Avanzando la secolarizzazione sembra perdersi il vero significato della fede cattolica, ma…

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L’EDITORIALE del LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2021/10/04/avanzando-la-secolarizzazione-sembra-perdersi-il-vero-significato-della-fede-cattolica-ma/

AVANZANDO LA SECOLARIZZAZIONE OCCORRE CHIEDERCI DI NUOVO: MA CHE COS’E’ VERAMENTE LA FEDE?

Avanzando la secolarizzazione, sembra perdersi il vero significato della fede cattolica, così da indurre le persone a darne una definizione soggettiva. Ciò comporta che molti credano di averla, ma, in realtà, non è così.

L’errore della modernità è proprio la storicizzazione del dogma e, con la scusante della misericordia divina, il permissivismo verso il peccato, quale non fosse un vizio da combattere, ma uno stato dell’animo da giustificare, sempre e comunque. Ah, quanto si frega le mani il diavolo, davanti a questi atteggiamenti! E quanto tutti i Santi hanno messo in guardia da questi errori!

E’, dunque, utile chiarificare che cosa sia la Fede. In senso etimologico, significa persuasione, confidenza (nei riguardi di Dio). In senso largo è ogni assenso della mente nei confronti delle Leggi di Dio. In senso stretto, teologicamente si può considerare come atto e come abito. Come atto, si può definire “assenso soprannaturale con il quale l’intelletto, sotto l’impero della volontà e l’influsso della grazia, aderisce con fermezza alle verità rivelate per l’autorità di Dio rivelante”. Tale definizione ci presenta tutti gli elementi essenziali della fede.

Essa è:

1) Atto che emana l’intelletto. Il conoscere e l’assentire sono atti dell’intelligenza e, in questo, si distinguono dal “senso religioso”, come vorrebbero i Modernisti, il quale si fonda sull’immaginazione e la sensibilità, il più delle volte con sterile e sciocco sentimentalismo, piuttosto che su di un motivo razionale.

2) Sotto l’impero della volontà. L’atto di fede non emana solo dall’intelletto, ma richiede un atto della volontà, perché non abbiamo l’intrinseca evidenza di una verità, come l’abbiamo in alcuni principi naturali. Mentre due più due fa sempre quattro (sebbene ci sia qualche sconsiderato che, distopicamente, pretenda fare cinque o tre…) e la volontà non può modificare questa evidenza, nella fede abbiamo una ragione estrinseca: l’Autorità di Dio rivelante. Non essendo intrinsecamente evidente, l’intelligenza resta libera, e quindi ha il merito di aderire, se vuole, senza esserne costretta. Ecco perché è necessario l’influsso della volontà. In questo la fede differisce dalla visione beatifica, nella quale si percepisce chiaramente e immediatamente la verità.

3) Sotto l’influsso della Grazia. L’atto di fede è Soprannaturale; non bastano, perciò, le sole forze umane dell’intelletto e della volontà, ma occorre la grazia di Dio che illumini l’intelletto e muova la volontà, oltre la soprannaturalità della Rivelazione, fatta da Dio. In questo, la fede differisce dalla scienza, che aderisce a verità di ordine naturale. Inoltre, l’adesione alla fede deve essere ferma, poiché non può ingannarsi né ingannare. In questo, si distingue dall’opinione, che manca di certezza. La ragione per cui si crede è costituita di verità rivelate, di ordine naturale e soprannaturale che si fondano sulla testimonianza degli uomini, che traiamo dalle Sacre Scritture, dalla Chiesa Cattolica e dalla Tradizione. Vanno credute, senza dubbi, tutte le verità di fede, nessuna esclusa, altrimenti non si è cattolici.

Come abito, la fede si può definire: “Virtù soprannaturale e teologica che dispone la mente ad assentire con fermezza a tutte le verità rivelate da Dio”. La virtù è un abito permanente. Il fine della Fede è il raggiungimento di Dio in modo soprannaturale. (Giuseppe Casali, Somma di Teologia Dogmatica, Ed. Regnum Christi, Lucca, 1964).

Quanto spiegato corrisponde a ciò che è stato definito dal Concilio Vaticano I riguardo alla fede: essa “è una virtù soprannaturale, per la quale, colla aspirazione e aiuto della grazia di Dio crediamo essere vere le cose da Lui rivelate, non per l’intrinseca verità delle cose, veduta alla luce della ragione naturale, ma per l’autorità di Dio rivelante, il quale non può ingannarsi né ingannare” (D.B. 1789).

Nella lettera agli Ebrei (11,1) San Paolo ce ne dà questa descrizione: “La fede è sostanza di cose sperate e convinzione di cose che non si vedono” ma che si vedranno nell’Aldilà. San Giacomo (2,17) ci ricorda che “la fede senza le opere è morta” ma, anche, che “la fede in sé, benché non operi per mezzo della carità, è dono di Dio e atto di Lui opera che riguarda la salvezza” (Conc. Vat. I, D.B. 1791).

La massa appare anestetizzata, materialista, priva di un fine ultraterreno da raggiungere

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TRE SECOLI DI CULTURA LIBERALE – OVVERO L’APOGEO DEL SOGGETTIVISMO E DEL RELATIVISMO, CHE NON AMMETTONO VERITÀ OGGETTIVE – HANNO PORTATO A VIVERE COME SE DIO NON ESISTESSE

La massa del XXI secolo appare anestetizzata, materialista, priva di un fine ultraterreno da raggiungere. Si osservano persone vivere alla giornata, non in funzione di un Aldilà, come era proprio delle generazioni passate, quando l’Italia era profondamente cattolica.

Oggi, ciascuno per sè, senza più alcun senso comunitario, sceglie di sopravvivere come un pagano, senza prospettive trascendenti, come se Dio non esistesse. L’hanno ucciso le ideologie intrinsecamente perverse e oltre tre secoli di cultura liberale, ovvero l’apogeo del soggettivismo e del relativismo, che non ammettono verità oggettive.

Nel nichilismo che ne deriva, ogni forma di pensiero non ha cittadinanza e la religione diviene come un insieme di norme sulla carta o un’ ipocrita abitudine. I media plasmano le coscienze con un’informazione viziata all’origine dal cosiddetto mainstream per annichilire ogni libera espressione di un giudizio critico e circostanziato. Siamo ridotti a degli automi del pensiero o della prassi altrui.

La filosofia, salvo rare eccezioni, è considerata una materia inutile. La teologia è una cosa imperscrutabile, da preti intellettuali. L’esempio evangelico e la Tradizione cattolica sono costantemente irrisi, laddove non palesemente occultati, per non urtare la suscettibilità di altri credi. Gesù non si pose mai questo problema, predicando a tutti e pagando gli strali lanciati ai sacerdoti del Suo tempo, con la morte infame di croce, vinta con la Resurrezione e la redenzione del mondo dal peccato.

Oggi, chi vive in funzione della vita eterna, con le buone opere? Siamo uomini razionali diretti dalla fede, oppure consumatori che hanno accettato la fine di tutto con la morte? Ammettiamo che siamo sempre meno. Il gregge rimasto fedele è ampiamente ridotto.

Il disaccordo delle opinioni sulla persona di Gesù Cristo e sul suo insegnamento, che erano già diffuse quando Egli era su questa terra, fa del mondo una specie di Babele. La gente, oramai, ritiene illusoria la Rivelazione cristiana oppure c’è chi pensa di dover interpretarla a piacimento. Ma non può essere così perché Dio ha parlato chiaramente. Ad un’anima di buona volontà, ad un’anima che cerca la verità con desiderio di trovarla e senza essere schiava di istinti malvagi… ad un’anima che creda ancora alla possibilità per l’intelligenza di trovare la verità…è possibile, con la grazia di Dio, conoscere con certezza la divinità di Gesù Cristo, uniformando, per diretta conseguenza, la propria volontà alla Sua, guardando all’unico fine che non è di questo mondo ma in Paradiso, alla Sua destra, per sempre.

Gesù stesso ci ha avvertiti: “Io sono la via, la verità, la vita, e nessuno può venire al Padre mio se non per mezzo di me” (Gv. XIV,6). San Pietro in Atti IV davanti al Sinedrio ha proclamato che “non c’è salvezza in alcun altro”. San Giovanni Apostolo ci avverte nell’Apocalisse: “per gli schiavi del rispetto umano, per gli increduli, per gli uomini di cattivi costumi, …la loro sorte sarà lo stagno ardente di fuoco e di zolfo” (Ap. XXI,8).

Papa Leone XIII estende la conversione personale alla società: “o il mondo ritornerà alle istituzioni cristiane, o il mondo non si rialzerà” (Rerum novarum). il Santo Padre fu così profetico da rispondere a coloro che perdono tempo nel cercare risposte meramente umane come la creazione del partito dei cattolici o altre simili amenità, scrivendo: “ce ne sono e in gran numero, che spinti dall’amore della pace, vale a dire la tranquillità dell’ordine, si associano e si raggruppano per formare ciò che essi chiamano il partito dell’ordine.

Oh! Vane speranze, fatiche sprecate! Di partiti d’ordine capaci di ristabilire la tranquillità in mezzo alla perturbazione delle cose ce n’è uno solo: il partito di Dio…Tuttavia, venerabili fratelli, questo ritorno delle nazioni al rispetto della maestà e della sovranità divina, non avverrà che mediante Gesù Cristo. L’Apostolo in effetti ci avverte che “nessuno può porre altro fondamento al di fuori di quello che è stato posto e che è Gesù Cristo” “. (1 Cor. III; San Pio X, E supremi apostolatus)

Non vi potrebbe essere vera pace – questa pace di Cristo così desiderata – intanto che non seguiremo fedelmente i principi e gli esempi di Cristo, nell’ordine della vita pubblica come della vita privata” (Pio XI, Ubi arcano).

Pio XII fu realmente profetico nel messaggio di Natale del 1956: “i Cristiani sono sicuri che la contraddizione di cui soffriamo oggi (da una parte: progresso tecnico inebriante, e dall’altra parte: insicurezza) costituisce la prova di una grande rottura tra la vita e la Fede cristiana e che è questo male che bisogna innanzitutto guarire“.

L’unione tra la piena conversione personale alla Regalità Sociale di Gesù Cristo costruisce il motto di San Pio X: “Instaurare omnia in Christo“. Non possono esserci compromessi con l’errore e col peccato, come prevedrebbe la politica politicante. Perché la Verità ha plasmato il mondo, prima d’essere rifiutata, bestemmiata e detronizzata.

Come diceva S. Agostino: “delle due l’una: o il mondo è stato convertito dai miracoli che noi reclamiamo esser stati fatti in favore della Religione Cristiana, ed allora Essa è divina; o il mondo è stato convertito senza miracoli: in questo caso l’insediamento del cristianesimo è per se stesso il più grande dei miracoli“.

La nostra soluzione a tutti i guai del momento presente sta qui: “io credo in Gesù Cristo, Figlio di Dio“, come predicava con ardente fervore padre Ludovic Marie Barrielle (1897-1983).

Quella battaglia che ci salvò dall’invasione islamica

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di Matteo Castagna per Informazione Cattolica

EDITORIALI

UNA GUERRA SCONOSCIUTA AI PIÙ, PROBABILMENTE PERCHÉ POCO STUDIATA IN QUANTO POLITICAMENTE SCORRETTISSIMA

Una guerra sconosciuta ai più, probabilmente perché poco studiata in quanto politicamente scorrettissima, ha fatto la storia dell’Europa: la battaglia di Vienna del 12 Settembre 1683.
Di questa straordinaria e fondamentale vittoria, paladini della cristianità del XVII secolo furono: il cappuccino Carlo Domenico Cristofori, chiamato Marco D’Aviano e il Papa Innocenzo XI. La crociata fu preparata da un’ intensa opera di apostolato e predicazione in tutta l’Europa, effettuata instancabilmente dal frate, ed accompagnata da una serie di miracoli che accrescevano la credibilità e l’autorevolezza del religioso, in tutto il continente.

Innocenzo XI si fidò unicamente della Provvidenza divina: “In sola spe gratiae coelestis”. Si è occupato della riforma dei costumi, soprattutto in riguardo allo stato spirituale degli ecclesiastici. In particolare, si scagliò contro il lusso che regnava tra i vescovi e cardinali dell’epoca. Nella sua camera e nel suo studio si vide solo la figura di Cristo risorto. “Era tale la compassione che Innocenzo XI provava per i poveri, che si tenne la stessa veste per tutta la durata del pontificato: mai la volle cambiare, nemmeno quando divenne logora e quasi inutilizzabile […]”. Lo storico Ludwig von Pastor, nella sua “Storia dei Papi”, descrive così Benedetto Odescalchi: “Il significato storico-universale del suo pontificato, di gran lunga il più importante e glorioso nella seconda metà del secolo XVII…consiste nella sua politica, mantenuta ferma sino all’ultimo respiro, di unire le potenze cristiane contro l’attacco violento dell’islam”. Naturalmente l’impegno più importante per cui sarà ricordato per sempre è la liberazione di Vienna dall’assedio degli Ottomani nel 1683. Contemporaneamente, Padre Marco d’Aviano trascorreva un’esistenza austera e isolata, dormiva solo tre per notte su un letto di foglie secche, per il resto pregava e leggeva. Mangiava pochissimo, mai carne, uova e formaggio, la sua dieta era poco latte e poi frutta e verdura. Cercò sempre di rispettare scrupolosamente le regole dell’Ordine francescano. Sostanzialmente condusse una “vita intensa e spirito di preghiera; devozione e contemplazione; pratica radicale dell’altissima povertà interiore es esteriore […] grande ardore nella predicazione e apostolato ricondotto alla semplicità e umiltà evangeliche; carità concreta e prontezza nel servire ogni fratello bisognoso; spirito ecclesiale nella sottomissione e totale docilità al Pontefice romano e alla Chiesa gerarchica: queste erano le linee fondamentali della spiritualità ‘cappuccina’ che adottò il frate di Aviano”.

Il Seicento fu, per l’Europa cristiana, intriso di paura di essere invasi e conquistati dai turchi. Di fronte a questo vero e proprio incubo, c’era la divisione politica dell’Europa. In particolare, la Francia di Luigi XIV era in continuo dissidio sia con l’imperatore Leopoldo I, che con la Chiesa di Roma. Capita che alcuni governanti diventano protestanti per accaparrarsi i beni della Chiesa. Il re di Francia osteggiò apertamente gli Asburgo nella lotta contro gli ottomani. “Per tutto il Seicento, la discordia fra i principi all’interno degli stati cristiani fu grande e capillarmente diffusa. Essi si combatterono e si indebolirono a vicenda per egoistiche ragioni di predominio”. Invece padre Marco e Innocenzo XI, lavoravano per la liberazione della cristianità dal flagello turco, pertanto appoggiarono l’impero. Addirittura, il Papa affermò: “[…] saria andato volentieri alla testa dell’esercito e salito sulle navi da guerra per combattere contro il comune esercito”. Il pensiero dominante del Pontefice era quello di organizzare una Lega difensiva contro il pericolo turco. Oltre ai due grandi santi, di cui il Papa è già stato proclamato ufficialmente beato, altre grandi personalità li affiancarono o con essi si scontrarono in quel frangente per il futuro dell’intero continente europeo. Segnalo, oltre a Luigi IV e Leopoldo I d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, il compagno di viaggio di Marco D’Aviano, padre Cosma da Castelfranco, Giovanni III Sobieski re di Polonia e granduca di Lituania, grande ammiratore di padre Marco. Infine, Eugenio di Savoia-Garignano, comandante supremo dell’esercito imperiale. E poi Kara Mustafa Pasha di Merzifon, comandante in capo dell’armata turca.

Le truppe cristiane erano composte da settantamila uomini, un numero assai inferiore rispetto ai centocinquantamila dell’armata turca del gran visir Kara Mustafa Pasha, che intendeva conquistare prima Vienna e successivamente Roma per fare di San Pietro la scuderia per i suoi cavalli. A questo proposito scrive lo storico Arrigo Petacco in “L’ultima crociata”: “con i se e con i ma la storia non si fa, va comunque sottolineato che se a Vienna, quel 12 settembre 1683, un qualsiasi accidente avesse fermato la carica degli ‘ussari alati’ che si scatenarono contro i turchi come arcangeli vendicatori, oggi probabilmente le nostre donne porterebbero il velo”.

Il 12 settembre prima della battaglia, sulle alture del Kahlemberg, padre Marco celebra la Messa, servita da due chierichetti d’eccezione: il re di Polonia e il Duca di Lorena, distribuisce la comunione ai comandanti, benedice l’esercito cristiano con la sua croce di legno. Attorno alle 12 ebbe inizio la battaglia. Lo scontro viene descritto da padre Cosma, testimone diretto dell’evento. La battaglia ben presto costringe miracolosamente i turchi alla resa. I trionfi dell’esercito cristiano – scrive il cardinale Schonborn – a Vienna, e poi a Buda, allontanarono il serio rischio di un’islamizzazione dell’Europa”. L’esultanza in tutta l’Europa fu immensa, l’unico a non esultare fu il re di Francia.

La preoccupazione dei due grandi della Civitas Christiana, Innocenzo XI e padre Marco, “fu la difesa della cristianità, e del cattolicesimo in modo particolare, e non la supremazia sull’islam. Si trattò, dunque, di un’azione di tutela e non di una crociata…”. Ne è convinto anche Petacco, le crociate, furono invece una legittima risposta al jihad. Tra l’altro padre Marco dopo queste liberazioni cercò di convincere i regnanti di completare l’opera di liberazione dei territori europei ancora in mano agli ottomani, la salvezza dell’Europa era sempre in cima ai suoi pensieri.

Il cattolico tiepido o chi si finge cattolico è restio a riconoscere la verità storica, determinata sia dall’eccezionale spiritualità dei due sopraccitati protagonisti, che dalle loro indiscutibili capacità politiche, nell’arte della mediazione, della diplomazia, dell’intuizione, della capacità oratoria, basate su quel connubio inscindibile tra Fede e Ragione così caro a San Tommaso d’Aquino. Oggi, se si parla di loro, lo si fa attraverso un’oleografia molto parziale, per non urtare la sensibilità degli islamici. Fortunatamente, il beato Innocenzo XI e padre Marco d’Aviano non furono buonisti, altrimenti da almeno 500 anni saremmo tutti in ginocchio verso la Mecca.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/09/13/quella-battaglia-che-ci-salvo-dallinvasione-islamica/

 

Hiroshima e Nagasaki: poca memoria per il genocidio di migliaia di cattolici giapponesi

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di Matteo Castagna

Scrive Giorgio Nebbia che “col passare dei decenni si fa sempre più pallido e formale il ricordo dell’esplosione, proprio il 6 agosto del 1945, della prima bomba atomica americana sulla città giapponese di Hiroshima, seguita, tre giorni dopo, da quella di una simile bomba atomica sull’altra città giapponese di Nagasaki: con duecentomila morti finiva la seconda guerra mondiale (1939-1945), e cominciava una nuova era, quella atomica, di terrore e di sospetti, eventi che hanno cambiato il mondo e che occorre non dimenticare”. Pare un monito lanciato ai professionisti della memoria, che appaiono ogni anno più distratti di fronte a questo genocidio di civili, forse perché intenti in quelle che considerano altre priorità.

Spiega ancora Nebbia: “L'”atomica” era il risultato dell’applicazione militare di una rivoluzionaria scoperta scientifica sperimentale: i nuclei dell’uranio e di alcuni altri atomi, urtati dai neutroni, particelle nucleari prive di carica elettrica, subiscono “fissione”, si frantumano in altri nuclei più piccoli con liberazione di altri neutroni che assicurano la continuazione, a catena, della fissione di altri nuclei. In ciascuna fissione, come aveva previsto teoricamente Albert Einstein (1879-1955) nel 1905, si liberano grandissime quantità di energia sotto forma di calore. Energia che avrebbe potuto muovere turbine elettriche, navi e fabbriche, ma che avrebbe potuto essere impiegata a fini bellici. La fissione anche solo di alcuni chili dello speciale isotopo 235 dell’uranio, o dell’elemento artificiale plutonio, libera energia con un effetto distruttivo confrontabile con quello di alcuni milioni di chili di tritolo, uno dei più potenti esplosivi disponibili. I danni sono ancora più grandi perché molti frammenti della fissione dell’uranio o del plutonio sono radioattivi per decenni o secoli. Dal 1945 Stati Uniti, Unione Sovietica (l’attuale Russia), Francia, Regno Unito, Cina, India, Pakistan, Israele, hanno costruito bombe atomiche sempre più potenti a fissione, o bombe a idrogeno, termonucleari, nelle quali la liberazione del calore si ha dalla fusione, ad altissima temperatura e pressione, degli isotopi dell’idrogeno, il deuterio e il trizio”.

Entrambe le bombe erano enormi, sproporzionate e costituirono le armi totali per costringere il Giappone, già stremato, all’inutile resa. Che motivo c’era, dunque, di provocare una catastrofe e la morte di 300 mila civili inermi?

Gli Stati Uniti, con l’assistenza militare e scientifica del Regno Unito e del Canada, erano già riusciti a costruire e provare una bomba atomica nel corso del Progetto Manhattan, un progetto scientifico-militare teso a costruire l’ordigno atomico prima che gli scienziati impegnati nel Programma nucleare tedesco riuscissero a completare i propri studi per dare a Hitler un’arma di distruzione di massa. Il primo test nucleare, nome in codice “Trinity“, si svolse il 16 luglio 1945 ad Alamogordo, nel Nuovo Messico. Una bomba di prova, denominata “The Gadget” fu fatta esplodere con successo. I lanci su Hiroshima e Nagasaki, quindi, furono la seconda e terza detonazione della storia delle armi nucleari.

Il mese precedente il bombardamento, la conquista di Okinawa, che aveva causato la morte di 150 000 civili e militari giapponesi, e la perdita di circa 70 000 soldati americani, aveva offerto una base ideale per la conquista del Giappone.
Insomma, nell’agosto del ’45 la guerra era finita. Dell’asse della Triplice non era rimasto più niente. Hitler e Mussolini erano morti e il Giappone era una nazione distrutta, circondata, senza cibo, medicine, nella propria perenne carenza assoluta di acqua potabile. Sarebbe capitolata miseramente da li a poco senza più spargimenti di sangue, bastava solo attendere un mese e sarebbe implosa nella propria miseria sociale. No, non vi era nessun motivo di sganciare due bombe atomiche e provocare tale orrore. A parte testare gli effetti scientifici di due sistemi esplosivi. Ammazzare trecentomila civili per un esperimento, più un paio di milioni morti nei successivi 10 anni a causa del fall-out radiattivo per che cosa.

Per un esperimento che gli americani definirono: “male necessario”; queste le due parole con il quale il presidente del progressista americano Truman, derubricò l’accaduto.

Va, però, ricordato che la città giapponese distrutta dall’atomica dopo Hiroshima era la più cattolica del Paese.

Non tutti sanno che Nagasaki era l’unica città a maggioranza cattolica del Giappone e Hiroshima era la seconda. Gli americani vollero punire così Pio XII per non essersi schierato, almeno dopo l’8 settembre, dalla parte degli Alleati? Anzi l’allora pontefice aveva protestato contro la distruzione dell’abbazia di Montecassino. In Vaticano era già stato recapitato un piccolo, odioso avviso di garanzia: cinque bombe di piccolo calibro cadute nei giardini a pochi metri dalla sua abitazione, a un passo da piazza San Pietro, sfiorando l’appartamento del suo massimo collaboratore, monsignor Domenico Tardini, la sera del 5 novembre del 1943; e poi ancora il 1° marzo del 1944 (un morto).

Riferisce La Croce.it: “Su Asia-News scrive uno storico: “Secondo il comando militare alleato, la bomba atomica era una necessità, perché non si trattava di piegare una resistenza armata, ma l’idea molto viva tra i giapponesi che Dio era dalla loro parte…L’atomica avrebbe dovuto scalfire questa certezza perché infliggeva un colpo mortale allo shintoismo artificialmente trasformato in ideologia militarista. Invece la bomba più che il cuore della religione giapponese colpì in pieno il quartiere cattolico di Nagasaki, il più importante e numeroso centro della Chiesa in Estremo Oriente. Perirono quasi tutti. L’epicentro dell’esplosione era stata proprio la loro cattedrale che, tra l’altro, in quel momento era affollata di fedeli in coda davanti al confessionale per prepararsi alla festa dell’Assunta. Prove concrete non ce ne sono ma il compianto scrisse nella sua autobiografia (Memorie e digressioni di un italiano cardinale, Siena, Cantagalli, 2010): “A Nagasaki fin dal secolo XVI era sorta la prima consistente comunità cattolica del Giappone. A Nagasaki il 5 febbraio 1597 avevano dato la vita per Cristo trentasei martiri (sei missionari francescani, tre gesuiti giapponesi, ventisette laici), canonizzati da Pio IX nel 1862. Quando riprende la persecuzione nel 1637 vengono uccisi addirittura trentacinquemila cristiani. Poi la giovane comunità vive, per così dire, nelle catacombe, separata dal resto della cattolicità e senza sacerdoti; ma non si estingue. Nel 1865 il padre Petitjean scopre questa “Chiesa clandestina”, che si fa da lui riconoscere dopo essersi accertata che egli è celibe, che è devoto di Maria e obbedisce al Papa di Roma; e così la vita sacramentale può riprendere regolarmente. Nel 1889 è proclamata in Giappone la piena libertà religiosa, e tutto rifiorisce. Nel 1929, di 94.096 cattolici nipponici ben 63.698 sono di Nagasaki”.

Ai lettori porsi le conseguenti domande e recitare le preci di suffragio.

 

 

 

La democrazia liberale sta preparando la grande persecuzione del cristiani?

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI per www.informazionecattolica.it

di Matteo Castagna

SEMBREREBBE IN ATTO UNO SCONTRO TRA COLORO CHE AMANO I BAMBINI, IL DIRITTO NATURALE E LO SPORT CONTRO COLORO CHE, INVECE ODIANO IL DIRITTO NATURALE E VORREBBERO CHE L’UOMO BIANCO, ETEROSESSUALE, POSSIBILMENTE CRISTIANO, FOSSE SIMBOLICAMENTE SCHIACCIATO DAL PENSIERO UNICO DEL TOTALITARISMO ARCOBALENO E DELLA RETORICA ANTIRAZZISTA

Giuseppe Sala apre la sua campagna elettorale per le amministrative di Milano al Gay Pride, enunciando la priorità: «Se verrò rieletto, ricominceremo il percorso per il riconoscimento dei figli di coppie omosessuali perché non è arrivato dove deve, quindi continueremo il percorso». Davvero sarebbe dimostrazione di Amore privarli di una mamma e di un papà?

A Bologna, dal 26 giugno al 3 luglio sta andando in scena il “Rivolta Pride”. Tra sberleffi ed insulti, vengono calpestate e imbrattate le foto di capi di Stato, leader politici, religiosi, opinionisti considerati “omofobi”. Davvero è dimostrazione di Amore il pubblico ludibrio di coloro che non temono di affermare il diritto naturale come principio inviolabile?

La Nazionale italiana gioca e vince contro l’Austria ma non si inginocchia al politicamente corretto, voluto dai Black Lives Matter. Pioggia di critiche. Davvero gli Azzurri sono razzisti? No, semplicemente amano lo sport e, quindi, non vogliono che venga strumentalizzato dalla più sinistra dialettica politica.

Sembrerebbe in atto uno scontro tra coloro che amano i bambini, il diritto naturale e lo sport contro coloro che, invece odiano il diritto naturale e vorrebbero che l’uomo bianco, eterosessuale, possibilmente cristiano, fosse, almeno simbolicamente, schiacciato dal pensiero unico del totalitarismo arcobaleno e della retorica antirazzista.

Tra queste due concezioni antropologiche opposte e parallele all’infinito, il maestro del pensiero forte, tipicamente occidentale, non può che essere il grande San Tommaso d’Aquino, mirabile sintesi di classicità e cristianità, che già 800 anni fa scriveva, nel commento al libro del Profeta Isaia: “Ciò che è incompatibile in modo assoluto con il fine è del tutto contro natura e non può mai essere una buona cosa come il peccato di sodomia” (c. 4, l. 1). Il Dottore della Chiesa annovera tale peccato come una forma di lussuria. Nella Summa Teologica (II-II, q. 154, a. 1 c.), l’aquinate parla della sodomia in questi termini: “…il piacere sessuale deve essere ordinato all’interno del rapporto di coniugio verso i fini propri del rapporto sessuale, cioè la procreazione e l’amore”. Non farlo o scavalcare la gerarchia di questi fini è un atto contro ragione e quindi malvagio.

Quindi non si parla solo di atto irragionevole “perché oltre ciò, ripugna allo stesso ordine naturale e fisiologico dell’atto venereo proprio della specie umana: e questo si chiama peccato, o vizio contro natura”

Il Doctor Communis trae alcune conseguenze di ordine morale e cita il Sant’Agostino delle Confessioni (III): “Perciò nei peccati contro natura, nei quali si viola codesto ordine, si fa ingiuria a Dio stesso, ordinatore della natura. Scrive quindi S. Agostino: ‘I peccati contro natura quali quelli dei Sodomiti, sono sempre degni di detestazione e di castigo: e anche se fossero commessi da tutte le genti, queste sarebbero ree di uno stesso crimine di fronte alla legge di Dio, la quale non ammette che gli uomini si trattino in quel modo. Così infatti viene violato il vincolo di familiarità che deve esistere tra noi e Dio, profanando con la perversità della libidine, la natura di cui egli è l’autore”. Quindi l’omosessualità è un peccato verso se stessi e verso gli altri  – non si rispetta la propria e altrui dignità – e verso Dio. 

Amore è volere il Bene dell’altro, che, in primis, è fare quanto possibile per condurre una vita nella direzione della salvezza eterna, in conformità con le leggi di Dio. Può essere vero Amore l’induzione, con pieno assenso e deliberato consenso, al peccato mortale, che San Pio X definiva, nel Catechismo Maggiore, tra coloro che “gridano vendetta al cospetto di Dio”? Togliere ad un cattolico la libertà di dire pubblicamente queste bimillenarie verità di fede, è o non è un atto di violenza, odio e discriminazione verso Dio e i suoi precetti, sfogato sui Suoi testimoni in Terra?

“Non illudetevi: né immorali, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il Regno di Dio” ( San Paolo, I Cor. 6,9-10). .”..La legge non è fatta per il giusto, ma per i non giusti e i riottosi, per gli empi e i peccatori, per gli scellerati ed i profani, per i patricidi, i matricidi e omicidi, per i fornicatori, per i sodomiti, per i ladri di uomini, i bugiardi, gli spergiuri..:” (S. Paolo, I Tim. 1,9). E la democrazia liberale sta preparando la grande persecuzione dei cristiani, attraverso l’ingerenza nelle leggi di Dio?

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/06/28/la-democrazia-liberale-sta-preparando-la-grande-persecuzione-del-cristiani/

Le Conferenze dell’Avv. Gianfranco Amato

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LE CONFERENZE DELL’AVV. GIANFRANCO AMATO, PRESIDENTE DI NOVA CIVILITAS, GIURISTI PER LA VITA E STRETTO COLLABORATORE DEL NOSTRO REPONSABILE MATTEO CASTAGNA, COL QUALE HA GIA’ SCRITTO UN LIBRO E NE E’ IN PREPARAZIONE UN ALTRO…

SONO UN PUNTO DI RIFERIMENTO COSTANTE PER MOLTI, IN TUTTA ITALIA, IN AMERICA LATINA E NON SOLO.

PER RIMANERE AGGIORNATI SUGLI INCONTRI PUBBLICIhttps://www.facebook.com/AvvocatoGianfrancoAmatoFanpage/?__cft__[0]=AZXozzIMOEeZcKvxY_4pdtdVZPSOoTzc-9leehbPKppfg-beiLAtqM9KcvSZ-2xrN_1hxDQ3c98SVX-ocI6k_6WMrL-yQOTZWWx1rvN0Bk-63zBokPZloL0ftYYN1AIz8n8eYoreJASys6cNhjg62ekD4N1VzcM56eOavytnHQ0AWLijF3_GH_NAlNCK1GRNQAQZwKRg8V0IRINp8fkYDB_l&__tn__=-UC%2CP-R 

SPESSO LE LOCANDINE O I RESOCONTI VENGONO RIPRESI ANCHE DALLA PAGINA FACEBOOK DEL CIRCOLO CHRISTUS REX-TRADITIO

IL FINE DELLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA SIA IL BENE COMUNE: NESSUNO TOCCHI ABELE!

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L’EDITORIALE

di Matteo Castagna*

La questione della riforma della Giustizia, in Italia, è annosa e costante. Ora, sembrerebbe che vi fosse un’accelerata verso qualcosa che appare necessario, se non indispensabile. Sarebbe, però, riduttivo, se non addirittura fuorviante, dividersi tra “giustizialisti” e “garantisti”. 
Non possiamo giungere ad una “giustizia giusta” se non partiamo con le idee chiare sul concetto di bene comune. Il Prof. Danilo Castellano, dell’Università di Udine, col quale ho avuto il piacere di discutere a lungo nei giorni scorsi, è un maestro in materia, perché nel suo “Politica. Parole chiave” (collana De Re Publica – Edizioni Scientifiche italiane, 2019) al Capitolo IV ci dà una risposta ad una domanda fondamentale, che può divenire la radice di una vera e strutturata riforma.
 
Siamo davanti a tre modi di intendere il bene comune, che sono diversi tra loro ed erronei. Due di questi sono accomunati pur nella loro opposizione: il bene comune come bene pubblico e il bene comune come bene privato, infatti, fanno propria la “libertà negativa” anche se il primo ne assegna l’esercizio allo Stato, il secondo all’individuo (proletariato). Il terzo modo di intendere il bene comune è dato da una mancanza di chiarezza anche se si continua a riconoscere che la giustizia è il fine e la regola della politica. Già Sant’Agostino insegnava che fine e regola della politica è la giustizia, ma senza consentire l’accoglimento della “libertà negativa”, sotto nessuna forma e in nessun settore, perché propria del liberalismo, che va rifiutato in toto, perché relativista e anticattolico. La “libertà negativa” indica la possibilità che qualcuno abbia di agire senza che nessuno intervenga a ostacolarlo o anche la decisione di rimanere passivo, senza che nessuno lo costringa a non agire. La stessa situazione vale, se uno dei due soggetti contrastanti (chi agisce o chi vuole fermarlo), o ambedue, non sia rappresentato da esseri umani come quando, per esempio, si dica di essersi liberati dal timore delle forze della natura o quando un ente naturale come un fiume è libero di seguire il proprio corso, quando non ne è impedito da sbarramenti o dighe.
Il bene è ciò che cui ogni cosa tende per natura. La comunità politica è naturale; non può, quindi, che avere un fine naturale. Dunque, un bene da conseguire che è sottratto alla scelta, vale a dire all’opzione, alla disponibilità degli esseri umani. La loro stessa vita associata è un dato naturale e necessario, che non dipende da valutazioni, calcoli, decisioni. E’ evidente che ci deve essere, come c’è, un bene proprio della comunità politica. Con Aristotele potremmo rispondere che il bene politico è lo stesso bene del singolo uomo, seppur il bene della polis è manifestatamente qualcosa di più grande e di più perfetto rispetto al bene del singolo, perché perseguire e salvaguardare quello comune è più bello e più divino (Etica a Nicomaco, I, 1094b). Il bello è inteso come lo splendore della forma, che rivela l’essenza perfetta di una cosa. Divino è ciò che è dato dagli dei e agli dei solamente appartiene. Quindi è da comprendere, da rispettare e, nel caso politico, da assecondare. Per giungere all’organizzazione migliore della comunità politica serve conoscere la sua natura ed il suo fine (Aristotele, Etica a Nicomaco, X, 1181b).
Perciò si può concludere che il bene comune è il bene proprio di ogni uomo in quanto uomo e, perciò, bene comune a tutti gli uomini. Si tratta di un bene intrinseco alla natura dell’essere umano e inalienabile. Esso è anche il bene proprio della comunità politica, poiché questa è costituita da uomini e da altre società umane naturali (famiglia e società civile) che esistono in funzione dei beni dell’uomo ma che non sono nella condizione di aiutare l’uomo (cosa che la comunità politica fa principalmente con l’ordinamento giuridico giusto) a conseguire il bene che, per quel che riguarda il tempo, è la vita autenticamente umana, cioè la vita condotta in conformità all’ordine naturale proprio dell’essere umano. 

Ci si ricordi che il bene comune si raggiunge attraverso una giustizia giusta, ovvero costruita affinché nessuno tocchi Abele, non Caino!
*Responsabile Nazionale del “Circolo Christus Rex-Traditio” – articolo messo a disposizione di riviste e giornali

Castagna a Telenuovo: “lo Stato laico non si intrometta nella dottrina della Chiesa!”

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di Redazione

Il nostro Responsabile Nazionale di Cristus Rex Matteo Castagna è stato ospite Mercoledì 9 giugno 2021 alle 12.45 de il “Rosso&Nero” su Telenuovo, invitato dal conduttore Mario Zwirner.

Si è parlato di attualità, economia, politica, lavoro, Chiesa e discriminazioni…:

https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fplay.telenuovo.it%2Frosso-e-nero%2Ftit-13115732%3Ffbclid%3DIwAR3oZb78BB6hqwk-s3WOF9qEZF8k4rnOvsWuTuBpQ1uIFeMCcC55s16TTtA&h=AT35LD0c8fpPFbwlgRoTSZuMKpsJ0AZubAyj8sMAd4UpySzxCoMceXZ-JPND9vTpdaW1dzjt-644URDAkbcv4PPw8VTBgki5pEboU6o9nE6I83Az2-dzfI9R4RGyhbh9VkcF&__tn__=H-R&c[0]=AT1VqcqD2aQPaM3e7jxgRuf4Hc9QNRRsN3g3T0km2SLC4tGAAg7gwpagn8PzhgZrpPQSu74PhVnypG1kZjpDu4D7CgJ2iSWttDG1ODxnSZk5bBEL6T3rYKd-0DYCT6jvkeXGSTqD1_eWceKMF4cA749X

Qualche spunto per un “grande reset” identitario

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per Informazione Cattolica

DALLA MORTE DELLA BALENA BIANCA ALLA PEGGIOR SINISTRA, TUTTA GENDER E CAPITALE

‘La Democrazia Cristiana è contagiosa: il fascismo fu virile, la DC è virale’. Fu la sorella bigotta della fratellanza comunista. Il suo massimo ideologo fu Orietta Berti che teorizzò: Finché la barca va, lasciala andare“. Con queste frasi impietose quanto sarcastiche, Marcello Veneziani definisce la Balena Bianca, poi morta sotto la mannaia di Tangentopoli, fuori dal Parlamento e dagli strali politici della Lega Nord di Bossi, che ne erose il consenso e mise in guardia dalla peggior mala gestio.

Con il 1993 arrivò la cosiddetta Seconda Repubblica, ovvero un rimescolamento degli equilibri, che diede la parvenza di un cambiamento, in cui marchette e clientele, collusioni ed affarismo venivano messe al bando in favore di onestà e trasparenza, competenza e abbattimento della burocrazia.

Ma la DC non morì davvero, perché la “mens democristiana”, figlia del modernismo teologico e dell’italica ipocrisia di quegli odiosi baciapile arraffoni, alleati di chiunque sia speculare al mantenimento del potere fine a se stesso, si incistò in tutti i partiti.

Il maggioritario fu farlocco perché più si “divide” e più si “impera”, mentre due sole coalizioni avrebbero bloccato il sistema di spartizione ed il “magna magna” avrebbe subito un arresto per troppi soggetti.

Poi arrivò il grillismo a dare il colpo di grazia, perché, anziché aprire il Parlamento come una scatola di tonno, ha fatto la fine della rana bollita ed è stato risucchiato come garante del Sistema delle poltrone, dell’incompetenza come prassi di governo e di opposizione, della trasformazione dell’abbattimento degli sprechi con il qualunquismo dell’antipolitica, che ha abbattuto persino il nobile aristotelico concetto di Politica, per favorire il primato dell’economia global su di essa, soprattutto quella con gli occhi a mandorla. Alleato naturale è divenuta la peggior sinistra, tutta gender e capitale.

La seconda Repubblica è la dimostrazione pratica, riconoscibile in ogni ambito pubblico, della peggior “DC virale”. Un’opposizione a questi modelli c’è e si richiama ai movimenti o partiti identitari, che sono però in difficoltà, perché il Sistema è un moloch che si trascina ed un carrozzone che si autoricicla, che infiltra e seduce, che costringe ad accettare coperchi ideologici globalisti, che ricatta e pone veti incrociati, utilizzando, anche, una fetta di Magistratura: quella che leggiamo nel bel libro di Sallusti su Palamara.

 

Ma, allora, questa Seconda Repubblica è stata all’altezza delle aspettative del popolo o ne ha tradito le aspirazioni divenendo peggiore della Prima? Se guardiamo al livello medio, senza generalizzare troppo, mantenendo il giusto equilibrio tomista, sembrerebbe che nei Palazzi romani vi fossero colonie di personaggi in cerca d’autore, in mano ai burocrati, camerieri dei banchieri privi di idee e identità politica propria, che vivono di slogan perché i partiti mancano di una vera classe dirigente, preparata e attenta alla “civitas”, che faccia proposte realizzabili e concrete, in almeno due visioni antropologiche diverse, con culture politiche, etiche e socio-economiche definite e alternative, con alleanze internazionali definite ed alternative, ma in un contesto di pari legittimazione.

La guerra è finita da un pezzo e non possiamo continuare coi preconcetti e gli schemi degli anni di piombo, altrimenti saremo sempre impreparati di fronte al mondo che cambia. La gestione dell’emergenza Covid dovrebbe aver insegnato qualcosa… Va bene lasciare il “grande reset” della seconda repubblica ai globalisti? Oppure sarebbe ora di costruire la proposta della terza repubblica, osservando il tradimento delle élite, la collaborazione coi nemici storici della nostra identità occidentale, l’impunità e la promozione dell’anticattolicesimo, la sovversione della civiltà classico-cristiana, l’invasione dei “nuovi schiavi” della globalizzazione, il ceto medio in ginocchio, l’umiliazione della Chiesa e dei suoi bimillenari principi?

Sul testo più letto al mondo, che rimane la Bibbia, si può trovare la storia di Giuda Maccabeo, che ha saputo opporsi alle forze che minacciavano l’identità del suo popolo. Julien Langella osserva, giustamente, che “la prima cosa che ci colpisce tra i maccabei è la loro viva pietà (che andrebbe recuperata da moltissimi dei “nostri”, n.d.r.) e la buona conoscenza del loro Paese (anche in fatto di cultura, infatti, a partire dalla scuola, ma anche sulla lettura e sui media si potrebbe fare un salto di qualità, n.d.r.). Quei ribelli ci hanno dimostrato che non c’è riconquista senza radicamento geografico, senza riappropriarsi del territorio. Di fronte al Ball mondialista e a tutti i tentativi di appiattimento generale, l’unica risposta efficace consiste nel riappropriarsi della propria lingua (valorizzando ogni peculiarità locale, n.d.r.) delle tradizioni, dei paesaggi, della gastronomia“, del turismo, delle politiche demografiche, delle abitudini, del ritorno alla terra, del rispetto della natura e del senso comunitario perduto dalla vita frenetica.

Contro l’onda di questa subcultura da discount, scialba e incolore o, forse, per qualcuno, mono-subcultura arcobaleno, dobbiamo innalzare la diga identitaria. L’amore della piccola Patria non è d’ostacolo alla grande. Felix Gras, compagno di strada di Mistral, diceva: “amo il mio villaggio più del tuo villaggio, la mia Provenza più della tua provincia e la Francia più di tutto”. Dunque: io amo la mia Valpolicella più della tua Val Brembana, la mia Verona più della tua Vicenza e l’Italia più di tutto.

Le nostre appartenenze devono accumularsi l’una sull’altra in modo complementare e armonioso sotto il “giogo soave” del Regno sociale di Cristo Re delle cose visibili e invisibili. Farà il bene anche di chi non crede, poiché si fonda sull’Amore della Verità che rende liberi – come dice San Paolo – ed il rigetto dell’errore nichilista e relativista, che porta alla disperazione. E poi, perché abbiamo già provato e abbiamo sotto gli occhi cosa sia la “civiltà laicista”, ossia quella dell’odio verso Dio ed il Creato, la dittatura dei desideri sovversivi del diritto naturale, in un contesto di amebe prive di capacità critiche ed appiattite su mode irragionevoli, nel dominio dell’ignoranza e del brutto.

Come diceva Maurras: “lavorando alla ricostruzione della città o della provincia, si lavora a ricostruire la Nazione“, perché l’Italia integrale non può non dirsi cristiana – come sosteneva il miscredente Benedetto Croce – ed è l’Italia federale, dei campanili, delle arti e dei mestieri, degli operai e della piccola/media impresa che l’hanno resa una potenza invidiata da tutto il mondo.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/05/31/qualche-spunto-per-un-grande-reset-identitario/

La famiglia e gli omofobi per i padroni dello Stato servile

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di Matteo Castagna per Arianna Editrice

Per molti versi, possiamo dire di vivere lo “Stato servile”, così come lo intendeva il grande Hilaire Belloc. Il social-capitalismo, promettendo chimere di libertà ha assoggettato l’uomo in una schiavitù che Belloc definisce in modo lapidario: “definiamo Stato servile l’ordinamento di una società nella quale il numero di famiglie e di individui costretti dalla legge a lavorare a beneficio di altre famiglie e altri individui è tanto grande da far sì che questo lavoro si imprima sull’intera comunità come un marchio”.

In questo clima di follia omofila, abortista, divorzista, consumista, le seguenti riflessioni di G.K. Chesterton sono un ottimo antidoto a tutte le teorie che a poco a poco stanno trasformando le voglie dell’io in legge della natura. La lotta è aspra. Siamo di fronte all’avanzare della Sovversione social-capitalista, per cui la libertà apparente, è soltanto specchio per le allodole, dove i grandi manovratori cercano di seminare le personali ideologie. E noi siamo i sudditi dello Stato servile preconizzato da Belloc. Con l’aggravante che il Vaticano non è composto di tanti don Camillo che guidano il gregge, ma da una schiera di don Chicchì schierati con le famiglie sovversive dell’ordine naturale, morale, politico ed economico. La società vive dentro la gabbia dorata del tutto è permesso, perché tutto è diritto. Si confonde il desiderio col diritto perché la società atea, che non è laica ma laicista, ha trasformato i paradigmi e calpestato la tradizione e l’identità. Il relativismo aggressivo appoggiato dall’ideologia del genere continua la sua opera di distruzione del sistema antropologico dell’uomo che si fa Dio contro quello del Dio che si è fatto uomo per la nostra salvezza.

Secondo Chesterton “è vero che tutte le donne di buonsenso pensano che tutti gli uomini di studio siano pazzi. Se è per questo, è vero anche che tutte le donne di qualsiasi tipo pensano che tutti gli uomini di qualsiasi tipo siano pazzi. Ma non te lo scrivono in un telegramma, così come non scriverebbero che l’erba è verde o che Dio è misericordioso. Queste sono verità evidenti e spesso, note anche in privato” (da “Il Club dei mestieri stravaganti”). “La variabilità è una delle virtù di una donna. Essa consente di evitare le esigenze più grevi della poligamia. Se si dispone di una buona moglie, si è sicuri di avere un harem spirituale (“Daily News”). “Se gli Americani possono divorziare per “incompatibilità di carattere”, mi chiedo come mai non abbiano tutti divorziato. Ho conosciuto molti matrimoni felici, ma mai nessuno “compatibile”. Tutto il senso del matrimonio sta nel lottare e nell’andare oltre l’istante in cui l’incompatibilità diventa evidente. Perché un uomo e una donna, come tali, sono incompatibili” (da “Cosa c’è di sbagliato nel mondo“). “Vorrei dire per via di metafora che i sessi sono due ostinati pezzi di ferro, che se mai si potranno fondere, si fonderanno allo stato incandescente. Ogni donna finirà per scoprire che suo marito è un animale egoista, se paragonato all’ideale femminile. Ma è bene che ella compia la scoperta della bestia mentre entrambi si trovano ancora a vivere la storia de “La Bella e il Mostro”. Ogni uomo deve scoprire che sua moglie è irritabile, vale a dire tanto sensibile da fare impazzire: perché di fronte all’ideale maschile ogni donna è folle… Tutto il valore dei normali rapporti fra uomo e donna sta nel fatto che essi incominciano veramente a criticarsi quando incominciano ad ammirarsi davvero. Ed è bello che sia così. Io sostengo, e non rifiuto alcuna parte di responsabilità in tale affermazione, che è meglio che i due sessi non si comprendano, fino al momento in cui si uniranno in matrimonio. E’ bene che non abbiano la conoscenza prima di avere il rispetto e la carità… Coloro che da Dio vennero separati, nessun uomo osi unire” (da “L’uomo comune”).

“La donna media è a capo di qualcosa di cui può fare ciò che vuole; l’uomo medio deve obbedire agli ordini e nient’altro” (da All thing considered). “La famiglia è il test della libertà, perché è l’unica cosa che l’uomo libero fa da sé e per sé” (da Fancies versus fads). “Amore mio, che altro posso fare? Quale altra occupazione può avere un uomo valido su questa terra, fuorché di sposarvi? Che alternativa c’è al matrimonio, eccetto il sonno? Non certo la libertà. A meno che non sposiate Dio, come le nostre monache in Irlanda, bisogna sposiate un Uomo, cioè a dire Me. La terza ed ultima ipotesi sarebbe che sposaste voi stessa e viveste con voi, voi, voi sola: cioè a dire in quella compagnia che mai è soddisfatta e non soddisfa mai” (da “Le avventure di un uomo vivo”). “M’avete persuaso che, abbandonando la propria moglie, uno realmente commette qualche cosa d’iniquo e pericoloso, […] perché nessuno potrà più trovarlo, e invece tutti abbiamo bisogno di essere trovati” (da “Le avventure di un uomo vivo”). “Matrimoni imprudenti! E ditemi: dove mai in cielo o in terra si son visti matrimoni prudenti? Altrettanto varrebbe discorrere di suicidi prudenti!” (da “Le avventure di un uomo vivo”). “Il matrimonio è un duello all’ultimo sangue, che nessun uomo d’onore dovrebbe declinare” (da “Le avventure di un uomo vivo”).

E’ evidente che il saggio Chesterton, con queste sue riflessioni, non prendeva neppure in considerazione la possibilità di matrimoni diversi da quelli tra un uomo e una donna. Chesterton potrebbe essere considerato un “omofobo” ante litteram e i suoi libri dati in pasto dei BLM per una pira immediata. E nessuno dovrebbe lamentarsi perché, del resto, il nostro secolo ha Fedez…

 

Fonte: https://ariannaeditrice.musvc2.net/e/t?q=7%3dFZ7YI%26B%3d3%26H%3dBS9U%26x%3dSAZD%26K%3diN3Ft_LZsQ_Wj_HRwY_Rg_LZsQ_VoMxQ.jHj5wDb9m9uLr3f.C3_HRwY_Rg51Jj7xBj_LZsQ_VoBb-0jCjAu9b-9-5j1bpBj-IvEgIk9-q91-9-q5mHpHr-4fFuE-tNjJp-MnHwCu5%26e%3dG4Iw7A.DfN%26rI%3d5aGU

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