Perché l’«eutanasia legale» sarebbe un orrore

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di Giuliano Guzzo

Dato il successo che pare stia avendo la raccolta di firme pro referendum per l’eutanasia legale, desidero brevemente evidenziare perché la «dolce morte» di Stato sarebbe un errore, se non un orrore. Premetto che quanto espongo prescinde da valutazioni di ordine religioso o giuridico, riguardando per lo più le accertate conseguenze che comporta una legislazione come quella che si vorrebbe introdurre, conseguenze che raramente i promotori dell’eutanasia raccontano.

Infatti, uno dei principali argomenti pro «dolce morte» è il seguente: riconoscere il diritto di morire non toglie nulla a nessuno, rende solo tutti più liberi. Sbagliato: l’esperienza internazionale prova che ovunque l’eutanasia sia stata legalizzata, essa ha decretato non una libertà, bensì una tendenza: di morte. Dal 2002 al 2019, in Olanda, le morti assistite sono cresciute del 240%, in Belgio dal 2003 al 2019 di oltre il 1.000%, in Canada in appena quattro anni, dal 2016 al 2020, di oltre il 665%. Ovunque un boom, insomma.

Ora, possiamo escludere che queste impennate di morti, più che a sofferenze dei pazienti, rispecchino una mentalità utilitarista che, in sintesi, va a colpevolizzare il malato facendolo sentire un costo sociale, quindi un peso? Difficile. Si prenda il citato Canada dove, ancora nel 2017, sul Canadian Medical Association Journal si erano stimati in 138 milioni di dollari annui i risparmi per le casse pubbliche del «diritto di morire». Quanto accade (anche) in quel Paese prova che quell’auspicata spending review si sta avverando….

Attenzione, però, perché si è visto pure altro: dove la «dolce morte» è legale, la situazione va fuori controllo ed aumentano anche i suicidi. Parola di Theo Boer, bioeticista, docente presso l’Università di Groningen: «Come molti sostenitori della morte assistita, credevo che fosse possibile regolamentare e limitare l’uccisione agli adulti mentalmente lucidi e malati terminali con meno di sei mesi di vita. Ho anche pensato che regolamentare il suicidio e la morte in questo modo avrebbe ridotto quei tragici casi in cui qualcuno mette fine alla propria vita».

Invece, conclude Boer, che dell’argomento ne capisce essendo stato anche membro della commissione sull’Eutanasia in Olanda, «mi sbagliavo […] Non solo questo ha portato a più morti assistite, ma potrebbe anche essere una delle cause dell’aumento del numero di suicidi». Non è finita. La macabra tendenza il «diritto di morire» comporta, oltre che dai numeri, è infatti provata dalle incredibili storie di chi decide di farla finita. Nel maggio 2018, per esempio, uscì notizia che un anziano professore, tal David Goodall, si era fatto uccidere in Svizzera solo perché scontento («non sono felice, voglio morire»).

Ancora, quattro anni prima di Goodall,, sempre in Svizzera, la signora Anne, un’insegnante in pensione, si era fatta uccidere «perché non riusciva ad adattarsi alle tecnologie e ai tempi moderni, ai computer e alle e-mail, e anche al consumismo e ai fast food» (Repubblica, 7.4.2014). Un altro caso che fa pensare, e raccontato un paio di anni fa anche da alcune testate italiane, è quello di Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, disturbo neurovegetativo che si manifesta nella progressiva scoordinazione motoria di braccia e gambe.

Ebbene, l’uomo si era trovato davanti ad un tragico bivio: pagare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui aveva bisogno – e che non poteva permettersi – oppure l’eutanasia. Foley decise di denunciare l’ospedale ed il governo dell’Ontario, producendo pure due registrazioni audio (una del settembre 2017, l’altra del gennaio 2018) nelle quali il personale dell’ospedale cercava ripetutamente di spingerlo a farsi uccidere. Dunque la domanda è: vogliamo questo? Un Paese si proponga di farla finita anziché curarsi? Oppure dove si possa arrivare, nel giro di poco, a farsi terminare per qualsiasi ragione, anche puramente umorale?

Se vogliamo questo, affrettiamoci a firmare per l’eutanasia legale. Se però queste storie non ci convincono, abbiamo il dovere non solo di non appoggiare un referendum di morte, ma anche di metter in guarda i nostri conoscenti sulle implicazioni di questa piaga mortifera che è la «dolce morte». Le esperienze di tanti Paesi – qui solo in parte ricordate – e le storie di persone eliminate più dal clima culturale che avevano attorno, che dal dolore che avevano dentro e di cui soffrivano, sono qualcosa di troppo tangibile e reale per essere ignorato. Nessuno potrà dire che non era stato avvertito.

Fonte: https://giulianoguzzo.com/2021/08/13/perche-leutanasia-legale-sarebbe-un-orrore/

Il trucco dell'”ultimo sforzo”

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Un anno e mezzo di convivenza con un virus insidioso e pericoloso, ma non in verità più dei tanti che l’umanità ha conosciuto lungo la sua plurimillenaria storia, imporrebbe un sano pragmatismo e poca retorica. A questa regola dovremmo attenerci tutti, ma in primo luogo coloro che per ruolo istituzionale hanno il compito di mettere in atto le politiche di gestione e contenimento del virus. Avendo fatto la scelta, in sé abbastanza irrazionale, di inseguire il virus con le sue molteplici varianti per sgominarlo, prestando poco attenzione al lato pur importante delle cure per chi malauguratamente l’infezione la contrae, ci si è messi in un gorgo ove è appunto il nostro nemico e non noi a dare le carte. Ciò imporrebbe perciò anche molta cautela nell’uso delle parole, per non creare illusioni e falsi ottimismi destinati poi a essere sconfessati dalla realtà creando inutili rancori e disillusioni.

Parlare perciò, come ancora ieri ha fatto la pur brava ministra Maria Stella Gelmini, di un “ultimo sforzo” per uscire dall’emergenza, cioè per sconfiggere il virus, non fa che reiterare un errore commesso ormai già diverse volte in questi mesi e che ha fatto sì che ogni sacrificio richiesto fosse presentato come l’ultimo e definitivo senza che in verità fosse tale. E che anche in questo caso ci siano buone possibilità che così sia, è fin troppo evidente se si presta un po’ di attenzione ai fatti e si prova ad essere onesti intellettualmente (prima di tutto con se stessi).

Ma l’aspetto più fastidioso della questione è che la retorica dell’“ultimo sforzo” nasconde una verità inoppugnabile, e cioè che di “ultimo sforzo” in “ultimo sforzo” è sempre più l’“emergenza” a diventare (la nuova) normalità. E poiché l’emergenza esige come risposta lo “stato d’eccezione”, cioè la sospensione delle regole formali della democrazia e in misura più o meno ampia delle libertà fondamentali, il rischio è che eccezione diventi in quest’ottica proprio un eventuale ripristino di quelle regole e del totale e erga omnes (cioè non discriminatorio) accesso a quelle libertà. È questo, a mio modo di vedere, il punto vero della questione, attorno a cui un po’ tutti girano attorno senza affrontarlo di petto: le classi dirigenti perché protese a deresponsabilizzarsi e seguire la via più facile; i sì pass perché soggiacenti alle retoriche dominanti, tutte fra l’altro disponibili a buon mercato; i no pass perché, pur avvertendolo, non lo portano a concetto o lo “corrompono” con richieste, pur sacrosante ma banali”, di esenzioni e allentamento della presa. Ed è un punto dirimente perché chiama in causa nientemeno che la natura e qualità della democrazia e il futuro delle nostre società.

Fra l’altro, anche ammesso che il Covid scompaia fra qualche mese, come tutti ci auguriamo, chi ci assicura che altre emergenze, dello stesso e di altri tipi, presto non insorgano e rendano ancora più impellente lo stato di eccezione? E se il green pass ha una funzione anche di controllo, e in questo senso di prevenzione, siamo sicuri che esso non diventi presto definitivo, una sorta di seconda carta d’identità che, per fermare in anticipo terroristi, malintenzionati e virus di ogni tipo, permette di sapere tutto, ma proprio tutto, di noi? Se questa fosca previsione si avverasse, l’”ultimo sforzo” chiestoci per il green pass, sarebbe davvero l’ultimo ma in ben altro senso rispetto a quello a cui pensava la Gelmini.

Ripeto quello che ho detto già in altre occasioni: io non ho una soluzione, ma solo tanti dubbi. Proprio per questo, non perché tema l’avvento di improbabili “totalitarismi sanitocratici”, sono preoccupato. C’è troppa superficialità in giro, e anche troppa sicumera, dall’una e dall’altra parte: troppa poca volontà di porsi domande. Di porre la questione da un punto di vista un po’ più elevato rispetto a quello predominante nella media lasse intellettuale.

Corrado Ocone, 8 agosto 2021

DA

Il trucco dell’”ultimo sforzo”

La differenza tra uomo e donna ci salverà perché lì c’è la vita

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di Claudio Risè

Fonte: La Verità

La tesi del disegno di legge Zan sulle pretese identità sessuali percepite è una teoria che cerca di smontare una delle maggiori e più significative evidenze umane, per sostituirla con una serie di caselle burocratiche

Il bizzarro decreto Zan contro un reato introvabile nelle statistiche nazionali forse non passerà. Un risultato notevole l’ha però già ottenuto: ha suscitato il panico tra genitori e educatori, impegnati nel loro lavoro e spaventati dal quadro della situazione affettiva giovanile fornita da giornali e media, devoti al loro zelo zannofilo. Da ciò che molti adulti riferiscono all’analista, il mondo giovanile secondo i media appare come qualcosa tra Sodoma e Gomorra, tra imbellettati Pride e cambi di sesso di massa. Genitori e maestri, per lo più sofferenti per il loro scarso potere e incisività, sono poi sbalorditi dalla tesi gender dell’identità sessuale ridotta a “produzione culturale” inventata dalla società. Non si erano mai accorti di avere con le loro idee o speranze il potere di determinare addirittura il sesso dei loro figli e allievi; anzi erano convinti di non avere nessun potere. Le figure educative sono disorientate. Vorrei, per quanto posso, rassicurarli.
E, già che siamo nello Sguardo selvatico, li inviterei a “scendere dal pero”, albero che nel folclore contadino ha spesso rami complicati e contorti, fragili, spesso intaccati da parassiti, da cui è facile cadere. Per giunta di frequente sterili, come protesta un detto popolare siciliano: “Pira ‘un facisti, e miraculi vöi fari?” (“Non hai fatto pere, e vuoi fare miracoli?”). Presunzioni  contorte come i ragionamenti della supponente Gender theory, con la quale una ricca sociologa americana, Judith Butler, pretende di spiegarci come siamo fatti e come si fa ad amare.
Giù dal pero, dunque. Non impressioniamoci. I molti scrivani o opinion maker simpatizzanti o comunque colpiti dalla LGBT etc, (spesso non giovanissimi), non rappresentano tutti i giovani italiani, e neppure quelli europei. Sono persone testardamente devote a una teoria nata nel decostruzionismo del ‘900, che ha cercato di smontare la differenza sessuale, una della maggiori e più significative evidenze umane, per sostituirla con una serie di caselle burocratiche corrispondenti neppure a sessi, ma a pratiche sessuali, anche molto minoritarie e private, sostanzialmente irrilevanti ai fini dell’identità personale. Ma non ci stanno riuscendo. I popoli dei paesi del Nord, che la teoria del gender l’hanno scoperta già prima del terzo millennio, hanno pagato da tempo il loro scotto di cambiamenti di sesso infelici, disagi mentali, rotture familiari e peggio. I governi di quei Paesi hanno ora atteggiamenti più cauti e smagati, anche per i costi sul piano umano e sociale delle pretese “identità sessuali percepite”. Noi invece stiamo ancora scoprendo l’acqua calda, e allestendo i corrispondenti finanziamenti, giornate celebrative e burocrazie nuove di zecca, apprestate per l’occasione. Certo, se non smettiamo in fretta, ahimè qualcuno si farà male. Sarà doloroso, non però la fine del mondo.
Perché, anzi, il mondo è cominciato, e continua a funzionare, non con la pur importante (anche se spesso traditrice) tecnologia o su stravaganti teorie sociologiche, ma proprio grazie a quella Differenza essenziale, tra donne e uomini, di cui ci parla (ad esempio) sir Simon Baron-Cohen, professore di psicologia dello sviluppo all’Università di Cambridge, nel suo The essential difference (Penguin). Una differenza sulla quale poggia il mondo degli esseri umani, e che non ha nulla a che vedere con il mondo degli stereotipi, come Baron-Cohen precisa fin dalle prime pagine. A dimostrare però le resistenze dei templi della cultura italiana verso le decine di ricerche raccolte dall’autore, che molto elegantemente svuotano la teoria del genere (senza neppure mai nominarla perché scientificamente inesistente), basti notare che questo libro, fra i primi e più noti del giovane e brillante psichiatra, è quasi l’unico a non essere stato ancora tradotto in italiano. I nostri soloni della cultura non vogliono neppure sentire parlare della “differenza essenziale” tra maschi e femmine.
Forse perché Simon Baron-Cohen nel libro svelava (già nel 2003) con grande chiarezza e understatement: “Nei passati decenni l’idea stessa di differenze psicologiche nei due sessi avrebbe sollevato pubbliche proteste. Gli anni 60 e 70 videro un’ideologia che svalutò le differenze psicologiche dei sessi come o mitiche o comunque non essenziali… riflessi di forze culturali diverse in azione nei due sessi. Il cumulo però di evidenze prodotte per molti decenni da studi e ricerche di laboratori indipendenti mi hanno persuaso che ci sono differenze essenziali che devono essere studiate e riconosciute: la vecchia idea che possano essere soltanto culturali è oggi troppo semplicista”. Le “differenze essenziali” , spiega l’autore, sono presenti fin dalla nascita: troppo presto per attribuirle tutte alla cultura. I fattori biologici sono gli unici candidati in grado di spiegarli, almeno in gran parte.
Nel libro, l’analisi del cervello e della mente incrocia poi la riflessione neuroscientifica sull’evoluzione, dove emerge molto presto la differenza essenziale tra uomo e donna: l’uomo procura il cibo e difende la donna e la prole, la donna  fa i bambini e li nutre. La capacità specifica del femminile è l’empatia, con la sua capacità di accoglienza e scambio affettivo, quella del maschile è il costruire sistemi che aiutano e sviluppano la vita; con il necessario accompagnamento della funzione di difesa/aggressione, presente fin dalla prima infanzia dell’uomo. Naturalmente poi, entrambi gli aspetti fanno un po’ di tutto, a seconda delle necessità e anche delle inclinazioni. Giovanna d’Arco è stata (anche) un grande capo militare e Francesco d’Assisi un campione assoluto di accoglienza ed empatia: sono le dimostrazioni estreme della possibilità di sviluppare anche le qualità dell’altro sesso, che confermano la fondamentale libertà dell’essere umano. Tuttavia i due, donna e uomo, sono fatti così, e tali rimangono, anche se si iscrivono a un’altra casella. Il maschio crea continuamente sistemi: di ragionamento, di produzione, di vita spirituale (san Benedetto). E la manager emancipata e superaffermata porta in analisi il suo desiderio di maternità.
Baron-Cohen poi, approfondisce, qui e anche altrove (per esempio ne: I geni della creatività. Come l’autismo guida l’invenzione umana appena uscito da Cortina), anche gli aspetti “autistici”, fortemente introversi del maschile, a cui si deve gran parte dello sviluppo tecno-scientifico. Ma che spesso fanno perdere la pazienza alle donne: “Perché mio marito non parla mai?”
Genitori e insegnanti si possono tranquillizzare: la “differenza essenziale” ci salverà. Perché lì c’è la vita.

La nausea che prende oramai a discutere di Covid e vaccini

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Fonte: Andrea Zhok

La nausea che prende oramai a discutere di Covid e vaccini dev’essere considerato un sintomo primario della pandemia.
Però a fronte delle proposte che circolano, oscillanti tra l’insensato e il pericoloso, talvolta tornarci sopra è inevitabile.
L’ultima discussione che è partita è quella sui richiami dei vaccini. Pfizer dice di star lavorando ad una terza dose. Ma di fatto che la terza dose sia diversa dalle precedenti e studiata ad hoc, o che sia una replica delle altre, la prospettiva che ci viene proposta come inevitabile è quella di richiami periodici, probabilmente alla scadenza dei 9 mesi dalla precedente, come segnalato dalla certificazione di avvenuta vaccinazione.
E questo idealmente per l’intera popolazione.
Ora, che in una situazione di emergenza il vaccino, un qualche vaccino, per quanto limitatamente testato, sia meno pericoloso che l’esposizione diretta al Sars Cov-2 è stato argomentato in modo convincente per le fasce d’età dai 50 in su.
Più si riduce l’età, più tale probabile vantaggiosità è discutibile. (Personalmente, dati alla mano, non mi sembra sostenibile per la fascia sotto i 20 anni – in assenza di particolari patologie).
L’argomento collaterale volto al raggiungimento della famosa “immunità di gregge” riemerge ciclicamente nonostante nessuno si sia preso la briga di spiegarne la dinamica nel contesto presente. Come ci si immagina il raggiungimento di tale “immunità di gregge” per vaccini che coprono dai sintomi, ma solo in piccola parte dall’infezione, e per un virus che circola oramai in tutto il mondo, senza limiti stagionali? Esattamente cosa si ha in mente, visto che l’eradicazione è matematicamente esclusa?
In questo contesto la prospettiva sembra dunque essere la seguente: continuare per tutta l’eternità a girare nei luoghi chiusi con la mascherina, fare lezione o a allenarsi in palestra con mascherina e/o distanziamento, e farsi somministrare ciclicamente per tutta la vita un vaccino sperimentale. Questo, peraltro, sapendo  già che le dosi cumulative nel tempo possono far insorgere problemi specifici, ancorché ignoti (sui vaccini a MRNA questo è stato già dichiarato ufficialmente: ogni ulteriore somministrazione tende a incrementare la risposta organica, sia quella desiderata, sia quelle indesiderate).
Ecco, francamente alimentare una prospettiva del genere mi pare miope e insostenibile: pesantissima sul piano comportamentale e anche crescentemente pericolosa sul piano sanitario.
Nel medio periodo, al meglio di quanto sono in grado di valutare, credo si debbano avere in vista due direzioni:
1) da un lato bisognerebbe incrementare l’attenzione sulle cure sintomatiche, di cui si continua a parlare troppo poco; siamo da due anni in un laboratorio mondiale aperto h24 per trattare milioni e milioni di contagiati; man mano che i casi di studi si moltiplicano è impossibile che non si siano elaborati trattamenti di contenimento di cui si è valutata una qualche efficacia, e su ciò bisognerebbe concentrare le risorse;
2) in secondo luogo, all’opposto di quanto viene proposto ora, bisognerebbe consentire alle persone che rischiano di meno, o per la giovane età, o perché già vaccinati, di esporsi al virus, in modo da costruire gradualmente un’ampia fetta della popolazione che abbia approntato risposte fisiologiche capaci di creare le condizioni per convivere con un virus endemico. Dunque ora, lungi dallo stigmatizzare ossessivamente assembramenti estivi, bisognerebbe tendenzialmente permetterli, e più in generale bisognerebbe ridurre drasticamente le cautele per i più giovani e per i vaccinati. Così facendo il numero delle persone che richiederanno la vaccinazione andrà progressivamente scemando nel tempo, e la convivenza di lungo periodo farà il resto, dando spazio a varianti tollerate dalla popolazione.
Mentre l’intervento di contenimento forzato nella fase di esplosione del virus poteva essere considerato necessario per non distruggere la funzionalità degli ospedali, ora tale tipologia di intervento non solo non è necessaria, ma risulta decisamente controproducente.

Il ddl Zan non ha più i numeri. Ma è presto per cantare vittoria

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Repubblica ha pensato bene di porre la notizia in prima pagina sull’edizione domenicale e, in effetti, la notizia c’era (e c’è) tutta: il ddl Zan non ha più i numeri per essere approvato in Parlamento. Si tratta di una svolta significativa dopo che, lo scorso novembre, la legge contro l’omobitransfobia era stata passata senza difficoltà alla Camera e che, nonostante le molte audizioni richieste dal centrodestra in Commissione Giustizia al Senato, tutto sembrava filare per il verso giusto. E invece un sassolino si è infilato nell’ingranaggio del centrosinistra, determinandone un’improvvisa quanto netta battuta d’arresto.

L’inceppo è stato provocato da Italia Viva, il partito di Matteo Renzi, che – facendo propri i rilievi critici di giuristi come Giovanni Maria Flick, già presidente della Consulta –  ha presentato alcuni emendamenti che vanno a ritoccare l’articolato del testo, in particolare rimuovendo quell’identità di genere che, campeggiando all’articolo 1, è tra i pilastri della legge tanto cara al movimento arcobaleno. Prova ne sia la reazione del Pd di Alessandro Zan, che ha giudicato irricevibile una simile proposta. D’accordo, ma stando così le cose il ddl Zan può contare su una forbice di voti che oscilla tra i 135 e i 145 a favore, mentre i contrari oscillano tra i 155 e i 158. Ecco che allora i 17 senatori renziani diventano semplicemente determinanti.

Come andrà a finire, dunque? L’esperienza politica recente (vedi il naufragio del Governo Conte bis) dimostra che, quando Italia Viva imbocca una strada – che possa comportare anche conseguenze pesanti, non cambia -, poi difficilmente torna sui suoi passi. Quindi, nonostante Repubblica non sia affatto una testata neutrale ma di notoria parzialità, la notizia sull’assenza dei voti al ddl Zan ha tutta l’aria d’essere vera. Davvero cioè quei voti non ci sono, ed è senz’altro una novità positiva. Anzitutto perché, se fosse il Pd a scendere a compromessi accettando delle proposte di emendamento, in ogni caso il ddl Zan dovrebbe tornare nuovamente alla Camera; il che, per gli oppositori senza se e senza ma del provvedimento, comporta tempo prezioso.

In secondo luogo, eventuali modifiche al ddl Zan sarebbero una buona notizia perché il testo di quella norma è così ideologico – da questo punto di vista, l’identità di genere (con l’identità sessuale ridotta a discorso percettivo, a prescindere dal completamento di un iter di rassegnazione sessuale) -, è un testo così ideologico, dicevamo, che può essere solo migliorato. Simili, incoraggianti consapevolezze non devono tuttavia far perdere di vista ai pro family quale sia il vero scopo, e cioè non ritoccare, ma affossare il ddl Zan. Una norma che introduce il bavaglio per i difensori del primato nazionale della famiglia naturale; che prepara la strada all’utero in affitto; che introduce forme inaccettabili di indottrinamento gender nelle scuole, e via di questo passo.

Lo stallo in cui si trova oggi la legge arcobaleno al Senato – stallo, urge ribadirlo, che purtroppo non riguarda il ddl Zan tout court, bensì il ddl Zan solo come attualmente formulato -, se da un lato costituisce senza dubbio un elemento incoraggiante, dall’altro non deve alimentare facili e, soprattutto, prematuri entusiasmi. La strada per togliere di mezzo questa legge inutile e ideologica, infatti, è ancora lunga e i suoi promotori, come prova l’immensa potenza di fuoco mediatica di cui sono stati fin qui capaci, tutto sono fuorché arrendevoli.

Tuttavia, ecco il punto, se fino a non molto tempo addietro pareva che il ddl Zan fosse sostanzialmente inattaccabile, oggi, grazie alla mobilitazione di tante e multiformi realtà – dai giuristi financo liberal alle femministe, dalla Santa Sede, con la sua nota diplomatica, fino naturalmente a ProVita&Famiglia – la musica è cambiata. E si può pertanto dire che, se anche la battaglia non è conclusa, per la prima volta Golia inizia a tremare. Perché pur essendo un gigante spaventoso ha davanti a sé un piccolo ma agguerritissimo Davide. Che, nonostante la disparità in campo, non ha nessuna voglia di arrendersi. Proprio nessuna.

DA

https://www.provitaefamiglia.it/blog/il-ddl-zan-non-ha-piu-i-numeri-ma-e-presto-per-cantare-vittoria

Omofobia, Buttiglione: “Da Ddl Zan pericolosa intolleranza, bisogna colpire violenza non opinioni”

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Il ddl Zan “manifesta una pericolosa intolleranza da parte non degli omosessuali, ma di alcuni attivisti Lgbt, che sembrano non voler ascoltare le ragioni degli altri. Esistono già norme che puniscono la violenza omofoba”, ma con il provvedimento approvato dalla Camera e ora all’esame del Senato, si corre “il rischio che alcuni magistrati ideologizzati” arrivino “a condannare l’opinione come se fosse incitamento alla violenza”.

A dirlo all’Adnkronos è il professor Rocco Buttiglione, più volte parlamentare e ministro nelle file del centrodestra, che nel 2004 fu costretto a rinunciare al ruolo di Commissario europeo dopo aver dichiarato, durante le audizioni all’Europarlamento precedenti l’assunzione dell’incarico: “I may think, io posso pensare, ovvero, anch’io ho il diritto di pensare che l’omosessualità sia un peccato ma questo non ha nessun effetto sulla politica”.

Buttiglione non torna su quell’episodio che lo vide protagonista diciassette anni fa, ma non rinuncia ad approfondire gli aspetti relativi al ddl ZAN da settimane al centro di accese polemiche. Un provvedimento, afferma, che “manifesta una pericolosa intolleranza da parte non degli omosessuali, ma di alcuni attivisti Lgbt, che sembrano non voler ascoltare le ragioni degli altri”. Per il filosofo cattolico “c’è il problema di combattere la violenza omofoba, dubito che lo strumento sia una nuova aggravante penale: in Italia quando si vuol dare l’impressione di prendere una cosa sul serio, sempre si inventa un nuovo reato o una nuova aggravante”.

In realtà “esistono già norme che puniscono le fattispecie che ricadono sotto il ddl ZAN: la legge dovrebbe essere uguale per tutti, perchè fare una norma specifica per gli omosessuali quando l’incitamento alla violenza è già punito da norme che, per la verità, un certo indirizzo giurisprudenziale ha lasciato cadere in disuso ma che comunque esistono?” “C’è la legge Mancino, ci sono nel codice penale i reati di istigazione alla violenza: per la verità una volta -ribadisce Buttiglione all’Adnkronos -la giurisprudenza di sinistra era ferocemente contraria e tentava di non applicare quelle norme, ma questa storia è passata”. “Non c’è molto bisogno di nuove norme, certi comportamenti non si dissuadono con aggravanti penali, si dissuadono con una maggiore efficienza degli organi di Polizia nella sorveglianza prima e poi nella repressione: significa metterci del tempo, della fatica, dei soldi, meglio allora fare una norma che dà l’impressione di aver fatto qualcosa senza in realtà aver fatto niente, salvo mettere in pericolo la libertà di espressione”.

 

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Legge Zan: colpire l’intenzione per criminalizzare il dissenso

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Fonte: Centro studi Livatino

Il 15 giugno 2021 Domenico Airoma, Procuratore della Repubblica di Avelino e vicepresidente del Centro studi Rosario Livatino, ha svolto davanti alla Commissione Giustizia del Senato un’audizione sui “Disegni di legge n. 2005 e n. 2205, contrasto della discriminazione o violenza per sesso, genere o disabilità”, il c.d. d.d.l. Zan sull’omofobia. A seguire il testo della relazione, trasmessa agli atti della Commissione, centrata sui profili penalistici della nuova disciplina.

Onorevole Presidente,
Onorevoli Senatori,
vi ringrazio per l’invito.

Desidero sottoporre alla vostra attenzione alcune brevi riflessioni su un aspetto, in particolare, del disegno di legge recante il nr. 2005, già oggetto, per la verità, di condivisibili rilievi critici da parte di insigni esponenti della scienza penalistica: mi riferisco alla disposizione incriminatrice che andrebbe ad integrare l’art. 604 bis del codice penale.

L’indeterminatezza del precetto penale non è mera questione accademica, da puristi del diritto. Chi vi parla è un pratico del diritto, un tecnico che è chiamato ad interpretare la norma, a farla vivere nella concretezza delle relazioni personali. La mia, dunque, è la preoccupazione di chi cerca di capire quali saranno i possibili scenari applicativi, mostrando al legislatore come verosimilmente andrà a finire. Ed il finale, assai prevedibile, non tranquillizza. Cerco di spiegare in sintesi le principali ragioni di siffatta preoccupazione.
L’art. 2 del disegno di legge in questione non incrimina un fatto, una condotta che abbia una sua materialità, bensì l’istigazione, cioè una condotta di incitamento che è fatta di parole. Un incitamento, peraltro, non a commettere reati ma a compiere atti di discriminazione. Va pure evidenziato che abbiamo a che fare con discriminazioni sui generis, perché non si tratta di situazioni oggettivamente uguali trattate in modo disuguale (si pensi al razzismo, pure considerato dall’art. 604 bis c.p.), ma situazioni ritenute uguali secondo prospettazioni soggettive e, nel caso della cosiddetta identità di genere (come definita dall’art. 1 del medesimo d.d.l.), volutamente distoniche rispetto all’evidenza, oggettivamente percepibile, del corpo.
Come farà l’interprete a stabilire quando quelle parole di incitamento siano da considerare penalmente rilevanti? L’interprete è chiamato a stabilire, in buona sostanza, se quelle parole siano espressive di un hate speech, di un discorso di odio. E qui incontriamo la prima grande difficoltà.
Il pubblico ministero, prima, ed il giudice, poi, non sono psicologi; direi di più, non devono fare gli psicologi. L’indagine su una disposizione interiore non compete ai magistrati, è strutturalmente estranea alle aule di giustizia. Può esservi interesse ad accertare i motivi che hanno spinto a commettere un reato, certo! Ma il motivo, così come il movente, innervano la condotta; e dunque si rivestono di materialità. L’odio può essere al fondo del movente, ma è quest’ultimo che va provato, che può essere provato.
Nel caso dell’art. 2 del disegno di legge in questione, tuttavia, è proprio questo che si chiede all’interprete, soprattutto se lo si legge unitamente all’art. 4. Si chiede a chi dovrà applicare quel precetto di stabilire quando le parole di incitamento siano motivate da ragioni culturali, etiche o religiose, e quando, invece, da odio. Ed allora bisogna chiedersi quali potrebbero essere le strade, processualmente praticabili, che possono consentire di dimostrare che si è in presenza di un discorso di odio penalmente rilevante. Leggo, nelle relazioni di accompagnamento ai testi normativi poi unificati nel presente disegno di legge, che la differenza dipenderà dalle modalità di estrinsecazione del pensiero o da precedenti condotte dell’autore.E però questi sono indici che il diritto penale considera ai fini della graduazione della pena o della pericolosità sociale; oppure, come nel caso delle modalità espressive, quando siam dinanzi a parole che sono oggettivamente offensive. Ma quando si è dinanzi a chi sostiene -come ha fatto Luciana Piddiu, autodefinitasi femminista e comunista su Micromega del 26 aprile di quest’anno- che “la differenza sessuale, che piaccia o no, non è un’opinione. E’ ciò che ha consentito alla nostra specie di riprodursi e sopravvivere”; cioè dinanzi a chi incita a non obliterare l’evidenza del corpo, potrà dire l’interprete che quella frase è da ritenersi omofoba, che cioè è un discorso di odio, sol perché espressa in modo polemico?
Il pericolo è che, allora, la vaghezza del precetto finisca con l’attribuire all’interprete il compito di stabilire, egli, quando si è dinnanzi ad un discorso di odio; cioè quando un’opinione integra un crimine. Ed in una materia così delicata e controversa, terreno di scontri culturali accesi, assegnare il compito non di arbitro ma, per il contenuto etico che lo stigma omofobico porta con sé, il ruolo di vero e proprio scrittore delle tavole della nuova legge morale al giudice appare operazione rischiosa. Essendo questo uno dei risvolti, ed il peggiore, del cosiddetto panpenalismo, che altro non è, come avvertito da autorevoli giuristi, che la delega dell’etica pubblica alle aule giudiziarie.
Vi è, poi, un secondo aspetto sul quale desidero richiamare la vostra attenzione; anche questo tratto dalla mia esperienza professionale. Questa tecnica normativa fondata sulla individuazione dell’odiatore può condurre ad un effetto, certo non voluto, ma assai probabile, di aumentare, paradossalmente, la conflittualità su questi temi anziché attenuarla. Ed infatti, dal momento che si tratta di temi ad alto contenuto di contrapposizione culturale, direi antropologico, può manifestarsi la tentazione, una volta che si ha a disposizione l’arma della sanzione penale, di trasferire il confronto dal piano del confronto delle idee a quello del confronto nelle aule di giustizia, attraverso la denuncia penale dell’avversario. Denuncia che sarebbe agevolata proprio dalla vaghezza del precetto penale. Denuncia che porterebbe all’apertura di un procedimento penale, che, a prescindere dal suo esito, espone, di suo, chi lo subisce ad una pena, spesso dalla durata intollerabile.
Non solo: invocando l’intervento del giudice penale, si espone il denunciato allo stigma pubblico dell’odiatore omofobo, con tutto quel che ne consegue. E se consideriamo la vastità dei campi che possono essere interessati dal confronto su questi temi (dalla famiglia alla scuola, dagli ambienti religiosi a quelli più ampiamente sociali e politici), non sfugge quali e quante persone potrebbero ritrovarsi incasellati in questa categoria non proprio piacevole, al pari, appunto, di un razzista. Con ciò alimentando rancore, conflittualità, discordia.
Qualcuno ha detto che la legge penale di una generazione diventa la morale della generazione successiva: ecco, io non vorrei che passasse l’idea che l’indispensabile confronto culturale su temi importanti come la sessualità sia vissuto come una battaglia che si concluda con la criminalizzazione del dissenso. Usando la sanzione penale non più come extrema ratio, ma come, osservato dal presidente emerito della Corte Costituzionale, Giovanni Maria Flick, “come strumento primario di controllo sociale”.

Cocktail vaccini, quali rischi si corrono

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Come risaputo, il nostro Circolo Christus Rex non appartiene alla schiera variegata dei “negazionisti”, dei “no mask”, dei “no vax” ed altre simili amenità. Come per ogni argomento ci sforziamo di avere un approccio realistico e critico. Ragioniamo con equilibrio, evitando le “tifoserie”, alla luce dei fatti (non delle fantasie, dei dati parascientifici o altre sciocchezze che si trovano a bizzeffe sul web) e delle circostanze, utilizzando il buon senso, accanto alla ragionevolezza ed alla Fede. Non ci piace il “nuovo mainstream del politicamente scorretto a tutti i costi”, che, spesso, è pure a fini di lucro e neppure l’utilizzo di questa particolare situazione da parte di alcuni accademici e commentatori ciarlatani, cosiddetti “di area”, che mischiano la loro conoscenza frammentaria o interessata in materia ecclesiale, per aumentare la confusione generale (generando ancor più paure) e cercare di crearsi un nome ed una nicchia. Saranno spazzati via quando il loro zelo amaro, la loro disperazione, il loro arrivismo, che li spinge addirittura a “profezie” catastrofiste verranno smentiti dalla realtà e dovranno giustificare le loro affermazioni ed i loro scritti cervellotici. Ci troveranno pronti a chieder loro conto di tutto, per il bene comune.

Ci troviamo d’accordo, nella sostanza, con l’articolo che riportiamo qui sotto. Non siamo “esperti” né “tuttologi” ma sappiamo usare la nostra testa e la nostra coscienza. Non c’è un’Autorità che si sia espressa solennemente in materia e, quindi, siamo costretti ad agire secondo Fede e Ragione, in coscienza. (N.d.R.) 

di Paolo Becchi e GiulioTarro

La storia dei vaccini ci può forse insegnare qualcosa. Pensiamo alla poliomelite con l’uso iniziale del vaccino Salk che utilizzava un virus inattivato da trattamento chimico e che fu poi sostituito dal vaccino Sabin a virus attenuato dal trattamento di centinaia di passaggi in colture di tessuto fino a perdere la capacità di superare la barriera del suo passaggio orofecale senza arrivare al sistema nervoso centrale. Ovviamente la possibilità di somministrare il vaccino per via orale ha superato subito le barriere per la sua somministrazione per i bambini in particolare del continente Africano, del Centro Sud America e del Sud est Asiatico. Ma il vaccino Sabin aveva una controindicazione: il soggetto con deficit immunitario “pari a uno su due milioni e quattrocentomila dosi”, praticamente irrisoria.

Nessuno mescolava due vaccini

Per evitare tuttavia questi casi dal 2002 nel mondo occidentale si potrebbe di nuovo usare il vaccino Salk se si ripresentasse la malattia, ma ciò non ha inciso sull’uso globale del vaccino Sabin che ha già comportato la scomparsa globale del tipo 2 e del tipo 3 dal resto del mondo con pochi casi, 5-6 rispettivamente in Afganistan e Pakistan, con previsione del loro azzeramento nei prossimi 3 anni per quanto riguarda il tipo 1 che si è rifatto vivo come vaccino orale causa di poliomielite nei casi di soggetti defedati e immunodeficitari osservati nella Siria per la guerra in corso e che non possono incidere sul dato finale di azzeramento della paralisi infantile nei prossimi 2-3 anni con completa scomparsa della malattia come avvenuto per il vaiolo.

Chi faceva questi vaccini era immune per lungo tempo e forse addirittura per sempre e immunizzava anche gli altri. Questi erano i vaccini antipolio, come si vede anche allora c’erano due vaccini diversi. Anche se entrambe le tecniche utilizzavano un virus inattivato o attenuato. Mai nessuno si sognò di mischiare i due vaccini.   

Come funzionano i vaccini anti-Covid

Veniamo alla situazione attuale. La tecnica di iniettare non un virus, ma frammenti di RNA messaggero (mRNA) è del tutto nuova, mai sperimentata in precedenza. Essa consiste nell’utilizzare una molecola speculare all’acido nucleico del virus per la produzione delle proteine costituenti la particella virale con il fine di indurre la glicoproteina spike del coronavirus, usata per i recettori ACE2 delle cellule bersaglio in modo da produrre questi antigeni nelle nostre cellule mediante l’informazione dell’mRNA. In sostanza viene stimolata la produzione di anticorpi specifici come l’immunoglobulina verso gli antigeni specifici virali per ottenere l’immunità del soggetto vaccinato. Ma non ci sono solo questi vaccini. I vaccini più tradizionali sono quelli cinesi ed indiani, a virus disattivato, ma anche il vaccino prodotto dai Russi o l’AstraZeneca utilizzano un adenovirus come vettore contenente le istruzioni per produrre la glicoproteina spike che permette al virus di legarsi alle cellule umane utilizzate dopo come fotocopiatrice per creare nuove copie di se stesso. Il nostro sistema immunitario impara a riconoscere la proteina del virus “ibrido” e meno aggressivo, conservando la memoria dell’agente incontrato.

Il caso Astrazeneca (e non solo)

Oggi molta attenzione è riservata a AstaZeneca per alcuni effetti avversi molto limitati ma incontestabili. Ma poco si dice sui nuovi vaccini a mRNA. Con questi vaccini alcune regioni del genoma del virus si legano al gene delle cellule umane. Si è sottovalutata anzitutto la possibilità di attivazione di geni umani associati a rischio di malattie autoimmuni. Inoltre, nei soggetti in età fertile l’mRNA potrebbe indurre modifiche sugli spermatogoni o sugli ovuli con prospettive di alterazioni genetiche nei feti che solo il tempo potrebbe essere in grado di escludere. Ecco perché questo tipo di vaccino dovrebbe essere sconsigliato alle donne incinte come pure dovrebbe venire sconsigliata la gravidanza fino a due mesi dopo la sua inoculazione.

I vaccini a mRNA sono quelli della Pfizer e della Moderna dove l’RNA fa da modello per produrre la proteina spike della COVID-19 e stimolano la produzione di molti anticorpi. I vaccini AstraZeneca e Reithera consistono in un adenovirus vettore delle spikes del coronavirus, mentre l’adenovirus vettore dello Sputnik Russo è di origine umana quello dell’AstraZeneca usa un virus dello schimpanzè, mentre la Reithera un virus del gorilla. Gli adenovirus usati non sono contagiosi. L’adenovirus non si replica e non provoca malattia e diffonde il gene del SARS-CoV2 nelle cellule dell’organismo dove vengono prodotte le proteine spikes riconosciute dal sistema immunitario del vaccinato come estranee, rispondendo con anticorpi umorali e cellule linfocitarie che impediscono al virus l’entrata nelle cellule del vaccinato e distruggono le cellule infette.

Abbiamo, insomma, vaccini che funzionano con due modalità molto diverse, finalizzate a sviluppare differenti aree del sistema immunitario. Ora si è deciso addirittura di sostituire per la seconda dose il vaccino AstraZeneca con i vaccini realizzati da Pfizer e Moderna, anche se il premier Draghi ha garantito libertà di scelta, dietro consiglio medico. Dopo quanto abbiamo scritto dovrebbe risultare chiaro che si tratta di una decisione rischiosa che solleva molti dubbi sotto il profilo scientifico. Mai nella storia della medicina si è vista una cosa del genere, la vaccinazione eterologa, e le ricerche pubblicate sinora sono insufficienti per numero esiguo di soggetti esaminati e per gli effetti a lungo termine dei vaccinati.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/cocktail-vaccini-quali-rischi-si-corrono/

I misteri del covid, dieci domande senza risposta

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di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Con la bella stagione l’Italia sta finalmente ritrovando un po’ di vita, di libertà e di fiducia. Ma restano irrisolti molti dubbi sulla pandemia che ci trasciniamo da mesi e che rischiamo di ritrovarci in futuro. Senza mettere in discussione le vaccinazioni, ci sono almeno dieci domande senza una risposta compiuta.

1. Come è nato e da dove è partito il covid?

Si fa sempre più strada la tesi che il covid non sia un errore della natura ma un errore di laboratorio; e non è fugato il sospetto che non sia un errore involontario. Dalla pandemia che ha patito in anticipo sugli altri e fronteggiandola coi mezzi efficaci di un regime totalitario e militarizzato, la Cina esce rafforzata, leader mondiale non solo nel commercio. E resta un mistero che le varianti siano identificate per nazione – variante inglese, indiana, brasiliana – mentre il virus originario non sia definito cinese.

2. Oltre il racconto dei media quali sono stati in realtà i paesi più colpiti?

Se usiamo tre parametri, ovvero il numero di vittime in rapporto alla popolazione, il rapporto tra ricoverati e deceduti e la durata dell’emergenza pandemia, dobbiamo tristemente concludere che l’Italia è tra i paesi al mondo più colpiti e più a lungo, mentre i media puntavano su Inghilterra e Stati Uniti al tempo di Trump, poi su India e Brasile. Ci evidenziano, per esempio, il numero di contagi in India ma considerando che la popolazione è 22 volte superiore all’Italia, avere – poniamo – da noi 100mila malati equivale a più a 2,2 milioni d’ammalati in India.

3. Quanti sono davvero i morti di covid?

Manca una distinzione almeno fra tre categorie di decessi: a) chi è morto a causa del covid; b) chi è morto col covid come fattore scatenante di altre gravi patologie; c) chi era già in condizioni terminali o in assoluta fragilità, e il covid è sopraggiunto al più come colpo di grazia. Più ardua e penosa sarebbe invece la domanda su quanto abbiano inciso gli errori, i ritardi, i piani e i protocolli sbagliati, le mancate cure a domicilio, tempestive ed efficaci.

4. Era proprio necessario il regime di restrizioni, i lockdown e le chiusure?

Paragonando i dati dei paesi con norme più restrittive e più a lungo vigenti e altri con norme minime e più transitorie, non c’è conferma che le restrizioni siano state più efficaci, anzi. In più si è testato un regime di sorveglianza che non ha precedenti in democrazia, con la sospensione delle libertà più elementari, dei diritti primari. Una prova generale e inquietante per eventuali dispotismi futuri.

5. Quante vittime stanno mietendo i vaccini?

Non disponiamo di studi e statistiche attendibili, conosciamo solo casi e denunce episodiche. Probabilmente sono sottostimati i dati; funziona a rovescio il meccanismo applicato per il covid: chi è deceduto dopo il vaccino per una complicanza, si attribuisce solo a quella la causa della morte, non al vaccino. Qui non vale la regola post hoc propter hoc usata per le vittime di covid.

6. Come stanno funzionando i vaccini, i contagi calano solo per questo?

Se paragoniamo i dati di ora a quelli del giugno scorso ci accorgiamo che anche l’anno scorso, senza vaccino, ci fu lo stesso drastico calo. E quindi si vorrebbe capire quanto incidano realmente i vaccini e quanto concorra il clima stagionale. Resta poi indeterminata l’incidenza e la durata d’efficacia dei vaccini, se il vaccinato può essere ancora contagioso, se il vaccino stesso innesca varianti. Non sarebbe poi necessario dopo il vaccino prescrivere il test seriologico per sapere come stiamo con gli anticorpi?

7. La gente si è davvero convertita in massa alla necessità dei vaccini?

In realtà si è rassegnata in massa a vaccinarsi, per istinto di gregge, pur diffidandone e pur sapendo di fare da cavia nel buio. Si vaccina per stanchezza, per conformarsi a un obbligo socio-sanitario, per timore di sanzioni, per levarsi quanto prima la mascherina, per disporre del passaporto, circolare liberamente e tornare alla vita normale. Pur vaccinandosi sono molti gli scettici, convinti che non serva o produca danni, soprattutto nel tempo e non ci copra da ulteriori varianti. E che saremo costretti a rifare ancora.

8. È davvero necessario vaccinare in massa anche in giovane età?

I giovani hanno un rischio molto basso di contagi e ancora più basso di un’infezione in forma pericolosa. Si usa il generico alibi che sono veicoli di contagio in famiglia e si usa il loro desiderio di avere un pass per sentirsi di nuovo liberi. Non si conoscono poi gli effetti nel lungo tempo di vaccini mai testati che potranno avere sulla loro salute, fertilità, genetica.

9. A che punto sono le cure per debellare o rendere innocuo il covid?

Proiettando tutta la profilassi e le aspettative sul vaccino, si sta trascurando la via di curare il covid con cure appropriate e tempestive, abbassando al minimo i rischi di ricoveri, complicanze e letalità. Eppure ci sono ormai medicinali e terapie che potrebbero abbattere il pericolo e mutare le strategie sanitarie.

10. Al di là del virus e delle vittime, quale effetto globale ha prodotto il covid?

Innanzitutto, più isolamento, più dipendenza e più sorveglianza; quindi una ripresa di potere dello Stato non solo sulla salute ma anche sul lavoro, il controllo e l’economia; poi di fatto ha penalizzato i governi outsider e rafforzato il modello cinese. Ha ingigantito la dipendenza dal circuito info-mediatico-sanitario e l’insicurezza. E non sappiamo ancora quante sono, e a che livello, le vittime dell’isolamento indotto dal covid, in termini di depressioni, suicidi, vite peggiorate, rapporti deteriorati e cure mancate per altre malattie gravi.

Le domande qui sollevate, circolano sparse da tempo, aprono dubbi e possibili risposte o interpretazioni. Dal covid siamo usciti più vulnerabili e più esposti ai rischi di altre pandemie; spontanee, indotte o manipolate. Ed è cresciuta l’incertezza, come dimostrano queste domande che non hanno avuto risposta.

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