Il laboratorio di Wuhan ha scoperto un nuovo virus

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Nell’imminenza di un autunno che si prospetta particolarmente caldo sul piano della bolletta energetica, il famigerato laboratorio di Wuhan si porta avanti col lavoro, se così vogliamo dire.  Sembra infatti che gli studiosi di questo più che controverso centro di ricerca abbiano scoperto un virus nuovo di zecca, così da allietare i prossimi mesi freddi di quella numerosa componente della popolazione affetta da paranoia virale, tanto da sentirsi ancora protetta dalle sempre più inutili mascherine.

L’agente patogeno in oggetto – nome in codice LsPyV KY187 – è stato rilevato in un topo. Esso, da quanto pubblicato dalla rivista cinese Virologica Sinica, appartiene a una famiglia di poliomavirus che infettano milioni di bambini ogni anno ma con conseguenze usualmente estremamente lievi. Gli stessi scienziati hanno fatto la scoperta dopo aver testato centinaia di roditori in Kenya nel 2016 e nel 2019. I campioni sono stati quindi inviati per l’analisi presso la struttura di ricerca biochimica di Wuhan, la città epicentro della pandemia di Covid.

Quindi, non si tratta di una ricerca molto recente, visto che l’ultimo test è stato realizzato prima della pandemia di Sars-Cov-2. Ma, come recita un vecchio detto del nostro Paese, impara l’arte e mettila da parte, c’è sempre tempo per usarla nel migliore dei modi. Hai visto mai che si riesca a duplicare il colpaccio di un panico diffuso in Occidente, con tutti i danni che ben conosciamo, per un virus banale, presentato come la peste del terzo millennio? Tanto è vero che nello studio si legge che, non essendo questo virus strettamente correlato a nessun patogeno noto, “il suo effetto sulle persone non è chiaro e deve essere ulteriormente valutato.”

Esattamente ciò che ci hanno ripetuto fino alle sfinimento i virologi del terrore a proposito del coronavirus, raccontando la favola nera di un agente patogeno dai poteri devastanti quasi illimitati. D’altro canto, sebbene il modello cinese è stato adottato come punto di riferimento dal nostro imbarazzante ministro della Salute, appoggiato a mo’ di falange dalle principali autorità sanitarie del Paese, dopo il caos che abbiamo vissuto, e di cui ancora non è stata fatta sufficiente chiarezza, tutto ciò che proviene dai laboratori scientifici del colosso asiatico direi che sia assolutamente da prendere con le pinze. Errare è umano, ma perseverare sarebbe veramente diabolico.

Claudio Romiti, 1° settembre 2022

https://www.nicolaporro.it/il-laboratorio-di-wuhan-ha-scoperto-un-nuovo-virus/

Price cap, detto fatto: la Russia non ci venderà più nulla

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Il vertice del G7, che si terrà venerdì, discuterà la fissazione del price cap al greggio russo. Ma Mosca ci avvisa

 

Prosegue il dibattito, del tutto atlantico, sulla fissazione di un tetto massimo al prezzo delle esportazioni di petrolio russo. Le ultime dichiarazioni, favorevoli al price cap, sono state quelle della segretaria del Tesoro Usa, Janet Yellen, seguita dal cancelliere dello Scacchiere britannico, Nadhim Zahawi, definendosi “ottimista” per il raggiungimento di un accordo con i partner dell’alleanza occidentale.

Ormai dall’inizio di queste estate, l’istituzione di un limite di prezzo, contro Mosca, è al centro del tavolo americano ed europeo, di cui il governo Draghi ne risulta essere tra i principali portatori, tant’è che l’Italia riuscì a far entrare la proposta all’interno del vertice G7, svoltosi lo scorso giugno.

La risposta di Mosca al price cap

Immediata la risposta del Cremlino: la Russia sospenderà le forniture di petrolio a tutti i Paesi che attueranno la misura in questione. La dichiarazione viene direttamente dal vice premier russo, Alexander Novak, il quale pare non essere spaventato dalle sanzioni europee, visto il grande aumento delle esportazioni russe nell’enorme mercato interno cinese.

Un avvertimento che rischia di gelare le stanze dei bottoni a Bruxelles. La stessa Italia pare trovarsi in condizioni ben più critiche, rispetto a molti altri Stati membri. Solo il mese scorso, infatti, Roma ha aumentato del 400 per cento gli acquisti di greggio da Mosca, soprattutto per via della raffineria russa in provincia di Siracusa. Insomma, anche in tema di esportazione, vige un doppiopesismo inspiegabile: il gas può essere sanzionato, mentre il petrolio rimane un infinito tabù.

Ma non finisce qui. Germania e Francia hanno già azzerato la propria dipendenza da alcuni mesi; la Polonia l’ha ridotta del 72 per cento, contro il 45 dei Paesi Bassi. Il governo Draghi, al contrario, non sembra ancora porsi la questione. Anzi, presenta, in sedi internazionali, proposte autolesioniste, capaci di danneggiare radicalmente il nostro tessuto economico.

Il cortocircuito europeo

Paradossalmente, il nostro Paese è tra i primi ad aiutare e sostenere la Russia di Putin, con una beffa ulteriore: il rischio, serio e concreto, di rimanere a secco anche sul lato di greggio. Al di fuori delle oggettive difficoltà che l’Ue sta trovando per porre riparo alla dipendenza dal gas russo, ecco che il mondo petrolifero pare essere il secondo ostacolo da affrontare, causa le sanzioni applicate a partire dallo scoppio del conflitto in Ucraina.

Il cortocircuito per eccellenza, però, riguarda il “caso indiano”. Nuova Delhi è, infatti, uno dei Paesi a cui Mosca ha applicato sconti in tema di acquisto di petrolio russo. Ed ecco che gli Stati membri dell’Ue sono tra i principali acquirenti indiani. Ciò vuol dire che Putin vende il proprio greggio all’India, la quale poi lo rivende all’Occidente, ottenendo così guadagni sui margini di raffinazione.

Insomma, è la solita tragicommedia bruxelliana. Da una parte, dichiara di combattere al fianco di Kiev; dall’altra, alimenta, in modo paradossale, il mercato russo e quello dei suoi partner più stretti. Questo venerdì, il G7 discuterà definitivamente la possibilità di introdurre un tetto al prezzo del petrolio russo. Ma pare che, in questa partita, l’Occidente si sia già scottato da tempo.

Matteo Milanesi, 2 settembre 2022

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“Draghi non ha la valigia pronta. Così tornerà premier”

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Luigi Marattin attacca la flat tax e sul Terzo Polo dice: “Non fisso obiettivi numerici”

 

Dopo aver ascoltato Mario Draghi al Meeting di Rimini, Luigi Marattin non ha dubbi: “Non mi è sembrato fare un discorso da chi ha la valigia pronta per trasferirsi in Costarica per aprire un ristorante”. Renziano, presidente della Commissione Finanze della Camera e candidato capolista in Piemonte con il Terzo Polo, Marattin spera più che mai di rivedere il premier uscente rientrare nuovamente a Palazzo Chigi dopo il 25 settembre. Un desiderio, più che una speranza. La flat tax? “Una proposta folle”. L’obiettivo percentuale del Terzo Polo? “Non sono così ingenuo da fissare obiettivi numerici”.

Onorevole, ieri Calenda se n’è uscito chiedendo la sospensione della campagna elettorale per l’emergenza sul gas. Cosa intende esattamente?

Quello che intendiamo è che c’è un governo in carica che lo sarà fino al passaggio della campanella con quello successivo. Quindi, se tutte le forze politiche sono d’accordo e anzi partecipano allo sforzo, può certamente prendere provvedimenti di urgenza legati a quanto sta avvenendo nel settore energetico. Già per l’Aiuti-bis siamo andati a Palazzo Chigi, un esponente per partito, per condividere col governo i contenuti del decreto. Lo possiamo fare ancora, nell’interesse non dei nostri partiti ma in quello “esclusivo della nazione”.

I provvedimenti di urgenza non possono essere comunque presi con la campagna elettorale in corso?

Certo che possono. Dal punto di vista giuridico-istituzionale, il governo è in carica per gli affari correnti e, quindi, anche per predisporre interventi dettati dalla reale necessità e urgenza. Dal punto di vista politico, i partiti possono “astrarre” dalla campagna elettorale per il tempo necessario a supportare il governo nella definizione degli interventi necessari a rispondere all’urgenza.

VERSO IL VOTO:
leggi lo speciale di nicolaporro.it sulle elezioni

Draghi, al Meeting di Rimini, ha detto che il futuro governo, qualunque esso sia, “riuscirà a superare le difficoltà”. Calenda è invece convinto che il prossimo esecutivo non durerà più di sei mesi. Sembra che il premier non sia affatto preoccupato dal possibile arrivo della Meloni al governo…

Draghi ha ricordato che noi italiani diamo il meglio di noi durante le fasi difficili, è stato sempre così nella nostra storia anche recente. E su quella base, ha formulato un auspicio sul prossimo futuro. Si trattava però di un auspicio e di un augurio, non certo di una premonizione. In tutta onestà, non mi è sembrato di cogliere nelle sue parole uno spirito da “comunque vada, sarà un successo”. Se dovesse prevalere una delle due coalizioni al momento avanti nei sondaggi, credo anch’io – come Calenda – che il governo che ne risulterebbe sarebbe assolutamente instabile e destinato a durare poco. A sinistra, perché al loro interno la pensano in modo opposto su tutto, dalle tasse all’ambiente, dalle riforme istituzionali a quelle economiche. A destra perché a parte gli slogan acchiappavoti non hanno la minima idea di come gestire la complessità del governo.

Il leader di Azione ha parlato di una maggioranza Ursula con Draghi premier. Escludendo chi?

Se gli italiani ci daranno un consenso sufficiente, e se nessuna coalizione sarà autonoma nel provare a governare, ci dichiareremo disponibili a far nascere un nuovo governo guidato da Mario Draghi che possa proseguire per cinque anni l’esperienza sciaguratamente interrotta un mese fa. Vedremo chi sarà disponibile a farlo, ma sulla base di un patto chiaro e di un’agenda riformista e europeista.

Ma siete davvero sicuri che Draghi sia disponibile a tornare a Palazzo Chigi dopo il 25 settembre?

Questo, nel caso le condizioni di cui parlo si realizzino, lo dirà Mario Draghi al Presidente della Repubblica durante la fase di consultazioni. A Rimini non mi è sembrato fare un discorso da chi ha la valigia pronta per trasferirsi in Costarica per aprire un ristorante “Dal banchiere centrale”, se mi consente una battuta.

VERSO IL VOTO, le interviste
Ruggieri: “Il centrodestra ora firmi un patto anti-lockdown”

Quindi escludete totalmente la possibilità di appoggiare un governo di centrodestra?

Si. Quello che si presenta il 25 settembre non è un “centrodestra”, ma una coalizione a guida sovranista e nazionalista con tanti slogan e poche idee, oltretutto confuse. In cui i liberali moderati si sono svenduti completamente alle fantasie dei Siri, dei Salvini, dei Borghi, dei Bagnai. Basti guardare la composizione delle liste. Non ci interessa, grazie.

Renzi dice che Letta sta regalando la vittoria alla Meloni. Non avendo trovato un accordo col Pd, non pensate di aver favorito anche voi il centrodestra? 

Ci rivolgiamo anche a quei milioni di elettori liberali e riformisti che hanno sempre votato centrodestra ma che ora proprio non ce la fanno a stare con chi, con le emergenze che abbiamo di fronte, ha buttato giù Draghi perché pensa sia meglio la Meloni. A chi vuole sostituire Daniele Franco con Armando Siri. Ecco perché non credo affatto che il Terzo Polo sia nato per favorire il centrodestra. Semmai per contribuire alla nascita di un quadro politico più trasparente, stabile, chiaro e ordinato.

Uno dei cavalli di battaglia del centrodestra è la flat tax. Lei è da sempre molto critico su questa misura. Perché?

“Flat tax” significa una cosa sola: l’applicazione di una sola aliquota sul reddito personale, al posto di un sistema a scaglioni. Non c’è nessun partito che avanzi una proposta del genere. Fratelli d’Italia propone una tassazione sostitutiva del 15% – e temporanea, dura solo 12 mesi – solo sugli incrementi di reddito da un anno all’altro. Una misura della cui rilevanza ed efficacia dubito fortemente, ma che comunque non è una flat tax, così come l’abbiamo definita prima. E la Lega propone una riforma dell’Irpef che dalle 4 aliquote attuali le porta a 18. Il primo scaglione ha un’aliquota del 15%, ma poi ne seguono altre 17. Ad esempio, una famiglia con 55 mila euro di reddito ha un’aliquota del 30%. Una proposta che considero folle perché sarebbe una complicazione incredibile, quando invece il nostro sistema fiscale ha bisogno di una radicale semplificazione.

Quali sono quindi le vostre proposte sul fisco?

Completare l’abolizione dell’Irap, che già quest’anno è sparita per le persone fisiche. Rifare daccapo l’Irpef, passando dall’attuale “manuale di istruzioni” di 341 pagine ad uno di non più di 10: minimo esente per tutti, unificare la detrazione per lavoro autonomo con quella per lavoro dipendente, spostare tutte le spese fiscali a rimborso diretto con carta di credito, e tre sole aliquote. L’Ires sarà semplificata – con l’unificazione tra bilancio civilistico e fiscale – e azzerata per chi trattiene gli utili in azienda e per le imprese che si fondono. E poi racchiudere tutta la normativa tributaria in tre codici: snelli, chiari, periodicamente aggiornati e tradotti in inglese.

Italia Viva aveva proposto una raccolta firme per l’abolizione del reddito di cittadinanza, che poi non è mai partita. Nel programma del Terzo Polo si legge però che volete solo modificarlo. Avete cambiato idea?

No, abbiamo sempre voluto abolire il reddito di cittadinanza e sostituirlo con qualcosa di profondamente diverso. Che è equivalente a fare direttamente qualcosa di diverso, senza passare formalmente per l’abolizione. Il sussidio sarà ritirato dopo il primo rifiuto di un’offerta di lavoro e vedrà un ruolo maggiore per le agenzie private. E soprattutto, per i working poors un cambio radicale di prospettiva: al posto del sussidio, che ti incentiva a non lavorare o a lavorare in nero, l’imposta negativa, già applicata da decenni nel mondo anglosassone. Più ti impegni, più lo Stato ti copre la differenza tra il tuo reddito e quello base. L’esatto opposto, culturalmente, del reddito di cittadinanza.

VERSO IL VOTO, i ritratti:
Enrico Letta, il miglior alleato di Meloni (senza uno straccio di idee) 

Sembra che il prossimo ministro della Giustizia, in caso di vittoria del centrodestra, possa essere l’ex magistrato Carlo Nordio. Le piacerebbe questa scelta?

Si.

Gli ultimi sondaggi di Demopolis danno il Terzo Polo vicino al 6%. A che percentuale si riterrebbe soddisfatto?

Non sono così ingenuo da fissare obiettivi numerici. Lo scopo di quest’avventura, finalmente iniziata dopo tante false partenze, non termina il 25 settembre, ma se volete “inizia” il 25 settembre. E il traguardo è la formazione del partito liberal-democratico. Un partito in grado di riunire tutti i riformisti liberali di questo paese, che per troppi anni sono stati lontani, imprigionati nelle catene mentali di un finto e deleterio bipolarismo.

In queste ore è scoppiata una polemica su due vostri candidati, il primo accusato di posizioni filo-Putin, il secondo di aver detto, anni fa, “sono fiero di essere camorrista”. Come avete scelto i candidati? C’è un problema di classe dirigente?

Sono due casi molto diversi. Il primo è un oggettivo errore da parte di chi ha fatto le liste: non è stato svolto un controllo accurato come sempre si deve fare in questi casi. Mi pare comunque che la cosa si sia risolta, la candidata ha dichiarato che concentrerà la sua attività solo nella materia di sua competenza, senza più occuparsi di cose su cui – in tutta evidenza – ha una conoscenza così superficiale. Il secondo caso invece mi pare una volgare mistificazione: quel candidato stava protestando contro lo scioglimento di un comune, a suo avviso totalmente ingiustificato, e stava facendo un’iperbole del tipo: “Se lui è un camorrista allora lo sono anch’io”. È come se dicessi “se Salvini è un liberale allora io sono un elefante”, e lei mi accusasse di essermi vantato di essere un elefante.

Il 26 settembre Enrico Letta sarà ancora segretario del Pd?

Non mi occupo di cosa accade negli altri partiti. Faccio anzi a tutti l’in-bocca-al-lupo per la campagna elettorale e per i loro dibattiti interni. Da osservatore, ribadisco quello che ho detto in precedenza: finché il Pd non rinuncerà alla “mission impossible” di essere riformista ma anche mai in disaccordo con la Cgil, di essere europeista ma anche ospitando gli anti-americani, non troverà mai un’identità definita e una prospettiva politica convincente.

Marco Baronti, 26 agosto 2022

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Le “virostar” nelle liste Pd, conferma dell’uso politico della pandemia

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L’arruolamento dei virologi sembra un collegio di difesa nel caso in cui il centrodestra al governo volesse far luce sulle ombre nella gestione della pandemia

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Molto spesso il sedicente complottista è semplicemente uno che ci ha visto giusto ma con eccessivo anticipo rispetto al senso comune e alla accettabilità sociale di una data idea.

E così, nel corso della pandemia, man mano che particolari sempre meno commendevoli e sempre più altamente discutibili venivano disvelati, unitamente ad una robusta dose di critiche alla gestione dell’emergenza, iniziava ad apparire chiaro come gran parte della vulgata prima rubricata con una certa fretta quale ‘complottistica’ iniziasse ad assumere la coloritura della verità. O almeno, della altissima plausibilità.

La politicizzazione della pandemia

Una delle lezioni più dolorose impartite dalla pandemia è infatti quella della e sulla sua intrinseca politicizzazione e sulla sua capacità di incidere in maniera talmente organica, pervasiva, capillare, sulla società da poterla radicalmente modificare in maniera permanente.

Anche sostenere che le misure di contrasto alla circolazione del virus rispondessero ad una agenda politica e ad una visione del mondo che trascendeva il confine limitato della sfera sanitaria era in genere ritenuta considerazione deplorevole e insensata, appannaggio di picchiatelli assortiti.

E dire che persino quando vennero alla luce le limpide asserzioni di Roberto Speranza, messe nero su bianco nel suo libro, si cercarono giustificazioni di ogni tipologia.

Non bisognava essere troppo cinici o dietrologici, si disse, e in fondo pure se il ministro aveva vaticinato con piglio oracolare che la pandemia avrebbe rappresentato occasione per un cambio di marcia e per un ritorno sulla scena della sinistra politica, c’era da capirlo, aveva affrontato a mani nude un virus fino ad allora sconosciuto.

Fortunatamente, o sfortunatamente perché dipende sempre dai punti di vista, il tempo è galantuomo e rende giustizia.

Le virostar candidate nelle liste Pd

Ed ecco così che nella fatidica, e difficoltosa, compilazione delle liste elettorali in vista della tornata del 25 settembre, la componente virologica, sanitaria e anti-pandemica in quota Pd avanza come un rullo compressore.

Proprio Speranza è divenuto in pochissimo tempo autentica cause célèbre: nonostante appartenga ad un altro partito, è stato letteralmente cooptato dal Pd, che punta forte su di lui e gli ha garantito un posto da capolista al proporzionale in Toscana.

Nonostante i posti disponibili si siano drasticamente ridotti, causa taglio del numero complessivo dei parlamentari e i circoli territoriali storcano comprensibilmente la bocca nel trovarsi paracadutati esponenti di altri partiti, il Pd ha dimostrato di voler fare di Roberto Speranza una sua bandiera.

Caso isolato? Ma nemmeno per sogno! In Puglia, troviamo il virologo Pierluigi Lopalco, ex assessore alla sanità della Giunta Emiliano, mentre è notizia di queste ore la freschissima candidatura nella circoscrizione Estero, in Europa, di Andrea Crisanti.

Gli aspiranti candidati

E a confermare, a contrario, la intrinseca politicità di certe scelte, non dettate dalla presunta fama o attrattività né dalla competenza dei soggetti in questione ma da altre motivazioni su cui ci intratterremo in seguito, ci sono le candidature inizialmente ventilate e poi cassate, su altri fronti partitici.

Ecco così Matteo Bassetti promuovere sul versante centrodestra la sua autocandidatura a ministro, senza nemmeno passare per le urne, e venir respinto ad ora con perdite, mentre sul fronte della calendiana Azione sembra aver perso smalto la sia pur inizialmente ventilata candidatura di Walter Ricciardi: una ipotesi smentita da Calenda, che, come usa dirsi, è uomo di mondo e ha fiutato l’aria.

Per carità, i virologi sono cittadini come tutti e i partiti possono candidarne quanti preferiscono: è però certamente curioso dover rilevare come dopo due anni di profluvio comunicativo, di occupazione manu militari dei palinsesti televisivi e delle pagine dei giornali, di consulenze, di dichiarazioni più o meno in libertà rilasciate nel nome, apparentemente neutro e asettico, della scienza, a capitalizzare tutta questa esposizione arrivi il ‘premio’ della candidatura e la definitiva certificazione di una intrinseca politicizzazione di quanto sul fronte pandemico è stato fatto, detto e proposto.

Significativo in fondo, e palese conferma della politicizzazione di cui si discorre, che ad essere candidati non siano stati virologi in quanto tali, ma virologi assurti a qualche celebrità mediatica. Le virostar.

Ammainata la bandiera draghiana

A meno che non si pensi che l’expertise tecnica di questi virologi possa esser utile a una politica destinata a confrontarsi in eterno con le pandemie, la risultante finale di queste candidature sembra essere la legittimazione piena di limitazioni alla libertà, attenzione ossessiva per il controllo di qualunque comportamento, medicalizzazione e sanitarizzazione del vivere civile, elevazione del principio di precauzione a principio cardine dell’ordinamento.

D’altronde, Speranza non è un medico e la sua presenza al Ministero della salute, nonostante l’entusiastico peana della sinistra che ne ha voluto fare una sorta di eroe civile, ha lasciato dietro di sé una evidentissima scia di polemiche, dubbi, storture che andranno chiariti e accertati.

Il Pd punta fortissimo su di lui, punta cioè elettoralmente fortissimo sull’esponente di un altro partito e per farlo passa sopra le proteste delle sezioni territoriali, espunge ben più meritevoli candidati e cementa una alleanza che rimonta agli anni più cupi della pandemia.

Per fare posto alla legione virologica si fa strame degli esponenti più legati all’agenda Draghi, come ad esempio Enzo Amendola. Eppure, è stato proprio il Pd, orfano di Mario Draghi, a volerne rivendicare strumentalmente l’eredità politica, con tanto di manifesto di dubbio gusto, salvo poi ammainare la bandiera draghiana e far salire sul carro estrema sinistra, verdi, ex 5 stelle e ora i virologi.

Far luce sulle molte ombre

Perché? Una spiegazione potrebbe essere che Speranza e pattuglione di virologi debbano costituire una sorta di comitato politico per rinfocolare certe posizioni liberticide, e, cosa più importante, costituire una sorta di task force per controbattere e resistere alla ipotesi che il centrodestra al potere voglia, auspicabilmente, iniziare a veder chiaro su come la pandemia è stata gestita.

D’altronde di interrogativi ce ne sono tantissimi e andrebbe fatta luce, serenamente ma al tempo stesso inevitabilmente, su ciascuno di essi: dai protocolli di cura, o meglio di mera osservazione del decorso della malattia, alla effettiva indispensabilità di un Green Pass trasformato in strumento tiranno capace di egemonizzare ogni singolo aspetto dell’esistenza, dai parchi giochi per bambini nastrati all’utilizzo ormai grottesco della mascherina, in apparenza indispensabile in alcuni casi e inutile in altri, senza che un chiaro e vero criterio scientifico possa soccorrere.

Più che una pattuglia di parlamentari, questi virologi frettolosamente arruolati sembrano un collegio di difesa per cercare di mettere delle toppe a una gestione che in piana evidenza e al netto della propaganda politica di convenienza è stata tutto fuorché perfetta.

Ciò, appare evidente, è anche un invito al centrodestra nel caso dovesse andare al governo: è tempo di accertare le responsabilità politiche, penali, contabili, amministrative, derivanti dai decisioni e scelte che hanno cambiato, probabilmente per sempre, il modo di stare al mondo di moltissime persone.

Si pensi allo sviluppo psicologico dei più piccoli, cresciuti per due anni tra mascherine e comandi imperativi e divieti molto spesso insensati, o le persone che hanno visto i loro diritti spesso limitati o calpestati.

La Cina oltrepassa il confine. Così ora circonda Taiwan

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Le tensioni tra Cina e Taiwan

Nella notte, la Cina ha superato la linea mediana dello Stretto di Taiwan. E arriva la risposta di Nancy Pelosi dal Giappone

 

Proseguono le tensioni del Pacifico tra Taiwan e Cina. In queste ultime ore, anche il Giappone è stato interessato dal lancio di cinque missili balistici del Dragone, nella sua Zona Economica Esclusiva. Immediata è stata la risposta delle istituzioni: il primo ministro parla di “grave problema che influisce sulla sicurezza nazionale“, schierandosi a sostegno della causa di Taipei, e confermando ancora una volta l’alleanza con gli Stati Uniti. Il lancio è avvenuto dopo che l’ambasciatore cinese in Giappone ha esortato Tokyo a dissociarsi dal sostegno a Taiwan ed alla visita di Nancy Pelosi a Taipei.

In queste ore, il primo ministro del Sol Levante, Fumio Kishida, ha ricevuto la presidente del Congresso americana, proprio per discutere delle tensioni tra Pechino e l’isola di Formosa. Pelosi cerca di smarcarsi, affermando come “la modifica dello status quo non fosse nelle sue intenzioni”. Allo stesso tempo, però, ricorda come gli Usa “non permetteranno l’isolamento di Taiwan”.

Insomma, in caso di invasione cinese, il messaggio implicito sembra chiaro: gli Stati Uniti saranno pronti ad agire direttamente a fianco di Taipei. E questa è anche la posizione del presidente Biden e del segretario di Stato, Anthony Blinken. Quest’ultimo, infatti, direttamente dall’East Asia Summit in Cambogia, ha parlato di “azione palesemente provocatoria” di Pechino, rimarcando il ruolo degli Stati Uniti “a fianco dei loro alleati e partner”.

La Cina continua a far paura

Il rischio di escalation rimane tremendamente alto. Nelle prime ore di questa mattina, esattamente alle 5 italiane, la Cina ha superato la linea mediana dello Stretto di Taiwan, con “aerei e navi da guerra”, così come riferito dal ministro della Difesa taiwanese. L’azione provocatoria si instaura all’interno di un’isolamento totale dell’isola, da parte delle forze navali del Dragone, in sette punti differenti. E questo status, insieme alle quotidiane violazioni dello spazio aereo di Taipei, durerà almeno fino al 7 agosto, data in cui Pechino ha dichiarato la cessazione delle esercitazioni militari. Di sotto, ecco il posizionamento delle forze militari del Dragone, intorno alla “provincia cinese ribelle”.

Nel frattempo, sempre in queste ore notturne, Singapore ha disposto la cancellazione di tutti i voli da e per Taiwan, proprio a causa “della crescente restrizione dello spazio aereo”. E ancora: “La sicurezza del nostro staff e dei passeggeri sono la nostra priorità”, ha dichiarato il portavoce della compagnia aerea Airlines.

Matteo Milanesi, 5 agosto 2022

Tutti i danni di Draghi negli ultimi 20 anni

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di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi

Nell’articolo precedente sul tema abbiamo spiegato che Draghi voleva mollare per evitare di essere al governo quando arriva il crash finanziario, la crisi energetica, la recessione e un’altra crisi della vaccinazione tutte assieme.

Sembra che abbiamo avuto ragione perché Draghi si è presentato in Parlamento ignorando qualunque richiesta e osservazione dei partiti di centro destra e del M5S rendendo inevitabile che poi non lo votassero. Se si ascolta il suo discorso, aggressivo e insultante in molti punti è evidente che ha cercato questo risultato, che voleva sfuggire a Mattarella e alle pressioni estere per non ritrovarsi a gestire il disastro in arrivo a cui ha egli stesso ha contribuito. C’è alla fine riuscito, ma Matterella prima di acconsentire alla sua richiesta gli ha fatto fare una figuraccia che passerà alla storia della cronaca. Ma facciamo un bilancio.

Ci sono almeno dieci cose per le quali Draghi è stato un disastro, da quando era direttore del Tesoro, poi governatore Bankitalia, poi alla Bce e ora al governo

1) Superbonus110: Draghi ha fatto del sarcasmo su chi l’aveva promosso. Ma il Superbonus110 ha creato circa 40 miliardi di Pil tramite il boom edilizio che ha indotto, dopo dieci anni in cui le costruzioni in Italia erano depresse e parliamo di un -50%. Il meccanismo del Superbonus era intelligente, perché erano crediti fiscali che non sono debito pubblico perché lo Stato negli anni successivi sconta le tasse solo se c’è un ricavo, non è obbligato a ripagare in ogni caso come con un Btp. Emettere Btp è emettere debito, emettere crediti fiscali no, perché se non c’è un ricavo l’anno successivo di qualcuno che debba pagare tasse, il credito è inutilizzabile e lo Stato non paga e non sconta niente, tanto è vero che Eurostat non lo considera debito pubblico. Draghi fa finta di non sapere queste e non ha mai riconosciuto l’aumento di occupazione, di lavoro e di Pil creato dal Superbonus110 che è stato l’unico stimolo economico degli ultimi due anni. Cosa ha fatto Draghi? Ha bloccato di colpo il Superbonus mettendo in crisi tante aziende.

2) Draghi ha speso invece una cifra complessiva intorno a 30 miliardi per centinaia di milioni di tamponi a 50 euro l’uno di costo totale, vaccini e vaccinazione e per le degenze Covid a peso d’oro (fino a 9mila euro al giorno). In più ha imposto un altro lockdown e lasciato a casa dal lavoro qualche centinaio di migliaia di persone perché non vaccinate e con tampone positivo (anche se senza nessun sintomo). Il costo enorme di queste due politiche ha costretto lo Stato a fare deficit intorno al 9% del Pil l’anno scorso e al 6% quest’anno e il debito pubblico è schizzato a 2,760 miliardi. Per Draghi il Superbonus che creava lavoro era da eliminare e i lockdown e green pass che affondava l’economia erano buoni.

3) I Btp da quando Draghi governa sono scesi da 150 a 125. Il motivo principale è che, oltre alla crescita del debito pubblico, Draghi come governatore della Bce aveva fatto stampare 4mila miliardi per comprare titoli di stato e spingere il rendimento sotto-zero o zero. Alla Bce Draghi ha fatto bella figura solo perché stampava moneta. Questo però ha creato inflazione e di conseguenza i bond ora stanno franando. Se si parla di spread e costo degli interessi sui Btp e di quotazioni dei Btp, bisogna ricordare che da quando Draghi è al governo i Btp sono collassati da 150 a 125 (usando come riferimento il future del decennale) e quindi dire che senza Draghi ecc.…. è semplicemente assurdo. Draghi ha condotto una politica di stampa di euro per sostenere i deficit dei governi e i risultati sono inflazione e crollo del mercato dei titoli di stato in corso.

4) Quando Draghi era governatore di Bankitalia è stato responsabile della crisi di MontePaschi, che ha speso 9 miliardi per Antonveneta e fu il governatore di Bankitalia ad avallare questa operazione di natura politica (Pd a Siena). La banca di Siena dal 2008 sprofonda nelle perdite, ma la sua crisi risale al tempo in cui Draghi vigilava sul sistema creditizio italiano.

5) Draghi come governatore della Bce nell’estate del 2011 era anche stato la causa della crisi dello spread perché ha scritto con J-C. Trichet una lettera all’allora governo Berlusconi minacciandolo di crisi se non avesse fatto un austerità pesante e simultaneamente ha sospeso gli acquisti di Btp. Salvo poi addirittura lanciare un mega programma di acquisti senza limiti di 4mila miliardi di Btp e altri titoli di stato europei quando il governo Monti, sotto il peso dell’austerità imposta dalla Bce, stava facendo collassare l’economia italiana e l’euro. Per far saltare Berlusconi, Draghi lo ha ricattato per iscritto chiedendo austerità e fermando gli acquisti di Btp. Poi, una volta che al governo è stato il Pd ha stampato 4mila mld di cui 700 miliardi sono andati ai Btp.

6) Prima ancora, come direttore del Tesoro fino al 2004, è stato responsabile dei 40 miliardi di perdite dovute ai contratti derivati sui Btp sottoscritti dal Tesoro. Nessuno altro paese Ue ha perso miliardi così per questi derivati. Solo l’Italia. E Draghi era il direttore del Tesoro che li ha proposti e gestiti.

7) Come abbiamo già mostrato, con Draghi al governo e le sue politiche di vaccinazione forzata e lockdown la mortalità in Italia è aumentata nel 2021.

Si può discutere delle cause esatte, ma era Draghi al governo e il risultato è l’opposto di quello che aveva promesso con i lockdown e vaccinazioni, imposte in modo più restrittivo che in altri paesi.

8) La crisi energetica in corso è dovuta innanzitutto alle politiche di boicottaggio dei combustibili fossili in atto da più di dieci anni, perché il rialzo è iniziato l’estate scorsa e la guerra in Ucraina è arrivata a febbraio 2022. Poi ovviamente le sanzioni alla Russia. E infine, dato che in realtà il prezzo del gas russo di Gazprom che Eni come intermediario compra è invariato rispetto ad un anno fa, la speculazione. Sì, perché se il prezzo dell’80% o 90% del gas che viene da Algeria, Qatar e Russia per gasdotto non è variato e quello all’’ingrosso è aumentato di 15 o 20 volte, c’è evidentemente anche speculazione.


Draghi però è stato un grande fautore delle politiche per il climate change e delle sanzioni alla Russia. E sulla speculazione non ha detto mezza parola. Difficile sostenere quindi che Draghi fosse la soluzione per un disastro che ha contribuito più di altri (vedi l’insistenza per le sanzioni) a creare. Per quanto riguarda la speculazione, in Spagna e Francia, ad esempio, si sono prese misure di calmiere e si nazionalizza Edf che è loro Eni. In Italia niente.

9) Infine, per le sanzioni alla Russia e gli armamenti all’Ucraina, Draghi ha soffiato sul fuoco più di altri e senza un motivo logico perché l’Ucraina è dieci volte più armata dell’Italia, ad esempio hanno 2mila pezzi di artiglieri pesante contro circa 150 dell’Italia. Come si è visto, la guerra moderna è tutta basata sull’artiglieria, non la fanteria o i carri armati (in cui comunque l’Ucraina ne aveva 2,500 contro 200 dell’Italia).

L’Ucraina era in realtà, se si guardano i dati e non si ascoltano le chiacchiere, un paese armato fino ai denti dagli Usa.

Questi sono nove fatti, dalla crisi dello spread e il ricatto a Berlusconi, alle perdite sui derivati, al crac di MontePaschi, alla stampa di moneta alla Bce che ha creato inflazione, ai lockdown e vaccinazione forzata ecc. con cui Draghi ha contribuito più di altri a rovinare l’Italia. Lascia un paese in rovina e sarà un problema per qualsiasi nuovo governo tentare di riprendersi.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/tutti-i-danni-di-draghi-negli-ultimi-20-anni/

Draghi tenta la fuga per la seconda volta: in alternativa, i pieni poteri

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di Redazione

Quando in Italia si prospetta una crisi di governo, generalmente diventiamo tutti politologi. Tutti vorrebbero dire la loro per essere i primi ad aver azzeccato il pronostico. E’ la solita mentalità da tifoseria, che ci caratterizza e rende, anche un po’ macchiette, come quelle che ben scimmiottava Alberto Sordi. Onde evitare il toto-governo e le paventate elezioni che servono a far scrivere i giornali d’estate, con l’editoria già in crisi perenne, riteniamo opportuno affidarci a una analisi equilibrata. Ricordiamo che la data del 24 Settembre è fondamentale per i parlamentari, in quanto è quella che garantisce loro il vitalizio. Infine, sappiano bene i nostri lettori che in Italia non ci può essere vera crisi finché essa non produce effetti di radicale cambiamento. A nostro avviso, non c’è alcun partito, oggi, che dia garanzie di questa intenzione.

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Rispetto alla prima volta situazione più grave: rischio crollo del Btp e l’ora delle scelte ultime. A Chigi un Draghi con pieni poteri, o un premier sacrificabile

La crisi di governo è stata assai ben inquadrata da Federico PunziSua Competenza ha “fin dall’inizio inteso questa esperienza di governo come un’anticamera, un dazio da pagare prima di salire con tutti gli onori al Colle”, mentre invece era una trappola giacché “al Quirinale il piano era dall’inizio la riconferma di Mattarella, e la sua chiamata a Chigi un modo elegante per mettere fuori gioco un titolato pretendente”. Cioè, il nostro aveva già tentato la fuga da Chigi.

Visto che quel primo tentativo di fuga era andato male, continua Punzi, Sua Competenza ne sta tentando un secondo: “coglierebbe al volo l’occasione di una fuoriuscita dei 5 Stelle per sfilarsi anche lui”.

Infatti, egli oggi usa esattamente le stesse parole che usava l’altra volta che ha tentato la fuga: martedì egli “ha rivendicato che tutti gli obiettivi del Pnrr sono centrati … ricordiamo che già mesi fa, poco prima dell’apertura delle votazioni per il Quirinale, fu lo stesso Draghi ad affermare in conferenza stampa di ritenere compiuta la missione assegnatagli”.

E però, pure stavolta i suoi carcerieri cercano di impedirgli la fuga. Conclude Punzi: “ha provato ad andarsene, ma accettando di essere rimandato davanti alle Camere per la verifica, di fatto ha concesso ai suoi carcerieri, Mattarella e Pd, altri cinque giorni, che questi useranno per inchiodarlo alla croce che dovrà portare fino a fine legislatura”.

Differenze fra i due tentativi di fuga

I due tentativi di fuga sono diversi fra loro, per quanto riguarda la crisi energetico-ucraina: perché allora Biden ed i suoi alleati erano persuasi di poter vincere la Russia con le sanzioni e le armi a Kiev, mentre oggi tale esito è tutto meno che scontato.

E sono diversi fra loro, per quanto riguarda la crisi del Btp: perché allora Bce aveva annunciato che avrebbe smesso di comprare titoli di Stato, mentre oggi ha smesso per davvero e, anzi, sta per aumentare i tassi ufficiali di interesse.

Se, fin dal primo tentativo, la situazione appariva a Sua Competenza abbastanza compromessa da spingerlo a puntare tutte le proprie carte su una fuga al Quirinale … figurarsi oggidì che le cose si son fatte molto più gravi.

E non è tutto, perché presto potrebbero farsi ancora più gravi: giovedì 21 luglio, il giorno dopo il previsto reddere rationem al Parlamento italiano, Bce si riunirà e dovrebbe scoprire le carte sul fantasmagorico scudo anti-spread salva-Btp.

Se quest’ultimo confermerà le attese rivelandosi un accrocchio inservibile … e tanto più se esso coinvolgerà strutturalmente il MES (cioè la Troika), allora il Btp crollerà. E con esso le residue speranze di Chigi in un decisivo indebolimento tedesco nel contesto dello scontro in corso fra Usa e Germania. Nonché la residua legittimazione magico-politica di Sua CompetenzaL’Iceberg sarebbe infine giunto.

Quindi, se è vero che i due carcerieri son riusciti a tenerlo in gabbia a Chigi quella prima volta, non è detto ci riescano questa seconda volta.

Lo Stato Italiano di fronte alle scelte ultime

Per intanto, Sua Competenza ed i suoi carcerieri hanno guadagnato un vantaggio tattico: i cinque giorni bastano ad anticipare parte di quel crollo del Btp che avverrebbe comunque dopo la presentazione dello scudo anti-spread.

E servono a trovare una scusa per il carattere inservibile di quest’ultimo. Addossandone la colpa su Giuseppe Conte e scaricandola dalle spalle di Bce e di Sua Competenza (che pure il Parlamento tutto pensava avrebbe esercitato una magica influenza su Francoforte).

Un vantaggio tattico, appunto, ma tutt’altro che strategico visto che, se lo scudo anti-spread si presenterà davvero come inservibile, allora la caduta del Btp non potrebbe far altro che proseguire come e peggio di prima. Reuters già scrive che il Btp crollerà comunque, perché il problema è la crescita del Pil: “la situazione fiscale non è la causa, è la conseguenza di quella debolezza” e specifica che Sua Competenza non la ha risollevata.

Sicché, chiunque siederà a Chigi, la Repubblica Italiana si troverà presto di fronte alle scelte ultime: la ristrutturazione del Btp, o l’esproprio di massa di una quota degli immobili, o la mega-patrimoniale sui conti correnti, seguite da un bail-in di massa ed accompagnate dal controllo dei movimenti dei capitali; oppure, meglio, il solo controllo dei movimenti dei capitali … garantendo così il finanziamento del Btp.

Da notare, che il controllo dei movimenti dei capitali sarebbe comunque necessario anche se inevitabilmente avvia la dissoluzione dell’Euro. Esito che è comprensibile non ecciti l’amor proprio di Sua Competenza: trovarsi lui, che firmava le banconote dell’€unico, a firmare quelle dell’€sud o, meglio ancora, della Nuova Lira Italiana.

Un premier sacrificabile, o una mano forte

Orbene, tali scelte ultime non possono essere consensuali: troppi gli interessi ed i diritti (anche costituzionali) in gioco, troppo forti le proteste che verrebbero scatenate, troppa la gente che ha troppo da perdere. Per vararle, servirà un primo ministro sacrificabile, o una mano forte.

Sua Competenza preferirebbe la prima soluzione: andarsene, passando la mano ad un primo ministro sacrificabile (tipo Fernando de la Rúa), per poi magari ricomparire come salvatore della patria ma a cose fatte. Solo, egli non accetta di essere lui il sacrificato.

In subordine, Sua Competenza potrebbe accettare di essere lui la mano forte. Forte, per poteri a disposizione: i poteri di un primo ministro che gode della obbedienza assoluta della larghissima maggioranza del Parlamento, come al principio di questo governo, magari pure oltre la scadenza prevista della legislatura.

A meno di non voler ricorrere ai poteri speciali di uno stato di eccezione, come pure è stato fatto col Covid ed è pure stato immaginato di istituzionalizzare ma, sin qui, senza esito definitivo.

Sicché, sarebbe sbagliato interpretare le preoccupazioni di Sua Competenza come un fatto caratteriale. Non di capriccio si tratta, ma di seri argomenti di una seria trattativa: se davvero i suoi carcerieri preferiranno tenerlo incatenato a Chigi, ebbene in cambio gli dovranno dare tutti i poteri che egli pretende. In difetto, entrerà in scena il primo ministro sacrificabile.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/atlanticoquotidiano/quotidiano/politica/draghi-tenta-la-fuga-per-la-seconda-volta-in-alternativa-i-pieni-poteri/?utm_source=nicolaporro.it&utm_medium=link&utm_campaign=atlantico

 

Usa, sentenza storica: la Corte Suprema cancella il diritto all’aborto

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La decisione lascia liberi gli Stati di usare la loro legislazione in materia. Insorgono gli abortisti

 

Da oggi, 24 giugno 2022 il diritto costituzionale all’aborto negli Stati Uniti d’America non esiste più. Da quando a maggio, il giornale americano Politico, in un atto che non ha precedenti nella storia, aveva pubblicato la bozza della sentenza che in qualche modo annunciava quello che solo oggi è certo, negli Usa di Biden si è scatenato l’inferno. Una guerra civile di cui pochissimi hanno raccontato. Non solo, infatti, le abitazioni dei giudici della Corte Suprema coinvolti nella stesura della sentenza, sono state prese d’assalto.

La rivolta abortista

Ma, in queste settimane, i violenti gruppi abortisti hanno incendiato diversi centri pro life in Wisconsin, Alaska, Washington, Oregon e New York; hanno vandalizzato più di una dozzina di chiese e centri di gravidanza; hanno incendiando con bombe molotov un altro centro di aiuto alla gravidanza in Oregon e distruggendone uno in Florida. Ci sono poi le indagini sulle cause dell’incendio che ha distrutto la chiesa cattolica di Nostra Signora del Santo Rosario di Hostyn, in Texas (l’indagine è ancora in corso e non si esclude la causa dolosa).

Il gruppo Jane’s Revenge solo il 15 giugno invitava tutti i suoi adepti ad iniziare, anzi, a proseguire la guerra contro chiese, giudici e centri pro vita del Paese. Lunedì 13 giugno gli stessi terroristi avevano bloccato le vie d’accesso alla Corte Suprema, dopo averlo ampiamente annunciato e solo per la solerzia della polizia, non sono passati all’assalto dei giudici. Per settimane il New York Times ha aizzato le folle e spinto verso l’occupazione permanente di strade e piazze per protestare sine die. Secondo il Guardian, in sintonia con la stampa liberal americana, la possibile decisione della Corte Suprema porterà ad una grande “guerra civile”. Il sindaco di Chicago, Lori Lightfoot, del Partito Democratico, ha chiesto pubblicamente sui social di “imbracciare le armi” per difendere l’aborto contro la Corte Suprema.

Il segretario al Tesoro Janet Yellen, in un’audizione al Senato, a maggio, sulla preoccupante situazione economica e la crescita dell’inflazione nel Paese, si è preoccupata di dilungarsi sulla decisione della Corte sostenendo che “avrebbe portato a una grave crisi economica”. I grandi gruppi editoriali hanno vietato ai propri giornalisti di prendere le distanze dalle manifestazioni pro aborto e introdurre opinioni pro life nei propri articoli. Il Washington Post ha addirittura chiesto ai produttori di videogame di schierarsi chiaramente contro la sentenza attesa.

Sentenza capovolta

Ma cosa è accaduto oggi e perché si parla di un capovolgimento della sentenza Roe v Wade? Sulla scrivania dei giudici della Corte Suprema c’era il caso Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization che vede contrapposto lo Stato del Mississippi alle organizzazioni abortiste. Considerato da subito, dagli addetti ai lavori il più importante fin dai tempi della Casey contro Planned Parenthood, la sentenza del 1992 che confermò il diritto di abortire introdotto dalla Roe nel ’73, è nato in Mississippi.

Il 19 marzo 2018, il governatore repubblicano dello Stato meridionale, Phil Bryant, firmò una legge che dichiarava illegali in Mississippi tutti gli aborti praticati entro le 15 settimane di gravidanza. Si è trattato di un affronto diretto alle sentenze Roe v. Wade e Planned Parenthood v. Casey, nelle quali è stato stabilito principalmente che l’aborto è legittimo in qualunque caso fino a quando il bambino non è in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno. La legge del Mississipi non è mai entrata in vigore, perché l’Organizzazione di Jackson per la salute delle donne, che gestisce l’unica clinica abortista di tutto lo Stato di 3 milioni di abitanti, presentò un esposto alla corte federale distrettuale, che bloccò la legge nel novembre del 2018. Il Mississippi non è il primo Stato ad approvare una legge simile nella speranza di riuscire a portarla davanti alla Corte Suprema. Ma nessuno c’era mai riuscito.

Stati liberi di legiferare

Il ministro della Salute del Mississippi, Thomas Dobbs, che ha dato il nome alla causa, ha chiesto che agli Stati, cioè ai cittadini, sia restituito il diritto di legiferare a piacimento in materia. La clinica, invece, voleva porre la parola fine alla possibilità da parte dei Parlamenti locali di intralciare la libertà delle donne. Ora che la Corte Suprema si è pronunciata a favore della norma del Mississippi le opzioni saranno diverse diverse: ci sarà una revisione della Roe v. Wade che renderebbe liberi gli Stati di vietare l’aborto al primo e secondo trimestre di gestazione, oppure di vietare a tutti gli Stati gli aborti oltre la 15esima settimana. Un passo ulteriore sarebbe invece quello di permettere ai parlamenti locali non solo di limitare l’aborto ma di proibirlo del tutto, con sanzioni e pene per chi vi partecipasse.

I giudici della sentenza Roe legalizzarono l’aborto puntellandosi al principio della privacy che discendeva implicitamente da un altro principio contenuto nel XIV emendamento: il principio di libertà. Con quella sentenza, nel 1973, venne stabilito che il bambino nel grembo materno non fosse, come dicono gli americani, una “persona costituzionale” e che l’aborto potesse rientrare nei diritti costituzionali statunitensi.

La sentenza pubblicata oggi stabilisce, invece, che Roe e Casey debbano essere annullate perché la Costituzione Usa non fa alcun riferimento all’aborto, e nessun diritto del genere è implicitamente tutelato da alcuna disposizione costituzionale. E che la decisione non si basa su alcun giudizio in merito a quando uno Stato dovrebbe considerare la vita prenatale come avente dei diritti o interessi legalmente riconoscibili. La Corte quindi demanda ai singoli Stati tale questione legata all’eventuale soggettività giuridica del nascituro e, a monte, allo status personale dello stesso. Le due sentenze di cui sopra sono illegittime. Ritengono che il Quattordicesimo Emendamento non tuteli il diritto all’aborto, e, soprattutto, hanno confermato quando per decenni, fior fiori di giuristi hanno dimostrato: la struttura della decisione Roe nel 1973 somigliò più che a una sentenza, a un testo di legge, cosa che creò un’anomalia giurisprudenziale enorme.

“Non possiamo permettere che le nostre decisioni siano influenzate da condizionamenti esterni come la preoccupazione per la reazione del pubblico al nostro lavoro. […] Non pretendiamo di sapere come reagirà il nostro sistema politico o la nostra società alla decisione odierna di annullare Roe e Casey. E anche se potessimo prevedere cosa accadrà, non ci potremmo permettere che questa conoscenza influenzi la nostra decisione”, c’era scritto a pagina 63 e 65 della bozza della sentenza trapelata a maggio. I giudici sono stati di parola, ma tutto lascia intende che davvero ci sarà una guerra civile dopo questa sentenza.

Lorenza Formicola, 24 giugno 2022 – https://www.nicolaporro.it/usa-sentenza-storica-la-corte-suprema-cancella-il-diritto-allaborto/

Attenti: la Cina sta preparando una guerra

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Lo avevamo scritto chiaramente su questo sito che l’obiettivo degli USA non è la Russia ma la Cina. Biden vuole regolare i conti con il suo maggior competitor e rischia un nuovo Vietnam…(n.d.r:)

di Matteo Milanesi

Per la prima volta dall’inizio del mandato, il presidente americano, Joe Biden, si è recato in visita al palazzo imperiale di Tokyo, per incontrare il sovrano Naruhito. Tema centrale del vertice è stata la nascita dell’Ipef, il nuovo accordo tra tredici Stati dell’Indo-Pacifico, in una funzione di contenimento del colosso cinese. Traghettatrice della proposta è stata Washington, la quale aveva già saldato la propria influenza, almeno in territorio asiatico, con la stipulazione di un accordo militare con India, Australia ed il Giappone stesso: il famoso Dialogo quadrilaterale di sicurezza del 2017. Proprio lo scorso 6 gennaio, il primo ministro giapponese, Fumio Kishida, e quello australiano, Scott Morrison, hanno stipulato un nuovo trattato, denominato “Reciprocal Access Agreement”, con l’obiettivo di creare una più profonda cooperazione militare, anche con il compimento di esercitazioni congiunte.

Nell’Oceano Pacifico, il problema principale non è più Mosca, ma Pechino. Recentemente, il regime comunista di Xi-Jiping ha rafforzato la propria linea di difesa, attraverso il completamento del processo di militarizzazione delle isole artificiali del Mar Cinese meridionale, poche miglia a sud di Taiwan. Il tutto costellato dalle continue rivendicazioni proprio su Taipei, paradossalmente rimasta fuori dall’accordo tra Giappone e Stati Uniti di ieri.

L’avviso di Biden

Nonostante tutto, Biden ha avvisato il nemico: in caso di invasione dell’isola di Formosa, ecco che gli Stati Uniti interverranno militarmente. Non solo, quindi, con un sostegno indiretto, tramite l’invio di armi, come avviene in Ucraina; ma con uno diretto, trovandoci dinanzi ad un’immediata escalation mondiale, che coinvolgerebbe il colosso cinese contro l’alleanza atlantica.

La Cina si è trasformata nell’ago della bilancia geopolitica mondiale. Se, da una parte, cerca di presentarsi come potenza terza, neutrale e mediatrice nel conflitto tra Ucraina e Russia; dall’altra, nell’Indo-Pacifico, mostra la sua immagine contraria, quella più cruda, violenta, aggressiva. Taipei è costantemente violata nel suo spazio aereo, le minacce di Xi continuano a perseguire sia l’Isola di Formosa che Hong Kong, le spese militari del Dragone sono in vertiginoso aumento.

Nel contesto asiatico, Pechino è la nuova Mosca: un regime assetato di espansionismo imperialista, che non ha mai fatto i conti con la storia, con la sovranità di Paesi oggi indipendenti, ma originariamente sotto la sfera d’influenza cinese.

Segnali di guerra

Lo stesso investitore americano, Kyle Bass, ha evidenziato il processo di continua indipendenza, sia economica che militare, della Cina dell’ultimo biennio. In una pluralità di tweet, Bass ha tracciato un profilo inquietante, indicando come l’autarchia di Pechino si stia attestando su precisi piani, programmi, scadenze.

Già nel gennaio 2020, appena prima dello scoppio pandemico, la Cina aggiornava “la sua legge sugli investimenti esteri, che conferisce il potere di nazionalizzare beni ed investimenti esteri, in circostanze speciali, che includono la guerra”. E ancora, prosegue Bass: “Pechino sta accumulando cereali da oltre un anno. Si stanno gettando le basi per il completo sequestro di beni esteri e investimenti in Cina. Se sei un fiduciario istituzionale, è meglio che riconsideri la tua valutazione del rischio di investire in società cinesi pubbliche o private”.

Inoltre, il Dragone sta proseguendo nell’attuazione di una politica di radicale calo delle importazioni, incentivando il mercato interno, formato da oltre un miliardo di cittadini. Il tutto concluso dalla necessità della Russia di affidarsi alle dipendenze di Pechino, da sempre in rapporto di amicizia-conflittualità con Mosca, ma che appare l’unica opzione putiniana per difendersi dalle sanzioni economiche occidentali.

Nel frattempo, i toni di Biden non sembrano tramutare, neanche nei confronti della Cina. Dopo il ventilato auspicio di un “cambio di potere a Mosca”, ecco il nuovo affondo contro il Paese che si avvia a diventare la prima potenza economica mondiale. L’idea di intavolare rapporti diplomatici, facendosi da garanti, guarda caso come avvenne durante la presidenza Trump, non pare piacere all’amministrazione democratica. Speriamo solo che quest’ultima chiamata alle armi non sia quella fatale. Per gli Stati Uniti e per l’Europa.

Matteo Milanesi, 23 maggio 2022

Perché deve farci paura la foto di Draghi coi bimbi festanti

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di Carlo Lottieri

Il pezzo di Matteo Milanesi sul premier Mario Draghi che, visitando una scuola veneta, ha ignorato le sue stesse disposizioni ha evidenziato come il presidente del Consiglio sembri talvolta lasciarsi ispirare dal Marchese del Grillo. Se gli uomini di potere dettano le loro volontà, non è certo perché essi debbano rispettarle.

Le immagini arrivateci da Sommacampagna sono però inquietanti non soltanto perché hanno evidenziato l’alterigia dei governanti e il loro ridicolo senso di superiorità. Esaminare quelle fotografie, infatti, ci costringe pure a ricordare che ancora adesso, quando siamo per lo più tornati a vivere normalmente, i nostri ragazzi sono costretti a portare quella mascherina che si fa sempre più logora, inutile, perfino dannosa. In aula, per ore i giovani respirano la loro anidride carbonica e tutto questo sulla base dell’argomento che in tal modo essi eviterebbero la diffusione di un virus ormai assai poco pericoloso. Senza dimenticare che il Covid-19 non hai rappresentato un serio problema per soggetti molto giovani e in normali condizioni di salute.

Non solo i “signori” del Palazzo fanno una vita e i “plebei” un’altra, ma noi adulti siamo ormai affrancati mentre ai ragazzi si continua a imporre – per giunta in settimane tanto calde e afose! – il supplizio di questo orpello che taluni utilizzano per strada soltanto per esibire il loro presunto civismo: la loro superiorità di cittadini ossequiosi di fronte alle direttive dei governanti.

C’è poi un’altra questione, ancor più inquietante. Quelle fotografie ci mostrano bambini di varie età con un tricolore in mano, chiamati a esibire un entusiasmo non sappiamo quanto sincero. Lo stile ricorda la Corea del Nord oppure, per restare nei nostri lidi, le periodiche visite del Duce nelle scuole del Regno d’Italia durante il Ventennio fascista. Un simile fanatismo ideologico, che forza ognuno di noi a riconoscersi in simboli che legittimamente possono apparire disgustosi, è sullo stesso piano di un fondamentalismo che volesse imporre a chiunque questa o quella pratica religiosa.

È davvero laico uno Stato che pretende che ogni studente debba condividere questo nazionalismo, a dispetto del fatto che esiste un fil rouge che collega il Risorgimento, le conquiste coloniali, le grandi guerre, la Resistenza e quanto è venuto dopo?

Tali tremende fotografie ci ricordano a cosa serve davvero il Ministero dell’Istruzione, che da un secolo e mezzo è lo strumento con cui i ceti dominanti manipolano giorno dopo giorno le menti e i cuori delle nuove generazioni. Quelle bandierine tricolori agitate dagli scolari devono farci paura, perché lo sventolio è parte di un programma di brainwashing volto a costruire sudditi, contribuenti e – naturalmente – anche soldati.

La retorica nazionalista, a base di capi politici e drappi tricolori, ci accompagna da troppo tempo: fin dall’epoca che ha trascinato l’intero paese in sanguinosi e ingiustificabili conflitti mondiali. Oggi l’igienismo di Stato è usato dai governanti per ampliare il loro controllo su di noi, ma chi comanda sa bene come i vecchi drappi che hanno accompagnato la drammatica storia della penisola negli ultimi centocinquant’anni possono servire ancora oggi. Pochi sono consapevoli che la retorica sciovinista ha costruito quelle trincee in cui molti nostri nonni e bisnonni hanno perso la loro vita; e certo questo non lo sanno i bambini, a cui viene insegnato a essere buoni e dunque obbedienti.

Mezzo secolo fa Edoardo Bennato scrisse una canzone, In fila per tre, nella quale sottolineava come la scuola di Stato servisse “ad amare la patria e la bandiera”, raccontandoci che “noi siamo un popolo di eroi e di grandi inventori / e discendiamo dagli antichi Romani”. Il sistema educativo si rivolge in tal modo al giovane: “farò di te un vero uomo / ti insegnerò a sparare, ti insegnerò l’onore / ti insegnerò ad ammazzare i cattivi”. Alla fine di questo processo di manipolazione, ricatti e promesse, l’esito è chiaro: “ora sei un uomo e devi cooperare / mettiti in fila senza protestare / e se fai il bravo ti faremo avere / un posto fisso e la promozione”.

Retorica, violenza, clientelismo e servilismo: quelle bandiere che i bambini sono stati costretti ad agitare simboleggiano tutto questo. E di fronte a un simile spettacolo è più che legittimo avvertire forti conati di vomito.

Carlo Lottieri, 23 maggio 2022

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