è circoscritta a sparare in testa alla gente, mi sa che ha ragione lei.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/yale-invitata-psichiatra-antirazzista-196404/

1 99 100 101 102 103 104 105 863