L’imposta patrimoniale sarà lo strumento per i finti sgravi fiscali

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La politica economica italiana, o meglio quel poco che ne rimane dopo che tutto è stato vincolato ai diktat dei Trattai Europei e di Bruxelles, ancora attivi, ma sospesi, sta per arrivare al proprio Redde Rationem, quello che separerà una situazione alla “Monti 2011” da una vera politica espansiva, pur nel rispetto dell’equilibrio di bilancio.

Allo stato attuale il fantasma montiano, quello dell’austerità, che si traduce in un impoverimento forzato di larga parte della popolazione, sembra prevalente. Su La verità Giorgio Spaziani testa, presidente di Confedilizia, lancia un chiaro allarme sulla revisione del catasto:  “La legge delega del governo è così vaga da aprire la strada ad una stangata”. nello steso tempo daniele Franco ha posto il pareggio di bilancio primario come obiettivo per il 2024. Questo significa che i pochissimi, 7 miliardi di sgravio fiscale promessi da Draghi, meno dell1% delle entrate, e che poi verranno  divisi in più rivoli, andranno compensati immediatamente da maggiori entrate. Quali ? beh  il governo, con la delega  fiscale sul catasto, manda un segnale inequivocabile: con una forma di tassazione patrimoniale sulla casa. Oppure con tagli allo stato sociale. Abbiamo già parlato dell’oggettivo tagli negli assegni di invalidità, legato all’introduzione del requisito del “Reddito zero” per poterne usufruire. La discussione su “Quota 102” o “Quota 104 ” non sono che un sistema ulteriore per rinviare l’età pensionabile, proprio in un momento in cui l’aspettativa di vita, con il covid-19 e le sue conseguenze sul sistema sanitario, si sta riducendo.

Attenzione che l’ipotesi di equivalenza fra tagli nelle uscite ed aumento delle entrate risulta sin ottimistica. Il governo si troverà ad affrontare due ulteriori problemi:

  • la crisi stagflazionistica che verrà a incidere pesantemente sui consumi, quindi sui redditi e sulla capacità fiscale del governo. Si tratta di un fattore evidente che avrà un grosso peso politico e sociale;
  • le spinte per la “Riforma-non riforma” del Patto di Stabilità, che vede i due paesi cardine, più un po’ di accoliti nordici, poco inclini a fare concessioni verso l’Italia. anzi oggi torna avanti il MES e il suo intervento, solo leggermente rimodulato, che, come nella versione precedente, preveda la riduzione del debito a colpi del 5% di avanzo primario all’anno o , in alternativa, l’intervento del MES nel caso di “Debito non sostenibile”. Una colossale trappola precisamente dedicata al nostro paese…

Quindi sia la finanziaria sia la trattativa europea si annunciano complesse e lasciano prevedere delle nubi minacciose all’orizzonte. Il governo Draghi era nato anche per tutelare meglio l’Italia in sede europea, ma, per ora, non si vedono passi avanti particolari rispetto alle gestioni precedenti.

Fonte: https://scenarieconomici.it/limposta-patrimoniale-sara-lo-strumento-per-i-finti-sgravi-fiscali/

 

AGLI ALBORI DI UNA SVOLTA EUROPEA

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L’EDITORIALE

di Adriano Scianca per il numero di Ottobre 2021 de Il Primato Nazionale

Gli studiosi di futurologia da tempo agitano, con entusiasmo o con timore, lo spettro della singolarità tecnologica. Cosa si intende con tale espressione? In breve, il punto di sviluppo
di una civiltà in cui il progresso tecnologico accelera vertiginosamente e in modo non più controllabile. Uno degli scenari spesso proposti è per esempio quello di una intelligenza artificiale capace di progettare altre intelligenze artificiali ancora più potenti, che a loro volta creeranno super-computer a uno stadio ancora più avanzato e così via, con un movimento esponenziale non più prevedibile o manipolabile dall’uomo, neanche dai progressisti tecnofili che l’hanno avviato.
Ora, prendendo spunto da questa ipotesi futurologica, ci chiediamo: e se stessimo assistendo agli albori di una «singolarità europea»? È possibile che la dinamica di costituzione di un’Europa potenza sia stata avviata in modo ormai irreversibile e con esiti imprevedibili per i suoi stessi fautori?
Le previsioni così assertive rischiano sempre di diventare meri slogan, speranze tramutate in granitiche certezze, wishful thinking a portar via. Ma è indubbio che qualcosa sta accadendo a livello geopolitico, sotto ai nostri occhi, che lo si colga o meno. 
Un primo fattore è che quella che è tuttora l’unica superpotenza globale appare per la prima volta tentata di abdicare. Non avverrà facilmente o in modo indolore, ci saranno gruppi di potere che faranno il diavolo a quattro per non mollare la presa. Ma i segnali sono ormai troppi, tutti convergenti, e perduranti nel tempo.
La linea del disimpegno ha cominciato a farsi largo sotto Obama, è diventata una bandiera con Trump ed è stata confermata da Biden. Qualcosa vorrà pur dire.
Contemporaneamente, anche l’Europa ha cominciato a muoversi. È un movimento ancora impacciato, non pienamente consapevole. È il movimento di un sonnambulo: non pienamente addormentato, non ancora sveglio. Si muove, fa delle cose, risponde a degli stimoli, dà corpo a impulsi inconsci, ma non ancora giunto alla fase dell’autocoscienza. La fase dell’Europa dormiente è stata lunga ed estenuante.
La fase dell’Europa sonnambula è in corso da qualche anno: si accumulano progetti, partnership, velleità, infrastrutture, canali, idealismi. Si è costruito (malissimo) un mercato comune. Si stanno costruendo (bene) collaborazioni sostanziali. Si progetta (un po’ utopisticamente, ma non importa) un esercito continentale.
Cosa manca? L’autocoscienza, la volontà e la fierezza di essere ciò che si è, senza complessi. Ma, presto o tardi, ci si arriverà, probabilmente passando per sentieri imperscrutabili e tramite gli ultimi personaggi da cui ce lo saremmo potuti aspettare.
Sarà un movimento spurio, contraddittorio, oscuro, che non rispetterà i piani stabiliti, che molti faticheranno a riconoscere. Eppure, la singolarità dell’Europa potenza è innescata. Prima di quanto lo immaginiamo, saremo chiamati a scegliere da che parte stare rispetto a esso. 

“Colombo è uomo nostro” (Leone XIII)

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Enciclica “Quarto Abeunte Saeculo” di Leone XIII, 16 luglio 1892
Ai Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi di Spagna, d’Italia e delle Americhe.
Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.
Allo spirare del quarto secolo dal giorno in cui, auspice Iddio, un uomo Ligure approdò, primo fra tutti, di là dell’Oceano Atlantico a lidi sconosciuti, i popoli sono lieti di celebrare con sentimenti di gratitudine la memoria di quel fatto, e di esaltarne l’autore. Certamente non si saprebbe trovare agevolmente un motivo più degno di questo d’infervorare gli animi e destare entusiasmo. Infatti, l’impresa in se stessa è la più grande e meravigliosa di quante mai se ne videro nell’ordine delle cose umane: e colui che la portò a compimento non è paragonabile che a pochi di quanti furono grandi per tempra d’animo e altezza d’ingegno. Un nuovo mondo sorse per merito suo dall’inesplorato grembo dell’Oceano: centinaia di migliaia di creature vennero dall’oblio e dalle tenebre a integrare la famiglia umana; dalla barbarie furono condotte alla mansuetudine ed alla civiltà: e quel che infinitamente più importa, da perdute che erano, furono rigenerate alla vita eterna mercé la partecipazione dei beni che Gesù Cristo procurò.
L’Europa, percossa allora dalla novità e dal miracolo dell’inatteso portento, a poco a poco si rese conto di quanto essa doveva a Colombo allorché le colonie stabilite in America, le comunicazioni incessanti, la reciprocità dei servizi e l’esplicarsi del commercio marittimo diedero impulso poderosissimo alle scienze naturali, alle ricchezze comuni, con incalcolabile valorizzazione del nome Europeo.
Fra così varie manifestazioni onorifiche e in questo concerto di rallegramenti non conviene che la Chiesa rimanga muta, dato che essa, secondo il suo costume e il suo carattere, approva volentieri e si sforza di promuovere tutto ciò che appare onesto e lodevole. Vero è che la Chiesa serba i suoi particolari e massimi onori all’eroismo delle più eminenti virtù morali in quanto ordinate alla salvezza eterna delle anime, ma non per questo misconosce né tiene in poco conto gli altri eroismi: ché anzi si compiacque sempre di tributare onore con grande volontà ai benemeriti della società civile, e a quanti vivono gloriosi nella memoria dei posteri. Infatti Iddio è bensì mirabile soprattutto nei suoi santi: ma il marchio del divino valore rifulge anche in coloro nei quali brilla una certa forza superiore d’animo e di mente, in quanto la luce del genio e la sublimità d’animo giungono agli uomini soltanto da Dio Padre e Creatore.
Ma oltre a queste ragioni di ordine generico, abbiamo motivi del tutto particolari di voler commemorare con riconoscenza l’immortale impresa. Infatti Colombo è uomo nostro. Per poco che si rifletta al precipuo scopo onde si condusse ad esplorare il mar tenebroso, e al modo che tenne, è fuor di dubbio che nel disegno e nella esecuzione dell’impresa ebbe parte principalissima la fede cattolica: in modo che in verità per questo titolo tutto il genere umano ha obbligo non lieve verso la Chiesa.
Impavidi e perseveranti esploratori di terre sconosciute e di più sconosciuti mari, prima e dopo di Cristoforo Colombo, se ne contano parecchi. Ed è giusto che la fama, memore delle opere benefiche, celebri il nome loro, in quanto riuscirono ad allargare i confini delle scienze e della civiltà, a crescere il pubblico benessere: e ciò non a lieve costo, ma a prezzo di faticosi sforzi di volontà e sovente di gravissimi pericoli.
C’è tuttavia gran differenza fra essi e l’uomo di cui parliamo. La nota caratteristica che distingue Colombo sta in questo, che nel solcare e risolcare gli spazi immensi dell’Oceano, egli mirava a cose maggiori e più alte degli altri. Non che egli non fosse spinto dal nobilissimo desiderio di conoscere, né di bene meritare della famiglia umana; non che egli disprezzasse la gloria, i cui stimoli di solito sono più acuti nel petto dei grandi, o che tenesse in poco conto la speranza di propri vantaggi; ma sopra tutte queste ragioni umane prevalse il lui il sentimento della religione dei padri suoi, dalla quale egli prese senza dubbio l’ispirazione e la volontà dell’impresa e spesso, nelle supreme difficoltà, trasse motivo di fermezza e di conforto. Risulta infatti che egli intese e volle intensamente questo: aprire la via al Vangelo attraverso nuove terre e nuovi mari.
Tale cosa può sembrare poco verosimile a coloro che, concentrando ogni loro pensiero entro i confini del mondo sensibile, rifiutano di credere che si possa guardare a cose più alte.
Ma, al contrario, a méta più eccelsa amano per lo più aspirare le anime veramente grandi, perché sono meglio disposte ai santi entusiasmi della fede divina. Colombo aveva certamente unito lo studio della natura allo zelo della pietà, e aveva profondamente formati mente e cuore secondo i princìpi della fede cattolica. Perciò, persuaso per argomenti astronomici e antiche tradizioni, che al di là del mondo conosciuto dovevano pure estendersi dalla parte d’occidente grandi spazi terrestri non ancora esplorati, immaginò popolazioni sterminate, avvolte in tenebre deplorevoli, perdute dietro cerimonie folli e superstizioni idolatriche. Riteneva estremamente penoso che si potesse vivere secondo consuetudini selvagge e costumi feroci; peggio ancora in quanto non conoscevano cose della massima importanza e ignoravano l’esistenza del solo vero Dio. Onde, pieno di tali pensieri, si prefisse più che altro di estendere in occidente il nome cristiano, i benefìci della carità cristiana, come risulta evidentemente da tutta la storia della scoperta. Infatti, quando ai re di Spagna, Ferdinando ed Isabella, propose la prima volta di voler assumere l’impresa, ne chiarì lo scopo spiegando che “la loro gloria vivrebbe imperitura ove consentissero di recare in sì remote contrade il nome e la dottrina di Gesù Cristo”. E non molto dopo, soddisfatto nelle proprie richieste, dichiara che egli “domanda al Signore di far sì che con la divina sua grazia i re [di Spagna] siano perseveranti nella volontà di propagare il Vangelo in nuove regioni e nuovi lidi”. A mezzo lettera chiede dei missionari al Pontefice Massimo Alessandro VI: “al fine — come egli stesso scrive — di diffondere in tutto il mondo, con l’aiuto di Dio, il sacrosanto nome di Gesù Cristo e il Vangelo”. Riteniamo dovesse sovrabbondare di giubileo allorché, reduce dal primo viaggio dalle Indie, scriveva da Lisbona a Raffaello Sanchez: “Doversi rendere a Dio grazie infinite per avergli largito sì prospero successo. Che Gesù Cristo s’allieti e trionfi qui sulla terra, come s’allieta e trionfa nei cieli, essendo prossima la salvezza di tanti popoli, il cui retaggio sino ad ora fu la perdizione”.
Che se a Ferdinando e ad Isabella egli suggerisce di non permettere se non a cristiani cattolici di navigare verso il nuovo mondo e avviare commerci con gli indigeni, la ragione è che “il disegno e l’esecuzione della sua impresa non ebbe altro scopo che l’incremento e l’onore della religione cristiana”.
E ciò comprese appieno Isabella, ella che assai meglio di ogni altro aveva saputo leggere nella mente del grande: è anzi fuor di dubbio che quella piissima regina, di mente virile e di animo eccelso, ebbe ella stessa il medesimo scopo. Aveva scritto infatti di Colombo che egli avrebbe affrontato coraggiosamente il vasto Oceano “al fine di compiere un’impresa di gran momento per la gloria di Dio”. E a Colombo medesimo, reduce dal secondo viaggio, scrive: “essere egregiamente impiegate le spese che ella aveva fatte per la spedizione delle Indie, e che farebbe ancora, in quanto ne seguirebbe la diffusione del cattolicesimo”.
Dall’altro canto, se si prescinde da un motivo superiore alle cose umane, donde avrebbe potuto egli attingere perseveranza e forza per affrontare e sostenere tutto ciò che fu obbligato a sopportare e a soffrire fino all’ultimo? Intendiamo le opposizioni dei dotti, i rifiuti da parte dei prìncipi, i rischi dell’Oceano in tempesta, le veglie incessanti, fino a smarrirne più d’una volta la vista; aggiungansi le battaglie coi selvaggi, i tradimenti di amici e compagni, le scellerate congiure, le perfidie degli invidiosi, le calunnie dei malevoli, le immeritate catene. All’enorme peso di tante sofferenze egli avrebbe dovuto senz’altro soccombere, se non lo avesse sostenuto la consapevolezza della nobilissima impresa, feconda di gloria alla cristianità, di salute a milioni d’anime.
Impresa, intorno alla quale fanno splendida luce gli avvenimenti successivi. Infatti Colombo scoprì l’America mentre una grave procella veniva addensandosi sulla Chiesa: sicché, per quanto è lecito a mente umana di congetturare dagli eventi le vie della divina Provvidenza, l’opera di quest’uomo, gloria della Liguria, sembra fosse particolarmente ordinata da Dio a ristoro dei danni che la cattolicità avrebbe poco dopo patito in Europa.
Chiamare gl’Indiani al cristianesimo era senza fallo opera e compito della Chiesa. La quale, fin dai primordi della scoperta, pose mano al suo ininterrotto compito d’amore, e continuò e continua tuttora a farlo, come ultimamente fino all’estrema Patagonia.
Nondimeno persuaso di dover precorrere e spianare la via all’evangelizzazione e tutto compreso da questo pensiero, Colombo coordinò ogni suo atto a tal fine, nulla quasi operando se non ispirandosi alla religione e alla pietà. Rammentiamo cose a tutti note, ma preziose a chi voglia penetrare ben addentro nella mente e nel cuore di lui. Costretto ad abbandonare, senza avere nulla concluso, il Portogallo e Genova e voltosi alla Spagna, fra le pareti di un monastero egli viene maturando l’alto disegno, confortato da un monaco Francescano. Dopo sette anni, giunto finalmente il giorno di imbarcarsi per l’Oceano, prima di partire si preoccupa di fare le cose necessarie per purificarsi l’anima: supplica la Regina del cielo che protegga l’impresa e guidi la rotta: e non comanda di sciogliere le vele se non dopo avere invocato la Santissima Trinità. Avanzatosi quindi in alto mare, fra l’infuriare dei marosi e il tulmutuare dell’equipaggio, mantiene inalterata la serenità del suo animo confidando in Dio. Attestano il suo proposito gli stessi nuovi nomi imposti alle nuove isole: in ciascuna di esse, appena postovi il piede, adora supplichevole Iddio onnipotente, e non ne prende possesso che in nome di Gesù Cristo. Dovunque approdi, il primo suo atto è di piantare sulla spiaggia la Croce: e dopo aver tante volte, al rombo dei flutti muggenti, inneggiato in alto mare al nome santissimo del Redentore, lo fa risuonare egli per primo nelle isole da lui scoperte: e perciò alla Spagnuola dà inizio alla costruzione di una chiesa cominciando le feste popolari con cerimonie religiose.
Ecco dunque ciò che Colombo intese e volle nell’avventurarsi, per tanto spazio di terra e di mare, in regioni inesplorate e incolte fino a quel giorno: esse però in fatto di civiltà, di notorietà e di forza salirono poi velocemente a quell’alto grado di progresso che ognuno vede.
La grandezza dell’avvenimento e la potenza e la varietà dei benefìci che ne derivarono impongono il ricordo grato e la glorificazione del personaggio. Ma è doveroso, innanzi tutto, riconoscere e venerare singolarmente gli alti decreti di quella mente eterna alla quale ubbidì, consapevole strumento, lo scopritore del nuovo mondo.
Per celebrare degnamente e in armonia con la verità storica le solennità Colombiane, è dunque opportuno che allo splendore delle pompe civili si accompagni la santità della religione. Per cui, come già al primo annuncio della scoperta furono rese a Dio immortale, provvidentissimo, pubbliche grazie prima di tutti dal Pontefice Massimo, così ora nel festeggiare la memoria dell’auspicatissimo evento stimiamo doversi fare la stessa cosa.
Perciò disponiamo che il giorno 12 ottobre, o la domenica susseguente, se così giudicherà opportuno l’Ordinario del luogo, nelle Chiese Cattedrali e collegiate di Spagna, d’Italia e delle Americhe, dopo l’ufficio del giorno, sia cantata solennemente la Messa de Sanctissima Trinitate.
Confidiamo che, oltre alle popolazioni sopra nominate, per iniziativa dei Vescovi si faccia la stessa cosa nelle altre, essendo conveniente che tutti concorrano a celebrare con pietà e riconoscenza un avvenimento che tornò utile a tutti.
Intanto come auspicio dei divini favori e pegno della Nostra paterna benevolenza a voi, Venerabili Fratelli, al clero e al popolo vostro impartiamo affettuosamente la Benedizione Apostolica.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 16 luglio 1892, anno decimoquinto del Nostro Pontificato.

Colombo, gli indios e gli idiots

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di Marcello Veneziani

Ero ieri a Genova e ho visto rientrare mestamente, dopo alcuni secoli, Cristoforo Colombo con le sue malconce caravelle, le sue tre sorelle molto navigate. È stato espulso dagli Stati Uniti perché considerato ormai persona non gradita, senza permesso di soggiorno, aggressivo, imperialista e colonialista.

Dopo un secolo e mezzo di celebrazioni del Columbus day, c’è qualcosa di nuovo nell’aria. C’erano già state brutte avvisaglie contro di lui negli ultimi anni: contestazioni, cancellazioni, statue di Colombo abbattute e imbrattante; alla furia anticolombiana si era accodato perfino il sindaco di New York, il pessimo Bill De Blasio, pur essendo figlio di emigrati italiani. Ora pure il rintronato Joe Biden, per assecondare i radical, i progressisti e le popolazioni di colore, ha avuto una pensata di quelle memorabili: ha furbescamente anticipato il Colombous day al giorno prima, l’11 ottobre, magari come preludio alla sua soppressione; e ha deciso di sovrapporre a quella ricorrenza la celebrazione dell’ “Indigenous People’s Day”, giorno in cui celebrare i popoli indigeni.

Non dirò che è un affronto alla civiltà occidentale, cristiana, alla storia e alla cultura italiana, europea e statunitense, sarebbe fiato sprecato. E poi so che quella conquista fu una violenza e una violazione di popoli e territori, lo zelo missionario s’intrecciò all’impeto colonialista e dominatore. Ho sempre nutrito rispetto, e anche affetto, per i nativi americani, per la loro fierezza, il loro attaccamento alla terra e alle loro tradizioni, la loro difficoltà di modernizzarsi, la loro refrattarietà al consumismo americano. Magari sarebbe stato saggio rifare i conti con la storia e onorare i nativi con una giornata dedicata a loro. Ma senza cancellare il giorno di Colombo, perché la storia non si cancella, perché se esistono gli Usa lo devono a lui (e magari ad Amerigo Vespucci), perché la civiltà cristiana, con le sue luci e le sue ombre non può essere espettorata come un catarro. E perché in quella festa si ricorda un altro popolo, quello degli europei e in primis degli italiani che andarono a vivere e lavorare negli Usa.

Però, visto che la demenza della cancel culture ha raggiunto pure la Casa Bianca e le istituzioni cittadine, avrei una proposta da farvi. Visto che Colombo vi sta sullo stomaco, restituite l’America agli indios, ai nativi. E voi tornate alle vostre terre d’origine. Il sindaco De Blasio ha da scegliere tra Grassano e Sant’Agata dei goti, da cui proveniva la sua famiglia, e sperare di fare l’assessore in uno di questi due comuni. E Biden può tranquillamente lasciare la Casa Bianca al pronipote di Toro Seduto, e il Pentagono agli Apache o ai Cheyenne.

Nella scoperta dell’America la comunità italiana negli Stati Uniti festeggia l’ardito navigatore genovese che non viaggiò solo dall’Europa all’America, ma dal Medioevo alla modernità e portò a compimento il sogno dell’Ulisse dantesco di varcare le mitiche Colonne d’Ercole, senza naufragare. Il mondo nuovo nacque con lui, pur antico e misterioso navigatore genovese. Quel Colombo fu per milioni di italiani emigrati negli Stati Uniti il loro Patrono, la loro carta di credito, il loro primo vero passaporto per non sentirsi intrusi in America.

Peraltro quest’odio verso Colombo non è coltivato dagli indios ma dagli idiots, i cretini progressisti americani; stanno stracciando simbolicamente i loro certificati di battesimo e le loro origini europee, preferiscono sentirsi figli di nessuno e di madre ignota, che da noi un tempo si scriveva “figli di mignotta”. A loro naturalmente si accodano i corrispettivi italici. “Idioti di tutto il mondo unitevi, contro la vostra storia e la vostra civiltà”.

Al loro fianco, però, si profila un’altra fazione di cretini radical che vorrebbe redimere Colombo considerandolo il primo degli emigrati italiani in America, una specie di Santo Protettore dei migranti. Non si rendono conto, gli uni e gli altri, che Colombo era un esploratore, un navigatore, per conto di un impero e di una regina, non era un emigrato o un rifugiato; non cercava accoglienza e benessere ma portava la civiltà e la cristianità (Cristoforo vuol dire proprio portatore di Cristo); e portava l’impero castigliano, le missioni e il colonialismo. Inclusi i soprusi e i massacri.

Voi che detestate Colombo, pensate come sarebbe stato il mondo se avessero dato all’America non il nome ma il cognome del navigatore fiorentino? Me lo sono sempre chiesto. Pensate, gli Stati Uniti di Vespuccia. Sarebbe mai diventata una superpotenza mondiale, avrebbe mai conquistato la terra e la luna e colonizzato i costumi del pianeta un Paese dedicato al diminutivo di un insetto? A chi avrebbero fatto paura i vespuccini, come avrebbero potuto imporre al mondo il vespuccian way of life? I vespuccini non avrebbero sofferto di gigantismo, come invece gli americani, e nemmeno di obesità; ma di nanismo, anzi di più, di insettismo e sarebbero passati inosservati o al più considerati molesti.

La loro bandiera sarebbe a strisce gialle su fondo nero, perché come spiegano le enciclopedie «i vespidi hanno strisce gialle su corpo bruno» (da cui Bruno Vespa). Il loro ronzio non avrebbe avuto risonanza mondiale, sarebbe bastato un buon insetticida per tenerli lontani dall’Europa; e i pellerossa sarebbero ancora i signori della loro terra. Nei dizionari non starebbero alle prime pagine come impone il loro sontuoso nome America; ma relegati in fondo, tra Vespasiano, l’imperatore dei gabinetti, e la Vispa Teresa, cacciatrice di farfalle. In fondo se lo stanno meritando.

MV, La Verità (12 ottobre 2021)

Fonte: http://www.marcelloveneziani.com/articoli/colombo-gli-indiosi-e-gli-idiots/

Per il Financial Times è tempo di sostituire demograficamente l’Europa

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Il Financial Times ha pubblicato un articolo in cui afferma che le persone che vivono nei paesi europei dovrebbero “prepararsi al rifornimento demografico da parte di arabi e asiatici”.

Parag Khanna, l’autore dell’articolo, ha anche scritto un libro intitolato “Move: How Mass Migration Will Reshade the World – and What It Means For You”.

Non sorprende che abbia anche stretti legami con il World Economic Forum e il Council on Foreign Relations ed è stato un “Global Governance Fellow” presso la Brookings Institution.

Khanna afferma ridicolmente che vaste aree del pianeta diventeranno “inabitabili” a causa dei cambiamenti climatici, causando “milioni, se non miliardi di persone… di trasferirsi su terreni alle latitudini più adatte alla sopravvivenza”. Per ora nulla di tutto questo è successo, anzi, sta accadendo l’opposto.

Quindi afferma che la “carenza di manodopera” in Nord America e in Europa richiederà a queste regioni di “aprire di conseguenza i rubinetti dell’immigrazione”.

“Il Nord America e l’Eurasia devono assorbire più persone”, chiede Khanna, apparentemente insoddisfatta dell’enorme numero di migranti che stanno già accogliendo.

“Gli odierni paesi di Visegrad, tesi dal punto di vista fiscale e in via di spopolamento, potrebbero fondersi in una federazione più ampia per amministrare meglio le loro foreste vitali, l’agricoltura e i fiumi al fine di prepararsi al rifornimento demografico da parte di arabi e asiatici”, scrive. Sarebbe bello chiedere che ne pensino Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia! Poi uno si lamenta della posizione politica dei governi di quegli stati. hanno forse torto? Tra l’altro l’articolo definisce questi paesi come “Al limite dell’equilibrio finanziario”, mettendo in luce un ulteriore collegamento con le politiche di austerità che tanto piacciono alla Commissione, al FMI e agli altri organi soprannazionali.

L’idea che americani ed europei vengano “riforniti” o “sostituiti” da popolazioni migranti è un’area di discussione che viene trattata in modo molto diverso a seconda di quale parte venga a  parlare.

Per coloro che sostengono la migrazione di massa, l’idea che gli europei bianchi vengano sostituiti demograficamente è inevitabile e/o qualcosa da celebrare e incoraggiare. Nello stesso tempo chiunque suggerisca che traslocare di milioni di persone in luoghi con culture diverse possa incidere negativamente sul paese ricevente e, in fondo costituisca un impoverimento del paese di emigrazione, viene visto  modo negativo è bollato come “razzista” .

Con questi articoli la teoria della “Grande sostituzione” prende una sua tangibile realtà. Non solo, viene a unirsi con l’altra grande, e devastante, teoria del cambiamento climatico, che, allo stato attuale, non ha portato allo spostamento di neppure una persona. Anzi proprio recentemente sono stati contati 1,8 miliardi di alberi in più nell’Africa subsahariana occidentale, fatto che contraddice proprio chi ha scritto l’articolo del Financial Times.

L’emigrazione di massa, non casualmente rivolta proprio a quei paesi europei che maggiormente vogliono difendere la propria libertà e identità, non è altro che l’ennesimo progetto di riallocazione di massa che ha avuto uno dei suoi maggiori sostenitori in Stalin. Progetti che non tengono conto delle persone, delle loro identità e dei loro desideri. Comunque ora il disegno è chiaro: collegare cambiamento climatico e sostituzione demografica. Ora lo potete toccare con mano.

Fonte: https://scenarieconomici.it/per-il-financia-times-e-tempo-di-sostituire-demograficamente-leuropa/

Gas, prezzi e North Stream 2: le armi di Putin per tenere in pugno l’Europa

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LETTERE DEL LETTORE

Riceviamo e pubblichiamo questo contributo interessante, pubblicato anche su https://www.ilmiogiornale.net/gas-prezzi-north-stream-2-armi-putin-per-tenere-in-pugno-europa/

di Ferdinando Bergamaschi

Gas naturale: come si spiega la corsa dei prezzi arrivati alle stelle in queste ultime settimane? Per capire che cosa sta succedendo bisogna alzare lo sguardo sullo scenario globale, partendo ad esempio dalle mosse dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie).

Per rallentare gli aumenti, l’Agenzia ha chiamato in causa direttamente Mosca e quindi la Gazprom, colosso russo del settore controllato dal Cremlino. L’Aie così ha invitato Mosca a “fare di più per aumentare la disponibilità di gas in Europa e garantire un adeguato stoccaggio in vista della stagione invernale”. Aggiungendo come sia “impreciso e fuorviante attribuire la responsabilità dell’aumento del prezzo del gas alla transizione verso l’energia pulita”.

Il tutto in un quadro più favorevole, vista la recente soluzione delle tensioni sul gasdotto North Stream 2 di proprietà della Gazprom, per anni oggetto di forti scontri geopolitici, con tanto di minacce e sanzioni, che hanno coinvolto principalmente Russia, Germania e Stati Uniti. Questa pipeline consente infatti a tutta l’Europa di fare a meno del transito di gas dall’Ucraina, Paese che ha rapporti sempre molto tesi con la Russia e strettamente legato a Washington. Tuttavia, dopo che la Germania ha trovato un accordo sul North Stream 2 col Cremlino, nelle ultime settimane anche Biden si è convinto ad accontentare Berlino – e quindi, in questo caso, gli interessi europei – dando sostanzialmente l’ok per il completamento del gasdotto, che dovrebbe entrare in funzione a fine anno. 

La fame del Dragone

Questo clima di “distensione internazionale” sulla vicenda del North Stream 2 non è bastato però a riportare i prezzi del gas nel novero di una normale crescita stagionale. Di certo sugli aumenti stratosferici (oltre il 600% in un anno dei future) ha pesato anche una crescita della domanda globale, che a sua volta dipende in larga parte dalla ripresa economica seguita alla pandemia. E soprattutto da una grande richiesta di gas naturale da parte della Cina.

La strategia a breve termine della Russia sembra comunque quella di limitare le esportazioni di gas verso l’Europa, anche per l’elevata domanda interna russa. Possono essere lette in questa prospettiva le parole dell’amministratore delegato di Gazprom, Alexei Miller, che nelle scorse settimane aveva dichiarato: “La società sta rispettando i propri accordi di fornitura ed è pronta ad aumentare la produzione se necessario, ma ha avvertito che i prezzi potrebbero salire ulteriormente in inverno”.

Parola di Putin

Uno scenario che vede quindi l’Europa “ostaggio” della Russia, come sottolineato da diversi osservatori? Pare credibile, se è bastato l’intervento di Vladimir Putin a rassicurare gli operatori internazionali e soprattutto l’Europa non più tardi di ieri l’altro. Il presidente russo infatti ha respinto tutte le accuse, dichiarando di voler aumentare le forniture di gas verso il vecchio continente. E questa sola affermazione ha fatto sì che su tutti i mercati il prezzo del gas abbia registrato un netto calo (-7%).

Gas al futuro

Resta da capire che cosa potrebbe succedere quando entrerà in funzione il North Stream 2, visto che Mosca da tempo sostiene che grazie all’apertura della nuova pipeline i prezzi del gas si dovrebbero riequilibrare. Putin li farà calare per dimostrare che aveva ragione? Se succedesse, il segnale avrebbe comunque un valore emblematico: l’Europa sulle forniture resta nelle mani di Mosca. Quindi deve cercare alternative nell’approvvigionamento di gas naturale e puntare su fonti energetiche pulite per sostenere la transizione ecologica.

 

 

L’alba di un nuovo Medio Oriente

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Segnalazione di Redazione Il Faro sul Mondo

di Salvo Ardizzone

Il radicale ribaltamento della situazione in Medio Oriente, già in corso da tempo e reso più celere dall’accordo sul nucleare iraniano, ha subito una nuova brusca accelerazione con la scesa in campo della Russia. Per comprendere la portata di eventi destinati a ridisegnare tutta l’area, ed avere ripercussioni globali, occorre fare un passo indietro alle radici degli equilibri di forza che hanno cristallizzato per un tempo lunghissimo quel quadrante a beneficio, più che di Stati, di centri di potere che ne hanno tratto utili immensi.

Il legame stretto che ha unito le enormi riserve energetiche del Golfo alle Major Usa del petrolio, ha determinato un interesse primario delle Amministrazioni che si sono succedute a Washington a tutelare quei petrostati, e più d’ogni altro l’Arabia Saudita. Un legame antico, reso “speciale” dai colossali interessi che ha coinvolto, creatosi oltre sessant’anni fa.

Allora, dopo aver espulso la tradizionale influenza inglese, tutta l’area era sotto il controllo Usa, che con un colpo di Stato, nel ’53, si erano liberati dallo scomodo primo ministro iraniano Mossadeq, reinsediando Reza Pahalavi e facendone il proprio gendarme nel Golfo.

Sembrava una situazione destinata a durare in eterno, ma la Rivoluzione Islamica del ’79 segnò la rottura di quegli equilibri consolidati, segnando la nascita di un forte polo di resistenza all’imperialismo Usa e di contrapposizione alla corrotta dinastia saudita.

Aggressioni in Medio Oriente

Gli eventi che nei decenni successivi si sono succeduti (l’aggressione dell’Iraq all’Iran, la prima e la seconda guerra del Golfo solo per rimanere ai più eclatanti), sono tutti figli del tentativo di mantenere l’assoggettamento dell’area da parte di Washington e Riyadh, eliminando l’unico vero ostacolo, appunto la Rivoluzione Islamica. E quando tutti sono falliti, si è pensato di colpirla con le sanzioni, per indebolirla e isolarla.

Ma la Storia non rimane ferma e le situazioni maturano: l’Amministrazione Obama, portatrice di interessi diversi da quelli dei centri di potere che sostenevano le precedenti, s’è mostrata assai meno incline ad assecondare Riyadh e le lobby ad essa legate. Per il Presidente americano il Medio Oriente era un pantano da cui gli Usa avevano ben poco da guadagnare e già nella campagna elettorale del 2007 si era dato l’obiettivo di districarsi da Iraq e Afghanistan.

Era ed è più che mai convinto che le sorti di potenza globale per gli Usa si decidano nel Pacifico, nella contrapposizione con la Cina. Praticamente una bestemmia per Riyadh, che ha visto nel progressivo allontanamento di Washington e nell’attenuarsi del suo ombrello protettivo un pericolo mortale, in questo pienamente accomunata da Tel Aviv.

Di qui le contromisure: scalzare Governi scomodi o comunque non allineati sostituendoli con altri manovrabili e spezzare quell’area di naturale collaborazione che si stava consolidando dall’Iran al Libano, attraverso Iraq e Siria. Ecco nascere il fenomeno delle “Primavere”, subito cavalcate e indirizzate; di qui il fiorire di conflitti per procura in quelle aree, sia per destabilizzare Stati considerati ostili o comunque non “amici”, che per suscitare zone di crisi in cui invischiare gli Usa impedendone il disimpegno.

Avvento delle Primavere

Ma le cose non sono andate così; dopo anni durissimi (ormai sta scorrendo il quinto), malgrado tutti gli sforzi per sviarla, la Storia ha continuato la sua strada. A parte il destino delle “Primavere”, che meritano un discorso tutto a parte, gli Stati sotto attacco non sono affatto caduti. Inoltre, presa in un pantano irrisolvibile e con in testa altre priorità, l’Amministrazione di Washington s’è mostrata sempre più svogliata nel sostenere il gioco via via più pesante dei suoi storici “alleati” locali: Arabia Saudita, appunto, ma anche Israele.

Quest’ultimo, con cieca arroganza e totale ottusità politica, non ha mancato occasione per scontrarsi con Obama (che, gli piacesse o no, era alla guida del suo tradizionale protettore d’oltre Atlantico) e compattare i suoi nemici, moltiplicando le provocazioni, le aggressioni, i crimini. Un insperato e stupefacente capolavoro politico per i suoi avversari.

È in questo clima che è maturato e ha preso il via l’accordo sul nucleare iraniano, evento di rilevanza storica perché infrange il muro dietro cui si voleva isolare Teheran, e per questo fino all’ultimo avversato invano da sauditi e israeliani.

L’accordo fortemente voluto da Washington non deve stupire. In esso non c’è nessuna resipiscenza per 40 anni di aggressioni ed ingiustizie, quanto il calcolo che l’Iran è indispensabile per la stabilizzazione del Medio Oriente, evitando il completo ed irreversibile collasso delle aree di crisi, come auspicato dagli “alleati” (Turchia, Arabia Saudita ed Israele), che le hanno create per spartirsene le spoglie. Nell’ottica dell’Amministrazione Obama, rinunciato ad un’egemonia Usa sulla regione (ormai impossibile), voleva però impedire che un’unica altra potenza la controlli.

Il disegno Usa in Medio Oriente

Da questo disegno discende tutta l’ambiguità e la contraddizione dell’operato Usa, soprattutto nei confronti dell’Isis, creato a tavolino per destabilizzare l’area e poi ingigantitosi e sfuggito al controllo. Washington sa bene che, spazzato via quel “nemico” tutt’altro che irresistibile (malgrado l’immagine che continuano a darne i media), si otterrebbe la stabilizzazione dell’Iraq ed a seguire della Siria; ma in questo modo si favorirebbe l’unità di un’area di collaborazione da Iran a Libano cementata ora da anni di lotte comuni; proprio quella che, quand’era ancora in embrione, è stata il bersaglio della destabilizzazione del Golfo.

Ed ecco la ridicola attività simbolica della coalizione internazionale a guida Usa che dovrebbe combatterlo, una forza che a volerlo avrebbe potuto incenerirlo in poche settimane, e che da più d’un anno fa poco o nulla. Di qui le resistenze a fornire ciò che serve all’Iraq per difendersi e il malumore nel constatare che quello Stato, un tempo un semplice vassallo, comincia a far da sé con gli aiuti (veri) di Teheran e di Mosca.

Ed ecco tutte le contraddittorie ambiguità sulla Siria, che è e resta il nodo dei problemi in Medio Oriente. In quel pantano sanguinoso, nella distorta logica avvalorata dai media, s’è giunti al paradosso di voler distinguere fra i tagliagole dell’Isis, cattivi perché sfuggiti al controllo di chi li manovrava, e quelli di Al-Nusra, ufficialmente affiliati ad Al-Qaeda ma “buoni” perché controllati da Riyadh. Secondo questa logica distorta, che Arabia Saudita, Turchia e Qatar, col pieno avallo e appoggio degli Usa, armino, finanzino ed aiutino in ogni modo bande di assassini ufficialmente prezzolati, perché destabilizzino uno Stato sovrano per poi spartirlo, sarebbe lecito quanto giusto.

Inserimento della Russia

Il fatto è che la posizione ambigua tenuta da Washington ha generato un colossale vuoto di potere, ed in quel vuoto s’è inserita la Russia, che è una storica alleata della Siria e di interessi in Medio Oriente ne ha eccome. La base navale di Tartus, i nuovi legami con l’Iran, il ruolo nella ricostruzione dell’area che diverrà il terminale della Via della Seta cinese, sono solo alcuni. Poi la possibilità di avere carte in mano da scambiare con Washington nell’altra area di crisi che a Mosca sta a cuore: l’Ucraina. Un intervento che ha sparigliato le carte, suscitando le inviperire reazioni di chi ha visto il proprio gioco irrimediabilmente compromesso, perché, in nome di un ulteriore paradosso sostenuto da tanti osservatori interessati, il fatto che un Governo legittimo sotto attacco chieda sostegno ad un alleato farebbe scandalo, quello che non c’è ad armare i terroristi che lo attaccano.

Sia come sia Putin ha rotto gli indugi e sta dando l’assistenza chiesta da Damasco. In buona sostanza sta fornendo cospicui aiuti militari e con l’aviazione sta colpendo le bande di assassini senza fare quelle distinzioni comprensibili solo alla luce degli interessi di chi la Siria voleva distruggerla per poi spartirsela.

L’intervento ha dato una fortissima accelerazione alla risoluzione delle crisi (peraltro già avviata); malgrado le strenue proteste dei sauditi e degli Stati nel loro libro paga (Francia in testa), non passerà molto che le famigerate bande del “califfo” verranno distrutte e con loro gli altri tagliagole che infestano Siria ed Iraq.

La completa sconfitta Usa

Anche Washington ha protestato con forza, ma nella realtà l’intervento di Putin ali Usa sta bene. Il Medio Oriente era già perduto per gli Usa e neanche considerato più prioritario; così i tempi sono stati solo accelerati. E piuttosto che esserne completamente esclusa, a Washington fa comodo che al centro ci sia la Russia, con cui ha molto da scambiare per la soluzione del problema ucraino e per le sanzioni inferte per la Crimea.

Per Riyadh è il crollo totale del disegno di mantenere potere e privilegi come sempre, in cui tanto aveva investito. È l’ennesimo fallimento che s’aggiunge a una pericolosa crisi finanziaria ed alla sciagurata aggressione allo Yemen, che si sta trasformando in un disastro; insieme potrebbero minare le stesse fondamenta del Regno.

La Turchia, frustrata nei sogni megalomani di Erdogan e con una guerra civile ritrovata con il Pkk che rischia di internazionalizzarsi, coinvolgendo le altre formazioni curde.

Israele è completamente solo, attorniato da nemici che lui stesso ha compattato; adesso può attendere solamente che la soluzione delle crisi che ha contribuito largamente ad attizzare indirizzi su di lui tutte le forze della Resistenza.

È un Medio Oriente allargato assai diverso che sta emergendo rapidamente. Un’area finalmente liberata da antichi imperialismi oppressivi: quello Usa, quello sionista e quello del Golfo. Un’area che dopo anni e anni di lotte sta conquistando il suo autonomo cammino di sviluppo.

In tutto questo spicca la totale assenza dell’Europa, che pure tanti interessi avrebbe ad essere presente, anche solo politicamente. L’ennesima dimostrazione d’inconsistenza, di pochezza e d’inutilità, di Istituzioni tali solo sulla carta. È l’ennesima manifestazione di totale sudditanza di Stati privi di sovranità o, più semplicemente, di una politica che non sia miope egoismo o totale asservimento.

Fonte: https://ilfarosulmondo.it/lalba-di-un-nuovo-medio-oriente/

Pandora Papers: ecco perché tolleriamo paradisi fiscali ed evasori

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di Alberto Negri

Fonte: Quotidiano del sud

Fa parte del gioco: dall’Unione europea alla Gran Bretagna si fa finta di non vedere quello che è sotto gli occhi di tutti. Il caso Blair
Cose nuove e cose risapute ma soprattutto una domanda: perché il dossier “Pandora Papers” sui conti nei paradisi fiscali è un’inchiesta giornalistica e non un’indagine della finanza e delle autorità competenti dei vari Paesi? La risposta è semplice: c’è una larga connivenza a livello internazionale che lascia prosperare i paradisi fiscali e i metodi illegali travestiti da legalità. L’ipocrisia fiscale è il vero male da combattere: i ricchi evadono, i poveri pagano.
Dopo di che possiamo anche divertirci con i nomi contenuti nell’inchiesta che è destinata a restare un gossip giornalistico, sia pure ben documentato, se non ci saranno conseguenze e indagini della magistratura e della polizia internazionale. E’ chiaro che per avere indagini serve una decisione politica ben chiara che è quella di farla finita con i paradisi fiscali mentre la gente comune paga regolarmente le tasse e i servizi che usano anche questi delinquenti in giacca e cravatta, in diversi casi non solo politici ma anche uomini dello spettacolo, dello sport, ovvero idoli delle folle e dei social. Non si tratta di fare una caccia alle streghe ma di avviare indagini delle autorità competenti serie su evasori fiscali e paradisi fiscali.
“Pandora Papers” è un’inchiesta coordinata dall’International Consortium of Investigative Journalists, che svela le operazioni off-shore di decine di figure di spicco di oltre 90 stati, arriva fino in Italia. E’ basata su circa 12 milioni di documenti relativi a oltre 25 anni di attività, l’indagine è frutto delle rivelazioni di una fonte interna allo studio legale Alemán, Cordero, Galindo & Lee e testimonia l’esistenza di oltre 29 mila beneficiari di società offshore, intenzionati a occultare in paradisi fiscali parte delle loro ingenti ricchezze per sfuggire aPandora Papers, tolleriamo, paradisi fiscali, evasoril fisco. L’inchiesta, come i “Panama Files”, mette in fila operazioni, in alcuni casi al limite della legalità, messe in atto da 14 società internazionali incaricate da clienti facoltosi nel gestire capitali miliardari. Nella maggior parte dei casi l’attività principale è stata creare strutture “offshore” e “trust” in paradisi fiscali come Panama, Dubai, Isole Cayman e in paesi deve la riservatezza mette al riparo da controlli fiscali, come Monaco e Svizzera.
E non c’è forse neppure bisogno di andare troppo sull’esotico per rincorrere i paradisi fiscali: alcuni come l’Olanda li abbiamo nel cuore dell’Europa magari non  riguardano singole persone ma ancora peggio intere multinazionali. Da tempo abbiamo scoperto che l’Olanda è un paradiso fiscale di cui hanno approfittato le multinazionali e anche tante aziende italiane famose come Luxottica, Ferrero Campari, Exor, holding della famiglia Agnelli, e Mediaset.
Sono cose davanti agli occhi di tutti ma che l’Unione europea tollera, come tollera che la “frugale” Olanda faccia la morale ai Paesi europei come l’Italia che non hanno i conti in ordine. Non è un caso che nell’elenco degli azionisti schermati dal velo delle società offshore ci sia anche il ministro olandese dell’Economia, oltre al premier della Repubblica Ceca, l’ex capo del governo britannico Tony Blair, il Re di Giordania e presidenti in carica di Paesi come Ucraina, Kenya, Cile, Ecuador. Nella lista spiccano i nomi di molte celebrità dello sport, della moda e dello spettacolo. Ma ci sono anche criminali. Ex terroristi. Bancarottieri. Trafficanti di droga. E boss mafiosi, anche italiani, con i loro tesorieri.
Insomma c’è un’ipocrisia ai massimi livelli istituzionali internazionali che poi è anche quella che consente di prosperare ai paradisi fiscali fuori dell’Europa. Va bene  indagare sui paradisi fiscali ma prima ancora l’Unione europea deve fare pulizia dentro casa.
Facciamo qualche esempio che forse non è contemplato nei Panama Papers. La Gran Bretagna  custodisce da anni, cioè da quando era ancora membro dell’Unione europea, il tesoro di Gheddafi, ovvero un patrimonio di beni e partecipazioni societarie stimato in 12 miliardi di dollari, dove dentro ci sono sicuramente società offshore nei paradisi fiscali. I governi di Londra, negli ultimi anni, avrebbero ricavato dal patrimonio dell’ex Raìs libico, tra tasse, dividendi e interessi, oltre 17 milioni di sterline, soltanto nel periodo dal 2015 al 2018. In parte questi soldi sono stati destinati ai famigliari delle vittime dell’Ira, il terrorismo nord-irlandese. Ora non si capisce perché la Gran Bretagna, che nel 2011 insieme a Francia e Usa ha bombardato Gheddafi gettando poi il Paese nel caos, debba gestire questi soldi che dovrebbero essere restituiti al popolo libico. A Londra Gheddafi i soldi ce li metteva, finanziando persino università come la London School of Ecomomics, perchè gli inglesi gli garantivano un regime fiscale favorevole.
Insomma Londra è un paradiso fiscale gestito come una bisca e all’occorrenza sostenuto dalle armi quando si vuole far fuori qualche dittatore scomodo.
Se noi accettiamo questo accettiamo tutto, anche i paradisi fiscali. Il nome di Tony Blair è emblematico. Questo signore è un mascalzone che con Bush junior sostenne che l’Iraq di Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa pur di bombardare l’Iraq aprendo il vero vaso di Pandora del disastro mediorientale con cui facciamo i conti ancora adesso. Il suo nome compare da anni nei peggiori affari internazionali _ vendeva armi anche a Gheddafi _ e ha persino ricoperto la carica di inviato per la pace in Medio Oriente, un ruolo che gli ha consentito di riscuotere cospicue consulenze da numerosi governi. Blair è uno dei diversi esempi di leader politici che non solo dovrebbero rispondere di evasione fiscale ma anche di crimini di guerra e contro l’umanità. Che il suo nome e quello di altri dittatori e cacicchi compaia anche nei Pandora Papers non stupisce. Stupisce che tutti questi siano ancora a piede libero e prosperino ai danni di tutti.

Crisi demografica, l’Europa dell’Est non cede ai ricatti: “Immigrazione non è soluzione”

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Roma, 2 ott – L’immigrazione di massa è la vera soluzione alla crisi demografica dell’Europa? Ammesso che di soluzione si tratti, questa “grande sostituzione” applicata alla realtà è inutile e dannosa. Per tutta una serie di motivi, a partire dal fatto che gli immigrati invecchiano come tutti gli altri e quindi il problema di ripresenterebbe ex novo negli anni a venire. Senza poi considerare tutti gli altri costi, ivi compresi quelli previdenziali (altro che il “pagano le nostre pensioni”). Dati e circostanze che, laddove dalle nostre parti la sinistra continua a battersi in preda ad un disturbo ossessivo-compulsivo, nell’Europa dell’Est sembrano ancora essere di buon senso.

La conferenza di Budapest: meno immigrazione, più politiche di aiuto alla natalità per sconfiggere la crisi demografica

Pochi giorni fa a Budapest si è tenuta una conferenza proprio sull’inverno demografico del vecchio (potremmo dire in tutti i sensi) continente, alla quale hanno preso parte i capi di Stato e di governo delle nazioni dell’Europa dell’est. Raggiungendo un’intesa che sbugiarda la narrazione dominante e fatta propria, tra gli altri, anche dall’Unione Europa.

Leggi anche: Sostenere la natalità, non l’integrazione degli immigrati. La Ue cambi prospettiva

I leader di Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Serbia e Slovenia hanno infatti firmato una dichiarazione in cui rifiutano categoricamente di usare l’immigrazione per risolvere la crisi demografica. Impegnandosi al contrario a promuovere politiche attive per favorire la natalità. A spingere di più su questa proposta sono stati il primo ministro magiaro Viktor Orban e il suo omologo ceco Andrej Babis, i quali stanno già facendo una campagna elettorale basata su una forte opposizione all’immigrazione in vista delle elezioni che si terranno nei prossimi mesi.

Giuseppe De Santis

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/europa-est-rifiuta-grande-sostituzione-immigrazione-crisi-demografica-209091/

Il crollo della Cdu scuote i popolari. E il centrodestra riapre il cantiere

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Le ripercussioni del voto tedesco. Fi spera che i moderati restino al governo. Salvini rilancia il partito unico, Meloni contro le larghe intese. Berlusconi: Merkel lascia un vuoto incolmabile

di Pasquale Napolitano

Il tracollo elettorale in Germania della Cdu-Csu, per la prima volta nel dopoguerra sotto la soglia del 30% dei consensi, e l’addio di Angela Merkel rimescolano le carte nella famiglia dei Popolari europei.

In Italia il voto tedesco spinge il leader della Lega Matteo Salvini a riaprire il cantiere del partito unico del centrodestra. Il segretario del Carroccio fiuta la debolezza del Ppe, orfano della leadership della Merkel, e gioca d’anticipo: «Il voto in Germania deve essere di insegnamento anche per il centrodestra italiano. Il centrodestra in Germania ha preso una batosta storica. Il centrodestra italiano dovrebbe imparare che uniti si vince, soprattutto in Europa. Quindi ripropongo agli alleati di unirsi a Bruxelles, perchè adesso siamo divisi in tre gruppi diversi e contiamo di meno. L’Italia conta di meno. Se i centrodestra italiani si uniscono l’Italia conta di più in Europa. Io sono pronto anche domani. Spero che Berlusconi e Meloni lo siano altrettanto».

È il momento di accelerare. Il ragionamento che filtra da via Bellerio è chiaro: «Con l’uscita di scena della Merkel si aprono spazi enormi sia in Italia che in Europa per riorganizzare il fronte anti-socialista».

E il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi ammette: «È molto difficile riempire un vuoto come quello che lascerà la signora Angela Merkel nella politica europea. Un’Europa con una politica estera e di difesa comune, quindi tra i grandi protagonisti del mondo, richiede una leadership di alto livello politico».

La sconfitta della Cdu in Germania fa discutere Forza Italia, che nei giorni scorsi ha frenato sull’ipotesi di una formazione politica unica in Europa. Intanto il coordinatore Antonio Tajani si augura «che i popolari restino al governo a Berlino e il ministero delle Finanze non vada ai liberali».

Contro il progetto salviniano di unire le tre forze di centrodestra si schiera Giorgia Meloni, leader di Fdi, che boccia le larghe intese e rilancia il bipolarismo: «Il crollo dei popolari della Cdu-Csu in Germania dopo 16 anni di cancellierato Merkel e il successo della Spd certificano che quando forze di centrodestra si prestano per anni ad alleanze innaturali con la sinistra finiscono per annacquare la propria identità e perdere consenso. Lo stesso sta avvenendo nelle istituzioni Ue con un Ppe ormai al traino delle sinistre. Il messaggio che ci arriva dalle elezioni tedesche non è dunque la sconfitta del sovranismo, come dice il mainstream, ma la necessità di consolidare un sano bipolarismo che consenta ai cittadini di scegliere maggioranze chiare e coese e di sapere la sera stessa delle elezioni chi governerà. Un bipolarismo che come Fratelli d’Italia e come Conservatori europei vorremmo riprodurre anche a livello continentaee».

In direzione opposta si muove il ministro del Sud Mara Carfagna che insiste, incassando la sponda di Matteo Renzi, sulla costruzione di un polo centrista: «Credo invece che debba farsi strada nei partiti l’urgenza restituire un baricentro alla politica italiana. Lo si può fare solo rinunciando all’estremismo e questo percorso va imboccato subito da tutti coloro che si candidano a governare in futuro il Paese» spiega nel blog su HuffPost.

Sul fronte opposto il Pd esulta per la «non vittoria» dei Socialdemocratici fermi al 25,7%. A Berlino sono partiti gli scongiuri. A scrutino ancora in corso il segretario Enrico Letta sentenzia: «Il cancelliere sarà Scholz, non ho alcun dubbio su questo». La sinistra italiana non perde il vizio dell’innamoramento facile. Il copione si ripete: Biden, Blair, Zapatero. Stavolta al Nazareno si festeggia il successo di Pirro di Scholz. Ma dal voto tedesco Letta spera di portare a casa un altro risultato: lo stop al proporzionale e la corsa verso il bipolarismo.

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/politica/crollo-cdu-scuote-i-popolari-e-centrodestra-riapre-cantiere-1978135.html

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