Tamponi e quarantena: il governo trucca ancora le carte

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OGGI CABINA DI REGIA PER CAMBIARE (DI NUOVO) LE REGOLE SU TAMPONI E QUARANTENA. ED È CAOS

Quindi, fateci capire. In principio, a inizio pandemia, i tamponi andavano fatti a gogo per “scovare il virus”. Poi sono diventati un problema perché trasformavano l’Italia nel lazzaretto d’Europa. Poi abbiamo capito che il contact tracing era utile per frenare la catena di trasmissione e più se ne facevano, meglio era. Poco dopo lo avete trasformato nello strumento del demone no vax, che col tampone negativo poteva girare liberamente al pari di un vaccinato. Avete spiegato (Burioni dixit) che è uno strumento pericoloso in grado pure far uscire liquido cefalorachidiano. Infine, quasi per magia, lo avete riabilitato per complicare la vita ai vaccinati europei, che neppure con doppia dose possono entrare tranquillamente nel Belpaese. E ora? Adesso, dopo aver scatenato la corsa al test, non volete che venga fatto neppure per accertare la guarigione/negativizzazione di un positivo. Ci sta sfuggendo qualcosa?

Sì, e non solo a noi. Il punto è che sulle regole del Covid si è scatenato un vero e proprio caos. Generato non tanto dalla mutevolezza del virus, ma delle insensate scelte dei vari governi, che prendono decisioni e poi si smentiscono pochi giorni dopo. Che prima mitizzano i tamponi, poi li demonizzano, infine li riabilitano. Per non parlare della quarantena. Nei giorni pre-natalizi gli italiani si sono messi in fila per farsi un test in vista del cenone di Natale. C’è chi l’ha fatto per precauzione, chi per necessità. A parte le code infinite di auto ai drive-in, l’effetto logico e atteso era quello di un rialzo del numero dei contagi: più test fai, più asintomatici scovi. E così centinaia di migliaia di italiani si sono ritrovati in quarantena perché positivi o perché “contatti stretti” di un infetto. Un milanese su 18 se ne sta rinchiuso in casa. Le stime parlano, per il prossimo futuro, di “milioni di persone isolate e in quarantena”. Una sorta di “lockdown di fatto”, che ha messo sul chi va là il governo.

Quindi? Quindi oggi si riunirà la cabina di regia per cambiare (di nuovo) le regole a 5 giorni dall’ultimo Consiglio dei ministri. Al centro della bagarre politica, oltre alla possibile estensione dell’obbligo vaccinale a tutti i lavoratori, ci sono proprio le incognite quarantena e test. Ad oggi chi ha la sfiga di essere un “contatto stretto di positivo” deve restare in casa 7 giorni (se vaccinato) o 10 giorni (se non vaccinato). Alla fine del periodo si sottopone a un test e, se negativo, è libero. Le Regioni hanno chiesto al Cts di valutare la possibilità di eliminare l’isolamento fiduciario per i vaccinati con terza dose (o con seconda da meno di 4 mesi), permettendo loro di uscire se in assenza di sintomi. Il Cts ritiene la proposta “irricevibile”, vorrebbe anzi una nuova stretta, ed è probabile che alla fine il periodo di “reclusione” venga ridotto da 7 a 5 giorni per i vaccinati con booster o con doppia dose da pochi mesi. E qui la domanda sorge spontanea. Scusate: all’alba del 28 dicembre 2021 vi svegliate e scoprite che i vaccinati possono restare in quarantena di meno? Pensarci prima, no?

La verità è che a dettare i tempi delle normative sembrano essere più motivazioni organizzative che l’effettivo tempo di incubazione del virus. Per poter impegnare il personale nelle vaccinazioni della dose di richiamo, infatti, le Regioni vorrebbero mandare al diavolo il tracciamento, considerato “non più gestibile”. Troppi positivi e troppo “contatti”: la macchina non regge, dunque meglio “liberare” chi non ha sintomi, ridurre le quarantene e ridurre i test. Bene così, sia chiaro. Ne siamo felici. Ma la strategia è sempre la stessa: quando servirebbero più risorse, anziché investire fondi sul sistema sanitario, si preferisce cambiare le norme in base alla situazione del momento. Certificando, così, quello che noi sosteniamo da tempo: ovvero che non siamo prigionieri del virus, ma delle regole del governo.

“La scienza ormai è diventata una religione”

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IL POTERE SALVIFICO DATO AI VACCINI E LA LENTA QUANTO IESORABILE PERDITA DELLE LIBERTÀ. PORRO PARLA ALLA VERITÀ

Intervista a Nicola Porro di Federico Novella per La Verità del 27 dicembre 2021

«Vi prego: trattateci da adulti». Questo lo sfogo di Nicola Porro, dopo l’ennesima stretta sanitaria del governo. Il conduttore di Quarta Repubblica, che tornerà in onda su Rete4 il 10 gennaio, rilancia l’appello contro il paternalismo spinto di chi gestisce la pandemia.

Con il mega green pass la musica non è cambiata?

«La mia rispettosa richiesta di essere trattati da adulti nasce da un principio sul quale sono un po’ fissato. Lo diceva Piero Calamandrei, non certo un pericoloso sovversivo: la libertà come l’aria, ti accorgi di quanto vale solo quando viene a mancare».

Una deriva lenta ma inesorabile?

«All’inferno si scende a piccoli passi. Abbiamo accettato dal governo Conte le certificazioni per uscire di casa. Abbiamo accettato i dpcm. Abbiamo accettato le regole sui nostri comportamenti declamate la sera alla televisione. Abbiamo accettato il lockdown per due mesi. Abbiamo accettato il coprifuoco per sei mesi. Abbiamo accettato le mascherine all’aperto. Abbiamo accettato la guerra mediatica contro quelli che, pur vivendo insieme, si scambiavano un bacio sul pontile di Forte dei Marmi. Insomma, abbiamo accettato tutto e, quel che peggio, siamo pronti a farlo di nuovo. Se domattina il governo dicesse che dopo la terza dose bisogna mangiare più verdura, lo accetteremmo senza proteste».

Tutti i provvedimenti che hai citato vengono dimenticati dalla massa con una velocità impressionante. Insieme con la durata del green pass, si è accorciata anche la memoria collettiva?

«Si, torniamo al principio di partenza: vorrei che il governo ci trattasse da adulti, e non da bambini con la memoria corta. Io non sono preoccupato delle piccole misure in sé, quanto piuttosto dalla tendenza generale che si sta imponendo. I governi servono tutto sommato a mettere un po’ d’ordine nella convivenza sociale, siamo noi che ce li scegliamo. I governi nascono per essere al servizio dei cittadini, mentre oggi sono i cittadini a essere al servizio di un bene supremo che solo i governanti hanno il privilegio di conoscere».

Il fatto che ogni settimana spuntino nuove misure implica che quelle vecchie non hanno funzionato?

«Esatto, e ogni volta la nuova misura non viene giustificata in modo serio. Mi aspetto che qualcuno dica: ragazzi, questa e una malattia che non sappiamo come sconfiggere, non abbiamo certezze, andiamo per tentativi. Questo sarebbe un comportamento “adulto”».

Invece?

«Invece vengono a dirti anche stavolta che la nuova misura è necessaria, fondamentale, indispensabile e sicura. E poi tutte e quattro queste categorie dell’assoluto vengono puntualmente smentite. Parliamoci chiaro: io sono un deciso vaccinista, ma sono anche convinto che, a causa di questa comunicazione vaccinale sbagliata, in Italia ci sono milioni di persone favorevoli al vaccino che, spaventate, decidono di non farlo».

Intendi dire che i no vax sono figli degli errori comunicativi del governo?

«Mettendo da parte i terrapiattisti, se oggi esistono i no vax è semplicemente colpa delle false certezze della comunicazione ufficiale sui vaccini. Se ci avessero detto, come si era capito fin dall’inizio, che i vaccini sono semplicemente uno strumento per aiutarci a non crepare, probabilmente sarebbe andata meglio. Invece hanno reso il vaccino un dio in terra. Quando tu rendi la scienza una religione, sbagli in partenza: e non lo dice Porro, ma Karl Popper. Quando la scienza è affidata alle prediche di Roberto Burioni e non al pragmatismo di Francesco Vaia, finisci per alimentare quella zona grigia di persone che pur non avendo pregiudizi sul vaccino, restano paralizzate dai dubbi».

É la famosa eterogenesi dei fini di Giambattista Vico: conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali. Allora il green pass a cosa a servito?

«Al green pass è solo un esercizio burocratico volto ad affermare un potere. É una scelta puramente politica, che non ha nulla a che vedere con la sanità. Che il green pass fosse inutile sul piano sanitario, lo sapevano tutti prima ancora che venisse varato. Allo stesso modo, tutti sapevano che era inutile chiudere le frontiere con il Sudafrica, perché la variante omicron sarebbe arrivata comunque. Stesso discorso per la decisione di Roberto Speranza di chiudere i voli tra Londra e con il sogno di fermare la variante Delta. Ecco, tutte queste scelte politiche arbitrarie sono state prese con arroganza, senza verifiche, e soprattutto senza conseguenze. E questo perché ogni decisione viene elevata a Verbo della grande religione sanitaria, quella dei sommi sacerdoti che ci guidano da due anni».

Forse ti aspettavi che nella conferenza stampa di fine anno Mario Draghi ammettesse gli errori di comunicazione sul lasciapassare verde?

«Probabilmente errori ne ha fatti, ma credo che Draghi riesca comunque a surclassare il suo predecessore. Molto meglio i consigli comunicativi di Paolo Cirino Pomicino a Draghi, rispetto a quelli di Rocco Casalino a Conte. Ma il problema serio è un altro».

Cioè?

«Se il capo del governo arriva in conferenza stampa e la stragrande maggioranza dei giornalisti presenti si alza per applaudirlo, allora il problema non è Draghi, ma la stampa che non sta svolgendo il suo ruolo. Ed è complice da tempo di questa liturgia del terrore».

Il presidente Sergio Mattarella ha detto che il problema dei media è quello d’aver dato troppo spazio ai no vax.

«Non ho mai dato spazio ai no vax, ma penso che il problema dei media sia esattamente l’opposto: non aver mai avuto un atteggiamento critico nei confronti delle misure governative. Senza che Mario Monti lo esplicitasse, i media hanno somministrato un’informazione molto poco democratica».

Draghi è stato già mediaticamente incoronato presidente della Repubblica?

«A scegliere il presidente sono soprattutto gli stipendi dei parlamentari. Nella mancanza totale di partiti strutturati, l’unica cosa che interessa oggi a deputati e senatori è avere un capo dello Stato che garantisca la fine della legislatura».

É prematuro, ma cosa prevedi per il Quirinale? Per ora i nomi veri in campo sono Draghi e Berlusconi.

«Io penso che Berlusconi al Quirinale sarebbe la vera grande novità. Vorrebbe dire rompere finalmente quel sistema politicamente corretto che dura da tanti anni. Rappresenterebbe una rivincita per tutti quelli che si sono sentiti di serie B rispetto al pensiero dominante. Ed è un’eventualità che mi farebbe godere come un riccio».

Di certo supereremmo quel veto ideologico che impedisce alla metà di italiani che vota centrodestra di vedere un proprio rappresentante sul colle più alto.

«Esatto, ritrovarsi un altro personaggio di sinistra al Quirinale sarebbe assurdo. Se Berlusconi diventasse capo dello Stato ci sarebbe un’altra conseguenza: chiunque vinca le prossime elezioni non subirà i soliti giochetti di ostracismo. E quando parlo di giochetti intendo quelli portati avanti dagli ultimi presidenti della Repubblica nei confronti di vincitori elettorali che non rientravano nel gradimento quirinalizio».

E se non ci fossero le condizioni per Berlusconi?

«Non vedo perché non dovrebbero esserci, visto che il centrodestra a maggioritario tra i grandi elettori. Se così non fosse, mi risulterebbe difficile pensare a una bocciatura di Mario Draghi, che vanta solidi agganci con l’establishment europeo, e che ha pronto l’appoggio degli americani e della Santa Sede».

Ultimamente ti sei occupato spesso di disastri giudiziari. Nel caos delle correnti e delle vendette tra magistrati, il prossimo inquilino del Colle dovrà giocoforza fare ordine?

«Oltre all’omologazione sanitaria, oggi la piaga principale la strage, il fallimento della giustizia, in tutti i campi. Il capo dello Stato è anche il presidente del Csm, e da questo punto di vista le garanzie che mi da Berlusconi sono superiori a quelle che fornisce Draghi, circa la possibile rivoluzione dei rapporti».

I rapporti con la magistratura non sono forse un punto debole di Berlusconi sulla strada del Colle?

«No, sono un punto debole per chi ne subirebbe le conseguenze. Invece è ovvio che Draghi sarebbe molto più conservatore di Berlusconi nella gestione della giustizia. Insomma tu pensi che lo stato della giustizia italiana sia cosi rovinoso da richiedere un presidente decisionista?

«Togliamoci dalle scatole l’idea del presidente della Repubblica super partes. Noi abbiamo avuto esclusivamente presidenti della Repubblica perfettamente calati “nella” parte: tutti inclinati verso governi di sinistra, e attentissimi a non rompere gli equilibri del potere giudiziario. Meglio un capo dello Stato che prende posizioni alla luce del sole, rispetto a uno che lo fa sottobanco».

Fonte: https://www.nicolaporro.it/la-scienza-ormai-e-diventata-una-religione/

 

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Vax contro no vax, gli italiani si sono sempre odiati

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CON IL COVID SI STA DISGREGANDO IL NOSTRO TESSUTO SOCIALE? NO, NON È MAI ESISTITO

di Rino Cammilleri

Giustamente l’amico Porro lamenta che si sta disgregando il nostro tessuto sociale. Il cantautore cattolico Povia si becca il Covid? Bene, ben gli sta, speriamo che schiatti. Questi i “messaggi” di auguri inviatigli anche da medici mediatici. Porro ha la mia non piccola stima anche perché dissente dalla linea conformista del quotidiano di cui pure è vicedirettore. I giornalisti che fanno il loro mestiere in coscienza e non per lo stipendio sono pochi, ahimè. Proprio la pandemia è intervenuta, evangelicamente, a «svelare i pensieri di molti cuori». E, grazie a Dio, in tanti se ne sono accorti, col gran risultato che ormai non ci fidiamo più di nessuno, scienziati, giornalisti, medici e soprattutto politici.

Nel Medioevo il capo politico era il re, davanti alla cui sacralità si piegava il ginocchio. Quante rivoluzioni ci sono volute per arrivare ad avere capi politici accolti a pernacchie quando spuntano in tivù? Vent’anni fa, giovane e sprovveduto, pubblicai un libro prima per Mondadori, poi per la Bur: Doveroso elogio degli italiani. Poi, invecchiato, feci esperienza. Com’è noto, l’esperienza è quella cosa che quando ce l’hai non serve più. Mai mi sono pentito di un mio libro, e sono una quarantina. Tranne di quello. Era appena uscito nelle librerie che già gli arrivò una minaccia di querela. Dall’estero. E chi era? Un italiano. Del tutto sconosciuto alle patrie lettere. Diceva che l’avevo plagiato, anziché ringraziarmi per averlo citato. Finì che il mio editore fu costretto a pagare un’expertise, la quale diede ragione a me. Però il costo dell’expertise superò l’incasso e l’editore, bollandomi come uno che portava rogne, accantonò il mio libro, che non fu più ristampato.

Insomma, il tessuto sociale gli italiani non l’hanno mai avuto. È dai tempi di Romolo e Remo che il loro specifico è la guerra civile. Roma a parte, le Crociate nacquero proprio perché il papa Urbano II, stufo delle guerre continue tra cristiani, disse loro: ma se proprio avete voglia di menare le mani, andate a farlo da un’altra parte, dove è veramente utile. Per fortuna quella volta gli diedero retta. Ma poi ricominciarono. Città contro città. Quartiere contro quartiere (il Palio di Siena c’è ancora oggi, per dirne una). Dice niente il fatto che, per legge, il podestà doveva essere uno di fuori? E il vizio di chiamare «lo straniero» a calare in Italia per far vincere la propria fazione? Vizio che rimase anche nel Risorgimento, il quale fu possibile grazie a inglesi e francesi e infine prussiani.

Gli «austriaci» che combattevano contro i piemontesi erano veneti e lombardi. E che fu la garibaldinata contro il Sud  se non una guerra tra italiani? Per non parlare delle campagne napoleoniche, con giacobini (italiani, la cui bandiera svetta ancora sul Quirinale) che massacravano le Insorgenze. E poi il «brigantaggio». E poi venne il marxismo e gli italiani ricominciarono a darsele. Bienni rossi, squadracce eccetera. Caduto il fascismo, ecco una guerra civile in grande stile. Dice niente il fatto che il partito comunista di osservanza sovietica più numeroso di tutto l’Occidente fosse proprio quello italiano? E che il Sessantotto da noi, e solo da noi, sia durato dieci anni? Per non parlare degli anni di piombo.

Saremo bravi, noi italiani, con la cucina, l’arte, la moda. Ma per il resto facciamo ridere. E ci detestiamo l’un l’altro che è un piacere. Abbiamo sempre bisogno di qualcuno che ci venga a comandare dall’esterno, Draghi compreso. Dunque, non c’è nessun tessuto sociale da salvaguardare. Non c’è ne mai stato uno. Ahimè.

Rino Cammilleri, 18 dicembre 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/vax-contro-no-vax-gli-italiani-si-sono-sempre-odiati/

La “rete” degli enti locali che resuscita il ddl Zan

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NON SI FERMA IL TENTATIVO DI PROMUOVERE LE TEMATICHE CONTENUTE NEL DISEGNO DI LEGGE BOCCIATO DAL PARLAMENTO

di Francesco Giubilei

Dopo la bocciatura da parte del Parlamento del Ddl Zan, non è finito il tentativo di promuovere alcune delle tematiche contenute nel disegno di legge attraverso modalità che partono dagli enti locali. È il caso di Re.a.dy, una rete nata nel 2006 che si sta diffondendo negli ultimi mesi e che riunisce “Regioni, Province Autonome ed Enti Locali impegnati per prevenire, contrastare e superare le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere”. Sulla carta una rete nata con il giusto intento di combattere le discriminazioni ma in realtà caratterizzata da una visione ideologica che ha ben presto fatto sì che i comuni aderenti alla rete appoggiassero iniziative con una connotazione ben precisa.

Cosa è Re.a.dy

D’altro canto, come si legge sul sito, Re.a.dy nasce “nell’ambito del Pride nazionale” e il suo operato ricalca questa visione ideologica della società ma l’aspetto più preoccupante sono i progetti rivolti ai bambini. Nella sezione educazione si trovano alcune iniziative come il progetto del Comune di Castelmaggiore in provincia di Bologna intitolato “Uscire dal guscio, educare alle differenze”, un “festival di letteratura per l’infanzia e l’adolescenza” che “ha portato nelle scuole libri, scrittori e scrittrici, laboratori, coinvolgendo insegnanti, studentesse e studenti”.

In questa direzione va anche la “Piccola biblioteca vivente”, un progetto didattico del comune di Cento “che tratta anche tematiche Lgbt, presentato alle scuole (medie inferiori e superiori), solitamente viene svolto al di fuori del contesto scolastico”. Tra i punti di forza: “dare ai/alle ragazzi/e la possibilità di rapportarsi direttamente con persone che hanno un vissuto reale, ed all’interno della biblioteca ci sono persone appartenenti al mondo LGBT che si raccontano”.

Il ddl Zan rientra dalla finestra

Si tratta di iniziative rivolte a bambini e minori che hanno rappresentato una delle principali motivazioni per cui il Ddl Zan è stato bocciato e, come fa notare il consigliere regionale dell’Emilia Romagna della Lega Matteo Montevecchi: “Attenzione alla Rete Ready, altrimenti il DDL Zan rientrerà dalla finestra”, parole condivise dal senatore Pillon. È lo stesso Montevecchi a rivolgere un appello alle amministrazioni di centrodestra, in particolare dopo la presa di posizione del Consiglio diocesano e pastorale di Cesena che ha stigmatizzato l’adesione del comune alla rete, invitando i comuni romagnoli guidati dal centrodestra ad uscire dalla rete.

Un appello che non è caduto nel vuoto e il sindaco di Forlì Gian Luca Zattini ha risposto così: “Il Comune di Forlì ha aderito alla rete ready nel 2016, per volontà e su indicazione dell’Amministrazione che ci ha preceduto. Al netto di questa considerazione, la Giunta attuale sta valutando con attenzione e nel dettaglio i contenuti, le attività e gli obiettivi della rete ready. Se, dopo un’accurata analisi, dovessimo riscontrarvi un messaggio divisivo e improntato al mancato rispetto delle opinioni altrui, ne prenderemo atto riservandoci di valutare le modalità e i tempi di recesso dalla rete. Se, diversamente, dovessimo rilevare un approccio inclusivo e caratterizzato dalla volontà di contrastare ogni forma di discriminazione, ne approfondiremo gli aspetti più virtuosi e vicini alla nostra comunità”.

Le parole del sindaco di Forlì potrebbero aprire un percorso per seguire l’esempio di regioni come il Friuli Venezia Giulia che, dopo l’insediamento di Fedriga, è uscita dalla rete o del Comune di Treviso dove il capogruppo della Lega Riccardo Barbisan ne favorì l’abbandono. Se una città capoluogo di provincia come Forlì decidesse di abbandonare la rete Re.a.dy, sarebbe un importante segnale nei confronti del mondo cattolico e di un elettorato di centrodestra che difficilmente potrebbe accettare iniziative come quelle promosse in altri comuni rivolte ai bambini e alle scuole.

Francesco Giubilei, 16 dicembre 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/la-rete-degli-enti-locali-che-resuscita-il-ddl-zan/

L’ultima idea: vogliono eleggere il Quirinale con un conclave

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LA PROPOSTA DELLO STORICO RAFFAELE ROMANELLI: ELETTORI CHIUSI DENTRO, SENZA CELLULARI E SCHEDE BRUCIATE

Difficile dire se si tratti di una boutade (si spera). Ma l’ultima idea in vista dell’elezione del Presidente della Repubblica è questa: eleggere il capo dello Stato al Quirinale con un conclave. Segreto, segretissimo. Senza tutto il circo politico-mediatico già partito due mesi prima del voto. A mettere nero su bianco la proposta (o lo scherzo?) è lo storico Raffaele Romanelli sul Domani. Tutto nasce dalla convinzione che chiedere a Sergio Mattarella il bis, anche solo per un paio di anni, sarebbe un sacrificio alla “dignità dei politici” e a quella “dell’ordinamento costituzionale”. Un “presidente toppa”, un rimedio per la manifesta incapacità dei partiti di trovare un’alternativa, sarebbe una brutta figura. Come evitarlo, dunque?

Per il Quirinale Romanelli propone di rifarsi al conclave, ovvero alle modalità di elezione del Papa dal qualche secolo a questa parte. In fondo, fa notare lo storico, “fino al 1870 l’elezione avveniva nel palazzo del Quirinale”, un tempo di proprietà dello Stato Pontificio. “Di recente – continua – è stabilito che lo scrutinio debba essere segreto, con schede poi abbruciate (con fumata bianca o nera) perché si eviti poi di calcolare, soppesare, attribuire”. Ovviamente, il tutto chiusi sotto chiave, con il cibo fornito dall’esterno e senza poter parlare o interagire col mondo circostante. Dunque, dice Romanelli, “si faccia tesoro delle regole del conclave, che sono ben rodate“. Anche per eleggere il successore di Mattarella, i grandi elettori vengano “chiusi dentro, via i cellulari, nessun rapporto con l’esterno”. Decidano “e non si sappia mai chi ha votato per chi: si brucino le schede, si cancellino i file. Senza fretta, semmai dopo un po’ si taglino i viveri”.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/lultima-idea-vogliono-eleggere-il-quirinale-con-un-conclave/

 

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Vestiti da donna a scuola? Ha ragione il Prof. Martino Mora

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QUINTA COLONNA

di Matteo Castagna

Conosco da tanti anni il Prof. Martino Mora. E’ persona colta e distinta, elegante e molto determinata nell’argomentare ciò che ritiene giusto. Abbiamo opinioni differenti su alcune cose e che c’è di male? Non siamo tutti uguali (per Grazia di Dio!). Ho sempre avuto il piacere di un confronto schietto con lui, negli ultimi anni solo epistolare, ovvero social. E’ un cattolico sempre alla ricerca della verità, con passione e tenacia, è un ottimo insegnante (così mi dicono amici milanesi, ma io non ne dubito, perché è molto preparato e persona mite ed affabile). Abbiamo sempre avuto simili simpatie politiche, con quella capacità critica e vis polemica che ci rende antipatici agli “yes men”, ai disonesti, ai carrieristi ed ai paraculi, che non hanno, per forza, un colore politico. Anche in politica non la pensiamo sempre allo stesso modo; lui fervido autonomista, convinto legittimista e controrivoluzionario, io, certamente autonomista e controrivoluzionario, ma con modelli più vicini alla storia politica della destra italiana. Siamo sempre stati dalla stessa parte della barricata nel difendere etica e morale, intese sia come diritto naturale che come diritto divino. Oggi, si potrebbe dire che difendiamo, ciascuno con i suoi mezzi, la società naturale e, con essa, per forza, siamo dalla parte del decoro e del buon senso. Ciò che gli è capitato non può avermi stupito, altrimenti dimostrerei di vivere su Marte. Ma mi ha sconvolto perché egli è stato cacciato da scuola per non aver accettato, in classe, tre alunni travestiti da donna. Ai miei tempi (anni ’80) non solo nessun ragazzo sarebbe riuscito a uscire di casa con la gonna, ma se anche fosse accaduto, il mio direttore didattico o preside l’avrebbe subito mandato a casa a cambiarsi con una nota sul libretto personale. E, a casa, mamma e papà avrebbero proseguito col resto…

Perciò, nell’abbracciarlo, gli rivolgo la piena solidarietà mia e di tutto il Circolo “Christus Rex-Traditio” che rappresento, con una promessa: se avrai ripercussioni lavorative e se non ti arrecheremo ulteriori problemi, verremo noi a renderti il merito che, fino a qualche anno fa era la normalità per un insegnante. Nicola Porro e il Prof. Mora spiegano bene le motivazioni nell’articolo che segue, che non sono né bigotte né reazionarie…

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TRE RAGAZZI IN AULA VESTITI IN GONNA. IL PROF LI FA USCIRE. E FINISCE NEI GUAI

Qualche tempo fa, non ci saremmo neppure posti il problema. A scuola si va per imparare a far di conto, a leggere e a scrivere. Non per combattere battaglie per questo o per quel motivo. Il luogo merita il giusto contegno, anche nel vestirsi. Sarà per questo che un professore del liceo scientifico “Bottoni” di Milano s’è rifiutato di fare lezione a tre studenti vestiti “in modo inappropriato”. Cioè con la gonna.

Il “sit-in” è stato messo in atto in occasione della giornata contro la violenza sulle donne, lo scorso 25 novembre. I maschietti si sono vestiti con la gonna perché – dicono – “troppo spesso” viene usata come “scusante di molestie, discriminazioni, stupri”. Il prof di storia e filosofia, però, appena li ha visti agghindati da signorine (uno con gonna lunga, il secondo con un tutu, il terzo con le unghie dipinte di rosso) li ha cacciati dall’aula per vestiario “inappropriato”.

Il caso è esploso – manco a dirlo – sui social network. E tanto tuonò che alla fine piovve. Gli altri studenti si stanno ribellando alla scelta del prof Martino Mora, uscendo dall’aula non appena il malcapitato tenta di fargli entrare in testa qualcosa sulla Critica della ragion pura di Kant. Non solo. Gli alunni si sono pure rivolti alla preside, Giovanna Mezzatesta, che ha preso in mano la questione. “Sto redigendo la relazione con i fatti accaduti – dice a La Stampa – che sono due: il fatto che Mora non abbia assolto al compito di vigilanza poiché ha cacciato dalla classe tre alunni e, poi, che si sia rifiutato di fare lezione. Aggiungerò anche le varie schifezze che ha scritto su Facebook contro di me e contro la scuola. E appena sarà pronta la consegnerò all’ufficio scolastico provinciale, che prenderà provvedimenti nei suoi confronti”. Per il prof appare scontata ormai la sospensione, che potrebbe arrivare già prima di Natale.

Il diretto interessato dal canto suo, resta fermo sulle sue posizioni. “Quel vestiario era inaccettabile, totalmente inadeguato al contesto. E avrei avuto la stessa reazione se fossero venuti vestiti da clown o da Babbo Natale“. Il bello è che dopo essersi rivolti alla preside, i tre giovani sono riusciti ad ottenere che il professore venisse “cacciato” dalla scuola. “La dottoressa Mezzatesta ha dato un ordine che non poteva dare – ribadisce il Mora – quello di allontanarmi da scuola, sono quindi io la parte lesa”. Anche perché, dice con qualche ragione il professore, “per solidarizzare con le donne non c’è bisogno di vestirsi da donne“. Si possono fare cortei, dichiarazioni sui social, iniziative varie: ma tra i banchi ci si presenta ben abbigliati. “Io a scuola – conclude il prof – vado in giacca e cravatta non perché voglio fare l’elegantone ma perché considero la scuola un santuario di coltura e educazione che merita un vestiario adeguato. E voglio che gli alunni facciano lo stesso: non siamo al Carnevale di Viareggio”. Come dargli torto?

Fonte: https://www.nicolaporro.it/gonnelle-a-scuola-ha-ragione-il-prof-di-milano/ 

Come cambierà la democrazia dopo il Covid

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di Corrado Ocone

L’OCCIDENTE INVIDIA IL MODELLO CINESE? LE CONSEGUENZE POLITICHE DELLA PANDEMIA

Abituati a vivere la quotidianità pandemica, e immersi nelle polemiche sui vaccini e il green pass, poco riflettiamo sulle conseguenze storico-politiche di più ampia durata delle politiche di contrasto messe in opera, indipendentemente da come le si possa giudicare. In questo senso, si può veramente dire che Covid-19 abbia accelerato dei processi in corso già da un po’ di tempo, almeno dalla crisi finanziaria del 2007-8.

Il sistema occidentale in crisi

Con l’efficacia che può essere di un titolo di copertina, è The Economist a parlare questa settimana di The triumph of big government e a chiedersi quale dovrebbe essere, di fronte a una così forte espansione dello Stato, la risposta del liberalismo classico. In effetti, quello che non si dice, o che viene semplicemente occultato, è che un sistema basato quasi esclusivamente sula spesa pubblica, e quindi su una forte tassazione, non può reggere a lungo. Non solo per motivi economici, ma anche culturali. Quello che non può reggere, più propriamente, è il complicato sistema delle libertà istituzionali e costituzionali che l’Occidente ha costruito nei secoli e decenni scorsi, e soprattutto quella sana e caotica anarchia della società civile che ha permesso di liberare energie e spiriti vitali che alla fine ci hanno garantito, e ancora ci garantiscono, una rispettabile qualità della vita.

La Cina, il modello alternativo

La qualità della democrazia liberale è qualcosa che ci deve stare a cuore se teniamo alla qualità delle nostre vite. Inutile dire che il convitato di pietra, in questo mio discorso, è la Cina, che da partner commerciale strategico dell’Occidente quale era stato nei primi anni della globalizzazione (che hanno coinciso con la sua escalation come potenza globale) è diventato, almeno per l’America (e qui Trump o Biden fa poca differenza), un temibile avversario politico di sistema, cioè con modello alternativo di politica e vita civile del tutto poco rispettoso delle libertà personali. 

Per mesi, osserva il settimanale inglese, mente la vaccinazione in Europa procedeva  molto  lentamente, “la Cina ha potuto celebrare la sua risposta al virus come una vittoria del modello dello Stato forte”. È emersa perciò, anche nelle nostre democrazie, una sorta di volontà di emulazione, che ovviamente si è realizzato in forme edulcorate e più controllate. Stessa però l’impostazione del problema: “la strategia dello zero-covid ha esemplificato l’inflessibilità di un potere centralizzato e incontrollato”.

La nuova “dittatura preventiva”

Che l’Occidente invidi sotto sotto il modello cinese? Questa domanda se la poneva ieri  Le Figaro nel recensire il libro appena uscito di un ex diplomatico. L’Occidente ha invidia e paura al tempo stesso della Cina, spiegava l’articolista, non certo per la repressione degli Uiguri (certamente esecrabile) ma per la strana mescolanza che lì sembra essersi realizzata “fra la prosperità organizzata del capitalismo cinese, che garantisce una forma di armonia sociale, e una ‘dittatura preventiva’, fondata sul controllo sociale dei dati, che rende obsoleta la “dittatura repressiva” del XX secolo”. La Cina, sulla lunga scorta di un confucianesimo ben integratosi con il marxismo e il progresso tecnico-informatico, sembra quasi proporci un nuovo equilibrio fra benessere individuale e benessere collettivo. “Il successo cinese, senza che noi osiamo ammetterlo, diventa la tentazione dell’Occidente”. Il discorso, a ben vedere, è sempre quello di Tocqueville: un individuo atomizzato e alla ricerca di piaceri effimeri è ben disposto a svendere la sua libertà a un sistema che lo protegge e lo rassicura dalla culla alla bara.

Devo dire la verità: il dibattito su no vax e no pass non mi appassiona più di tanto, soprattutto quando è urlato, fazioso, piazzaiolo, violento. Né mi sembra intelligente la retorica del “noi” contro “loro”, ove il loro che vorrebbe controllarci e sottometterci non si sa bene chi sia. E, pur avendo non pochi dubbi sul green pass, credo che la sua introduzione, in quanto legge di uno Stato democratico come il nostro, vada assolutamente rispettata. Porsi però anche in Italia, con la postura giusta e nelle sedi giuste, queste questioni di fondo, che la stampa e il dibattito esteri non occultano, credo sia importante e “salutare” (tanto per restare in tema).

Corrado Ocone, 21 novembre 2021 https://www.nicolaporro.it/come-cambiera-la-democrazia-dopo-il-covid/

In difesa della virilità

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TORNA IN LIBRERIA IL SAGGIO DEL FILOSOFO DI HARVARD HARVEY MANSFIELD

 

Virilità di Harvey Mansfield, appena uscito, non è un testo contro il femminismo, e ciò va detto non per mettere le mani avanti, o per dire che la coincidenza con lo scandalo generato dalle parole di Alessandro Barbero (scandalo sciocco) sia assolutamente casuale, ma per prevenire quello sdegno isterico che nell’epoca della cancel culture si lancia all’istante contro alcune parole non appena vengono pronunciate. In cosa ha origine questo astio furioso e generalizzato?

Quando, a partire dagli anni Settanta, il pensiero femminista ha disconosciuto le sue origini liberali, si è convertito irrevocabilmente a un nichilismo avverso tanto alla natura quanto al senso comune, ostentando un nuovo obiettivo: l’avvento della società sessualmente neutra, nel nome della neutralità di genere. A farne le spese, quelle virtù ree di sottendere qualsiasi rimando alla differenza sessuale. Virtù dimenticate o ridotte a stereotipi antiquati, come nel caso della virilità. In suo soccorso, Mansfield si riappropria, virilmente, dello spazio per lodarla.

Perché la virilità è precisamente una virtù; e tra tutte, quella politica per eccellenza. La virilità è stata fraintesa. Non è affatto aggressività, machismo, tracotanza. Al contrario, è quel complesso di assertività, sicurezza di sé, coraggio attraverso cui l’uomo asserisce se stesso e afferma la sua importanza, sulla natura, sugli altri uomini e sulla minaccia del nulla. La virilità non è una virtù astratta; la virilità chiama l’individualità: la sua stessa essenza è l’irripetibilità del singolo che la impersona. E questa è l’origine del fraintendimento, così come è per questo motivo che la scienza (nelle specifiche vesti della psicologia sociale e della biologia evoluzionistica) fallisce nel descriverla: la virilità non è un concetto, non è passibile di definizione universale.

L’universalità, anzi, le è letale; è l’orizzonte nel quale essa perisce, quello dell’egualitarismo ad ogni costo, del controllo razionale e dell’uniformazione. Per dar voce alla virilità occorre allora rivolgersi a quelle discipline che della singolarità e del comune sentire si nutrono: la letteratura, la storia e, in una certa misura, la filosofia. Attraverso una ricca rassegna di figure, da Theodore Roosevelt al vecchio di Hemingway, da Kipling a Stevenson, passando per i filosofi pionieri del liberalismo e terminando con l’etica e la politica incontaminate di Platone e Aristotele, Mansfield ci racconta la virilità e il suo valore per l’essere umano, smascherando la stoltezza dell’ostilità ad essa dichiarata non in nome di valide ragioni, ma per partito preso.

Virilità è una lode evocativa e carnale, talvolta nostalgica e disillusa, di una virtù con la quale siamo stati spesso ingenerosi, perseguendola sempre senza mai chiamarla per nome. Una virtù che, certamente, pertiene anche alle donne, purché siano disposte ad emanciparsi dall’inganno di quel sedicente femminismo che le vorrebbe non solo uguali agli uomini, ma anche uguali tra loro; a patto, cioè, che si riapproprino della loro individualità, della loro differenza: è sicuramente più virile rivendicare il diritto di non esserlo che affermare che la virilità sia sessualmente neutra.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/in-difesa-della-virilita/

La terza dose serve? Cosa dice uno studio israeliano

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UNA RICERCA SUI DATI DEI TAMPONI ALL’AEROPORTO NON DÀ GRANDI SEGNALI SUL BLOCCO DELLA TRASMISSIONE DEL COVID

di Paolo Becchi  e Nicola Trevisan

Ricercatori hanno analizzato i dati provenienti dall’aeroporto nazionale israeliano, un ambiente unico, in cui tutti gli individui vaccinati e non vaccinati devono sottoporsi a test PCR per l’ingresso nel paese; questo consente una valutazione più obiettiva dell’efficacia sia del booster di richiamo (la terza dose) sia del green pass nella prevenzione delle infezioni da Sars-CoV-2 (link).

 

A partire dal 30 luglio 2021, Israele ha lanciato un’aggressiva campagna di vaccinazione di richiamo che iniziato con la popolazione over 60 e rapidamente esteso (entro il 29 agosto 2021) a tutte le età sopra i 16 anni. Nonostante tale campagna, i tassi di infezione hanno continuato ad aumentare rapidamente per tutto il mese di agosto. La diminuzione dei tassi di infezione è stata osservata solo sei settimane dopo il lancio della vaccinazione di richiamo a metà settembre e per tutto ottobre.

A seguito del richiamo, a partire dal 3 ottobre 2021 il MOH israeliano (il Ministero della Salute) ha modificato i criteri di idoneità per i titolari di green pass, richiedendo a chiunque abbia un’età superiore a 12 anni, che hanno ricevuto la seconda dose del vaccino Pfizer da più di 6 mesi fa, di ricevere una 3a dose (booster) o avrebbe perso il green pass.

Di conseguenza, le nuove definizioni di vaccinato e non vaccinato attualmente sono:

Vaccinato:

  • Chiunque abbia ricevuto la terza dose (booster) da più di 7 giorni.
  • Chiunque abbia ricevuto 2 dosi più di 7 giorni fa, ma meno da 6 mesi.
  • Chiunque sia guarito dopo essere risultato positivo (test PCR) o mostra segnali di recupero su test sierologico negli ultimi 6 mesi e ha ricevuto 1 dose da più di 7 giorni.

Non vaccinato:

  • Chiunque non abbia ricevuto 2 dosi almeno da 7 giorni (questo include pure individui completamente non vaccinati).
  • Chiunque abbia ricevuto la seconda dose da più di 6 mesi.
Lo studio del MOH: la terza dose serve?

Più recentemente, il Ministero della Salute israeliano ha pubblicato uno studio sull’efficacia del richiamo basato sui dati raccolti dal MOH durante la campagna. Lo studio afferma che il booster riduce il rischio di infezione di 11.3 volte, tra gli over 60 della popolazione, rispetto alle 2 dosi di vaccino, fornendo così ulteriore supporto e giustificazione all’attuale politica del green pass in Israele.

Tale studio del MOH ha incluso una coorte di 1.137.804 individui di età pari o superiore a 60 anni, che hanno ricevuto la seconda dose prima del 1 marzo 2021.

Ma la valutazione dell’efficacia è stata compromessa dal metodo di analisi: non esiste un controllo appropriato per il numero di rispettivi test condotta tra i membri di ciascun gruppo (vaccinati seconda dose e terza dose); questo rappresenta una delle principali fonti potenziali di bias (di errore)dell’efficacia del richiamo contro le infezioni, poiché ci sono tutte le ragioni per credere che la coorte di richiamo (chi ha ricevuto il booster) sia  stata testata con un’intensità significativamente inferiore.

Lo studio dei dati provenienti dall’aeroporto

A seguito del test PCR all’ingresso, gli individui non vaccinati, indipendentemente dall’esito del test, sono tenuti alla quarantena per 14 giorni (o solo 7 giorni, se mostrano un altro test PCR negativo, 7 giorni dopo l’arrivo). Questo requisito di auto-quarantena non si applica agli individui vaccinati, che sono risultati negativi. Quindi, anche in questo contesto gli individui non vaccinati sono probabilmente testati quasi il doppio di quelli vaccinati.

Sono stati quindi analizzati questi dati, che consentono il calcolo del tasso di positività tra “vaccinato” e “non vaccinato”, oltre al rapporto tra il numero di casi COVID-19 rilevati e il numero di individui che entrano in Israele, in ciascun gruppo. Questi rapporti sono calcolati nel periodo che va dal 1 agosto 2021, subito dopo il lancio della campagna di vaccinazione, e per tutto il 31 ottobre 2021.

Complessivamente, ci sono stati 5.074 casi confermati su 799.633 individui vaccinati, che è un tasso di positività dello 0,63%. e ci sono stati 6415 confermati casi tra 654.952 non vaccinati che è un tasso di positività dello 0,98%. L’analisi mostra che il tasso di positività (numero di casi diviso per numero di test) tra la coorte vaccinata per tutto agosto-ottobre è solo 1,54 volte più piccolo di quello della coorte non vaccinata (circa il 35% di protezione relativa).

In particolare, rispetto al gruppo “non vaccinati”, il gruppo “vaccinato” ha un significativo tasso di positività più alto durante il mese di agosto, poi a settembre mostra un tasso di 3,45 volte più piccolo tasso di positività (71% di protezione relativa), e questa protezione si riduce a 2,66 volte (62% protezione) nel mese di ottobre. L’analisi mostra che la relativa protezione di richiamo contro l’infezione è probabile che sia significativamente inferiore alle stime iniziali di 10-11 volte riportate dal MOH, intorno al 60% nella migliore delle ipotesi. Ciò implica anche che è probabile che il numero di individui infetti nel gruppo “vaccinato” sia almeno pari a quello del gruppo “non vaccinato”, sollevando seri dubbi sul fatto che il nuovo green pass sia efficace nel prevenire la diffusione dell’infezione.

Questo studio non solo solleva dubbi in merito ai risultati della dose di richiamo, ma avanza una legittima preoccupazione.  Poiché l’attuale livello di protezione del booster di richiamo contro l’infezione è intorno al 60% nella migliore delle ipotesi e sembra essere già in calo, ne consegue che anche i vaccinati con richiamo potrebbero essere contagiati e contagiarne altri. Se i vaccinati avendo fatta la terza dose hanno la percezione di essere protetti da infezioni e non si testano più potrebbero diventare pericolosi per la trasmissione del virus.  Insomma, la “polizza” green pass con terza dose non solo non prevede la presunta protezione contro le infezioni, ma potrebbe anche avere un effetto paradossale e aumentare la diffusione del contagio.

Per altri approfondimenti, visita il sito

Fonte: https://www.nicolaporro.it/la-terza-dose-serve-cosa-dice-uno-studio-israeliano/

In difesa di Rondolino: la politica è sporcarsi le mani

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di Giovanni Sallusti

Forse non gli faccio un favore a rievocarlo, ma la prima volta che conobbi Fabrizio Rondolino mi parlò di una serie americana appena sbarcata in Italia, “geniale”, che dovevo assolutamente vedere. La serie era House of Cards, e sì, Rondolino aveva ragione, era la trasposizione al tempo di Netflix del “Principe” di Machiavelli.

Comunista

Perché questo aneddoto minimale? Per dire che l’uomo decritta la politica e il suo inscindibile fratellastro, il principio di realtà (irrealistiche esagerazioni letterarie comprese) meglio di quasi tutti. Non solo: che, a differenza di quasi tutti, non si fa premura di mascherare questa consapevolezza, come abitudine nella buona società italica, che al realismo di ascendenza machiavelliana preferisce sempre l’ipocrisia di ascendenza cattocomunista. Rondolino è stato comunista, ha un curriculum giovanile comunistissimo, ma di un comunismo sospeso tra estetica fraintesa (“Mi piaceva sentirmi militare in un partito la cui direzione nazionale aveva, al piano terra, una libreria. Del resto, ero un borghese”) e pragmatica rivendicata (“Il Pci mi ha insegnato a fare i compromessi, non a fare la rivoluzione”), superato in fretta da altri, contradditori, fecondissimi itinerari.

Stratega

Lothar con Claudio Velardi di Massimo D’Alema quando costui scalò Palazzo Chigi, dove “lothar” sta per qualcosa di molto più di addetto alla comunicazione e perfino di stratega, indica un lavoro quotidiano da fucina pop, sempre in bilico sull’ossimoro, vendere Baffino, l’ultimo togliattiano sopravvissuto, come un liberal, un “riformista”, un blairiano. Quindi, il pop che scalza definitivamente l’ideologia, la consulenza autoriale per la prima stagione del Grande Fratello, che sarà un caso ma è l’unica che ricordiamo ancora oggi, l’unica in cui la sociologia weberiana intersecò il trash senza complessi, puro rondolinese. Da lì, la sparigliata come culto e a volte anche come maniera, consigliere politico di Daniela Santanchè per le primarie del PdL che non si tennero mai e infine sì, costruttore di un renzismo più rigoroso dello stesso Renzi, quasi di un’ortodossia rottamatrice, ma un’ortodossia liquida, postmoderna, un’ortodossia eterodossa.

Post-politica

“Siamo nella post-politica”, disse anni fa in un’intervista a Luca Telese, e in questo disincanto candido, ennesimo paradosso, sta il segreto di Rondolino. Un corsaro che affronta le intemperie della politica e della comunicazione (sì, sono la stessa cosa, e lui ce lo ha insegnato forse meglio di tutti) con la benda in vista e la scimitarra sguainata, senza infingimenti, senza ritualità codine, senza tutto l’armamentario di chi oggi gli spara addosso, politici che blaterando di un’impossibile etica della comunicazione nascondono i propri regolamenti di conti immorali, o direttori di giornali che ostentando una disonesta oggettività cronachistica (non esistono inchieste oggettive, già solo perché c’è sempre un inchiestista) inseguono i propri tic, la retorica contro la Bestiolina di Renzi per rispondere alla retorica contro la Bestia di Salvini, puttanate, per usare il termine tecnico.

La mail a Renzi

Sì, Rondolino, uomo di comunicazione politica, e tra i migliori, ha osato perfino mandare una mail a Matteo Renzi intitolata “Appunti per una propaganda antigrillina” (che è come dire che un chirurgo ha osato impugnare il bisturi). Sì, nella mail addirittura non suggerisce di persuadere l’avversario politico con massiccio utilizzo di mazzi floreali, ma ipotizza scavi nei punti deboli, raccolta di informazioni compromettenti, creazione di portali di news unidirezionali, e sì, anche dell’esplicita “character assassination” (attività in cui del resto un movimento nato sull’illuminata piattaforma valoriale del Vaffa rimane maestro indiscusso), come se davvero la politica fosse quella di Machiavelli e di Rino Formica (“sangue e merda”, definizione insuperata), come se davvero l’uomo fosse il lupo di Hobbes o almeno il legno storto di Kant, e non l’appendice delle veline del Fatto Quotidiano, o di certe sue imitazioni malriuscite di destra.

E pensate, Rondolino si spinge fino a ritenere che queste tecnicalità specifiche per affrontare una tecnica specifica quale la lotta politica costituiscano un bagaglio professionale, come accade nei Paesi civili, dove lobby si contrappongono a lobby in una concorrenza permanente.

Oggi, anche chi non ha lo stomaco abbastanza forte per mandare giù lo sbracato circo mediatico-giudiziario allestito contro Renzi (e perfino lo stesso Renzi ospite dalla Gruber, il che non depone a favore della sua spina dorsale) tende a scaricare tutto su di lui, l’anima nera, il reprobo. Era tutta farina del suo sacco perverso, il principale poi non ha eseguito, e altre perifrasi vigliacche quanto quelle degli avversari.

Chi scrive invece, lontanissimo da qualunque mitologia sinistra e da qualsiasi innamoramento per l’improbabile liberista di Rignano sull’Arno, manda un abbraccio convinto al reprobo. Che, volontariamente o no, ci insegna una volta di più in cosa consista la democrazia: lotta per il consenso, e per il potere. Spesso ambigua, spuria, insozzata, amorale. Esiste un’alternativa, pulitissima, linearissima, moralissima (nel senso che la morale diventa addirittura monopolio di Stato), si chiama dittatura. Genere Venezuela, per intenderci, non a caso Paese di riferimento (e forse anche di finanziamento, a proposito di zone d’ombra) del bel mondo giallorosso, con qualche spruzzata di nero, che oggi lincia il reprobo all’unanimità. Viva il reprobo.

Giovanni Sallusti, 16 novembre 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/in-difesa-di-rondolino-la-politica-e-sporcarsi-le-mani/

 

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