L’egemonia sub-culturale della sinistra

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di Marcello Veneziani

O noi o la Meloni, ripete Letta in versione tigrata. Un tempo la contrapposizione politica tra i due poli aveva una linea di confine: quelli di sinistra avevano un pensiero politico alle spalle, un’ideologia su cui fondavano l’egemonia culturale, nutrita da intellettuali; gli altri, invece, dai democristiani alle destre, dai berlusconiani ai leghisti, dai moderati ai conservatori, erano i pragmatici, che puntavano diritti sulla realtà, sui fatti, sulla pancia, sulle condizioni reali di vita. Il pensiero politico ha attecchito sempre poco alla politica di centro, di destra o di anti-sinistra. Il pregio e il limite della sinistra era l’approccio politico mediato dalla cultura, dagli intellettuali, dai temi ideologici.

Oggi, il retropensiero della sinistra non è un pensiero, non c’è una cultura politica alle spalle, gli intellettuali non contano nulla, spesso le menti migliori sono in dissenso sui temi cavalcati dai dem, dalle misure restrittive sulla pandemia all’interventismo militare filo-Nato, dall’insistenza ossessiva sui cavalli di battaglia del politically correct alla perdita di ogni visione sociale.

Spariti i grandi temi che facevano della sinistra la forza politica più vicina ai ceti proletari e operai, perdute le visioni politiche e sociali che caratterizzavano la lotta politica, cancellata ogni residua critica al sistema capitalistico e al modello occidentale, cosa è rimasto oggi nella sinistra, qual è la sua spina dorsale, il suo asse culturale, il perimetro dei suoi valori non negoziabili?

La difesa a oltranza dell’Unione Europea, il filo-atlantismo e la subalternità assoluta alla Nato e ai Dem americani, la difesa delle oligarchie e degli assetti di potere vigenti, la subalternità della politica alla tecnofinanza. Tutto questo ha un nome che è una password: la dragocrazia. Vista l’impossibilità di prevalere con una candidatura politica di sinistra, si rifugiano dietro il volto “neutrale” del Commissario straordinario, nel nome dell’Emergenza e del grido di guerra “Ce lo chiede l’Europa”. E’ quello che alcuni a sinistra denunciano come la riduzione del messaggio politico democratico e progressista al Verbo di Calenda e alle sue priorità draghiane.

Sul piano sociale e civile, la priorità effettiva della sinistra è il catechismo del politically correct, a partire dai temi legati ai sessi. Proprio ieri con grande, accorato dolore, la sinistra parlamentare con la sua stampa piangeva come se fosse una sciagura storica la mancata approvazione di una norma “inclusiva” sulla parità di genere, bocciata dal Senato grazie al prevalere del centro-destra. Era un provvedimento lanciato da una senatrice grillina e sostenuto da tutta la sinistra. La battaglia campale era, per spiegarci, su “il presidente” o “la presidente”, o sul “sindaco” e la “sindaca”. Che oltre ad essere una questione del tutto priva di sostanza e d’incidenza nella vita reale delle persone, ha solo una ricaduta ideologica e feticistica funzionale ai movimenti femministi e lgbtq+.

Infine, il terzo elemento ideologico su cui si fonda la sinistra odierna è la ripresa virulenta dell’antifascismo, ma di un antifascismo esagitato e puerile, di cui portavoce sono i quotidiani padronali de la Repubblica e del suo fratello minore torinese, e il loro vecchio cugino milanese, il Corriere. Con la benedizione di Mattarella. Ma a differenza del passato, quando c’era pur nella visione ideologica manichea e militante dell’antifascismo, uno sforzo di storicizzazione con argomentazioni derivate dalla ricerca storica, l’attuale antifascismo è solo viscerale, “di pancia”, allergico, basato sull’insulto, l’anatema e la demonizzazione. Il fascismo è ridotto a romanzo criminale e Mussolini a delinquente. Passi indietro non solo rispetto alla ricerca storica seria, quella alla De Felice per intenderci; ma anche rispetto alla storiografia antifascista più schierata, che almeno articolava un discorso storico e non ne faceva una questione di cronaca nera o di pura criminalità. E questa caricatura criminale del fascismo viene estesa senza una minima riflessione e mediazione culturale al centro-destra attuale, in totale continuità.

Dunque riduzione della politica a periferia delle oligarchie, draghizzazione della sinistra, riduzione del messaggio sociale alle idiozie del politicamente, sessualmente e lessicalmente corretto; più l’antifascismo al ketch-up, ignorante e sanguinolento. Qual è alla fine il risultato di questa nuova linea? L’avvento dell’egemonia deculturale della sinistra. Non più egemonia fondata sulla cultura organica e militante, però almeno erudita e pensante; ma egemonia fondata sulla deculturazione di massa, in cui la politica, la cultura, il dibattito delle idee, i percorsi di pensiero, vengono imbarbariti e ridotti a mere caricature. E’ nata l’egemonia sub-culturale della sinistra.

Negli anni scorsi la sinistra ha perso la sua anima popolare e proletaria, la sua critica al capitalismo, riducendosi a un radicalismo da ztl, snob e presuntuoso; ora si completa il processo e la sinistra diventa un centro di potere culturale privo di cultura, di pensiero politico, di elaborazione delle idee. Resta il potere sulla cultura al posto del potere della cultura. Gli ideologi sono gli influencer o i conduttori televisivi. Sparisce non solo Gramsci, ridotto a una caricatura liberale, una specie di personaggio da fumetto; ma perfino Eco viene sostituito da Veltroni, Asor Rosa e Cacciari da Fedez e Ferragni…

Insomma l’antico gap culturale tra destra e sinistra è stato finalmente abbattuto, ma la parificazione è avvenuta al ribasso: nel senso che anche la sinistra non ha più un orizzonte culturale, uno straccio di pensiero politico. Sicché alla destra resta una maggiore aderenza alla realtà, o almeno al gergo della realtà; alla sinistra manco quello. La sua egemonia mafiosa sulla cultura vige ancora ma sul piano dei contenuti è ridotta a un asterisco… Bella ciao.

 La Verità (29 luglio 2022)

Fonte: http://www.marcelloveneziani.com/articoli/legemonia-sub-culturale-della-sinistra/?fbclid=IwAR2KMjgNSgI1NwuFKasr4GWBsUi_EyDRT1WmW7bFPGEzTWEHSLA-yPHW_oU&fs=e&s=cl

Dell’incapacità degli intellettuali di dire qualcosa di intelligente

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di Antonio Catalano

Fonte: Antonio Catalano

Nella vicenda Draghi intellettuali e scrittori hanno prestato la loro firma per sostenere il “Migliore”, chi appellandosi al famoso senso di responsabilità, chi perché bisognava fermare il riscaldamento globale, chi perché se no i deboli sarebbero stati abbandonati a se stessi, chi perché c’è ancora l’emergenza pandemica, chi perché l’Ucraina, chi perché… E così ancora una volta ci si è resi conto di quanta stupida insipienza conformistica vi sia in quelli che, secondo un’ingenua credenza illuministica, dovrebbero invece essere fari del pensiero critico. Quanto aveva ragione il filosofo Costanzo Preve quando non molti anni fa diceva che una volta gli intellettuali (i dotti) erano generalmente più intelligenti delle persone comuni, oggi invece se intervistati dicono stupidaggini molto peggiori dei tassisti, dei baristi o delle casalinghe al mercato!  [In fondo il link del breve e gustoso intervento del filosofo torinese].
Vi è in costoro un atteggiamento talmente servile al potere che li porta a essere patetici. E non a caso li si piazza ovunque serva il loro “prezioso” servigio. Servigi naturalmente remunerati a suon di posizionamenti di rilievo nelle istituzioni accademiche e culturali, di presenze in tv con tanto di pubblicità per il loro ultimo libro, riconoscimenti e premi di ogni tipo. Sono talmente addomesticati che ripetono a pappardella i più triti luoghi comuni messi in circolazione dai centri di potere dominanti, che sia la questione pandemica, che sia la questione ucraina, che sia la questione climatica, che sia… A proposito di clima, leggo che lo scrittore di montagna Paolo Cognetti (di cui ho letto due romanzi che, a onor del vero, mi son piaciuti) ha lanciato un peana del sublime Draghi con tanto di richiamo al senso di responsabilità (ma di che?) e… alla necessità di fermare il riscaldamento globale. Ora io mi domando: che cacchio c’entra la fiducia a Draghi col riscaldamento globale? Cognetti comunque dando per scontato le gretinate sul clima. Questo non per parlare qui di clima ma semplicemente per sottolineare come vi sia una banalità dell’essere in questi intellettuali a la page per cui non avvertono alcun disagio nel dire o scrivere certe stupidate.
Mutatis mutandis, accade lo stesso nella scuola, dove comunque non si ha a che fare con “intellettuali” ma con insegnanti che dovrebbero preparare allievi nei vari ambiti disciplinari. Dovrebbero perché le conoscenze disciplinari non vanno più di moda. E così invece delle discipline insegnano la cittadinanza attiva e a rispettare le regole, quelle di una società nella quale impera il senso della precarietà e della concorrenza a ribasso tra i lavoratori; che il razzismo è una brutta cosa, salvo interrogarsi sulle cause dei processi migratori; che bisogna farla finita coi pregiudizi omofobi e sessisti, in nome di una fluidità di genere secondo la quale non esistono i sessi ma ognuno è quel che si sente di essere. E se c’è qualche allievo che, nonostante il bombardamento continuo, miracolosamente esprime riserve, costui è considerato come portatore di nefaste ideologie. Ne ho conosciuti di docenti che in nome di questa “apertura” mentale esercitano sui propri allievi un controllo a dir poco totalitario.  Mai che in questi solerti docenti sorga appena appena il dubbio che le cose possano essere inquadrate anche diversamente. Ripetono con vigore e diligenza quanto dice il pensiero corrente e dominate su agenda 2030, su riscaldamento globale a causa antropica, su fluidità di genere, su multiculturalismo eccetera. Ma sono di un’ignoranza abissale. Non leggono, non approfondiscono una questione, ed esprimono forte ostilità verso chiunque provi a introdurre complessità nei ragionamenti ultra semplificati ormai adatti solo per percorsi guidati e mappe concettuali.
Tornando a Preve e agli intellettuali, lui si spiegava l’incapacità degli intellettuali di dire qualcosa di intelligente col fatto che oggi ci si trova in una fase di capitalismo incontrollato e illimitato, in cui il dispotismo dell’economia è una forma di idolatria che deve succhiare ogni forma di sovranità della filosofia, dell’arte e della letteratura.  Siamo nell’epoca, diceva, in cui un signore inscatola la sua merda e la vende col nome di merda d’artista; ma, concludeva, una società che quota in borsa la merda dell’artista pagandola migliaia di euro anziché prendere a calci nel sedere questo signore per uno scalone è una società ovviamente malata.
Preve, Gli intellettuali oggi sono stupidi: https://www.youtube.com/watch?v=GnyMi1BgBrU

L’età dell’impotenza

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di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Il ghiacciaio si scioglie e genera una tragedia sui monti, sulla Marmolada. Il clima impazzisce e genera disastri atmosferici nel pianeta. Il contagio del covid riprende a correre per il terzo anno. In Ucraina la guerra continua e nessuno riesce a fermarla. E aspettiamo la solita, inevitabile catena di incendi d’estate, che di solito partono da errori o colpe ma si ripetono sempre, e non c’è efficace prevenzione e dissuasione.
Per completare il quadro e aggiungere benzina sul fuoco, non c’è giorno che la follia di un uomo non si scateni su vittime innocenti, dagli Stati Uniti al mondo. I sistemi di sorveglianza e controllo nulla possono davanti all’imprevedibile follia, alla malvagità senza movente. Si pensa che il rimedio sia solo vietare le armi, e può essere un mezzo per limitare le occasioni e il numero delle vittime, ma non estirpa certo il male.
Eventi disparati, atmosferici, sanitari, storici, delitti ambientali, umane follie ma che rivelano una cosa: siamo entrati nell’Età dell’Impotenza. Qualcuno dirà che siamo rientrati nell’Età dell’Impotenza e altri, più accorti, diranno che in realtà non ne siamo mai usciti. Da sempre ci dominano fattori ingovernabili, che un tempo chiamavano Sorte, Fato, Necessità. E ad essi si aggiunge il fattore ineliminabile che potremmo definire con tono biblico malvagità, umana o non solo. Ma quel che più colpisce è la percezione della nostra Impotenza rispetto agli accadimenti, in un’epoca che invece è culturalmente dominata dalla Volontà di Potenza e dai desideri illimitati. Ci hanno allevato alla libertà e ai diritti come principi assoluti, ci hanno insegnato che la modernità si distingue dall’antichità perché l’uomo domina e non subisce il destino e gli eventi, e invece ecco rivelata tutta la nostra impotenza. In che senso nostra? In senso personale, prima di tutto. Poi in senso sociale. Nulla possiamo da soli, ma anche insieme, pur essendo preziosa la solidarietà e pure il conforto comunitario. Ma anche riferita agli Stati, al Potere delle Istituzioni, della Scienza, della Tecnica, della Terapia, la condizione impotente non cambia. Nessuno riesce a fermare queste emergenze, e non dico solo quelle impreviste, ma anche – e soprattutto – quelle previste, annunciate da tempo o temute da anni. Non c’è possibilità di prevenzione, non ci sono protocolli e misure per frenare e nemmeno per rispondere agli eventi che si abbattono su di noi. I vaccini non bastano, o forse non servono, si insinua perfino il dubbio che siano la principale causa delle varianti e della ripresa dei contagi. Ovvero il rimedio non frena o estingue il male, e forse addirittura lo provoca (senza considerare gli inquietanti e rimossi effetti collaterali). I discorsi sull’ecosostenibilità, sul riscaldamento del pianeta, sul tracollo climatico sono montagne di parole che partoriscono topolini, impotenti rispetto al funesto evento di un ghiacciaio che si scioglie e trascina gli uomini nella rovina. Grandi mobilitazioni, piccoli risultati. Anche perché per sperare di ottenere risultati sensibili, ammesso che si sia ancora in tempo, si dovrebbe rimettere radicalmente in discussione il modello di società in cui viviamo. Non solo arrestare lo sviluppo, ma arretrare perfino. Anche i più scalmanati sostenitori della svolta ambientalista non riuscirebbero ad accettare le implicazioni e le limitazioni enormi al nostro attuale modo di vivere.
Vanamente i media, i poteri, cercano di colpevolizzare i popoli e i cittadini, e quasi scaricare sulla loro incuria e refrattarietà a seguire i protocolli di sicurezza, se la pandemia riprende, se la terra impazzisce, se accadono incendi e se non si sopportano le conseguenze delle misure per dissuadere i malvagi e i guerrafondai. In realtà la responsabilità dei singoli è morale più che reale. Il raggio d’incidenza dei singoli comportamenti è quasi impercettibile. E comunque agisce in minima misura sugli effetti ma è del tutto inerme rispetto alle cause, ai processi in corso, alle minacce incombenti. Il senso di impotenza scatena inevitabilmente l’ansia fino all’angoscia che non è uno stato provvisorio, limitato nel tempo e alle circostanze, ma coinvolge interamente la nostra mente, la nostra persona e il nostro tempo presente e futuro. L’ansia ci avverte di un pericolo, l’angoscia ci dice che non c’è scampo. Dunque, lo stato dell’angoscia è legato alla percezione dell’impotenza. Che è poi il senso proprio della tragedia, dove non c’è rimedio, non c’è via d’uscita. È l’età dell’Impotenza.
Ma si può vivere con questa spada di Damocle pendente sulle nostre teste, si può essere cittadini leali e osservanti delle norme se il potere non ci garantisce la prima delle fonti su cui sorge lo Stato, ossia la sicurezza o l’argine alla paura? Ecco il pericolo che si aggiunge a quelli legati agli eventi: che si possa allentare o sciogliere il patto su cui regge l’alleanza tra potere e popolo, tra governanti e governati, visto che gli Stati non garantiscono effettivi argini ai cataclismi e alle tragedie. E allora, non ci resta che convivere con la catastrofe? Dobbiamo comunque reagire, prevenire, aumentare la soglia di attenzione e di sicurezza, ma dobbiamo cambiare mentalità. L’uomo non è il signore dell’universo, la nostra vita non è assoluta e permanente, ricacciamo la volontà di potenza e i desideri illimitati, recuperiamo il senso del limite, accettiamo il nostro destino con amor fati. Siamo fragili, mortali, esposti al pericolo. Solo un dio ci può salvare. O peggio, solo un dio si può salvare.

Alla vecchia e alla nuova maniera

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Segnalazione di Federico Prati

di Dmitry Orlov
cluborlov.wordpress.com

La parte più difficile del vivere un’epoca di cambiamenti stravolgenti è che nessuno si preoccupa di informarvi che i tempi sono cambiati e che nulla sarà più come prima. Di certo non i mezzibusti in televisione, che spesso sono gli ultimi a saperlo. Dovete scoprirlo da soli, se ne siete capaci. Ma io sono qui per aiutarvi.

Tutto ha a che fare con l’energia. Non con la tecnologia, che è accessoria; non con la superiorità militare, che è fugace e in gran parte immaginaria; certamente non con qualsiasi tipo di auto-giustizia politica o culturale, che è illusoria. L’energia non può essere sostituita. Se si esaurisce, non si può far funzionare l’economia industriale con le belle parole. Si spegne e basta. E quel che è peggio, le fonti energetiche non sono nemmeno particolarmente sostituibili tra loro. Se si esaurisce il gas, non si può passare al carbone o alla merda secca, anche se ci si è immersi fino al collo. L’industria moderna funziona con petrolio, gas naturale e carbone, in quest’ordine, e possono essere sostituiti in modo molto limitato.

Inoltre, l’energia deve essere molto economica. Il petrolio deve essere il liquido più economico che si possa comprare, meno caro del latte e persino dell’acqua minerale. Se l’energia non è abbastanza economica, tutte le industrie che la utilizzano diventano poco redditizie e chiudono. Questo è lo stadio in cui ci troviamo ora in gran parte del mondo. Quindi, cosa è successo?

Una volta gli Stati Uniti producevano la maggior parte del petrolio del mondo. Ma poi i prolifici pozzi del Texas occidentale si sono esauriti e l’Arabia Saudita è diventata il maggior produttore di petrolio. Ma gli Stati Uniti non avevano intenzione di accettare questo stato delle cose e avevano escogitato un piano ingegnoso: l’Arabia Saudita avrebbe venduto il suo petrolio in cambio di dollari americani freschi di stampa, poi avrebbe preso la maggior parte di quei dollari e li avrebbe restituiti agli Stati Uniti “investendoli” nel “debito” americano. Tutti gli altri che avevano bisogno di petrolio, per acquistarlo avrebbero dovuto trovare un modo per guadagnare dollari USA, e tutti i dollari USA che rimanevano dopo aver comprato il petrolio avrebbero dovuto essere investiti nel debito USA solo perché: “Bella economia quella che avete! Non vorremmo che le succedesse qualcosa di brutto, no?”

In effetti, alcuni non avevano recepito il messaggio (Saddam in Iraq, Gheddafi in Libia), con il risultato di ritrovarsi con i propri Paesi bombardati. E un sacco di altri Paesi indifesi erano stati bombardati solo per tenere gli altri spaventati. Ma poi la Siria, che si era rifiutata di recepire il messaggio, aveva chiesto aiuto ai Russi. I Russi avevano aiutato la Siria e ora nessuno ha più paura degli Stati Uniti. Nel frattempo, gli Stati Uniti si sono lasciati viziare da tutti questi soldi gratis, sono diventati grassi, pigri, degenerati e deboli e hanno accumulato il più grande mucchio di “debiti” (tra virgolette perché non c’è alcuna possibilità di ripagarli) di tutta la storia umana.

Nel frattempo la Russia, il più grande Paese produttore di energia al mondo, ha deciso che ne aveva abbastanza. Secondo il vecchio schema, la Russia esportava le sue risorse a basso costo, spendeva 1/3 dei ricavi per le importazioni e lasciava che gli altri 2/3 uscissero dal Paese, una buona parte dei quali veniva utilizzata anche per acquistare il “debito” degli Stati Uniti. Non potendo fare nulla subito, ha passato l’ultimo decennio a sviluppare le proprie forze armate al punto che ora gli Stati Uniti e la NATO hanno paura di avvicinarsi e la sua economia è arrivata al punto da non aver bisogno di gran parte delle importazioni, almeno per qualche anno. E poi è successa una cosa stupida: gli Stati Uniti hanno confiscato il “debito” statunitense detenuto dalla Russia, facendo sì che tutti nel mondo ne prendessero atto e cominciassero a loro volta a scaricarlo, persino i Giapponesi, mandando in tilt l’intero sistema finanziario.

Allo stesso tempo, la Russia ha iniziato a passare dalla vendita delle sue esportazioni di energia in dollari ed euro, che rimangono all’estero, dove possono essere confiscati, alla vendita in rubli, che rimangono all’interno del Paese. Volete acquistare l’energia russa? Allora trovate il modo di guadagnare qualche rublo! E se le vostre stesse sanzioni anti-russe vi impediscono di farlo, beh, allora, di chi è la colpa? Inoltre, dato che ora a livello mondiale c’è una carenza di energia, i Russi si sono chiesti: perché vendere molto petrolio e gas per pochi soldi quando se ne può vendere meno per più soldi?

Questi non sono sviluppi previsti, ma stanno accadendo ora e in tempo reale. Le “nazioni ostili” (cioè tutto l’Occidente) ora hanno bisogno di rubli per acquistare il gas naturale russo e c’è un piano per estendere questo schema alle esportazioni di petrolio. E, proprio un paio di giorni fa, il ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, ha annunciato che non ha molto senso per la Russia esportare qualcosa in cambio di dollari o euro, dal momento che la Russia non ne ha affatto bisogno e ha consigliato agli esportatori di iniziare ad utilizzare accordi di baratto. Il baratto è piuttosto scomodo, ma se offrendo dollari (o euro) si ricevono solo pugni sui denti, allora non rimane altro.

Che tipo di accordi di baratto? Per esempio, in Germania c’è un bellissimo e gigantesco impianto chimico, il complesso chimico di Ludwigshafen, di proprietà della BASF, che sta per chiudere a causa della carenza della sua principale materia prima, il gas naturale russo. Quell’attrezzatura potrebbe essere impacchettata e spedita in Russia in cambio di prodotti energetici, fertilizzanti e altre forniture fondamentali di cui i Tedeschi avranno bisogno per tenere insieme corpo e anima durante il prossimo inverno. Le sanzioni antirusse sono d’intralcio? Beh, di nuovo, non sono un problema della Russia; qualcun altro deve trovare un modo per aggirarle.

Intanto, in Occidente si accumulano molte idee, sistemi e istituzioni morte. Sono morti il Green New Deal (uno schema architettato da persone che non conoscono né la fisica né l’aritmetica) e il Great Reset, e il Build Back Better (qualunque cosa fosse), e l’Ordine Internazionale Basato sulle Regole, e la Mutual Assured Destruction (se lo chiedete, la Russia vi distruggerà, ma quanto è reciproco?). E siamo tutti in attesa del grido “cade l’albero!” quando la piramide del debito in dollari/euro/yen inizierà a crollare.

Il mondo sta anche aspettando con il fiato sospeso che un bel po’ di pomposi ma inutili fannulloni spariscano dalla vista del pubblico. L’eliminazione di quel pomposo pallone gonfiato di Boris Johnson è stato un buon inizio, ma che dire di Scholz, Macron, Duda, von der Lyin’, Zelensky e tanti altri? Biden fa parte di una categoria a sé stante, poiché è evidente che non importa chi sia il Presidente degli Stati Uniti o se ce ne sia uno.

Il mondo è cambiato, ma la realtà sociale non ha ancora raggiunto quella politica e fisica. Questa è l’estate dell’attesa. Poi arriverà l’inverno del malcontento . La prossima primavera vivremo tutti su un pianeta strano e diverso.

Dmitry Orlov

Fonte: cluborlov.wordpress.com
Link: https://cluborlov.wordpress.com/2022/07/13/old-way-new-way/
13.07.2022
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

La globalizzazione targata Usa è un ricordo

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di Claudio Risé

Fonte: Claudio Risé

Non è più a Washington, con succursale Bruxelles, il centro decisionale planetario: il nuovo mondo è multipolare in cui avanzano l’Oriente e gran parte dell’Africa, dove si concentra il grosso della popolazione. L’Occidente e i suoi propagandisti ne prendano atto.

Più che atlantismo, quello dei supereditoriali dei superquotidiani è testardo attaccamento a un passato remoto scambiato per presente-futuro. E più che ideali democratici ciò che si intravede dietro i peraltro vaghissimi programmi sono sogni imperialisti neppure troppo nascosti. Anche qui (come nell’imperialismo vero) esposti con un gusto avventuroso/fiabesco, che fa sorridere trovare nelle prosa dei numerosi editorialisti/professori. I quali sono quasi tutti emeriti per via dell’anagrafe (che come ricordava Arbasino non perdona), e quindi si fatica a vedere così eccitati e appassionati per questo sfoderare di (costosissime) armi e vaticini di vittorie. A me che sono ancora più vecchio di molti di loro fanno venire in mente l’indimenticabile manifesto: “Ascoltatemi! Votate Italia e non Fronte popolare” gridato da uno scapigliato signore in giacca e camicia, naturalmente stazzonate, che correva fuori da un paesaggio in fiamme, in fondo al quale si intravedeva… cosa? Il Cremlino, naturalmente (e certo con più ragioni di oggi). Del resto anch’io che avevo 10 anni, non avrei voluto che vincesse il Fronte Popolare. Però mia sorella (che ne aveva 8 più di me) e lanciava i volantini dalla finestra mi dava già fastidio: a esagerare si sporca in terra e non serve a niente.
Adesso poi non c’è più nemmeno il Fronte popolare, e Stalin è morto da tempo. Putin no, forse anche perché i vaticini della sua morte imminente, sfoderati in continuazione dagli esperti americani e dell’UE allungano la vita, come è noto a tutti tranne che ai menagramo prezzolati, che vivono confezionandoli. Comunque Putin è in tutt’altre faccende affaccendato; ha ben altro cui pensare che appassionarsi all’oziosa fantasia di sloggiare Mattarella, il nonno inamovibile.
Soprattutto, però, non esiste più nulla di ciò di cui i pensosi opinion makers della carta e altri media parlano, alla ricerca di brividi. L’universo culturale   della crème atlantica è in ritardo sulla realtà di oltre 70 anni: del mondo delle loro fantasie non c’è più nulla, tranne loro stessi, con i loro sogni un po’ infantili. Lo stesso Draghi non ha mai vissuto il mondo dei Fronti popolari: nel 1948, l’anno che li mise fuori gioco, aveva solo un anno. Per i saggi amici della guerra russo-ucraino-americana il mondo è una favola bella che finirà bene, e si vede da come ne parlano: i buoni contro i cattivi sicuramente vinceranno, come appunto nelle favole; come se le cose rimanessero quelle del racconto che li ha impressionati da piccoli, e non fossero in continuo cambiamento. Se però non ti tieni ai fatti di oggi, e rimani agli stereotipi del secolo precedente, rischi di prendere cantonate letteralmente micidiali, nel senso che portano più morti che vita.
Nell’orrore del quadro complessivo, viene anche un po’ da ridere a vedere tanto accanimento e pagine investite nel calcolare dove si annidi il tumore che ucciderà presto lo “Zar”, come viene fantasiosamente definito Putin, uno degli uomini più incolori, lontano in tutto da quei pittoreschi Imperatori. Oppure a seguire le previsioni della Presidente d’Europa Ursula von Leyden sull’altrettanto imminente crollo del rublo, e fallimento della Russia. Dichiarazioni finora seguite  da rafforzamenti del rublo, e brillante bilancia dei  pagamenti. Mentre poi i professori russofobi insistono con descrizioni della medioevale Russia, maschilista e arretrata, la banchiera russa Elvina Nabiullina, pur non sempre in accordo con Putin, è l’unico banchiere centrale che in piena guerra e sanzioni sia riuscita a rallentare l’inflazione, battendo sia l’europea Lagarde che l’americano Jerome Powell, capo delle Federal Reserve.
Il fatto è che i nostri insigni commentatori, nel solco del forse già insigne ma oggi in evidenti difficoltà Mario Draghi, non si sono accorti che il mondo, da tempo, non è più solo quello dei due continenti Europa e Stati Uniti e loro appendici meridionali, divisi dall’oceano Atlantico. Il mondo “globalizzato” a trazione americana, con la Cina in rincorsa, ma il cui centro decisionale è stabilmente negli Stati Uniti con succursale a Bruxelles, è ormai un fatto soprattutto burocratico. Quella globalizzazione è finita da tempo. Al suo posto c’è un mondo multipolare (di cui i nostri saggi commentatori non parlano mai) dove al polo occidentale più o meno atlantico si è stabilmente affiancato quello orientale con al suo interno subcontinenti decisivi come la Russia, la Cina, l’India, il sud est asiatico, buona parte dell’Africa tutti con le loro culture, modi di vita, valori, risorse e povertà.
La gran parte della popolazione mondiale abita in questo Oriente, che non ha votato all’ONU le sanzioni alla Russia. È qui che nasce buona parte delle idee e intuizioni più produttive del mondo di oggi, legate a tradizioni mai morte e nutrite da culture, anche religiose, che l’Oriente ha continuato a rispettare, a differenza dell’Occidente razionalista e iconoclasta. I nostri professori, più o meno tardivi figli di un Illuminismo avido e oggi estenuato sanno poco di questo polo e della trasformazione in atto nel mondo; per questo si permettono di trattare la Russia come un paese di incivili attardati e il suo capo come un esotico criminale. Il capo russo però, amato e odiato che sia, è uno dei protagonisti di questo mondo. Mentre la loro visione è tristemente provinciale, irrespirabile: anche per questo Macron ha perso la sua maggioranza, malgrado l’Ecole d’Administration in cui si è formato. La società non è solo amministrazione: è anche cultura e fede.

Tutto va bene, madama la Marchesa!

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di Antonio Catalano

Fonte: Antonio Catalano

I dati sull’affluenza elettorale dimostrano lo stato comatoso di partecipazione alla cosa pubblica, la distanza sempre più ampia tra politica e realtà sociale. Distanza alimentata da una gestione pandemica che non si vorrebbe mai far terminare, da una propaganda a stelle e strisce che schiaccia a logiche autodistruttive e mette al bando chiunque osi solo esprimere dissenso dalle versioni ufficiali, e per questo tacciato di putinismo. La questione sociale sembra non esistere più, altre devono essere le priorità. E mentre il titanic sul quale ancora galleggiamo inizia inesorabilmente a sprofondare sabato scorso faceva bella mostra di sé il grande evento della nostra decadente e sfasciata società dello spettacolo salutata dalla progressista “Repubblica” come una festa di balli e colori, con Elodie superstar.
Sulla natura e l’impatto ideologico di questa kermesse non dovrebbero esserci dubbi, perché è un fatto incontestabile che il gay pride è la testa di sfondamento della residua resistenza sociale e umana che il nostro stanco, invecchiato e nichilista mondo occidentale ancora riesce a mettere in campo. Sbaglia chi non vede collegamento tra la svaccata rappresentazione fetish dei desideri eretti a diritti di questa briciola di mondo e la triste fine di una civiltà che rinuncia a qualsiasi prospettiva, del tutto ormai priva di orizzonti, destinata alla resa demografica, in cui i figli si sostituiscono allegramente con quegli oggetti animati (ex animali) su cui riversare cure e affetti morbosi, in cui identità è parola oscena, figuriamoci poi quella sessuale. Con il bel mondo a indignarsi di qualche apprezzamento alpino al “gentil” sesso ma a sprofondare la testa sotto la sabbia dinanzi alle vere molestie espresse da qualche migliaio di ragazzini urlanti “Forza Africa!” accorsi a Peschiera del Garda una decina di giorni fa.
Quindi niente di strano che sabato scorso la “festa di balli e colori” veniva salutata dalla grande esportatrice di bombe umanitarie Emma Bonino come termometro della “salute di una democrazia”. «Dove c’è sfilata c’è libertà. Per cui bisogna tenersela stretta, con l’Europa che la tutela» esultava trionfante la libertaria Bonino. In buona compagnia di altri tutori della democrazia, tutti sgomitanti per farsi immortalare al fianco di Wladimiro Guadagno, in arte Luxuria.
Ma non c’era solo il bel mondo dello spettacolo e della politica ridotta a spettacolo: tra gli sponsor della fetisciata risultava Bankitalia. La quale aveva sollecitato i suoi dipendenti a partecipare all’evento con una mail invitata dal Responsabile diversità Riccardo Basso. La missiva, con tanto di Colosseo arcobaleno e logo della banca, dopo aver ricordato le origini di questa parata, spiegava che si tratta di «una giornata per la tutela di chi si riconosce nella comunità Lgbt+ e per la richiesta di normative inclusive e comportamenti rispettosi dell’essere umano». La banca centrale della Repubblica italiana forniva pure magliette per la sfilata, perché «sosteniamo le loro iniziative, che portano un grande valore aggiunto». Altro che inflazione al 6%!
È così difficile capire perché tanto da farsi da parte delle istituzioni politico-sindacal-cultural-economico-finanziarie per distruggere, tra le altre, l’identità sessuale, ossessione che porta all’assurdo teatrino britannico in cui ci si domanda con affanno se le donne possono avere un pene oppure no?

Hegel e il diritto “come secondo natura”

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Segnalazione del Centro Studi Livatino

di Daniele Onori

Se il terreno del diritto per Hegel è l’elemento spirituale, l’essenza del diritto razionale va cercata nell’esistenza positiva, nella forma storica delle leggi: il sistema del diritto è così il mondo dello spirito “prodotto come una seconda natura”. Con Hegel il discorso filosofico del fondamento dello spirito del mondo immanente nella storia fa venire meno la distinzione tra ragione e realtà, e conseguentemente nega la possibilità stessa della priorità deontologica della prima sulla seconda. Alla manifestazione concreta della volontà dello Stato, in cui lo spirito della nazione si sostanzia nel suo divenire, non è possibile contrapporre la vigenza di un qualsivoglia diritto posto su altro fondamento: Hegel nega pertanto che possa sussistere una sfera di diritti naturali presupposta e tutelata di fronte allo Stato. L’identità oggettiva tra ragione e realtà apre alla realpolitik del diritto positivo e alla ragion di Stato, per cui il diritto trova esclusivamente nella forza e nella volontà dello Stato il suo unico fondamento e motivazione. La rottura con il giusnaturalismo diventa netta e definitiva.

1. Georg Wilhelm Friedrich Hegel nacque a Stoccarda nel 1770. Già negli anni giovanili, trascorsi come studente di teologia a Tubinga e poi come precettore a Berna e a Francoforte, si trovò immerso nel fervido moto d’idee che agitava la Germania del tempo; trasferitosi a Jena, la cui università, con Reinhold, con Fichte, e da ultimo con Schelling, era divenuta il centro della filosofia idealistica, accentuò e precisò i suoi interessi filosofici, assumendo dapprima una posizione assai prossima a quella schellinghiana, ma sviluppando ben presto un proprio originale pensiero.

Questo venne manifestandosi in campi diversi, ma si orientò sempre più verso la costruzione di un sistema: era ciò che di Hegel costituiva la vocazione filosofica più profonda. Di ciò è documento, tra gli altri, uno scritto rimasto a lungo inedito, il Sistema dell’eticità (System der Sittlichkeit), redatto nel 1802, di particolare interesse, come pure un’altra opera dello stesso periodo (1802-1803), apparsa nella rivista da Hegel fondata insieme con Schelling, il Giornale critico della filosofia: il lungo articolo Sui modi di trattare scientificamente il diritto naturale, il posto di esso nella filosofia pratica e il suo rapporto con le scienze giuridiche positive (Ueber die wissenschalichen Behandlungsarten des Naturrechts, seine Stelle in der praktischen Philosophie und sein Verhältnis zu den positiven Rechtswissenschaen).

Ancor maggiore tendenza alla sistematicità rivelano la Fenomenologia dello Spirito (Phänomenologie des Geistes: 1807) e un’opera edita postuma, scritta dal 1809 al 1811, Propedeutica filosofica (Philosophische Propädeutik), che presenta motivi d’interesse per il filo conduttore di quel rubrica perché vi è per gran parte contenuta la filosofia del diritto hegeliana, certo meno approfondita che nelle opere successive, ma in forma più accessibile per il lettore comune.

2. Assai presto si manifesta negli scritti di Hegel l’esigenza di una sintesi teoretica, fondata sull’idea della filosofia come razionalità assoluta e universale che si attua dialetticamente quale forma dell’esperienza totale, coscienza del reale in quanto processo svolgentesi organicamente nei suoi molteplici aspetti: coscienza che è poi autocoscienza, coscienza che l’Assoluto ha di sé stesso in quanto pensiero che torna a sé ritrovando sé in tutto il reale. Tale esigenza si precisa nelle opere scritte quando Hegel era professore a Heidelberg, la Scienza della logica (Wissenscha der Logik: 1812- 1816) e l’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio (Enzyklopädie der philosophischen Wissenschaen in Grundrisse: 1817), in cui è esposto l’intero suo sistema filosofico.

Dopo che egli fu passato all’università di Berlino – dalla cui cattedra dominò, in ogni senso, la cultura tedesca del tempo –, nei Lineamenti fondamentali della filosofia del dirittoovvero Diritto naturale e scienza dello Stato in compendio (Grundlinien der Philosophie des Rechts, oder Naturrecht und Staatswissenschaim Grundrisse): apparsi nel 1821, furono l’ultima opera che Hegel pubblicò. Postume apparvero tuttavia le sue lezioni, in cui la sua teoria filosofica è applicata in diversi campi, storia, arte, religione, storia della filosofia. Vittima di un’epidemia di colera, Hegel morì a Berlino nel 1831.

3. Hegel dichiara nei Lineamenti che il diritto è il regno della libertà realizzata; nello stesso paragrafo però l’autore prosegue specificando che, se la libertà è sostanza e determinazione del diritto, quest’ultimo è “mondo dello spirito prodotto muovendo dallo spirito stesso”, ovvero è “come una seconda natura”[1].

Tale concetto non è affatto inedito nella storia della filosofia occidentale, ma affonda le radici nel pensiero greco, quando Aristotele instaura un nesso tra consuetudine e abitudine, indole e costume a partire dai termini ηθoς ed εθoς[2], secondo l’idea che a generare i caratteri etici non siano le capacità innate, ma le disposizioni risultato di un apprendimento e di un esercizio costante[3]. Tale etimologia, coniata attraverso la somiglianza dei due termini greci, ha avuto molto seguito, non solo nel mondo classico, cosicché, a differenza della specificità delle considerazioni e dei giudizi di merito, la seconda natura si definisce come sinonimo di costume, prodotto di una dimensione specificamente umana, ulteriore rispetto ai caratteri che contraddistinguono l’individuo in quanto essere naturale.

L’idealismo tedesco rappresenta nella storia della fortuna del concetto un momento decisivo, nella misura in cui coinvolge il rapporto fra il piano naturale, come determinazione necessaria, e l’orizzonte della libertà: se Fichte allora indica che lo stato deve diventare “lo stato di natura dell’uomo”, per Schelling “al di sopra della prima natura, una seconda e più elevata deve, per dir così, essere istituita dove regni una legge naturale, ma del tutto altra rispetto a quella della natura visibile, ossia una legge naturale al fine della libertà…Una siffatta legge naturale è la legge giuridica, e la seconda natura, nella quale domina tale legge, è la costituzione del diritto che pertanto è dedotta come condizione del perdurare della coscienza[4].

4. La nozione di diritto come seconda natura nasconde due indicazioni apparentemente contraddittorie: da una parte essa rimarca come nel diritto sia presente un elemento artificiale, in quanto ordine costruito al di sopra di quello naturale, dall’altra sottolinea il carattere di necessità di tale ordine, il quale si sostituisce letteralmente al primo e presenta gli stessi caratteri di cogenza.

Sebbene Hegel non offra mai una definizione esplicita di seconda natura, utilizzata principalmente come attributo di qualcos’altro e mai come soggetto di un’enunciazione, essa risulta molto importante nell’economia della riflessione sul diritto, in quanto mette in relazione la dimensione etica con la soggettività e la libertà con i costumi[5].

Nelle Lezioni di filosofia della storia Hegel dichiara che “noi dobbiamo considerare la natura per scorgere come anch’essa sia, in sé, un sistema della ragione”, ovvero “dobbiamo considerarla solo in relazione allo spirito”, in quanto l’uomo “costituisce l’antitesi del cosmo naturale: è l’essere che si eleva nel secondo cosmo[6].

La seconda natura coincide dunque con l’eticità, la quale rappresenta il punto più alto dello spirito oggettivo, in quanto corrisponde al concetto della libertà divenuto mondo sussistente e natura dell’autocoscienza.

L’orizzonte di fondo delle istituzioni, a partire dalla famiglia, dal mercato, dalle corporazioni e dalla polizia, nonché l’oggetto di riferimento costantemente presente nel discorso hegeliano è allora lo Stato, istituzione delle istituzioni, il quale rappresenta la dimensione concreta della stessa eticità, dal momento che essere liberi significa partecipare a certe istituzioni, che costituiscono l’articolazione dello stato moderno.

Lo Stato è infatti per lo Hegel l’organismo etico assoluto, l’ethos che si fa autocosciente come spirito di un popolo: è «il razionale in sé e per sé», «unità sostanziale fine a sé stessa».[7] È nello Stato che l’identità di razionale e di reale si attua concretamente; con espressione divenuta famosa, Hegel lo chiama addirittura «l’ingresso di Dio nel mondo»[8] .

Sovrano anche nei riguardi esterni, lo Stato non sottostà ad alcun altro potere; dei conflitti fra i vari Stati decide, arbitro supremo, la guerra[9]. Dello Stato, «spirito determinato di un popolo», Hegel fa il protagonista della storia universale del mondo, «le cui vicende rappresentano la dialettica degli spiriti particolari dei diversi popoli, il tribunale del mondo» [10]: cioè il processo dello spirito del mondo (Weltgeist) che nei vari popoli si incarna e nella storia universale «esercita il suo diritto, che è il diritto più alto di tutti»[11].


[1] Rph, § 4, p. 46; tr. it., p. 27. «Die Welt der Freiheit ist so gut eine Wirklichkeit als das Reich der Natur. Dieses Reich der Freiheit ist nun auch ein in sich Gesetzmäßiges, hat Notwendigkeit in sich, ist niche eine Wirklichkeit die aus Zufälligkeit besteht, die ewiges Gesetz ist, wie in der Natur» (Rph IV, § 4, p. 42).

[2] Arist., Etica Nicomachea, 1103a 14-26, p. 47; Id., Hist. An. VIII, 1, 588a 18. Il riferimento ad Aristotele è esplicitato da Hegel in Rph IV, § 151, p. 155. Vedi a riguardo C. Cesa, «La ʻseconda naturaʼ tra Kant e Hegel», in Natura, XII Colloquio Internazionale, a cura di D. Giovannozzi e M. Veneziani, Leo S. Olschki Editore, Firenze 2008, pp. 485-503, in particolare p. 485 e L. Cortella, L’etica della democrazia, cit., p. 20. 383 Vedi E. Bories, Hegel. Philosophie du droit, cit., pp. 27-32

[3] Vedi E. Bories, Hegel. Philosophie du droit, cit., pp. 27-32.

[4] J. G. Fichte, Diritto Naturale, cit., p. 133; F.W.J. Schelling, Sistema dell’idealismo trascendentale, cit., pp. 493-495

[5] Sul concetto di seconda natura in Hegel, vedi L. Marino, «L’idealismo politico e il diritto della natura», in Rivista di filosofia, 77, 1986, pp. 141-171; R. Bonito Oliva, L’individuo moderno e la nuova comunità, Guida, Napoli 2000, pp. 121-144; A. Peperzak, «Second Nature: Place and significance of the Objektive Spirit in Hegel’s Enciclopedia», in The Owl of Minerva, 27, I, 1995, pp. 51-66; M. Riedel, hrsg. von, Materialien zu Hegels Rechtsphilosophie, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1969, vol. II, pp. 109-127; V. Verra, «Storia e seconda natura in Hegel», in Letture hegeliane, Il Mulino, Bologna 1992, pp. 81-98; I. Testa, «Selbstbewusstsein und Zweite Natur», in K. Vieweg-W. Welsch, hrsg. von, Hegels Phänomenologie des Geistes, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 2008, pp. 286-307.

[6] VPG, vol. I, p. 27; tr. it., vol. I, p. 33.

[7] Hegel, Filosofia del diritto,

[8] Ivi, § 258, aggiunta; cfr. § 270.

[9] Ivi, § 334

[10] Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, § 548

[11] Hegel, Filosofia del diritto, § 340

Fonte: https://centrostudilivatino.us18.list-manage.com/track/click?u=36e8ea8c047712ff9e9784adb&id=c4864874ad&e=d50c1e7a20

L’Europa è ormai soltanto un vassallo degli USA (in italiano e francese)

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di Laurent Mucchielli

Fonte: Come Don Chisciotte

“Lo spirito critico è come anestetizzato. La sottomissione all’autorità è totale.” sono queste le parole che il dottor Mucchielli ha utilizzato in questa intervista per caratterizzare cosa è successo in Francia negli ultimi due anni. Partendo dall’analisi di come le autorità francesi hanno gestito la pandemia, comprenderemo infatti quanto la storia nostra e quella dei nostri cugini d’oltralpe abbia seguito la stessa traiettoria. Due anni in cui il destino dell’Europa è stato segnato da profondi cambiamenti, in cui le ultime certezze sulla speranza di vivere in stati democratici sono crollate e in cui abbiamo visto nascere nuove modalità di sottomissione dei popoli. 

Ovunque abbiamo assistito a proteste contro i lockdown, le restrizioni e le chiusure. L’intero mondo è stato messo agli arresti domiciliari grazie a una narrazione mediatica che, per la prima volta nella storia a reti unificate, ha prima imposto il problema e poi ci ha donato la soluzione…i vaccini. Continuano a crescere i gruppi di persone che non hanno accettato di vedere i loro diritti calpestati e ogni giorno nuovi inganni vengono svelati…eppure, come dice Mucchielli “quando lo dico in giro, penso che mi prendano per pazzo” poichè in questi due anni la paura ha prevalso sulla ragione.

Tirando le somme, oggi scopriamo finalmente a cosa è servita l’Unione Europea, lo abbiamo visto con la pandemia e ne abbiamo la conferma con la guerra. Siamo ufficialmente tutti una colonia continentale della talassocrazia americana. 

Per molto tempo ho creduto anch’io che la costruzione europea fosse una grande cosa. Ma cerco di tenere gli occhi aperti e quello che vedo oggi non ha nulla a che vedere con questo. Vedo un’Europa che è diventata un mero vassallo degli Stati Uniti e che è dominata da interessi economici e finanziari, con grandi problemi di corruzione.

Intervista di Massimo A. Cascone al noto sociologo francese Laurent Mucchielli (vedi la sua pagina professionale) per ComeDonChisciotte.org


Versione italiana dell’intervista

– Salve dottore, la ringrazio di aver accettato di rilasciare un’intervista alla nostra Redazione. Per iniziare può presentarsi brevemente e spiegare il suo lavoro d’analisi sugli ultimi due anni di pandemia in Francia?

Ho 54 anni. Sono un sociologo francese, noto per i miei lavori sulla storia e l’epistemologia delle scienze sociali, nonché sulla sociologia del crimine e delle istituzioni penali. Statutariamente, sono direttore di ricerca presso il Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) e insegno all’Università. Nella mia carriera ho diretto un laboratorio di ricerca, diversi programmi di ricerca nazionali e internazionali, ho fondato una rivista scientifica, ho pubblicato una ventina di libri e più di 200 articoli in riviste scientifiche e capitoli in libri collettivi. Ma devo avvertirvi che se vi limitate a leggere la stampa su Internet (invece di leggere ciò che scrivo…), probabilmente verrete a sapere che sono un “teorico della cospirazione”, “anti-vax”, “di estrema destra”, “antisemita” e persino “scienziato del clima”. Si tratta di una propaganda falsa e diffamatoria. Sono un intellettuale e ambientalista di sinistra da sempre, e ho persino pubblicato un intero libro contro le ideologie razziste di estrema destra poche settimane prima dell’inizio di questa crisi (vedi qui).

Nei primi mesi del 2020, ero ovviamente uno spettatore dell’inizio della pandemia, come tutti gli altri. Durante le settimane ho notato che rapidamente  venivano prese decisioni politiche e mediche così strane che ho deciso di sospendere il mio lavoro in quel periodo per avviare un’indagine. Vedrete che la mia analisi critica della gestione della pandemia è completa. Ma prima di spiegarlo, devo dire ancora alcune cose essenziali. La prima è che rispetto l’etica scientifica, la cui prima regola è il disinteresse. Cerco la verità per amore della verità. Non ho assolutamente nulla da guadagnare in questa faccenda: nessun interesse finanziario, nessun interesse di carriera, nessun secondo fine politico. La seconda cosa è che bisogna mobilitare un’ampia gamma di strumenti intellettuali per comprendere questa crisi, che è medica, scientifica, politica, giuridica, economica e sociale. Ho quindi condotto uno studio multidisciplinare collaborando con una cinquantina di colleghi universitari e medici. La terza cosa che voglio dire è che questa crisi è una terribile sconfitta per la scienza e per gli intellettuali. Perché il dibattito di idee è quasi inesistente. Ogni giorno possiamo leggere una marea di commenti sulla crisi nei media e sui social network, oltre che su riviste e giornali generalisti. Ma questi sono solo commenti e opinioni. In realtà, non esiste un vero e proprio dibattito sostanziale su ciò che è accaduto negli ultimi due anni e mezzo. Anche all’università, la maggior parte dei miei colleghi evita l’argomento, a volte pensa addirittura che non esista. Sembrano pensare che tutto vada bene, che tutto quello che è successo sia normale e che non ci sia bisogno di guardare oltre quello che dicono le autorità politiche e i media. Lo spirito critico è come anestetizzato. La sottomissione all’autorità è totale. È impressionante. È la prima volta che lo vedo nella mia carriera. La paura, che è stata instillata nelle menti e nei cuori delle persone fin dall’inizio, è ovviamente una spiegazione importante. L’emozione ha prevalso sulla ragione.

– Come hanno gestito la pandemia le autorità francesi? Quale denuncia vuole portare alla nostra attenzione?

La gestione della pandemia è stata catastrofica, in Francia come nella maggior parte dei Paesi europei, ad eccezione dei Paesi scandinavi. In Francia, il presidente Macron ha dichiarato nel marzo 2020 che eravamo in guerra. Dobbiamo allora valutare la sua strategia militare e abbiamo scoperto alcuni errori incredibili.

Il primo errore è quello di aver detto alla fanteria di rimanere nelle caserme. In tutte le epidemie, la prima linea di difesa è sempre la medicina locale, i medici di base, supportati da infermieri privati. Ma il governo sosteneva che non c’era nulla da fare, che i malati dovevano solo prendere il paracetamolo e rimanere a casa, per poi chiamare i servizi di emergenza per essere portati in ospedale in caso di difficoltà respiratorie.

Il secondo errore è stato quello di sabotare la più grande arma che avevamo. A Marsiglia esiste un “Istituto Ospedaliero Universitario” (che è sia un ospedale che un centro di ricerca universitario) specializzato in malattie infettive ed epidemie. Si tratta del più grande e migliore centro francese (e probabilmente anche europeo) per queste situazioni, costruito dal 2009 con molti fondi pubblici. Il giorno in cui è arrivata la pandemia, hanno alzato le mani per dire “siamo qui, possiamo testare la popolazione generale per identificare le persone infette, possiamo isolarle e trattarle con antivirali e antibiotici perché conosciamo già i coronavirus”. Ma invece di affidarsi alla loro esperienza, i politici e i media hanno cercato di dipingerli come “ciarlatani”. Come è potuto accadere?

Il terzo errore è stato quello di non reclutare mercenari per aiutarsi a vincere la guerra. In primo luogo, i veterinari, che avrebbero potutoo eseguire test PCR e quindi aiutare a identificare le persone infette. Poi le cliniche private, che avevano capacità di posti letto. Dovete sapere che in Francia, in alcune città, la televisione mostrava ospedali stracolmi costretti a smaltire i malati, mentre a poche centinaia di metri c’erano cliniche private molto ben attrezzate con letti vuoti. Perché non li hanno requisiti?

Nel mio libro mostro infatti che il governo aveva una strategia totalmente “ospedalocentrica” che consisteva nel lasciare che alcuni pazienti si deteriorassero a casa (o nelle case di riposo) senza essere curati, per poi ricoverarli in emergenza quando spesso era troppo tardi. Visto che eravamo “in guerra”, allora devo sottolineare che il nostro personale è stato incompetente e ci ha portato alla sconfitta. E sono anche costretto a dire che, oltre alla questione della competenza, c’è anche il classico problema della corruzione della medicina da parte dell’industria farmaceutica. È stato fatto di tutto per screditare il trattamento precoce basato su farmaci generici quasi gratuiti (idrossiclorochina, azitromicina, ivermectina, ecc.) a favore di farmaci brevettati che costano molto (come il Remdesivir) e naturalmente a favore di vaccini prodotti in fretta e furia per tutto il pianeta, con un’efficacia in realtà molto bassa e con effetti collaterali a volte molto gravi (incidenti cardiaci, incidenti vascolari cerebrali, gravi disturbi del ciclo mestruale, paralisi, vari disturbi neurologici, ecc.)

– Com’è cambiata la vita in Francia in questi due anni di restrizioni?

Invece di organizzare uno screening nella popolazione generale, isolare temporaneamente le persone infette e lasciare che i medici le curassero, i nostri governi (in Francia come in Italia) hanno inventato una politica che non è mai esistita nella storia della Repubblica: il confino generale. Si sono ispirati al modello cinese (il che dovrebbe già far sorgere delle domande), hanno sostenuto che ciò avrebbe salvato le nostre vite e ci hanno infantilizzato, fatto sentire in colpa e fatto sorvegliare dalla polizia affinché rimanessimo saggiamente chiusi in casa. Ma la realtà è che nessuno ha mai valutato seriamente le conseguenze del confino. Si tratta di un compito complesso, perché ci sono impatti individuali e impatti collettivi, impatti economici e finanziari, ma anche impatti psicologici e sociali. Ci sono poi impatti immediati e altri che si manifesteranno solo con il tempo. Ad esempio, nella sociologia dell’educazione, sappiamo che l’abbandono e l’insuccesso scolastico sono fenomeni che segnano l’intera traiettoria di vita dei giovani. Se fossimo seri, tutto questo sarebbe stato preso in considerazione. Ma non è affatto così.

– Oltre al confino generale, la politica ha inventato un altro strumento di controllo molto importante: il Green Pass. Per lei è uno strumento di controllo della popolazione?

Si tratta di una quesito del tutto legittimo, soprattutto quando vediamo il forte e rapido aumento degli strumenti di sorveglianza digitale. Ma prima vorrei discutere il principio. I governi sostengono che questa politica di introdurre un “pass sanitario” e poi un “pass vaccinale” sia basata sulla scienza. Ma ancora una volta, come scienziato libero e disinteressato, sono obbligato a dire che questa è una menzogna. La realtà è che le persone vaccinate possono contrarre e trasmettere il virus. Pertanto, logicamente, questa nuova discriminazione tra vaccinati e non vaccinati è una misura puramente politica, non scientifica. Tutto questo parlare di vaccinazione “altruistica” (per proteggere gli altri) è propaganda bigotta basata su nulla di scientifico. L’unico interesse della vaccinazione è eventualmente individuale: per le persone che sarebbero a rischio di gravi forme di Covid, cioè persone il cui sistema immunitario è molto indebolito dall’età avanzata e/o da altre malattie di vecchia data (ad esempio, tumori). E a condizione che le persone abbiano dato il loro consenso “libero e informato”, come richiesto da tutte le norme nazionali e internazionali di etica medica. Ciò non ha nulla a che vedere con questa propaganda politico-industriale il cui principale beneficiario non è la salute pubblica, ma i conti bancari dell’industria farmaceutica e dei suoi azionisti.

– Rimanendo allora sul discorso politico, secondo lei questi due anni di pandemia hanno aiutato quale schieramento/partito politico maggiormente? Macron, Le Pen, Mélenchon?

Come ho detto all’inizio della nostra intervista, non faccio politica. Ascolto e osservo ciò che le persone dicono e fanno. In Francia, quasi tutti i partiti politici sono stati ingannati da questa enorme propaganda politico-industriale. Solo un piccolo partito di estrema destra ha denunciato chiaramente questa manipolazione, ma non so se per sincera convinzione o per calcolo politico. Il partito di Mélenchon ha criticato il fatto che la democrazia sia stata addormentata (tutti i poteri sono stati concentrati nelle mani dell’esecutivo, senza alcun controllo), ma non è stato in grado di fare una vera controanalisi e di formulare controproposte in termini di salute pubblica. Lo stesso vale per i sindacati. Sono tutti caduti nella trappola retorica del governo di Macron, che consisteva nel dire: se non siete d’accordo con noi, allora siete per l’estrema destra. È un disastro politico. Ed è anche un disastro per la legge, per le libertà individuali e per le libertà pubbliche. Spero che il sistema giudiziario si svegli e guardi con attenzione a tutto ciò che è accaduto negli ultimi due anni e mezzo.

– Da sociologo esperto, ha potuto costatare il sorgere o il radicarsi di comportamenti sociali particolarmente interessanti e/o pericolosi?

Ho visto forme di solidarietà improvvisate e mobilitazioni cittadine originali e creative, ma purtroppo ho visto anche fenomeni di denuncia che ricordano le ore buie della storia dei nostri Paesi. E soprattutto, questa crisi è stata un modo (triste) per osservare e confermare la pertinenza di tutto il lavoro di psicologia sociale svolto a partire dagli anni Trenta sui fenomeni del conformismo, della propaganda e della sottomissione all’autorità. Siamo nel XXI secolo eppure abbiamo sperimentato fenomeni collettivi e comportamenti sociali molto simili a quelli osservati durante le guerre del XX secolo.

– Parlando allora di mobilitazioni cittadine, quanta opposizione c’è in Francia e quanta consapevolezza c’è tra le persone che scendono in piazza a protestare?

Nel 2020 non ci sono state quasi proteste perché la paura ha paralizzato più o meno tutti. Credo sia importante capire che tutto questo si basa sulla paura e sul senso di colpa, che sono emozioni estremamente forti che bloccano la ragione. Le prime reazioni importanti si sono avute a partire dall’estate del 2021, quando Macron ha annunciato ufficialmente (in realtà lo aveva detto da tempo) che tutti dovevano essere vaccinati, per obbligo o per ricatto. Probabilmente all’inizio c’erano diversi milioni di manifestanti, ma sono stati stigmatizzati dal governo e dai media che lo obbediscono. Ancora una volta, l’intera propaganda consiste nel dire: “se non sei con noi, allora sei per l’estrema destra”. È così semplice. E funziona abbastanza bene in Francia.

– Dopo due anni di paura per generalizzata per un virus, adesso il nuovo tema è la guerra. Crede che questo conflitto Russia-Ucraina possa essere utilizzato dai governi europei per continuare sulla strada dell’autoritarismo interno? Che percezione c’è della guerra?

Non ho indagato su questo conflitto, quindi non ho un’opinione da esprimere pubblicamente. L’unica cosa che posso dire, perché è evidente, è che questo conflitto viene presentato alle popolazioni dei nostri Paesi con gli stessi meccanismi di propaganda moralistica e manichea (i buoni contro i cattivi). Per semplificare un po’ le cose, il discorso politico e mediatico consiste nel dire: 1) la guerra “non è buona”, 2) Putin è un terribile dittatore. Mi dispiace dire che questo è il livello di pensiero di bambini di 7 o 8 anni. Le cose sono ovviamente più complicate.

– Tra crisi politica e asservimento dei media mainstream, che futuro vede per i giovani e per l’Europa?

Sono preoccupato per il futuro dei giovani che sono vittime della propaganda e delle tecniche di manipolazione di massa, da un lato, e della graduale scomparsa del pensiero critico e della riflessione politica nel senso nobile e generale del termine, dall’altro. Sono anche preoccupato per il futuro della democrazia. La democrazia è una costruzione molto recente su scala storica e possiamo constatare la sua fragilità. Lo abbiamo già visto con la questione della sicurezza negli ultimi vent’anni: con il pretesto del rischio terroristico, i governi non hanno esitato  a introdurre leggi liberticide. Più che mai lo vediamo oggi con la questione della salute: con il pretesto di un rischio epidemico, i governi sospendono tutte le libertà e creano nuove forme di discriminazione tra i cittadini. Per quanto riguarda l’Europa, appartengo alla generazione i cui genitori hanno vissuto la Seconda Guerra Mondiale e sono stati segnati dall’entusiasmo della costruzione europea tra il 1950 e il 1980. Per molto tempo ho creduto anch’io che la costruzione europea fosse una grande cosa. Ma cerco di tenere gli occhi aperti e quello che vedo oggi non ha nulla a che vedere con questo. Vedo un’Europa che è diventata un mero vassallo degli Stati Uniti e che è dominata da interessi economici e finanziari, con grandi problemi di corruzione.

Qual è stato il “grande merito” dell’Europa in questa crisi? La risposta è che la Commissione europea ha organizzato l’acquisto e la distribuzione di miliardi di dosi di vaccini anglo-americani (Pfizer, Moderna, AstraZeneca, Johnson&Johnson) a condizioni molto dubbie. Ricordo che la Presidente della Commissione europea, Ursula Van der Leyen, ha negoziato di persona e in privato contratti segreti con gli amministratori delegati delle industrie (la principale delle quali è la Pfizer), pur avendo un marito che lavora in un’azienda farmaceutica che si occupa della produzione di vaccini e un figlio che lavora nel gabinetto commerciale McKinsey. Da parte mia, quando lo dico in giro, penso che mi prendano per pazzo. Ma ognuno può farsi un’idea propria.

– Dottor Mucchielli la ringrazio nuovamente, l’intervista termina qui.



Laurent Mucchielli vient de publier La doxa du Covid, en 2 volumes (voir la présentation des tomes 1 et 2 sur le site de l’éditeur). Deux de ses précédents livres ont déjà été traduits en Italien.

“L’esprit critique est comme anesthésié. La soumission à l’autorité est totale” : ce sont les mots utilisés par le Dr Mucchielli dans cette interview pour caractériser ce qui s’est passé en France au cours des deux dernières années. En partant de l’analyse de la gestion de la pandémie par les autorités françaises, nous comprendrons en effet combien notre histoire et celle de nos cousins transalpins ont suivi la même trajectoire. Deux années au cours desquelles le destin de l’Europe a été marqué par de profonds changements, au cours desquelles les dernières certitudes quant à l’espoir de vivre dans des États démocratiques se sont effondrées et au cours desquelles nous avons assisté à l’émergence de nouvelles manières de soumettre les peuples.

Partout, nous avons vu des protestations contre les verrouillages, les restrictions et les fermetures. Le monde entier a été assigné à résidence grâce à un récit médiatique qui, pour la première fois dans l’histoire sur les réseaux unifiés, a d’abord imposé le problème, puis nous a donné la solution… des vaccins. Les groupes de personnes qui n’ont pas accepté de voir leurs droits bafoués continuent de s’agrandir, et chaque jour de nouvelles tromperies sont dévoilées… pourtant, comme le dit Mucchielli, “quand je le dis aux gens, je pense qu’ils me prennent pour un imbécile”, car au cours de ces deux années, la peur l’a emporté sur la raison.

En résumé, aujourd’hui nous découvrons enfin ce à quoi l’Union européenne a servi, nous l’avons vu avec la pandémie et nous en avons la confirmation avec la guerre. Nous sommes tous officiellement une colonie continentale de la thalassocratie américaine.

J’ai donc longtemps cru moi aussi que la construction européenne était une chose formidable. Mais j’essaye de garder les yeux bien ouverts et ce que je vois aujourd’hui n’a plus de rapport avec ça. Je vois une Europe qui est devenue un simple vassal des Etats-Unis et qui est dominée par des enjeux et des intérêts économiques et financiers, avec des problèmes de corruption importants.

Interview de Massimo A. Cascone avec le célèbre sociologue français Laurent Mucchielli (voir sa page professionnelle) pour ComeDonChisciotte.org

Version française de l’interview

– Bonjour Docteur, merci d’avoir accepté une interview avec notre rédaction. Pour commencer, pouvez-vous vous présenter brièvement et expliquer votre analyse des deux dernières années de la pandémie en France ?

J’ai 54 ans, je suis un sociologue français, connu notamment pour des travaux sur l’histoire et l’épistémologie des sciences sociales, ainsi que sur la sociologie de la criminalité et des institutions pénales. Statutairement, je suis directeur de recherche au Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS), et j’enseigne à l’Université. Dans ma carrière, j’ai dirigé un laboratoire de recherche, plusieurs programmes de recherche nationaux et internationaux, j’ai fondé une revue scientifique, j’ai publié une vingtaine de livres et plus de 200 articles de revues scientifiques et chapitres de livres collectifs. Mais je dois vous avertir que si vous lisez simplement la presse sur Internet (au lieu de lire ce que j’écris…), vous apprendrez sans doute que je suis un « complotiste », « antivax », « d’extrême droite », « antisémite » et même « climato-septique ». Ceci constitue une propagande mensongère et diffamatoire. Je suis un intellectuel de gauche et un écologiste depuis toujours, et j’avais même publié un livre entier contre les idéologies racistes d’extrême droite quelques semaines avant le début de cette crise (ici).

Au début de l’année 2020, j’ai bien sûr été spectateur du démarrage de la pandémie, comme tout le monde. Mais j’ai rapidement constaté aussi des décisions politiques et médicales tellement étranges que j’ai décidé de suspendre mon travail du moment pour commencer une enquête. Vous verrez que mon analyse critique de la gestion de la pandémie est globale. Mais avant de l’expliquer, je dois dire encore quelques petites choses essentielles. La première est que je respecte la déontologie scientifique dont la première règle est le désintéressement. Je cherche la vérité pour la vérité. Je n’ai absolument rien à gagner dans cette affaire : ni intérêt financier, ni intérêt de carrière, ni arrière-pensées politiques. Ce n’est pas le cas de tout le monde… La deuxième chose est qu’il faut mobiliser des outils intellectuels très variés pour comprendre cette crise qui est à la fois médicale, scientifique, politique, juridique, économique et sociale. J’ai donc mené un travail pluridisciplinaire en travaillant avec une cinquantaine de collègues universitaires et de médecins. La troisième chose que je veux dire est que cette crise est une défaite terrible pour la science et pour les intellectuels. Car le débat d’idées est quasiment inexistant. Nous pouvons lire chaque jour une avalanche de commentaires sur la crise dans les médias et sur les réseaux sociaux, ainsi que dans des revues généralistes et des magazines. Mais ce ne sont que des commentaires et des opinions. En réalité, il n’y a aucun véritable débat contradictoire de fond sur ce qui se passe depuis deux ans et demi. Même à l’université, la plupart de mes collègues évitent le sujet, parfois même ils estiment qu’il n’y a pas de sujet. Ils semblent penser que tout va bien, que tout ce qui s’est passé est normal et qu’il n’y a pas à chercher plus loin que ce que racontent le pouvoir politique et les médias. L’esprit critique est comme anesthésié. La soumission à l’autorité est totale. C’est impressionnant. C’est la première fois que je vois ça dans ma carrière. La peur, qui est instillée depuis le début au plus profond des esprits et des cœurs, en est évidemment une explication importante. L’émotion a pris le pas sur la raison.

– Comment les autorités françaises ont-elles géré la pandémie? Quelles erreurs souhaitez-vous porter à notre attention?

La gestion de la pandémie a été catastrophique, en France comme dans la plupart des pays européens, à l’exception des pays scandinaves. En France, le président Macron a déclaré en mars 2020 que nous étions en guerre. Pourquoi pas. Mais alors nous devons évaluer sa stratégie militaire. Et on découvre alors des erreurs incroyables.

La première erreur est d’avoir dit à l’infanterie de rester à la caserne. Dans toutes les épidémies, la première ligne de défense est toujours la médecine de proximité, les médecins généralistes, appuyés par les infirmiers libéraux. Or le gouvernement a prétendu qu’ils n’avaient rien à faire, que les malades devaient seulement prendre du paracétamol et rester à la maison, puis appeler les services d’urgence pour être amenés à l’hôpital s’ils avaient des difficultés respiratoires.

La deuxième erreur est d’avoir saboté la plus grosse arme dont nous disposions. Il existe à Marseille un « Institut hospitalo-universitaire » (qui est donc à la fois un hôpital et un centre de recherche universitaire) spécialisé dans les maladies infectieuses et les épidémies. C’est le plus grand et le meilleur centre français (et sans doute même européen) dans cette spécialité, construit depuis 2009 avec énormément d’argent public. Le jour où est arrivé la pandémie, ils ont levé la main pour dire « nous sommes là, nous pouvons faire des tests en population générale pour repérer les personnes infectées, nous pouvons les isoler et les soigner avec des antiviraux et des antibiotiques car nous connaissons déjà les coronavirus ». Mais au lieu de s’appuyer sur leur expertise, le pouvoir politique et les médias ont cherché à les faire passer pour des « charlatans ». Comment est-ce possible?

La troisième erreur a été de ne pas recruter des mercenaires pour aider à gagner la guerre. D’abord les vétérinaires, qui pouvaient faire des tests PCR et ainsi aider à repérer les personnes contaminées. Ensuite les cliniques privées, qui avaient des capacités d’accueil. Il faut savoir que, en France, dans certaines villes, la télévision mettait en scène des hôpitaux débordés qui étaient obligés de trier les malades, alors que, à quelques centaines de mètres de là, il y avait des cliniques privées très bien équipées avec des lits vides. Pourquoi ne pas les avoir réquisitionnées?

En réalité, je montre dans mon livre que le gouvernement a eu une stratégie totalement « hospitalo-centrée » qui a consisté à laisser certains malades se dégrader à la maison (ou dans les maisons de retraite) sans être soignés, pour ensuite les hospitaliser en urgence alors qu’il était souvent trop tard. Puisque nous étions « en guerre », alors je dois dire que notre état-major est incompétent et qu’il nous a mené à la défaite. Et je suis également obligé de dire que, à côté de la question de la compétence, se pose aussi le problème – classique – de la corruption de la médecine par l’industrie pharmaceutique. Tout a été fait pour discréditer les traitements précoces basés sur des médicaments génériques presque gratuits (hydroxychloroquine, azithromycine, ivermectine, etc.), au profit de médicaments brevetés qui coûtent très cher (comme le Remdesivir) et bien entendu au profit des vaccins fabriqués en urgence pour la planète toute entière, avec une efficacité en réalité très faible et avec des effets secondaires parfois très graves (accidents cardiaques, accidents vasculaires cérébraux, graves perturbations du cycle menstruel, paralysies, troubles neurologiques divers, etcetera).

– Comment la vie a-t-elle changé en France pendant ces deux années de restrictions?

Au lieu d’organiser le dépistage en population générale, d’isoler temporairement les personnes infectées, et de laisser les médecins les soigner, nos gouvernements (en France comme en Italie) ont inventé une politique qui n’a jamais existé de toute l’histoire de la République : le confinement général. Ils se sont inspirés du modèle chinois (ce qui devrait déjà nous poser question), ils ont prétendu que cela allait nous sauver la vie et ils nous ont infantilisé, culpabilisé et fait surveiller par la police pour que nous restions bien sagement enfermés dans nos domiciles. Mais la réalité est que personne n’a jamais évalué sérieusement les conséquences des confinements. Ce serait un travail complexe car il y a des impacts individuels et des impacts collectifs, des impacts économiques et financiers, mais aussi des impacts psychologiques et sociaux. Et puis il y a des impacts immédiats et d’autres qui ne se verront seulement avec le temps. Par exemple, en sociologie de l’éducation, nous savons bien que le décrochage et l’échec scolaires sont des phénomènes qui marquent toute la trajectoire de vie des jeunes. Si nous étions sérieux, tout ceci devrait être pris en compte. Or ce n’est pas du tout le cas.

– Outre l’enfermement général, la politique a inventé un autre instrument de contrôle très important : le passeport vert. Le voyez-vous comme un instrument de contrôle de la population ?

C’est une question politique, qui est tout à fait légitime, surtout quand on voit l’augmentation très forte et très rapide des outils de surveillance numérique. Mais je voudrais d’abord discuter du principe. Les gouvernements prétendent que cette politique d’instauration d’un « passe sanitaire », puis d’un « passe vaccinal », repose sur la science. Or, à nouveau, en tant que scientifique libre et désintéressé, je suis obligé de dire que ceci est un mensonge. La réalité est que les personnes vaccinées peuvent attraper et transmettre le virus. Dès lors, en toute logique, cette nouvelle discrimination entre vaccinés et non-vaccinés est une mesure purement politique, et non scientifique. Tous ces discours sur la vaccination « altruiste » (pour protéger les autres) constituent une propagande moralisatrice qui ne repose sur rien de scientifique. Le seul intérêt de la vaccination est éventuellement individuel : pour les personnes qui risqueraient de faire des formes graves de Covid, c’est-à-dire les personnes dont le système immunitaire est très affaibli par le grand âge et/ou par d’autres maladies anciennes (les cancers, par exemple). Et à condition que les personnes aient donné leur consentement « libre et éclairé », comme le prévoient toutes les règles nationales et internationales d’éthique médicale. Ceci n’a rien à voir avec cette propagande politico-industrielle dont le principal bénéficiaire n’est pas la santé publique mais le compte bancaire des industriels pharmaceutiques et de leurs actionnaires.

– Pour en rester au discours politique, à votre avis, ces deux années de pandémie ont aidé quel côté/parti politique le plus important ? Macron, Le Pen, Mélenchon ?

Comme je l’ai dit au début de notre entretien, je ne fais pas de politique. J’écoute et j’observe de que dise et ce que font les uns et les autres. En France, la quasi-totalité des partis politiques ont été dupés par cette énorme propagande politico-industrielle. Seul un petit parti d’extrême droite a dénoncé clairement cette manipulation, mais je ne sais pas si c’est par conviction sincère ou par calcul politique. Le parti de M. Mélenchon a critiqué la mise en sommeil de la démocratie (tous les pouvoirs ont été concentrés entre les mains du pouvoir exécutif, sans aucun contrôle) mais n’a pas été capable d’avoir une véritable contre-analyse et de formuler des contre-propositions en termes de santé publique. Même chose pour les syndicats. Tous sont tombés dans le piège rhétorique du gouvernement de M. Macron qui consistait à dire : si vous n’êtes pas d’accord avec nous, alors c’est que vous êtes pour l’extrême droite. C’est un désastre politique. Et c’est aussi une catastrophe pour le droit, pour les libertés individuelles et pour les libertés publiques. J’espère que la justice va se réveiller et étudier de près tout ce qui s’est passé depuis deux ans et demi.

– En tant que sociologue expérimenté, avez-vous observé l’émergence ou l’enracinement de comportements sociaux particulièrement intéressants et/ou dangereux ?

J’ai constaté des formes de solidarités improvisées et des mobilisations citoyennes originales et créatives, mais j’ai hélas constaté aussi des phénomènes de délation qui rappellent les heures sombres de l’histoire de nos pays. Et puis surtout, cette crise a été une façon (triste) d’observer et de confirmer la pertinence de tous les travaux de psychologie sociale menés depuis les années 1930 sur les phénomènes de conformisme, de propagande et de soumission à l’autorité. Nous sommes au 21ème siècle et pourtant nous avons vécu des phénomènes collectifs et des comportements sociaux qui ressemblent beaucoup à ceux que l’on observait durant les guerres du 20ème siècle.

– En parlant ensuite des mobilisations dans les villes, quelle est l’ampleur de l’opposition en France et quelle est la sensibilisation des personnes qui descendent dans la rue pour protester ?

En 2020, il n’y a eu quasiment aucune protestation car la peur a paralysé presque tout le monde. Je crois qu’il faut bien comprendre que tout ceci repose sur la peur et la culpabilisation, qui sont des émotions extrêmement fortes et qui bloquent la raison. Les premières grandes réactions ont eu lieu à partir de l’été 2021, lorsque M. Macron a annoncé officiellement (il l’avait dit en réalité depuis longtemps) qu’il fallait vacciner tout le monde, par obligation ou par chantage. Il y a eu au début sans doute plusieurs millions de contestataires mais qui ont été stigmatisé par le gouvernement et par les médias qui lui obéissent. Encore une fois, toute la propagande consiste à dire : « si vous n’êtes pas avec nous, alors c’est que vous êtes pour l’extrême droite ». C’est aussi simple que cela. Et ça marche assez bien en France.

– Après deux ans de peur généralisée d’un virus, le nouveau thème est la guerre. Pensez-vous que ce conflit Russie-Ukraine peut être utilisé par les gouvernements européens pour continuer sur la voie de l’autoritarisme interne ? Quelle est la perception de la guerre ?

Je n’ai pas mené d’enquête sur ce conflit, donc je n’ai pas d’avis à exprimer publiquement. La seule chose que je peux dire, car elle est évidente, c’est que ce conflit est présenté aux populations de nos pays avec les mêmes mécanismes de propagande moralisatrice et manichéenne (les gentils contre les méchants). En simplifiant à peine, le discours politico-médiatique consiste à dire : 1) la guerre « c’est pas bien », 2) Poutine est un affreux dictateur. Je suis désolé de dire que c’est le niveau de réflexion des enfants de 7 ou 8 ans et que ce n’est pas sérieux. Les choses sont évidemment plus compliquées.

– Entre la crise politique et l’asservissement des grands médias, quel avenir voyez-vous pour les jeunes et pour l’Europe ?

Je suis inquiet pour l’avenir des jeunes qui sont victimes d’une part des techniques de propagande et de manipulation des masses, d’autre part de la disparition progressive de l’esprit critique et de la réflexion politique au sens noble et général du terme. Je suis également inquiet pour l’avenir de la démocratie. Cette dernière est une construction très récente à l’échelle historique et on voit combien elle demeure fragile. On le voyait déjà avec la question sécuritaire depuis une vingtaine d’années : sous prétexte d’un risque terroriste, les gouvernements n’hésitaient plus à instaurer des lois liberticides. On le voit aujourd’hui avec la question sanitaire : sous prétexte d’un risque épidémique, les gouvernements suspendent toutes les libertés et créent de nouvelles formes de discrimination entre les citoyens. Quant à l’Europe, j’appartiens à la génération dont les parents ont connu la guerre de 39-45 et ont été marqués par l’enthousiasme de la construction européenne des années 1950-1980. J’ai donc longtemps cru moi aussi que la construction européenne était une chose formidable. Mais j’essaye de garder les yeux bien ouverts et ce que je vois aujourd’hui n’a plus de rapport avec ça. Je vois une Europe qui est devenue un simple vassal des Etats-Unis et qui est dominée par des enjeux et des intérêts économiques et financiers, avec des problèmes de corruption importants.

Quel a été le « grand mérite » de l’Europe durant cette crise? La réponse est que la Commission Européenne a organisé l’achat et la distribution de milliards de doses de vaccins anglo-américains (Pfizer, Moderna, AstraZeneca, Johnson & Johnson) dans des conditions plus que douteuses. Je rappelle que la présidente de la commission européenne, madame Ursula Van der Leyen, a négocié en personne et en privé des contrats tenus secrets avec les PDG des industries (le principal étant Pfizer), tout en ayant un mari qui travaille dans une société pharmaceutique impliquée dans la production des vaccins et un fils qui travaille dans le cabinet McKinsey. Pour ma part, lorsque je découvre ça, je me dis qu’on me prend vraiment pour un imbécile. Mais chacun se fera son opinion.

– Docteur Mucchielli merci encore, l’interview se termine ici.


Massimo A. Cascone per ComeDonChisciotte.org

Dietro la lavagna

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FUORI DAL CORO

di Toni Capuozzo

Ieri sera, nel collegamento con Quarta Repubblica, avevo alle spalle una vecchia lavagna, perché stavo in un’aula scolastica. Guardandola, mi tornava alla mente quella della mia classe elementare, e le volte che finivo per punizione nello stretto spazio tra il muro e la lavagna, cancellato al resto della classe. Castighi che non mi hanno indebolito, anzi. Ci finisco quasi sempre, ancora oggi e di nuovo ieri sera, dietro a una lavagna. Come da bambino, non funziona: avrei bisogno di essere convinto, non aggredito. E avrei bisogno di quella lealtà, perfino nella punizione, che alla maestra mancava.

1) Capezzone – fortuna che mi stima, figurarsi se fosse il contrario – mi accusa di aver parlato di “messinscena” sui massacri di Bucha. Sa che non è vero. Io ho posto domande e sollevato perplessità sui morti ripresi per strada, non sulle 300 e più vittime ritrovate nelle fosse comuni. Sa che ho posto delle domande:  forse irriguardose, forse più scomode di quelle che lui pone alla viceministro ucraina. Come mai quei morti, che addirittura sarebbero rimasti sull’asfalto per tre settimane, non erano stati sepolti ? Come mai il Corriere della Sera non aveva rivolto questa domanda al becchino di Bucha ? Come mai nessuno ci aveva detto dell’operazione di bonifica della squadra speciale ucraina chiamata Safari ? Come mai accanto ai poveri corpi mai sangue, né bossoli ? Come mai alcuni corpi avevano accanto razioni alimentari russe, e qualche volta dei bracciali bianchi ?  A queste e molte altre domande non è mai stata data risposta.

2) Matteo Renzi, con più gentilezza di Capezzone, mi attribuisce “neutralità”. Non l’ho mai detto. Ho detto che mi sarebbe piaciuto che  l’Italia si ricavasse un ruolo di mediatore, pur ovviamente condannando l’invasione, ma lasciando che a dare le armi fossero altri, come fanno senza lesinare americani e inglesi. Armi e mediazioni insieme,  è difficile.

3) La viceministra ucraina non ha risposto alle due domande due che le avevo posto, sulla legge di confisca beni e sul monito ai giornalisti che intendessero raccontare l’altra faccia della medaglia.
Detto questo, sto meglio dietro la lavagna che sui banchi di un’informazione che ha impiegato giorni a chiamare “resa” quella dell’Azovstal, perché “evacuazione” suonava meglio agli occhi della propaganda.  Per essere convinto senza insulti, slealtà, castighi, avrei bisogno di risposta ad altre domande, sulla corsa agli armamenti, sulla giustizia di guerra di entrambe le parti, sulle pachidermiche lentezze dell’Unione europea e sulla sveltezza della Nato.

Per essere chiaro amo l’Occidente, e ho sofferto la sconfitta afghana, pagata dalle donne. Ma non riesco a vedere dove ci porta questa nuova avventura, dopo quel disastro e i disastri libici e iracheni, somali e balcanici. Salvata l’Ucraina dalla resa (grazie agli ucraini e alle armi e alla intelligence americane), libera Kiev e libero Zelenskj e i suoi, non sarebbe ora di negoziare? O pensate sia troppo presto, che  Putin non sia abbastanza umiliato e punito ?  Il libro dei sogni prevede che Putin si ravveda, ritiri le truppe alla casella di partenza e l’Ucraina possa liberamente dedicarsi alla guerra civile del Donbass, iniziata nel 2014. Siccome non succede,  quanta guerra ancora ?  Avanti Crimea,  direbbero Capezzone e la viceministra, imbarazzata  dalle feroci domande dell’onorevole.

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