Embargo petrolio russo, il nuovo piano Ue (tra deroghe e incertezze) cambia tutto

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“Questo piano mi pare una follia – dichiara il nostro responsabile Nazionale Matteo Castagna – perché, di fatto, è un secondo atto di guerra contro Putin, dopo l’invio di armi ad un Paese straniero, che è parte di una guerra che, al momento, non è ufficialmente nostra. L’Occidente dovrebbe riconoscere che la soluzione del conflitto è il raggiungimento di accordi diplomatici. Non esiste più il mondo governato dagli USA e dai suoi satelliti, come negli anni ’90. La Russia, la Cina e i BRICS in generale, sono altre Superpotenze con cui si dovrebbe concorrere in un mondo multipolare. Non vedo altra possibilità di scelta. Embarghi, sanzioni, minacce, provocazioni e muscoli di catone prolungano la guerra e la generale situazione conflittuale tra Oriente e Occidente”.

di Eugenio Palazzini

Roma, 6 mag – Prendere tempo, concedere deroghe, stabilire un nuovo piano. L’Ue teme rotture interne sull’embargo al petrolio russo e decide ora di cambiare (parzialmente) linea, avanzando una nuova proposta destinata a far discutere ancor di più. Vediamo perché.

La Commissione europea, pur ribadendo la necessità di sanzionare il petrolio di Mosca, prevede adesso una speciale deroga di due anni per Ungheria e Slovacchia. Non più soltanto un anno come inizialmente previsto e annunciato, dunque. Per Budapest e Bratislava, che continuano a mostrarsi fortemente refrattarie al sesto pacchetto di sanzioni europee, il divieto di importare greggio dalla Russia dovrebbe insomma entrerà in vigore a fine 2024.

Petrolio russo, il nuovo piano Ue a suon di deroghe e incertezze

Parliamo quindi, se dovessimo valutare queste misure a partire da oggi, di quasi due anni e mezzo di esenzione. Con tutta evidenza tutto potrebbe cambiare in questo lasso di tempo, sia in meglio che in peggio, nei rapporti tra Europa e Russia. Intanto Bruxelles è orientata a concedere una deroga analoga anche alla Repubblica Ceca, fino a giugno 2024. Ma non è tutto, perché le divisioni in seno all’Ue sono ben più ampie.

A protestare per il taglio repentino al petrolio russo sono anche Grecia, Malta e Cipro. A manifestare altri malumori sono Croazia e Bulgaria. Di conseguenza la Commissione europea valuta una deroga generale per gli altri Stati membri: di tre mesi, relativamente al divieto di trasporto del greggio di Mosca su navi Ue. Come noto, nel pacchetto di nuove sanzioni inizialmente previsto, il divieto sarebbe dovuto entrare in vigore già dal mese prossimo. Confusione, incertezze e disparità rischiano quindi di generare ulteriori frizioni.

Cercasi accordo politico

Nella giornata di oggi gli ambasciatori dei Paesi membri si riuniranno per discutere della questione e tentare un primo accordo politico, con l’obiettivo di giungere all’approvazione formale delle nuove misure contro la Russia entro questo fine settimana. “Stiamo lavorando per arrivare a un accordo tra tutti i Paesi europei, per fermare l’importazione di petrolio dalla Russia. Si farà”, ha detto l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Josep Borrell. “E se non si fa presto, cioè entro questo fine settimana, dovrò far riunire il Consiglio dei ministri degli Affari esteri per avere un accordo politico”, ha aggiunto Borrell. Mission impossible? Tutto dipende, probabilmente, dall’Ungheria. Se cioè Orban accetterà la deroga di due anni oppure la giudicherà insufficiente.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/politica/embargo-petrolio-russo-nuovo-piano-ue-tra-deroghe-incertezze-cambia-tutto-232650/

Mercenari israeliani combattono per l’Ucraina contro la Russia

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di Luciano Lago

Mosca afferma che mercenari israeliani hanno combattuto a fianco delle truppe ucraine contro le forze russe negli ultimi mesi di conflitto. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha detto mercoledì alla radio Sputnik in un’intervista che i militanti israeliani erano attivi sul campo insieme al reggimento di estrema destra Azov, che opera sotto il comando dell’esercito ucraino dal 2014. I mercenari israeliani sono praticamente spalla a spalla con i militanti Azov in Ucraina.

Azov è salito alla ribalta nel 2014, quando i suoi attivisti di estrema destra hanno preso le armi per combattere i separatisti filo-russi nella regione orientale del Donbass, in Ucraina. I suoi membri fanno ora parte delle forze ucraine nella città portuale di Mariupol, rintanata all’interno dell’acciaieria Azovstal, contro la quale martedì le forze russe hanno lanciato un grande attacco.

La Russia vede i membri dell’Azov come “fascisti” e “nazisti”. (Per l’Occidente i militanti di Azov sono “bravi ragazzi”). Il 1° maggio, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha affermato che Adolf Hitler aveva “sangue ebreo”. Questo ha alimentato il già ardente fuoco della guerra. Il principale diplomatico russo, parlando al canale Rete 4 di Mediaset, ha affermato che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky “avanza un argomento su che tipo di nazismo possono avere se lui stesso è ebreo”.

Martedì, il ministero degli Esteri russo ha affermato che “le origini ebraiche del presidente (Zelensky) non sono una garanzia di protezione contro il neonazismo dilagante nel Paese”. Il regime israeliano aveva convocato lunedì l’ambasciatore russo per “chiarimenti”. Il Cremlino ha criticato il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid per aver accusato Mosca di aver commesso crimini di guerra in Ucraina. Ad aprile, il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid ha accusato la Russia di aver commesso crimini di guerra in Ucraina. Mosca ha risposto, accusando Israele di usare l’Ucraina per “distogliere” l’attenzione globale dalla sua aggressione contro i palestinesi.

Il 24 febbraio il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato l’operazione in Ucraina. Il conflitto ha provocato una risposta unanime da parte dei paesi occidentali, che hanno imposto una lunga serie di sanzioni a Mosca. La Russia afferma che interromperà immediatamente l’operazione se Kiev soddisferà l’elenco di richieste di Mosca, inclusa la non domanda di adesione alla NATO.

Israele ha espresso solidarietà all’Ucraina ma, a differenza dei suoi alleati occidentali, si è astenuto dall’imporre sanzioni formali alla Russia.

Foto: Controinformazione.info

6 maggio 2022

Fonte: https://www.ideeazione.com/mercenari-israeliani-combattono-per-lucraina-contro-la-russia/

Massoneria ebraica e guerra in Ucraina. Come l’ebraismo massonico ha alimentato il conflitto. Tutta la verità

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di Javier André Ziosi

Contrariamente a quanto si possa pensare, l’Ucraina è dominata da una potente loggia massonica di matrice ebraica, la B’nai B’rith, che fin dal 2014 ha soffiato sul fuoco della guerra, conducendo all’attuale conflitto

Poche ore dopo l’invasione russa dell’Ucraina (cominciata alle prime ore del 24 febbraio), la sezione inglese della loggia massonica ebraica B’nai B’rith – nota per influenzare la politica e i governi di tutto l’Occidente – ha emanato un significativo, seppur breve, comunicato di denuncia, che rivela le reali posizioni dell’ebraismo massonico e militante nei confronti del conflitto ucraino:

La loggia B’nai B’rith denuncia l’invasione ingiustificata illegale dell’Ucraina da parte delle forze della Federazione Russa. È chiaro che questo attacco è una grave violazione del diritto internazionale e una violazione fondamentale della pace e della sicurezza in Europa. È altrettanto chiaro che le vite e le libertà di molti ucraini innocenti sono ora a rischio, comprese quelle di molti membri B’nai B’rith nel paese. La loggia B’nai B’rith chiede ai leader occidentali di fornire un vasto sostegno al popolo ucraino e di intraprendere tutte le azioni necessarie per contribuire a ripristinare la sovranità e l’integrità territoriale del paese. Senza tali azioni, la libertà di molte nazioni sarà in pericolo dal comportamento degli stati aggressivi [come la Russia].

Anche il governo d’Israele – molto critico nei confronti della Russia di Putin e dell’imperialismo slavo – ha espresso il proprio sostegno al popolo ucraino, condannando fermamente l’invasione. «L’attacco russo all’Ucraina è una grave violazione dell’ordine internazionale», ha dichiarato Yair Lapid, Ministro della Difesa israeliano. «Israele condanna l’attacco ed è pronto a fornire assistenza umanitaria ai cittadini ucraini».

Così, anche il Primo Ministro d’Israele, Naftali Bennet (che, a ottobre 2021, aveva partecipato ad un incontro «caloroso e positivo» con Putin), si è espresso a favore del popolo ucraino e contro l’invasione russa. «Come tutti gli altri, preghiamo per la pace e la calma in Ucraina», ha asserito. «Questi sono momenti difficili tragici, e i nostri cuori sono con i civili, che non per colpa loro sono stati catapultati in questa situazione».

Pertanto, è doveroso domandarsi: che cosa unisce l’ebraismo militante e massonico, e con esso Israele, all’Ucraina e al suo presidente, l’ebreo Volodymyr Zelens’kyj? Esiste un legame occulto fra la B’nai B’rith e la nuova Ucraina europeista e filo-americana emersa dal “golpe” del 2014? Di chi sono le responsabilità del conflitto?

Maidan: progetto sionista?

Per rispondere a tali domande è necessario ritornare a novembre 2013, anno in cui il presidente ucraino filo-russo Viktor Yanukovych – stretto collaboratore di Putin – decise di sospendere l’accordo di libero scambio con l’Unione Europea, provocando forti proteste popolari, che, «appoggiate dal governo americano di Barack Obama e dalle logge massoniche progressiste occidentali», presero il nome di Euromaidan.

Fra le logge occidentali più influenti che hanno supportato finanziariamente e moralmente le proteste, contribuendo – nel febbraio 2014 – allo sviluppo di un vero e proprio colpo di Stato (al quale aderì anche l’ebreo ungherese George Soros), vi è la potentissima B’nai B’rith, loggia pre-sionista «d’ispirazione totalmente massonica, ma con una specificità giudaica», strettamente legata a Israele, ma con sede negli Stati Uniti.

Obiettivo della B’nai B’rith, in sintesi, fu quello di coinvolgere gli ebrei ucraini (e altre minoranze etniche, come i tatari) nelle proteste, convogliando tutte le forze anti-russe – compresa la destra radicale, composta dal partito Svoboda, dal Congresso Nazionalista e dal movimento Pravyj Sektor – in un unico, grande cartello europeista e filo-americano, in grado di condurre ad un radicale cambio di governo e svincolare così l’Ucraina dalle grinfie della Russia. Attraverso ONG e attivisti locali e stranieri, la loggia B’nai B’rith soffiò sul fuoco del malcontento ucraino, portando ad una veloce escalation delle proteste e alla conseguente fuga di Yanukovych (febbraio 2014), che, come previsto, lasciò il paese in mano alla cricca europeista e filo-sionista del nuovo presidente Petro Porošenko, il quale, un anno dopo, è già a Gerusalemme per stringere diversi accordi bilaterali, ammettendo: «L’Ucraina è con lo Stato di Israele».

Guerra in Donbass

Ma non tutti i cittadini ucraini hanno accettato in silenzio la rimozione del presidente Yanukovych e l’instaurazione di un governo europeista e filo-sionista. Difatti, mentre la Crimea, dopo un controverso referendum vinto con oltre il 90% dei voti, viene annessa alla Federazione russa, in Donbass (sud-est dell’Ucraina) esplode un’intensa guerra civile, dalla quale emergono due nuove repubbliche indipendenti anti-sioniste, la Repubblica di Doneck e la Repubblica di Lugansk, i cui leader accusano subito «del conflitto in corso i massoni americani ed europei», dichiarandosi ideologicamente vicini alla Russia di Putin.

«Nessuno è responsabile del fatto che le nostre banche, i negozi, l’aeroporto [di Doneck] siano chiusi, ad eccezione dei fascisti ucraini e dei liberi muratori degli Stati Uniti e dell’Europa», dichiarò Vladimir Antiufeyev, all’epoca vice Primo Ministro della Repubblica di Doneck. «Non siamo consapevoli dell’influenza che esercitano le logge massoniche in Occidente?!».

Volontari ebrei

Per contro, gli attivisti del B’nai B’rith, col supporto dalle logge progressiste e dei gruppi ebraico-sionisti americani, si sono attivati per mobilitare, in ottica anti-russa, gran parte degli ebrei ucraini, la cui comunità costituisce la terza più grande comunità ebraica in Europa e la quinta più grande al mondo. Fin dal 2014, numerosi ebrei vengono così arruolati come volontari, finendo inquadrati persino in reparti dichiaratamente nazionalsocialisti, come il famigerato battaglione Azov (equipaggiato con armi israeliane), il cui fondatore – Andry Bilecky – ha incredibilmente ammesso di essere «un convinto sostenitore di Israele», in quanto «il suo modello di società e di difesa è molto vicino al modello ideale per l’Ucraina». «Diversi ebrei hanno combattuto con noi», ha infine confessato. «Le opinioni personali non contano, conta difendere il Paese».

A conferma di ciò, Josef Zissels, co-presidente dell’Associazione delle organizzazione e delle comunità ebraiche in Ucraina, ha dichiarato che, dopo il golpe del 2014, «l’atteggiamento verso gli ebrei [in Ucraina] è drasticamente migliorato, poiché essi erano attivi durante [le proteste di] Maidan e si sono arruolati per combattere al fronte. Gli ebrei hanno dimostrato che si identificano con lo Stato ucraino, con il suo futuro e le sue sfide, e che sono pronti ad assumersi la loro parte di responsabilità».

Nuova Gerusalemme

Nel 2015, la maggior parte del debito sovrano dell’Ucraina viene acquisito dal fondo di investimento statunitense Franklin Templeton, che è di proprietà della famiglia Rothschild. Ma è nell’aprile 2016 che vi è la svolta. Appoggiato dalla B’nai B’rith e dall’ebraismo militante internazionale, il sionista ebreo Volodymyr Grojsman – presidente dal 2014 della Verchovna Rada – diviene Primo Ministro, succedendo ad Arsenij Jacenjuk. Il suo obiettivo, fin da subito, è quello di eseguire – affianco al compare Porošenko – gli ordini più rivoluzionari e ambiziosi della loggia B’nai B’rith, ossia ebraicizzare l’Ucraina, per farla diventare – come auspicava un tempo l’ebraismo “chassidico” dei Chabad Lubavitch – una sorta di nuova Israele.

È il giornale Kremenchug che, per la prima volta, in un articolo del 2017 scritto dal generale ucraino Grigory Omelchenko, svela al mondo il progetto occulto della B’nai B’rith. Secondo Omelchenko, il governo Grojsman-Porošenko avrebbe infatti «sviluppato un piano», per creare una «”nuova Gerusalemme“» in Ucraina, coinvolgendo le città di OdessaZaporizhzhyaDnipropetrovskMykolaïv e Cherson. Questa «nuova repubblica», con «capitale culturale» Odessa, avrebbe dovuto rappresentare, in antitesi alle prerogative di russificazione di Putin, una «”Gerusalemme ucraina“», nella quale reinsediare – secondo le direttive del piano – «circa 5 milioni di ebrei» provenienti da Israele o da altri paesi.

Stando alle parole del generale, furono persino formati i quadri politici (precisamente «dodici leader») di questa nuova repubblica, promettendo ad ogni abitante «una pensione di 500 euro mensili, indipendentemente dall’esperienza lavorativa». Ma, alla fine, a causa del proseguimento del conflitto in Donbass e della forte instabilità del paese, si decise di accantonare il progetto e attendere tempi più favorevoli.

Arriva Zelens’kyj

Dopo tre visite ufficiali del presidente Porošenko a Gerusalemme e la conclusione di vari accordi bilaterali con lo Stato di Israele, nel maggio del 2019 vince le elezione ucraine, con il 73% dei voti, il sionista e uomo della B’nai B’rith Volodymyr Zelens’kyj, divenendo il primo presidente ebreo nella storia dell’Ucraina.

Egli, affascinato dal vecchio progetto della “Gerusalemme ucraina” ideato da Grojsman e Porošenko, rafforza fin da subito i legami fra Ucraina e Israele, arrivando a firmare – nell’agosto del 2019 – un accordo con Netanyahu finalizzato a «promuovere lo studio della lingua ebraica nelle istituzioni educative in Ucraina». In sostanza, si comincia a insegnare l’ebraico nelle scuole. In tutte le scuole.

Ma v’è di più. Una ricerca condotta in quel periodo dal Pew Research Center di Washington, ha concluso che, fra le varie nazioni europee esaminate durante la ricerca, l’Ucraina è «la nazione più amichevole verso gli ebrei». Il generale Omelchenko, che è stato anche deputato della Verkhovna Rada, ha addirittura concluso che «l’Ucraina è il premio principale per il sionismo internazionale» e che essa «si sta trasformando in un “piccolo Israele”».

Biden e la guerra

Tuttavia, fino al 2020 l’Ucraina gode di una relativa pace, con l’insorgere di sporadici episodi di micro-conflitto fra i separatisti del Donbass e le forze nazionali ucraine, nelle quali continuano a combattere numerosi ebrei. Ma, nel gennaio 2021, con l’arrivo alla Casa Bianca di Joe Biden (agente occulto della B’nai B’rith e «uomo di Israele a Washington»), le direttive cambiano radicalmente.

È Biden, infatti, su ordine della massoneria occidentale (tra cui la B’nai B’rith), ad emanare nuove disposizioni al governo e all’esercito ucraino, «in modo da far innervosire Putin e sperare in un suo attacco improvviso contro l’Ucraina, al fine di fare apparire la Federazione Russa, nell’ambito dell’opinione pubblica internazionale, la nazione che ha dato vita al conflitto». L’obiettivo principale della loggia B’nai B’rith, non a caso, è quello di riportare la Crimea e i territori del Donbass all’Ucraina, indebolendo così la Russia e facendo entrare l’Ucraina nella NATO.

«Siamo davanti ad atti provocatori lungo la linea di contatto», ha dichiarato ad aprile 2021 Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino. «Sono le forze armate dell’Ucraina che hanno intrapreso un percorso verso l’escalation di questi atti provocatori, e stanno continuando questa politica. Queste provocazioni tendono a intensificarsi. Tutto questo sta creando una potenziale minaccia per la ripresa di una guerra civile in Ucraina».

Nello stesso mese, anche Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo, ha dichiarato che la situazione in Donbass peggiora di giorno in giorno a causa delle «intenzioni bellicose di Kiev».

«Truppe ed equipaggiamenti militari vengono dispiegati nella regione e i piani di mobilitazione vengono aggiornati», ha concluso Zakharova. «I media ucraini stanno fomentando l’isteria basata sul mito della minaccia russa».

Obiettivo raggiunto

In risposta alle provocazioni ucraino-americane, il 24 febbraio 2022 Vladimir Putin dichiara guerra all’Ucraina, mirando alla capitale Kiev, dove risiede il presidente Volodymyr Zelens’kyj. «Ho preso la decisione di un’operazione militare», ha enunciato il presidente della Federazione russa. «Un ulteriore allargamento della NATO ad est è inaccettabile».

Dunque, l’obiettivo della loggia B’nai B’rith è stato raggiunto: l’Ucraina è in guerra con la Russia. Così, per una seconda volta, gli uomini della B’nai B’rith – capitanati dal presidente della sezione ucraina, il “fratello” Vadim Kolotushkin – chiamano a raccolta l’intera galassia ebraica, che, in Ucraina, è rappresentata da oltre centossessanta comunità, tra cui «duecento famiglie di emissari Chabad Lubavitch», molte delle quali residenti a Kiev.

«Gli ebrei d’Ucraina combatteranno a fianco dei loro vicini contro l’invasione russa», ha dichiarato Meir Stambler, rabbino capo di Kiev vicino alla B’nai B’rith. «È vero, questo Paese è intriso del nostro sangue e la nostra storia, qui, è complessa e dolorosa. Ma gli ultimi anni sono stati buoni, abbiamo un’ottima relazione con i nostri concittadini e condividiamo le sofferenze di questa assurda invasione: fianco a fianco».

A conferma di ciò, l’ebreo italiano Paolo Salom, sul Corriere, ha rammentato che tantissimi ebrei «ora sono in prima linea a difendere quello che considerano il proprio paese [ossia l’Ucraina]. Dunque, ha senso parlare di «denazificazione»?».

«Non credete alla propaganda», ha fatto eco un artista di Kiev. «Giusto per vostra informazione, nel nostro parlamento non c’è un solo deputato nazista, mentre abbiamo eletto un presidente ebreo [Volodymyr Zelens’kyj]».

Appello ebraico

Tuttavia, oltre a supportare lo sforzo bellico delle forze armate ucraine, la B’nai B’rith ha lanciato una campagna di supporto a favore degli ebrei residenti in Ucraina, i quali sarebbero vittima del «nazionalismo antisemita» di Vladimir Putin. Tale campagna, analoga alla campagna di supporto che avviò la B’nai B’rith in epoca sovietica, ha preso il nome di “B’nai B’rith Disaster and Emergency Relief Fund” e opera per ricevere donazioni economiche da tutto il mondo.

«Questa è una crisi alla quale noi ebrei più fortunati non dobbiamo chiudere gli occhi e le orecchie», ha dichiarato Alan Miller, presidente della sezione britannica della B’nai B’rith. «Non possiamo ignorare la situazione. Dovremo aumentare considerevolmente gli aiuti… Tutti noi ci faremo avanti finanziariamente, per aiutare coloro che hanno un così grande bisogno».

De-ebraicizzazione?

Pertanto, sorge spontanea una domanda: è corretto, nel caso dell’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe russe, parlare di «denazificazione», quando invece i cosiddetti “nazisti” ucraini non possiedono alcun seggio in parlamento e il paese è governato da un ebreo massone? «Dobbiamo concentrarci sui fatti», ha dichiarato il reporter Avi Yemini. «I russi hanno invaso perché l’Ucraina è nazista? No. Esiste un problema di estremismo in Ucraina? Sì, ma non è questa la ragione che spiega quello che sta accadendo».

Dunque, non sarebbe forse più giusto parlare di de-ebraicizzazione? In ogni modo, la giornalista ebrea Anne Applebaum, domandandosi: «Perchè l’Ucraina è diventata l’ossessione di Putin?», ha risposto: «È una democrazia, e questo per [Putin] è un pericolo. Putin è spaventato all’idea che a Mosca possa ripetersi quello che è accaduto a Kiev nel 2014. Lo considera una minaccia personale. Ho sempre pensato che Putin fosse razionale, a modo suo. Non ha mai preso grossi rischi, in fondo. Era brutale, magari, ma non si è mai buttato in sfide che non potesse vincere. Oggi è diverso. L’invasione sembra un azzardo. […] Non so di cosa abbia paura, se della morte o di perdere il potere».

Fonte: https://www.ardire.org/2022/03/02/massoneria-ebraica-e-guerra-in-ucraina-come-lebraismo-massonico-ha-alimentato-il-conflitto-tutta-la-verita/

L’Italia è la Bielorussia della Nato

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Come essere intellettualmente onesti e non essere d’accordo con questo pensiero di Pietrangelo Buttafuoco? (n.d.r.)

QUINTA COLONNA

Segnalazione di Arianna Editrice

Fonte: La Verità

di Pietrangelo Buttafuoco 

O con la Nato o con Putin. Se questo è il bivio, lei da che parte va?

«Quando sei di fronte a una guerra, non puoi che andare ai fondamentali nudi e crudi. La situazione è questa: la Russia muove sullo scacchiere e invade l’Ucraina. Ho ben chiaro chi attacca e chi difende, chi è l’aggressore e chi l’aggredito. Ma in Italia la cosa che più mi colpisce è l’assenza di un serio dibattito. Tutto è destinato alla propaganda, alla malafede obbligata».

In che senso obbligata?

«Nel senso che a questa propaganda sei costretto ad adeguarti. L’Italia, rispetto alla Nato, è come la Bielorussia per Putin. Solo l’infinita autorevolezza di Draghi, grazie a Dio, gli impedisce di vestire i panni del Lukashenko occidentale. Per il resto, non abbiamo margini di manovra. Ricordiamoci che tra le potenze sconfitte nella seconda guerra mondiale il nostro Paese è l’unico che non ha potuto imbastire una sua autonomia in assenza di sovranità. La Germania un primato egemonico in economia se l’è costruito, e oggi si avvia al riarmo; lo stesso Giappone ha superato il grande tabù sulle forze armate. L’Italia no».

Dunque non abbiamo la forza per perseguire i nostri interessi nazionali?

«Chi avrebbe mai immaginato che la Turchia sarebbe diventata il protagonista Nato nel continente euroasiatico? Conta molto più dell’Italia e della Francia, è diventato il punto di riferimento degli Stati Uniti. Non avendo problemi di sovranità, i turchi possono fare delle scelte sulla base del loro interesse nazionale, anche assumendo una posizione critica sulle sanzioni. Cosa che a noi è impedito».

Le sanzioni fanno più male a noi che a loro?

«Quando il Fondo Monetario Internazionale dice che l’Italia rischia la recessione senza il gas russo, si incarica, purtroppo, di smentire compassati editorialisti di cui beviamo ogni parola, e autorevoli statisti cui guardiamo sempre con trepidazione e indiscussa fedeltà. Forse seguendo l’esempio di altri con la testa a posto, come Germania e Turchia, cambieremo registro anche noi. A meno che l’ansia di essere la Bielorussia dell’Occidente non ci faccia scantonare».

Anche in passato eravamo definiti un Paese a sovranità limitata. Oggi è peggio di ieri?

«Neppure la democrazia cristiana più cattocomunista dei Dossetti ha mai avuto un atteggiamento di tale sudditanza. Forse anche perché il pontificato dell’Italia di allora aveva un peso che l’attuale non ha. Oggi agli Stati Uniti non importa nulla del Vaticano, sono indifferenti e quasi sprezzanti. Non considerano questo Papa un interlocutore. Purtroppo siamo sempre costretti a ragionare in un ambito angusto: quando alziamo lo sguardo sulla scena internazionale non ci rendiamo conto di come all’estero considerino le vicende italiane».

Parlava della mancanza di dibattito. Intende dire che dinanzi alla linea bellicista dell’appoggio armato agli Ucraini, non è ammesso dissenso?

«Una volta c’era un minimo di confronto. Ma oggi siamo nell’epoca del conformismo compiuto, non ti puoi consentire più margini di discussione eterodossa. Tutto si è trasformato in un immenso bar sport. Hanno passato intere stagioni a inseguire il populismo, quando invece il populismo se lo sono fabbricato nelle cattedrali della rispettabilità istituzionale dell’informazione e della cultura».

La sorprende questo centrosinistra ultra-atlantista?

«Non mi stupisce perché conosco la loro ideologia: quella di avere sempre uno Stato guida cui fare riferimento. È l’ortodossia togliattiana».

E oggi lo Stato guida è l’America di Biden?

«No, è direttamente il «deep state» americano. D’altro canto, in una situazione come questa non possiamo pensare che sia Biden l’eminenza grigia, il cervello fondante. Semmai è la Cia e quelle strutture di sistema che costituiscono l’apparato di potere dell’Occidente».

Il Pd terminale della Cia?

«Intendo dire che, in questa particolare fase della storia, il Pd è il partito unico a tutti gli effetti. Teniamo conto che gli italiani non sono mai stati fascisti, democristiani o comunisti: sono sempre stati italiani. E gli italiani applaudono il re come il presidente della repubblica, erano tutti iscritti al Pnf e poi tranquillamente alla Dc e al Pci. Tutto risponde a un istinto comune, quello del guelfismo nazionale che si identifica con il partito unico delle carriere. In un Paese di uomini o caporali, alla fine i caporali sono sempre loro».

E il Pd dunque rappresenta questo guelfismo?

«Il Pd l’ha perfezionato: oggi è il primo partito di governo, il primo editore, il primo educatore, domina anche mentalmente, è il punto di riferimento dell’alta burocrazia, è il veicolo di carriera dei giovani arrembanti, basta vedere le facce di chi lavora a Palazzo Chigi. Pensa invece al destino da fessacchiotti in cui si ritrovano a vivere quelli di centrodestra nell’attuale maggioranza, dove sui temi fondamentali non vincono mai».

Fino a ieri i punti di riferimento a sinistra erano Angela Merkel e il ticket Joe Biden-Kamala Harris. Oggi il pantheon sembra spopolarsi.

«Vuoi che si spaventino per questo? Questi si sono fatti la villa con i rubli e oggi sono i portabandiera della Nato. Avranno sempre e comunque ragione, essendo loro i padroni della parola e della vetrina. Solo per fare un esempio: è stato il governo Letta quello che ha costruito i rapporti più forti con la Federazione Russa. Ma tutto è dimenticato, perché nel cancellare le tracce sono i più bravi di tutti».

Che succederà se Putin uscirà vincitore in Ucraina, o comunque non sconfitto?

«Già mi vedo le prime pagine dei giornali: cercheranno di convincerci che non possiamo fare a meno dello Zar Putin. E già pregusto il Caffè di Gramellini corretto alla vodka».

Trova analogie tra la gestione della pandemia e la gestione della crisi ucraina, con l’aut aut tra pace e aria condizionata?

«Questo governo ha ereditato dal precedente la logica del Cts e dell’escatologia sanificatrice. Passeremo in un niente dalla mascherina obbligatoria al ventaglio obbligatorio. Con lo stesso giudizio morale, e la stessa ansia di scovare il nemico interno. Sono formidabili nel neutralizzare il dissenso: o ti ridicolizzano, o ti criminalizzano. E alla fine sfoceremo nel solito provincialismo: levata la mascherina, sventoliamo la bandierina (ucraina). Insomma, stanno approfittando di una catastrofe mondiale per regolamentare i conti nel proprio cortile. E sa qual è la cosa davvero
straordinaria?».

Quale?

«Che gli artisti, di solito detentori della sovversione, oggi sono i primi guardiani della fureria: passano le giornate a scrivere tweet con il ditino alzato».

Un’eredità del cortigianesimo?

«Peggio. Il cortigiano si riservava uno spiraglio di crudele ironia. Invece gli intellettuali di regime, i comici di regime, i drammaturghi di regime, non sono genuini creatori di rivoluzione, come poteva essere un Majakovskij. No, questi credono davvero a ciò che dicono».

Ha scritto che gli Stati Uniti vogliono trasformare la Russia nell’Unione Europea. Ce la spiega?

«Per l’Occidente la Russia è un nemico più ostile persino dell’Unione Sovietica, perché decenni di materialismo scientifico non sono riusciti a scalfirne l’identità e lo spirito. La Russia è la prima potenza cristiana sul continente europeo, ha solide tradizioni, a Dio i russi ci credono davvero. Tutto ciò appare preoccupante e odioso per chi guarda il mondo con gli occhi del laicismo e dello scientismo occidentale».

Insomma, dietro il conflitto armato si cela uno scontro di civiltà?

«Da un lato c’è «l’imperium», le potenze imperiali, Stati Uniti compresi: come dice Dario Fabbri, sono i popoli che non prendono l’aperitivo, che hanno spirito combattivo e identità plurali. Dall’altro c’è il «dominium» di noi europei, il tentativo di riunire il mondo ad unica identità, ad un unico progetto. Anziché perdere tempo con la propaganda, dovremmo riflettere su una guerra che mette in discussione la globalizzazione. Noi occidentali siamo convinti di avere la parola definitiva sugli eventi della storia, ma esiste un disegno globale dove potenze spiritualmente fortissime si sono incontrate: Cina, Russia, India, Pakistan».

Che effetto le fa vedere l’Europa in ordine sparso, dal Baltico alla Germania al Mediterraneo, senza una guida?

«Come abbiamo detto all’inizio, torniamo ai fondamentali. Chi sono i due soggetti attualmente egemoni nel mediterraneo, con un ruolo attivo? Quando mi affaccio dalla spiaggia iblea, in Sicilia, vedo passare incrociatori battenti bandiera russa e turca. Noi italiani, invece, possiamo fare tutto: tranne quello che non ci consentono di fare».

a cura di Federico Novella

Le parole di Scholz cambiano tutto

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di Vincenzo Costa

Su un crinale pericoloso. I rischi maturano di giorno in giorno, alcuni svaniscono, poi riappaiono.

E di nuovo c’è il rischio di un’estensione della guerra, sia territorialmente sia dal punto di vista delle armi usate. A dirlo chiaro è stato Scholz:

“Sto facendo tutto il possibile per evitare un’escalation che porterebbe dritto alla terza guerra mondiale. E’ possibile una guerra atomica” 
(Ich tue alles, um eine Eskalation zu verhindern, die zu einem dritten Weltkrieg führt. Es darf keinen Atomkrieg geben)

Chi conosce un poco Scholz e la politica tedesca capisce bene. Non sono come i nostri Draghi e Di Maio. E’ gente misurata che usa le parole dopo averle pesate. E Scholz sta dicendo che l’Occidente sta esasperando le cose per arrivare a un guerra atomica, non totale ma regionale.

Di fatto in Germania vi è un tentativo di regime change. Merz, capo della CDU e notoriamente uomo proveniente dalle banche, sta spingendo in questa direzione, puntando sul filoatlantismo dei verdi. Scholz e la SPD stanno resistendo ma l’attacco è frontale. Difficile dire come si svilupperà.

Poiché uno degli argomenti centrali è che la Germania è isolata, molto dipende da come si risolveranno le elezioni francesi e dalla posizione che prenderà il prossimo presidente francese, una volta che non ha più la pressione elettorale.

Tutta una serie di altri segnali vanno in direzione di una aggravamento e di un’estensione del conflitto.

L’ambasciatore in Canada ma anche altre fonti, compresi i cinesi, hanno avvisato circa la possibilità di “false flag”, cioè di eventi crea dai servizi inglesi e americani per addossarli ai russi: uso di nucleare tattico o di armi chimiche. Poi fra 20 anni si saprà che erano false flag, ma intanto la Lucia Annunziata e company martellerà e convincerà che dobbiamettere l’elmetto.

Il rischio è un coinvolgimento della NATO, cosa che è controversa anche dentro l’amministrazione americana, per cui è un’opzione: dipende da chi ha la meglio nell’amministrazione.

Molto dipende dal fatto che il regime change in Germania riesca o che Scholz si pieghi del tutto, dal fatto che il nuovo presidente francese riapra la questione facendo sponda con la Germania.

L’Italia non conta niente perché Draghi sta lì per ubbidire e quindi non è da qui che può partire un’iniziativa.

Il nostro paese non esiste da nessun punto di vista. E’ l’unico paese al mondo che antepone gli interessi degli Stati Uniti ai propri. 

Speriamo che l’Europa centrale sappia reagire. Ho dubbi. Se non lo farà andiamo verso un futuro orribile.

L’autunno potrebbe essere freddo a causa della mancanza di gas, ma anche caldissimo.

Fonte: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-vincenzo_costa__le_parole_di_scholz_cambiano_tutto/39602_46056/

Zelensky amerikano contro l’Europa

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QUINTA COLONNA

di Massimo Fini

Fonte: Massimo Fini

Volodymyr Zelensky vuol dettare l’agenda politica all’Unione Europea: bacchettata a Macron perché si è permesso di definire totalmente fuori luogo l’affermazione con cui Joe Biden ha definito quanto sta accadendo in Ucraina ad opera dei russi “un genocidio”, sgarbo istituzionale al Presidente della repubblica tedesco Frank Walter Steinmeier definito “persona non gradita” perché considerato in passato, ma ancora oggi, “troppo dialogante con la Russia”. Il segretario del Pd Enrico Letta ha fatto giustamente notare che un Paese come l’Ucraina che vuole entrare nell’UE non può definire “non gradito” il rappresentante di un Paese che nella UE già ci sta.
L’agenda politica che Zelensky vorrebbe imporre alla UE è la stessa degli americani per i quali la questione ucraina è diventata, con tutta evidenza, un pretesto per indebolire il nemico di sempre, “l’orso russo”, e nel contempo rimettere in riga l’Europa che negli ultimi anni, dalla famosa affermazione di Angela Merkel (“gli americani non sono più i nostri amici di un tempo, dobbiamo imparare a difenderci da soli”) aveva manifestato segni di insofferenza non solo nei confronti della Nato, ma degli Stati Uniti e, in definitiva, dello stesso “atlantismo”. Insomma Zelensky, consapevole o no, è un pupazzo nelle mani degli Stati Uniti.

Gli americani prendono di mira soprattutto la Germania e la Francia (il vassallaggio dell’Italia lo considerano assodato) perché sono i due paesi europei che più hanno cercato di dare all’Europa un’identità che non coincidesse con quella degli Stati Uniti. La storia è lunga. Già a metà degli anni Ottanta del secolo scorso tedeschi e francesi cercarono di costituire un primo nucleo di esercito europeo, che avrebbe poi dovuto allargarsi agli altri paesi del Vecchio Continente. Ma gli americani imposero il loro niet: “Che bisogno c’è di un esercito europeo quando esiste già la Nato?”. Ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti. È diventato sempre più evidente che la Nato è stata lo strumento con cui gli americani hanno tenuto in stato di minorità l’Europa in tutti i sensi, militare, politico, economico e alla fine anche culturale.
Dopo la caduta del muro di Berlino gli interessi americani e europei non solo non convergono più, ma divergono in modo pesante. Gli americani, col paravento della Nato, approfittando della momentanea scomparsa della Russia dalla scena geopolitica internazionale, ci hanno trascinato in guerre sanguinarie e disastrose non solo, direttamente, per i paesi aggrediti Serbia 1999, Iraq 2003, Libia 2011, ma indirettamente per l’Europa che ne ha subito le conseguenze. Dal punto di vista economico gli americani sono dei competitors sleali e pericolosi. Mentre l’Europa sotto la guida di Angela Merkel praticava una politica di austerità per evitare deflagrazioni inflazionistiche, l’America allargava a dismisura il credito provocando la crisi della Lehman Brothers, 2008, che ha investito in pieno il Vecchio Continente e di cui stiamo pagando ancora le conseguenze e la cosa continua anche oggi. Il debito delle famiglie americane ammonta a 15,5 trilioni di dollari. Come se ciò non bastasse Joe Biden ha immesso sul mercato altri 1200 miliardi “per rifare il Paese”, il suo, perché questa montagna di credito inesigibile finirà per abbattersi, prima o poi, più prima che poi, non solo sugli Stati Uniti ma su tutti i paesi a loro economicamente e finanziariamente legati provocando una crisi rispetto alla quale quella del 2008 sembrerà un sorbetto al limone rispetto a una colata di whiskey. Di passata gli americani hanno proibito all’Italia, e non solo all’Italia, non si capisce sulla base di quale legge internazionale che non sia la prepotenza di una Superpotenza, di avere scambi commerciali con l’Iran. Ora noi con l’Iran degli ayatollah avevamo, attraverso l’Eni, ottimi rapporti. Non si capisce davvero per quale motivo dobbiamo sacrificarli solo perché l’Iran è visto come fumo negli occhi dagli Stati Uniti in funzione del loro grande alleato, ma sarebbe meglio dire quinta colonna, nella regione, Israele. E quando il nostro ministro degli Esteri, ha aperto agli scambi commerciali con la Cina (“la via della seta”), un mercato enorme particolarmente interessante per le nostre imprese, il buon Di Maio è stato sommerso non solo dalla disapprovazione della stampa internazionale, che gli Usa tengono saldamente in mano, ma anche da quella soccombista italiana.

Zelensky sostiene che la vera intenzione di Putin è di cancellare l’Ucraina dalle mappe. Ed è probabilmente vero. Ma ugualmente lo stesso Zelensky sta cercando di cancellare la cultura russa nel Vecchio Continente. Il governo di Kiev ha proibito ai ballerini ucraini di danzare Il lago dei cigni di Chaikowsky al comunale di Como, al comunale di Ferrara, alla Tuscany Hall di Firenze, al teatro Rossini di Trieste, al comunale di Lonigo. Cosa sia successo l’ha spiegato al Corriere del Veneto Natalia Iordanov, la direttrice dell’Ukrainian Classical Ballet: “Uno dopo l’altro i nostri ballerini sono stati contattati dalle direzioni dei rispettivi teatri e si sono sentiti dire: ‘visto che la Russia sta compiendo un vero e proprio massacro, non potete mettere in scena le opere di autori russi, altrimenti saremo costretti a licenziarvi e potreste essere arrestati per tradimento’”. È una direttiva del ministro ucraino Oleksandr Tkachenko che ha affermato: “la Russia usa la sua cultura, anche del passato, balletto compreso, come strumento di propaganda, quindi quella cultura va messa al bando”. Sembrerebbero direttive vagamente naziste. Ma non è così. Quando si è in guerra con un Paese i cittadini non possono collaborare in alcun modo col nemico. Per lo stesso motivo non è condannabile Putin (ora, in stato di guerra, non prima) quando mette la mordacchia a quel che resta dei media indipendenti del suo Paese. In guerra è legittima la censura. Tutto ciò è reso più confuso dal fatto che, a differenza dei vecchi tempi, non c’è oggi una formale dichiarazione di guerra fra Russia e Ucraina. Ai vecchi tempi, cioè fino al secondo conflitto mondiale, si dichiarava guerra al nemico e si davano 48 ore di tempo agli ambasciatori per sloggiare, dopodiché non era più possibile nessun rapporto, né culturale né tantomeno economico, fra i belligeranti (si veda il discorso di Mussolini del 10 giugno del 1940 in cui il Duce dichiarava guerra alla Gran Bretagna e alla Francia). Oggi invece, scomparso dallo scenario qualsiasi jus belli, si vive nella più grande confusione: Zelensky, spalleggiato dagli Stati Uniti, pretende di proibire all’Europa di usufruire del gas russo, ma nello stesso tempo lo stesso Zelensky non rinuncia al gas russo e nemmeno al miliardo e mezzo di euro l’anno di diritti di transito del gasdotto russo-ucraino.

L’enorme enfasi data dai media occidentali e dai soccombisti italiani, in verità più dai giornalisti che dai politici se si eccettua Mario Draghi che, da buon finanziere, è sdraiato come un tappeto ai voleri USA, ha finito per nuocere, in una sorta di eterogenesi dei fini, proprio all’Ucraina e ad avvantaggiare Putin. In quest’orgia di consenso unilaterale, di retorica, di ipocrisia, chi in partenza non era “putiniano” rischia di diventarlo.

 

Castagna a “Rosso&Nero”: “Via le sanzioni alla Russia, no embarghi: apriamo alla società multipolare!”

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di Redazione

Oggi, 19/04/2022 il nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna ha partecipato come ospite a “Rosso&Nero” su Telenuovo alle 12.40 per confrontarsi sulla Crisi Ucraina e sulla crisi economica assieme a Bruno Cesaro di Progetto Nazionale, Alberto Ruggin di +Europa e Ahmed Scek Nur della Comunità somala in Italia. Condotto da Mario Zwirner. Puntata frizzante…

Ecco la registrazione: https://play.telenuovo.it/rosso-e-nero/tit-13188042

M. Castagna (Christus Rex): “Le sanzioni alla Russia sono una sciocchezza, che paghiamo noi cittadini e le imprese; l’embargo al gas e al petrolio è un’altra idiozia cui si è opposta la Germania, che è la locomotiva economica europea. L’Italia doveva restare neutrale e, ora, per evitare il default, dovrebbe chiedere un tavolo diplomatico, senza mostrare muscoli di cartone, per addivenire ad una soluzione economica che torni ad agevolarci, ristabilendo i contratti per le materie prime e iniziando a dialogare per una società multipolare, inclusiva dell’Oriente”.

 

7 motivi per cui perderemo la guerra dei condizionatori

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di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi

Draghi dice che dobbiamo scegliere tra i condizionatori e la guerraHa detto “pace”, ma intendeva chiaramente la sconfitta della Russia, economica tramite le sanzioni e anche militare inviando armi agli ucraini. Draghi quindi dice che dobbiamo scegliere tra i condizionatori e la guerra contro la Russia, nel nostro caso specialmente la guerra economica.

Lasciando da parte il profilo etico-morale, che abbiamo affrontato in altri articoli, può essere che Draghi ci porti ad una guerra che non vinciamo e non sarebbe la prima volta nella storia italiana che ci imbarchiamo in imprese del genere. Qui non si tratta di inviare qualche centinaio di soldati in Libano, Iraq e Afghanistan e qualche bombardiere.

Riportiamo di seguito alcuni fatti degli ultimi giorni che mostrano un quadro diverso da quello presentato dai nostri giornali e dai nostri partiti, i quali anche al parlamento europeo hanno votato compatti a favore dell’embargo immediato e totale sul gas, petrolio nonché carbone russo.

1. Siamo noi a tagliare il gas russo e gli Usa ci vendono il loro guadagnandoci un sacco. I cinesi sono così gentili da dircelo visto che non lo capiamo: “Le sanzioni anti-Russia hanno portato all’Europa un deflusso di capitali e una carenza di risorse energetiche, mentre gli Stati Uniti ne hanno beneficiato” (il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian).

2. Il Ministro degli Esteri dell’India dice che vogliono fare pagamenti in rupie e in rubli nel commercio con la Russia. Quindi approfittano della politica di sanzioni europee per pagare tutto meno e inoltre liberarsi, anche grazie alla Russia, dall’obbligo di usare dollari. Il Pakistan idem, e il suo Presidente denuncia un tentativo americano di farlo dimettere, perché appunto non cede sul tema Russia e indice elezioni. Quindi i tre maggiori paesi asiatici per popolazione e tutti con atomiche solidarizzano con la Russia.

3. Bloomberg stima che quest’anno la Russia incasserà 320 mld di $ dalla vendita di materie prime, circa 100 mld in più dell’anno scorso grazie all’aumento di tutti i prezzi. Questo anche tenendo conto dell’impatto delle sanzioni europee. Per ora quindi sembra che Putin e la Russia, nel complesso, non soffrano delle sanzioni in termini perlomeno di incassi dall’export di materie prime.

4. Javier Blas, esperto di energia di Bloomberg afferma: “Il calo della produzione petrolifera russa all’inizio di aprile è significativamente inferiore ai 3 milioni di barili al giorno previsti dall’Agenzia internazionale per l’energia. Sono i primi giorni del mese, ma sembra che la Russia abbia trovato acquirenti volenterosi e molte scappatoie per continuare a vendere il suo petrolio”.

5. Il rublo è salito ancora, è tornato al livello pre-guerra nonostante gli esperti dicano che l’economia russa collasserà. Ora è arrivato anzi al livello a cui Banca di Russia si è impegnata a scambiarlo con oro. Sissignore, i giornali non ne hanno parlato molto, ma da oggi la Banca Centrale russa ti paga se vuoi vendere oro, 5mila rubli per grammo, prezzo fisso. Questo prezzo ora, grazie al fatto che il rublo sale, corrisponde al prezzo in rubli di mercato dell’oro, anzi oggi era leggermente più alto. Quindi, se il rublo resta a questi livelli, conviene prendere rubli e scambiarli con oro presso la Banca Centrale Russa. Ci sono molti esperti monetari e finanziari che parlano del fatto che, chiedendo pagamenti per gas e petrolio in rubli e poi pagando l’oro in rubli più del mercato, la Russia stia ancorando il rublo a gas, petrolio e oro.

6. Passiamo alla guerra. I servizi anglo americani diffondono ogni giorno sui media le loro analisi che una volta erano riservate: hanno una nuova politica che inonda ogni giorno i media di notizie militari riservate, in pratica è come se dicessero in pubblico quello che vedono con i satelliti e l’intelligence. I media occidentali sono pieni di storie di sette generali e centinaia di carri ed elicotteri russi distrutti nonché 40mila soldati morti, dispersi, prigionieri o che disertano. Stranamente non leggi sui media occidentali una sola notizia su perdite degli ucraini. Temiamo che si tratti di propaganda rivolta ad incoraggiare a tutti i costi gli ucraini, ci sono in effetti alcune centinaia di società ora, specie a Londra, che sono sorte di colpo per coordinare l’informazione sulla guerra pro-Ucraina.

7. Tuttavia, anche se non siamo esperti militari vediamo che le notizie, anche di fonte Usa su Reuters, ad esempio, indicano che sta partendo l’offensiva russa a est e sud-est, contro il grosso delle forze ucraine schierate contro il Donbass. Gli esperti militari indipendenti che proviamo a leggere indicano questo: la guerra vera, con manovre di carri armati sorretti da aviazione per accerchiare i circa 100mila ucraini di fronte al Donbass inizia in realtà ora. (vedi qui ad es. “Il ritiro da Kiev è l’escalation russa. È la… trasformazione da un’operazione psicologica a una guerra da manuale”). Per motivi propagandistici Zelensky non vuole che le truppe ucraine si ritirino dalle zone di lingua russa a est, ha anche degradato due generali e dice che li punirà. Sembra però che in questo modo da nord e da sud i russi possano ora cominciare la vera battaglia di accerchiamento.

Draghi quindi dice che dobbiamo scegliere tra i condizionatori e, di fatto, la guerra contro la Russia, nel nostro caso specialmente la guerra economica. Tutti danno per scontato che l’Occidente unito sotto la guida degli USA la vincerà, per cui siamo sul lato vincente e dobbiamo solo collaborare con gli USA e poi ci sarà la vittoria finale.

Abbiamo riportato però alcuni dati sul lato economico, sul comportamento di India e Cina o Pakistan, sui ricavi russi dall’energia in realtà aumentati, sul rublo che sale, sull’oro per rubli, che contraddicono l’idea del collasso economico russo. Queste notizie non danno un quadro negativo per ora per la Russia. Oggi segnaliamo anche qualcosa sul lato militare che indica come l’escalation vera inizia ora.

Dai fatti che elenchiamo sembra che la Russia abbia alleati nel mondo, venda le sue materie prime, rafforzi il rublo e lo leghi alle materie prime. Inoltre, può essere che, come leggiamo, ora inizi la vera battaglia di truppe per l’accerchiamento di quelle che Zelensky si ostina a tenere contro le province russe.

Può darsi che Draghi ci stia conducendo a una guerra che per gli Stati Uniti ha comunque dei vantaggi, ma una guerra che non si vince facilmente, anzi forse una guerra che non si vince affatto. E quindi che noi seguendo gli Usa contro la Russia ci sacrifichiamo e basta, portando il Paese al collasso della sua economia

 

Multipolarità. Definizione e differenziazione dei suoi significati

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QUINTA COLONNA

di Aleksandr Dugin

Tuttavia, sempre più opere di affari esteri, politica mondiale, geopolitica e, in realtà, politica internazionale, sono dedicate al tema della multipolarità. Un numero crescente di autori cerca di capire e descrivere la multipolarità come modello, fenomeno, precedente o possibilità.

Il tema della multipolarità è stato in un modo o nell’altro toccato nelle opere dello specialista di IR David Kampf (nell’articolo L’emergere di un mondo multipolare), dello storico Paul Kennedy della Yale University (nel suo libro The Rise and Fall of Great Powers), del geopolitico Dale Walton (nel libro Geopolitica e le grandi potenze nel XXI secolo: la Multipolarità e la Rivoluzione in prospettive strategiche), il politologo americano Dilip Hiro (nel libro After Empire: Birth of a multipolar world), e altri. Il più vicino nel comprendere il senso della multipolarità, a nostro avviso, è stato lo specialista britannico di IR Fabio Petito, che ha cercato di costruire un’alternativa seria e sostanziale al mondo unipolare sulla base dei concetti giuridici e filosofici di Carl Schmitt.

L’”ordine mondiale multipolare” è anche ripetutamente menzionato nei discorsi e negli scritti di personalità politiche e giornalisti influenti. Così l’ex segretario di Stato Madeleine Albright, che per prima ha definito gli Stati Uniti la “nazione indispensabile”, ha dichiarato il 2 febbraio 2000 che gli Stati Uniti non vogliono “stabilire e imporre” un mondo unipolare, e che l’integrazione economica ha già creato “un certo mondo che può essere persino chiamato multipolare”. Il 26 gennaio 2007, nella rubrica editoriale del “New York Times”, si è scritto apertamente che “l’emergere del mondo multipolare”, insieme alla Cina, “ora si svolge al tavolo in parallelo con altri centri di potere come Bruxelles o Tokyo”. Il 20 novembre 2008, nel rapporto Global Trends 2025 del National Intelligence Council degli Stati Uniti, è stato indicato che l’emergere di un “sistema multipolare globale” dovrebbe essere previsto entro due decenni.

Dal 2009, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è stato visto da molti come il messaggero di un’”era di multipolarità”, credendo che avrebbe orientato la priorità della politica estera degli Stati Uniti verso potenze emergenti come Brasile, Cina, India e Russia. Il 22 luglio 2009, il vicepresidente Joseph Biden, durante la sua visita in Ucraina, ha detto: “Stiamo cercando di costruire un mondo multipolare”.

Eppure, tutti questi libri, articoli e dichiarazioni non contengono alcuna definizione precisa di ciò che è il mondo multipolare (MW), né, inoltre, una teoria coerente e consistente della sua costruzione (TMW). Il trattamento più comune per “multipolarità” significa solo un’indicazione che nell’attuale processo di globalizzazione, il centro e il nucleo indiscusso del mondo moderno (gli Stati Uniti, l’Europa e il più ampio “Occidente globale”) si trova di fronte a certi nuovi concorrenti – potenze regionali fiorenti o semplicemente potenti e blocchi di potere appartenenti al “secondo” mondo. Un confronto tra le potenzialità degli Stati Uniti e dell’Europa da un lato, e delle nuove potenze emergenti (Cina, India, Russia, America Latina, ecc.) dall’altro, convince sempre di più della tradizionale superiorità relativa dell’Occidente e solleva nuove domande sulla logica di ulteriori processi che determinano l’architettura globale delle forze su scala planetaria – in politica, economia, energia, demografia, cultura, ecc.

Tutti questi commenti e osservazioni sono critici per la costruzione della Teoria del Mondo Multipolare, ma non ne evidenziano affatto l’assenza. Dovrebbero essere presi in considerazione quando si costruisce una tale teoria, ma vale la pena notare che sono di natura frammentaria e frammentaria, non arrivando nemmeno al livello di generalizzazioni teoriche concettuali primarie.

Ma, nonostante ciò, il riferimento all’ordine mondiale multipolare si sente sempre più spesso nei vertici ufficiali e nelle conferenze e congressi internazionali. I collegamenti al multipolarismo sono presenti in una serie di importanti accordi intergovernativi e nei testi dei concetti di sicurezza nazionale e strategia di difesa di un certo numero di paesi influenti e potenti (Cina, Russia, Iran, e in parte l’UE). Pertanto, oggi più che mai, è importante fare un passo verso l’inizio di un vero e proprio sviluppo della Teoria del Mondo Multipolare, in conformità con i requisiti di base della ricerca accademica.

La multipolarità non coincide con il modello nazionale di organizzazione mondiale secondo la logica del sistema di Westfalia

Prima di procedere strettamente alla costruzione della Teoria del Mondo Multipolare (TMW), dobbiamo distinguere rigorosamente l’area concettuale indagata. Per questo, dobbiamo considerare i concetti di base e definire quelle forme dell’ordine mondiale globale che certamente non sono multipolari e che, di conseguenza, la multipolarità viene presentata come alternativa.

Cominciamo con il sistema westfaliano, che riconosce la sovranità assoluta dello Stato-nazione e costruisce il campo giuridico delle relazioni internazionali su questa base. Questo sistema, sviluppato dopo il 1648 (la fine della Guerra dei Trent’anni in Europa), ha attraversato diverse fasi del suo sviluppo, e in qualche misura ha continuato a riflettere la realtà oggettiva fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nasceva dal rifiuto delle pretese degli imperi medievali all’universalismo e alla “missione divina”, e corrispondeva alle riforme borghesi nelle società europee. Si basava anche sul presupposto che solo uno stato nazionale può possedere la più alta sovranità, e che al di fuori di esso, non c’è nessun’altra entità che abbia il diritto legale di interferire nella politica interna di questo stato – indipendentemente da quali obiettivi e missioni (religiose, politiche o altro) lo guidino. Dalla metà del XVII secolo alla metà del XX secolo, questo principio ha predeterminato la politica europea e, di conseguenza, è stato trasferito ad altri paesi del mondo con alcune modifiche.

Il sistema di Westfalia era originariamente rilevante solo per le potenze europee, e le loro colonie erano considerate semplicemente come la loro continuazione, non possedendo un potenziale politico ed economico sufficiente per pretendere di essere un’entità indipendente. Dall’inizio del XX secolo, lo stesso principio fu esteso alle ex colonie durante il processo di decolonizzazione.

Questo modello westfaliano presuppone la piena uguaglianza giuridica tra tutti gli stati sovrani. In questo modello, ci sono tanti poli di decisioni di politica estera nel mondo quanti sono gli stati sovrani. Per inerzia, questa regola è ancora in vigore, e tutto il diritto internazionale si basa su di essa.

In pratica, naturalmente, c’è disuguaglianza e subordinazione gerarchica tra i vari stati sovrani. Nella prima e nella Seconda guerra mondiale, la distribuzione del potere tra le maggiori potenze mondiali portò a un confronto tra blocchi separati, dove le decisioni venivano prese nel paese che era il più potente tra i suoi alleati.

Come risultato della Seconda Guerra Mondiale, a causa della sconfitta della Germania nazista e delle Potenze dell’Asse, lo schema bipolare delle relazioni internazionali (il sistema bipolare di Yalta) si sviluppò nel sistema globale. Il diritto internazionale ha continuato a de-giurare il riconoscimento della sovranità assoluta di qualsiasi stato-nazione, ma de-facto, le decisioni fondamentali riguardanti le questioni centrali dell’ordine mondiale e della politica globale sono state prese solo in due centri – a Washington e a Mosca.

Il mondo multipolare differisce dal classico sistema westfaliano per il fatto che non riconosce allo stato nazionale separato, legalmente e formalmente sovrano, lo status di un polo a pieno titolo. Ciò significa che il numero di poli in un mondo multipolare dovrebbe essere sostanzialmente inferiore al numero di stati nazionali riconosciuti (e quindi non riconosciuti). La stragrande maggioranza di questi stati non è in grado oggi di provvedere alla propria sicurezza o prosperità di fronte a un conflitto teoricamente possibile con l’attuale egemone (gli Stati Uniti). Pertanto, sono politicamente ed economicamente dipendenti da un’autorità esterna. Essendo dipendenti, non possono essere i centri di una volontà veramente indipendente e sovrana riguardo alle questioni globali dell’ordine mondiale.

Il multipolarismo non è un sistema di relazioni internazionali che insiste sull’uguaglianza giuridica degli stati-nazione come stato di fatto. Questa è solo una facciata di un’immagine molto diversa del mondo basata su un reale, piuttosto che nominale, equilibrio di forze e capacità strategiche.

Il multipolarismo opera non con la situazione come esiste de-jure, ma piuttosto de-facto, e procede dall’affermazione della disuguaglianza fondamentale tra gli stati-nazione nel modello moderno ed empiricamente fissabile del mondo. Inoltre, la struttura di questa disuguaglianza è che le potenze secondarie e terziarie non sono in grado di difendere la loro sovranità, in qualsiasi configurazione transitoria di blocco, di fronte alla possibile sfida esterna della potenza egemone. Ciò significa che la sovranità è oggi una finzione giuridica.

Il multipolarismo non è bipolarismo

Dopo la Seconda guerra mondiale, si sviluppò il sistema bipolare di Yalta. Ha continuato ad insistere formalmente sul riconoscimento della sovranità assoluta di tutti gli stati, il principio su cui è stata organizzata l’ONU, e ha portato avanti il lavoro della Società delle Nazioni. Tuttavia, in pratica, due centri decisionali globali apparvero nel mondo – gli Stati Uniti e l’URSS. Gli Stati Uniti e l’URSS erano due sistemi politico-economici alternativi, rispettivamente il capitalismo globale e il socialismo globale. Fu così che il bipolarismo strategico fu fondato sul dualismo ideologico e filosofico – liberalismo contro marxismo.

Il mondo bipolare si basava sulla simmetrica comparabilità del potenziale di parità economica e militare-strategica dei campi di guerra americano e sovietico. Allo stesso tempo, nessun altro paese affiliato ad un particolare campo aveva lontanamente il potere cumulativo da confrontare con quello di Mosca o Washington. Di conseguenza, c’erano due egemoni sulla scala globale, ciascuno circondato da una costellazione di paesi alleati (semi-vassalli, in senso strategico). In questo modello, la sovranità nazionale formalmente riconosciuta perdeva gradualmente il suo peso. Prima di tutto, i paesi associati all’uno o all’altro egemone dipendevano dalle politiche di quel polo. Pertanto, il suddetto paese non era indipendente, e i conflitti regionali (generalmente sviluppati in aree del Terzo Mondo) rapidamente degenerarono in un confronto tra due superpotenze che cercavano di ridistribuire l’equilibrio dell’influenza planetaria sui “territori contesi”. Questo spiega i conflitti in Corea, Vietnam, Angola, Afghanistan, ecc.

Nel mondo bipolare, c’era anche una terza forza: il Movimento dei Non Allineati. Era composto da alcuni paesi del Terzo Mondo che rifiutavano di fare una scelta inequivocabile a favore del capitalismo o del socialismo, e che invece preferivano manovrare tra gli interessi antagonisti globali degli Stati Uniti e dell’URSS. In una certa misura, alcuni ci riuscirono, ma la stessa possibilità di non allineamento presupponeva l’esistenza di due poli, che in misura variabile si equilibravano a vicenda. Inoltre, questi “paesi non allineati” non erano assolutamente in grado di creare un “terzo polo” a causa dei parametri principali delle superpotenze, della natura frammentata e non consolidata dei membri del Movimento dei Non Allineati e della mancanza di una piattaforma socioeconomica generale comune. Il mondo era diviso in Occidente capitalista (il primo mondo), Oriente socialista (il secondo mondo) e “il resto” (il terzo mondo). Inoltre, “tutti gli altri” rappresentavano in tutti i sensi la periferia del mondo dove gli interessi delle superpotenze apparivano occasionalmente. Tra le superpotenze stesse, la probabilità di un conflitto era pressoché esclusa grazie alla parità (in particolare nella garanzia della mutua distruzione nucleare assicurata). Questo fece sì che le aree preferite per la revisione parziale dell’equilibrio di potere fossero i paesi periferici (Asia, Africa, America Latina).

Dopo il crollo di uno dei due poli (l’Unione Sovietica è crollata nel 1991), è crollato anche il sistema bipolare. Questo ha creato le precondizioni per l’emergere di un ordine mondiale alternativo. Molti analisti ed esperti di IR hanno giustamente parlato di “fine del sistema di Yalta”. Pur riconoscendo de-jure la sovranità, la pace di Yalta era de-facto costruita sul principio dell’equilibrio dei due egemoni simmetrici e relativamente uguali. Con la partenza di uno degli egemoni dalla scena storica, l’intero sistema cessò di esistere. Il tempo di un ordine mondiale unipolare o “momento unipolare” è arrivato.

Un mondo multipolare non è un mondo bipolare (come lo conoscevamo nella seconda metà del XX secolo), perché nel mondo di oggi, non c’è nessuna potenza che possa resistere da sola al potere strategico degli Stati Uniti e dei paesi della NATO, e inoltre, non c’è un’ideologia generalizzante e coerente capace di unire gran parte dell’umanità in una dura opposizione ideologica all’ideologia della democrazia liberale, del capitalismo e dei “diritti umani”, su cui gli Stati Uniti basano ora una nuova egemonia esclusiva. Né la Russia moderna, né la Cina, né l’India, né qualche altro stato possono pretendere di essere un secondo polo in queste condizioni. Il recupero del bipolarismo è impossibile per ragioni ideologiche (la fine del fascino popolare del marxismo) e tecnico-militari. Per quanto riguarda quest’ultimo, gli Stati Uniti e i paesi della NATO hanno preso così tanto il comando negli ultimi 30 anni che una competizione simmetrica con loro nella sfera militare-strategica, economica e tecnica non è possibile per nessun singolo paese.

Il multipolarismo non è compatibile con un mondo unipolare

Il crollo dell’Unione Sovietica ha significato la scomparsa sia di una superpotenza simmetrica e potente, sia di un gigantesco campo ideologico. È stata la fine di una delle due egemonie globali. L’intera struttura dell’ordine mondiale da questo punto è irreversibilmente e qualitativamente diversa. Qui il polo rimanente – guidato dagli Stati Uniti e sulla base dell’ideologia capitalista liberal-democratica – si è conservato come fenomeno e ha continuato a espandere il suo sistema sociopolitico (democrazia, mercato, ideologia dei “diritti umani”) su scala globale. Precisamente, questo si chiama mondo unipolare o ordine mondiale unipolare. In un tale mondo, c’è un unico centro decisionale sulle grandi questioni globali. L’Occidente e il suo nucleo, la comunità euro-atlantica, guidata dagli Stati Uniti, si sono trovati nel ruolo di unica egemonia disponibile. L’intero spazio del pianeta in tale ambiente è una triplice regionalizzazione (descritta in dettaglio dalla teoria neomarxista di E. Wallerstein):

– Zona centrale (“ricco Nord”, “centro”),

– Zona della periferia mondiale (“Sud povero”, “periferia”),

– Zona di transizione (“semi-periferia”, comprendente paesi importanti, che si sviluppano attivamente verso il capitalismo: Cina, India, Brasile, alcuni paesi del Pacifico, così come la Russia, che per inerzia conserva un significativo potenziale strategico, economico ed energetico).

Il mondo unipolare sembrava essere finalmente una realtà consolidata negli anni ’90, e alcuni analisti statunitensi hanno dichiarato su questa base la tesi della “fine della storia” (Fukuyama). Questa tesi significava che il mondo diventerà totalmente ideologicamente, politicamente, economicamente e socialmente omogeneo, e che ora tutti i processi che si verificano in esso non saranno più un dramma storico basato sulla battaglia di idee e interessi, ma piuttosto una competizione economica (e relativamente pacifica) dei partecipanti al mercato – simile a come è costruita la politica interna dei regimi liberali democratici liberi. In questa concezione, la democrazia diventa globale e il pianeta è composto solo dall’Occidente e dal suo purlieus (cioè i paesi che si integreranno gradualmente in esso).

Il disegno più preciso della teoria dell’unipolarità è stato proposto dai neoconservatori americani, che hanno sottolineato il ruolo degli Stati Uniti nel nuovo ordine mondiale globale. A volte hanno proclamato gli Stati Uniti come il “Nuovo Impero” (R. Kaplan) o la “benevola egemonia globale” (U. Kristol, R. Keygan), anticipando l’offensiva del “Secolo Americano” (The Project for the New American Century). Nella visione neocon, l’unipolarismo ha acquisito un fondamento teorico. Il futuro ordine mondiale è stato visto come una costruzione USA-centrica, dove il nucleo è costituito dagli Stati Uniti come arbitro globale e incarnazione dei principi di “libertà e democrazia”, e una costellazione di altri paesi è strutturata intorno a questo centro, riproducendo il modello americano con vari gradi di precisione. Essi variano nella geografia e nel loro grado di somiglianza con gli Stati Uniti:

– In primo luogo, il cerchio interno – i paesi dell’Europa e del Giappone,

– In secondo luogo, i fiorenti paesi liberali dell’Asia,

– Infine, tutto il resto.

Tutte le zone situate intorno all’”America globale”, indipendentemente dalla loro orbita politica, sono incluse nel processo di “democratizzazione” e “americanizzazione”. La diffusione dei valori americani va di pari passo con l’attuazione degli interessi pratici americani e l’espansione della zona di controllo diretto americano su scala globale.

A livello strategico, l’unipolarismo si esprime nel ruolo centrale degli Stati Uniti nella NATO e, inoltre, nella superiorità asimmetrica delle capacità militari combinate dei paesi della NATO su tutte le altre nazioni del mondo.

Parallelamente, l’Occidente è superiore agli altri paesi non occidentali nel suo potenziale economico, nel livello di sviluppo dell’alta tecnologia, ecc. Soprattutto: l’Occidente è la matrice dove si è formato storicamente il sistema stabilito di valori e norme che attualmente sono considerati lo standard universale per tutti gli altri paesi del mondo. Questa può essere chiamata l’egemonia intellettuale globale che, da un lato, mantiene l’infrastruttura tecnica per il controllo globale, e dall’altro, sta al centro del paradigma planetario dominante. L’egemonia materiale va di pari passo con le egemonie spirituale, intellettuale, cognitiva, culturale e dell’informazione.

In linea di principio, l’élite politica americana è guidata proprio da questo approccio egemonico consapevolmente percepito, tuttavia, ne parlano in modo chiaro e trasparente i neocon, mentre i rappresentanti di altri diversi orientamenti politici e ideologici preferiscono espressioni più snelle ed eufemismi. Anche i critici del mondo unipolare degli Stati Uniti non contestano il principio dell’”universalità” dei valori americani e il desiderio della loro approvazione a livello globale. Le obiezioni si concentrano su quanto questo progetto sia realistico a medio e lungo termine, e se gli Stati Uniti siano in grado di sostenere da soli il peso dell’impero mondiale globale.

Le sfide a questo dominio americano diretto e aperto, che sembrava essere un fatto compiuto negli anni ’90, hanno portato alcuni analisti americani (in particolare Charles Krauthammer, che ha introdotto questo concetto) a parlare della fine del “momento unipolare”.

Ma, nonostante tutto, è proprio l’unipolarismo in una o l’altra manifestazione – palese o occulta, il modello dell’ordine mondiale – che è diventato una realtà dopo il 1991 e rimane tale fino ad oggi.

In pratica, l’unipolarismo si affianca alla salvezza nominale del sistema westfaliano, che contiene ancora i resti inerziali del mondo bipolare. La sovranità di tutti gli stati-nazione è ancora riconosciuta de-jure, e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU riflette ancora parzialmente l’equilibrio di potere corrispondente alle realtà della “guerra fredda”. Così, l’egemonia unipolare americana è de-facto presente, insieme a una serie di istituzioni internazionali che esprimono l’equilibrio di altre epoche e cicli nella storia delle relazioni internazionali. Al mondo vengono costantemente ricordate le contraddizioni tra la situazione de-jure e quella de-facto, specialmente quando gli Stati Uniti o una coalizione occidentale intervengono direttamente negli affari di stati sovrani (a volte anche scavalcando il veto di istituzioni come il Consiglio di Sicurezza dell’ONU). In casi come l’invasione americana dell’Iraq nel 2003, vediamo un esempio di violazione unilaterale del principio di sovranità statale (ignorando il modello westfaliano), il rifiuto di prendere in considerazione la posizione della Russia (Vladimir Putin) nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e le forti obiezioni dei partner NATO di Washington (il francese Jacques Chirac e il tedesco Gerhard Schroeder).

I sostenitori più coerenti dell’unipolarismo (per esempio, il repubblicano John McCain) insistono sull’applicazione dell’ordine internazionale in linea con il reale equilibrio delle forze. Propongono la creazione di un modello un po’ diverso dall’ONU, la “Lega delle Democrazie”, in cui la posizione dominante degli USA, cioè l’unipolarismo, sarebbe stata legalizzata. La legalizzazione di un mondo unipolare e lo status egemonico dell’”impero americano” nella struttura delle relazioni internazionali post-Yalta è una delle possibili direzioni dell’evoluzione del sistema politico globale.

È assolutamente chiaro che un ordine mondiale multipolare non solo differisce dall’unipolare, ma è la sua diretta antitesi. L’unipolarismo presuppone un egemone e un centro decisionale, mentre il multipolarismo insiste su alcuni centri, nessuno dei quali ha diritti esclusivi e quindi deve tener conto delle posizioni degli altri. Il multipolarismo, quindi, è un’alternativa logica diretta all’unipolarismo. Non ci può essere compromesso tra loro: secondo le leggi della logica, il mondo è o unipolare o multipolare. D’ora in poi, non è importante come tale modello particolare sia formulato giuridicamente, ma come sia creato de-facto. Nell’era della “guerra fredda”, diplomatici e politici hanno riconosciuto con riluttanza il “bipolarismo” che era un fatto ovvio. Pertanto, è necessario separare il linguaggio diplomatico dalla realtà concreta. Il mondo unipolare è l’ordine mondiale fattuale fino ad oggi. Si può solo discutere se sia buono o cattivo, se sia l’alba del sistema o, in alternativa, il tramonto, e se durerà a lungo o, al contrario, finirà rapidamente. Indipendentemente da ciò, il fatto rimane tale. Viviamo in un mondo unipolare, e il momento unipolare dura ancora (anche se alcuni analisti sono convinti che stia per finire).

Il mondo multipolare non è un mondo nonpolare

I critici americani della rigida unipolarità, e soprattutto i rivali ideologici dei neoconservatori concentrati nel “Council on Foreign Relations”, hanno offerto un altro termine al posto di unipolarità – nonpolarità. Questo concetto si basa sul suggerimento che i processi di globalizzazione continueranno a svolgersi, e il modello occidentale dell’ordine mondiale espanderà la sua presenza a tutti i paesi e popoli della terra. Così, l’egemonia intellettuale e l’egemonia dei valori dell’Occidente continueranno. Il mondo globale sarà il mondo del liberalismo, della democrazia, del libero mercato e dei diritti umani, ma il ruolo degli Stati Uniti come potenza nazionale e il fiore all’occhiello della globalizzazione, secondo i sostenitori di questa teoria, si ridurrà. Invece di una diretta egemonia americana, emergerà un modello di “governo mondiale”. A questo parteciperanno i rappresentanti di diversi paesi, che staranno insieme con valori comuni e si sforzeranno di stabilire uno spazio sociopolitico ed economico unificato in tutto il mondo. Anche qui, abbiamo a che fare con un analogo della “fine della storia” di Fukuyama descritta in termini diversi.

Il mondo non-polare sarà basato sulla cooperazione tra paesi democratici (per difetto), ma gradualmente il processo di formazione dovrebbe includere anche attori non statali – ONG, movimenti sociali, gruppi di cittadini separati, comunità di rete, ecc.

La caratteristica principale nella costruzione del mondo nonpolare è la dissipazione del processo decisionale da un’entità (ora Washington) alle molte entità del livello inferiore – fino ai referendum planetari online sui principali eventi e azioni che riguardano tutta l’umanità.

L’economia sostituirà la politica e la concorrenza di mercato spazzerà le barriere doganali di tutti i paesi. Lo stato si preoccuperà più della cura dei suoi cittadini che della sicurezza tradizionale, e inaugurerà l’era della democrazia globale.

Questa teoria coincide con le caratteristiche principali della teoria della globalizzazione e si presenta come una tappa verso la sostituzione del mondo unipolare, ma solo alle condizioni promosse oggi dagli Stati Uniti e dai paesi occidentali riguardo ai loro modelli sociopolitici, tecnologici ed economici (democrazia liberale). Questi e i loro valori diventeranno un fenomeno universale, e la necessità di una stretta protezione degli ideali democratici e liberali non esisterà più – tutti i regimi che resistono all’Occidente, alla democratizzazione e all’americanizzazione al momento dell’inizio del mondo nonpolare dovrebbero essere eliminati.

L’élite di tutti i paesi dovrebbe essere simile, omogenea, capitalista, liberale e democratica – in altre parole, “occidentale” – indipendentemente dall’origine storica, geografica, religiosa e nazionale.

Il progetto del mondo non polare è sostenuto da una serie di gruppi politici e finanziari molto potenti, dai Rothschild a George Soros e le sue fondazioni.

Questo progetto strutturale si rivolge al futuro. È pensato come una formazione globale che dovrebbe sostituire l’unipolarismo e stabilirsi dopo nella sua scia. Questa non è un’alternativa, ma piuttosto una continuazione, e sarà possibile solo quando il centro di gravità della società si sposterà dal mix odierno di alleanza di due livelli di egemonia – materiale (il complesso militare-industriale americano e l’economia e le risorse occidentali) e spirituale (norme, procedure, valori) – a un’egemonia puramente intellettuale, insieme alla graduale riduzione dell’importanza del dominio materiale.

Vale a dire, questa è la società dell’informazione globale, dove i principali processi di governo e dominio saranno dispiegati nel campo dell’intelligenza attraverso il controllo delle menti, il controllo mentale e la programmazione del mondo virtuale.

Il mondo multipolare non può essere combinato con il modello di mondo nonpolare perché non accetta la validità del momento unipolare come preludio al futuro ordine mondiale, né l’egemonia intellettuale dell’Occidente, l’universalità dei suoi valori, o la dissipazione del processo decisionale nella molteplicità planetaria indipendentemente dall’identità culturale e di civiltà preesistente. Il mondo non-polare suggerisce che il modello americano di melting pot sarà esteso a tutto il mondo. Di conseguenza, questo cancellerà tutte le differenze tra i popoli e le culture, e un’umanità individualizzata e atomizzata sarà trasformata in una “società civile” cosmopolita senza confini. La multipolarità implica che i centri decisionali devono essere abbastanza alti (ma non solo nelle mani di una sola entità – come è oggi nelle condizioni del mondo unipolare), e le specialità culturali di ogni particolare civiltà devono essere preservate e rafforzate (ma non dissolte in un’unica molteplicità cosmopolita).

Il multipolarismo non è multilateralismo

Un altro modello di ordine mondiale, un po’ distanziato dall’egemonia diretta degli Stati Uniti, è un mondo multilaterale (multilateralismo). Questo concetto è molto diffuso nel partito democratico statunitense, ed è formalmente aderito nella politica estera dell’amministrazione del presidente Obama. Nel contesto dei dibattiti sulla politica estera americana, questo approccio si oppone all’insistenza dei neoconservatori sull’unipolarismo.

In pratica, il multilateralismo significa che gli Stati Uniti non dovrebbero agire nel campo delle relazioni internazionali contando interamente sulla propria forza e mettendo tutti i suoi alleati e “vassalli” di fronte al fatto compiuto in maniera obbligata. Invece, Washington dovrebbe prendere in considerazione la posizione dei partner, persuadere e argomentare le sue soluzioni suggerite in un dialogo paritario con loro, e portarli dalla sua parte per mezzo di argomenti razionali e, a volte, proposte di compromesso.

Gli Stati Uniti in una tale situazione dovrebbero essere “primi tra pari”, piuttosto che “dittatore tra i suoi subordinati”. Questo impone alla politica estera degli Stati Uniti alcuni obblighi nei confronti degli alleati nella politica globale ed esige l’obbedienza alla strategia globale. La strategia globale in questo caso è la strategia dell’Occidente per stabilire la democrazia globale, il mercato, e l’attuazione dell’ideologia dei diritti umani su scala globale. In questo processo, gli Stati Uniti, essendo il leader, non dovrebbero equiparare direttamente i loro interessi nazionali ai valori “universali” della civiltà occidentale, per conto della quale agiscono. In alcuni casi, è più preferibile operare in una coalizione, e talvolta anche fare concessioni ai propri partner.

Il multilateralismo si differenzia dall’unipolarismo per l’enfasi sull’Occidente in generale, e soprattutto sulla sua componente “valoriale” (cioè “normativa”). Su questo, gli apologeti del multilateralismo convergono con i sostenitori del mondo nonpolare. L’unica differenza tra il multilateralismo e il non-polarismo è solo il fatto che il multilateralismo pone l’accento sul coordinamento dei paesi occidentali democratici tra di loro, mentre il non-polarismo include anche autorità non statali (ONG, reti, movimenti sociali, ecc.) come attori.

È significativo che in pratica, la politica di multilateralismo di Obama, come ripetutamente espresso da lui e dall’ex segretario di Stato Hillary Clinton, non è molto diversa dall’era imperialista diretta e trasparente di George W. Bush, durante il cui periodo i neoconservatori erano dominanti. Gli interventi militari statunitensi sono continuati (Libia), e le truppe statunitensi hanno mantenuto la loro presenza nell’Iraq occupato e nell’Afghanistan.

Il mondo multipolare non corrisponde all’ordine mondiale multilaterale perché si oppone all’universalismo dei valori occidentali e non riconosce la legittimità del “Nord ricco” – da solo o collettivamente – ad agire per conto di tutta l’umanità e a servire come unico centro decisionale sulla maggior parte delle questioni più importanti.

Riassunto

La differenziazione del termine “mondo multipolare” dalla catena di quelli alternativi o simili delinea il campo semantico in cui continueremo a costruire la teoria della multipolarità. Fino a questo punto, abbiamo parlato solo di ciò che l’ordine mondiale multipolare non è, negazioni e differenziazioni stesse che ci permettono al contrario di distinguere una serie di caratteristiche costitutive e abbastanza positive.

Se generalizziamo questa seconda parte positiva, derivante dalla serie di distinzioni fatte, otteniamo circa questo quadro:

  1. Il mondo multipolare è un’alternativa radicale al mondo unipolare (che di fatto esiste nella situazione attuale) per il fatto che insiste sulla presenza di pochi centri indipendenti e sovrani di decisione strategica globale a livello mondiale.
  2. Questi centri dovrebbero essere sufficientemente attrezzati e finanziariamente e materialmente indipendenti per essere in grado di difendere la loro sovranità di fronte a un’invasione diretta di un potenziale nemico sul piano materiale, e la forza più potente del mondo attuale dovrebbe essere intesa come questa minaccia. Questo requisito si riduce ad essere in grado di resistere all’egemonia finanziaria e strategico-militare degli Stati Uniti e dei paesi della NATO.
  3. Questi centri decisionali non devono accettare l’universalismo degli standard, delle norme e dei valori occidentali (democrazia, liberalismo, libero mercato, parlamentarismo, diritti umani, individualismo, cosmopolitismo, ecc) e possono essere completamente indipendenti dall’egemonia spirituale dell’Occidente.
  4. Il mondo multipolare non implica un ritorno al sistema bipolare, perché oggi non esiste un’unica forza strategica o ideologica che possa resistere da sola all’egemonia materiale e spirituale dell’Occidente moderno e del suo leader, gli Stati Uniti. Ci devono essere più di due poli in un mondo multipolare.
  5. Il mondo multipolare non considera seriamente la sovranità degli stati nazionali esistenti, che è dichiarata solo a livello puramente giuridico e non è confermata dalla presenza di sufficiente potenza, strategica, economica e politica. Nel XXI secolo, non è più sufficiente essere uno stato-nazione per essere un’entità sovrana. In tali circostanze, la vera sovranità può essere raggiunta solo da una combinazione e coalizione di stati. Il sistema westfaliano, che continua ad esistere de-jure, non riflette più le realtà del sistema di relazioni internazionali e richiede una revisione
  6. La multipolarità non è riducibile alla non-polarità né al multilateralismo perché non mette il centro del processo decisionale (polo) nel governo mondiale, né al club degli Stati Uniti e dei suoi alleati democratici (“Occidente globale”), il livello delle reti sub-statali, le ONG e altre entità della società civile. Un polo deve essere localizzato altrove.

Questi sei punti definiscono l’intera gamma per l’ulteriore sviluppo della multipolarità e incarnano sufficientemente le sue caratteristiche principali. Sebbene questa descrizione ci porti significativamente a comprendere il punto della multipolarità, è ancora insufficiente per essere qualificata come una teoria. Si tratta solo di una determinazione iniziale con la quale la piena teorizzazione ha appena iniziato.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

4 aprile 2022

Fonte:https://www.ideeazione.com/multipolarita-definizione-e-differenziazione-dei-suoi-significati/ 

La nuova normalità e il dominio sul mondo

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/04/04/la-nuova-normalita-e-la-sua-propaganda/

pubblicato in una versione similare su “IdeeAzione“: https://www.ideeazione.com/il-dominio-sul-mondo/

SE NON CI IMPEGNIAMO IN POLITICA IL CONTROLLO SOCIALE CHE ABBIAMO FINORA ACCETTATO NON È DESTINATO A FINIRE PERCHÉ FA PARTE DI QUELLA “NUOVA NORMALITÀ” CHE IL SISTEMA GLOBALE HA IN MENTE PER NOI

I Padri della Chiesa, gli antichi e i grandi pensatori ci hanno insegnato ad avere una visione d’insieme e lungimirante dei fatti perché analisi settoriali in epoche di grandi cambiamenti possono portare ad analisi incomplete ed a una certa miopia che conduce nei vicoli ciechi dell’irrealismo, della vacuità dei cronici bastian contrari, del fanatismo apocalittico.

Un virus sconosciuto, scappato da un laboratorio cinese, ha creato una pandemia e prodotto due anni di stato d’emergenza. La vita di ognuno di noi è cambiata. Ci stanno abituando a determinate restrizioni delle libertà personali, al distanziamento sociale, alla mascherina, al tracciamento digitale delle nostre scelte e abitudini. Il controllo sociale, che abbiamo accettato nel corso di questo lungo periodo, non è destinato a finire perché fa parte di quella “nuova normalità” che il Sistema globale ha in mente per noi.

L’esperimento, a parte la reticenza di una minoranza, è perfettamente riuscito. E’ la globalizzazione che si doveva rimodulare, attraverso la digitalizzazione di massa di ogni processo vitale, per l’arricchimento delle solite poche famiglie dell’alta finanza, che hanno preso il sopravvento con la fine della Seconda Guerra Mondiale, nelle plutocrazie occidentali, dominate in modalità unipolare a partire dal crollo del muro di Berlino.

Ecco ergersi, forte e fiero, l’orso russo, che sembra uscito dal letargo pandemico, a lanciare zampate terribili per marcare il territorio e pretendere lo spazio che l’accerchiamento dell’Heartland, teorizzato dal politico britannico Halford Mackinder (1861-1947) è determinato a precludergli.

Assieme alla Cina, divenuta una Superpotenza, costruita in almeno tre decenni di accettazione del capitalismo economico, abbinato alla peggior repressione comunista in ambito sociale, la Russia di Putin, evocando l’epoca imperiale, si è fatta amici l’Oriente e l’America Latina. Noi siamo l’Europa debole del decadentismo, che si trova in mezzo alla contesa per il potere di un mondo multipolare, che lo zar e Xi Jinping vogliono marcare, nell’ambito di quella rimodulazione del globalismo, che, attraverso il Covid, doveva insegnarci a vivere alla cinese, ma da consumatori all’americana. L’identità fluida, importata dal protestantesimo d’Oltreoceano è già sciolta davanti all’identità forte che proviene da Est.

Un parallelismo storico si potrebbe fare tra la guerra in Ucraina e la guerra di Crimea del 1853. Quest’ultima fu un avvenimento e un sintomo inedito: uno scontro tra due monarchie in cui entrambe apparivano come esponenti mercenari della sovversione dell’ordine naturale e divino, portata dalla rivoluzione francese. La guerra del 1853 fu la prima “guerra democratica” della storia, in cui i figli di una stessa famiglia si sono uccisi a vicenda, non per le loro patrie o per i loro Principi, ma perché, dalle due parti, la feccia preparata e sobillata dal fermento liberal potesse passare sui loro corpi. Solo ciò che sardonicamente viene chiamato “libertà” ha potuto far sì che una ironia così feroce, implicante un simile accecamento, fosse, in genere, possibile. Prima, gli uomini si sacrificavano per ciò che amavano. Divenuti “liberi”, sono costretti a farsi uccidere, occorrendo agli interessi del capitalismo globale: pena l’emarginazione, l’accusa di tradimento, l’isolamento e la morte, come se la patria, la massoneria, la democrazia e la plutocrazia fossero una cosa sola.

Le figure rappresentative della democrazia e della “libertà” videro nella guerra di Crimea lo scontro fra due mondi, il duello tra due dogmi fondamentali, “quello del cristianesimo barbaro d’Oriente contro la giovane fede sociale dell’Occidente civilizzato”, secondo le parole testuali dello storico francese Jules Michelet (1798-1874). Ricordiamo che le Logge massoniche, le Borse e le Banche erano i templi futuri dell’Occidente “civilizzato”, mentre Nicola I era un “tiranno”, un “vampiro”, ed anche Metternich lo era stato.

Vi è della gente che non si ha il diritto di molestare senza essere vampiri, ma ve n’è un’altra che si è liberi di massacrare in massa in nome della “libertà”, senza cessare di essere “nobili” e “generosi”, “buoni” e “giusti”. Obiettivo era distruggere il cristianesimo per preparare la via al bolscevismo in Oriente e all’ubiquità capitalista in Occidente. Oggi, l’ubiquità capitalista ha prevalso, ma la globalizzazione imposta dall’Occidente liberale sta crollando a causa delle sue contraddizioni, il cattolicesimo è sempre più marginale e l’Oriente si è ripreso dalla sbornia socialista. Come andrà a finire, lo vedremo nei prossimi anni, tenendo presente che il Cuore Immacolato di Maria trionferà.

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