Dove porta la guerra global ai classici

Condividi su:

Fonte: Marcello Veneziani

di Marcello Veneziani

Come spiegare la guerra ai “classics” che si allarga negli Stati Uniti e pure sull’altra sponda dell’Atlantico e trova oggi conforto e rinforzo con l’arrivo alla casa Bianca dei progressisti e antirazzisti Joe Biden e di Kamala Harris? È stata proprio la “sua università”, quella da cui proviene la vice nera di Biden, la Howard University di Washington, a fare da capofila nell’opera di demolizione e di epurazione dei classici dagli studi. Trattandosi di un’università simbolo degli afro-americani, assume un significato speciale. La cacciata dei classici dalle università, non solo dunque del “conquistatore” Cristoforo Colombo ma dei grandi poeti, pensatori e letterati della tradizione antica, greco-romana ed europea, è diventata ora il simbolo della lotta dei neri contro la “supremazia” dei bianchi. La cultura è vista come un segno di violenza, schiavismo e sottomissione coloniale che l’occidente avrebbe esercitato sulle popolazioni indigene di tutto il mondo. Anche i capolavori della letteratura vengono sottoposti alla censura postuma e vengono giudicati dai tribunali e dalle piazze, dai MeToo e dagli Antifa, e non più nelle sedi letterarie in ragione del loro valore. Il significato umanistico viene sottomesso al valore umanitario e sottoposto al Tribunale Permanente dei Diritti Umani Violati.

Sono lontani i tempi in cui un presidente negro e illuminato, come Leopold Senghor, poeta e alfiere della “negritudine”, esibiva il suo amore per i classici e per la lingua latina e spingeva gli studenti più bravi del suo paese, il Senegal, e di tutta l’Africa nerissima a integrarsi anche tramite la cultura e l’assimilazione dei classici e della lingua latina.

Ora il problema non è integrare i neri, i latinos e gli indiani nella civiltà euro-occidentale ma dis-integrare la nostra cultura sin dalle sue radici e contrapporre i temi dei diritti umani a ogni discorso culturale, storico e spirituale. L’appello si estende a tutti gli occidentali che devono ricusare il loro passato, vergognarsi delle loro origini e sostenere la battaglia contro i classici, che a esaminarli furono tutti, più o meno, “razzisti”, “schiavisti”, “omofobi”, “maschilisti”, e via dicendo. Via la vita spirituale, al più cantiamo gli spiritual.

Perfino gli schemi del pensiero rivoluzionario vengono capovolti: le classi subalterne, i proletari, non devono impossessarsi delle idee dominanti e della cultura egemone per rovesciare i rapporti di potere e sostituirsi al comando della società; ma devono disprezzare la loro cultura e cancellare le sue tracce. Verso dove si va in questo modo? Verso una forma di imbarbarimento planetario e di ripiegamento narcisistico nell’oggi contro tutti gli ieri e i sempre. Continua a leggere

Nancy Pelosi continua a bloccare il disegno di legge per fermare l’infanticidio

Condividi su:

 

L’EDITORIALE DEL LUNEDI PER AGERECONTRA.IT 

di Leonardo Motta

Non c’è responsabilità maggiore per i membri del Congresso che salvaguardare il diritto alla vita di tutti gli americani, in particolare i più vulnerabili. Questo è il motivo per cui i leader repubblicani alla Camera dei rappresentanti stanno spingendo per un voto sul “Live Birth Abortion Survivors Protection Act”. Questo disegno di legge segnerebbe la differenza tra la vita e la morte di innumerevoli bambini, se il presidente, la Democratica Nancy Pelosi, lo permettesse, se i Democratici pro-aborto.

In America, infatti, è già successo più volte che gli strumenti e le tecniche per uccidere il bambino nel grembo materno non hanno funzionato e che il bimbo sia nato vivo: respirando, si muovendosi, piangendo.

Ma mentre in terapia intensiva neonatale, medici e infermieri non risparmiano sforzi per salvare la vita di bambini prematuri e molto malati, per i sopravvissuti agli aborti la situazione è diversa.
Invece di essere trasportati immediatamente in terapia intensiva e trattati con la stessa cura compassionevole, il bambino viene lasciato morire da solo.

Sembra surreale, ma questa è esattamente l’esperienza di Jill Stanek, un’ex infermiera e informatrice che ha assistito alla nascita di bambini abbandonati e vivi abortiti, incluso un bimbo con sindrome di Down che ha confortato per 45 minuti della sua breve vita.
È l’esperienza di donne come Sycloria Williams, che ha dato alla luce una bambina viva in un centro abortivo della Florida e poi ha guardato con orrore mentre il dottore gettava il bambino in un contenitore per lo smaltimento biologico dei rifiuti. Continua a leggere

Borghi: finalmente sveliamo un po’ di balle economiche…

Condividi su:

Claudio Borghi a Coffèe break, e, giustamente , dato che si parla di economia, eccovi il giornalista con minore conoscenza dell’economia di tutti i mass media, Davide Giacalone, noto essenzialmente per l’abilità nell’assegnare le frequenze TV.

Cosa ha rivelato l’ultimo, inutile, DEF: che il debito è non tollerabile solo nel limite in cui la Banca centrale vuole non supportalo, come dimostrano non solo il momento attuale in Euro Area, ma ancora di più quello che sta accadendo con i super piani di espansione di Biden negli USA, ben più ampi dei nostri. Borghi spiega bene la questione , del resto già nota, ma quando un giornalista è in mala fede, parla, disturbando in sottofondo e se ne infischia delle opinioni altrui. Un esempio di mala educazione e di superficialità sempre più frequente nella nostra TV.

Quindi si passa a parlare brevemente di ambiente per poi la vexata queastio del prossimo futuro: quando togliere il blocco dei licenziamenti. Perchè questa  dolorosa mossa prima o poi dovrà essere fatta.

Buon ascolto e ringraziamo Inriverente.

 

L’intervista che Facebook censura: ecco cosa ha detto Trump in tv

Condividi su:

 

L’intervista a Donald Trump condotta dalla nuora Lara, moglie di Eric, è stata rimossa da Facebook. Prosegue la guerra dei Colossi Big Tech contro l’ex Presidente Usa. Ira dei repubblicani

di Roberto Vivadelli

L’ex Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump non solo non può avere un account su Facebook e Instagram – oltre a YouTube – ma non può nemmeno essere intervistato.

Non è un lontano mondo dispotico ma è la realtà che stiamo vivendo, dove i colossi Big Tech stanno, sempre di più, decidendo chi può prendere parola o meno, cosa è verità e cosa non lo è, in maniera del tutto arbitraria e pericolosamente ideologica, ovviamente a danno dei conservatori di tutto il mondo. Lara Trump, moglie del figlio del tycoon, Eric, ha intervistato suo suocero sulla sua pagina in un videoclip subito rimosso da Facebook. Come riporta l’agenzia Adnkronos, si tratta di un’ulteriore mossa adottata da Facebook nei confronti di Trump, dopo che a gennaio aveva chiuso il suo profilo Twitter in seguito all’assalto al Congresso da parte dei suoi sostenitori. “In linea con il blocco che abbiamo posto agli account Facebook e Instagram di Donald Trump, ulteriori contenuti pubblicati con la voce ‘Donald Trump’ verranno rimossi e comporteranno ulteriori limitazioni sull’account“, si legge in un’e-mail. Una decisione che Lara Trump ha definito “orwelliana”. “Stiamo andando verso 1984 di George Orwell, è proprio così” ha commentato sui social media. Continua a leggere

Prodromi di guerra civile negli Stati Uniti?

Condividi su:

di Eugenio Orso

Fonte: Comedonchisciotte

Il discorso che mi accingo a fare, in estrema sintesi, riguarda la debolezza attuale degli Usa, come principale potenza di riferimento e strumento imperialista per l’élite finanziaria e globale, di ispirazione  sionista.

Fondamentale sembra essere, per i dominanti, la realizzazione del progetto del club di Davos, chiamato The Great Reset e firmato da un esponente del WEF, Klaus Schwab, ottuagenario e membro attivo della gerontologia elitista, nonché da un suo collaboratore, Thierry Malleret. The Great Reset è il suggello al dominio elitista sul mondo e se dovesse andare in porto sconvolgerebbe la stessa idea che abbiamo dell’uomo e delle società umane. Il Davos “virtuale” di gennaio, rivelatore delle intenzioni elitiste, lette fra le righe, è stato una conseguenza della diffusione del Covid.

In pratica, il “distanziamento sociale” imposto dalla pandemia Covid è funzionale al controllo delle popolazioni, ad accelerare i processi di automazione dell’industria, a rendere gli stati più ricattabili con l’aumento del debito pubblico e i crolli di PIL, i lavoratori più docili a causa della disoccupazione indotta e della progressiva perdita di diritti e di reddito, e via discorrendo. Quanto precede in “armonia” con il piano elitista noto come The Great Reset, che non sarà, come millantato, un nuovo inizio felice per l’umanità, con un colpo di spugna a ciò che di brutto caratterizzava il passato, ma semmai il contrario, più simile alla realizzazione di una grande distopia che darà sostanza al “trasumanesimo” e alla perdita totale di controllo sulla propria vita per miliardi di dominati.

Personalmente dubito che il cambiamento previsto nel piano elitista ci sarà solo se la “gente” lo vorrà, come sostengono lor signori, ma sono certo che implicherà la subordinazione completa degli stati nazionali al potere elitista esteso a gran parte del pianeta, oltre a un forte cambiamento nelle attività produttive, molte delle quali moriranno, lasciando spazio al “green” di Greta e di Gates (roba da ricchi, ovviamente), all’automazione esasperata e alla telematizzazione. Continua a leggere

Scontri in USA: avanza il “deep State”, ma chi lo combatte?

Condividi su:

L’EDITORIALE

di Matteo Castagna

Il 2021 si apre con il botto: stavolta non è il Covid a spadroneggiare ma la notizia, incontrovertibile, per cui il popolo americano si è, per la prima volta, reso conto di non essere nella democrazia perfetta in cui ha sempre creduto di vivere. Milioni di persone, nel giorno dell’Epifania, si sono riversate nelle strade di Washington, hanno sonoramente protestato contro quella che riconoscono come una palese violazione della loro libertà: la vittoria di un presidente con l’imbroglio.

Ebbene, anche negli USA, si può sedere alla Casa Bianca, grazie a dei brogli elettorali. E’ questo concetto che gli statunitensi hanno in testa e non riescono proprio a digerire. Trump è la vittima di un raggiro e di un’ingiustizia ordita e preordinata dal deep State, per farlo fuori. Quindi non è il fautore di un tentato golpe – come cialtronescamente hanno fatto intendere alcuni dei soliti allineati, leccaculo dei potenti di turno – ma colui che lo subisce. Intollerabile, inaccettabile, immorale per un repubblicano americano, innamorato della sua democrazia. Da ieri, non sarà più come prima, perché la vittoria con voto, considerato farlocco, non è minimamente nelle more della mentalità di almeno la metà degli americani. Ieri, il popolo USA ha sancito la morte del mainstream e gli ha dichiarato guerra. Quanto durerà non possiamo saperlo, ma sappiamo che la figura di Trump è uscita comunque vincitrice, perché ha dimostrato d’avere un seguito, che non ha precedenti e che i Dem non si aspettavano, fin dai tempi dei sondaggi. Cosa farà il miliardario tycon nelle prossime settimane non possiamo saperlo, ma possiamo immaginare che avrà tutto il tempo ed i mezzi per tirar fuori dal cilindro delle sorprese poco piacevoli per gli avversari. I quali non sono, però, né sprovveduti né privi di potere. 

In Italia, invece, ai brogli ed agli imbrogli siamo assuefatti da troppo tempo. I “plebisciti truffa” del periodo risorgimentale hanno annesso al Regno d’Italia Stati che volevano rimanere fedeli ai loro legittimi sovrani. Nel 1866 il Veneto è stato annesso con l’inganno. Ma anche il Regno delle due Sicilie e lo Stato Pontificio ebbero di che recriminare. Secondo buona parte della storiografia contemporanea anche il Re sarebbe stato deposto a seguito di un referendum taroccato. Il 2 giugno 1946 avrebbe vinto la monarchia di oltre due milioni di voti. Ma alcune manine avrebbero cambiato il risultato e, di conseguenza, la storia d’Italia. Ad ogni elezione si leggono cronache di scatoloni di schede elettorali trovate qua e là, di matite copiative che si cancellano, di schede bianche “che si possono colorare” – come direbbe Cetto Laqualunque. Sembra che per l’italiano medio non vi sia più nulla di cui scandalizzarsi e per cui protestare. Neanche se gli mettono le mani nel conto corrente, di notte, come fece nel 1992 l’esecutivo guidato dal socialista Giuliano Amato. In compenso sa ragliare bene sui social, nei bar (fino alle 18.00) e di nascosto da orecchie indiscrete. I governi, anche i peggiori, come quello attuale, possono dormire sonni tranquilli perché non ci sarà nessun impellicciato con elmo cornuto che gli guasterà la festa, né persone comuni che si riuniranno sotto il palazzo del potere a gridare “Libertà” issando la croce e pregando, a migliaia, il Padre nostro come avvenuto fuori dal Campidoglio di Washington.  Continua a leggere

“Omero razzista”. In America una scuola elimina l’Odissea

Condividi su:

Il delirio dell’assurdo domina il politicamente corretto. Ci vien da ridere, ma ci sarebbe da piangere…(N.d.r.)

 

di Giulio Meotti per il Foglio

Intervista a Victor Davis Hanson, autore di “Who killed Homer”: “Il creatore dei valori occidentali oggi è solo un altro maschio bianco”

“Sono molto orgogliosa di dire che quest’anno abbiamo rimosso l’Odissea dal curriculum!”, dichiara Heather Levine, che insegna alla Lawrence High School di Lawrence, nel Massachusetts. E’ il Wall Street Journal a raccontare la più grottesca follia della cancel culture americana. Sotto lo slogan #DisruptTexts, ideologi della teoria critica, insegnanti, burocrati scolastici e agitatori via Twitter stanno purgando i classici, da Omero a Francis Scott Fitzgerald. Si invoca la proibizione di ogni capolavoro letterario non conforme su genere e razza. “Le sottili complessità della letteratura vengono ridotte al rozzo clangore di lotte di potere ‘intersezionali’”, commenta Meghan Cox Gurdon, che si occupa di libri al Wsj. Così l’insegnante di inglese di Seattle, Evin Shinn, scrive che “preferirebbe morire” piuttosto che portare in classe “La lettera scarlatta”, a meno che il romanzo di Nathaniel Hawthorne non sia usato per “combattere la misoginia”. Quando l’“insegnante antirazzista” Lorena Germán si è lamentata del fatto che molti classici risentono del proprio tempo, la scrittrice Jessica Cluess ha ribattuto: “Se pensi che Hawthorne fosse dalla parte dei puritani, allora sei un’idiota e non dovresti fregiarti del titolo di educatrice”. Un’orda online ha accusato Cluess, l’autrice della popolare serie “Kingdom of Fire”, di “razzismo” e “violenza” e ha chiesto alla Penguin Random House di rescinderne il contratto. L’editore non ha obbedito, forse perché Cluess si è autodenunciata in tempo: “Mi assumo la piena responsabilità della mia rabbia non provocata verso Lorena Germán”. Ma non ha impedito all’agente letterario di Cluess, Brooks Sherman, di porre fine alla loro relazione professionale. Secondo questa logica, Omero sarebbe solo il capostipite della “mascolinità tossica”, la manliness di Harvey Mansfield (che Liberilibri riporterà in Italia a primavera). “E’ una tragedia che questo movimento anti intellettuale stia guadagnando terreno tra gli educatori e l’industria editoriale”, afferma lo scrittore di fantascienza Jon Del Arroz. E non è certo la prima volta.

CONTINUA IN ABBONAMENTO SU https://www.ilfoglio.it/cultura/2021/01/05/news/-omero-razzista-in-america-una-scuola-elimina-l-odissea-1629049/

Perché la crisi di governo si decide (anche) a Washington

Condividi su:

di Antonio Pilati

La crisi del governo e della sua maggioranza è rappresentata da media e analisti come una faccenda tutta italiana, anzi romana, con partiti, fazioni, leader, figuranti, primo ministro che si battono aspramente per spuntare con la rissa qualche porzione di potere in più. In realtà c’è anche un altro piano, probabilmente essenziale, che si sviluppa lontano da Roma, nelle capitali dei nostri principali alleati.

Fattore Biden

Come la nascita del secondo Governo Conte fu decisa in ambito europeo, così oggi è plausibile che, aiutando il caos sanitario e il prevedibile sperpero dei fondi comunitari fatti balenare a nostra disposizione, le opinioni che circolano oltralpe abbiano un peso determinante.

Tuttavia, rispetto all’estate 2019, è in gioco un fattore in più, il nuovo presidente americano. Biden deve ridisegnare, o almeno riassestare, la politica estera e, come segnalava qualche giorno fa questo sito, la sua azione parte con qualche handicap: in Estremo Oriente come in Europa, gli Stati alleati, forse memori della confusione e delle giravolte fatte dall’amministrazione Obama (Biden vicepresidente) in giro per il mondo, hanno tutelato i propri interessi commerciali chiudendo accordi con la Cina appena dopo l’annuncio della sconfitta di Trump.

Le due iniziative hanno un po’ l’aria di mosse negoziali: intanto mettiamo un punto fermo e poi vediamo che cosa di concreto gli Stati Uniti, in passato così volatili, portano al tavolo delle trattative. La Germania è per gli americani il primo interlocutore in Europa e un negoziato forse si è già avviata: l’Italia, che rappresenta pur sempre la terza economia della zona euro, potrebbe esserne parte.

Renzi mosso da Joe

Se si guardano i tempi della crisi, Renzi, che ambisce a essere il principale riferimento americano nell’attuale fase politica, ha cominciato a bombardare Conte appena si è saputo della vittoria di Biden, quasi mosso dall’intento (o dal suggerimento) di proclamare urbi et orbi l’inadeguatezza di Giuseppi: se l’ipotesi di un livello internazionale della crisi avesse qualche fondamento, è evidente che la soluzione Draghi ne sarebbe l’esito naturale.

Appare altrettanto evidente che molte fazioni e cricche farebbero di tutto per evitare un tale sbocco, Légion d’honneur e sinofili in prima fila. Il risultato dello scontro dipende in gran parte, ci sembra, dalla chiarezza di idee e dalle priorità della nuova leadership americana.

Fonte https://www.nicolaporro.it/perche-la-crisi-di-governo-si-decide-anche-a-washington/

Non complottismo ma realismo

Condividi su:

di LUCIANO FUSCHINI

Fonte: Il giornale del Ribelle

C’è un complottismo che fantastica e vaneggia, senza curarsi di fare i conti con la realtà. C’è d’altra parte l’atteggiamento di quanti sono convinti che molto di ciò che viene martellato quotidianamente da governi e grandi media è propaganda che nasconde le vere motivazioni. Costoro tentano di dedurre le ragioni profonde attenendosi ai fatti noti e cercando di interpretarli e connetterli. Questo non si chiama complottismo: è realismo. I primi 20 anni del millennio sono stati scanditi da eventi epocali, presentati all’opinione pubblica sotto una veste tanto incredibile da configurarsi come fake news sistematiche. Proviamo a individuarne qualche linea riconoscibile e coerente.

La prima enormità che ha aperto il millennio è stato l’evento dell’11 Settembre. Sono riusciti a farci credere che 19 beduini, dopo un corso di pilotaggio di pochi giorni, abbiano sequestrato alcuni grandi Boeing usando come arma dei taglierini, poi abbiano guidato quei mastodonti contro il muro di recinzione del Pentagono, tanto basso da richiedere di guidare il Boeing a pochi metri da terra, e contro due grattacieli. Gli aerei che li hanno colpiti sono stati due ma i grattacieli collassati sono risultati tre. Del terzo si è parlato pochissimo perché avrebbe insinuato dubbi sull’intera storia. Nel giro di poche ore sono stati individuati tutti gli attentatori perché uno strano caso ha fatto ritrovare intatti i documenti di uno di loro nell’inferno di braci e ceneri fumanti. Quello che è successo poi fa comprendere come sono andate presumibilmente le cose. Si cercava un pretesto per invadere Afghanistan e Iraq. L’obiettivo era quadruplice e strategicamente assai rilevante: impadronirsi di un’area decisiva per i rifornimenti di materie prime energetiche; circondare l’Iran; collocare altre basi militari vicino ai confini di Russia e Cina; favorire i disegni di Israele. Questo non è complottismo, è realismo basato sui fatti. Benintesi: l’estremismo islamico esiste, ma non è mai stato una minaccia seria per il resto del mondo, a causa delle sue divisioni interne e della sua debolezza. La conferma è venuta da un altro grande evento di questo inizio di millennio: nel 2014 improvvisamente un’armata internazionale islamica, Isis, faceva la sua apparizione nel vicino oriente, travolgendo ogni difesa in una avanzata che sembrava irresistibile. In realtà quei guerrieri fanatici si spostavano in colonne di automezzi non attraverso la jungla del Viet Nam ma in mezzo a deserti. Erano facilmente individuabili e i cacciabombardieri o i droni della NATO ne avrebbero fatto ferraglia fumante nel giro di poche ore se avessero voluto. Lasciarono fare. Del resto l’internazionale islamica era stata utilizzata da USA e NATO già in Afghanistan contro i sovietici, in Jugoslavia contro i serbi e in Libia contro Gheddafi. In quel 2014 doveva servire a rovesciare il governo iracheno troppo amico dell’Iran, a minacciare l’Iran stesso e a spodestare Assad in Siria, già sotto attacco. La cosa non funzionò per la reazione dell’Iran e l’intervento russo a sostegno di Assad. I terribili e invincibili guerrieri di Allah furono spazzati via in tempi brevi. Questa ricostruzione non è complottismo: è realismo.

Un’altra stranezza è stata la folgorante apparizione di Greta. Ci hanno raccontato che questa ragazzetta svedese ha commosso il mondo piazzandosi davanti a scuola con un cartello che denunciava il riscaldamento globale. In breve è diventata una star, ha parlato all’ONU, ha interloquito con i grandi del mondo puntando il ditino accusatore e spianando la grinta. Doveva essere chiaro a tutti che questo personaggio è stato volutamente creato dal nulla dai media asserviti ai poteri transnazionali, per un fine che evidentemente era il lancio del nuovo grande affare della green economy. Dedurlo non è complottismo: è realismo.

La più gigantesca messinscena della storia dell’umanità è la risposta globale all’epidemia di Covid. Il virus esiste, è molto contagioso e può essere mortale. Negarlo significa collocarsi fra i complottisti deliranti. Tuttavia si tratta di una malattia che uccide lo zero virgola qualcosa per cento della popolazione nel suo complesso. Una percentuale che sostanzialmente non muta sia nei Paesi che hanno imposto clausure rigorose sia in quelli i cui governi si sono limitati a raccomandazioni. L’enfasi data alle centinaia di migliaia di morti negli USA di Trump è tutta propaganda di regime. I nostri 70.000 morti valgono quanto le centinaia di migliaia di americani, perché la popolazione degli USA è di 330 milioni, quindi le percentuali sono analoghe. L’Italia è forse il Paese che ha imposto sacrifici e isolamenti più di ogni altro, eppure è uno dei Paesi che hanno il più alto numero di morti. Si può concludere che museruole e distanziamenti servono a quasi nulla. Allora perché questo massacro di piccole e medie imprese, questa devastazione del settore del turismo, queste reclusioni di bambini e ragazzi che danneggiano o compromettono la loro crescita? Perché questa volontaria distruzione di un’economia e di una società? Per provare a rispondere bisogna riesumare un altro grande evento di questi cruciali 20 anni: la crisi finanziaria del 2008 che ha innescato una profonda crisi economica. Allora non si fece nulla per ovviare alle storture che avevano prodotto il disastro. Ci si limitò, sull’esempio di Obama, a tamponare la frana puntellando le banche con i soldi dello Stato, quindi dei contribuenti, senza che lo Stato entrasse nella direzione degli istituti di credito che aveva salvato. In realtà ora si può capire che i poteri transnazionali (giganti del web, grandi imprese multinazionali, grandi banche, responsabili dei maggiori servizi segreti, talvolta in competizione fra loro ma alla fine capaci di trovare una linea comune nelle conventicole più o meno massoniche) avevano compreso che un tipo di economia era ormai insostenibile e che si doveva operare un totale riassetto. Greta era servita a rendere popolare il tema della green economy, ma ci voleva ben altro. L’occasione è stata offerta da Covid. Bisognava terrorizzare la popolazione mondiale per fare accettare profondi e dolorosi cambiamenti, camuffando il fallimento di un sistema dietro la motivazione sanitaria: la colpa delle difficoltà è del terribile virus ma noi facciamo tutto per il vostro bene. I poteri transnazionali, che controllano governi e grandi media, hanno probabilmente compreso, dopo il crollo del 2008, che il vecchio mondo non funzionava più. I debiti pubblici non più sanabili, il consumismo, il turismo di massa, la pressione eccessiva sull’ambiente, lo spreco di energia, una demografia in continua crescita, la tendenza alla caduta del saggio del profitto, tutto ciò avrebbe condotto a breve termine a un collasso la cui responsabilità sarebbe stata attribuita proprio ai poteri che quel sistema avevano instaurato. Hanno elaborato un piano che è già in pieno svolgimento, anche grazie al Covid. Indulgenza sui debiti pubblici, dopo tanto rigorismo; riduzione della mobilità di massa; green economy; smart working; abbandono dei luoghi deputati ai grandi spettacoli e ai grandi raduni, a favore della fruizione in streaming; digitalizzazione integrale, robotizzazione; controllo di ogni individuo del pianeta attraverso gli strumenti informatico-sanitari e la repressione poliziesca; progressivo abbandono della democrazia parlamentare rappresentativa; reddito di cittadinanza per i milioni di disoccupati che l’automazione creerà; distruzione dei piccoli esercizi commerciali e delle piccole e medie imprese, a favore delle grandi concentrazioni. Per la piena realizzazione del progetto occorre un rafforzamento del ruolo dello Stato, che dovrà regolare i mercati, reperire i fondi per il reddito di cittadinanza e organizzarne la distribuzione, salvare le banche che rischiano nuovi crolli per i crescenti crediti inesigibili. Non a caso serpeggia una certa ammirazione per il sistema cinese, quello di maggiore successo in questo inizio di millennio.

Questa trasformazione è in atto e viene ormai dichiarata apertamente. Si sta svolgendo sotto i nostri occhi un grandioso esperimento che per ora ha pieno successo. Le masse del pianeta sono state facilmente inquadrate in un gregge che segue docilmente il pastore. Il progetto in corso non ha alternative. Non esiste una forza politica di una certa consistenza che abbia un disegno strategico diverso. I cosiddetti sovranisti “di destra” non sono veri sovranisti perché si limitano a qualche critica dell’UE, sono fedelissimi a USA e NATO, i loro capi si affrettano a rendere omaggio a Israele con lo zucchetto in testa, sono proni al dio dei Mercati e alla libera iniziativa privata. Il sovranismo “di sinistra” è ideologicamente inconsistente e ha percentuali paragonabili a quelle delle vittime di Covid.

Tuttavia non è detto che la grande trasformazione già iniziata vada in porto. La green economy è solo uno slogan perché la digitalizzazione e la robotizzazione esigono una quantità crescente di energia, che non potrà essere pulita come si illudono i sognatori della decrescita felice; computer e robot utilizzano materiali come le terre rare, che sono chiamate così proprio perché la loro quantità è molto limitata; i problemi ambientali e demografici sono ormai senza soluzione; le masse di senza lavoro ridotte a vivacchiare con un misero reddito di cittadinanza si aggiungeranno ai bivacchi degli emigrati sfilacciando un tessuto sociale già lacerato; la richiesta di cancellare in tutto o in parte i debiti pubblici non sarà ben accolta dai creditori, tanti e potenti. Al fondo di tutto c’è poi la contraddizione fra un progetto che è improntato a un capitalismo estremo che mette tutto il potere e tutte le ricchezze in poche mani e la necessità di uno Stato forte, non solo fiancheggiatore del capitale ma anche regolatore. La tentazione di imitare il modello cinese è illusoria. In Cina prospera l’iniziativa privata ma vige ancora un piano economico fissato dai poteri pubblici, che orienta e regola l’economia; il credito è pressoché interamente gestito dal potere politico, il commercio con l’estero è diretto dallo Stato, circa la metà delle grandi imprese sono statali o a partecipazione statale. Inoltre la Cina non ha conosciuto la democrazia parlamentare pluripartitica; da 70 anni domina la dittatura di un partito unico; sulla mentalità cinese ha ancora un peso notevole la tradizione confuciana e taoista, a noi estranea. Il modello cinese non è esportabile da noi per tutte queste ragioni.

In conclusione, non c’è una forza politica organizzata che possa ostacolare la trasformazione in corso, ma la forza delle cose è tale che il Grande Reset potrebbe fallire. Ne scaturirebbe non la liberazione dei popoli oppressi ma una barbarie di cui sono già evidenti i segni e che lascerà soltanto macerie. Su quelle ricostruiranno i sopravvissuti.

 

Continua a leggere

Il sedevacantismo non è una semplice opinione

Condividi su:

Traduzione a cura di Luca Sbroffoni, del Circolo Christus Rex

WWW.INVERITATEBLOG.COM
9 DICEMBRE 2020 DI BP. SANBORN (in fondo, riportiamo la versione originale in inglese dal link al sito con l’articolo del Vescovo)

L’OPINIONISMO

di S.E. Rev.ma Mons. Donald Sanborn

La vacanza della Sede Apostolica, il non-Papato di Francesco, e per questo di Benedetto XVI, Giovanni Paolo II, Giovanni Paolo I, Paolo VI e persino di Giovanni XXIII, è una questione che ha diviso i tradizionalisti forse più che qualsiasi altro negli ultimi quarant’anni. Tra coloro che hanno intrapreso la via della resistenza alle riforme del Vaticano II, la maggioranza professa di essere sedeplenisti , cioè sostiene che Francesco sia un vero Romano Pontefice. Lo fanno solitamente sotto la direzione della Fraternità San Pio X. Altri, minoranza ma non insignificante, sono sedevacantisti , cioè dicono che Francesco non è un vero Romano Pontefice, né lo sono i suoi predecessori del Vaticano II. Questa differenza di posizione teologica ha causato un’agonia mondiale tra coloro che resistono al Vaticano II.

Ciascuna parte afferma che il suo punto di vista è quello giusto, e anzi necessario per mantenere una posizione cattolica. Ciascuna parte accusa l’altra di essere scismatica. Nell’autunno del 1979, l’arcivescovo Lefebvre ha rilasciato una dichiarazione in cui dichiarava che non avrebbe tollerato nella Fraternità San Pio X coloro che si rifiutavano di inserire il nome di Giovanni Paolo II nel canone della Messa. Ha respinto un certo numero di sacerdoti in Europa per il rifiuto di osservare il detto. Nella primavera del 1980 venne in America con lo stesso programma: licenziare coloro che non avessero detto il nome di Giovanni Paolo II nel canone. Nel corso delle trattative con i preti americani, tuttavia, l’arcivescovo Lefebvre è giunto a una specie di compromesso. Non avrebbe cacciato i preti dalla Fraternità San Pio X, se avessero accettato di tenere per sé il loro sedevacantismo. Potevano escludere il nome di Giovanni Paolo dal canone, purché non ne facessero una questione pubblica. È nato l’opinionismo.

Lo stesso arcivescovo formulerebbe il principio fondamentale dell’opinione pubblica: “Non dico che il Papa non è Papa, ma non dico nemmeno che non si possa dire che il Papa non è Papa”. Lo scopo di
questo studio è esaminare l’opinione pubblica e giudicare se sia una posizione legittima da prendere. L’identità del Romano Pontefice può essere oggetto di opinione?
I. Che cos’è un’opinione?
Un’opinione è un’idea o una dottrina che ritieni probabilmente vera. Allo stesso tempo, tuttavia, hai la paura fondata che possa essere vero il suo contrario. La mente è decisamente propensa verso un’idea e rifiuta il suo opposto, ma non completamente. Non accetta totalmente l’uno come vero, né rifiuta totalmente il suo contrario come falso. Succede spesso nelle diagnosi mediche. Anche i medici altamente qualificati sono spesso solo di un’opinione su una diagnosi che fanno. Non sono in grado di avere una certezza assoluta a causa della mancanza di prove sufficienti per produrre la certezza. Quindi pensano o opinano che il loro paziente possa avere una certa malattia, ma non sarebbero molto sorpresi se scoprissero qualcosa di diverso col passare del tempo.
II. Cos’è un’opinione teologica? Continua a leggere

1 19 20 21 22 23 24 25 34