Ridateci il diritto di essere contro

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di Marcello Veneziani 

Fonte: Marcello Veneziani

Il diritto vale anche a rovescio; ossia tutela e garantisce anche chi dissente dal potere e diverge dall’opinione dominante. Ma da qualche tempo i diritti si vanno restringendo, le imposizioni crescono insieme al conformismo coatto. Prima con la pandemia, l’infinito strascico di restrizioni e obbligazioni, vaccini e green pass, sorveglianza e controllo; poi con la guerra in Ucraina e l’allineamento generale ai falchi della Nato e degli Stati Uniti. Ma ci sono anche altri precedenti e altre vicende collaterali che hanno spinto in quella direzione.
Ugo Mattei, giurista, ordinario di diritto civile, ha pubblicato un libro che già nel titolo contiene la sua tesi, Il diritto di essere contro (Piemme), dedicato al dissenso e alla resistenza nella società del controllo. Si comincia dai vaccini, dai controlli e dai pass, nel nome di una religione scientista, sanitaria e supponente, e si arriva a estenderli ad altri ambiti, fino a instaurare un bieco regime di sorveglianza.
Mattei è tra i firmatari del documento “Dupre” che esprime dubbi e preoccupazione sul regime sanitario e i suoi inquietanti sviluppi. Come lui sono firmatari anche l’oncologo e biologo Mariano Bizzarri e il filosofo Massimo Cacciari; il primo è autore di un recente, affilato pamphlet, Covid-19 un’epidemia da decodificare. Tra realtà e disinformazione (Byoblu edizioni), con un saggio di Cacciari che ne esalta il rigore scientifico e la libertà di giudizio. Per restare nella linea del dissenso è da segnalare un libro-dialogo tra Francesco Borgonovo e lo storico Luciano Canfora, che si occupa dell’altro versante scottante, La guerra in Europa, L’Occidente, la Russia e la Propaganda (Oaks editrice), offrendo una lettura divergente rispetto all’Informazione ufficiale e istituzionale.
A Mattei, Bizzarri, Cacciari, Canfora e Borgonovo, persone di diversa estrazione, non è negato il diritto di essere contro, i loro libri non saranno vietati. Neanche quelli di Alessandro Orsini e di Toni Capuozzo, di Giorgio Agamben e di Carlo Freccero (neanche i miei, se è per questo). Ma saranno ignorati, emarginati o disprezzati e derisi in coro dall’Intellettuale Collettivo. Chi è fuori dalla cappa o dalla cupola, costeggia ai bordi l’editoria, i social e magari si affaccia pure in tv; ma è fuori dal sistema che non ammette contraddittori al suo interno, ma solo ai margini, fuori. La linea divisoria tra insider e outsider è sempre più marcata, come un fossato.

E non si tratta di voci isolate, minoranze esigue in via d’estinzione; ma esprimono un pensiero, un sentire, un’opinione assai larga, forse perfino maggioritaria. Che emerge nei social, affiora nei sondaggi, si trasmette col passaparola. A volte attraversa anche categorie come i medici, i ricercatori, gli intellettuali, i diplomatici, i militari ma il timore di sanzioni, problemi alla carriera e gogna mediatica, li induce a confessare in privato opinioni, dubbi e preoccupazioni che in pubblico sono prudentemente nascoste o stemperate.
Con la scusa dell’emergenza ormai permanente, anche se mutano le sue ragioni, si instaura un regime. Mattei accusa Draghi e Mattarella, ma anche Monti e Napolitano, la magistratura compiacente, i piani scellerati di svendita pubblica e privatizzazione, il servilismo atlantista verso gli Stati Uniti, Big Pharma, i colossi della finanza e del capitalismo globale. Siamo entrati nell’era della Sottomissione, definizione fino a ieri riferita al fanatismo islamista (si pensi al libro omonimo di Michel Houellebecq). Secondo Mattei l’Italia è il luogo in cui l’Occidente sta sperimentando la sostituzione del diritto con l’antidiritto, una forma di controllo sociale sul tipo cinese o coreano, tramite ricatti, tracciamenti, algoritmi, censure. Stiamo arrivando tramite il neo-liberismo a una nuova forma di “dispotismo occidentale”.
Il limite dell’invettiva di Mattei è che da un verso non vede il ruolo parallelo e decisivo che ha avuto l’ideologia progressista e i suoi cascami, il politically correct, la cancel culture sulla distorsione della mentalità, la negazione della realtà e della varietà, i divieti e la fabbrica dell’intolleranza. E dall’altro si ostina a giudicare tutto questo come fascismo, contro cui auspica una nuova resistenza e un nuovo comitato di liberazione. Ora, dai residui ideologici che ne sono il sostrato, dagli interessi privati che si perseguono, dai modelli adottati (come quello cinese), tutto si può dire meno che sia un nuovo fascismo. E quando Mattei vede Draghi come il nuovo fascismo, asservito al capitalismo finanziario, all’atlantismo e all’apparato liberista, va del tutto fuori strada; il fascismo è agli antipodi. Sarebbe invece molto più proficuo interrogarsi sul perché il nuovo globalismo armato e sanitario, finanziario e tecnocratico, abbia trovato nei progressisti la loro guardia bianca, nei dem il loro partito-regime e i falchi nella salute, nella censura come nelle armi. Il regime si fonda sulla saldatura tra sinistra radical e capitalismo global, tra liberal e liberisti.
Il quadro che ne traccia è veritiero: in Occidente un oligopolio finanziario globale controlla i mass media, procede al gran reset, sfonda i confini tra il pubblico e il privato. E si accinge a imitare il modello cinese, abolendo il contante per sorvegliarci con la carta elettronica, inserendo la cittadinanza a punti, censurando il dissenso. Ma poi Mattei si lascia prendere la mano e confessa di preferire “un partito unico funzionale” come quello cinese, a “un finto pluralismo di pagliacci, nani e ballerine”. Allora si, che “il diritto di essere contro” verrebbe del tutto sradicato…

Il diritto di cambiare età

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di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Il signor Renato Giovine, di anni 64, si è presentato all’ufficio anagrafe del suo comune di cittadinanza e ha chiesto di modificare la sua età dimezzandola a 32. L’impiegato, sbigottito, non sapendo cosa fare, ha chiamato il capo dell’ufficio per ascoltare la richiesta insolita del cittadino. I due hanno guardato allibiti il signor Giovine come se fosse un malato di mente o in stato di alterazione mentale. Ma il Signor Renato ha esposto con calma e lucidità le sue motivazioni, e di fronte al diniego imbarazzato dei due dipendenti comunali, si è riservato di inoltrare la sua richiesta alla prefettura e al tribunale. Il ragionamento del Giovine non fa una piega perché si fonda su analoghi precedenti, già vigenti sul piano anagrafico e sul piano biologico.
Per le prime, è noto che in Italia è possibile cambiare i propri connotati, il proprio cognome. Il Ministro dell’Interno, sul sito prefettura.it prevede infatti che ogni cittadino italiano che abbia l’esigenza di cambiare il proprio nome o cognome, perché ridicolo o vergognoso o perché rivela l’origine naturale o per motivi diversi da quelli indicati, possa intraprendere il procedimento predisposto dal Regolamento per la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile (DPR 396 del 3/11/2000), così come modificato dal DPR n.54/2012. Compiuto l’iter, trascorsi trenta giorni dall’affissione della richiesta, in modo da verificare se ci sono opposizioni al riguardo, il Prefetto, accertata la regolarità delle affissioni e vagliate le eventuali opposizioni, provvede a emanare il decreto di concessione al cambiamento del cognome richiesto.
Non diversa possibilità è concessa a chi decide di cambiare sesso.
Per accertare la “disforia di genere” occorre attestare l’estraneità rispetto al proprio sesso biologico e dimostrare malessere e disagio per il sesso attribuito alla nascita. Dal 2015 non è più necessario per il cambiamento di sesso che vi sia un’operazione chirurgica. Con sentenza della corte di Cassazione n.15138/2015, e con sentenza della Corte Costituzionale n.221/2015, è stabilito che l’intervento chirurgico non è obbligatorio per il cambio di sesso e la scelta se eseguirlo o no spetta esclusivamente alla persona interessata. Presentato il ricorso e superato il percorso stabilito il tribunale italiano competente per territorio, procede alla rettificazione del sesso e al relativo cambio del nome.
Se è possibile cambiare cognome e mutare sesso perché non dev’essere possibile, si è chiesto il signor Renato Giovine, cambiare lo stato anagrafico e biologico di persone come lui che dimostrano e sentono di avere un’età inferiore o comunque diversa da quella indicata dall’anagrafe e dalla biologia e soffrono malessere e disagio per l’età?
Ma non solo. Se il fondamento metagiuridico delle norme è ormai nella libera volontà del soggetto, ovvero “come io mi sento” e non come sono per gli altri, per l’anagrafe o per la biologia, perché non dev’essere possibile mutare l’età, retrodatare o postdatare la propria età a quella che si sente realmente di avere? Certo, devi sottoporti a un iter e a una serie di controlli, come accade per i cambi di sesso e di cognome, e dimostrare che non hai finalità diverse nella richiesta di modificare i connotati anagrafici (per esempio, usufruire in anticipo della pensione o viceversa tardare il pensionamento e restare in età lavorativa; o scaricarti di responsabilità verso terzi). Ma la richiesta è legittima.
Se non avrà soddisfazione dalla prefettura e dal tribunale, il signor Giovine ricorrerà alla Corte Costituzionale, forte della sua comprovata sensibilità a modificare con sentenze, come quella recente sui doppi cognomi, assetti giuridici ritenuti ormai stantii e superati dalla realtà.
Anche sulla cittadinanza si sta stabilendo il principio che ciascun abitante della terra possa andare a vivere dove ritiene di farlo, senza limitazioni e senza essere considerato un clandestino (il reato fu abolito). Ovvero, nessun obbligo, nessuna restrizione nell’accoglienza, dicono molti giuristi ed esponenti umanitari (Papa incluso) ma solo la volontà del soggetto di trasferirsi dove vuole. Siamo o no cittadini del mondo, senza frontiere?
Renato Giovine sente di avere energie, impulsi, che corrispondono alla metà dei suoi anni biologici; non accetta il carcere anagrafico a cui la natura matrigna lo sottopone. Ma la molla profonda e segreta che lo ha spinto alla richiesta è un trauma infantile: da ragazzino gli rimase impressa la canzone dei Cugini di Campagna, Quando avrò 64 anni. Avendo temuto per una vita il fatidico passaggio, allo scoccare dei 64 ha deciso di cambiare un’età che non sente di avere e che gli procura sofferenza.
Come forse avrete sospettato, il signor Renato Giovine non esiste, anche se quattro anni fa in Olanda un quasi settantenne, Emile Ratelband, si rivolse davvero al tribunale di Arnhem, a sud-est di Amsterdam, per chiedere di spostare in avanti la sua data di nascita all’anagrafe avanti di vent’anni, dal 1949 al 1969. E sulla sua scia in Italia inventarono un fantomatico comune di Bugliano, che aveva già predisposto i moduli per richiedere il cambio d’età.
Ma scherzi a parte, l’assurda, pirandelliana situazione lascia un bel dubbio: ma se la realtà, la natura, la biologia, la consuetudine, contano meno della volontà soggettiva e dei desideri individuali, se tutto quel che è dato in natura o in anagrafe possiamo revocarlo, perché non dovremmo relativizzare anche l’età e adattarla ciascuno al proprio sentire?

Tutti pazzi per Hitler

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di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Da quando le competizioni sportive mondiali sono azzoppate dall’esclusione dei russi, un nuovo sport appassiona il pianeta e lo coinvolge per intero, russi inclusi. Possiamo chiamarlo “il lancio del Fuhrer” e consiste nel lanciare Hitler sul terreno dell’avversario. Si guadagna punti se il lancio tocca terra; l’avversario deve attrezzarsi di padel e rimandare Hitler nella brace del competitore, evitando che tocchi terra nel proprio terreno di gioco.
Lo sport è stato definitivamente sancito dopo l’infelice paragone del ministro degli esteri russo Lavrov tra Zelenskij e Hitler, attraverso la tesi delle origini ebraiche di ambedue, per dimostrarne l’affinità genetica. Lo scopo era quello di dimostrare che sotto sotto il premier ucraino è come Hitler, non a caso nel suo paese ci sono ancora i nazisti. La comunità mondiale è insorta indignata per il blasfemo paragone. Ma con un’omissione: i primi a tirare in ballo a vanvera Hitler a proposito della Russia di Putin sono stati americani ed europei, per non dire dei media di tutto l’Occidente.
Se ragionassimo senza paraocchi con puro buon senso sapremmo infatti cosa rispondere a questa elementare domanda: cosa vi ricorda l’invasione dei carri armati russi di un paese vicino? La risposta facile, anzi elementare, è l’invasione russa sovietica dell’Ungheria nel 1956, l’invasione di Praga nel 1968, la repressione di Danzica e Stettino in Polonia nel 1970. Invasioni che non risalgono al famigerato Baffone Stalin, che era morto nel ’53, salutato perfino dai socialisti nostrani Nenni e Pertini come Eroe della pace e dei popoli; ma al comunismo che ne seguì, con l’avallo dei partiti comunisti di tutto il mondo, aderenti all’Internazionale. E’ il paragone più diretto, viene quasi spontaneo, tanto più che l’Ucraina era stata annessa all’Urss dal comunismo sulla scia della Russia zarista, già nel ’22 quando non c’era ancora al potere il Baffone Cattivo, ma c’era il Padre Fondatore, Lenin.
E invece, con uno slalom storico, geografico, ideologico, il paragone ricorrente anche nelle caricature dei disegnatori è Putin come Hitler. Che obiettivamente non c’entra un tubo, riguarda la Germania e un altro mondo; e per giunta è più distante nel tempo perché risale agli anni ’40 mentre le suddette invasioni sono nel nostro dopoguerra, tra gli anni cinquanta e gli inizi degli anni settanta.
Così paradossalmente si attribuisce alla Russia di Putin lo statuto di nazista, proprio mentre si accinge a celebrare con la massima enfasi, la sconfitta del nazismo da parte della Russia il 9 maggio del 1945. Non vi pare grottesco? O si vogliono rimpiangere i bei tempi in cui c’era il regime totalitario in Unione sovietica, i deportati nei gulag e in Siberia, i massacri di popolazioni ostili e dissidenti di quel tempo, rispetto alla becera Russia di Putin? Anche qui, se ci fosse un po’ di buon senso, non dico amor di verità perché non conoscono cosa sia, si direbbe che al paragone con l’Urss comunista perfino un regime autocratico e autoritario come la Russia di Putin, sembra una società liberale e democratica, incruenta.
Ma il comunismo non è mai esistito, se non nei pensieri delle anime belle, il solo totalitarismo è quello nazi-fascista anche se arriva pure cronologicamente dopo il regime totalitario sovietico. E anche se tecnicamente, ma qui appena lo dici ti cacciano da qualunque luiss, programma o consesso, il regime totalitario compiuto fu quello comunista sovietico perché tutta la società rientrò sotto l’egida dello stato. Mentre i regimi fascista e nazionalsocialista, tra loro diversi, mantennero in vita, non cancellarono il capitale (il mercato e il privato restarono in piedi, pur dovendo fare i conti con uno Stato interventista), le istituzioni antecedenti (da noi sopravvisse pure la monarchia) e la Chiesa (nessuna dichiarazione di ateismo di stato, con relativa persecuzione, come invece fu nell’Urss). Ciò non toglie i crimini, la guerra, le persecuzioni, ecc ecc. Ma la verità è questa e se volete approfondirla leggete Hannah Arendt (ebrea ed esule dalla sua Germania).
Però, niente da fare, lo sport mondiale più in voga è il lancio del Fuhrer, e appena vuoi discreditare il nemico, non devi dimostrare nulla, basta citare la password per l’inferno: Hitler, sei un seguace di Adolf. E il discorso finisce lì. E se appena ti inoltri a tentare qualche distinguo, l’indignazione ti sommerge e l’accusa di razzismo ti giunge spontanea, fino a decretare la sconfitta a tavolino nella partita di lancio del Fuhrer in campo avverso. E’ possibile definirlo pensiero unico? Qualcuno dice di no, solo perché nei talk show, per alzare gli ascolti, si invitano anche quelli che non la pensano come la Vulgata di Stato. Ma non rendendosi conto, o non volendo guardare, a una sostanziale, militare, conformistica unificazione da parte degli Apparati, del Sistema vigente e delle Interpretazioni ufficiali e istituzionali. Poi, se qualcuno fa qualche marachella in video, beh serve solo per affermare il contrario; anche Lavrov, se è per questo, ha parlato nelle nostre tv, e vedete che inferno ne è derivato…
Ora vorrei dire una cosa: ma se ritenete che la Shoah sia un evento unico e imparagonabile con ogni altra tragedia dell’umanità, se insorgete appena qualcuno osa accostare altri orrori a quelli compiuti nei campi di sterminio, allora perché non lasciamo da parte gli incauti paragoni con Hitler che vengono fatti da Lavrov come da Biden, da Putin come dai suoi nemici e dall’intero apparato propagandistico occidentale? Se si tratta di un Evento Unico, spartiacque della storia, secondo il giudizio dominante, non ne offendiamo la memoria a paragonarlo a tutto quanto succede oggi? Di Hitler ce n’è stato uno, e ci basta e ci avanza.

No, la Russia non ha già perso: ecco perché

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Quello che manca in Italia è il dibattito di tesi diverse (a parte le discussioni dei talk show che per forza di cose non consentono di approfondire ed esaminare i dati e i fatti) per cui fa piacere vedere una critica anche dal tono polemico ad uno dei nostri ultimi articoli. (la mancanza di dibattito in Italia è stata denunciata anche dal nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna nell’ Editoriale di lunedì scorso su InFormazione Cattolica, n.d.r.)

Quello che però manca completamente in questo articolo è – a nostro modesto avviso – un fatto fondamentale: in Ucraina orientale e meridionale vivono milioni di russi, persone di lingua e tradizioni russe. Dal 2014 il governo ucraino manda i suoi soldati a combattere contro dei russi all’interno dell’Ucraina, cerca di rioccupare zone dove la gente risente l’imposizione dell’identità ucraina e ci si ammazza da anni tra ucraini e russi all’interno dei confini dell’Ucraina.

I nostri media e anche l’autore che ci critica fingono che non ci siano russi di lingua russa in Ucraina in guerra o in conflitto con gli ultranazionalisti ucraini dal 2014. Come abbiamo provato a spiegare, in pratica i russi combattono i diritti di altri russi all’interno dell’Ucraina. Non cercano di conquistare l’Ucraina, ma sono semmai gli ucraini che cercano di conquistare le zone abitate da russi.

L’economia russa

Detto questo, esaminiamo lo stesso le altre argomentazioni (e approfondiamo al contempo la storia di questo paese). L’orso russo sarebbe fragile e il suo apparato militare pure. 

La Russia sarà più ricca dell’Ucraina ma rimane un paese con un’economia profondamente depressa. Il Pil russo è equivalente a quello della Spagna per una popolazione di 144 milioni di persone (la Spagna 44).

Secondo l’Economist di questa settimana “l’economia russa è di nuovo in piedi”. E l’articolo ammette che “The real economy is surprisingly resilient too” (“anche l’economia reale è sorprendentemente resiliente”). Il rublo ha sorpreso tutti salendo invece di scendere ed è tornato a 65 rubli per un dollaro che è livello più basso dal 2020. Quando è iniziata la guerra in febbraio era sui 75 rubli per un dollaro.  

Se poi lo si confronta con l’euro, che ha perso da 1.14 a 1.05 contro dollaro con le sanzioni e la guerra, il rublo si è apprezzato di oltre il 17%! Il rublo era a 83 rubli per un euro e ora dopo tutte queste sanzioni siamo a 69 rubli per un euro. Ci sono quindi dati economici, sia di PIL, export, import, consumi e tasso di cambio che per ora mostrano come le sanzioni e i riflessi della guerra siano negativi per l’Europa, ma non per la Russia.

L’economia occidentale

Questo perché il PIL è composto di valori monetari, per cui comprende servizi finanziari, bancari, immobiliari, pubblicità, spese mediche, legali e così via e soprattutto spesa per consumi. Quanto tutte queste spese siano finanziate con debito pubblico o debito estero non importa ai fini del calcolo del PIL. Ad esempio, la Spagna citata anni fa faceva quasi il 20% del Pil con la costruzione di case residenziali a valori inflazionati. I paesi occidentali negli ultimi anni, specie con l’emergenza da Covid-19, hanno sostenuto il PIL con enormi debiti, gli Usa hanno aumentato il debito pubblico di 10mila mld in pochi anni portandolo a 30mila mld e hanno un deficit estero ora di 1,300 mld circa l’anno.

L’Italia stessa dal 2020 a quest’anno aumenterà il debito pubblico di circa 400 mld in tre anni. Ci sono paesi come Usa e UK dove la parte manifatturiera è minima e i servizi finanziari, l’immobiliare e il consumo sono quasi l’80% del Pil. In altri paesi il Pil comprende invece una quota maggiore di produzione di beni industriali, di acciaio, alluminio, minerali, gas, petrolio, carbone, cereali e materie prime varie. E il debito pubblico e il debito estero sono minimi. Questo è il caso della Russia dove il surplus con l’estero è ora sui 20 mld (in $) al mese, mentre ad esempio in Usa il deficit estero ultimo è uscito di 110 mld di $ al mese. La Russia ha da anni un enorme surplus con l’estero in % del Pil e non ha quasi debito pubblico ed è il maggiore produttore al mondo di materie prime di ogni genere. Il suo PIL è costituito soprattutto da produzione di beni essenziali come le materie prime e non ha quasi debiti.

Con l’embargo e la guerra il prezzo delle materie prime è salito anche di due o tre volte e il risultato è che il Pil della Russia sta salendo più di prima e il suo surplus estero ha toccato livelli record. Anche i dati di spesa per consumi interni sono positivi a differenza di quelli di quasi tutti i paesi occidentali in aprile ad esempio +2,2% contro dei -3% o anche -5% (vedi UK) che si vedono in Europa. La produzione industriale in Germania, ad esempio, ha perso un 5% circa. Tutto questo non è propaganda filorussa, ma la realtà.  

L’arsenale nucleare

A differenza della Spagna però, la Russia deve mantenere con il suo ridotto Pil un arsenale nucleare da superpotenza e una flotta oceanica, soprattutto sommergibili, di primo livello ma oggi del tutto sproporzionata. Una questione di prestigio piuttosto che di reali necessità militari. Quanto può rimanere per aviazione ed esercito? Molto poco e si è visto in questi giorni.

Il budget militare della Russia è di 65 mld circa su 1,550 mld di Pil, quindi un 4% e rotti, simile in % agli Usa che spendono 770 mld su circa 20 mila mld di Pil. L’Ucraina in % spendeva invece quasi il 5% del PIL, uno delle % più alte al mondo, nonostante sia il paese più povero d’Europa. Nonostante spenda 11 volte di meno degli Usa, l’arsenale atomico della Russia è considerato equivalente in termini di una eventuale guerra nucleare. Se parliamo ad esempio di carri armati, le stime di quelli russi sono da un minimo di 23mila ad un massimo di 32mila e in Ucraina sembra ne abbiano persi finora tra 500 e 700. La superiorità però dei russi si manifesta soprattutto nella missilistica perché ogni giorni si legge di depositi, raffinerie, nodi ferroviari in ogni angolo dell’Ucraina colpiti. Come noto, la Russia fornisce la maggior parte delle armi a Pakistan e India e vende anche alla Cina che è il maggiore cliente. 

L’esercito di Mosca è decimato?

“… i famosi 120 Btg (Battalion Tactical Group, la task force operativa del riformato esercito russo. Circa 800 soldati ciascuno) erano già fin dall’inizio troppo pochi per un boccone come l’Ucraina. E ora la Russia non ha riserve. I filorussi possono vaneggiare sui milioni di soldati pronti a scatenarsi sull’Ucraina e a minacciare la Nato, ma questi contingenti non esistono. Per la famosa offensiva del Donbass, i russi hanno solo potuto contare sulle molto malridotte unità ritirate da Kiev e Kharkov. Queste unità, risistemate alla bell’e meglio, sono state spostate nel Donbass. Risultato: si sono nuovamente impantanate. Anche perché, sorpresa, ritirandosi da Kiev hanno liberato altrettante unità ucraine (tra le migliori dell’esercito ucraino) che sono subito andate, anche loro, nel Donbass ecc…”

Le previsioni sulle battaglie sono molto più difficili di quelle economiche e finanziarie perché entrambe le parti filtrano ogni notizia negativa di perdite che le riguardi ed evidenziano solo quelle positive. I dati dei morti, prigionieri, perdite di materiale e così via differiscono a seconda delle dozzine di esperti militari che si possono leggere. Se si citano fatti molto specifici, come fa qui l’autore, bisognerebbe indicare le fonti. Quello che è certo è che i russi hanno abbandonato l’avanzata verso Kiev e ora avanzano molto lentamente nelle province dell’est e del sud dove hanno occupato una superficie pari all’Italia e stanno ora anche sistematicamente colpendo con missili depositi militari di benzina, nodi ferroviari e altra infrastruttura in tutta l’Ucraina. Un altro dato certo è che mentre l’Ucraina ha richiamato i soldati di leva, la Russia finora non lo ha fatto. La popolazione dell’Ucraina era stimata dalla Ue di 42 milioni Qui si può leggere un impressionante reportage del 2020 dell’importante rivista “Atlantic” sullo svuotamento dell’Ucraina che da venti anni vede la popolazione adulta emigrare ovunque può in Europa.

I riservisti a confronto

Ufficialmente il governo per ragioni politiche non aggiorna dal 2001 il censo fermo a 46 milioni, ma come si può leggere le stime sono che la popolazione sia scesa parecchio, se prendiamo la stima Ue a 42 milioni. Ora 5 milioni sono usciti e tra loro non ci sono solo donne e bambini, ma anche maschi adulti come si può vedere dai filmati. In più la Russia ha occupato zone, di lingua prevalentemente russa, in cui risiedono da 6 a 8 milioni di persone. La popolazione che risiede sotto il governo ucraino di Zelensky può quindi essere ora ridotta a circa 33 o 34 milioni nel caso migliore. La Bielorussia di fatto è alleata alla Russia e assieme hanno 156 milioni di abitanti e poi ci sono appunto forse 6 o 8 milioni di persone di lingua russa in Ucraina che hanno di fatto combattuto dal 2014 per l’autonomia dal governo nazionalista. Se la Russia è alle strette, può dichiarare formalmente guerra e mobilitare, come nella Seconda guerra mondiale. Può attingere però appunto ad un potenziale di forse 160 milioni contro circa 32-34 milioni dell’Ucraina.

Chi ha più chance di vincere

L’autore dell’articolo cita notizie militari su sconfitte ed errori dei russi, non siamo in grado di giudicare, ma anche se fossero tutte vere, la storia militare della Seconda guerra mondiale, insegna che i russi hanno commesso errori e subìto perdite pesanti per poi insistere, attingere a tutte le loro risorse umane e materiali e continuare fino alla sconfitta di un avversario motivato, ma inferiore quantitativamente come i tedeschi. 

L’esercito ucraino è probabilmente però meno motivato, a parte le milizie nazionaliste come il battaglione Azov, a continuare a combattere per occupare le province dell’Est di lingua russa come il Donbass. Perché lo ha già fatto per otto anni! E ora si trova di fronte il terzo esercito al mondo (dopo Usa e Cina), con dietro circa 160 o 170 milioni di russi sparsi dalla Bielorussia, all’Ucraina stessa. I russi al momento combattono in zone russe, all’interno dell’Ucraina, ma dove si parla russo e la maggioranza della popolazione è dalla loro parte. Inoltre, si sentono assediati dalla Nato e vedono che gli Usa e i loro alleati vogliono la loro disfatta. I russi combattono per difendere il futuro della nazione a loro avviso minacciata dalla Nato e dagli Usa. Che sia vero o falso poco importa, ci credono e sono motivati a combattere per la Santa Madre Russia, basta vedere le loro canzoni e manifestazioni patriottiche. I soldati ucraini dell’esercito regolare invece combattono per occupare zone abitate da russi con cui sono in conflitto dal 2014. Per capire questo però bisogna leggere un poco di storia…

L’Ucraina e i filorussi

Abbiamo mostrato mappe storiche e linguistiche dell’Ucraina e nessuno che noi sappiamo ha mai smentito o anche solo voluto discutere questo fatto storico: che l’Ucraina coi confini attuali è una suddivisione inventata dai bolscevichi per ragioni amministrative che contiene sia russi che ucraini. Ma non è mai esistita nella storia moderna o antica un’entità “Ucraina” che comprendesse ad esempio la Crimea, Mariupol, il Donbass, Odessa, e in pratica l’Ucraina orientale meridionale. 

L’unica entità politica che si trovi nei libri di storia è limitata alla regione di Kiev intorno al 1,100, prima che venisse distrutta dai Mongoli. E prima dell’anno 1,000 circa, sia in Russia che in Ucraina le fonti storiche sono minime e molte si riferiscono all’impero dei Khazari (popolazione di etnia turca) che occupava dal 500 all’800 circa quasi tutta l’Ucraina attuale. 

La lingua ucraina, che è parlata nella parte occidentale e solo in parte in quella orientale, oggi è sostanzialmente diversa dal russo e somiglia di più al polacco, dato che tra il 1300 e il 1650 l’Ucraina occidentale ha fatto parte della Polonia. Ma le province a est e sud dalla fine del medioevo hanno fatto parte della Russia.  

Se si legge quindi un poco di storia, si comprende che oggi ci sono milioni di persone di lingua e identità russa in Ucraina.

Questi milioni di persone si sono ritrovate dopo il colpo di stato del 2014 oppresse da un governo ultranazionalista che ad esempio proibiva di usare la loro lingua. Una prova è il massacro di Odessa (ora derubricato da Wikipedia a “incendio”) dove i nazionalisti hanno bruciato vivi una trentina di russi che protestavano. Quello che quasi tutti omettono nei giornali e Tv è che la guerra è in corso dal 2014 e l’esercito ucraino bombarda i russi all’interno dell’Ucraina da anni. L’Onu riporta 14mila morti di cui 4mila civili dal 2014 a quest’anno, ma questo è un fatto che le Tv e i giornali non vogliono mai citare.

Fino a quando si finge che in Ucraina non ci siano (per ragioni legate al crollo dell’Urss) milioni di russi, non si capisce cosa è successo. Anche se è simile a quello che abbiamo visto in Croazia, Bosnia e Kosovo, dove i confini delle repubbliche formatesi dopo il crollo della Jugoslavia non corrispondevano alla presenza dei diversi gruppi etnici.

In conclusione, i russi oltre ad avere dieci volte la produzione e cinque volte la popolazione del governo ucraino di Zelensky sono probabilmente più motivati a vincere. Questo in America e anche sfortunatamente ora in Europa non lo si capisce perché si ignora la storia. I russi possono anche aver fatto più errori militari finora degli ucraini diretti e aiutati dalla Nato, questo non lo sappiamo e forse nessuno che non sia sul campo lo sa.

Ma come abbiamo provato a evidenziare, hanno tutte le risorse necessarie di produzione, di armamenti e personale, sono compatti dietro a Putin e per loro è una guerra per liberare popolazioni russe da un nemico nazionalista diretto da Usa e Nato. Qui in Italia e in Europa non si capisce che per loro è qualcosa di simile alla Seconda guerra mondiale. All’epoca erano alleati dell’impero britannico e degli Stati Uniti e quindi certi della vittoria finale, mentre ora si sentono contro tutti gli alleati degli Usa, messi con le spalle al muro e non possono permettersi di perdere. 

Hanno iniziato come “operazione speciale” sul modello israeliano in Libano diciamo, e ora stanno progressivamente estendendo la guerra portando distruzione nelle infrastrutture e mobilitando man mano più forze. Sentono di non avere altra alternativa, vedono che gli Usa dichiarano di volerli sconfiggere e rovesciare il loro governo.  Questa ormai per certi versi sembra una delle tante guerre angloamericane condotte in Medio Oriente. Qui però ci sono 160 milioni di persone con una motivazione patriottica, le atomiche, le materie prime e un esercito che non ha mai ceduto (se non in Afghanistan dove non c’era la motivazione). Dall’altra parte c’è un regime nazionalista corrotto, che non rappresenta tutto il paese e prima della guerra era impopolare, finanziato e diretto dagli Usa e che combatte per cosa?  Per occupare zone come il Donbass o Mariupol dove la popolazione non lo vuole.

Come si fa a non capire che i russi non cederanno a nessun costo e mobiliteranno tutto quello che hanno? Come si fa realisticamente a non capire che sarebbe meglio per tutti una sconfitta dell’Ucraina, con il riconoscimento dell’indipendenza del Donbass, di  una possibile guerra mondiale?

Fonte: https://www.nicolaporro.it/no-la-russia-non-ha-gia-perso-ecco-perche/

1° maggio: 75 anni di violenza ai diritti dei lavoratori con la complicità dei sindacati

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Con il cortese assenso dell’autore, pubblichiamo questo articolo molto interessante e poco politicamente corretto:

di Emilio Giuliana

Oggi più che mai la retorica della festa dei lavoratori del 1° maggio ha raggiunto il punto più basso dal giorno della sua calendarizzazione. Di fatto, inesorabilmente, un’abrogazione di diritti sul lavoro dopo l’altro, da festa dei lavoratori si è trasformata alla “festa ai lavoratori” (vedasi la situazione venutasi a creare dopo i provvedimenti anti coronavirus, trasformatisi in provvedimenti affossa lavoro e lavoratori).

Dall’unità d’Italia, fino all’avvento del governo monarchico fascista, le condizioni dei lavoratori erano disumane, i pochi provvedimenti in termini di diritti migliorativi si dimostravano gravemente inadeguati e non per tutti.

È storicamente e documentalmente dimostrato, che la dignità che spettava ai lavoratori, viene ad essi consegnata dai provvedimenti introdotti dal governo monarchico fascista, così come onestamente aveva asserito la comunista Margherita Hack.

Quello che ha ottenuto il fascismo in campo sociale oggi ce lo sogniamo. Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un Socialista marxista e massimalista che si portò con sé il senso del sociale, del popolo”.

Le dirò –prosegue la Hack– il fascismo modernizzò il paese. Resta una dittatura, ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo” (Marzo 2013 Barricate).

Anche da oltre Oceano giunsero segni di apprezzamento per l’opera messa in atto dall’Italia del Ventennio. John Patrick Diggins, autore del libro “L’America, Mussolini e il Fascismo”, a pag. 45, ha scritto: “Negli anni Trenta lo Stato corporativo sembrò una fucina di fumanti industrie. Mentre l’America annaspava, il progresso dell’Italia nella navigazione, nell’aviazione, nelle costruzioni idroelettriche e nei lavori pubblici, offriva un allettante esempio di azione diretta di pianificazione nazionale. In confronto all’inettitudine con cui il Presidente Hoover affronto la crisi economica, il dittatore italiano appariva un modello di attività (…)”. 

Il comunista Renzo De Felice: “La liberale e antifascista ‘Nation’ arrivava ad auspicare un Mussolini anche per gli Stati Uniti”.

L’inglese Michael Shanks, economista di vasta esperienza internazionale, già direttore della Commissione Europea degli Affari Sociali, nonché Presidente del Consiglio dei Consumi, indica nel suo libro “What’s wrong with the modern world?” lo Stato Corporativo di Mussolini come l’unico metodo per uscire dalli crisi.

Il Regime fascista nel suo “programma politico e sociale per l’ammodernamento e l’industrializzazione del Paese”, come osservato anche dal politologo e storico statunitense James Gregor, non poteva eludere una globale politica previdenziale. La competenza dell’INPS andava dall’invalidità e vecchiaia alla disoccupazione, dalla maternità alle malattie.

Altre assicurazioni coprivano, praticamente, la totalità dei prestatori d’opera, garantendo così all’Italia un altro primato mondiale. Sulla scia dell’INPS sorsero, sempre negli anni ’30, l’INAM, l’EMPAS, l’INADEL, l’ENPDEP, tutti enti che permetteranno poi, anche se fra scandali, ruberie e arroccamenti di potere politico, all’Italia post-fascista di tutelare i lavoratori.

Frank Delano Roosevelt aveva impostato la campagna elettorale all’insegna del New Deal, ossia ad un vasto intervento statale in campo economico, ossia proponendo un’alternativa al liberismo capitalista. Una volta eletto Roosevelt inviò, nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i suoi più preparati uomini del Brain Trust per studiare il miracolo italiano.

Nel 1933 Roosevelt firmò il First New Deal, e il Second New Deal venne firmato nel 1934-1936. Quindi Franklin D. Roosevelt ad istituire il Social Security Act, una legge che introduceva, nell’ambito del New Deal, indennità di disoccupazione, di malattia e di vecchiaia.

Contemporaneamente nacque anche il programma Aid to Family with Dependent Children (aiuto alle famiglie con figli a carico), tutti provvedimenti che avevano già visto la luce in Italia nel Ventennio fascista. Incredibilmente, gli Stati Uniti d’America, la casa della democrazia accettò, mutuò ed applicò i concetti degli Stati totalitari per uscire dalla grande crisi. Purtroppo, per gli USA, la Corte Costituzionale americana, decretò l’incostituzionalità di alcuni provvedimenti.

Quel che segue è un elenco frammentario ed incompleto, ma significativo, di alcune leggi, riforme a favore del lavoratore realizzate dal Fascismo, che cambiarono il volto della società italiana.

Assicurazione Invalidità e Vecchiaia (R.D. 3184 – 30/12/1923); Riduzione dell’orario di lavoro a 8 ore giornaliere (R.D. 1955 – 10/9/1923); Tutela lavoro donne e fanciulli (R.D. 653 – 26/4/1923); Assistenza ospedaliera per i poveri (R.D. 2841 30/12/1923); Assicurazione contro la disoccupazione (R. D. 3158 – 30/12/1923); Maternità e infanzia (R.D. 2277 – 10/12/1925); Assicurazione contro la TBC (R.D.2055 -27/10/1927); Esenzioni tributarie famiglie numerose (R.D.1312 – 14/6/1928); Opera nazionale orfani di guerra (R.D. 1397 – 26/7/1929); Istituzione libretto di lavoro (R.D. 112 – 10/1/1935); INPS (R.D.1827 – 4/10/1935); Riduzione settimana lavorativa a 40 ore (R.D. 1768 – 29/5/1937); ECA (R.D. 847 – 3/6/1937); Assegni familiari (R.D. 1048 – 17/6/1937); Casse rurali e artigiane (R.D.1706 – 26/8/1937); INAM (R.D. 318 – 11/1/1943); Legge sull’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali e legge istitutiva dell’INAIL (R.D. 928 – 13/5/1929 e R.D. 264 – 23/3/1933)

Il capolavoro per eccellenza fu la socializzazione delle imprese.

<< Chi dice lavoro dice borghesia produttiva e classi lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime, ma tutela di tutti gli interessi che si armonizzano con quelli della produzione e della Nazione>>. (BENITO MUSSOLINI, Il primo discorso presidenziale alla Camera dei deputati, in Opera Omnia, XIX, pp. 21-22)

Storicamente nel periodo compreso tra il 1919 (Conferenza di Pace di Parigi) e il 1939 si consuma la chiusura dei conti del Capitalismo Finanziario con i due “indisciplinati” Paesi europei, Germania e Italia. Il progressivo deterioramento dei rapporti tra il Fascismo e le democrazie occidentali, è dovuto principalmente alle decisioni adottate da Mussolini nell’interesse del popolo italiano, che determinarono sostanziali cambiamenti nella vita economica e sociale del nostro Paese.

Vedi la progressiva costituzione dello Stato Corporativo. Il 18 agosto 1926, nel discorso che tenne a Pesaro, Mussolini manifestò la propria intenzione di rivalutare la lira, stabilendo la cosiddetta “Quota Novanta”, cioè il limite massimo del cambio della nostra moneta (lire 92,46) per una sterlina inglese (e di 19 lire per un dollaro degli Stati Uniti).

La rivalutazione della lira era dunque il primo passo del percorso, tracciato da Mussolini, verso la prevista socializzazione delle imprese, enunciata poi, in ben altre, difficili, circostanze nel 1944, come parte fondamentale dei 18 punti del Manifesto di Verona.

Queste le parole di Mussolini “La socializzazione altro non è se non la realizzazione italiana, umana, nostra, effettuabile del socialismo. Dico nostra in quanto fa del lavoro il soggetto unico dell’economia, ma respinge le meccaniche livellazioni inesistenti nella natura impossibili nella storia”.

Tappa decisiva di questo processo furono i principi dell’ordinamento corporativo, espressi nella Carta del Lavoro che vide la luce nell’aprile del 1927. La “Carta del Lavoro” attribuiva ai lavoratori quei diritti che per la prima volta permettevano loro di stabilire nuovi e ordinati rapporti con i detentori del capitale.

Nell’assegno in bianco – conosciuto come Armistizio Lungo – accettato firmato il 29 settembre del 1943 dal maresciallo Badoglio per il Regno d’Italia, Art. 33 è il più significativo, perché di fatto pretende l’abrogazione della legge sulla socializzazione delle imprese. ”Il Governo italiano adempirà le istruzioni che le Nazioni Unite potranno impartire riguardo alla restituzione, consegna, servizi o pagamenti quale indennizzo (payments by reparation of war) e pagamento delle spese di occupazione”.

Finita la guerra, i comunisti che controllavano il C.L.N.A.I., come primo atto ufficiale, firmato da Mario Berlinguer (padre di Enrico), addirittura il 25 aprile, abolirono la legge sulla socializzazione. Era il dovuto riconoscimento da parte dei comunisti verso il grande capitale, per l’aiuto economico elargito da quest’ultimo al movimento partigiano dominato al novanta per cento dai comunisti.

Con l’introduzione della Repubblica – dopo un referendum Monarchia / Repubblica discutibilissimo – le tutele dei lavoratori sono in settantacinque anni stuprati, violentati, abortiti. La legge Biagi, che ha reso il lavoro precario, abrogata e sostituita con una legge ancor più disarmante, il Jobs act, l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, il recepimento della direttiva Bolkestein, la legge Fornero….

In un Paese, l’Italia, che il 25 aprile festeggia un’OCCUPAZIONE militare (sul territorio italiano 59 basi ed installazioni militari con personale statunitensi con circa 13.000 militari) spacciata per liberazione (stratificata sindrome di Stoccolma), non stupisce che si festeggino i lavoratori quanto in realtà, come già anticipato sopra, è da tempo che hanno fatto la FESTA ai lavoratori con la complicità dei sindacati. 

Ps. «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Non è una barzelletta che non fa ridere, è il primo articolo della Costituzione della Repubblica Italiana.

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana,

Fonte: https://www.lavocedeltrentino.it/2020/05/01/1-maggio-75-anni-di-violenza-ai-diritti-dei-lavoratori-con-la-complicita-dei-sindacati/

La cornice semantica (frame) della propaganda bellica

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di Laura Ruggieri

Fonte: Bye Bye Uncle Sam

La cornice semantica (frame) con cui si stanno manipolando le coscienze puo’ essere grosso modo riassunta cosi’: “La Russia, paese autoritario e imperialista, ha invaso la pacifica e democratica Ucraina che si sta eroicamente difendendo e necessita di ogni aiuto possibile per resistere al barbarico invasore”. Una volta imposto questo “frame” di riferimento possono poi essere veicolati contenuti e narrazioni di ogni genere, non importa che siano veritiere, e’ sufficiente che rinforzino il frame stesso, esso stesso frutto di un’aberrazione in quanto situa l’inizio del conflitto il 24 febbraio 2022 escludendo tutto cio’ che e’ avvenuto prima di questa data. Per riempire di contenuti il frame si fa ricorso al ricatto emotivo, quindi immagini e storie di bambini feriti e mutilati, donne stuprate, fosse comuni, cadaveri abbandonati ecc. Un crescendo di orrore che e’ funzionale alla giustificazione di decisioni che sono palesemente in conflitto con la costituzione italiana come l’invio di armi e munizioni all’Ucraina, la soppressione della liberta’ di espressione e di informazione, la legittimizzazione di organizzazioni neo-naziste ucraine, ecc. La retorica del potere si fa via via sempre piu’ bellicista e interventista, si passa dal risibile “o il condizionatore o la pace” per mobilitare le anime belle che si illudono di difendere la pace sudando, al rifiuto di importare gas russo e progressivamente all’imposizione di un’economia di guerra che completera’ il lavoro di distruzione del tessuto produttivo, economico e sociale del paese (il nostro). Ci stanno portando in guerra come si conduce una mandria al macello, nello stesso modo in cui ci raccontavano che con due settimane di lockdown si sconfiggeva il terribile virus, e che poi saremmo stati tutti liberi, sani e felici. Come ai bambini si faceva disegnare l’arcobaleno e si apponeva sotto la scritta “Andra’ tutto bene” mentre dai balconi si intonava l’inno d’Italia, cosi’ si parla di abbassare di un paio di gradi il condizionatore. Dopo due anni di pandemia, coprifuoco, repressione, menzogne, ricatti, sospensione dei diritti piu’ basilari, il bilancio e’ drammatico. Quello della guerra sara’ infinitamente peggiore.

Le parole di Scholz cambiano tutto

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di Vincenzo Costa

Su un crinale pericoloso. I rischi maturano di giorno in giorno, alcuni svaniscono, poi riappaiono.

E di nuovo c’è il rischio di un’estensione della guerra, sia territorialmente sia dal punto di vista delle armi usate. A dirlo chiaro è stato Scholz:

“Sto facendo tutto il possibile per evitare un’escalation che porterebbe dritto alla terza guerra mondiale. E’ possibile una guerra atomica” 
(Ich tue alles, um eine Eskalation zu verhindern, die zu einem dritten Weltkrieg führt. Es darf keinen Atomkrieg geben)

Chi conosce un poco Scholz e la politica tedesca capisce bene. Non sono come i nostri Draghi e Di Maio. E’ gente misurata che usa le parole dopo averle pesate. E Scholz sta dicendo che l’Occidente sta esasperando le cose per arrivare a un guerra atomica, non totale ma regionale.

Di fatto in Germania vi è un tentativo di regime change. Merz, capo della CDU e notoriamente uomo proveniente dalle banche, sta spingendo in questa direzione, puntando sul filoatlantismo dei verdi. Scholz e la SPD stanno resistendo ma l’attacco è frontale. Difficile dire come si svilupperà.

Poiché uno degli argomenti centrali è che la Germania è isolata, molto dipende da come si risolveranno le elezioni francesi e dalla posizione che prenderà il prossimo presidente francese, una volta che non ha più la pressione elettorale.

Tutta una serie di altri segnali vanno in direzione di una aggravamento e di un’estensione del conflitto.

L’ambasciatore in Canada ma anche altre fonti, compresi i cinesi, hanno avvisato circa la possibilità di “false flag”, cioè di eventi crea dai servizi inglesi e americani per addossarli ai russi: uso di nucleare tattico o di armi chimiche. Poi fra 20 anni si saprà che erano false flag, ma intanto la Lucia Annunziata e company martellerà e convincerà che dobbiamettere l’elmetto.

Il rischio è un coinvolgimento della NATO, cosa che è controversa anche dentro l’amministrazione americana, per cui è un’opzione: dipende da chi ha la meglio nell’amministrazione.

Molto dipende dal fatto che il regime change in Germania riesca o che Scholz si pieghi del tutto, dal fatto che il nuovo presidente francese riapra la questione facendo sponda con la Germania.

L’Italia non conta niente perché Draghi sta lì per ubbidire e quindi non è da qui che può partire un’iniziativa.

Il nostro paese non esiste da nessun punto di vista. E’ l’unico paese al mondo che antepone gli interessi degli Stati Uniti ai propri. 

Speriamo che l’Europa centrale sappia reagire. Ho dubbi. Se non lo farà andiamo verso un futuro orribile.

L’autunno potrebbe essere freddo a causa della mancanza di gas, ma anche caldissimo.

Fonte: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-vincenzo_costa__le_parole_di_scholz_cambiano_tutto/39602_46056/

Ecco come difendersi dal politicamente corretto: i limiti dell’ideologia che ci schiaccia in nome del bene

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di Stenio Solinas

Fonte: Il Giornale

Per capire che cosa sia il politicamente corretto, oggetto di questo agile pamphlet di Paola Mastrocola & Luca Ricolfi (Manifesto del libero pensiero, La nave di Teseo, 127 pagine, 10 euro), bisogna fare un passo indietro, sino all’Italia anni Sessanta, quando, ci dicono i due autori, la censura stava a destra e la libertà di espressione era di sinistra. È una dicotomia molto, forse troppo schematica, ma rende l’idea, nel senso che c’era una cultura dominante conservatrice, bigotta per molti versi, autoritaria nelle famiglie come nella società. Erano i retaggi del culturame caro da un lato all’onorevole Mario Scelba, Dc, delle intemerate del Pci contro l’arte d’avanguardia e la corrotta classe borghese dall’altro. In sostanza, c’erano due chiese intellettuali che si contendevano l’egemonia ideologico-politica del Paese, ma che celebravano la stessa messa puritana e insieme ipocrita. Ciò che rimaneva fuori da un simile connubio, erano un po’ di spiriti liberi, liberali e libertini, un po’ di borghesia controcorrente e bastian contraria, qualche scrittore, pittore o regista eterodosso e, insomma, un insieme di singole voci che facevano da controcanto al coro conformista egemone sulla scena.
Il ’68 e dintorni, ovvero la contestazione, aprirono una crepa in questa costruzione, apparentemente massiccia, e di fatto la fecero franare. Non era un fenomeno italiano, ma internazionale, segnava l’ingresso nella storia della prima generazione interamente postbellica, nonché il compimento di una società industriale e di massa all’insegna della tecnica e del consumo. Il suo affermarsi esigeva il rifiuto delle regole e delle autorità prima esistenti, il vietato vietare, insomma, con cui ogni libertà, in ogni campo, doveva essere garantita. Da una mentalità dominante conservatrice si passò a una mentalità dominante progressista e/o liberatrice.
È allora che, quasi insensibilmente, scrivono Mastrocola & Ricolfi, comincia l’uso del politicamente corretto, ovvero una sorta di legislazione del linguaggio, un’ansia e una bulimia di ribattezzare e in qualche modo santificare il nuovo corso delle cose e insieme fare tabula rasa del passato. Il suo assunto di base è che siano le parole a generare i comportamenti, un assunto paradossale se si pensa che nasce all’interno di una corrente di pensiero per la quale erano sempre state le condizioni sociali, ovvero materiali, a generare tanto le idee quanto le azioni. Il passo successivo è che il linguaggio si fa etico, non nomina più le cose, ma le connota moralmente: Lo spazzino o il netturbino diventano operatori ecologici, così come i bidelli operatori scolastici e i becchini operatori cimiteriali. Ciò che sino al giorno prima era neutro, viene caricato di un valore spregiativo/regressivo e corretto appunto in modo ritenuto giusto e quindi positivo. Poco importa, naturalmente, se le condizioni di lavoro rimangono le stesse
Nel tempo la colonizzazione del politicamente corretto si estende a tutti i gangli della società. Lo fa ipocritamente, perché affetta un rispetto verbale che, per esempio, nobilita i vecchi trasformandoli in anziani o nella ribattezzata terza età, continuando però a trattarli sempre nello stesso modo, espellendoli cioè brutalmente dalla società. Lo fa anche spregiativamente, perché contrappone al linguaggio comune, trasformato in reazionario e retrogrado, il linguaggio ufficiale dell’élite, un codice linguistico di cui viene sorvegliato, se non addirittura imposto, il rispetto. Il risultato finale è che il linguaggio ufficiale, cadaverico , stando alla bella definizione di Natalia Ginzburg ancora alla fine degli anni Ottanta, si fa censorio nel suo imporre un conformismo linguistico che è anche un conformismo ideologico, chiudendo così il cerchio.
Nel loro pamphlet, Mastrocola & Ricolfi esaminano anche il politicamente corretto applicato persino alle convenzioni del linguaggio, alle regole dell’ortografia e della grammatica, dalla stigmatizzazione dell’uso neutro del pronome maschile, all’utilizzo del cosiddetto schwa, sino alla comica finale di chi vuol ribattezzare history con herstory, come se quell’ his iniziale sia un pronome possessivo maschile anglosassone e non una derivazione greca istoria, o latina historia Nessuno sembra accorgersi, dicono, che un conto è una lingua che cambia nel tempo, come è sempre stato, un processo di evoluzione spontanea che avviene dal basso, e un conto è «la deriva della lingua» imposta dall’alto: «Solo i regimi totalitari hanno questa pretesa, in spregio al comune sentire delle persone».
Come ogni settarismo, il politicamente corretto non ha il senso del ridicolo. Non si spiega altrimenti come un’associazione animalista e ambientalista sia potuta insorgere contro una canzoncina di Cochi & Renato, La gallina, ormai vecchia di mezzo secolo, considerandola «un insulto verso i polli e le galline». «Allora il rispetto degli animali non esisteva» hanno concesso i censori, ma adesso è ora di ridare ai pennuti la considerazione che meritano.
Applicato in campo artistico, il politicamente corretto altro non è che un bavaglio etico. Se si va a guardare il contenuto medio, in letteratura come al cinema, della nostra arte contemporanea, si vedrà che è cronachistico e angusto allo stesso tempo: ci sono i migranti e c’è l’orgoglio femminile, le minoranze etniche e i bambini in guerra, vari tipi di diversità, avvocati e giornalisti eroici contro la mafia, avvocati e giornalisti corrotti dalla mafia. È una sorta di nuovo realismo socialista, dove non ci sono più personaggi, ma esemplari, non più individui, ma rappresentanti. Scompare la complessità del reale, non c’è più spazio per l’ambivalenza e la dialettica del bene e del male. Come notano Mastrocola & Ricolfi, siamo di fronte a un’arte «che compiace. Liscia il pelo. Non va controvento. Non è più alterità». È insomma «un’arte pedagogica, che dà voce alle idee dominanti per convincere tutti della bontà di quelle idee. Asservita, allineata, ammaestrata. Mai veramente spiazzante,m ai capace di stupire, interrogare, indicare altri orizzonti».
C’è di più. In quanto arte neo-impegnata nel nome del bene, automaticamente è solo lei l’arte giusta, quella che promuove i valori buoni. Chi non la pensa allo stesso modo, non si limita a pensarla diversamente: più semplicemente è il villain, il cattivo, il male. Nessun dialogo è possibile, nessun confronto auspicabile. Il finale di partita è il bullismo etico.

“Corpi trascinati coi cavi”: i 12 dubbi su Bucha

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di Toni Capuozzo

Fonte: Toni Capuozzo

Luigi Di Maio: “Chi nega Bucha alimenta la propaganda russa che provoca morte”. Nel suo italiano stentato il ministro degli Esteri vuole essere definitivo. Avrei qualche domanda per lui, come per Giletti, per la veterinaria di “Open” e tanti altri.

Cosa vuol dire negare? Non c’è dubbio alcuno che i russi abbiano commesso crimini durante l’occupazione di Bucha. A testimoniarlo ci sono le fosse comuni scavate dietro alla chiesa. I 350 corpi che contengono raccontano quello che è successo. Le mie perplessità riguardano i morti che dal 3 aprile vengono ritrovati per strada, in quella ormai tristemente famosa via Jablonskaja, la via del Melo. Il mio dubbio è che quei cadaveri non appartenessero all’orrendo capitolo precedente (i russi se n’erano andati il 30 marzo) ma fossero il risultato di un’operazione di un corpo speciale della polizia ucraina (ho riportato l’articolo della stampa ucraina che annunciava la caccia a Bucha di sabotatori e collaborazionisti). Oppure che fossero vittime dei russi recuperati dalle cantine e dai cortili e disposte sulla strada a beneficio delle televisioni. Come ricorderete, a smentire questa ipotesi apparvero subito foto da satellitari e da droni che retrodatavano la presenza di quegli stessi corpi almeno al 19 marzo.

1. Come si sono conservati i corpi nelle strade per due settimane, in un clima freddo ma umido, con animali randagi e selvatici?

2. Come mai molte vittime avevano i fazzoletti bianchi al braccio?

3. Come mai alcune vittime avevano accanto a sé razioni dell’esercito russo?

4. Come mai non c’è quasi mai sangue e mai un solo bossolo accanto ai corpi?

5. Come mai ci sono immagini che ritraggono militari ucraini che trascinano i corpi con cavi, andando oltre la semplice precauzione di spostarli di mezzo metro, rivoltandoli, così da appurare che non siano minati?

6. Come mai un video apparso su Telegram di un certo Boatman, il 1° aprile da Bucha, non dice nulla sui morti per strada. Unico fatto di rilievo l’incontro con un parlamentare del partito di Zelensky (Boatman lo descrive come “scuro di pelle”, nota inevitabile per un suprematista bianco come lui. Russo, Boatman è al secolo Sergey Korotkikh, ricercato per l’omicidio di due immigrati davanti a una bandiera nazista. Ripara in Ucraina e nel ’14 partecipa alla guerra civile antirussa, ricevendo il passaporto ucraino, e la nomina a capo di una squadra speciale della polizia).

7. Come mai in un altro video si vede la squadra di Boatman apprestarsi a operare e uno di loro chiede cosa si debba fare di persone incontrate senza il bracciale blu degli ucraini. “Sparagli, cazzo” è la risposta di Boatman.
8. Come mai si continua caparbiamente a ignorare l’operazione dei corpi speciali della polizia, iniziata il 1° aprile – i russi si sono ritirati il 30 marzo – di bonifica da esplosivi, sabotatori e collaborazionisti? Ne dà notizia, quel giorno, la stampa ucraina. E poi non si sa come si a andata, se abbiano trovato collaborazionisti o meno.

9. Come mai sono apparse su Telegram conversazioni che maledicono Boatman per aver rovinato tutto con i suoi video? “Eravamo d’accordo – lo era, non lo era – gonfiamo per il bene di un pubblico europeo impressionabile, finalmente ci passano armi pesanti e difesa aerea. Cioè, i nostri “alleati” sono tali che non gli bastano gli attacchi missilistici sulle città, per loro. Ok, stiamo lavorando. L’informazione principale è andata, lo straniero l’ha raccolta… e poi la Guardia Nazionale e il Nostromo sono usciti dalla tabacchiera come un coglione con i loro video divertenti sulla pulizia di Bucha…”.

10. Perché, intervistato dalla stampa italiana, al becchino di Bucha non viene fatta la più semplice delle domande: come mai ha rischiato la vita per inumare i morti nella Bucha occupata dai russi e, quando i russi se ne sono andati, li ha lasciati invece per strada?

11. Come mai quelle vittime sono state lasciate per settimane, secondo la foto satellitare, senza un solo gesto di pietà, come se fossero morti altrui, da schivare e basta?

12. Come mai la Croce Rossa Internazionale non è stata convocata subito sul luogo del massacro?

Non devo ripetere a ogni passo che non sono filoputin, né filorusso. Sono solo convinto per esperienza che purtroppo la guerra è il regno dell’odio, delle vendette, delle manipolazioni. In guerra puoi essere disciplinato, se la combatti o te ne fai travolgere. Se sei giornalista, anche quando hai chiaro dove risieda la ragione e dove il torto, dove l’aggressore e dove l’aggredito, sai che le linee nette del Bene e del Male vengono scavalcate con facilità, e resta il dovere di ragionare sui fatti, anche quando non coincidono con la tua visione delle cose, e specie quando fanno fare alla guerra un salto di qualità, come una chiamata alle armi.

Saviano ha sempre ragione. Anche se usa il bimbo sbagliato

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Lo scrittore ha postato sui social un’immagine per condannare Putin. Peccato che lo scatto sia del 2015

di Max Del Papa

Frank Zappa è stato un compositore totale del Novecento ma era anche uno che in faccia non guardava nessuno. Una volta fece una canzone, carognissima, in cui raccontava che l’attivista nero Jessie Jackson si intingeva le mani nel sangue di Martin Luther King e poi se le passava in faccia per passare lui da vittima. Ecco, per un tipo come Saviano ci vorrebbe Frank Zappa. Perché il soggetto, a forza di tirarsela da martire, ha perso il senso delle proporzioni, del reale e pure del ridicolo. Spara la foto di un povero bambino mutilato, la attribuisce all’invasione dell’Ucraina, poi, quando viene fuori che la foto è di sette anni fa, figlia di tutt’altra situazione (Canada, non esattamente una zona di guerra), si gonfia come la rana di Esopo: “Nulla cambia nel testo che ho scritto e che ribadisco con ancora più forza”. Tradotto: io ho sempre ragione. Come Mussolini, solo che glielo diceva Longanesi, per amabilmente percularlo.

Ora, siamo onesti, a chi non scappa di tanto in tanto una topica, praticando questo mestiere? Il fatto è che Saviano questo mestiere non pare averlo nelle corde, a dispetto della quantità prodotta che mai si trasforma in qualità: lui è un pubblicitario di se stesso e lo è da sempre, da quando Gian Arturo Ferrari, dominus in Mondadori, lo strappò ai vapori da centro sociale di Nazione Indiana, robetta da borghesi con troppi soldini e troppe seghe filoterroriste, e lo costruì come fenomeno editoriale.

Il resto venne da sé, con il ragazzino, era il 2006, che dopo una trombonata su un palco rossofuoco cominciò a definirsi da solo nel mirino della camorra. Diventando il giovane dalla testa a ogiva una azienda, parve conveniente dotarlo di scorta extralarge e cavalcare un pericolo sul quale, in verità, nessuno trovava fondamenti; anzi, più lo ribadivano e meno le pistole fumanti saltavano fuori. In compenso, uscivano parecchi pistola pronti a giurare sulla santità del martire di Chiaia. Finché un giorno il capo della Squadra Mobile del capoluogo campano, Vittorio Pisani, esasperato da quella sceneggiata si azzardò a dichiarare che “a noi non risultano particolari minacce in merito a Saviano”: le minacce che gli arrivarono dagli anticamorra avrebbero fatto impallidire Cutolo, per poco non gli recapitavano una testa di cavallo dritta nel letto.

Per dire che Saviano avrà pure avuto l’astio dei Casalesi, di Sandokan Schiavone che, giurano, lo voleva schiattato, però intanto diventava intoccabile, impronunciabile come il Dio della Bibbia, e, al limite, letto nelle chiese, come faceva, tra gli altri Carlo Lucarelli, quello di “paura, eh?”. Una agiografia ossessiva, dai tratti demenziali, che non s’è arrestata neanche davanti alle condanne per plagio, a una condanna per diffamazione (contro l’imprenditore Vincenzo Boccolato), al rinvio a giudizio per diffamazione nei confronti di Giorgia Meloni, definita “bastarda” in televisione, alle polemiche con una erede di Benedetto Croce, che lo accusò di avere inventato e trascritto un episodio riguardante il filosofo (ricevendo una querela dal martire presuntuoso). Siamo al punto che rifiutarsi di seguire le sue omelie piombate da Fazio fa guadagnare immantinente una accusa di capoparanza.

In realtà, la prosa di Saviano è insostenibile, una raffica di banalità, un colpo di maglio in nuca: scrive, scrive, ma non è cosa e l’indigestibile Gomorra, che non va giù neanche a overdose di digestivo Antonetto, è il classico libro da comodino che tutti presero ma pochi hanno letto e quei pochi al prezzo di abuso prolungato di pantoprazolo; sugli altri tomi, peggio ci si sente. La cifra letteraria di Saviano è quella di Cesare Battisti, il terrorista dei due mondi: quello dei poveri cristi e quello dei poveri lettori. Non a caso, il ragazzo Saviano fu il primo firmatario di una lista vergognosa, promossa dal collettivo comico-maoista Wu Ming, oggi ufficialmente disperso, insieme ai parigrado Valerio Evangelisti e Giuseppe Genna: “Corri, Cesare, corri”, che sei una vittima. Poi, quando il balordo ha ammesso tutto con gli interessi, i cialtroni firmaioli sono corsi loro, per non farsi più ricordare. Ma Saviano aveva fatto per tempo, ritirando il suo appoggio con la squisita motivazione: “Adesso i miei libri li leggono tutti”. Sempre patologicamente presuntuoso.

L’approccio orale è se possibile ancora più immangiabile, con quei prediconi strampalati di rosso vestiti, quelle omelie trinariciute senza capo né coda. Hanno voglia a millantare le strazianti emozioni che regalerebbe a suon di pipponi, la verità è che appena Roby lo senti dormi seduto con gli occhiali. Con quel ditino sempre in punta di narice, a posare un pen(s)oso atteggiamento morale. L’uomo più tamponato del mondo, al posto del cotton fioc usa l’indice (noi il medio, verso di lui). Saviano è “uno che vive di parole”, nell’immortale definizione di Aldo Grasso, ma è pure uno che vive di pose, un influencer dell’antimafia. Perché per lui, cioè per la Saviano inc., tutto è mafia, cioè business: la guerra, la politica, il riscaldamento globale, i terremoti, la crisi energetica, l’invasione russa, Berlusconi-Salvini-Meloni, la destra, buona parte della sinistra, l’America, il Covid, le carestie, le disuguaglianze, le mezze stagioni che non ci sono più.

Lui la mafia la mette su tutto, se va in pizzeria al cameriere dice (col dito sulla narice): uhè, guagliò, mi raccomando che la mozzarella non venga da allevamenti della camorra. Se va dal gommista, lo ammonisce: statt’ accuort che le gomme non vengano dalla terra dei fuochi. Una mania, ma tutta orientata a fare soldi per fare soldi per fare soldi. Perché Bob Saviano, detto ‘O Martirone, da bravo bottegaio “’e’ sorde” non l’ha mai schifati fin da quando, all’insegna del vittimismo outsider, faceva da cinghia di trasmissione tra Mondadori dell’esecrato Berlusconi e Repubblica-Espresso dell’adorato De Benedetti, le due maggiori corazzate editoriali del Paese. Del resto, uno che ha avuto il coraggio di subentrare a Giorgio Bocca nella rubrica “L’antitaliano” proprio sull’Espresso, non può tenere vergogna. Bocca è stato uno degli ultimi immensi di una stagione giornalistica irripetibile, dopo di lui avrebbero dovuto ritirare quella rubrica: l’hanno data a un presuntuoso che più sfondoni piglia e più fa la ruota del pavone. Aveva ragione Giorgio nel dire: “A me questo Saviano mi sta sui coglioni”.

A tutta Italia, in realtà: anche a chi non lo ammette e segue “Che tempo che fa” come atto militante. Il programma dei ricchi sfondati: a forza di pose, di scorte, di pipponi di “aver ragione” sballandole tutte, Bob Saviano ha messo insieme un capitale che solo un anticapitalista di parole (ma non di parola) come lui poteva raggranellare, compreso un bell’attichetto a New York con vista su Central Park: la causa dell’antimafia lo esige. La sua compagna, in tutti i sensi, la Meg ex cantante del gruppo sovversivo napoletano 99 Posse, quello di ‘O Zulu, lo zapatista che vedeva fascisti da sterminare ovunque, così come Saviano i mafiosi, da brava comunista fanatica che voleva sradicare dal mondo la proprietà privata, risulta risidere in un appartamento da 120 metriquadri a Napoli, naturalmente blindato e munito di telecamere di sorveglianza. E va in giro, per non esser da meno del compagno, scortata da sbirri non più “nemici da abbattere”.

Una bella coppietta di paraculi tricolore, non c’è che dire: con compagni come questi, chi ha bisogno dei liberisti? E chi ha bisogno di giornalisti, con bufale tipo quella del piccolo mutilato di Mariupol? Ma, ancora una volta, a Bob l’americano hanno fatto lo sconto: Puente, il “debbunker” de Mentana, quello di Open cui è stato appaltato il controllo delle fonti su Facebook (con risultati che farebbero la delizia dell’impero sovietico o maoista), ha minimizzato lo scivolone a “notizia priva di contesto”. Di chiunque altro a destra avrebbe detto: cialtrone, mascalzone, fregnacciaro, grand. Ladr. Farabutt. Matricolat. Ma non del compagno martire scortato emarginato censurato vittima dei poteri forti più rompiballe che c’è. Saviano, invecchiando, si fa crescere il barbone, dopo averlo fatto crescere per 16 anni a tutti, e somiglia sempre più a Giobbe Covatta. Solo che fa più ridere.

Max Del Papa, 18 aprile 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/saviano-ha-sempre-ragione-anche-se-usa-il-bimbo-sbagliato/

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