Cara Elodie, grazie che confermi che il ddl Zan è liberticida

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DI GIULIANO GUZZO

Sei convinto che una legge contro l’omotransfobia non serva o sia pericolosa? Non dovresti neppure esser rappresentato in Parlamento. É il tollerantissimo pensiero – pensiero, che parolone – espresso su Instagram da Elodie Di Patrizi, per gli amici Elodie, a proposito della rappresentanza politica leghista, a suo dire indegna in quanto contraria al provvedimento: «Questa gente non dovrebbe essere in Parlamento. Questa gente è omotransfobica».

Maledizione, però. Anni passati a scervellarsi per uno straccio di definizione di omotransfobia – i promotori della relativa legge son sempre rimasti sul vago, mica scemi, per lasciar poi mano libera ai giudici d’«interpretare» -, quando bastava rivolgersi ai filosofi licenziati da quell’inarrivabile accademia di Amici di Maria De Filippi. Ora però che l’arcano è svelato (sei omotransfobico se solo non esulti adorante davanti al ddl Zan), diteci pure che questa legge è urgente, bellissima, meravigliosa.

Ma non potete però più raccontarci, cari menestrelli della cultura dominante, che si tratta di una norma che garantisce la libertà di pensiero. Perché non è così e perché siete voi stessi, Elodie docet, a dir il contrario, spiegando che noi – persuasi che il matrimonio sia quello tra uomo e donna, che l’utero in affitto sia barbarie e che tra maschi e femmine vi sono differenze che nessuna pioggia ormonale può annullare – non dovremmo manco sedere nelle istituzioni. Rassicurateci quindi pure sulla legge bavaglio, prego. Tanto non la beviamo più.

DA

Cara Elodie, grazie che confermi che il ddl Zan è liberticida

Vaccino, obbligo per i sanitari? Il giurista Mattei: E’ incostituzionale

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Scritto e segnalato da Antonio Amorosi

Mattei: il primo a non promulgare la legge dovrebbe essere Mattarella. Obbligo incostituzionale. Il vaccino è sperimentale e non si conoscono tutti gli effetti

di Antonio Amorosi

Fonti ministeriali sostengono che il premier Mario Draghi abbia intenzione di adottare una norma ad hoc per rendere obbligatoria la vaccinazione del personale sanitario italiano. Palazzo Chigi starebbe coinvolgendo il ministro della Giustizia ed ex presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia per verificare se è possibile giuridicamente. Nei giorni scorsi la senatrice di Forza Italia Licia Ronzulli ha invocato l’obbligatorietà. Abbiamo chiesto un parere al professor Ugo Mattei, socio ordinario della International Academy of Comparative Law e membro del comitato esecutivo della American Society of Comparative Law di diritto civile e di diritto internazionale e comparato all’Università della California, professore di diritto internazionale e comparato all’Hastings College of the Law dell’Università della California a San Francisco, di diritto civile all’Università di Torino e per due volte patrocinatore di un

referendum presso la Corte Costituzionale italiana.

Nel mio modo di vedere l’obbligo non è costituzionale perché i vaccini sono ancora in fase sperimentale e non si conosce con ragionevole certezza scientifica l’impatto verso l’esterno.

Nel caso il governo aprisse uno scenario del genere che cosa accadrebbe?

Le ripeto, se il governo rendesse obbligatorio il vaccino per il personale sanitario, in queste condizioni di oggi, secondo me sarebbe incostituzionale e sarebbe incostituzionale per due ragioni fondamentali: primo, perché si tratta ancora di terapie sperimentali e non si conoscono ancora tutti gli effetti; secondo, perché non è noto quanto la vaccinazione effettivamente impatti su terzi, cioè se il vaccinato sia ancora contagioso oppure no

Chiarissimo, abbiamo anche scritto diversi articoli su questo tema… Continua a leggere

Cavie per legge. Considerazioni sull’obbligatorietà del vaccino Covid-19 – Gianfranco Amato, Paolo Gulisano

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Esiste la possibilità di imporre obbligatoriamente una vaccinazione contro il Covid-19? A questa domanda rispondono il dott. Prof. Paolo Gulisano, epidemiologo, e l’avv. Gianfranco Amato, presidente dei Giuristi per la Vita. In questo breve saggio, quasi una sorta di vademecum, i due autori spiegano perché non è possibile somministrare, senza il consenso degli interessati, i vaccini Covid-19 finora immessi nel mercato.

DA

https://www.mondadoristore.it/Cavie-legge-Considerazioni-Gianfranco-Amato-Paolo-Gulisano/eai979122032578/

Vaccinazioni e tutela della privacy dei lavoratori

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In mancanza di una legislazione specifica, volta ad obbligare alcune categorie di lavoratori a vaccinarsi, il datore di lavoro deve rispettare il diritto alla privacy dei lavoratori e non può acquisire informazioni sulla salute o sullo stato vaccinale. Questo vale anche per la scuola e pertanto il Dirigente scolastico non ha il potere di pretendere dal personale neppure informazioni circa la disponibilità a vaccinarsi.

1. L’avvio delle vaccinazioni Covid suscita interrogativi in materia di privacy. A metà febbraio, a Pordenone, diversi docenti hanno manifestato dissenso sulla procedura adottata dai Dirigenti scolastici di acquisire le adesioni alla vaccinazione da parte del personale docente e amministrativo, da trasmettere alle Asl competenti: la richiesta che è parsa in contrasto con la normativa a tutela dei dati personali. Per questo è stata portata all’attenzione del Garante privacy, peraltro già in parte intervenuto sull’argomento, pubblicando delle Faq esplicative, alcune delle quali proprio in merito al rapporto di lavoro e al trattamento dei dati personali dei dipendenti pubblici o privati in tempo di pandemia.

Già nelle Faq del mese di febbraio 2021 il Garante aveva infatti chiarito che il datore di lavoro “non può chiedere ai propri dipendenti di fornire informazioni sul proprio stato vaccinale o copia dei documenti che comprovino l’avvenuta vaccinazione anti Covid-19”, in quanto “ciò non è consentito dalle disposizioni dell’emergenza e dalla disciplina in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”. Il datore di lavoro non può ritenersi autorizzato a fare diversamente neppure in presenza del consenso dei lavoratori, dal momento che ‒ secondo la normativa vigente, e in particolare di quanto previsto dal considerando n. 43 del GDPR ‒ il consenso non è una valida condizione di liceità del trattamento dei dati personali in ragione – sempre per il Garante ‒ “dello squilibrio del rapporto fra titolare e interessato nel contesto lavorativo”.

La questione di Pordenone si inserisce in quella più ampia del bilanciamento fra interesse pubblico alla salute e interesse privato alla riservatezza, e offre l’occasione per riflettere anche alla luce della condivisibile posizione dal Garante. L’Autorità preposta alla salvaguardia dei dati personali ha infatti ribadito, anche nell’affrontare il tema dei “pass vaccinali”, che è necessario un intervento del legislatore conforme ai principi in materia di protezione della privacy (fra cui quelli di proporzionalità e minimizzazione dei dati), volto a realizzare quel bilanciamento di cui si è detto fra l’interesse pubblico e l’interesse individuale. “I dati relativi allo stato vaccinale” – ha osservato il Garante ‒ “sono dati particolarmente delicati e un loro trattamento non corretto può determinare conseguenze gravissime per la vita e i diritti fondamentali delle persone: conseguenze che, nel caso di specie, possono tradursi in discriminazioni, violazioni e compressioni illegittime di libertà costituzionali”.

2. La gestione dell’emergenza sanitaria impone l’adozione di tutte le cautele necessarie per contrastare la diffusione del virus, ma questo non può tradursi nella violazione dei dati personali dei lavoratori. Se da una parte, ai sensi dell’art. 2087 cod. civ. il datore di lavoro deve garantire la sicurezza dei luoghi ove viene prestata l’attività da parte dei dipendenti, adottando tutte le misure necessarie “a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”, è altrettanto vero che ai sensi dell’art. 20 del D.Lgs n. 81/2008 in materia di sicurezza sul lavoro è fatto obbligo a tutti i lavoratori di “prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro”: ma ciò non autorizza i datori di lavoro, in assenza di una legge che lo consenta, a raccogliere dati sulla salute dei lavoratori.

Sul punto il Garante privacy, in un comunicato stampa dello scorso 2 marzo, ha osservato che “i datori di lavoro devono astenersi dal raccogliere, a priori e in modo sistematico e generalizzato, anche attraverso specifiche richieste al singolo lavoratore o indagini non consentite, informazioni sulla presenza di eventuali sintomi influenzali del lavoratore e dei suoi contatti più stretti o comunque rientranti nella sfera extra lavorativa”. Questo compito non spetta infatti al datore di lavoro, in quanto “la finalità di prevenzione dalla diffusione del Coronavirus deve essere svolta da soggetti che istituzionalmente esercitano queste funzioni in modo qualificato”.

Come è stato chiarito dal Ministero della Salute, al momento non vi è l’obbligatorietà della vaccinazione, e non sono state neppure previste per legge categorie di lavoratori obbligati a vaccinarsi in ragione del potenziale maggior rischio di contagio che possono correre. Questo vale anche per il settore della scuola.

Daniele Onori e Daniela Bianchini

DA

Vaccinazioni e tutela della privacy dei lavoratori

La battaglia per l’aborto infiamma San Marino

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l femminismo degli anni ’70 si è risvegliato oggi a San Marino, dove sta conducendo una battaglia per introdurre l’aborto. Ma dentro questa si combatte una battaglia a colpi di letteratura: all’antiabortista Pasolini viene contrapposto l’abortista Italo Calvino, con un suo articolo. Che però stava rispondendo a un articolo di Claudio Magris (siamo nel 1975), che qui vi riproponiamo.
– GLI SBAGLIATI, di Claudio Magris
– ECCO QUANTE VITE SALVATE CON LA PREGHIERA, di Giuliano Guzzo

Nella Serenissima Repubblica di San Marino, che ama definirsi con orgoglio “Terra della libertà”, divampa la polemica sulla legalizzazione dell’aborto. Sì, perché nel piccolo stato arroccato sul Monte Titano l’aborto è illegale. Una rarissima ed encomiabile eccezione in tutto il Vecchio Continente, seguita solo da Malta e Città del Vaticano.
Gli articoli 153 e 154 del Codice Penale sanmarinese condannano con la reclusione da tre a sei anni ogni donna che abortisce, ogni persona che la aiuta e che procura l’aborto. L’interruzione di gravidanza non è consentita nemmeno in caso di stupro, incesto o malformazione del feto, mentre gli aborti procurati per salvare la vita alla madre sono generalmente permessi per il principio di necessità, nonostante non vi siano esplicite eccezioni nella legge.

Il 22 marzo 2019 è stato presentato un progetto di legge d’iniziativa popolare sulla “procreazione cosciente e responsabile e sull’interruzione volontaria della gravidanza” che ha raccolto 469 firme. I promotori di tale iniziativa hanno deciso che sia ormai giunto il tempo di discutere la questione ed hanno alzato i toni della polemica. Tra costoro spicca l’Unione Donne Sanmarinesi, un comitato dal sapore vetero-femminista e decisamente abortista. Basta leggere lo statuto per ritrovare gli arnesi arrugginiti del movimento femminista d’antan. Si parla, infatti, di «contrastare il patriarcato e ridisegnare le forme dell’ordine sociale senza gerarchie fra i generi», di «interruzione volontaria di gravidanza legale e sicura», di «emancipazione dei singoli da contesti familiari e religiosi opprimenti e discriminatori», di «libertà di autodeterminazione e di scelta di ogni persona sulle questioni fondamentali della propria esistenza». Roba da anni Settanta, tipo «l’utero è mio e lo gestisco io». Per queste asserite progressiste le lancette dell’orologio si sono fermate a quarant’anni fa.

A difendere coraggiosamente le ragioni della vita a San Marino c’è un sacerdote cattolico. Si tratta di don Gabriele Mangiarotti, direttore di CulturaCattolica.it, che non perde occasione per intervenire sulla stampa e in televisione, cercando di contrastare la deriva ideologica abortista. Lo fa con intelligenza, adducendo anche ragioni di carattere razionale e citando personaggi insospettabili come, ad esempio, Pier Paolo Pasolini ed il suo celebre editoriale pubblicato dal “Corriere della Sera” il 19 gennaio 1975, intitolato Sono contro l’aborto.

Don Mangiarotti, per il suo impavido coraggio, resta ovviamente il bersaglio preferito dell’Unione Donne Sanmarinesi, le quali hanno risposto alla sua provocazione su Pasolini, citando la lettera che Italo Calvino scrisse in risposta ad un articolo di Claudio Magris intitolato “Gli sbagliati” e pubblicato dal “Corriere della Sera” il 3 febbraio 1975, in cui l’intellettuale triestino si opponeva all’aborto difendendo la dignità dell’essere umano fino dal concepimento.

In realtà quella risposta di Calvino – che trasuda un ingiustificato livore ideologico – è diventata una sorta di manifesto degli abortisti,  ed è diffusissima in tutta la Rete Internet. Dal sito dell’UAAR, Unione Atei Agnostici Razionalisti, al sito del movimento femminista “Se non ora quando”, passando per un’infinità di altre pagine web. Invece, dell’articolo di Claudio Magris, che in realtà ha originato la posizione di Calvino, non vi è la minima traccia. Impossibile reperirne su Internet una citazione, un passo, una frase o anche solo una parola. Censura, o meglio, damnatio memoriae.

Bene, noi pensiamo sia giunto il momento di porre in essere un’operazione verità e sfidare la censura citando l’articolo di Claudio Magris. Leggendolo, si capisce perché l’ideologia dominante abbia voluto tenerlo nell’ombra, e si capisce anche la reazione stizzita con cui Calvino, dopo aver dato dell’«incosciente» a Magris, chiuse la sua replica: «Mi dispiace che una divergenza così radicale su questioni morali fondamentali venga a interrompere la nostra amicizia».

Per questo abbiamo deciso di rendere disponibile la lettura integrale dell’articolo Gli sbagliati di Claudio Magris. Un testo da meditare e ancora di un’attualità tragicamente sconcertante rispetto al 1975. Attualità che la dice lunga sulla misteriosa e pervicace ostinazione dell’uomo ad autodistruggersi.

DA

https://lanuovabq.it/it/la-battaglia-per-laborto-infiamma-san-marino

La colpa non è dei vaccini, ma di come li raccontano

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Roma, 16 mar – Hanno probabilmente ragione quelli che, in queste ore, sostengono, dati alla mano, che su AstraZeneca si stia scatenando una tempesta di panico ingiustificato, che i casi di trombosi mortale post vaccino non sono superiori in percentuale a quelli della popolazione non vaccinata o della popolazione vaccinata con sieri diversi. E tuttavia, la vicenda suscita ugualmente delle riflessioni sul rapporto tra scienza, giornalismo, politica e opinione pubblica (del tutto a prescindere, sia chiaro, dallo scontro geopolitico che si staglia all’ombra di tutte queste questioni fra Inghilterra ed Europa/Germania, in cui, anche solo per una questione di igiene spirituale, sarebbe imperdonabile schierarsi con la prima). In particolare, sembrano esserci tre dispositivi retorici che appaiono ormai irrimediabilmente andati in crisi.

Vaccini e dispositivo veritativo

a) Il dispositivo veritativo. Ormai nessuno crede più alla verità. Capita, quando Roberto Burioni il 2 febbraio 2020 afferma, riguardo al Covid, che «in Italia in questo momento il rischio è zero», e lo fa dall’alto del suo ruolo di esperto autorevole per antonomasia, salvo poi passare tutti i mesi successivi a giocare il ruolo del vate della battaglia anti virus con altrettanta sicumera. Il cittadino comune smette semplicemente di credere a quello che gli viene detto. Anche dagli esperti, soprattutto dagli esperti. Ora, tornando ad AstraZeneca esistono, come dicevamo, ragionevoli argomenti per ritenere che l’allarme sia ingiustificato. E tuttavia l’immediatezza con cui è stato detto che «non c’è correlazione» tra le morti sospette e il vaccino non ha nulla di veramente scientifico. Il virologo e presidente dell’Aifa, Giorgio Palù, ha per esempio dichiarato al Corriere della Sera che «è improbabile un nesso causale diretto tra vaccinazione e decessi». Il che è già molto diverso dal dire che il nesso sicuramente non c’è. Ha poi aggiunto che «bisognerà vedere se le donne morte in Germania avevano condizioni predisponenti la trombosi come l’ assunzione di pillola anticoncezionale». Quindi un possibile nesso, seppur in combinazione con altri farmaci, è ipotizzabile. I pazienti erano stati avvertiti di questo pericolo? E mentre Repubblica ci informa che si sta indagando anche sulla possibile «impurità delle fiale», in Germania il Paul Ehrlich Institut segnala «un notevole aumento di una forma speciale di trombosi venosa cerebrale molto rara (trombosi della vena sinusale) in connessione con una mancanza di piastrine (trombocitopenia) e sanguinamento» in concomitanza con le vaccinazioni di AstraZeneca.

Si tratta di 7 casi su 1,6 milioni di vaccinazioni per una patologia che colpisce di norma 2-5 casi su un milione di persone all’anno negli adulti. Tutto questo basta a bollare il vaccino AstraZeneca come veleno? Il fatto che ci sia una qualche vaga probabilità di un nesso causale tra vaccino e qualche sporadico caso di decesso giustifica la caccia al siero della morte? Assolutamente no. Ma resta il fatto che la certezza apodittica del «non c’è correlazione» sembra dovuta a motivazioni politiche, non scientifiche. Del resto molti commentatori hanno parlato in questi giorni della necessità di «evitare il panico» da parte dei media. Ma la funzione dei mezzi di informazione non è «evitare il panico», bensì dire le cose come stanno e mettere sul piatto tutte le ipotesi. Se l’informazione viene calibrata pensando all’effetto delle notizie che si stanno per dare, si corre il rischio concreto dell’autocensura.

Vaccini e dispositivo autoritativo

b) Il dispositivo autoritativo. Per anni si è imposta una narrazione secondo cui la Scienza, con la maiuscola, il sapere ponderato, la saggezza, la verità (vedi sopra), i dati, i numeri, le certezze solide, i discorsi basati di prove, fatti, argomenti ragionevoli stessero tutti da una parte. L’emotività, la propaganda, la falsità, le «fake news», l’antiscienza stavano invece da un’altra parte. Per farla ancora più breve, potremmo dire che per anni si è ritenuto che la scienza stesse a sinistra, quanto meno nella sua parte liberal, e l’antiscienza a destra, quanto meno nella sua parte sovranista. Il caso AstraZeneca crea però un cortocircuito totale, perché a sospendere il vaccino sono stati gli autorevolissimi stati europei, Germania in primis, sulla scorta di pareri ancor più autorevoli di istituti scientifici come quello citato. E poi c’è l’Aifa, cioè la più alta autorità italiana in fatto di farmaci. Lo stesso governo del perfettissimo Draghi non ha opposto che petizioni di principio allo stop. Tra i media accusati di aver diffuso il panico c’è poi persino Repubblica, rea di aver messo in pagina qualche titolo ad effetto giudicato poco responsabile. Un intero schema mentale manicheo va quindi in frantumi e improvvisamente scopriamo che logiche legate al consenso popolare, alla psicologia collettiva, o magari ai rapporti di forza geopolitici permeano anche il campo degli «autorevoli».

Vaccini e dispositivo etico

c) Il dispositivo etico. Appare chiarissimo come, in queste ore, l’uso malsano e cinico della paura, dell’isteria di massa, della tentazione del rischio zero si stia abbattendo contro chi, fino a ieri, ne ha fatto un uso spregiudicato. Abbiamo abolito il rischio e la decisione politica dal nostro orizzonte, ora però ci dovremmo fidare in massa di una decisione politica che imponga come ragionevole un possibile rischio legato al vaccino. Rischio, intendiamoci, che – anche qualora fosse dimostrato – sarebbe di gran lunga minore di quello di contrarre forme nocive di Covid. Il gioco varrebbe comunque la candela. Paragonare le due cose in questi termini, tuttavia, significa ragionare in modo astratto: nella sensibilità comune, il Covid è qualcosa che «gira», che per sfortuna può contagiarti e per sfortuna ancora maggiore può farlo in modo grave. Il vaccino, al contrario, è qualcosa di costruito dall’uomo al fine di prevenire un male, che viene somministrato a persone in perfetta salute da coscienziosi operatori sanitari. Nella psicologia comune, i rischi connessi all’uno e all’altro non potranno mai essere paragonati. E a poco serve la lezioncina di statistica o il ripasso di Hume sul post hoc che è diverso dal propter hoc (la successione temporale di due eventi non è un nesso causale). Anche qui, del resto, gli esperti che da ben prima del Covid intasavano il dibattito pubblico in nome dell’epistemocrazia hanno una grossa responsabilità.

Non si può, infatti, essere positivisti in attacco e popperiani in difesa, non si possono fare promesse salvifiche e infiorare la retorica scientifica di gergo messianico, per poi riscoprire la natura probabilistica, congetturale, fallibile del sapere solo quando le cose vanno male. Abbiamo disabituato la popolazione alle parole franche, alla possibilità del pericolo, alla decisione rischiosa, alla ricerca del bene comune, alla finitezza delle capacità umane, all’insicurezza congenita nell’esistenza dell’essere umano stesso. Abbiamo fatto del cittadino occidentale un essere spaventato e spaesato e fino a qualche tempo fa la cosa sembrava andare bene a tutti. Ora, di punto in bianco, pretendiamo dalle masse lucidità, coraggio, fermezza e amor fati. Troppo comodo.

Adriano Scianca

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/colpa-non-dei-vaccini-ma-come-li-raccontano-185792/

Arcilesbica transfobica: quando la realtà supera la fantasia

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PARE SIANO IN CORSO LE PROCEDURE PER ESPELLERE DA ILGA EUROPE L’ASSOCIAZIONE ARCILESBICA, COLPEVOLE, INCREDIBILE MA VERO, DI ODIO E TRANSFOBIA

Di Dalila di Dio

Il percorso è tracciato, l’obiettivo è chiaro: ogni sforzo nella società moderna deve essere indirizzato alla difesa delle donne, vittime di un sistema retrogrado, medievale, in cui sono escluse dai centri di potere e dall’accesso alle alte cariche ed in cui viene loro, quotidianamente, impedito di esprimere la propria personalità, il proprio talento, le proprie potenzialità.

Una battaglia che va combattuta su tutti i fronti, per abbattere ogni residuale retaggio patriarcale in nome della parità.

È con questo spirito che due animaliste del gruppo “Almas Veganas Animal Sanctuary ENG” hanno salvato delle galline ovaiole dallo stupro, sottraendole alla violenza dei – fascistissimi e patriarcali – galli nel pollaio.

La notizia è un po’ datata ma è tornata in voga negli ultimi giorni, sull’onda delle rivendicazioni femministe che quotidianamente imperversano sui media manistream e che non accennano a cedere il passo a banalità ormai superate come l’economia al collasso, le scuole chiuse ed il tessuto sociale del Paese distrutto da un anno di Covid.

Le galline, dicevamo, simbolo dell’emancipazione dal maschio prevaricatore.

Quel maschio che quando vi chiama signora, signorina o vi rivolge un complimento, chessò «brava» o «bella», sta solo tentando di affermare la propria superiorità sessuale nella gerarchia del pensiero: parola di Michela Murgia, quella convinta che le dicano «stai zitta» perché è femmina e non perché è stata capace di partorire aberrazioni come il fascistometro e la matria.

In questo delirio nazifemminista, l’otto marzo appena trascorso è stato capace di regalarci l’ennesima follia progressista: perché, sia chiaro, la donna è l’essere perfettissimo, insuperabile, nessuno è in grado di batterla.

Anzi no.

Pare siano in corso le procedure per espellere da ILGA Europe l’associazione Arcilesbica, colpevole, incredibile ma vero, di odio e transfobia.

Ad ILGA, International Lesbian and Gay Association – l’associazione internazionale che riunisce più di 400 gruppi omosessuali e lesbici di tutto il mondo – non sarebbero andate giù alcune prese di posizione di Arcilesbica: «mentre Pillon attacca Vladimir Luxuria, affermando che “femmina non è“, Arcilesbica ha pensato ad un augurio per la Festa della Donna solamente per  chi è nata donna. Escludendo dunque a priori le donne transgender» si legge sul sito gay.it, secondo cui Arcilesbica avrebbe la colpa «di essere invece a favore all’abolizione universale dell’utero in affitto (una legge proposta da Giorgia Meloni) …. Ma soprattutto, troviamo la loro apertura alla rivendicazione dei diritti delle persone trans, purché non ledano i diritti delle donne. Infine, si dicono contro al blocco della pubertà nei minori (solitamente tramite l’assunzione di triptorelina) che presentano una disforia di genere, condannandoli quindi a una vita di disagio, sempre in conflitto con il proprio corpo

In effetti, Arcilesbica, proprio in occasione dell’otto marzo, ha riaffermato di essere “contro l’utero in affitto, l’autocertificazione di genere ed il blocco della pubertà dei minori non conformi alle norme d genere (erroneamente detti trans)” riaffermando l’ovvio: donne e transgender non sono la stessa cosa.

Ma in un mondo in cui le donne sono relegate a “persone col mestruo” o “persone che allattano”, simili prese di posizione sono, evidentemente, inaccettabili.

Così anche Arcilesbica, che dichiara come obiettivi fondamentali “difendere le lesbiche dalle discriminazioni” e “potenziare la visibilità delle lesbiche”, è diventata un covo di fascisti, odiatori e transfobici.

Come abbiamo scritto molte volte, i progressisti concepiscono una sola forma di libertà.: quella volta a celebrare, promuovere e riaffermare il pensiero unico politicamente corretto.

Tutto il resto è fascismo, discriminazione, odio.

Chiunque si discosti dai dictat, dal pensiero preconfezionato ed infiocchettato dei buoni, è il nemico.

Ultimamente, però, si va affermando una tendenza a stringere ulteriormente le maglie di questa pretesa libertà: c’è una soglia sotto la quale non si è ricevibili, anche se progressisti e arcobalenati.

Non basta avere nel proprio statuto la (incomprensibile) finalità di potenziare la visibilità delle lesbiche. Non è sufficiente essere femministe, non serve a nulla battersi “contro la violenza istituzionale contro le madri separate” (eh?) o per “l’apertura delle adozioni a persone dello stesso sesso e alle singole persone” o per “il diritto dei minori alla libera espressione di sé al di fuori degli stereotipi di genere”.

Tutte queste nobili battaglie spariscono di fronte al minimo, esile, barlume di buonsenso: se dissenti dalla narrazione imposta, secondo cui una persona transgender è una donna a tutti gli effetti, il genere può essere autocertificato e l’utero in affitto è una pratica di civiltà, il tuo stesso diritto ad esistere viene messo in discussione e le accuse di odio, transfobia, oscurantismo si abbattono su di te come una mannaia.

Arcilesbica portatrice di odio e transfobia: cose per cui, grazie a follie come la legge Zan, potrebbero essere trascinate in Tribunale come un Pillon qualunque.

DA

Arcilesbica transfobica: quando la realtà supera la fantasia

AstraZeneca, l’Italia vieta un lotto del vaccino. Militare morto in Sicilia dopo una dose

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Roma, 11 mar – Anche l’Italia sospende un lotto del vaccino AstraZeneca che sta facendo discutere in Europa. E’ sempre di oggi l’annuncio della Danimarca, che ha deciso di bloccare in via precauzionale la somministrazione di questo vaccino in seguito alla segnalazione di alcuni gravi effetti collaterali. L’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, “in concomitanza temporale con la somministrazione di dosi appartenenti al lotto ABV2856 del vaccino AstraZeneca anti COVID-19, ha deciso in via precauzionale di emettere un divieto di utilizzo di tale lotto su tutto il territorio nazionale e si riserva di prendere ulteriori provvedimenti, ove necessario, anche in stretto coordinamento con l’Ema, agenzia del farmaco europea”. E’ quanto si legge nella nota di Aifa.

Lotto AstraZeneca, il comunicato Aifa

“Al momento non è stato stabilito alcun nesso di causalità tra la somministrazione del vaccino e tali eventi”, precisa comunque l’Agenzia. In ogni caso la stessa Aifa spiega che “sta effettuando tutte le verifiche del caso, acquisendo documentazioni cliniche in stretta collaborazione con i Nas e le autorità competenti. I campioni di tale lotto verranno analizzati dall’Istituto Superiore di Sanità. Aifa comunicherà tempestivamente qualunque nuova informazione dovesse rendersi disponibile”. Dunque anche l’Agenzia italiana del farmaco, dopo la segnalazione di alcuni eventi avversi gravi sul nostro territorio, ha deciso di sospendere un lotto del vaccino Astrazeneca.

Militare morto in Sicilia dopo dose con lotto sospeso da Aifa

Non si tratta però dello stesso lotto sospeso da Austria, Estonia, Lituania, Lussemburgo e Danimarca. L’Aifa specifica infatti, rassicurando, che quel lotto “non è stato distribuito in Italia”.  Intanto la Procura di Siracusa aperto un’inchiesta sulla morte di Stefano Paternò, 43enne sottoufficiale della Marina militare ad Augusta. Paternò è deceduto infatti poche ore dopo aver ricevuto una dose del vaccino AstraZeneca. E permangono forti dubbi anche sul decesso Davide Villa, 50 anni, poliziotto in servizio all’Anticrimine di Catania. In entrambi i casi le dosi del vaccino somministrato erano provenienti dal lotto ABV2856, vietato oggi dall’Aifa.

Alessandro Della Guglia

DA

https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/astrazeneca-litalia-vieta-un-lotto-del-vaccino-militare-morto-in-sicilia-dopo-una-dose-185259/

Lombardia, stop alla legge abortista basata su falsità

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DI GIANFRANCO AMATO

Lombardia, il Consiglio regionale ha bocciato una proposta di legge di iniziativa popolare denominata “Aborto al Sicuro”. Si trattava di un testo, promosso da Pd e M5S che avrebbe reso più spedita la pratica di aborto e limitata la libertà di obiezione di coscienza dei medici. Ed era basata unicamente su affermazioni ideologiche e dati confusi

Sventato in Regione Lombardia l’ennesimo assalto abortista. Il Consiglio regionale ha bocciato la proposta di legge di iniziativa popolare n.76 denominata “Aborto al Sicuro”. Un’iniziativa a forte connotazione politica ed ideologica, se si considera che le 8.436 firme, in realtà, sono state raccolte presso gazebo messi in piedi e presidiati da esponenti del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle.

Col pretesto di monitorare la «disciplina dell’applicazione della Legge 22 maggio 1978, n. 194, nel territorio della Regione Lombardia», la proposta mirava, in realtà, ad attaccare il diritto dei medici di esercitare l’obiezione di coscienza e a diffondere i mezzi contraccettivi a tappeto, anche mediante un impianto sottocutaneo (LARC) che potesse garantire la sterilizzazione.

L’iniziativa si articolava, sostanzialmente, su quattro direttrici. Primo, «la creazione di un Centro Regionale di Informazione e Coordinamento» che, come compito principale, di fatto, aveva quello di «monitorare» il diritto all’obiezione di coscienza dei medici, registrando le «evidenze in ordine ai rapporti numerici tra personale obiettore e non obiettore nelle singole strutture e la loro posizione contrattuale». Con buona pace, peraltro, del diritto alla privacy. Secondo, consentire la possibilità che «i farmaci prescritti per l’interruzione farmacologica della gravidanza fossero proposti e somministrati anche dai consultori familiari». Terzo, prevedere «il ricovero in giornata delle donne che scelgono l’interruzione farmacologica della gravidanza». Quarto, consentire il fatto che «alle donne che abortiscono vengano offerti dall’ospedale farmaci e dispositivi contraccettivi, compresi quelli a lungo termine reversibili, quali i dispositivi intrauterini al rame o medicati e gli impianti sottocutanei».

Il 4 dicembre 2019 presso la III Commissione consiliare “Sanità e Politiche Sociali” della stessa Regione Lombardia fu espletata un’audizione di alcune associazioni pro-life come il Movimento per la Vita, il Comitato Difendiamo i Nostri Figli, e i Giuristi per la Vita. In quell’occasione, grazie anche alla disponibilità del Presidente della Commissione dott. Emanuele Monti, fu concessa l’opportunità di offrire significativi dati ed elementi di carattere scientifico, giuridico, medico, e sociale, derivanti dall’esperienza pluridecennale dell’associazionismo pro-life italiano. Il punto interessante di tutta la vicenda è proprio questo, ovvero l’importanza del supporto in termini di informazione alla politica da parte di chi vive quotidianamente l’esperienza della difesa della vita in ambito medico, in ambito legale e in ambito sociale.

La proposta di legge “Aborto al Sicuro” è nata, come tutte le iniziative di quel tipo, sulla base di un’esigenza meramente ideologica e non suffragata da alcun dato certo o quantificabile. Basti pensare che nella relazione illustrativa della stessa proposta, si denunciavano espressamente «difficoltà ed ostacoli» all’interruzione volontaria della gravidanza in Lombardia, oltre ad una «fatica nel vedere riconosciuto il diritto ad un aborto sicuro, a ricevere informazioni sulla sua prevenzione e ad accedere alla contraccezione». La relazione collegava, addirittura, «la difficoltà di accesso ai servizi» con le «sempre più frequenti notizie relative all’aumento numerico degli aborti clandestini». Si trattava, però, di affermazioni del tutto generiche che, non a caso, non facevano riferimento ad episodi specifici di difficoltà nell’accesso dei servizi e, tanto meno, riportano un solo caso in cui fosse stato impossibile per una donna alla quale era stata rilasciata la certificazione procedere all’interruzione volontaria della gravidanza. È il solito metodo fondato sulla falsificazione dei dati e su un’abile cortina fumogena che ha sempre caratterizzato le battaglie abortiste fin dagli anni Settanta del secolo scorso. Non dimentichiamo che è grazie proprio a questo metodo che si è giunti all’approvazione della Legge 194/78 in tema di aborto.

Ecco, a fronte della sostanziale fuffa ideologica sulla quale era basata la proposta di legge “Aborto al Sicuro” le associazioni pro-life audite in Commissione Sanità hanno contrapposto dati, cifre, elementi fattuali ed evidenze esperienziali. E com’è noto, contra factum non valet argumentum. La realtà non può essere messa in discussione da mere argomentazioni ideologiche.

Il rischio che corre, a volte, la politica è quello di preferire semplificazione attraverso la scorciatoia del mero scontro ideologico: tu sei di sinistra quindi sei a favore dell’aborto, io sono di destra quindi sono contrario. Tutto sarebbe rimesso, quindi, alla logica dei numeri e delle maggioranze. Così facendo, però, non solo si impoverisce il dibattito, ma i politici sinceramente preoccupati di difendere la vita rischiano di soccombere difronte all’abilità dialettica degli avversarsi, anche se questi ultimi hanno torto. Ci sono profonde ragioni di carattere razionale, logico, giuridico, medico, filosofico, culturale, etico, sociale per combattere l’aborto e la perniciosa semplificazione ideologica che lo difende. Unendo le forze nella buona battaglia è possibile far vincere la verità.

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https://lanuovabq.it/it/lombardia-stop-alla-legge-abortista-basata-su-falsita

 

Vittoria pro life in Lombardia: bocciata la proposta “Aborto al sicuro”

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Bocciata in Lombardia la proposta di legge “Aborto al sicuro”. Mirava a introdurre a livello regionale una serie di soluzioni per facilitare l’applicazione della L. 194/78.

“Un progetto di legge che aveva un contenuto ideologico sbagliato, secondo me. Partiva dal fatto che il Lombardia si fanno pochi aborti”, commenta il consigliere Max Bastoni, che dà l’annuncio insieme all’avvocato Gianfranco Amato e ad Emanuele Monti, presidente della Commissione Sanità.

Il ringraziamento di quest’ultimo va a tutte le associazioni che hanno presentato dati concreti e puntuali, che hanno consentito di “smontare scientificamente” il progetto di legge sull’aborto durante l’esame della commissione.

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Vittoria pro life in Lombardia: bocciata la proposta “Aborto al sicuro”

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