“Tecnocrate argine al sovranismo”: Draghi l’atlantista incoronato nuovo leader Ue

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di Adolfo Spazzaferro

Roma, 19 ott – “Tecnocrate argine al sovranismo”: gli Usa incoronano Mario Draghi candidato leader Ue ideale, anche perché l’ex numero uno della Bce è filo americano. E proprio questo potrebbe essere il problema per la Ue, per stessa ammissione dell’agenzia economica Bloomberg. Sì, perché a differenza della Merkel, l’attuale presidente del Consiglio incarna il multilateralismo spudoratamente atlantista. Ciò detto, Draghi incassa il plauso degli States per una serie di ragioni tutt’altro che rassicuranti. Infatti il motivo principale per cui il premier italiano è ben visto come possibile guida della Ue è perché è un argine efficace al sovranismo e ai movimenti di destra. Ma non solo, è l’uomo giusto per gestire i miliardi Ue del Recovery fund in chiave green. Nonché – e questo preoccupa più di tutto – ha dimostrato fermezza contro i no green pass, non cedendo di un millimetro.

Il plauso alla fermezza contro i no green pass

L’esito delle elezioni amministrative in Italia, con la sconfitta dei “sovranisti”, secondo Bloomberg è una ulteriore prova del successo politico del presidente del Consiglio in chiave moderata. Nell’editoriale dedicato a mister “Whatever It Takes”, in cui appunto di lui si dice che “ha salvato l’euro con tre parole”, si fa riferimento alla situazione in Italia. L’agenzia Usa plaude al pugno di ferro di Draghi nei confronti di chi ha manifestato contro l’obbligo del green pass, citando il caso dei portuali di Trieste. Fermezza riverberata anche nell’esito delle amministrative, dove chi strizzava l’occhio alle proteste è stato penalizzato. E dove invece si sono affermati grigi burocrati, una “sorta di esercito di mini Mario”.

La “fedeltà” agli States

Tuttavia, avverte l’editoriale, “sarebbe un errore considerare Draghi una figura intercambiabile a quella di Merkel o di Macron”. Il premier italiano infatti è molto più vicino agli States. A tal proposito, Bloomberg ricorda il passato di Draghi al Massachusetts Institute of Technology, alla Banca mondiale e a Goldman Sachs. Secondo l’editoriale, il presidente del Consiglio italiano esprime la visione di un multilateralismo nel quale “gli Stati Uniti sono i principali azionisti”. Prova ne è la brusca franata che Draghi ha impresso alla politica italiana di appeasement della Cina. Così come il fatto che sia rimasto in silenzio circa la frattura diplomatica tra Stati Uniti e Francia innescata dall’accordo di sicurezza Aukus.

Un tecnocrate con un problema di legittimità

Infine, pone giustamente in risalto l’editoriale, Draghi è un tecnocrate messo alla guida del governo del Paese dal presidente della Repubblica a causa del fallimento della politica. Ma non è stato eletto da nessuno. Quindi gli manca quella legittimità che ha avuto la Merkel per 16 anni di potere. Ciononostante va da sé che gli States Draghi se lo tengono stretto, come alleato e come potenziale successore della Merkel alla guida della Ue.

Adolfo Spezzaferro

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/tecnocrate-argine-sovranismo-draghi-atlantista-incoronato-nuovo-leader-ue-211269/

Texas, ripristinata legge contro l’aborto: “L’Italia prenda esempio”

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UNA CORTE D’APPELLO FEDERALE AMERICANA HA RIPRISTINATO L’EFFICACIA DELLA LEGGE TEXANA CHE VIETA L’ABORTO QUANDO SI RILEVA IL BATTITO CARDIACO FETALE, POCHI GIORNI DOPO CHE UN TRIBUNALE DI GRADO INFERIORE L’AVEVA SOSPESA

di Angelica La Rosa

«Mentre qui in Italia si discute su come si possono eliminare le persone che soffrono (col suicidio assistito o con l’eutanasia proposta dai Radicali), una Corte d’appello federale americana ha ripristinato l’efficacia della legge Texana che vieta l’aborto quando si rileva il battito cardiaco fetale, pochi giorni dopo che un tribunale di grado inferiore l’aveva sospesa», nota Toni Brandi, Presidente di Pro Vita & Famiglia.

«I sostenitori della vita non devono mai darsi per vinti» prosegue Brandi: «Sta a noi perseverare con la testimonianza e con l’azione per promuovere la cultura della vita e tutelare il diritto di esistere dei più fragili, di coloro che non hanno voce: il “prodigioso duello” imperversa, ma alla fine la vittoria è della Vita e della Verità».

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/10/11/texas-ripristinata-legge-contro-laborto-litalia-prenda-esempio/

Colombo, gli indios e gli idiots

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di Marcello Veneziani

Ero ieri a Genova e ho visto rientrare mestamente, dopo alcuni secoli, Cristoforo Colombo con le sue malconce caravelle, le sue tre sorelle molto navigate. È stato espulso dagli Stati Uniti perché considerato ormai persona non gradita, senza permesso di soggiorno, aggressivo, imperialista e colonialista.

Dopo un secolo e mezzo di celebrazioni del Columbus day, c’è qualcosa di nuovo nell’aria. C’erano già state brutte avvisaglie contro di lui negli ultimi anni: contestazioni, cancellazioni, statue di Colombo abbattute e imbrattante; alla furia anticolombiana si era accodato perfino il sindaco di New York, il pessimo Bill De Blasio, pur essendo figlio di emigrati italiani. Ora pure il rintronato Joe Biden, per assecondare i radical, i progressisti e le popolazioni di colore, ha avuto una pensata di quelle memorabili: ha furbescamente anticipato il Colombous day al giorno prima, l’11 ottobre, magari come preludio alla sua soppressione; e ha deciso di sovrapporre a quella ricorrenza la celebrazione dell’ “Indigenous People’s Day”, giorno in cui celebrare i popoli indigeni.

Non dirò che è un affronto alla civiltà occidentale, cristiana, alla storia e alla cultura italiana, europea e statunitense, sarebbe fiato sprecato. E poi so che quella conquista fu una violenza e una violazione di popoli e territori, lo zelo missionario s’intrecciò all’impeto colonialista e dominatore. Ho sempre nutrito rispetto, e anche affetto, per i nativi americani, per la loro fierezza, il loro attaccamento alla terra e alle loro tradizioni, la loro difficoltà di modernizzarsi, la loro refrattarietà al consumismo americano. Magari sarebbe stato saggio rifare i conti con la storia e onorare i nativi con una giornata dedicata a loro. Ma senza cancellare il giorno di Colombo, perché la storia non si cancella, perché se esistono gli Usa lo devono a lui (e magari ad Amerigo Vespucci), perché la civiltà cristiana, con le sue luci e le sue ombre non può essere espettorata come un catarro. E perché in quella festa si ricorda un altro popolo, quello degli europei e in primis degli italiani che andarono a vivere e lavorare negli Usa.

Però, visto che la demenza della cancel culture ha raggiunto pure la Casa Bianca e le istituzioni cittadine, avrei una proposta da farvi. Visto che Colombo vi sta sullo stomaco, restituite l’America agli indios, ai nativi. E voi tornate alle vostre terre d’origine. Il sindaco De Blasio ha da scegliere tra Grassano e Sant’Agata dei goti, da cui proveniva la sua famiglia, e sperare di fare l’assessore in uno di questi due comuni. E Biden può tranquillamente lasciare la Casa Bianca al pronipote di Toro Seduto, e il Pentagono agli Apache o ai Cheyenne.

Nella scoperta dell’America la comunità italiana negli Stati Uniti festeggia l’ardito navigatore genovese che non viaggiò solo dall’Europa all’America, ma dal Medioevo alla modernità e portò a compimento il sogno dell’Ulisse dantesco di varcare le mitiche Colonne d’Ercole, senza naufragare. Il mondo nuovo nacque con lui, pur antico e misterioso navigatore genovese. Quel Colombo fu per milioni di italiani emigrati negli Stati Uniti il loro Patrono, la loro carta di credito, il loro primo vero passaporto per non sentirsi intrusi in America.

Peraltro quest’odio verso Colombo non è coltivato dagli indios ma dagli idiots, i cretini progressisti americani; stanno stracciando simbolicamente i loro certificati di battesimo e le loro origini europee, preferiscono sentirsi figli di nessuno e di madre ignota, che da noi un tempo si scriveva “figli di mignotta”. A loro naturalmente si accodano i corrispettivi italici. “Idioti di tutto il mondo unitevi, contro la vostra storia e la vostra civiltà”.

Al loro fianco, però, si profila un’altra fazione di cretini radical che vorrebbe redimere Colombo considerandolo il primo degli emigrati italiani in America, una specie di Santo Protettore dei migranti. Non si rendono conto, gli uni e gli altri, che Colombo era un esploratore, un navigatore, per conto di un impero e di una regina, non era un emigrato o un rifugiato; non cercava accoglienza e benessere ma portava la civiltà e la cristianità (Cristoforo vuol dire proprio portatore di Cristo); e portava l’impero castigliano, le missioni e il colonialismo. Inclusi i soprusi e i massacri.

Voi che detestate Colombo, pensate come sarebbe stato il mondo se avessero dato all’America non il nome ma il cognome del navigatore fiorentino? Me lo sono sempre chiesto. Pensate, gli Stati Uniti di Vespuccia. Sarebbe mai diventata una superpotenza mondiale, avrebbe mai conquistato la terra e la luna e colonizzato i costumi del pianeta un Paese dedicato al diminutivo di un insetto? A chi avrebbero fatto paura i vespuccini, come avrebbero potuto imporre al mondo il vespuccian way of life? I vespuccini non avrebbero sofferto di gigantismo, come invece gli americani, e nemmeno di obesità; ma di nanismo, anzi di più, di insettismo e sarebbero passati inosservati o al più considerati molesti.

La loro bandiera sarebbe a strisce gialle su fondo nero, perché come spiegano le enciclopedie «i vespidi hanno strisce gialle su corpo bruno» (da cui Bruno Vespa). Il loro ronzio non avrebbe avuto risonanza mondiale, sarebbe bastato un buon insetticida per tenerli lontani dall’Europa; e i pellerossa sarebbero ancora i signori della loro terra. Nei dizionari non starebbero alle prime pagine come impone il loro sontuoso nome America; ma relegati in fondo, tra Vespasiano, l’imperatore dei gabinetti, e la Vispa Teresa, cacciatrice di farfalle. In fondo se lo stanno meritando.

MV, La Verità (12 ottobre 2021)

Fonte: http://www.marcelloveneziani.com/articoli/colombo-gli-indiosi-e-gli-idiots/

Ennesima follia BLM: “Abbattete le statue di Cristo bianco. E’ simbolo della supremazia “

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Segnalazione M.T.

di Pietro Sighel

Sembra si alimenti sempre di più l’odio scellerato della sinistra americana e dei Black Lives Matter verso le statue occidentali.

Il gruppo che si potrebbe definire anti monumentalista, si è da tempo prefissato l’obiettivo di distruggere qualunque monumento che rappresenti l’occidente. Per loro, l’occidente è simbolo di rovina e di distruzione.

Nel mirino dell’associazione anti razzista questa volta è finito nientemeno che l’onnipotente. Cristo.

Secondo costoro, ed in particolare a parere dell’attivista scrittore Shaun King, tutte le statue di Cristo bianco dovranno essere distrutte.

Gesù, da ora in poi, in America dovrà essere solamente nero. King si è scagliato contro le statue su Twitter.

Lo scrittore ha infatti specificato  quanto sia acclarato che il figlio di Dio avesse la pelle olivastra e l’aspetto da meridionale. La sua raffigurazione da uomo occidentale sarebbe infatti solamente una forma di supremazia bianca.

Penso che anche le statue del cristo raffigurato come un europeo bianco dovrebbero essere buttate giù, sono una forma di supremazia bianca- scrive nel tweet lo scrittore- Nella Bibbia quando la famiglia di Gesù voleva nascondersi e mimetizzarsi, indovinate dove sono andati? In Egitto e non in Danimarca. Abbatteteli”.

Naturalmente da tutti gli Stati Uniti sono piovute critiche e condanne di queste frasi che fanno riflettere quanto in là si sia spinto l’accanimento verso qualunque cosa sia occidentale e non nera.

(SP)

Fonte: https://www.lavocedeltrentino.it/2021/10/06/ennesima-follia-blm-abbattete-le-statue-di-cristo-bianco-e-simbolo-della-supremazia/

USA: gli stati più vaccinati sono quelli con più casi di covid…

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Il Vermont, lo stato con il più alto tasso di vaccinazione negli Stati Uniti, sta vivendo un’impennata di casi di covid a livelli mai visti dal picco della pandemia lo scorso inverno. Lo Stato ha un tasso di vaccinazioni record: 89% dei maggiorenni, 99% degli over 65% teoricamente immunizzati. Però non basta: lo stato ha anche avuto i due giorni con maggior mortalità proprio nel mese di settembre. Però il vaccino non doveva proteggere dai casi di covid grave?

Naturalmente questo sta creando una grande frustrazione fra burocrati dello Stato che si trovano a fronteggiare un’esplosione di casi e di ricoveri che, almeno in teoria, non sarebbe dovuta succedere. Lo stato ha registrato il più alto tasso di ricoveri ogni 100.000 residenti il ​​30 settembre, superando il record stabilito il 31 gennaio dello scorso anno. Il record di morti, otto, è stato raggiunto il 13 settembre. I casi sono del 69% più alti che nella mite Florida, dove i vaccinati sono molti, ma molti di meno.

Alla fine di agosto, quattro dei dieci casi di COVID-19 nel Vermont erano tra le persone vaccinate, secondo una lettera firmata da 90 dipendenti del Dipartimento della salute del Vermont, tra cui l’epidemiologo statale Patsy Kelso.

Il governatore Phil Scott (R) ha revocato lo stato di emergenza nel Vermont a giugno, quando l’80% della popolazione aveva ricevuto almeno un’iniezione del vaccino. Da allora ha indicato che è cauto nel reintrodurre lo stato di emergenza. “Non possiamo essere in uno stato di emergenza perenne”,

Il caso del Vermont non è il solo. Il capo di UMass Memorial Health, il più grande sistema sanitario nel Massachusetts centrale, ha affermato di recente che gli ospedali regionali hanno visto quasi 20 volte più pazienti COVID-19 rispetto a giugno e non c’è un letto di terapia intensiva da vendere. Il Massachusetts ha il quinto tasso di vaccinazione più alto della nazione.

Nel Connecticut, il secondo stato più vaccinato degli Stati Uniti, il legislatore ha recentemente esteso i poteri di emergenza del governatore per fronteggiare la pandemia.

Il 22 settembre, il Maine, il terzo stato degli Stati Uniti più vaccinato, aveva quasi 90 persone in unità di terapia intensiva, un picco di pandemia per lo stato.

Non è che, più che le vaccinazioni, possano le condizioni climatiche? Così, un vago suggerimento per il dotto Fauci. Altrimenti non si spiegherebbero la differenze fra stati del New England, estremamente ligi nella vaccinazioni, e quelli del Sud, molto più pigri…

Fonte: https://scenarieconomici.it/usa-gli-stati-piu-vaccinati-sono-quelli-con-piu-casi-di-covid/

 

L’alba di un nuovo Medio Oriente

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Segnalazione di Redazione Il Faro sul Mondo

di Salvo Ardizzone

Il radicale ribaltamento della situazione in Medio Oriente, già in corso da tempo e reso più celere dall’accordo sul nucleare iraniano, ha subito una nuova brusca accelerazione con la scesa in campo della Russia. Per comprendere la portata di eventi destinati a ridisegnare tutta l’area, ed avere ripercussioni globali, occorre fare un passo indietro alle radici degli equilibri di forza che hanno cristallizzato per un tempo lunghissimo quel quadrante a beneficio, più che di Stati, di centri di potere che ne hanno tratto utili immensi.

Il legame stretto che ha unito le enormi riserve energetiche del Golfo alle Major Usa del petrolio, ha determinato un interesse primario delle Amministrazioni che si sono succedute a Washington a tutelare quei petrostati, e più d’ogni altro l’Arabia Saudita. Un legame antico, reso “speciale” dai colossali interessi che ha coinvolto, creatosi oltre sessant’anni fa.

Allora, dopo aver espulso la tradizionale influenza inglese, tutta l’area era sotto il controllo Usa, che con un colpo di Stato, nel ’53, si erano liberati dallo scomodo primo ministro iraniano Mossadeq, reinsediando Reza Pahalavi e facendone il proprio gendarme nel Golfo.

Sembrava una situazione destinata a durare in eterno, ma la Rivoluzione Islamica del ’79 segnò la rottura di quegli equilibri consolidati, segnando la nascita di un forte polo di resistenza all’imperialismo Usa e di contrapposizione alla corrotta dinastia saudita.

Aggressioni in Medio Oriente

Gli eventi che nei decenni successivi si sono succeduti (l’aggressione dell’Iraq all’Iran, la prima e la seconda guerra del Golfo solo per rimanere ai più eclatanti), sono tutti figli del tentativo di mantenere l’assoggettamento dell’area da parte di Washington e Riyadh, eliminando l’unico vero ostacolo, appunto la Rivoluzione Islamica. E quando tutti sono falliti, si è pensato di colpirla con le sanzioni, per indebolirla e isolarla.

Ma la Storia non rimane ferma e le situazioni maturano: l’Amministrazione Obama, portatrice di interessi diversi da quelli dei centri di potere che sostenevano le precedenti, s’è mostrata assai meno incline ad assecondare Riyadh e le lobby ad essa legate. Per il Presidente americano il Medio Oriente era un pantano da cui gli Usa avevano ben poco da guadagnare e già nella campagna elettorale del 2007 si era dato l’obiettivo di districarsi da Iraq e Afghanistan.

Era ed è più che mai convinto che le sorti di potenza globale per gli Usa si decidano nel Pacifico, nella contrapposizione con la Cina. Praticamente una bestemmia per Riyadh, che ha visto nel progressivo allontanamento di Washington e nell’attenuarsi del suo ombrello protettivo un pericolo mortale, in questo pienamente accomunata da Tel Aviv.

Di qui le contromisure: scalzare Governi scomodi o comunque non allineati sostituendoli con altri manovrabili e spezzare quell’area di naturale collaborazione che si stava consolidando dall’Iran al Libano, attraverso Iraq e Siria. Ecco nascere il fenomeno delle “Primavere”, subito cavalcate e indirizzate; di qui il fiorire di conflitti per procura in quelle aree, sia per destabilizzare Stati considerati ostili o comunque non “amici”, che per suscitare zone di crisi in cui invischiare gli Usa impedendone il disimpegno.

Avvento delle Primavere

Ma le cose non sono andate così; dopo anni durissimi (ormai sta scorrendo il quinto), malgrado tutti gli sforzi per sviarla, la Storia ha continuato la sua strada. A parte il destino delle “Primavere”, che meritano un discorso tutto a parte, gli Stati sotto attacco non sono affatto caduti. Inoltre, presa in un pantano irrisolvibile e con in testa altre priorità, l’Amministrazione di Washington s’è mostrata sempre più svogliata nel sostenere il gioco via via più pesante dei suoi storici “alleati” locali: Arabia Saudita, appunto, ma anche Israele.

Quest’ultimo, con cieca arroganza e totale ottusità politica, non ha mancato occasione per scontrarsi con Obama (che, gli piacesse o no, era alla guida del suo tradizionale protettore d’oltre Atlantico) e compattare i suoi nemici, moltiplicando le provocazioni, le aggressioni, i crimini. Un insperato e stupefacente capolavoro politico per i suoi avversari.

È in questo clima che è maturato e ha preso il via l’accordo sul nucleare iraniano, evento di rilevanza storica perché infrange il muro dietro cui si voleva isolare Teheran, e per questo fino all’ultimo avversato invano da sauditi e israeliani.

L’accordo fortemente voluto da Washington non deve stupire. In esso non c’è nessuna resipiscenza per 40 anni di aggressioni ed ingiustizie, quanto il calcolo che l’Iran è indispensabile per la stabilizzazione del Medio Oriente, evitando il completo ed irreversibile collasso delle aree di crisi, come auspicato dagli “alleati” (Turchia, Arabia Saudita ed Israele), che le hanno create per spartirsene le spoglie. Nell’ottica dell’Amministrazione Obama, rinunciato ad un’egemonia Usa sulla regione (ormai impossibile), voleva però impedire che un’unica altra potenza la controlli.

Il disegno Usa in Medio Oriente

Da questo disegno discende tutta l’ambiguità e la contraddizione dell’operato Usa, soprattutto nei confronti dell’Isis, creato a tavolino per destabilizzare l’area e poi ingigantitosi e sfuggito al controllo. Washington sa bene che, spazzato via quel “nemico” tutt’altro che irresistibile (malgrado l’immagine che continuano a darne i media), si otterrebbe la stabilizzazione dell’Iraq ed a seguire della Siria; ma in questo modo si favorirebbe l’unità di un’area di collaborazione da Iran a Libano cementata ora da anni di lotte comuni; proprio quella che, quand’era ancora in embrione, è stata il bersaglio della destabilizzazione del Golfo.

Ed ecco la ridicola attività simbolica della coalizione internazionale a guida Usa che dovrebbe combatterlo, una forza che a volerlo avrebbe potuto incenerirlo in poche settimane, e che da più d’un anno fa poco o nulla. Di qui le resistenze a fornire ciò che serve all’Iraq per difendersi e il malumore nel constatare che quello Stato, un tempo un semplice vassallo, comincia a far da sé con gli aiuti (veri) di Teheran e di Mosca.

Ed ecco tutte le contraddittorie ambiguità sulla Siria, che è e resta il nodo dei problemi in Medio Oriente. In quel pantano sanguinoso, nella distorta logica avvalorata dai media, s’è giunti al paradosso di voler distinguere fra i tagliagole dell’Isis, cattivi perché sfuggiti al controllo di chi li manovrava, e quelli di Al-Nusra, ufficialmente affiliati ad Al-Qaeda ma “buoni” perché controllati da Riyadh. Secondo questa logica distorta, che Arabia Saudita, Turchia e Qatar, col pieno avallo e appoggio degli Usa, armino, finanzino ed aiutino in ogni modo bande di assassini ufficialmente prezzolati, perché destabilizzino uno Stato sovrano per poi spartirlo, sarebbe lecito quanto giusto.

Inserimento della Russia

Il fatto è che la posizione ambigua tenuta da Washington ha generato un colossale vuoto di potere, ed in quel vuoto s’è inserita la Russia, che è una storica alleata della Siria e di interessi in Medio Oriente ne ha eccome. La base navale di Tartus, i nuovi legami con l’Iran, il ruolo nella ricostruzione dell’area che diverrà il terminale della Via della Seta cinese, sono solo alcuni. Poi la possibilità di avere carte in mano da scambiare con Washington nell’altra area di crisi che a Mosca sta a cuore: l’Ucraina. Un intervento che ha sparigliato le carte, suscitando le inviperire reazioni di chi ha visto il proprio gioco irrimediabilmente compromesso, perché, in nome di un ulteriore paradosso sostenuto da tanti osservatori interessati, il fatto che un Governo legittimo sotto attacco chieda sostegno ad un alleato farebbe scandalo, quello che non c’è ad armare i terroristi che lo attaccano.

Sia come sia Putin ha rotto gli indugi e sta dando l’assistenza chiesta da Damasco. In buona sostanza sta fornendo cospicui aiuti militari e con l’aviazione sta colpendo le bande di assassini senza fare quelle distinzioni comprensibili solo alla luce degli interessi di chi la Siria voleva distruggerla per poi spartirsela.

L’intervento ha dato una fortissima accelerazione alla risoluzione delle crisi (peraltro già avviata); malgrado le strenue proteste dei sauditi e degli Stati nel loro libro paga (Francia in testa), non passerà molto che le famigerate bande del “califfo” verranno distrutte e con loro gli altri tagliagole che infestano Siria ed Iraq.

La completa sconfitta Usa

Anche Washington ha protestato con forza, ma nella realtà l’intervento di Putin ali Usa sta bene. Il Medio Oriente era già perduto per gli Usa e neanche considerato più prioritario; così i tempi sono stati solo accelerati. E piuttosto che esserne completamente esclusa, a Washington fa comodo che al centro ci sia la Russia, con cui ha molto da scambiare per la soluzione del problema ucraino e per le sanzioni inferte per la Crimea.

Per Riyadh è il crollo totale del disegno di mantenere potere e privilegi come sempre, in cui tanto aveva investito. È l’ennesimo fallimento che s’aggiunge a una pericolosa crisi finanziaria ed alla sciagurata aggressione allo Yemen, che si sta trasformando in un disastro; insieme potrebbero minare le stesse fondamenta del Regno.

La Turchia, frustrata nei sogni megalomani di Erdogan e con una guerra civile ritrovata con il Pkk che rischia di internazionalizzarsi, coinvolgendo le altre formazioni curde.

Israele è completamente solo, attorniato da nemici che lui stesso ha compattato; adesso può attendere solamente che la soluzione delle crisi che ha contribuito largamente ad attizzare indirizzi su di lui tutte le forze della Resistenza.

È un Medio Oriente allargato assai diverso che sta emergendo rapidamente. Un’area finalmente liberata da antichi imperialismi oppressivi: quello Usa, quello sionista e quello del Golfo. Un’area che dopo anni e anni di lotte sta conquistando il suo autonomo cammino di sviluppo.

In tutto questo spicca la totale assenza dell’Europa, che pure tanti interessi avrebbe ad essere presente, anche solo politicamente. L’ennesima dimostrazione d’inconsistenza, di pochezza e d’inutilità, di Istituzioni tali solo sulla carta. È l’ennesima manifestazione di totale sudditanza di Stati privi di sovranità o, più semplicemente, di una politica che non sia miope egoismo o totale asservimento.

Fonte: https://ilfarosulmondo.it/lalba-di-un-nuovo-medio-oriente/

L’azione dell’Iran rompe l’assedio USA su Siria e Libano

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di Elijah J. Magnier 

Fonte: controinformazione

L’effetto a catena delle petroliere iraniane che trasportano petrolio in Libano attraverso la Siria ha influenzato e amplificato generosamente l’influenza di Hezbollah in Libano e ha raggiunto gli Stati Uniti, la Russia e diversi stati arabi. Le conseguenze hanno accelerato importanti questioni regionali e internazionali, mettendole con forza sul tavolo della discussione e imponendo una revisione della politica statunitense in Asia occidentale, in particolare in Siria. I paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti, hanno iniziato a ripensare e contemplare le attuali riserve sul rapporto con la Siria e il suo ritorno alla Lega Araba e alla comunità internazionale. L’obiettivo – o forse il desiderio – è offrire al presidente Bashar al-Assad l’opportunità di ripensare alle sue relazioni globali e regionali e rimuovere i ruoli esclusivi dell’Iran e della Russia nel Levante.

Molti eventi hanno avuto luogo in Asia occidentale ea New York negli ultimi mesi. Gli incontri non dichiarati a Baghdad tra l’ Arabia Saudita e l’Iran , la Giordania e l’Iran e l’Egitto con l’Iran hanno contribuito a rompere il ghiaccio tra questi paesi regionali ea discutere di importanti questioni di grande preoccupazione. Inoltre, il vertice iracheno ha permesso ad Arabia Saudita, Qatar, Iran, Kuwait, Egitto, Giordania e Francia di incontrarsi e riscaldare le loro relazioni, creando un maggiore riavvicinamento tra gli stati regionali. L’Iraq sta svolgendo un ruolo positivo ma importante in cui tutti i paesi possono riunirsi e discutere le proprie differenze. Inoltre, ci sono stati importanti incontri tra il re giordano Abdullah con il presidente Joe Biden a Washington e il presidente Vladimir Putin a Mosca, e l’ incontro del presidente siriano Bashar al-Assad con il presidente Putin per parlare dell’unità del territorio siriano. Infine, l’attesa visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan a Mosca e New York . Questi incontri aprono le porte alla fase successiva, che apre la strada al ritorno della Siria nella sfera regionale e internazionale.

In effetti, lo sviluppo più importante è stata la dichiarazione del re giordano da Washington secondo cui “il presidente Bashar al-Assad resta al potere e deve essere trovato un modo per riguadagnare il dialogo con lui”. Ciò non significa che la Giordania abbia cessato le sue relazioni con la Siria nell’ultimo decennio. L’ambasciata giordana non ha mai chiuso i battenti a Damasco né l’ambasciata siriana ad Amman nonostante la Giordania ospitasse la sala del Military Operation Command (MOC). Il MOC ha ospitato comandanti militari arabi e occidentali, compresi gli Stati Uniti, per condurre operazioni di sabotaggio e attacco all’interno della Siria, con l’obiettivo di porre fine al governo del presidente siriano e creare uno stato fallito in Siria. Ha sostenuto e formato militanti e jihadisti in Giordania, tra cui Al-Qaeda organizzazioni, alla conoscenza dei tirocinanti e dell’amministrazione degli Stati Uniti.

Durante i decenni di guerra in Siria, i contatti tra Amman e Damasco a livello di sicurezza e politico non si sono fermati, sebbene abbiano variato di intensità. Le ultime comunicazioni ufficiali significative sono state duplici.

Il primo è stato un appello tra il ministro degli Interni giordano Mazen al-Faraya con il suo omologo siriano, Muhammad al-Rahmoun. I due ministri hanno affermato di aver concordato di coordinare il transito dei camion tra i due Paesi, il che significa che gli Stati Uniti devono escludere la Giordania e la Siria dalle sanzioni imposte attraverso il ” Cesar Civilian Protection Act “. I camion siriani potranno attraversare i confini senza scaricare il loro carico su altri camion sul lato giordano dei confini. Ciò ridurrà significativamente il costo siriano, aprirà la strada della merce siriana a molti paesi e porterà la tanto necessaria valuta estera.

Il secondo alto contatto ufficiale è stata la visita del ministro della Difesa e vice primo ministro siriano Ali Ayoub ad Amman e l’incontro con il capo di stato maggiore giordano, maggiore generale Yousef Al-Hunaiti, il primo incontro ufficiale a questo livello dopo dieci anni di guerra in Siria.

Non c’è dubbio che gli Stati Uniti abbiano aperto la porta al ritorno della Siria in Libano quando hanno accettato di rilanciare la linea del gas che trasportava il gas egiziano attraverso la Giordania in Libano. Questa linea di gas è stata offerta come alternativa nel disperato tentativo di limitare il flusso di gasolio e benzina iraniani in Libano attraverso Hezbollah. L’ambasciatore degli Stati Uniti in Libano, Dorothy Shea, ha annunciato la decisione sulla fornitura di gas in reazione all’annuncio del segretario generale di Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah. Sayyed Nasrallah ha promesso fornire al Paese petrolio iraniano attraverso la Siria per rompere il blocco non annunciato dagli Stati Uniti e soddisfare i bisogni del popolo libanese. Il Libano, assetato di forniture di petrolio (la cui perdita ha paralizzato il ciclo di vita del Paese, che sta attraversando una crisi economica senza precedenti), ha benedetto il petrolio iraniano mentre cadeva come manna sulla popolazione libanese. La popolarità dell’Iran e di Hezbollah è esplosa ed è stata acclamata da alleati, amici e (molti) nemici allo stesso modo.

Hezbollah, reparti in parata

Tuttavia, il petrolio iraniano non è l’unico problema che gli Stati Uniti ei paesi arabi devono affrontare. Sono molto preoccupati che la Siria rimanga nella sfera di influenza iraniana. L’Iran ha guadagnato una popolarità senza precedenti in Siria a causa della politica di Washington, che voleva creare uno stato fallito in Siria e rimuovere il presidente Assad dal potere. Inoltre, l’Iran ha raccolto più lodi quando gli Stati Uniti non sono stati in grado di destabilizzare Siria, Iraq e Libano. L’amministrazione statunitense pensava che imponendo dure sanzioni alla Siria e impedendo qualsiasi riavvicinamento tra Damasco e altre capitali regionali e occidentali, avrebbe potuto far leva sul presidente Assad e costringerlo a dettare le sue condizioni.

Sembra che l’amministrazione di Joe Biden stia iniziando a valutare le cose in modo più realistico, come espresso dal re giordano dopo aver incontrato Biden. Non è un caso che re Abdullah affermi da Washington che c’è la necessità del ritorno della Siria e dei rapporti con Assad, argomento tabù per le precedenti amministrazioni statunitensi. È davvero un passo piccolo ma significativo, anche se non significa che gli Stati Uniti riscalderanno presto le loro relazioni con la Siria. Invece, il ritorno del rapporto dei paesi arabi e occidentali con Assad è una preparazione per l’opinione pubblica a riconoscere che il presidente siriano è il leader eletto del suo paese, cosa che i paesi coinvolti nell’ultimo decennio di guerra non possono più ignorare.

Il presidente siriano ha detto ai suoi numerosi visitatori ufficiali regionali e occidentali che “gli Stati Uniti non hanno mai interrotto le loro relazioni di sicurezza con la Siria. Tuttavia, in Siria rifiutiamo qualsiasi dialogo politico a meno che le forze occupate dagli Stati Uniti non si ritirino dalla regione attiva del nord-est».

Gli Stati Uniti e molti stati europei hanno mantenuto una relazione di sicurezza e antiterrorismo con la Siria (Francia, Italia, Germania e altri). Tuttavia, la Siria ha stabilito che tutte le delegazioni europee riaprano le porte delle loro ambasciate prima di impegnarsi in relazioni politiche. Il governo di Damasco è più forte oggi che mai, in particolare quando il sud è tornato completamente sotto il controllo dell’esercito siriano.

Infatti, in queste ultime settimane , la Siria ha liberato Daraa e Tafas , assicurando più di 328 chilometri a partire dalla Badia a As-Suwayda e Daraa. Pochi giorni fa, tutte le città dell’area di Huran sono cadute sotto il controllo dell’esercito siriano. Gran parte del sud della Siria era sotto i ribelli che coesistevano con l’esercito siriano, a seguito di un accordo stipulato dalla Russia nel 2018 . Questi militanti hanno creato una “zona cuscinetto”, controllando il valico di frontiera con la Giordania e proteggendo gli israeliani che occupano le alture del Golan siriano e i confini di Israele. Gli israeliani hanno ripetutamente affermato di temere la presenza di Hezbollah e dell’Iran ai confini siriani e non sono riusciti a imporre una zona libera dalla presenza iraniana ovunque la leadership siriana desiderasse che fosse.

Tuttavia, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato : “La Russia non accetterà che la Siria venga utilizzata come piattaforma per operazioni contro Israele”. Pertanto, la Russia sta inviando il messaggio agli Stati Uniti e a Israele che le forze siriane ai confini siriani sono un garante della protezione di Israele e un’indicazione all’Iran che Mosca desidera che il fronte delle alture del Golan occupato rimanga freddo.

Il ministro russo Lavrov esprime senza dubbio la preoccupazione della Russia per l’incolumità e la sicurezza di Israele e offre la garanzia di Mosca per prevenire attacchi contro le alture del Golan occupate. Tuttavia, la Russia non ha impedito a Israele di violare la sovranità e il territorio siriano. Israele, infatti, ha compiuto più di mille attentati, violando la sovranità siriana, uccidendo molti civili e distruggendo molte postazioni e magazzini appartenenti allo stato siriano. Mosca ha offerto all’esercito siriano missili terra-aria per intercettare gli attacchi aggressivi e ripetitivi israeliani, ma non è riuscito a fermare questi attacchi anche quando Israele è stato responsabile dell’abbattimento dell’aereo Il-20 e dell’uccisione di 15 membri del servizio russo.

La Russia è presente nel sud dal 2018, a seguito di un accordo tra militanti locali e governo siriano. Questo accordo non è più necessario perché le forze di Damasco hanno preso il controllo completo del sud della Siria. Inoltre, la Russia non può impedire alla Siria di liberare il suo territorio (le alture del Golan) quando il governo centrale deciderà di farlo in qualsiasi momento in futuro.

Indubbiamente, l’influenza iraniana e la presenza militare in Siria sono state conseguenze della guerra globale contro la Siria e della sua richiesta di sostegno all’Iran. Anche se gli Stati Uniti stanno impedendo ai paesi del Medio Oriente di ristabilire i legami con la Siria, Damasco mostra la volontà di aprire una nuova pagina con i paesi occidentali e arabi. Pertanto, gli Stati Uniti sono il principale contributore alla crescente influenza iraniana nel Levante, quando la “Repubblica Islamica” è il principale sostenitore e fornitore di beni di prima necessità della Siria.

Gli Stati Uniti potrebbero cercare di compensare rivedendo la propria posizione sulla Siria e la propria autoviolazione della “Legge di Cesare” per creare nuovi equilibri nella regione e consentire alla Lega araba di includere nuovamente Damasco. Durante il recente vertice di Baghdad, il presidente francese Emmanuel Macron ha promesso al primo ministro iracheno Mustafa Al-Kadhemi di esaminare le relazioni dell’UE con Assad. Al-Kadhemi ha informato il presidente al-Assad in una conversazione telefonica privata di venti minuti subito dopo la fine della conferenza.

Il ritorno delle relazioni ufficiali tra Giordania e Siria è legato alla sicurezza delle frontiere, alla prevenzione delle vecchie e nuove strade di contrabbando tra i due paesi e alla lotta al terrorismo. La Giordania sta assumendo un ruolo guida come pioniere nell’aprire la porta ad altri paesi del Medio Oriente per attraversarlo e consentire all’amministrazione statunitense di preparare la sua futura politica per consentire alla Siria di tornare alle piattaforme regionali e internazionali e non essere più isolata. Questo non accadrà molto presto. Tuttavia, è l’inizio di un fondamentale spostamento di posizione verso la Siria.

La comunità internazionale non avrà altra scelta che abbracciare la Siria, prima è, meglio è, prima che venga attuato l’accordo nucleare con l’Iran e quando tutte le sanzioni saranno revocate. Quando ciò accadrà nei prossimi mesi, l’Iran dovrebbe diventare molto più forte finanziariamente e godere di un potere economico e finanziario senza precedenti. Il suo sostegno alla Siria sarà molto più significativo, rendendo inutile e inefficace l’embargo USA-UE.

La petroliera iraniana è attraccata in Siria e il gasolio è stato trasportato in Libano, proprio come lo è l’offerta di armi di Hezbollah. La presenza iraniana a Quneitra preoccupa anche Israele e gli Stati Uniti e sfida l’occupazione israeliana del Golan siriano. Inoltre, la guerra siriana sta volgendo al termine con la liberazione dei territori occupati dagli Usa-Turchi nel nord. Le forze statunitensi se ne andranno prima o poi, causando grave preoccupazione alle forze curde in quella parte nord-orientale del Paese.

Infatti, il rappresentante del “Consiglio democratico siriano” (la forza che protegge le forze di occupazione statunitensi) negli Stati Uniti, Bassam Saqr, ha affermato che “l’America dovrebbe avvertire i curdi siriani se viene presa la decisione di ritirare tutte le forze. Il ritiro, ogni volta che avverrà, dovrà essere graduale, passo dopo passo”.

È prevedibile un cambiamento nella politica degli Stati Uniti e nella sua revisione del futuro delle sue forze che occupano il nord-est della Siria. Ciò che ha sollevato gravi allarmi negli Stati Uniti e in altri paesi del Golfo è la forza che l’Iran ha raggiunto e il potere di cui gode come conseguenza involontaria della guerra siriana nel 2011. È giunto il momento di ammettere il fallimento degli obiettivi degli Stati Uniti e consentire al governo siriano di l’economia e il suo rapporto con il resto del mondo a fiorire. Le relazioni siriano-iraniane sono strategiche e il loro legame forte è abbastanza solido da non essere a rischio nonostante il futuro sviluppo in Siria.

Correzione di: Maurice Brasher

Traduzione : Gerard Trousson

Il Congresso USA sta introducendo, zitto zitto, il Dollaro Digitale?

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Lo scorso 28 luglio il deputato Don Breyer ha presentato un disegno di legge, che dovrebbe andare presto il discussione, per la regolamentazione delle valute virtuali e dei cryptoasset, denominata “Digital Asset Market Structure and Investor Protection Act” Questa proposta di legge però contiene una norma che emenda le attuali leggi in vigore e che rischi di mutare radicalmente il funzionamento del denaro negli USA.

Premettiamo che la FED non emette denaro fisico (banconote etc) a caso, né lo distrugge, se non con un’autorizzazione federale ed entro precisi limiti fissati dalla normativa che ne guida e dirige i poteri. Il deputato Breyer, nella sua proposta, viene ad introdurre il seguente emendamento riguardante i poteri della FED:

d) Supervisionare e regolamentare, tramite il Segretario del Tesoro, l’emissione e il ritiro delle banconote della Federal Reserve (sia fisiche che digitali), fatta eccezione per la cancellazione e la distruzione, e la contabilizzazione in relazione a tale cancellazione e distruzione, delle banconote non idonee alla circolazione , e per prescrivere norme e regolamenti (inclusa la tecnologia appropriata) in base ai quali tali banconote possono essere consegnate dal Segretario del Tesoro agli agenti della Federal Reserve che ne fanno richiesta”.

Fin qui tutto bene. Questa è la norma attuale che regolamenta l’emissione e la distruzione delle banconote. Ecco la proposta di integrazione Breyer:

“Sono autorizzate le banconote della Federal Reserve, da emettere a discrezione del Consiglio dei governatori del Federal Reserve System allo scopo di effettuare anticipi alle banche della Federal Reserve attraverso gli agenti della Federal Reserve come di seguito stabilito e per nessun altro scopo. Nonostante qualsiasi altra disposizione di legge, il Consiglio dei governatori del Federal Reserve System è autorizzato a emettere versioni digitali delle banconote della Federal Reserve oltre alle attuali banconote fisiche della Federal Reserve. Inoltre, il Consiglio dei governatori del Federal Reserve System, previa consultazione con il Segretario del Tesoro, è autorizzato a utilizzare la tecnologia Distributed Ledger (la blockchain ndr) per la creazione, la distribuzione e la registrazione di tutte le transazioni che coinvolgono banconote della Federal Reserve digitali. Le suddette banconote saranno obbligazioni degli Stati Uniti e saranno considerate a corso legale e saranno esigibili da tutte le banche nazionali e membri e dalle banche della Federal Reserve e per tutte le tasse, dogane e altri diritti pubblici. Saranno riscattati in moneta legale su richiesta presso il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, nella città di Washington, Distretto di Columbia, o presso qualsiasi banca della Federal Reserve”.

E così, in poche righe, si concede alla Federal Reserve il potere di emettere le cosiddette CBDC, Central bank Digital Currencies, le valute virtuali delle banche centrali equivalenti a quelle dei privati. Solo che, senza un’ulteiriore normativa, queste hanno delle caratteristiche ben poco desiderabili, come:

  • sono perfettamente tracciabili, per cui addio privacy;
  • sono programmabili, per la durata e per la modalità di spesa.

Quindi, se non si vuole fare la fine, nella migliore delle ipotesi, della Cina, con economia e consumi controllati centralmente, una normativa del genere deve essere per lo meno integrata da una di carattere garantista che preveda dei forti limiti sulle possibilità della FED di programmare e di tracciare il token in questione. Il futuro può essere pericolosamente illiberale.

Fonte: https://scenarieconomici.it/il-congresso-usa-sta-introducendo-zitto-zitto-il-dollaro-digitale/

 

I “talib” e quello che non sapete

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di Massimo Fini

Fonte: Massimo Fini

“Apre bocca e gli dà fiato” è un detto toscano riferito a persona che parla di cose che non conosce. Un tipico “apre bocca e gli dà fiato” seriale, perché ha una rubrica quotidiana sul Corriere della Sera, Il Caffè, è Massimo Gramellini.
Io credo che il primo dovere di un giornalista sia quello di documentarsi, soprattutto quando entra in campi di cui non si è mai occupato. Nel suo Il Caffè del 17/9 intitolato “Talebani distensivi” Gramellini prende spunto da una notizia falsa per poi argomentare in modo altrettanto falso: l’uccisione di Baradar, attuale presidente provvisorio dell’Afghanistan, da parte di suoi avversari politici, gli haqquani. Sarebbe bastato che Gramellini telefonasse al suo collega Lorenzo Cremonesi, che è su quel campo da molti anni, per accertare che quella notizia era una balla.
Con i piedi poggiati su questa fake Gramellini costruisce il suo articolo che è un attacco nei miei confronti, ma senza fare il mio nome, nel modo viscido che è il costume del Corriere “il giornale più vile d’Italia” come lo definii in un’intervista che mi fece Beppe Severgnini. E Severgnini, molto all’inglese, non batté ciglio perché non è Gramellini.
Cosa dice dunque Massimo Gramellini nel suo pezzo: “A Kabul l’ultimo Consiglio dei ministri è stato piuttosto movimentato, con i talebani che si sparavano addosso tra di loro e il capo dei cosiddetti moderati, Baradar, dato per disperso. Al momento nessuno sa dire dove sia: se in ospedale o sottoterra. Si tende a sopravvalutare il Male: ogni tanto sembrerebbe una farsa, se non fosse sempre una tragedia. Tornano alla mente le lucide analisi di certi pensatori italiani che per puro odio verso l’America e i valori occidentali sono arrivati a dipingere i talebani come valorosi guerrieri tutti d’un pezzo.  Ruvidi, magari, e un tantino retrò sul concetto di uguaglianza tra i sessi, ma nobili e cavallereschi. In realtà si tratta di clan tribali che litigano per le poltrone peggio di un manipolo di sottosegretari nostrani, ma con metodi decisamente più spicci e guidati dai capimafia che, appena si trovano intorno allo stesso tavolo per spartirsi il bottino, cercano di eliminarsi a vicenda…. Quell’anima di Giushappy Conte, immediatamente imitato dai trombettieri della sua corte, aveva colto nei primi atti del nuovo regime ‘un atteggiamento abbastanza distensivo’. Dopo la sparatoria dell’altro ieri osiamo sperare che abbia cambiato avverbio e soprattutto aggettivo. Forse con i talebani bisogna trattare. Ma come si tratta con un bandito che ti ha rapito la nonna e le tiene un coltello sotto la gola. Senza concedere loro neanche per un attimo lo status di legittimi rappresentati di una nazione.”
Perché Gramellini non si pone una domanda semplice semplice. È possibile che un gruppo di ragazzi, perché allora erano dei ragazzi, studenti delle madrasse (talib vuol dire appunto ‘studente’, che allora non sapevano nemmeno di essere talebani, il nome gli venne dato dopo) abbiano potuto ingaggiare una guerra di indipendenza contro il più forte esercito del mondo durata oltre vent’anni e per soprammercato vincerla, senza avere l’appoggio della maggioranza della popolazione? Sia chiaro, a Gramellini e a tutti i Gramellini, che nei Talebani io non difendo la loro ideologia sessuofobica, che mi è completamente estranea, ma il diritto di un popolo, o di parte di esso, a resistere all’occupazione dello straniero. Altrimenti prendiamo la nostra Resistenza su cui abbiamo fatto tanta retorica, che è durata un anno e mezzo e aveva l’appoggio degli Alleati, mentre i talebani non avevano il sostegno di nessuno, e buttiamola nel cesso. Trovo piuttosto indecente immiserire la lotta d’indipendenza afgano-talebana, che è costata fiumi di sangue, a uno scontro fra clan mafiosi, tipo quello cui assistiamo quotidianamente in Italia fra i partiti. A furia di guardare il mostro si finisce per assomigliargli.
Che l’Afghanistan sia formato da clan Gramellini l’ha orecchiato da Anselma Dell’Olio che l’ha orecchiato da qualcun altro che a sua volta l’ha orecchiato da altri ancora. Gli occidentali si alimentano delle proprie menzogne e finiscono per crederci. Clan o non clan, diversità tribali e no, il fatto è che gli afgani hanno un fortissimo senso di identità nazionale basato su valori ideali che sono scomparsi in Occidente e che ha permesso loro nell’Ottocento di cacciare, dopo una lotta durata trent’anni, gli inglesi, nel Novecento di sconfiggere i sovietici, di ricompattarsi sotto la guida del Mullah Omar contro quegli avventurieri chiamati “signori della guerra” e infine di sconfiggere gli occidentali.
Gli occidentali non riescono proprio a digerire di essere stati sconfitti da quel gruppo di straccioni chiamati Talebani. E in effetti questa è una sconfitta molto più sanguinosa di quella che gli americani subirono in Vietnam. Perché i Viet Cong avevano l’appoggio della Russia e della Cina e, a livello culturale, dell’intellighenzia europea che allora era orientata in senso comunista. Quante volte abbiamo visto in Italia e in Europa grandi manifestazioni contro la guerra del Vietnam? Per la guerra all’Afghanistan non ce n’è stata neanche una.
Quanto al mio antiamericanismo, che non è rivolto contro il popolo americano che è un popolo naif, deliziosamente ingenuo tanto da ingurgitare qualsiasi balla, ma alla leadership yankee democratica o repubblicana che sia, non c’è bisogno di alcun odio preconcetto. Basta, come il Sancio Panza di Guccini, guardare i fatti. Lasciando perdere l’Afghanistan è dal 1999, guerra alla Serbia, per proseguire poi con la guerra alla Somalia (2006-2007) per interposta Etiopia, a quella all’Iraq del 2003, a quella contro la Libia del colonello Mu’ammar Gheddafi del 2011, per capire che gli Stati Uniti ci hanno trascinato in guerre disastrose, non solo per i popoli aggrediti, a spanna un milione e mezzo di morti, che si sono alla fine rivolte contro l’Europa.
Che l’idillio con i vincitori della Seconda Guerra Mondiale fosse finito lo ha detto quattro o cinque anni fa Angela Merkel quando dichiarò paro paro: “gli americani non sono più i nostri amici di un tempo, dobbiamo imparare a difenderci da soli”. Se poi Massimo Gramellini vuole arruolare anche Merkel fra gli odiatori sistematici dell’America faccia pure. Io mi sono sempre sentito estraneo al concetto di Occidente, un agglomerato che ricorda in modo sinistro l’Eurasia e l’Estasia dell’Orwell di 1984. Io mi sento un  europeo che ha alle spalle una grande tradizione, a cominciare dalla cultura greca, non uno yankee. Écrasez l’infâme!

Tutti contro la vita e la famiglia in USA, Italia e UE

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Partiamo da un dato di fatto. Un tragico dato di fatto. Gli aborti negli Stati Uniti, nel corso del 2019, sono aumentati del 2,3% rispetto all’anno precedente. Lo rivela un rapporto, messo a punto dal Charlotte Lozier Pro-Life Institute. Mostra le statistiche di 39 Stati americani: benché manchino i dati relativi agli ultimi 11, i numeri indicano purtroppo una tendenza costante al rialzo non solo rispetto al 2018, bensì anche rispetto al 2017. Il tasso abortivo è aumentato in 21 dei 39 Stati analizzati, soprattutto in Illinois, Georgia, Texas e Florida, e sceso in 17, in primis Missouri, Tennessee e West Virginia. Le leggi più permissive in materia, varate a partire dal 2018, non fanno ben sperare e preparano percentuali ancora più pesanti in termini di vite spezzate nel grembo materno. Per non parlare degli aborti chimici, anch’essi in crescita, del 41% nel 2018 e del 44% nel 2019, cifre che con la pandemia non possono ch’essere peggiorate.

Anche per questo, mons. Salvatore Cordileone, arcivescovo metropolita di San Francisco, in un articolo apparso lo scorso 5 settembre su The Washington Post, ha chiesto di affrontare con urgenza la questione della scomunica ai fautori dell’aborto ovvero di «un grande male morale», tra cui colloca anche i politici espressisi contro la recente legge pro-life varata in Texas, come il presidente Biden e la presidente della Camera, Nancy Pelosi, entrambi professantisi “cattolici” a parole, ma non nei fatti. Mons. Cordileone ha fatto notare come proprio il Texas abbia investito 100 milioni di dollari per finanziare centri di gravidanza, agenzie di adozione e case di maternità, fornendo oltre tutto consulenze gratuite a chiunque desideri avere figli, aiuti alla genitorialità e formazione al lavoro, per garantire alle giovani coppie un reddito adeguato ai costi di una famiglia: «La risposta alle gravidanze in crisi non è la violenza, ma l’amore, sia per la madre che per il bambino», ha detto il prelato.

Mentre negli Stati Uniti si combatte un’appassionata battaglia per la vita, il sistema mediatico prosegue la propria tenace campagna sul fronte opposto, come ha confermato il Leone d’oro assegnato a Venezia al film francese L’événement, in cui la parte dell’eroina viene impersonata da una giovane che ha abortito, preferendo la carriera alla gravidanza. La pellicola si svolge nella Francia d’inizi Anni Sessanta, quando l’aborto era ancora illegale, senza che ciò però abbia fermato quella donna, quella madre, plaudita nel film per la sua scelta, uccidendo in modo clandestino la creatura vivente nel suo grembo, come se in ciò vi fosse chissà quale affermazione di diritti o chissà quale nobiltà morale anziché una pretesa meramente opportunistica costata la vita di suo figlio. Che merito c’è in questo? Invece ecco la 78° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia esaltare, sostenere e promuovere le gesta della protagonista. Un premio, che gronda del sangue versato da tutti quei piccoli innocenti sacrificati sull’altare della carriera e dell’egoismo.

Del resto, che la svolta pro-choice dell’Italia non sia stata recentemente certificata solo dagli eventi mediatici, bensì anche da non meno deprecabili scelte politiche sono le cronache a dirlo: la determinazione, con cui il ministro della Salute in carica, Roberto Speranza, ha dichiarato di voler accelerare sulla legalizzazione dell’eutanasia ne è un triste esempio. Vuole farlo, esautorando totalmente il Parlamento e senza il coinvolgimento della Conferenza Stato-Regioni col pretesto di dar attuazione alla sentenza 242/19 della Corte Costituzionale sul suicidio assistito, sentenza peraltro assolutamente non vincolante.

Donde tanta foga, tanta fretta, tanta furia nel promuovere a livello planetario una cultura di morte? Un indizio può giungere da un interessante réportage pubblicato nel giugno scorso dall’agenzia InfoCatólica. Secondo quanto riportato, l’Epf, Forum parlamentare europeo per i diritti sessuali e riproduttivi, avrebbe lanciato una feroce azione politica volta a screditare importanti organizzazioni cattoliche, ree di essere pro-lifepro-family ed anti-gender.

Circa tre mesi fa l’Epf ha presentato un rapporto dal titolo «Punta dell’iceberg: finanziatori religiosi estremisti contro i diritti umani sulla sessualità e sulla salute riproduttiva in Europa 2009-2018». Impossibile immaginare un titolo più chiaro di questo, tenendo conto oltre tutto che il testo è uscito pochi giorni prima delle votazioni sul famigerato Rapporto Matić e col chiaro intento di condizionarne l’esito… Si noti come avere un’opinione semplicemente diversa su tematiche di carattere chiaramente morale comporti un’immediata condanna di “estremismo”. Nel documento dell’Epf si legge, ad esempio: «Il quadro emergente è quello di una comunità transnazionale di estremisti religiosi e attori di estrema destra, che prendono decisioni strategiche di finanziamento attraverso i confini internazionali». Ne segue un lungo elenco, una sorta di “lista nera” di sigle, tutte schedate, ma senza fornire alcuna prova (né lo potrebbero) di attività illegittime o illecite. Da qui critiche a pioggia contro la Chiesa cattolica, contro il Vaticano, contro alcuni cardinali europei, contro la Comece-Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea, contro associazioni dotate di «peso finanziario» (tra cui i Cavalieri di Colombo statunitensi e la Fondazione Lejeune francese), nonché singoli individui.

Paradossalmente, scrive InfoCatólica, chi punta l’indice ovvero l’Epf risulta sostenuto da organizzazioni, queste sì, miliardarie come la Fondazione Bill e Melinda Gates, International Planned Parenthood Federation, la Commissione europea, la Open Society Foundations di George Soros, il Wallace Global Fund, la Fondazione MacArthur, la Summit Foundation e la Fondazione Hewlett. Tutti nomi tristemente noti e schierati contro vita e famiglia…

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