La Lega scrive la “carta dei valori europei” con Orban e Morawiecki

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di Redazione

Importante viaggio del leader della Lega Matteo Salvini con una delegazione guidata dall’On. Lorenzo Fontana, recentemente nominato capodipartimento Esteri del partito, in Ungheria, ospite del premier Victor Orban e alla presenza del premier polacco Morawiecki.

Il Corriere della Sera dedica al veronese Fontana un’intervista nella giornata di ieri. In serata Salvini dirà: “Dall’incontro di oggi a Budapest con il premier ungherese Victor Orbàn e il premier polacco Mateusz Morawiecki, che ringrazio, parte un progetto di “Rinascimento europeo” dopo il Covid: una nuova idea di Europa, che riconosca le proprie radici, fondata su salute, lavoro, sicurezza e controllo dei confini, comuni valori cristiani, cultura, bellezza, identità e libertà. Una visione alternativa all’europa della finanza e della burocrazia, che rimetta al centro i cittadini e sulla quale coinvolgeremo altri leader politici e di governo e rappresentanti del mondo della cultura, delle professioni e dell’impresa, con l’ambizione di diventare il primo gruppo al Parlamento europeo”.

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Ovunque il Cristianesimo è arrivato ha portato la civiltà, ricordiamocelo!

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L’IDENTITA’ CLASSICO-CRISTIANA DELL’OCCIDENTE (pubblicato su Informazione Cattolica di oggi)

Di Matteo Castagna

Vogliamo dare un’anima a questo Occidente secolarizzato, in profonda crisi soprattutto di identità? Ebbene cos’è l’identità?  E’ l’insieme delle caratteristiche di un popolo.

Il grande sociologo anglo-polacco Zygmund Bauman alle soglie del terzo millennio, presentò per la prima volta, in maniera compiuta e puntuale, la sua geniale quanto profetica visione, o meglio versione, della modernità, una modernità liquida, che come un liquido straborda a infettare tutto ciò che tocca. Simbolo del nostro secolo e della sua liquidità, frutto acerbo degli stravolgimenti che la modernità liquida ha portato con sé, è stato per Bauman l’uomo narcisisticamente isolato, che si presenta ancora oggi tanto evoluto quanto egocentricamente solo, incapace di riflettere lucidamente e in maniera indipendente sugli eventi che caratterizzano questi anni, essendo racchiuso nel suo ego e rimanendo schiavo delle paure nate dal contatto con l’esterno.

L’individuo per Bauman è in continua decadenza ma, insieme a lui, decade la società in toto: le strutture amministrative, la polis, la cultura, la sfera personale. La vita liquida si alimenta dell’insoddisfazione e della frustrazione che l’io prova rispetto a se stesso, il quale rinuncia alla sua identità, al suo ruolo sociale, al suo valore intrinseco, preferendo trasformarsi in un ‘kit Ikea’ da assemblare per essere funzionale solo per un periodo limitato di tempo, piuttosto che impegnarsi attivamente nella propria sfera personale e sociale. È stato, infatti, fra i primi sociologi a denunciare il pericoloso processo di isolamento dell’uomo moderno inserito nella società opulenta, che tende «a sacrificare le soddisfazioni di oggi in vista di finalità remote, e dunque ad accettare sofferenze prolungate in cambio di gratificazioni individuali in nome del benessere di un gruppo» (Z. Bauman, Vita liquida, Editori Laterza, Roma-Bari 2005, p. VII).

Fra le conseguenze più gravi della debolezza umana ed esistenziale, Bauman ha rintracciato il decadimento delle strutture fondamentali della società. Entrano in crisi le famiglie e i rapporti umani; le istituzioni politiche, che pongono innanzi i propri interessi piuttosto che quelli dei cittadini; l’identità nazionale e partitica, che si annulla a vantaggio di logiche di mercato caotiche; e la qualità del tempo che si perde del tutto, costringendo indirettamente l’individuo a vivere apaticamente la propria esistenza svolgendo attività ‘narcolettiche’ per fuggire alla paura del domani. La perdita di consistenza dell’individuo e il suo isolamento costringono l’uomo a venir meno ai suoi compiti di cittadino attivo, padre o madre, intellettuale o scrittore, politico o ‘maestro’, cancellando la funzione esercitata dall’etica sull’individuo e sulla società. La flessibilità si pone come nuovo valore sociale, presupposto necessario per la nascita delle cose e delle relazioni fra esse: «Una società può definirsi liquido-moderna se le situazioni in cui operano gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure» (Ivi, p. 45). Più volte Bauman ha rimarcato che la vita che viviamo è precaria e angosciante, perché l’individuo percepisce che il mondo viaggia ad una velocità più sostenuta rispetto al ritmo della propria esistenza e, non riuscendo a stare al passo con gli avvenimenti, si sente colto alla sprovvista, e ciò provoca in lui un profondo senso di frustrazione. Continua a leggere

“RIPENSARE L’EUROPA: VERSO LA TRANSIZIONE IDENTITARIA”

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di Redazione

Sabato 27 Marzo alle 20.30 sulla pagina ufficiale dell’Eurodeputato On. Paolo Borchia (@paoloborchiaofficial) di Facebook e Youtube si è tenuta la conferenza online “RIPENSARE L’EUROPA: VERSO LA TRANSIZIONE IDENTITARIA”. 

Ecco qui la registrazione dell’evento, cui hanno partecipato, oltre all’eurodeputato On. Borchia, il sociologo e redattore de La Verità Giuliano Guzzo, il sottosegretario al Ministero degli Interni On. Nicola Molteni, l’economista Giuseppe Liturri e il Responsabile Nazionale di Christus Rex-Traditio Matteo Castagna, moderati dall’avv. Andrea Sartori:

 

Dragocrazia

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

È davvero prematuro rinfacciare al governo Draghi di essere la riedizione del governo Conte o di esultare per questo, come fanno i grillo-contini. È stato quantomeno puerile gridare subito alla continuità con Conte quando non si era ancora insediato il governo. Certo, serve per galvanizzare le tifoserie e dire agli uni che il Maligno ha cambiato solo nome e fattezze e si è fatto più terribile, come dice il cognome fiammeggiante del premier; e agli altri far credere che Conte è così insostituibile che il suo modesto successore è schiacciato dalla sua gigantesca ombra e non può che tentare di imitarlo.

Ma se provate a fare il gioco delle differenze, risaltano subito alcune cose: il profilo e il curriculum di Draghi rispetto a quello di Conte, alcuni ministri tecnici nei dicasteri economici al posto di grillini e piddini, il cambio in meglio alla giustizia, alla pubblica amministrazione e istruzione e allo sviluppo economico, il peso dei ministri leghisti e forzisti, il ridimensionamento di Arcuri che prelude probabilmente alla sua non riconferma. E poi la novità, anche inquietante se volete, di un governo di unità nazionale, e in positivo lo stile diverso nelle riunioni ministeriali e nella comunicazione. Non è poco, come avvio. Dall’altra parte la continuità della politica sanitaria, le troppe facce riemerse di ministri al governo, alcuni segnali non promettenti sulla giustizia, un governo imbottito di politici di basso profilo, non fanno ben sperare. In ogni caso è prematuro e disonesto azzardare un giudizio, parlare già di svolta o di continuità. Vedremo in corso d’opera e valuteremo senza paraocchi.

Una cosa però si profila sin dagli esordi, dalle scelte ministeriali e dai segnali di fumo lanciati all’Europa. Il governo Draghi ha a cuore principalmente una cosa, rispetto a cui tutto il resto fa da corollario e può essere oggetto di trattativa: la gestione dei fondi e delle linee economiche. Per dirla nel linguaggio proprio, il core business del governo Draghi, la specificità del suo mandato, è il Recovery fund e le sue conseguenze. Può assecondare la politica sanitaria precedente, può far la voce grossa sui vaccini, non modificare le linee politiche, culturali e civili ma resta prioritario e non negoziabile decidere come verranno spesi i soldi. Questa è la mission di Draghi e la ragione dell’incarico a lui; è lì che si gioca quasi tutto, pure il Quirinale; ed è quello che non andava permesso a un governo politico qualsiasi. Tutto il resto è relativo. Sarà lì che si paleserà la Dragocrazia. Continua a leggere

Svelato a Roma il murale Lgbt alto 250 metri: “E’ il primo in Europa”

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di Ilaria Paoletti

Non c’è che dire, se c’è una cosa di cui a Roma avevamo proprio bisogno è di un murale di 250 metri quadrati che omaggi una misconosciuta (per noi) icona Lgbt. Una nota positiva c’è: mangia lo smog. Potevamo proporre una serie di personaggi rappresentativi della città per un’opera d’arte green – magari qualche divinità del Pantheon romano? – ma è stato fortemente voluto dall’Ambasciata Olandese in Italia, quindi non abbiamo diritto di parola sul soggetto.

Il colossale murales Lgbt

Secondo quanto riporta Roma Today, l’opera rappresenta “un uomo ed una donna, il primo in posizione frontale, l’altra di spalle. Sono avvolti da un drappo bianco, indossano gli stessi monili e, come fossero parte di un unico corpo, guardano fissi nella medesima direzione“. E’ stato dipinto su un muro in via Tessalonica, sulla parete dell’Istituto tecnico industriale Armellini, ed è stato  realizzato l’artista olandese JDL.

L’opera dedicata alla drag queen

L’opera di street art è stata dedicata a La Karl Du Pigné, drag queen italiana e icona del movimento Lgbt. Per questo, si rallegra Vladimir Luxuria: “Quando parlo della Karl du Pignè mi emoziono perché è stata una storia di profonda amicizia ma anche di una lotta che abbiamo fatto insieme: i primi Pride, le giornate mondiali contro l’AIDS, gli eventi culturali. Una lotta che ci ha permesso di raggiungere dei traguardi importantissimi e sono felice che possa essere ricordata attraverso un murales ecosostenibile, il primo in Europa che riguarda la tematica LGBQT+”.

Patrocini importanti

Il progetto artistico è stato patrocinato da Yourban 2030 e sostenuto e fortemente voluto dall’Ambasciata Olandese in Italia. Ovviamente, è anche patrocinato dal Municipio VIII nonché dal Circolo Mario Mieli: il colossale murales sarebbe dedicato “alla necessità, di ogni persona di sentirsi libera di essere ciò che è, ciò che vorrebbe essere, ciò che sarà”.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/roma-murale-lgbt-174477/

Salvini faccia sintesi nel Sovranismo italiano!

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di Matteo Castagna (pubblicato su Informazione Cattolica di oggi)

I globalisti, ovvero le sinistre hanno brindato alla vittoria delle elezioni regionali. Eppure, se si vanno a vedere i numeri non sembrerebbe che per i partiti che si riconoscono nel “deep State” la situazione sia propriamente quella prospettata da Di Maio e Zingaretti. Il fronte sovranista, infatti, governa 14 Regioni su 20 e centinaia di comuni, confermandosi largamente maggioritario nel Paese.

Fa tenerezza vedere i grillini esaltarsi della vittoria del “sì” al referendum costituzionale quando il consenso è stato, per loro, impietoso, relegandoli ad avere, quasi sostanzialmente, una rappresentanza parlamentare che, però, risale alle elezioni del 2018.

Mario Mieli, sul Corriere della Sera, ha osservato che la destra in Italia è viva e vegeta nonché che dispone del partito di maggioranza relativa e di un leader che, piaccia o non piaccia, è l’artefice principale di questa fiducia da parte degli italiani. Non possiamo nascondere che vi siano dei problemi, che non vanno osservati ma affrontati. Un grande partito, con degli alleati, deve sapersi assumere l’onere e l’onore dell’esercizio del potere di decidere cosa va e cosa non va, nonché quali persone siano le migliori a dover interpretare il prossimo futuro, sapendo che si vince in squadra.

Un cambio di passo in senso pragmatico verso l’Europa è auspicabile, come auspicato da Giancarlo Giorgetti, laddove questo non significhi mandare a finire in quel che fu Fiuggi per Fini un sovranismo ancora in fase embrionale. Significa, semmai, due cose: andare a definire almeno nei suoi tratti fondamentali, questo benedetto sovranismo e renderlo credibile a governare il Paese, soprattutto attraverso una classe dirigente preparata, nel rispetto delle diverse anime e identità. A Salvini l’arduo compito di fare la sintesi, non certo di farsi da parte, come qualche sprovveduto o rosicone desidererebbe, facendo il gioco, più o meno consapevole, dei globalisti. Sarebbe auspicabile che si comprendesse che il fondamento su cui costruire trova solidità autentica e duratura solo attorno a principi fondamentali e addirittura, ancestrali, post-ideologici che in Occidente, ed in particolare in italia vedono nella cristianità la base di partenza. E’ proprio perché “non possiamo non dirci cristiani” che questa frase è stata fatta propria anche da autorevoli atei ed è la base da riconoscere anche e soprattutto da parte di chi non è cattolico, ma intellettualmente e culturalmente onesto. Le nostre radici classico-cristiane non sono contestabili. Basta guardarsi attorno per capire che sono, oggettivamente, la nostra primaria Identità. Partire da qui sarebbe importante per un processo fondativo da costruire tra uomini e donne che sono certamente peccatori, ma non per forza debbono essere impenitenti. Continua a leggere

Le due vere sfide della coalizione

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Che il Pd sia il primo partito e che abbia vinto le elezioni è chiaramente una bufala colossale

di Marco Gervasoni

Che il Pd sia il primo partito e che abbia vinto le elezioni è chiaramente una bufala colossale: ha mantenuto tre Regioni (di cui una storicamente «sua», la Toscana), ne ha persa una storica, le Marche, e ne conserva solo una quarta, rossissima, l’Emilia-Romagna.

Chiarito questo, il pareggio del centrodestra, sulla base delle aspettative di elettori e di militanti, lo possiamo comunque definire una battuta d’arresto o almeno un segnale d’allarme? Nulla di preoccupante, anzi, come scriveva il teologo seicentesco Fénelon, «spesso è una grande vittoria saper perdere al momento giusto». Cioè, fuor di metafora, il centrodestra può profittare di questa frenata per rivedere due elementi che, secondo l’antico pensiero strategico cinese, sono fondamentali: il proprio nemico e se stessi, perché solo conoscendo entrambi la vittoria futura sarà assicurata. Il proprio nemico: i rossogialli, Pd e 5 stelle. Fino a lunedì il centrodestra ha vissuto del mito della spallata. All’indomani della nascita del governo Conte II, l’opposizione ha creduto (e pure noi, a dire il vero) che l’esperimento raccogliticcio e anche un po’ meschino sarebbe presto stato spazzato via dalle proprie divisioni e dal suo essere minoranza del Paese. E che quindi tutte le tornate elettorali si sarebbero tramutate in una grandiosa cavalcata sull’onda del sentimento popolare della gran maggioranza degli italiani. Ebbene, non è così: complice certamente l’emergenza della pandemia, ma non solo. Il centrodestra è probabilmente ancora maggioranza nel Paese, ma non è un’invincibile armada e l’Italia è spaccata, divisa, disillusa, impaurita e anche un po’ annoiata. Se l’alleanza Pd 5 stelle si fosse tramutata in un accordo elettorale, ad esempio, al Sud i risultati sarebbero stati ancora migliori per i candidati governativi e la vittoria dell’opposizione meno scontata nelle Marche. Riconoscere la forza del nemico non è segno di debolezza, anzi. È semplicemente cambiato il Paese da quando, dopo il 2016, è partita l’avventura di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni. L’Italia uscita dalle urne del 2018 (in cui pure a vincere veramente furono i 5 stelle) e del 2019 in qualche misura non esiste più. Se il centrodestra, e soprattutto Lega e Fratelli d’Italia, erano stati eccellenti nel cogliere la fase precedente, è venuto il momento ora di capire meglio quale sia il profilo del Paese. Al Sud, ad esempio, non è vero che gli italiani sono contro il governo: come dimostra anche il voto per i sindaci di città capoluogo, lo seguono perché questi promette loro risorse (da non sottovalutare la forza «convincitiva» del reddito di cittadinanza) e ancor più ne elargirà con il Recovery fund. Conoscere il proprio nemico ma conoscere anche se stessi. Capire che la sfida richiede un’identità parzialmente nuova, aggiornata, più radicale su alcuni tratti ma più da «forza tranquilla» su altri. In modo da preparare le due grandi sfide che attendono il centrodestra, il voto amministrativo di Roma e di Milano il prossimo anno e la madre di tutte le battaglie: l’elezione del presidente della Repubblica.

Fonte: https://m.ilgiornale.it/news/politica/due-vere-sfide-coalizione-1891932.html

ALLE ONG L’EUROPA HA REGALATO 3,4 MILIARDI, E NON SA NEANCHE CHE COSA NE HANNO FATTO

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Marco Zanni ce l’ha fatta: alla seconda interrogazione parlamentare europea è riuscito a farsi dare sia la cifra distribuita da Bruxelles alle ONG sia l’elenco delle stesse che lo hanno utilizzato. Quello che non è riuscito a sapere, e forse non ce la farà mai, è sapere COME questi soldi siano stati spesi. dal 2015 al 2018 sono state distribuite alle ONG 3.388 milioni di euro, quasi 3,4 miliardi.

Marco Zanni ha cercato di sapere se questi soldi fossero andati alle ONG che trasportano migranti-schiavi per il mediterraneo, cosa che Bruxelles non potrebbe finanziare perchè è campo di competenza degli stati nazionali. La risposta della Commissione è disarmante: non possiamo escluderlo in assoluto perchè non abbiamo di come le ONG spendano i soldi. Quindi, pur non avendo finanziato direttamente ONG per il trasporto uomini, non si può escludere che, lateralmente ed indirettamente, questo sia avvenuto.

Tutto ciò è BELLISSIMO in un’Europa che obbliga gli stati a render e rendiconti asfissianti per i contributi che vengono dati ai cittadini. Invece in questo settore le laute mancette possono essere rendicontate con una cera superficialità. Quello che si sa che i soldi sono andati direttamente ad associazioni che poi si occupano dell’assistenza alla migrazione , come in Consiglio Italiano per i Rifugiati, o Save The Children che, con Vox Hestia,m si è occupata anche di trasporto migranti.

Ecco una tabella indicativa:

Per non dire che si finanziano i migranti alla fine basta dire di non sapere come si spendono i soldi. fare gli gnorri è da sempre una strategia utile, almeno fino a quando la gente non si arrabbia.

Fonte: https://scenarieconomici.it/alle-ong-leuropa-ha-regalato-34-miliardi-e-non-sa-neanche-che-cosa-ne-hanno-fatto/

BORGHI: TORNA DI NUOVO IL MES. Gualtieri di nuovo all’Eurogruppo senza mandato, e viola una legge…

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Ieri si è tenuto l’ennesimo Eurogruppo, e per l’ennesima volta Gualtieri è andato a discutere SENZA MANDATO DEL PARLAMENTO, il spregio totale di una norma di Legge ben precisa che lo obbliga a farlo. Normalmente il Presidente della Repubblica dovrebbe intervenire per far notare al Governo che viola una legge, ma Mattarella NON lo fa. Dovrebbe intervenire il presidente della Camera, ma questi NON lo fa. Dovrebbe intervenire la magistratura, ma questa NON lo fa, e del resto non  è intervenuta neanche su Nexus e sui 45 milioni di appalto dati ad un’azienda fantasma. L’unica arma è rimasto il voto.

Ora è tornato il MES, ma non quello sanitario, la riforma, quella devastante, che , in caso di utilizzo dello strumento, OBBLIGA AL DEFAULT  DEL DEBITO  DI STATO. Una norma devastante, tale da distruggere il risparmio delle famiglie italiane, raderlo a zero. Una norma BOCCIATA dal parlamento, che non doveva essere neppure discussa, ma che torna e torna perchè il M5S non ha il coraggio di fare una chiara mozione CONTRO il la riforma del MES e  con un chiaro divieto contro il suo uso. Perchè ormai il Movimento 5 stelle non ha più il coraggio di fare nulla.

Eppure ci sarebbero gli strumenti per portare al centro il parlamento.

Ringraziamo Inriverente.

 

Fonte: https://scenarieconomici.it/borghi-torna-di-nuovo-il-mes-gualtieri-di-nuovo-alleurogruppo-senza-mandato-e-viola-una-legge/

Se dici Europa a cosa pensi?

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Dici Europa e cosa ti viene in mente? Contabilità, solo contabilità. Dare soldi, avere soldi. Pagare debiti, avere crediti. Vedi ventisette figure che un tempo si sarebbero chiamati statisti, che in un padiglione asettico e ovattato, fuori della vita reale, stanno lì giorni e giorni a tirare sul prezzo. Con loro ci sono alti funzionari, macro-dirigenti, eurocrati. L’unione, come la divisione, è sempre sui soldi. Dici migranti e l’Europa non sa cosa rispondere, ognuno balbetta per sé. Dici crisi libica, egemonia turca, invasione cinese, repressione di Hong Kong e mille altre cose che riguardano il mondo, e l’Europa non dice, non fa, non ha mai un pensiero unitario ma solo sottopensieri subnazionali, o meglio subdolo nazionali. Dici 5G, commercio con l’est asiatico, veti americani, pandemia e ancora l’Europa non parla, ciascuno farfuglia a livello locale.
Dici famiglia e non solo coppie omo, trans e lesbiche, o dici natura, difesa della natura e non solo dell’ambiente, e l’Europa si assenta, non dice, sono fatti vostri. E peggio succede se il discorso prende una piega più alta, diciamo storica, religiosa, culturale e civile. Se dici civiltà europea ti guardano interdetti e traducono che vuoi difendere l’uomo bianco, sei suprematista, razzista, negriero. E peggiora se precisi che civiltà europea vuol dire civiltà cristiana, greca e romana. La civiltà europea è solo l’antiquariato della civiltà occidentale, ma subito devi dissociarti dalle sue nefandezze, il colonialismo e la colonizzazione culturale, l’egemonia dei suoi valori nel mondo, le crociate e le scoperte. Dunque civiltà occidentale si traduce in senso di colpa e l’Europa è l’archeologia della colpa.
Chi traduce civiltà europea con civiltà cristiana aggrava le cose, dà un tono fanatico, confessionale, da crociata e da inquisizione; molla subito la presa, se non vuoi finire impallinato. La cristianità è ammessa solo come fatto intimo, privato, o social; cristianità puoi tradurla nella Ong di Bergoglio, mica in principi, fede, simboli e tradizione cristiana, cattolica, protestante, ortodossa. Greca non vuol dir nulla ormai, i greci avevano paura dell’infinito, erano local, hanno filosofie, miti e belle statuine, non sono mica un esempio per l’oggi. Romanità peggio mi sento: lo Stato, le quadrate legioni, la civiltà romana, la lex e l’imperium. Esiste però una sottoversione, sottotitolata per i dementi, che racconta la fiaba di Roma pro-migranti: Roma apriva le porte a tutti, dicono i menatori di torrone, dava cittadinanza a chiunque arrivasse, era molto più avanti di noi. Dimenticano che la storia di Roma si è snodata in più di mille anni e con varie fasi e la cittadinanza la davano in loco, non venendo a Roma in massa; e comunque Roma colonizzava il mondo con le armi, sottometteva i popoli con la forza o distruggeva le città che vi si opponevano (tipo Cartagine). E la gente che arrivava a Roma non erano flussi massicci di clandestini ma singoli ingegni, élite locali e poi in catene gli schiavi; poi col tempo, grazie ai loro padroni, potevano anche essere liberati dalle catene. L’Impero romano non è un modello liberal e accogliente; è il solito becero tentativo di vedere il passato con gli occhi del presente e rendere la storia funzionale agli abusi del momento.

Ma torniamo all’oggi. Se Europa non vuol dire unità strategica e politica, non vuol dire sovranità popolare europea che elegge un governo europeo, se non vuol dire affrontare uniti le crisi internazionali, fronteggiare insieme flussi di uomini e merci che vengono da fuori, dotarsi di un esercito e di una diplomazia comuni o quantomeno coordinati, di una sorveglianza comune alle frontiere, Europa non vuol dire niente. È solo la prosecuzione della banca centrale europea con altri mezzi.
Pensate che un’Europa del genere possa trovare una linea comune, una passione comune, una matrice comune, simboli comuni? No, può solo accordarsi sul prezzo, raggiungere un punto d’incontro provvisorio sul dare e l’avere, che poi non è capace di tradurre in linea politica, e nemmeno in comune politica economica, in linea sociale e civile. Ma poi, avessimo davvero raggiunto l’unità economica europea, sarebbe già un risultato. E invece ci sono due grandi paradossi: il primo è che il cuore finanziario dell’Europa è fuori dall’area Euro. È nelle banche svizzere e nella city londinese, cioè fuori dalla UE. Il secondo è che hai voglia a stabilire un paradigma economico a cui tutti gli stati europei devono conformarsi ma se hai sistemi fiscali così diversi che vanno da un prelievo minimo del 7 o del 10 % a un prelievo massimo del 45 o 55% (caso italiano), di che unità economica e finanziaria stiamo parlando? Come potete pretendere dagli italiani di saldare i debiti con l’estero se devono già versare metà delle loro entrare al loro stato, ovvero cominciano a lavorare per loro solo dal mese di luglio perché da gennaio a giugno hanno lavorato per lo Stato? E a questa gente vuoi imporre pure la patrimoniale o punizioni simili?
Insomma, se dici Europa non ti viene niente e nessuno, se non la faccia della Merkel (o di Macron) che non sono l’Europa semmai l’egemonia tedesca (o franco-tedesca) sull’UE. E se cerchi il simbolo dell’Europa e non ti accontenti di quella triste bandiera con tante stelline intorno a un buco, cioè a un vuoto, allora l’unica bandiera che resta è la mesta banconota dell’Euro che sventola sul Debito. Altro che uscire dall’Europa, ci piacerebbe tanto entrare in Europa, ma quella vera.

 

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