Russia, Ucraina e poi?

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di Patrick Armstrong

Fonte: Come Don Chisciotte

Per Mosca, l’Ucraina non è il problema, lo è Washington. O, come direbbe Putin: Tabaqui fa quello che Shere Khan gli dice e non ha senso trattare con lui, andate direttamente da Shere Khan. Questo è ciò che Mosca sta cercando di fare con le sue proposte di trattato.

Per la stessa ragione, Mosca non si preoccupa di ciò che dice l’UE o la NATO, ha capito che sono anch’essi dei Tabaqui.

A Washington l’attuale meme propagandistico è che la Russia sta per “invadere l’Ucraina” e assorbirla. Non lo farà: L’Ucraina è un Paese decadente, impoverito, deindustrializzato, diviso e corrotto; Mosca non vuole assumersene la responsabilità. Mosca è pienamente consapevole che, anche se le sue truppe sarebbero accolte a braccia aperte in molte regioni dell’Ucraina, in altre questo non succederebbe. Infatti, a Mosca sono del parere che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Stalin avrebbe fatto meglio a restituire la Galizia alla Polonia, piuttosto che annetterla alla Repubblica Socialista dell’Ucraina, in questo modo avrebbe scaricato il problema sulle spalle di Varsavia. Questo, comunque, non esclude come atto finale [per Mosca] l’eventuale assorbimento della maggior parte della Nuova Russia.

La seconda illusione di Washington è che se Mosca “invadesse l’Ucraina” inizierebbe l’attacco il più lontano possibile da Kiev, con i carri armati in fila indiana, in modo che le armi anticarro fornite dagli Stati Uniti possano far pagare ai Russi un costo pesante. Questo non è assolutamente ciò che farebbe Mosca, come spiega Scott Ritter. Mosca userebbe armi a distanza per obliterare le posizioni delle truppe ucraine, i centri di comando, controllo e intelligence, le aree di assemblaggio, le posizioni di artiglieria, i depositi di munizioni, i campi di aviazione, i porti ecc. A sua scelta. Finirebbe tutto così rapidamente che non ci sarebbe neanche il tempo di tirar fuori dagli imballi i missili Javelin. Ma questa è l’opzione estrema, come spiega Ritter.

Sfortunatamente i Blinken, i Sullivan, i Farkas, i Nuland e quelli che sembrano guidare la politica USA non capiscono nulla di tutto ciò. Continuano ad essere convinti che gli Stati Uniti siano una vera potenza, che la Russia sia debole e in declino, che la posizione di Putin sia traballante, che le sanzioni servano a qualcosa, che l’economia russa sia fragile e così via. E pensano di capire cosa sia una guerra moderna. Tutto negli ultimi vent’anni contraddice il loro punto di vista, ma loro continuano a crederci.

Prendete, ad esempio, Wendy Sherman, la principale negoziatrice americana a Ginevra questo mese. Guardate la sua biografia su Wikipedia. Assistente sociale, responsabile dei finanziamenti per i candidati del Partito Democratico, manager di campagne politiche, Fanny Mae [Federal National Mortgage Association], nominata da Clinton al Dipartimento di Stato, negoziatrice con l’Iran e la Corea del Nord. C’è qualcosa in questo curriculum che indichi una qualsiasi conoscenza o comprensione della Russia o della guerra moderna? (O magari della capacità di condurre negoziati?) Eppure, è lei quella che si occupa del problema. Jake Sullivan: avvocato, curatore di dibattiti, consigliere politico, idem.

Probabilmente ci sarà qualche generale americano che vede la realtà – certamente c’è chi ha parlato della formidabile difesa aerea della Russia o delle sue capacità nelle contromisure elettroniche; altri si rendono conto di quanto sarebbe debole la NATO in una guerra alle porte della Russia. Ma, come sottolinea il colonnello Lang, forse no.

Il problema è l’eccessiva fiducia radicata nel nulla. Mosca ha fatto una proposta che si basa su una posizione innegabilmente vera, quella che la sicurezza è reciproca. Se una parte minaccia l’altra, allora quella minacciata prenderà provvedimenti per rafforzare la propria posizione e il livello di minaccia aumenterà sempre di più. Durante la Guerra Fredda entrambe le parti si erano rese conto che c’erano dei limiti, che le minacce erano pericolose e che negoziare avrebbe impedito che accadessero cose peggiori. Ma ora Washington è persa nel suo delirio di eterna superiorità.

La cosiddetta “trappola di Tucidide” è il nome dato ad una condizione in cui una potenza (Sparta allora, USA oggi) teme l’ascesa di un forte concorrente (Atene allora, Cina e Russia oggi) e inizia una guerra per la paura che la sua posizione possa solo indebolirsi. La brutale verità è che quel punto è già stato superato: Russia+Cina sono più potenti degli USA e dei suoi alleati in ogni campo – più acciaio, più cibo, più armi, più laureati STEM [science, technology, engineering and mathematics], più ponti, più soldi – più tutto. NATO/USA perderebbero una guerra convenzionale – i wargamers militari americani questo lo sanno benissimo.

In breve, come può Mosca costringere queste persone a vedere la realtà? Ecco, in una parola, il problema: se saranno in grado di vederla, allora sarà possibile sperare in qualcosa di meglio; se non potranno, allora bisognerà prepararsi al peggio. Per il bene di tutti – anche dell’America – Washington deve prestare attenzione alle preoccupazioni di Mosca sulla sicurezza e ridurre la sua aggressività. Mosca lo ha chiesto – in realtà lo ha preteso – e non è ancora chiaro se il tentativo sia fallito. La reazione negativa dei Tabaqui non ha importanza – Mosca ha parlato con loro solo per una questione di forma – è la risposta di Shere Khan che conta. E non l’abbiamo ancora avuta.

Forse la rivoluzione colorata appena andata a gambe all’aria in Kazakistan è stata la risposta di una parte dello stato profondo USA/Borg ma, se così fosse, è stata una rapida e potente dimostrazione da parte del Deep State USA di quanto scarsa sia la sua comprensione del vero rapporto di forze.

Aspettiamo la risposta finale di Washington, ma, al momento, le prospettive non sono molto incoraggianti: le minacce a buon mercato e gli editoriali autocompiacenti si sprecano.

Allora qual è il piano B di Mosca?

Ho elencato altrove alcune delle risposte che riesco ad immaginare e anche altri lo hanno fatto. Sono del parere che Mosca dovrebbe fare qualcosa di piuttosto drammatico per rompere la compiacenza. Vedo tre possibilità.

È dal 1814 che gli Stati Uniti non vengono minacciati con un attacco convenzionale sul loro territorio nazionale; la Russia ha diversi modi per farlo. Il problema sarà rivelare la minaccia in un modo che non possa essere negato o nascosto. Una dimostrazione delle capacità del Poseidon contro qualche isola remota seguita dall’annuncio che un numero significativo è già schierato vicino alle città costiere degli Stati Uniti?

Washington deve essere messa di fronte ad una dimostrazione dell’immenso potere militare distruttivo della Russia, in modo che non possa più far finta di niente. L’Ucraina è il terreno naturale per una dimostrazione del genere. (Vedi Ritter).

Una mossa diplomatica che cambia il mondo, come un’alleanza militare formale con la Cina, con la clausola che un attacco ad uno dei due sarà considerato un attacco ad entrambi. Questa sarebbe una dimostrazione di un correlazione di forze che impressionerebbe anche i più fanatici. L’Eurasia di Mackinder, più popolazione, più produzione, più STEM, più risorse, più potenza militare e navale unite in un patto militare.

Vedremo. I negoziati non sono finiti e potrebbe uscirne qualcosa di positivo. Doctorow, un osservatore capace, dà qualche speranza. Ma, per arrivare ad un risultato migliore ci vorrebbe un cambiamento piuttosto importante nell’atteggiamento di Washington.

Possiamo sperare. La posta in gioco è alta.

Fonte: www.turcopolier.com
Link: https://turcopolier.com/russia-ukraine-et-al-what-next/
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

UcrainaUcraina – Ebook

Bill Gates: quando Omicron passerà, il Covid sarà come un’influenza stagionale

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di Alessandra Caparello

La variante Omicron del Covid si sta espandendo in tutto il mondo a un ritmo da record, ma c’è qualcuno che vede speranza all’orizzonte come Bill Gates. E non un qualcuno qualsiasi perché parliamo di Bill Gates, il fondatore di Microsoft, uno degli uomini più ricchi del mondo che oggi è un famoso filantropo e investe insieme alla Fondazione creata con l’ex moglie Melinda anche in ricerca sanitaria e vaccini.

Bill Gates, le sue previsioni su Omicron

“Una volta che l’attuale ondata si attenuerà, i paesi possono aspettarsi di vedere “molto meno casi” nel resto dell’anno 2022” così ha scritto Bill Gates durante un Twitter Q&A con Devi Sridhar, professore di salute pubblica globale presso l’Università di Edimburgo. “Una volta che ciò accade, ha continuato Gates, “il Covid molto probabilmente può “essere trattato più come l’influenza stagionale”.

Il co-fondatore di Microsoft e filantropo miliardario, forte sostenitore della salute pubblica che interviene regolarmente nella risposta alla pandemia di Covid, non è il primo a fare previsioni simili. Alcuni esperti dicono che la rapida diffusione di Omicron, anche se certamente pericolosa, contagiando tantissime persone, potrebbe farci raggiungere la cosiddetta “immunità naturale” aiutando così a guidare la pandemia di Covid in una fase “endemica” molto meno grave.

Gates ha parlato di questo scenario nel suo Twitter Q&A, prevedendo che “Omicron creerà molta immunità, almeno per il prossimo anno”. La tempistica è importante: se gran parte della popolazione può mantenere un certo livello di immunità simultanea contro il Covid, sia indotta dal vaccino o altro, la circolazione del virus potrebbe rallentare abbastanza a lungo da far passare la pandemia alla fase endemica.
Una volta che il Covid diventa endemico, ha aggiunto Gates, “potremmo dover fare iniezioni annuali per il Covid per qualche tempo” un po’ come le iniezioni annuali per l’influenza.

Le prospettive relativamente ottimistiche di Gates potrebbero anche essere deluse da una nuova variante di Covid che emerge sulla scia di Omicron, soprattutto se è più grave o trasmissibile di qualsiasi altra variante fino ad oggi.
Il miliardario ha scritto che lo scenario è forse improbabile – ma certamente non impossibile. “Una variante più trasmissiva non è probabile”, ha detto Gates su Twitter, “ma siamo stati sorpresi molto durante questa pandemia”.

Una volta divenuta endemico, il Covid non influenzerà la nostra vita quotidiana come ha precisato poco tempo fa proprio Gates. Le malattie endemiche sono sempre in circolazione in alcune parti del mondo, ma tendono a causare malattie più lievi perché più persone hanno l’immunità da infezioni o vaccinazioni passate.
Si potrà avere la tosse e il raffreddore, ma se si sarà in regola con le vaccinazioni, si sarà abbastanza protetti da evitare malattie gravi o addirittura il ricovero. Come altri virus respiratori, ci saranno periodi dell’anno in cui le infezioni da Covid raggiungono il picco – molto probabilmente i mesi autunnali e invernali più freddi, il che significa che le stagioni di Covid e influenza potrebbero regolarmente coincidere in futuro.
Se il virus diventa più stagionale come l’influenza, potrebbe diventare la norma indossare la mascherina nei luoghi affollati, come sui mezzi di trasporto e potenzialmente anche negli uffici come sottolinea Shaun Truelove, epidemiologo di malattie infettive alla Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health.

Altre strategie di prevenzione familiari, come lavarsi regolarmente le mani e divieti di assembramento in ambienti ad alto rischio, potrebbero anche restare in vigore.

Come vanno i contagi negli Usa

Intanto gli Stati Uniti hanno riportato un record di 1,5 milioni di nuovi casi di Covid lunedì, mentre hanno anche registrato un nuovo record di ricoveri. Ma il dottor Anthony Fauci, il principale consigliere medico del presidente Joe Biden, ha previsto che l’attuale ondata di casi di omicron avrà il suo picco negli Stati Uniti entro la fine di gennaio. E la scorsa settimana, il Centers for Disease Control and Prevention ha detto che si aspetta un “precipitoso declino” dei casi una volta che omicron sarà passato.

“Omicron, con il suo grado di trasmissibilità senza precedenti, alla fine troverà tutti. I vaccinati e coloro con la terza dose saranno esposti” alla variante e molti di loro “saranno probabilmente infettati ma, molto probabilmente, non finiranno in ospedale e non moriranno”.

Così Fauci mentre secondo l’Oms “oltre il 50% della popolazione della Regione europea sarà contagiata” dalla nuova variante “nelle prossime 6-8 settimane”.

Fonte: https://www.wallstreetitalia.com/bill-gates-quando-omicron-passera-il-covid-sara-come-uninfluenza-stagionale/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:%20Wall%20Street%20Italia&utm_content=bill-gates-quando-omicron-passera-il-covid-sara-come-uninfluenza-stagionale&utm_expid=24d0ca8f6aa04e501a1696e2bb16eb15a1464a4f6d2645e107c1efc8f8ee3e0f

la Cina contro gli USA anche nella politica monetaria

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La Cina sta aprendo i cordoni della propria borsa monetaria e sta fornendo uno stimolo all’economia, soprattutto al settore immobiliare, molto elevato e chi va in contrasto con la stretta in preparazione negli Stati Uniti. I segnali di questo movimento sono almeno tre:

1. La Cina ha fornito maggiore sostegno al mercato immobiliare. I responsabili politici hanno chiesto alle banche di aumentare i prestiti immobiliari nel primo trimestre e hanno allentato una restrizione chiave del debito per gli immobiliaristi. Questo fa parte del più ampio cambiamento politico volto a dare la priorità alla stabilità economica quest’anno. Sebbene il mercato del credito rimanga fragile, i titoli immobiliari sono saliti ai massimi da luglio

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2. L’allentamento della Cina è in contrasto con gli Stati Uniti, dove la Fed ha intrapreso una delle svolte restrittive  della storia recente. I Treasury statunitensi, i titoli di stato a stelle e strisce, hanno avuto il peggior inizio di un anno da decenni, poiché i verbali della Fed hanno suggerito che la banca centrale potrebbe liquidare il proprio bilancio subito dopo aver alzato i tassi.

Il rapporto sul lavoro USA  di venerdì ha mostrato che il tasso di disoccupazione è sceso al di sotto del 4%, cementando le aspettative per il primo aumento dei tassi a marzo. Il rapporto sull’inflazione di questa settimana potrebbe aumentare la vulnerabilità del mercato obbligazionario. La divergenza politica tra Stati Uniti e Cina ha portato il loro differenziale di rendimento al livello più basso dal 2019. Questo perché la fine del QE spinge i tassi americani verso l’alto, mentre la politica espansiva monetaria cinese li spinge verso il basso, portandoli quasi allo stesso livello.

3. La rigida strategia anti Covid di Pechino aggiunge rischi al ribasso per l’economia. Essendo una delle ultime tattiche che tendono al “Covid Zero” al mondo, la Cina ha adottato misure rigorose per frenare la diffusione del virus, incluso il blocco di circa 13 milioni di residenti a Xi’an. I viaggi sono stati penalizzati, con un calo dei passeggeri aerei durante il lungo weekend dell’1-3 gennaio in calo del 27% rispetto a un anno fa, secondo quanto riportato dall’emittente statale CCTV. Questo quindi rende probabile è necessaria la prosecuzione della politica monetaria espansiva da parte della banca centrale cinese (PBOC).

Fonte: https://scenarieconomici.it/la-cina-contro-gli-usa-anche-nella-politica-monetaria/

IL REGALO DI NATALE DI BIDEN: PIU’ ABORTI X TUTTI

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Segnalazione di Redazione BastaBugie

L’ONU nomina direttore esecutivo dell’Unicef un’assistente super abortista del presidente Biden, mentre il presidente Giammattei trasforma il Guatemala nel cuore pulsante dei pro life dell’America latina
di Luca Volontè

Biden ‘nomina’ superabortisti e liberalizza le kill pills. Avete letto bene. Proprio lo scorso 9 dicembre, il presidente degli Stati Uniti ha nominato Geeta Rao Gupta a capo dell’importante Ufficio per le questioni femminili globali presso il Dipartimento di Stato. La Gupta, come ha dichiarato la Presidente di Planned Parenthood, Alexis McGill Johnson, “giocherà un ruolo chiave” nel promuovere “la salute e i diritti sessuali e riproduttivi nelle politiche estere degli Stati Uniti”.
Il giorno seguente, il 10 dicembre, le Nazioni Unite hanno invece annunciato la nomina di Catherine Russell, un’assistente (super abortista) del Presidente americano Joe Biden, come prossimo direttore esecutivo dell’agenzia per l’infanzia Unicef. Un’abortista incallita all’Unicef per aiutare i bambini a non morire di fame o stenti?
La furia abortista della nuova amministrazione Usa non si è però placata ma anzi, la FDA (agenzia che autorizza la vendita di farmaci), ha recentemente deliberato l’autorizzazione della distribuzione su tutto il territorio federale delle pillole abortive (le kill pills), un tentativo nemmeno troppo mascherato di bypassare le nuove leggi che in alcuni stati stanno limitando l’aborto.
La F.D.A. permetterà dunque di vendere e ricevere le pillole abortive (RU-486 o Mifeprex) per posta. La decisione amplierà l’accesso all’aborto farmacologico, metodo sempre più comune autorizzato negli Stati Uniti per gravidanze fino a 10 settimane di gestazione, che diventerà quindi più disponibile per le donne. Con ciò si permette alle donne di avere un appuntamento di telemedicina con una delle tante multinazionali dell’aborto che potranno prescrivere le pillole e inviarle per posta. A queste decisioni incredibili hanno reagito con una serie di dure dichiarazioni moltissimi leader delle organizzazioni pro life americane e la stessa Conferenza Episcopale Cattolica degli USA.
Tra gli altri, Nicole Hudgens, della ‘Family Policy Alliance’, ha detto che è l’industria dell’aborto da miliardi di dollari che beneficia della nuova decisione, non le donne. Parlando con Fox News, Kristan Hawkins, presidente di ‘Students for Life’, ha definito l’amministrazione Biden “sconsiderata” e “folle” nel suo disinteresse per la sicurezza delle donne e dei bambini. Il regalo di ‘buon Natale’ di Biden è dunque un gran dono per le industrie abortiste e a pagarlo saranno i bambini e le donne americane.

Nota di BastaBugie: Luca Volontè nell’articolo seguente dal titolo “Guatemala, un presidente cattolico che protegge la vita” parla del presidente del Guatemala che ha dichiarato il suo Paese diventerà la capitale pro-vita dell’America Latina sin dall’inizio del prossimo anno 2022.
Ecco l’articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 18 dicembre 2021:

Il presidente del Guatemala ha dichiarato il suo Paese diventerà la capitale pro-vita dell’America Latina sin dall’inizio del prossimo anno 2022, mentre Biden nomina abortisti in ruoli nevralgici della sua Amministrazione e nell’Unicef. C’è modo e modo di essere cattolici in politica.
La notizia ha fatto il giro del mondo, grazie alla stampa cattolica e delle diverse denominazioni cristiane, il Presidente Alejandro Giammattei ha annunciato la sua intenzione di fare del Guatemala la capitale della vita dell’America Latina durante un discorso tenuto al Willard Hotel di Washington, D.C., lo scorso 6 dicembre. Giammattei ha pronunciato il suo discorso come ospite d’onore in un evento ospitato dall’Institute for Women’s Health, un’organizzazione pro-vita fondata dall’un ex dirigente del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani dell’amministrazione Trump, Valerie Huber e dall’International Human Rights Group (altro istituto americano che promuove i diritti umani a partire dal quelli del bimbo concepito). Come notato in una dichiarazione dell’Institute for Women’s Health, Giammattei non è stato invitato al ‘Democracy Summit’ organizzato dal presidente Joe Biden, dove si sono riuniti diversi leader delle democrazie del mondo (alcune dei quali erano tiranni tagliagole).
Il Guatemala non è stato invitato a partecipare al vertice, forse le differenze sul diritto alla vita sono state la ragione fondamentale per l’omissione del paese. Nel suo discorso all’evento Giammattei aveva ampiamente presentato la sua passione e condivisione convinta per le iniziative e le sfide che i sostenitori della vita stanno affrontando e aveva annunciato che il Guatemala diventerà la capitale della vita dell’Ibero-America il 9 marzo 2022: “Ogni persona merita di avere la propria vita protetta, dal concepimento alla morte naturale. (…) È totalmente falso che l’aborto sia un diritto umano. Qualsiasi sforzo per cercare di imporre l’aborto in un Paese è un’interferenza indebita negli affari internazionali”. L’Associazione per la Famiglia’ del Guatemala (AFI) ha accolto con favore il recente annuncio del presidente Alejandro Giammattei e, in una dichiarazione, ribadito che “è il risultato di anni di lavoro, sia da parte della società civile e delle organizzazioni che lavorano attivamente per sostenere la vita, la famiglia e la libertà, così come di funzionari di diverse amministrazioni pubbliche”.
Gli ha fatto eco uno dei leader evangelici Aàron Lara che ha aggiunto come l’intenzione di Giammattei sia stata ufficialmente dichiarata dinnanzi al Congresso Intermericano per la Vita, all’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) e davanti a funzionari del governo degli Stati Uniti, e che si inaugurerà “un monumento per la vita come di questo evento nella storia” del Paese. Non è la prima volta che il Presidente del Guatemala dimostra la il suo impegno sui temi della vita, come della famiglia naturale. Giammattei aveva firmato per il suo Paese, lo scorso 12 ottobre, la ‘Dichiarazione di Consenso di Ginevra’, promossa da Trump e rinnegata da Biden, in cui si dichiara che “non esiste un diritto internazionale all’aborto”. L’imminente riconoscimento del Guatemala come capitale pro-vita dell’America Latina è l’ennesimo esito di un buon governo attento alla vita, educazione infantile, tutela delle donne e della famiglie nel Paese, che durante l’estate, ha approvato un piano ventennale (2021-2032) di politica pubblica interministeriale per la protezione della vita e della famiglia.
Eletto l’11 agosto del 2019, come avevamo profeticamente descritto, sino al 2024 il Presidente Giammatei ha tutto il tempo necessario per fare del proprio Paese il vero cuore pulsante dei pro life dell’America latina. Il Paese è con lui ed anche le proteste della scorsa estate, tutt’altro che spontanee, sono di fatto svanite nel nulla, davanti alla ‘carovana’ popolare per la famiglia che si conclusa proprio nella piazza della capitale l’8 agosto. Le potentissime lobbies LGBTI e le multinazionali abortiste, messe fuorilegge in Guatemala, hanno mostrato la loro sete di vendetta ed il loro enorme potere, con l’eliminare il Guatemala dalle lista, come peraltro l’Ungheria, dalla lista dei ‘paesi democratici’ dell’Amministrazione Biden. Sì, proprio il ‘cattolico devoto’ che siede alla Casa Bianca, non solo ha evitato il confronto sulla democrazia con Giammattei, ma ha fatto di più e di peggio. Negli stessi giorni, il 9 dicembre, Biden ha nominato Geeta Rao Gupta a capo dell’importante Ufficio per le questioni femminili globali presso il Dipartimento di Stato. La Gupta, come ha dichiarato la Presidente di Planned Parenthood, Alexis McGill Johnson, “giocherà un ruolo chiave” nel promuovere “la salute e i diritti sessuali e riproduttivi nelle politiche estere degli Stati Uniti”.
Biden non si è fermato qui: il 10 dicembre le Nazioni Unite hanno annunciato la nomina di Catherine Russell, un’assistente (super abortista) del presidente americano Joe Biden, come prossimo direttore esecutivo dell’agenzia per l’infanzia Unicef. Ci pensate? Un’abortista incallita all’Unicef per aiutare i bambini. C’è cattolico e cattolico in politica, ma c’è anche una democrazia che preserva la vita e un’altra che colonizza il mondo con omicidi e ideologie tiranniche.

Titolo originale: Il regalo di Natale di Joe Biden. Più aborti per tutti
Fonte: Provita & Famiglia, 23 dicembre 2021

Usa: sdoganato l’aborto, “salta” l’obiezione di coscienza

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Quanto accaduto a fine ottobre in Vaticano ha lasciato il segno. E non poteva essere altrimenti. Il fatto che, dopo l’incontro avuto, papa Francesco si sia detto felice che il presidente americano Biden «sia un buon cattolico» ed abbia dichiarato ch’egli debba «continuare a ricevere la Comunione», secondo quanto dichiarato dall’interessato, pur in assenza di conferme dirette da parte del Vaticano, non può passare sotto silenzio. Il fatto che, come riferito dall’agenzia Associated Press, l’attuale inquilino della Casa Bianca con le sue idee filoabortiste abbia ricevuto nonostante tutto, come tutti gli altri fedeli, la Santa Comunione nel corso di una Messa, celebrata presso la chiesa di St. Patrick, a Roma, vuole essere – ed è! – un segno molto chiaro. Il cui primo, triste frutto è stato l’atteso testo generale sul Mistero dell’Eucaristia nella vita della Chiesa, approvato dai Vescovi statunitensi al termine della loro assemblea autunnale, svoltasi dal 15 al 18 novembre scorsi a Baltimora, con ben 222 voti favorevoli, solo 8 contrari e 3 astensioni. Nel documento, proposto un anno fa per ribadire quel che la Dottrina cattolica dice a chi, anche se presidente, pur dichiarandosi cattolico, si opponga agli insegnamenti della Chiesa promuovendo aborto e gender, è improvvisamente sparito qualsiasi riferimento al fatto di negare a lui o a chiunque altro la Santa Comunione, ricordando soltanto ai fedeli, che rivestano cariche pubbliche e che occupino posizioni d’autorità, come essi abbiano «una speciale responsabilità» nel dover rispettare la legge della Chiesa. Tutto qui. Nessuna condanna, nessun provvedimento, nessuna restrizione.

Del resto, era già tutto contenuto nella lettera inviata nel maggio scorso dal Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, card. Louis Ladaria, al presidente della Conferenza episcopale americana, l’arcivescovo di Los Angeles José Gomez. In essa si invitava espressamente al dialogo, raccomandando di evitare che «la formulazione di una politica nazionale» su di una questione «potenzialmente controversa» (sic!)possa diventare «fonte di discordia piuttosto che di unità all’interno dell’episcopato e della più grande Chiesa negli Stati Uniti». Per poi concludere, specificando come ogni discussione in merito debba «essere contestualizzata nella più ampia cornice della dignità di ricevere la Comunione da parte di tutti i fedeli, anziché da parte di una sola categoria di cattolici», ritenendo il documento dei Vescovi Usa, allora in fase ancora embrionale, «fuorviante se desse l’impressione che l’aborto e l’eutanasia costituissero da soli le uniche questioni gravi dell’insegnamento morale e sociale cattolico, che richiedono l’intervento della Chiesa».

Dunque, «Roma locuta, causa soluta»? No, certo! Biden e le lobby abortiste, che lo hanno sostenuto durante la campagna elettorale, non considerano questo un punto di arrivo, bensì solo un punto di partenza. Intendono anzi “capitalizzare” il via libera vaticano, per rilanciare. Ed ecco l’Ufficio per i Diritti Civili ed il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani lanciati in una nuova sfida: cancellare i provvedimenti dell’amministrazione Trump, in particolare l’Rfra-Religious Freedom Restoration Act, e costringere così i medici e le cliniche cattolici a praticare aborti ed interventi di transizione di genere. Grazie ai documenti giudiziari ottenuti, la Catholic Benefits Association ha dimostrato una stretta relazione sussistente tra il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani americano e numerose organizzazioni attiviste di Sinistra, come la Leadership Conference on Civil and Human Rights.

L’eventuale prevalere della linea Biden ammazzerebbe il diritto a qualsiasi obiezione di coscienza, nonché l’autonomia della Sanità cattolica (e non solo). Se ad un posto in una clinica cattolica ambisse un medico abortista, questi dovrebbe essere comunque assunto, benché in chiaro contrasto coi principi etici della struttura.

Non solo. L’amministrazione Biden starebbe introducendo anche il “diritto” dei single socialmente infertili e delle coppie Lgbt a ricevere trattamenti di fertilità, per poter comunque “avere figli”. Una novità subito ben accolta dall’industria sanitaria, che vede in ciò l’occasione per nuovi, insperati business, per quanto disumani. La strategia è quella di giungervi grazie alle sentenze dei tribunali, bypassando così anche gli eventuali ostacoli resi possibili da un dibattito in sede di Congresso. È, questa, la democrazia “fai-da-te”, che si costruisce e si smonta a piacimento, a seconda di dove portino gli interessi di bottega e di lobby. Non va dimenticato come della squadra di Biden facciano parte anche numerose altre sigle di Sinistra quali l’Aclu, gli Atei americani, l’Anti-Defamation League, la Human Right Campaign, il Southern Poverty Law CenterPlanned Parenthood ed il Center for American Progress, da sempre ontologicamente ostili alla presenza cattolica.

Sarebbe buona cosa che chi ha posto le premesse della rivoluzione in atto riflettesse, almeno ora, sulle conseguenze…

Laboratorio Italia. Lo dice il Washington Post

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IL PUNTO

di Gianfranco Amato

I giornalisti del “Washington Post” hanno notato come l’Italia si sia «spinta in territorio inedito per le democrazie occidentali». Una vera e propria sperimentazione da laboratorio.

Strano Paese l’Italia. Da più di due anni si trova sotto la grigia cappa di uno stato d’eccezione a tempo indeterminato, in cui sono sospese o limitate alcune fondamentali garanzie costituzionali e diversi diritti fondamentali dell’uomo, tra cui quello di circolare, di riunirsi, di lavorare, di celebrare il culto. Gli italiani sono riusciti persino a familiarizzare con termini come lockdown, coprifuoco, green pass, sanificazione.

La cosa buffa è che tutti coloro i quali hanno osato sollevare dubbi sulla legittimità di tale situazione e hanno denunciato il fatto che l’Italia sia diventata un laboratorio in cui sperimentare gli effetti della contrazione dei diritti, sono stati prima derisi e poi brutalmente additati al pubblico ludibrio. Secondo i pretoriani del Potere, sarebbe semplicemente assurdo parlare di “dittatura”, di “deriva totalitaria”, di “sperimentazione dispotica”, di “rischi di tirannia”.

Persino quando a denunciare tali rischi sono state due delle poche teste pensanti ancora in circolazione, Giorgio Agamben e Massimo Cacciari, si è alzata una invereconda canea contro costoro ed è partito un vero e proprio linciaggio mediatico.

Peccato che quello che i trinariciuti italiani non riescono a scorgere, è invece ben visibile a 7.000 chilometri di distanza, dall’altra parte dell’Oceano. Lo hanno capito, infatti, i giornalisti del “Washington Post” che, per chi non lo sapesse, è il più antico e diffuso quotidiano della capitale statunitense, di area liberal-democratica, e non certo su posizioni no-vax o negazioniste. Proprio quel quotidiano fondato da Stilson Hutchins nel 1877 ha recentemente pubblicato un articolo dal titolo L’Italia inizia a far rispettare uno degli obblighi vaccinali per i lavoratori più severi al mondo, rischiando un contraccolpo.

I giornalisti del “Washington Post”, infatti, hanno notato come l’Italia si sia «spinta in territorio inedito per le democrazie occidentali». Una vera e propria sperimentazione da laboratorio, dovuta al fatto che sia stato imposto «uno degli obblighi vaccinali nei confronti dei lavoratori più severo al mondo». Che si tratti di una sperimentazione non limitata all’Italia, lo evidenziano gli stessi giornalisti quando scrivono: «Il premier Mario Draghi ha persino suggerito la possibilità di essere il primo Paese al mondo a introdurre l’obbligo universale del vaccino, una mossa che andrebbe oltre le misure adottate sino ad ora».

Del resto, scrive sempre il “Washington Post”, «l’Italia è stata la prima democrazia occidentale ad imporre il lockdown duro, l’obbligo di vaccinazione per i lavoratori della sanità e ora l’obbligo di green pass per tutta la popolazione sul luogo di lavoro». E il fatto è che – sempre secondo i giornalisti statunitensi – «nell’ultimo anno e mezzo, l’Italia ha regolarmente messo in atto misure che inizialmente sembravano azzardate, ma poi hanno attirato imitatori». Nel “Laboratorio Italia” si prova quello che poi si «imita» negli altri Paesi.

Ora saremmo nella fase in cui si sperimenta la prova di resistenza del livello democratico. Scrivono, infatti, i giornalisti del “Washington Post”: «L’Italia si trova in una nuova fase, quella di provare a capire che cosa significhi vivere con il virus, e quale sia il livello di controllo che la società è disposta ad accettare». Il test viene applicato creando diversi livelli di libertà.

Si legge, infatti, nell’articolo: «Mentre il governo italiano ha elaborato le nuove misure in nome della sicurezza, gli obblighi imposti stanno anche iniziando a separare la società in diversi livelli di libertà, in un modo che poteva sembrare inverosimile un anno fa». «La nuova società», prosegue il “Washington Post”, «è quella in cui i vaccinati riprendono le loro vite, e i non vaccinati affrontano una scelta: o vengono vaccinati, o rischiano di perdere il loro stipendio, oltre ad essere privati della possibilità di cenare al ristorante in un locale chiuso, di partecipare a un concerto, di vedere un film o di salire a bordo di un treno ad alta velocità».

Una vera e propria forma di discriminazione. Curioso che questo passi come la cosa più normale del mondo secondo molti esponenti politici, rappresentanti di organizzazioni sindacali, intellettuali, militanti per i diritti civili, giornalisti, conduttori di talk show, artisti, cantanti, youtuber, e influencer, i quali proprio in Italia si stiano stracciando le vesti per la mancata approvazione del DDL Zan contro le discriminazioni in materia di orientamento sessuale e cosiddetta identità di genere. Nessuno di costoro ha la minima percezione che la più grande discriminazione dal 1938 ad oggi nel nostro Paese stia in realtà avvenendo proprio nell’ambito del lavoro.

Eppure continuano a rivendicare, in difesa dei diritti degli omosessuali/transessuali/transgender, quella Costituzione che loro definiscono «la più bella del mondo». Evidentemente, però, come non hanno letto il testo del disegno di legge Zan, così non hanno letto la Carta fondamentale. Dovrebbero farlo, cominciando proprio dall’art.1, primo comma, il quale recita: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro».

Persino in America si sono accorti che questa repubblica democratica si sta spaccando, proprio sul lavoro, in «different tiers of freedom», diversi livelli di libertà, creando precedenti di discriminazione pericolosi per le democrazie occidentali. Qualcuno, anche a livello politico-istituzionale, oltre ai post di Fedez, dovrebbe leggere anche quello che scrive la stampa estera preoccupata per l’Italia.

COP26: 400 jet privati a Glasgow aiutano l’ambiente

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Non credo che sulla faccia della terra esista un evento più inutile e ipocrita del cop26, la riunione mondiale per discutere delle misure contro il cambiamento climatico. Inutile, perché mancano proprio quei paesi che, per motivi economici più che giustificabili, sono quelli che maggiormente contribuiscono all’emissione di CO2, cioè India e Cina, a cui si è aggiunta la Turchia di Erdogan. Praticamente il 36% delle emissioni di tutto il mondo ha deciso di prendere una strada autonoma

L’Italia ha emissioni confrontabili con quelle della Turchia e una frazione infinitesima di quelle della Cina, eppure prende parte a questa grande sceneggiata. Si sa già che le conclusioni saranno minime: alla fine la strategia per il CO2 occidentale si riduce a una marea di tasse sull’energia che non finanziano nulla di pratico, ma servono solo ad ammazzare crescita e occupazione. Praticamente, non potendo impoverire con una guerra, ce la creiamo in modo falsato.

Per comprendere l’ipocrisia ricordiamo che questa banda di ambientalisti selvaggi arriverà con 400 jet privati, tanto da mandare in crisi tutto l’aeroporto di Glasgow:

Primo fra tutti quello di Jeff Bezos, quindi quelli dei vari potenti del mondo…

Tra questi quello del Principe Carlo che si attende una militarizzazione del problema. Un serio passo avanti per la democrazia.

Ovviamente è arrivato anche Biden con il suo corteo di 85 auto, tutte ecologiche.

L’evento è talmente inutile e ipocrita che non credo proprio ne parlerò più, Ciò non significa che tutto ciò non abbia delle conseguenze: le stiamo pagando tutti i giorni, nella bolletta della luce, e nessuno è mai stato ascoltato sulla materia.

Questo è il nuovo mondo, che militarizza la guerra al clima, ma non difende democrazia, benessere e libertà.

Fonte: https://scenarieconomici.it/cop26-400-jet-privati-a-glasgow-aiutano-lambiente/

Powell e l’infame guerra in Iraq

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Segnalazione del Centro Studi Federici

La morte di Colin Powell
 
E’ morto Colin Powell, deceduto di Covid-19 nonostante fosse vaccinato. Ma non interessa qui interpellarsi sull’efficacia dei vaccini, ma sull’uomo passato alla storia per aver trascinato il mondo nella guerra irachena con la bufala delle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
 
Il mondo, non solo gli Stati Uniti, perché quella guerra infame (ci si perdoni il termine, ma è il meno duro che ci viene in mente) non solo ha devastato un Paese prospero – pur se ristretto nella morsa del rais –, ma ha anche fatto dilagare il terrorismo internazionale, come acclarato in maniera inequivocabile dalla Commissione Chilcot, la commissione d’inchiesta istituita in seno al Parlamento britannico.
 
Non è certo per caso che l’Isis è nato in Iraq in quel tormentato dopoguerra. Così quel conflitto ha prodotto la strage del Bataclan, quella di Manchester e tanto, tanto altro.
 
Per questo si resta perplessi, ma anche no, dalle parole di Biden, che ha ricordato il primo generale nero della storia americana come “caro amico” e “patriota”. Ma d’altronde anche Biden votò a favore di quella guerra e amici lo erano davvero.
 
Nel tracciarne un ricordo Scott Ritter, ex ufficiale dell’intelligence del corpo dei marines, ricorda che Powell ebbe un ruolo di primo piano nella distensione internazionale che fiorì al tempo in cui Reagan intraprese un dialogo fecondo con Gorbacev, e che, nonostante fosse un soldato tutto d’un pezzo, Powell era un guerriero riluttante.
 
La guerra umanitaria 
 
È noto che il suo show alle Nazioni Unite, dove mostrò le “prove” delle armi di distruzioni di massa di Saddam, non era farina del suo sacco, ma basato su falsi rapporti della Cia.
 
Rapporti ai quali si sommavano le pressioni dei neocon, che avevano preso in mano tutte le leve del potere, e l’esplicita richiesta del suo presidente, che non ebbe il coraggio di contraddire, come scrive The Intercept, dimostrando di non avere la dote che più richiede l’esercito a un soldato, il coraggio (come quello dimostrato, ad esempio, dall’ufficiale israeliano Avner Wishnitzer, la cui storia è raccontata in nota alla quale rimandiamo).
 
Powell, come Biden, ebbe poi modo di dire di aver sbagliato, come accade spesso ai politici americani in questi casi. Sempre per restare sull’Iraq, clamoroso fu anche il dietrofront dell’ex Segretario di Stato Madeleine Albright, alla quale fu chiesto conto del fatto che le sanzioni emanate dagli Usa contro l’Iraq dopo la prima guerra del Golfo avevano ucciso 500mila bambini:  “ne valeva la pena“,  aveva risposto al suo basito interlocutore, accorgendosi solo dopo il profluvio di critiche dell’atrocità della risposta.
 
Così la morte di Powell, più che far tornare a galla l’orrore di quella guerra, fa emergere ancora una volta l’irresponsabilità di tanti politici dell’Impero, il quale è sempre pronto a perdonare gli errori dei suoi comandanti, politici e militari.
 
Ciò gli permette di non dover fare ammenda delle iniziative, ricomprendole nel suo seno e, di fatto, legittimando anche quelle più palesemente sbagliate, derubricate a semplici incidenti di percorso di una storia che vede gli Stati Uniti sempre e comunque dalla parte dei buoni.
 
Ciò permette all’Impero di evitare processi di riforma e di continuare a spandere nel mondo la sua immagine di faro di civiltà e libertà. Evitando anche che tali errori possano porre criticità a iniziative presenti, la cui dinamiche essenziali ricalcano quelle del passato.
 
L’occupazione umanitaria dell’Iraq
 
Il caso Iraq è eclatante in tal senso, dal momento che quell’errore non fu solo foriero di una guerra sanguinaria spacciata per umanitaria, ma ha legittimato la presenza dell’esercito americano in quel lontano Paese fino a oggi.
 
E come quella guerra fu umanitaria, anche il protrarsi dell’occupazione militare americana si è basato su ragioni umanitarie, dovendo quella presenza militare, a detta dei suoi propugnatori, evitare che il Paese sprofondasse nel caos e garantire la nascita di una democrazia irachena,
 
Il caos non è stato affatto evitato, anzi, per decenni ha infuriato una guerra tra sunniti e sciiti, con attentati terroristici quotidiani, terminata solo alcuni anni fa. Detto questo, proprio quella democrazia parlamentare che gli Usa dicono di aver fatto nascere, gli ha chiesto di andarsene con voto unanime del Parlamento, inutilmente.
 
Così l’errore sulle armi di distruzione di massa di Saddam non ha portato gli Usa a essere quantomeno più prudenti nel valutare le identiche accuse mosse contro Assad, che avrebbe usato armi chimiche contro i cosiddetti ribelli moderati, con accuse del tutto infondate.
 
Solo se e quando Assad sarà rimosso o il regime-change siriano archiviato (oggi è solo sospeso), si potrà, forse, vedere l’ammissione da parte degli Stati Uniti di incidenti di percorso analoghi a quelli iracheni.
 
Così in questa esaltazione di Colin Powell, il grande patriota che commise un “errore”, sta tutta la supponenza della nazione che si crede “indispensabile” al mondo, come ribadiva alcuni giorni fa l’ex diplomatico Usa  David Robinson (The Hill). E sta la sua incapacità di riformarsi.
 
Detto questo, almeno Powell e Biden, e altri con loro, hanno ammesso l’errore e quest’ultimo sta anche provando a porre un freno certe derive. I neocon e i liberal, che furono e sono il motore immobile di questa politica muscolare, continuano a rivendicare la legittimità di quelle iniziative, con la stolidità propria dei deliri di onnipotenza.
 
 

Dai missili ipersonici a Taiwan: alta tensione tra Stati Uniti e Cina

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LETTERE DEL LETTORE

Riceviamo e pubblichiamo questo interessante articolo, che si trova anche su: https://www.ilmiogiornale.net/dai-missili-ipersonici-a-taiwan-alta-tensione-tra-stati-uniti-e-cina/

di Ferdinando Bergamaschi

Missili ipersonici: sono la nuova frontiera militare delle grandi potenze. “Le armi ipersoniche uniscono al vantaggio della velocità quello della manovrabilità, che permette loro di eludere i sistemi di difesa antimissile di teatro e territoriale e di colpire obiettivi situati nel cuore dei territori nemici oppure in mare”, scrive Joseph Henrotin nella prefazione a uno studio dell’Ifri (Institut français des relations internationales) pubblicato lo scorso giugno.

I missili ipersonici, che viaggiano a oltre 6.000 Kmh e hanno una portata superiore ai 2.000 km, sarebbero manovrabili come i missili da crociera e potenti quanto i missili balistici, se non addirittura di più. Questo perché la tecnologia ipersonica consente, e consentirà, di superare delle barriere tecniche in maniera formidabile. 

Delusione a Washington

Dopo i successi dei test compiuti da Mosca e Pechino sui missili ipersonici nelle ultime settimane, era arrivato il turno degli Stati Uniti. Ma clamorosamente le cose per Washington sono andate male. Il Pentagono ha infatti ammesso il fallimento dell’ultimo test avvenuto in Alaska. Il lancio è stato compromesso dal malfunzionamento del razzo usato per portare il missile oltre la velocità del suono. Da qui la grande preoccupazione degli analisti americani. Gli Stati Uniti, infatti, così come per le armi al laser e per i robot-soldato, hanno investito molto su queste nuovissime tecnologie belliche anche in funzione anticinese. 

Biden versus Pechino

Addirittura il presidente americano Joe Biden, poche ore dopo la diffusione delle notizie relative al fallimento dei test dei missili ipersonici, ha rilasciato dichiarazioni molto pesanti contro Pechino. “In caso di attacco dalla Cina, difenderemo Taiwan. Abbiamo un impegno a farlo”, ha affermato l’inquilino della Casa Bianca alla Town hall di Baltimora. La replica cinese non si è fatta attendere. Ed è stata durissima, avvertendo gli Usa di essere prudenti e di non inviare segnali sbagliati all’isola. Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Wang Wenbin, è arrivato ad utilizzare toni minacciosi. “Nessuno dovrebbe sottovalutare la forte risolutezza, determinazione e capacità del popolo cinese di salvaguardare la sovranità nazionale e l’integrità territoriale”. La Cina, ha concluso Wang, “non ha margine per compromessi”.  

Il peso di Taiwan 

Non è un caso quindi che Biden sia intervenuto proprio ora, dopo il fallimento dei test sui missili ipersonici americani; e che lo abbia fatto utilizzando toni bellicistici sulla questione di Taiwan. L’isola a circa 150 km dalla costa cinese ha infatti un ruolo molto importante da un punto di vista delle nuovissime tecnologie. Oltre ad essere al centro di mari strategici che la rendono così contesa da un punto di vista geopolitico, per esempio è leader mondiale nella produzione di semiconduttori. Sono i minuscoli dispositivi elettronici basilari per gli smarthphone, i computer e le automobili. E sempre più l’Occidente, dagli States all’Unione europea, guarda a Taiwan come fonte di approvvigionamento di questi componenti, indispensabili per vincere la competizione tecnologica mondiale.

AGLI ALBORI DI UNA SVOLTA EUROPEA

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L’EDITORIALE

di Adriano Scianca per il numero di Ottobre 2021 de Il Primato Nazionale

Gli studiosi di futurologia da tempo agitano, con entusiasmo o con timore, lo spettro della singolarità tecnologica. Cosa si intende con tale espressione? In breve, il punto di sviluppo
di una civiltà in cui il progresso tecnologico accelera vertiginosamente e in modo non più controllabile. Uno degli scenari spesso proposti è per esempio quello di una intelligenza artificiale capace di progettare altre intelligenze artificiali ancora più potenti, che a loro volta creeranno super-computer a uno stadio ancora più avanzato e così via, con un movimento esponenziale non più prevedibile o manipolabile dall’uomo, neanche dai progressisti tecnofili che l’hanno avviato.
Ora, prendendo spunto da questa ipotesi futurologica, ci chiediamo: e se stessimo assistendo agli albori di una «singolarità europea»? È possibile che la dinamica di costituzione di un’Europa potenza sia stata avviata in modo ormai irreversibile e con esiti imprevedibili per i suoi stessi fautori?
Le previsioni così assertive rischiano sempre di diventare meri slogan, speranze tramutate in granitiche certezze, wishful thinking a portar via. Ma è indubbio che qualcosa sta accadendo a livello geopolitico, sotto ai nostri occhi, che lo si colga o meno. 
Un primo fattore è che quella che è tuttora l’unica superpotenza globale appare per la prima volta tentata di abdicare. Non avverrà facilmente o in modo indolore, ci saranno gruppi di potere che faranno il diavolo a quattro per non mollare la presa. Ma i segnali sono ormai troppi, tutti convergenti, e perduranti nel tempo.
La linea del disimpegno ha cominciato a farsi largo sotto Obama, è diventata una bandiera con Trump ed è stata confermata da Biden. Qualcosa vorrà pur dire.
Contemporaneamente, anche l’Europa ha cominciato a muoversi. È un movimento ancora impacciato, non pienamente consapevole. È il movimento di un sonnambulo: non pienamente addormentato, non ancora sveglio. Si muove, fa delle cose, risponde a degli stimoli, dà corpo a impulsi inconsci, ma non ancora giunto alla fase dell’autocoscienza. La fase dell’Europa dormiente è stata lunga ed estenuante.
La fase dell’Europa sonnambula è in corso da qualche anno: si accumulano progetti, partnership, velleità, infrastrutture, canali, idealismi. Si è costruito (malissimo) un mercato comune. Si stanno costruendo (bene) collaborazioni sostanziali. Si progetta (un po’ utopisticamente, ma non importa) un esercito continentale.
Cosa manca? L’autocoscienza, la volontà e la fierezza di essere ciò che si è, senza complessi. Ma, presto o tardi, ci si arriverà, probabilmente passando per sentieri imperscrutabili e tramite gli ultimi personaggi da cui ce lo saremmo potuti aspettare.
Sarà un movimento spurio, contraddittorio, oscuro, che non rispetterà i piani stabiliti, che molti faticheranno a riconoscere. Eppure, la singolarità dell’Europa potenza è innescata. Prima di quanto lo immaginiamo, saremo chiamati a scegliere da che parte stare rispetto a esso. 
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