Crisi ucraina: tutti in guerra per il gas

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di Lorena Polidori

L’Ucraina è un paese dell’Europa Orientale sino a poco tempo fa noto per le sue chiese ortodosse e per la meravigliosa Cattedrale di Santa Sofia a Kiev. Oggi è divenuto famoso in tutto il mondo grazie alla Russia di Putin che ne ha riconosciuto l’indipendenza di alcune aree delle regioni di Donetsk e Luhansk, attraverso l’invio delle sue truppe nel territorio ucraino nella regione del Donbass per compiere operazioni di mantenimento della pace.

O almeno questa è la versione ufficiale, che molto stona con quanto invece affermato dalla sottosegretaria generale delle Nazioni Unite per gli affari politici Rosemary Di Carlo, e cioè che il rischio di un grande conflitto è reale e deve essere evitato a tutti i costi.

In effetti che trattasi di semplici operazioni di mantenimento della pace si fa un po’ fatica a crederlo soprattutto dopo aver ascoltato le dichiarazioni più che ostili di ieri del Presidente Putin. Ma al di là delle vicende attuali che stiamo seguendo tutti con molta attenzione, soprattutto noi cittadini europei perché nel caso si verifichi il peggio, il teatro di scontro sarà proprio quello europeo, lo sguardo va orientato verso il fondo del Mar Baltico dove all’interno di gasdotti corre la causa scatenante di tutta  questa tensione.

E’ opportuno ricordare che l’Ucraina oltre ad avere tante Chiese ortodosse, condivide con la Russia sin dal 1984 un gasdotto lungo 4500 chilometri che trasporta il gas dal giacimento di gas naturale di Urengoj, all’Alta Siberia fino all’Ucraina e poi in Europa, dal quale passaggio l’Ucraina ne trae ingenti guadagni che con la costruzione dei gasdotti Nord Stream e Nord Stream 2 (ancora inattivo) posizionati nei fondali del Mar Baltico potrebbero venir meno.

Nord Stream è un gasdotto lungo oltre 1200 km che collega la Russia e la Germania e attraversa il  fondo del Mar Baltico, dove ogni anno viaggiano circa  55 miliardi di metri cubi di  gas, che partono da Vyborg in Russia e arrivano a Lubmin- Greifswald in Germania, la sorgente principale si trova nella penisola della Siberia Occidentale un giacimento di portata gigantesca.

Il gasdotto capolavoro ingegneristico, trasporta una quantità di gas naturale che riesce a soddisfare una buona parte della richiesta europea, una infrastruttura poi duplicata  con la costruzione da parte della Russia dal 2018 al 2021 del gasdotto gemello Nord Stream 2 che potrebbe raddoppiare la fornitura di gas all’ Europa ma oggi ancora non attivo per la mancata certificazione di avviamento da parte della Germania.

Il passaggio dei due gasdotti nel Mar Baltico non è casuale, in questo modo la Russia riesce ad aggirare molti Paesi dell’Europa dell’Est e arrivare direttamente in Europa attraverso la Germania che ne diverrebbe unica centrale di smistamento per tutti i paesi appartenenti all’Unione Europea.

In questo modo la Russia non avrebbe più bisogno del territorio Ucraino a cui potrebbe chiudere i rubinetti e utilizzare il gas come strumento di pressione per motivi politici, inoltre potrà allargarsi  verso l’Oriente e la Cina attraverso altri gasdotti,  paesi quest’ultimi che utilizzano ancora il carbone, materia che dovrà essere sostituita.

E’ evidente che l’interesse primario di Putin è quello di vendere il gas naturale all’Europa alla quale nel frattempo ha ridotto di molto le forniture, provocando la crescita dei prezzi del gas e del costo delle bollette, una strategia utilizzata da Putin per fare pressione sull’Unione Europea al fine di  sbloccare l’autorizzazione di Nord Stream 2, alla quale però la Germania, attraverso Scholz di tutto punto ha risposto in modo negativo.

E’  la prima mossa di Berlino dopo l’annuncio di Putin di riconoscere le repubbliche separatiste del Donbass, ed è la prima e forse la più incisiva delle sanzioni ipotizzate in caso di invasione russa dell’Ucraina, praticamente il Nord Stream 2 è divenuto oggetto di negoziato con la Russia.

A questo si aggiunge che se poi l’Ucraina dovesse entrare a far parte della Nato che negli ultimi tempi si è allargata e di molto verso i paesi dell’Est, sino quasi ad arrivare alle porte di Mosca, farebbe sentire Putin troppo minacciato e quale Capo di Stato potrebbe permettere una tale avanzata, da parte di una Nato divisa al suo interno su due fronti da una parte l’America con Biden che cerca di riottenere una supremazia persa e dall’altra i paesi europei che cercano di smorzare le tensioni.

Ma tornando a quelli che sono i confini della nostra piccola realtà italica rispetto a tutto questo gigantesco scacchiere mondiale, dove le regole le dettano i giganti della Terra, e dove non esiste un’Europa unita come unico Stato, se malauguratamente, auguriamoci proprio di no, dovesse scoppiare un conflitto e il territorio sarà purtroppo quello europeo, la domanda sorge spontanea:

“La nostra attuale classe politica sarà capace di far fronte ad una situazione di tale emergenza che andrà a gravare sulla nostra sicurezza? “.

Tutto questo fa proprio tornare in mente quel “Sogno Europeo“ di Jeremy Rifkin….rimasto solo un titolo di un bel libro.

Lorena Polidori, 22 febbraio 2022

Crisi ucraina: tutti in guerra per il gas

Catasto, 5 fatti sulla stangata

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Poiché le indiscrezioni giornalistiche indicano anche il catasto fra i temi trattati nella riunione del presidente del Consiglio con i capi delegazione della maggioranza nel governo, può essere utile ricordare come si sono svolti i fatti.

1. Il 30 giugno 2021 le Commissioni Finanze del Senato e della Camera hanno approvato – al termine di una lunga serie di audizioni sulla riforma fiscale – un “documento conclusivo” finalizzato a “fungere da indirizzo politico al governo per la predisposizione della riforma fiscale complessiva”. Nello stesso, a seguito di una trattativa politica fra i diversi gruppi parlamentari (e – evidentemente – di uno “scambio” fra gli stessi), la maggioranza convenne di non indicare il catasto fra i temi da includere nella riforma fiscale.

2. Il 29 settembre 2021 il governo ha approvato e presentato al Parlamento la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (NADEF). Nella stessa, si legge quanto segue: “Con riferimento al sistema fiscale, a novembre 2020 il Parlamento ha deliberato l’avvio dell’Indagine conoscitiva sulla riforma dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e sugli altri aspetti del sistema tributario. L’Indagine ha avuto luogo nel primo semestre 2021 e si è conclusa il 30 giugno con l’approvazione di una relazione che costituirà la base per la predisposizione da parte del governo di un disegno di legge delega sulla riforma fiscale”.

3. Il 5 ottobre 2021 il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge delega per la riforma fiscale. Poiché la bozza predisposta dal governo – già emersa nella precedente riunione della cabina di regia – conteneva anche la revisione del catasto, la Lega ha lasciato in anticipo la riunione della cabina di regia e non ha partecipato alla successiva riunione del Consiglio dei Ministri. Il segretario Salvini dichiarò: “Il nostro consenso non c’è”.

4. Il 28 ottobre 2021 il testo del disegno di legge delega per la riforma fiscale è stato presentato in Parlamento. La relazione del Ministero dell’economia e delle finanze sull’articolo 6 (revisione del catasto), afferma che la disposizione “è coerente” con la raccomandazione della Commissione europea con la quale si invita l’Italia a “ridurre la pressione fiscale sul lavoro attraverso una riforma dei valori catastali”, così esplicitandosi la finalità di aumento della tassazione sugli immobili.

5. Il 14 gennaio 2022 sono stati depositati due emendamenti soppressivi dell’articolo 6 del disegno di legge delega per la riforma fiscale: uno a firma dei presidenti dei Gruppi parlamentari della Lega, di Forza Italia, di Coraggio Italia, di Fratelli d’Italia e del leader della componente Noi con l’Italia del Gruppo Misto; uno da parte della componente Alternativa del gruppo Misto.

Giorgio Spaziani Testa, 18 febbraio 2022

Metaverso: la finanza diventa virtuale. Da JPMorgan al primo mutuo

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Le filiali bancarie chiudono nel mondo reale per aprire nel metaverso

di Deborah Ullasci

Ogni giorno sentiamo notizie con gli approdi di qualcosa o qualcuno nel metaverso, dal calcio agli immobili, dall’abbigliamento di lusso alle auto. Ma come nel mondo reale anche nel metaverso c’è qualcosa che ci perseguita: il mutuo bancario. A ricordarci quanto virtuale e reale saranno concetti superflui.

Il primo mutuo nel metaverso

TerraZero Technologies, azienda di Vancouver, ha emesso uno dei primi mutui nel Metaverso. Ad essere importante per loro è la relazione e la fiducia. I mutui e la disponibilità di finanziamenti accelereranno lo sviluppo e l’adozione del Metaverso. Come un’ipoteca su un immobile fisico, il cliente effettua un pagamento mensile fino all’estinzione del prestito, durante il quale il prestatore possiede il bene ma concede al cliente determinati diritti, come lo sviluppo e l’affitto di proprietà sul proprio terreno. Il cliente ha anche accesso immediato per sviluppare sul proprio terreno, pianificare eventiamministrare i mercati digitali e ospitare il proprio ufficio aziendale interno.

TerraZero ha spiegato che i clienti interessati possono guardare e scegliere offerte ed elenchi (inclusi, ma non limitati, a dimensioni del terreno, posizione ed elementi di costruzione di prefabbricati applicabili) sulla loro piattaforma. I clienti di TerraZero che intendono finanziare l’acquisto di immobili virtuali (rappresentati come token non fungibili ) utilizzeranno gli NFT del cliente come garanzia di asset digitali.

Possono anche proporre altri asset NFT mirati per una transazione individuale basata su mutui. Da qui nascerà quindi l’esigenza di un nuovo consulente moderno. Come per un tipico mutuo nel mondo reale, i clienti devono effettuare pagamenti mensili fino al momento dell’estinzione del mutuo. La terra virtuale (NFT) verrà poi completamente trasferita al cliente.

Sta emergendo un’economia completament nuova.

Perchè le persone dovrebbero chiedere un mutuo nel metaverso?

La quantità di terreni e spazio, in un metaverso decentralizzato come Decentraland, è limitato ed il prezzo sta progressivamente aumentando. Se si volesse costruire un gioco, ospitare un evento o avere un negozio, necessiterai di quegli spazi. Queste attività potranno poi creare valore, anche economico, quindi vigono le stesse regole del mercato tradizionale.

Essendo una risorsa scarsa, nel tempo potrebbe diventare più desiderabile e quindi ci sarà la disponibilità a pagare prezzi più alti. Si pensi che già da ora una parcella di terreno su Decentraland costa dagli 8.000 agli oltre 12.000 dollari. Quelli che hanno vissuto bolle immobiliari nella vita reale, potrebbero dire che è una situazione che si ripete. Altri potrebbero dire che la fortuna aiuta gli audaci. Qualunque sia la propria scuola di pensiero su questo, non c’è dubbio che siamo tutti in un nuovo territorio.

Che cos’è Decentreland?

Decentraland è tra le principali piattaforme di metaverso del momento, un mondo virtuale completamente aperto in cui gli utenti sono chiamati a interagire tra loro come in una vita parallela, socializzando e prendendo parte alle attività e all’economia di Genesis City. Decentraland è anche governato da un’organizzazione autonoma decentralizzata (DAO) che consente ai titolari di token di votare sulle politiche all’interno del metaverse.

Questo mondo è composto da 23 Kmdi terreno virtuale suddiviso in 90.601 terreni, ogni terreno ha una sua coordinata (x,y) ed è associato ad un NFT. Una volta che si è proprietari, si possono creare qualsiasi tipo di contenuto: case, palazzi, opere d’arte, videogiochi, eventi, gestire punti vendita: come un vero e proprio mondo, ogni utente può esplorarlo, visitarlo e partecipare agli eventi proposti dagli altri utenti. Oltre ad acquistare terreni si possono acquistare anche beni e servizi.

E se puoi comprare beni e servizi, indovina? Puoi anche produrli e venderli!. Una caratteristica importante del mercato Decentraland quindi è la sua capacità di consentire alla comunità di creare i propri NFT, caricarli e offrirli in questo mercato. Gli acquisti avvengono tramite la loro (cripto)moneta ufficiale chiamata MANA il cui valore cresce in proporzione alla crescita di Decentreland e si possono acquistare o rivendere negli exchange di cryptovalute.

Il valore di una singola unità di Mana ha un valore al momento pari a  2,74 euro. Occorre però precisare che tale valore è in continuo mutamento, dal momento che l’andamento del mercato varia quotidianamente. Basta infatti osservare il valore avuto in passato dal Mana per notare come vi sia stato un picco di 5,27 euro tra novembre e dicembre 2021 per poi calare nuovamente e, tra alti e bassi, stabilizzarsi su circa 3 euro. Rispetto a molte altre valute, il numero dei MANA è “bloccato” numericamente a 2.194.460.527 token, di cui 1.816.935.591 token in circolazione.

La differenza fondamentale tra piattaforme come Second Life e i metaversi blockchain è l’esistenza di portafogli virtuali. I token, oltre a facilitare la creazione della propria economia all’interno del metaverso, consentono di connettere il gioco con il mondo reale. Cioè, consentono a qualsiasi profitto realizzato all’interno di questi mondi virtuali di essere immediatamente convertito in denaro per il mondo reale. Se sei curioso di capire come è fatto questo nuovo mondo, ti basterà andare su questo link: https://play.decentraland.org/

JPMorgan è la prima banca tradizionale nel metaverso

A poche settimane dall’annuncio del primo mutuo, arriva la notizia dell’apertura della prima banca tradizionale nel metaverso, e non una qualsiasi, tra le più grandi banche mondiali: JPMorgan, che sigilla così il passaggio da moda del momento a realtà da esplorare.

Si proprio JPMorgan, quella banca il cui amministratore delegato è stato uno degli scettici più espliciti di Wall Street nei confronti del bitcoin e delle relative risorse digitali.

I motivi che hanno spinto JPMorgan a entrare nel Metaverso sono essenzialmente due, ovvero il recente aumento dei prezzi dei terreni digitali in Metaversi come Decentraland il cui prezzo medio per un appezzamento di terreno virtuale è raddoppiato in soli sei mesi l’anno scorso, passando da 6.000 dollari a giugno a 12.000 dollari a dicembre (secondo il rapporto Onyx) ed il contemporaneo successo di molte aziende dell’intrattenimento nel virtuale. I marchi più importanti al mondo stanno contribuendo acquistando spazi in modo da poter creare negozi virtuali e altre nuove esperienze monetizzabili.

Al contempo, però, JP Morgan è attenta anche ad illustrare le discrepanze tra l’entusiasmo creato attorno al Metaverso e la realtà dei fatti, spiegando che quest’ultimo deve ancora migliorare sotto diversi aspetti. Secondo JP Morgan il Metaverso rappresenta un mercato da 1 trilione di dollari che, nei prossimi anni si infiltrerà in ogni settore.

Non ci sono dubbi che JP Morgan veda in questa realtà virtuale un importante opportunità di mercato che con gli anni continuerà a diventare sempre più presente nella vita degli utenti. Durante la sessione pre-market di mercoledì le azioni di JPMorgan erano in calo dello 0,14%; al momento della pubblicazione, il token nativo di Decentraland, MANA, era in rialzo giornaliero del 6,9% a 3,27 dollari.

Questa economia di proprietà democratica – ha affermato JP Morgan nel suo rapporto – unita alla possibilità di interoperabilità, potrebbe sbloccare immense opportunità economiche, per cui beni e servizi digitali non sono più vincolati a una singola piattaforma o marchio di gioco.

Da una prospettiva sociale, lo sviluppo di esperienze virtuali più coinvolgenti sta aiutando le persone a costruire comunità basate su valori condivisi e a potersi esprimersi in modi nuovi e diversi.

Conclusioni

Se prima poteva essere dubbia la crescita e lo sviluppo del Metaverso, ora l’unica domanda è quando questa verrà consolidata. A questo proposito sarà necessario valutare quello che sarà il reale impatto del metaverso sulla vita delle persone. Non tutti potrebbero essere pronti ad un cambiamento epocale che avrà con tutta probabilità lo stesso impatto che hanno avuto a loro tempo la rivoluzione di Internet e l’affermarsi dell’ecosistema mobile.

Attualmente, tuttavia, il metaverso è ancora afflitto da una scarsa esperienza dell’utente, limitate prestazioni degli avatar e ci sono ancora questioni salienti come sulle normative e sulle tasse sempre più urgenti da affrontare in un settore che sta diventando sempre più attrattivo.

Aziende come Meta, Apple, Google e Microsoft potrebbero investire nel metaverso oltre 50 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni e, con il progressivo consolidamento delle nuove tecnologie ed esperienze, il ritmo degli investimenti andrà probabilmente ad aumentare parallelamente al numero degli utenti, o forse meglio chiamarli abitanti.

Deborah Ullasci, 18 febbraio 2022

Paracetamolo e vigile attesa: le linee guida cambiano, le colpe di Speranza restano

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Dall’altro ieri sono state aggiornate le linee guida, ma rimangono forti ombre sulla gestione covid di Speranza e del Cts. Ecco perché

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma

Il Tar del Lazio, con sentenza n. 419 del 15 gennaio 2022, aveva annullato la circolare ministeriale del 26 aprile 2021 nella parte in cui questa prescriveva ai medici l’utilizzo del protocollo “tachipirina e vigile attesa”, ritenendo che i medici debbano essere lasciati liberi di prescrivere la terapia secondo il principio di “scienza e coscienza”, assumendosene la relativa responsabilità.

Quattro giorni più tardi, il 19 gennaio, la terza sezione del Consiglio di Stato ha sospeso con effetto immediato la decisione del Tar, salvando gli effetti della Circolare ministeriale. L’atto con cui il Consiglio di Stato ha sospeso la sentenza del Tar è stato emanato in via cautelare, mentre ieri – 9 febbraio – il Consiglio di Stato si è pronunciato nel merito annullando la sentenza del Tar, motivando la decisione sulla base del fatto che la Circolare ministeriale contiene “mere raccomandazioni e non prescrizioni cogenti e si collocano, sul piano giuridico, a livello di semplici indicazioni orientative, per i medici di medicina generale, in quanto parametri di riferimento circa le esperienze in atto nei metodi terapeutici a livello internazionale”.

La sentenza del Consiglio di Stato apre però un’autostrada su molteplici valutazioni da fare.

La prima è se sia sensato rivolgersi al Tar per queste cose. Se il Tar, come nel caso di specie, interviene per una volta contro il governo, c’è comunque il Consiglio di stato che gli dà comunque ragione. Tanta fatica per niente. Anzi il risultato è alla fine controproducente. Eppure, nonostante tutto, noi vogliamo insistere sul punto, sollevando alcuni problemi, che presentano, a nostro avviso, risvolti di natura persino penale. Quello che ci interessa capire, in buona sostanza, è se il comportamento del ministro Speranza e dei suoi collaboratori del Cts abbiano o meno creato danni tanto nella gestione dell’emergenza pandemica quanto nell’efficacia delle cure domiciliari. Andiamo per gradi.

Bergamo, primi di marzo 2020. Le terapie intensive vanno presto in affanno e i medici sono costretti a decidere chi deve vivere e chi morire. E molti, troppi muoiono. Ma su che basi scientifiche vengono curati quei primi malati? In realtà all’inizio si va a tentoni, tanto è vero che il Comitato tecnico scientifico istituito con decreto del presidente del consiglio dei ministri n. 371 del 5 febbraio 2020 – coordinato all’epoca dal dott. Agostino Miozzo – è scettico in questa prima fase sull’utilizzo degli anti-infiammatori, mentre qualche mese più tardi nelle cure domiciliari contro il Covid-19 il protocollo adottato prende il nome di uso comune “tachipirina e vigile attesa”, cioè proprio un semplice anti-infiammatorio.

Ancora il 16 marzo 2020 Repubblica, l’organo di propaganda del governo, scriveva: “Coronavirus, non prendete antinfiammatori per proteggervi”. Ma è proprio il Comitato tecnico scientifico di allora a fare i danni più grossi. Dal verbale del 28/2/2020 emerge che il Cts si oppose alla chiusura di altre zone rispetto agli undici Comuni già in zona rossa: “Non sono necessarie altre misure restrittive”, eppure il virus circolava ad un ritmo tale che dopo dieci giorni Conte dovrà chiudere tutto il Paese in lockdown.

Ancora il 4 marzo 2020, pochi giorni prima che la situazione precipitasse, con riferimento alla scuola il Cts scriveva: “le scelte di chiusura dovrebbero essere proporzionali al contagio […], non esistono dati che ne indichino la inconfutabile utilità”, salvo poi – dopo qualche giorno – chiudere tutte le scuole per l’intera durata dell’anno scolastico, mettendo milioni di famiglie davanti al fatto compiuto. Il 13 marzo, con l’intero Paese in lockdown totale dal giorno precedente, il Cts affermava “non vi è evidenza per raccomandare indiscriminatamente ai lavoratori di indossare le mascherine. Anzi. Al contrario è stringentemente raccomandato solo per gli operatori sanitari e per chi ha sintomi respiratori”. Visto che oggi, dopo due anni, le mascherine sono obbligatorie ovunque (addirittura quelle ffp2), con una variante meno pericolosa rispetto all’infezione del 2020, le indicazioni del Cts sarebbero da sottoporre al vaglio in sede giurisdizionale penale. Delle due l’una: o aveva ragione il dottor Miozzo e allora tutto quello che è stato fatto dopo è sbagliato o aveva torto e allora dovrebbe renderne conto.

Ma torniamo a Speranza. Con la Circolare ministeriale del 30 novembre 2020 n. 0024970, solo parzialmente modificata con successiva circolare del 26 aprile 2021, le principali indicazioni sono: vigile attesa, paracetamolo, non utilizzare routinariamente corticosteroidi, non utilizzare eparina, non utilizzare antibiotici e non utilizzare idrossiclorochina. Insomma, “curare” il meno possibile. Si tratta certo di “indicazioni”, non di obblighi (la dicitura esatta è “si forniscono le seguenti indicazioni di gestione clinica”), ma in campo medico la violazione di un’indicazione ministeriale potrebbe comportare l’avvio di un procedimento disciplinare, quantomeno da parte dell’ordine dei medici che valuta le contro-indicazioni e l’opportunità della scelta eventualmente contraria all’indicazione ministeriale. E dunque molti medici, sia di famiglia sia soprattutto ospedalieri (i più esposti di tutti), si sono sentiti costretti a rispettare le indicazioni del ministro Speranza.

La Circolare ministeriale del 26 aprile 2021 (n. 0008676), rispetto a quella precedente del 30 novembre, si è soltanto limitata ad aggiungere altri farmaci unitamente al paracetamolo (tachipirina), come i Fans (farmaci antinfiammatori non steroidei) in caso di dolori articolari o muscolari. Anche il protocollo Aifa nel setting domiciliare (datato 20 dicembre 2020) non si discosta molto dalle Circolari ministeriali, limitando l’uso delle eparine e dei corticosteroidi solo in specifiche condizioni, escludendo gli antibiotici (tra i farmaci non raccomandati). Il tutto sempre a titolo di “indicazioni”.

Da ultimo, finalmente, il 10 febbraio 2022, il dicastero ha aggiornato le linee guida, con indicazioni specifiche per i bambini e le donne in gravidanza, alla luce della “sopravvenuta disponibilità di nuovi farmaci antivirali e anticorpi monoclonali”. Peccato che i monoclonali esistano già da quando, a ottobre 2020, Aifa snobbò l’offerta di scorte di quei farmaci da parte della multinazionale Eli Lilly a scopi di sperimentazione. E che, con gli antivirali, si fosse già curato, ad esempio, Donald Trump, sempre nell’autunno del 2020. In realtà, come dimostra l’esistenza di protocolli terapeutici affidabilissimi (basti pensare a quello sviluppato dal professor Giuseppe Remuzzi), ben prima del 10 febbraio 2022 sarebbe stato possibile ampliare le scarne indicazioni ministeriali.

Ma soprattutto, la verità che viene nascosta dalla decisione del Consiglio di Stato è che finora ai medici è stata di fatto vietata – sotto il ricatto di essere cacciati dall’ordine professionale, quindi un obbligo mascherato – la possibilità di agire secondo “scienza e coscienza”. Un medico che volesse curare la Covid con un antibiotico, tanto per fare un esempio, si assume una responsabilità non da poco al cospetto delle autorità competenti gerarchicamente superiori (struttura ospedaliera, ordine dei medici, ministero della salute).

Ma c’è anche un’altra domanda da porsi: quanti decessi si sarebbero potuti evitare se i medici avessero avuto sin da subito indicazioni precise dal Ministero su come curare i malati di Covid? L’eparina, ad esempio, è un farmaco utilizzato dai medici ospedalieri a partire dalla terza settimana di marzo 2020 ed ha salvato molte vite, per quale motivo non ne viene autorizzato l’utilizzo anche per le cure domiciliari? E che dire degli antibiotici? Alcuni salvano la vita, ma il Ministro e i suoi tecnici si sono ben guardati dal consigliarne la somministrazione, anzi l’ hanno sconsigliata.

Continuare sulla strada di “paracetamolo e vigile attesa” ha portato parecchie persone al ricovero in terapia intensiva, e in tanti non sono più tornati. Se sin dall’inizio si fossero date indicazioni più aperte i medici di famiglia si sarebbero sentiti liberi di prescrivere quantomeno gli antibiotici (alcuni funzionano con notevoli risultati) e ci sarebbero stati meno morti. Ci sono studi, inoltre, che dimostrano come la tachipirina in caso di Covid sia addirittura dannosa, dal momento che aumenta il consumo di glutatione da parte dell’organismo, compromettendone la risposta antiossidante e antinfiammatoria. Se questi studi fossero confermati risulterebbe evidente che il Ministro ha indicato e continua ad indicare l’uso di un farmaco non solo sbagliato, ma addirittura dannoso per quei malati.

Per quale motivo il Ministro non ha indicato, per le cure domiciliari, l’uso quantomeno degli antibiotici? Per paura che alcuni di questi funzionassero a tal punto da rendere irragionevole l’adozione dell’obbligo vaccinale? Non tocca certo a noi rispondere, ma crediamo che un giudice dovrebbe far luce sull’operato del Ministro, nonostante la decisione a lui favorevole del Consiglio di Stato.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/paracetamolo-e-vigile-attesa-le-linee-guida-cambiano-le-colpe-di-speranza-restano/

Così il Biometano di Snam aiuta l’ambiente e l’agricoltura

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di Massimo di Guglielmo

La stangata in bolletta che sta mettendo in difficoltà famiglie e imprese dimostra, in maniera definitiva, come un Paese del G7 come l’Italia non possa prescindere per il suo sviluppo dal programmare una solida politica energetica. Snam, sotto la guida dell’amministratore delegato Marco Alverà, ha da tempo raccolto la sfida, basando la sua crescita su due grandi direttrici: l’idrogeno e il biometano. Due fonti di energia pulita e sostenibile che possiamo pensare come le eliche del Dna della nuova Snam disegnata dal piano industriale al 2030. Vediamole insieme, partendo dal biometano che rappresenta una delle grandi leve scelte dal Pnrr per realizzare la transizione ecologica del nostro Paese. Nel Piano di ripresa e resilienza predisposto dal governo Draghi sono infatti previsti quasi 2 miliardi di euro di incentivi e 5 miliardi di investimenti al 2026. Lobiettivo è raggiungere un consumo di 5,5 miliardi di gas rinnovabile al 2030, su un potenziale al 2050 che potrebbe arrivare fino a 10 miliardi di metri cubi di biometano.

Che cosa è il biometano

Il biometano è una fonte di energia rinnovabile e programmabile che si ottiene da biomasse agricole (colture dedicate, sottoprodotti e scarti agricoli e deiezioni animali), agroindustriali (scarti della lavorazione della filiera alimentare) e dalla frazione organica dei rifiuti solidi urbani, valorizzando leconomia circolare. Essendo chimicamente indistinguibile dal gas naturale, il biometano può essere trasportato su lunghe distanze utilizzando le infrastrutture gas esistenti, come appunto quella di Snam che gestisce oltre 41mila chilometri di tubature tra Italia ed estero, per poi trovare impiego in molteplici settori, in primo luogo nei trasporti e in prospettiva nel riscaldamento e raffrescamento nei settori residenziale e terziario o nei processi industriali.

Meno emissioni, la strategia di Snam

Il previsto pacchetto di interventi permetterà allItalia di abbattere le emissioni in linea con gli obiettivi climatici, ponendosi tra i Paesi più virtuosi nella sfida della sostenibilità: si calcola che il biometano consenta una riduzione dei gas a effetto serra dell80-85% rispetto al gas fossile. Da qui l’impegno di Snam a realizzare impianti per una capacità installata di circa 120 MW, investendo 850 milioni di euro al 2025, 100 milioni dei quali in infrastrutture per la mobilità sostenibile a biometano. Il passo si coniuga con un percorso che Snam ha intrapreso da tempo creando una piattaforma leader nelleconomia circolare e nelle infrastrutture di produzione del biometano (da rifiuti organici, scarti agricoli, agro-industriali ed effluenti zootecnici) per contribuire al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione.

Biometano e economia circolare

Il gruppo guidato da Alverà è attivo nel settore tramite la controllata Snam4Environment. Lazienda dedicata alla costruzione degli impianti è la pordenonese Ies Biogas, che sta realizzando un impianto a Schiavon (Vicenza), che produrrà biometano valorizzando reflui zootecnici da impiegare, una volta liquefatto in Bio-GNL, per alimentare mezzi di trasporto pesante. In Sicilia invece l’impianto di Assoro produce biometano avanzato da matrici agricole, zootecniche e scarti della lavorazione delle arance, sanse di oliva e altri sottoprodotti delle aziende agroalimentari dellentroterra siciliano e, sempre sull’Isola, a Caltanissetta, è stata avviata un’altra infrastruttura in grado di produrre biometano contribuendo al recupero della frazione organica dei rifiuti solidi urbani. Insomma le cifre del biometano sono la decarbonizzazione e l’economia circolare, esattamente quello che occorre per vincere la lotta del clima. L’ultimo passo lo scorso dicembre, quando Snam ha sottoscritto un accordo con Asja Ambiente Italia per acquisire un pacchetto di impianti di produzione di biometano in Liguria, Lazio, Umbria e Sicilia (quest’ultimo in fase di costruzione), per una capacità totale di circa 8,5 MW. Se saranno rispettate determinate condizioni il gruppo rileverà poi altre 5 realtà in Piemonte, Lombardia e Sicilia, allargando così la propria rete verde.

Vantaggi all’agricoltura

La valorizzazione del biometano farà da volano all’agricoltura e alla zootecnia italiane, industrie che rendono il nostro Paese celebre sulle tavole di tutto il mondo per i suoi tanti prodotti tipici. Il biometano aiuterà infatti sia ad aumentare la competitività del settore agricolo e quindi di una filiera di trasformazione che partecipa in modo importante al pil e all’occupazione, sia a ridurne limpatto ambientale. Un passo molto importante visto che si stima che tra l’attività agricola e la zootecnica siano oggi responsabili di circa il 10% delle emissioni complessive nazionali. Al momento, la rete gas nazionale di Snam conta una trentina di allacciamenti attivi con impianti che vi immettono biometano ma ci sono altri 1.700 impianti a biogas che possono essere riconvertiti a biometano. Un potenziale quindi di espansione è notevole anche sotto il profilo dei trasporti: ad oggi circa un terzo del gas consegnato dai distributori di carburanti sia in forma compressa per le auto sia liquefatta per i camion, è già di origine bio”.

Italia hub dell’Idrogeno

Levoluzione degli asset di Snam in ottica multi-commodity” è una delle principali direttrici del piano strategico di Snam, presentato alla fine del 2021. Il piano prevede investimenti fino a 23 miliardi entro il 2030, concentrati su tre aree: reti, stoccaggi e progetti green integrati nei gas verdi. Obiettivo di Snam è infatti rendere le proprie infrastrutture pronte per trasportare solo molecole decarbonizzate – appunto biometano e idrogeno –  entro il 2050, in linea con gli obiettivi climatici nazionali e internazionali.

 

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Clamoroso: per giocare al Quirinale, Di Maio diserta la riunione sull’Ucraina

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di Nicola Porro

Mentre siamo qui a pensare a quale sarà il prossimo presidente della Repubblica, e a vedere che il parlamento dopo quattro votazioni è ancora nel pantano, ci sono forse altre questioni di cui dovremmo discutere. Le bollette? La crisi un Ucraina? Ecco: vorrei far presente che Di Maio ultimamente, per stare dietro al caos Quirinale, non ha partecipato ad un vertice sulla tensione a Kiev. E su questo avrei due cosette da dire…

Nicola Porro, da Stasera Italia del 26 gennaio 2022

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Mattarella, il bis degli incapaci

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PARTITA DEL QUIRINALE ANCORA IN STALLO. LETTA PUNTA SU DRAGHI E MATTARELLA BIS. MA È UN ERRORE

di Giuseppe De Lorenzo

Gli scatoloni così come li hai riempiti, facilmente puoi svuotarli per far tornare appunti e ammennicoli al loro posto. Giovanni Grasso, scaltro portavoce di Sergio Mattarella, lo sa benissimo. E il presidente della Repubblica anche. Se ne è andato a Palermo per qualche giorno, all’uscita dalla messa alcuni cittadini gli hanno chiesto di restare al Colle, un po’ come accadde alla Scala. E per quanto il Capo dello Stato abbia ripetuto urbi et orbi che non intende replicare il settennato, la possibilità è meno peregrina di quanto ci si possa attendere. Non tanto per volontà di Mattarella, cui ovviamente altri sette anni di sue foto in tutti i tribunali non farebbero schifo. Ma soprattutto per l’incapacità manifesta della classe politica di produrre un’alternativa.

Per intenderci: secondo la Costituzione può essere eletto “ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici”. Ci saranno più di 20 milioni di italiani che rispondono a queste caratteristiche. Certo: nessuno s’immagina un epilogo stile “Benvenuto Presidente” di Claudio Bisio, con un ignaro Giuseppe Garibaldi eletto per errore e senza esperienze politiche pregresse. Ma certo l’elenco di uomini delle istituzioni è ben fornito di ultra 50enni dalle indubbie capacità etiche e morali. Possibile che i partiti debbano anche solo pensare all’ipotesi di rimettere Mattarella sul Colle più alto di Roma?

La riconferma di Sergio sarebbe la pietra tombale sulla credibilità della politica. E non perché Mattarella non sia stato un discreto presidente, per quanto interventista e tutt’altro che “super partes”. Ma perché dimostrerebbe l’incapacità dei leader di trovare un accordo e di partorire alcunché, proprio come avvenne con Giorgio Napolitano. Renderebbe plastica l’inettitudine del centrodestra di mettersi d’accordo su un nome condiviso, quando avrebbe l’opportunità più unica che rara nell’ultimo secolo di nominare (finalmente) un arbitro non ostile. Ma sarebbe anche una debacle per la sinistra, tutta spocchia e veti, che da settimane si occupa solo di boicottare gli avversari convinta di avere il diritto divino di dare le carte, ma che si ritrova a lunedì 24 gennaio altrettanto priva di nomi realmente presentabili.

Certo resta in piedi l’opzione Draghi, il quale però nasconde dei rischi per la tenuta del governoPierferdinando Casini qualche chance le ha. Casellati, Pera e Moratti per ora si scontrano contro l’incomprensibile veto del Pd. E poi? Nessun altro? Il fatto che Letta ritenga “il massimo” e “la soluzione perfetta” la rielezione di Mattarella dà il senso del crinale da cui la politica italiana sta precipitando. Incapace di accordarsi su un nome “nuovo”, preferendo l’usato sicuro.

Giuseppe De Lorenzo, 24 gennaio 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/mattarella-il-bis-degli-incapaci/

Ecco il documento segreto su Grillo che nessuno vi farà leggere

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di Nicola Porro

IL FONDATORE DEL M5S, INDAGATO PER TRAFFICO DI INFLUENZE ILLECITE, FINITO NELL’ELENCO DEI LOBBISTI DI MOBY

Qual è il colmo per un movimento nato dal Vaffa Day, cresciuto maledicendo “la casta” e diventato adulto combattendo le lobby di Stato? Finire nell’elenco dei “lobbisti” finanziati da una grande azienda a rischio bancarotta. Se non fosse scritto nero su bianco nella “relazione tecnica” sul bilancio della Moby Spa, società dell’armatore Vincenzo Onorato indagato assieme a Beppe Grillo per traffico di influenze illecite, potrebbe apparire uno scherzo. O una barzelletta. Invece è tutto vero.

Non entreremo nel merito dell’inchiesta, delle presunte pressioni che Grillo avrebbe fatto su ministri e parlamentari grillini per sostenere le istanze di Onorato. Siamo e restiamo garantisti, anche quando c’è il comico di mezzo. E poi il “traffico di influenze illecite” è un reato così fumoso che solo il M5S e il suo dj Fofò potevano pensare di aumentarne le pene previste. Baggianate: non ci sarà nulla di penalmente rilevante. Il punto qui è politico. E cioè il fatto che Grillo e sodali, quelli che denunciavano i legami tra politica e finanza, quelli che si sono scagliati contro i Benetton, sono caduti negli stessi peccatucci che hanno sempre sbandierato come grandi scandali.

Per capirlo basta prendere l’analisi redatta dai commercialisti della Chiaruttini&associati su Moby Spa e scorrere fino a pagina 183, parte sesta, quella riferita agli “ulteriori trasferimenti” di denaro nel quinquennio 2015-2019. Sotto la dicitura “Dazioni a partiti politici, influencer e lobbisti” (esatto: influencer e lobbisti) compaiono proprio la società del fondatore del Movimento Cinque Stelle e quella di Casaleggio.

Il contratto con la Beppe Grillo srl

“Per quanto attiene i rapporti contrattuali con la Beppe Grillo S.r.l. – si legge – il verbale della seduta consiliare del 16 gennaio 2020 riporta che ‘con questa v’era in essere un accordo volto ad acquisire visibilità, con finalità pubblicitarie per il proprio brand sul blog presente nel sito www.beppegrillo.it nonché attraverso i canali redazionali social della Beppe Grillo S.r.l. avvalendosi del loro supporto redazionale, il tutto per un corrispettivo di 120mila euro annui””. Per la precisione, Moby aveva sottoscritto “un contratto di servizi, efficace dal 1^ marzo 2018 al 1^ marzo 2020, con riferimento al quale veniva versato l’importo complessivo di 200mila euro”. Non proprio spiccioli.

I rapporti con la Casaleggio Associati

I rapporti conIn data la società di Casaleggio invece prendono corpo il 7 giugno 2018, con lo scopo di “sensibilizzare le istituzioni sul tema dei marittimi” e “raggiungere una community di riferimento di 1mln di persone”. Il tutto, pagando alla Associati “un corrispettivo annuo pari ad 600mila, oltre alla previsione di goal fee legate al raggiungimento anticipato dei suddetti obbiettivi tra 50mila e 150mila euro”. Cosa strana, va detto, il contratto viene “approfondito” solo due anni dopo la sottoscrizione, ovvero il 16 gennaio del 2020, quando alla Moby si accorgono che “a fronte di un corrispettivo di € 50.000 mensili” la Casaleggio si era occupata di tre questioni:

1) “della creazione del sito internet www.marittimi.com e della gestione e produzione dei suoi contenuti, attività quest’ultima tutta consultabile on line e direttamente ricollegabile al Presidente di questo Consiglio di Amministrazione e con evidenti richiami al brand della Società”;

2) “della creazione e gestione della pagina Facebook […] marittimiofficial/ movimento a tutela dei diritti di quella categoria di lavoratori che sono anche i dipendenti di questa Società;

3) “della creazione e gestione della pagina Instagram […] marittimiofficial/ anche in questo caso servizi volti a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla tematica della limitazione dei benefici fiscali del Registro internazionale alle sole navi che imbarcano equipaggi italiani o comunitari, il tutto con evidente ritorno d’immagine per la Società potenziando la connessione tra il brand Moby ed il concetto di italianità”.

Il tutto alla “modica” cifra di 1,2 milioni di euro “sino alla risoluzione consensuale del contratto, intervenuta a partire dal 1 marzo 2020”.

Gli altri partiti finanziati da Onorato

Vero è che Grillo e Casaleggio non sono gli unici due ad essere stati finanziati dalle società di Onorato. Nel calderone compare un po’ tutto l’arco costituzionale. Tra il 2014 e il 2015  la federazione Val di Cornia-Elba del Partito Democratico ha incassato 30mila euro, altri 50mila sono andati ad Ernesto Carpone (sempre del Pd) e ulteriori 10mila hanno sostenuto la campagna elettorale della dem Silvia Velo. Inoltre, tra il 2015 e il 2016, ben 200mila euro sono finiti alla Fondazione Open riconducibile a Matteo Renzi. E non fanno eccezione Fratelli d’Italia (10mila euro) e il Comitato Change “facente capo” a Giovanni Toti (100mila euro).

La domanda però è una sola: se le cifre versate e Grillo e Casaleggio avessero riguardato un qualsiasi altro partito e se queste carte fossero finite nelle mani dei grillini, cosa sarebbe successo oggi? Ve lo diciamo noi: gogna mediatica, titoloni sul Fatto Quotidiano, accuse di favoritismi. In fondo, nella sua carriera politica Grillo se l’è presa con le lobby del tabacco (2017), con le lobby in Rai (2013) e con le lobby in generale. Per poi finire nell’elenco dei lobbisti di una società privata. Anche questa, una nemesi grillina.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/ecco-il-documento-segreto-su-grillo-che-nessuno-vi-fara-leggere/

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Cartelle esattoriali. Basta oneri di riscossione

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di Lorenzo Palma

Un addio atteso e puntualmente arrivato: Niente più oneri di riscossione, 3% o 6% delle somme iscritte a ruolo per pagamenti rispettivamente entro o oltre i sessanta giorni. E non è tutto: perché ora viene eliminata anche la quota pari all’1% delle somme iscritte a ruolo per le ipotesi di riscossione spontanea.

Lo dice la legge di Bilancio 2022: e tali somme saranno a carico del bilancio dello Stato. Queste le novità contenute nel nuovo modello di cartella di pagamento per i carichi affidati all’Agente della riscossione a partire dal 1 gennaio 2022, approvato con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini.

E per il debitore cosa ci sarà? A suo carico, recita ancora la legge, resteranno, invece, le spese relative alle procedure esecutive e cautelari e le spese di notifica della cartella di pagamento e degli eventuali ulteriori atti di riscossione. C’è da dire però che la stessa legge indica che i carichi affidati fino al 31 dicembre 2021 gli oneri di riscossione continueranno ad essere dovuti nella misura e secondo le ripartizioni previste dalle previgenti disposizioni di legge.

Dunque tutti gli agenti della riscossione dovranno utilizzare il nuovo modello per le cartelle relative ai carichi affidatigli a partire dal 1 gennaio 2022, mentre per quelle relative ai carichi affidati fino al 31 dicembre 2021 dovrà essere utilizzato il modello approvato con il provvedimento del 14 luglio 2017, indipendentemente dalla data di notifica della cartella di pagamento che potrà avvenire anche successivamente al 31 dicembre 2021.

Come indicato nel provvedimento datato 17 gennaio, nelle cartelle esattoriali spariscono alcune voci aggiuntive che, commisurate alla somma dovuta, contribuivano a far salire l’importo del debito accumulato. Nello specifico: viene abolita la quota oneri di riscossione fissa del 3 per cento delle somme iscritte a ruolo, in caso di pagamento entro il sessantesimo giorno dalla notifica della cartella di pagamento e del 6 per cento delle somme iscritte a ruolo e dei relativi interessi di mora in caso di assolvimento del debito oltre il suindicato termine di legge.

In caso di riscossione spontanea, effettuata ai sensi dell’articolo 32 del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46, non è più dovuta, dal debitore, la quota pari all’uno per cento delle somme iscritte a ruolo. Mentre la quota a titolo di spese esecutive per le eventuali attività cautelari ed esecutive per il recupero delle somme insolute; e la quota a titolo di spese di notifica della cartella di pagamento e degli eventuali ulteriori atti di riscossione, restano a carico del debitore.

Lorenzo Palma, 20 gennaio 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/economia/cartelle-esattoriali-basta-oneri-di-riscossione/

Il principe, le pecore e la leadership

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QUINTA COLONNA

In un mondo in cui tutti sembrano voler comandare, ritenendosi capaci di farlo, troviamo interessante proporre questo articolo ed altri in link in fondo, che sono consigli utili. Anche a rassegnarsi, se non si possiedono troppi di questi requisiti e anche se i vari sistemi pongono persone inadeguate in posti di comando o di rilievo, perché l’umiltà non è mai troppa e fare un passo indietro non è sempre un segnale di debolezza ma di maturità… (n.d.r.)

di Edoardo Lombardi

Ecco un breve racconto stimolante sulla leadership che dovresti leggere per cominciare un percorso che potrà portarti a essere un manager migliore.

PICCOLA STORIA INSEGNA

C’era una volta un importante regno, che era governato da un principe, il quale ereditò lo scettro dopo la morte di suo padre.

Dopo alcuni mesi del suo governo, le cose cominciarono a metterlo seriamente alla prova. La siccità causò gravi perdite agli agricoltori, uccise molti animali, uccelli e piante preziose nella foresta. E seguì poi una epidemia sconosciuta che tolse la vita a molte persone.

Poi, trascorso del tempo, le cose iniziarono lentamente a migliorare. Ma, prima che potessero riprendersi completamente, un re nemico aggredì il regno, ne prese il controllo, uccidendo alcune persone e imprigionandone molte. Il giovane re riuscì in qualche modo a fuggire e cercò di incontrare un suo amico d’infanzia che era re di un regno vicino.

Nel mentre, rifletteva su come tutte queste cose negative potessero essergli successe. Era nato e cresciuto per essere un re di un regno potente e ricco, ma ora aveva perso tutto. Si convinse di avere avuto molta sfortuna perché nulla di simile era successo a suo padre o a qualunque altro re che egli conoscesse.

Al suo re amico raccontò tutte le cose che gli erano accadute. Dopo aver ascoltato la sua storia, il re amico ordinò di dargli un gregge di 100 pecore. Il giovane re fu sorpreso perché si aspettava molto di più. Non voleva fare il pastore. Ma non avendo alternative accettò l’offerta.

La sorte però gli era chiaramente avversa e dopo alcuni giorni, mentre pascolava il suo gregge, un gruppo di lupi lo assalì e uccise tutte le pecore. Mentre i lupi attaccavano, il giovane re scappò da quel luogo.

Tornò dal suo amico re e chiese aiuto. Questa volta ricevette 50 pecore. Ma di nuovo non riuscì a proteggerle dai lupi. La terza volta, gli furono date solo 25 pecore. Adesso il giovane re si rese conto che, se non trovava un modo di proteggere il suo gregge dai lupi, non avrebbe ricevuto più alcun aiuto dal suo amico.

Allora studiò attentamente il posto in cui il gregge risiedeva e individuò le aree di attacco dei lupi. Aggiunse recinzioni e pose guardie all’intorno. Poi continuò a monitorare i luoghi e a parlare con tutte le persone con esperienza per imparare i trucchi per proteggere il gregge. Dopo qualche anno, il suo gregge era diventato di 1000 pecore.

Con tanta soddisfazione andò a incontrare il re suo amico e gli raccontò che cosa aveva realizzato. Dopo averlo ascoltato, il re amico ordinò ai suoi ministri di affidargli un intero Stato da governare. Sorpreso da tutto questo, allora chiese: “Perché non mi hai dato lo Stato da governare quando sono venuto da te per la prima volta a chiedere aiuto?”

Il re amico rispose: 

La prima volta che sei venuto da me per chiedere aiuto, la tua mentalità era quella di essere nato e cresciuto per essere un leader. In realtà tu eri assolutamente lontano dal comportarti come tale. È vero che sei nato nella ricchezza e hai conosciuto orgoglio e potere, ma non sei mai stato adeguatamente istruito e addestrato per guidare il tuo patrimonio e la tua gente. Quindi, quando ti ho dato il gregge, ho aspettato che imparassi come gestire gli altri. Caro amico, solo ora credo che tu sia pronto a guidarli!

MORALE DELLA STORIA: Nascere in una famiglia potente o essere un manager in una posizione elevata non ti rende automaticamente un leader. 

Ma essere responsabile di altri come re di uno stato o manager di una squadra o CEO di un’azienda e non fare nulla per guidare le persone a te affidate non ti rende un capo da seguire. Ti suggerisco di conoscere meglio la tua gente e di conquistare i loro cuori e le loro menti: e allora sarai anche un leader.

LEZIONI DA IMPARARE

Un primo passo verso il miglioramento della tua leadership

Quando Niccolò Machiavelli nel 1513 scrisse per primo sul tema del rischio e della difficoltà di esercitare il ruolo di guida di uomini (“Il Principe”), forse non si sarebbe mai aspettato che l’argomento sotto il nome anglosassone di “leadership” avrebbe avuto la diffusione che ha oggi.

Oggi infatti il significato della parola “leader” è universalmente conosciuto, o nei semplici termini dell’Oxford Dictionary: “il leader è una persona che gli altri seguono”, o nel modo più esauriente prescelto dal Prof. R.J. House, uno degli studiosi americani più noti in materia, il quale lo definisce come

“un leader è un individuo capace di mettere in condizione gli altri di contribuire al successo dell’organizzazione di cui tutti loro fanno parte”.

L’importanza della leadership nei nostri giorni si manifesta prepotentemente in un’ampia gamma di gruppi e di strutture, dalle aziende alle famiglie, nella politica come nello sport; e può essere:

  • “formale” in virtù del possesso di un ruolo riconosciuto, o
  • “informale” sulla base di legami e relazioni personali.

Tutti noi, in un modo o nell’altro, abbiamo la possibilità e talvolta la necessità di esercitare la leadership.  

E la leadership è considerata uno degli ingredienti più importanti del successo. Anche se è opportuna una precisazione: il successo è variegato e va da quello nel “fare” a quello nel “far fare”.

Se ci guardiamo attorno, notiamo che gli atleti più dotati non sempre riescono a essere poi allenatori di grido, un grande violinista o pianista non necessariamente diventerà un buon direttore di orchestra. Ci riusciranno solo quelli dotati di “leadership”, cioè di una serie di attributi e di qualità comportamentali che permettono di guidare gli altri nella realizzazione della performance, piuttosto che realizzare personalmente la performance medesima.

Questi attributi spesso sono innati mentre le qualità comportamentali il più delle volte sono apprese. Perciò è importante capire:

  1. da un lato, se una persona è dotata per “esercitare la leadership”
  2. e dall’altro, “quali qualità deve apprendere” per essere un buon leader.

John Pepper, che per 16 anni è stato ai vertici di Procter&Gamble (Presidente, CEO e Chairman), ha fatto un’apprezzabile selezione di questi aspetti, individuando sei Attributi Chiave e cinque Qualità Comportamentali, che sono determinanti al fine di essere “leader”.

I 6 Attributi Chiave del Leader secondo John Pepper

  1. Possedere un forte carattere personale, partendo dall’integrità.
  2. Credere profondamente e appassionatamente negli scopi dell’organizzazione.
  3. Impegnarsi a fondo e dare sempre un forte contributo personale.
  4. Questionare costantemente lo status quo e cercare sempre il miglioramento.
  5. Coltivare la fiducia e il rispetto per gli altri e il desiderio del loro sviluppo.
  6. Perseguire e difendere ciò in cui crede con saggezza, coraggio e perseveranza.

Leggendoli appare chiaro che questi attributi sono in buona parte da ritenersi “innati” o generati nel corso dei primi anni di vita.

Le 5 Qualità Comportamentali del Leader secondo John Pepper (le 5 “E”)

  1. Immaginare in modo chiaro il futuro come se lo avesse davanti a lui. (Envision: “prevedere ciò che sarà per adattare ad esso il modello di business”)
  2. Riportare all’attività e o alla vita qualcosa, latente o fermo nel suo sviluppo. (Energize: “ispirare e ricaricare i collaboratori”)
  3. Rendere gli altri capaci di conseguire i risultati. (Enable: “realizzare le condizioni necessarie all’organizzazione per raggiungere i suoi obiettivi”)
  4. Instaurare relazioni e collaborazioni di qualità. (Engage: “costruire rapporti di lavoro basati sulla fiducia e il rispetto”)
  5. Realizzare completamente ciò che esiste nei piani. (Execute: “portare a compimento ciò che si è programmato”)

Esse sono prevalentemente acquisibili con un impegno costante e, soprattutto, con la pratica.

LESSON LEARNED

Concludo citando una efficace sintesi di tutto ciò, attribuita a John C.Maxwell, un famoso autore americano che ha molto approfondito il tema della leadership:

Un leader è uno che conosce la strada, segue la strada e mostra la strada“.

Questo e altri contenuti per la crescita personale e manageriale su V+, il magazine dedicato alle Pmi. Scarica il tuo numero qui:

 

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