Consultazioni, siamo tornati alla Prima Repubblica (ma i nostri leader non lo vogliono capire)

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Consultazioni, siamo tornati alla Prima Repubblica (ma i nostri leader non lo vogliono capire)

Con questa legge elettorale assurda i leader, da Salvini a Di Maio, allo Stesso Berlusconi, cresciuti alla scuola del maggioritario, rischiano di non riuscire ad affrontare l’operazione nuovo Governo. Ma tutti sperano nel felpato e cauto Mattarella. (di Alessandro GiuliLEGGI)

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Luigi Bisignani a Il Tempo: I Casini dell’ex Dc

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Risultati immagini per AndreottiUno spassosissimo articolo di Luigi Bisignani su Il Tempo dell’altroieri

di Luigi Bisignani

Pierferdi fa Casini pure con Talleyrand. Paragona Andreotti al grande «camaleonte» francese

E allora al Divo Giulio non resta che visitarlo in sogno per mettere i puntini sulle i…

Caro direttore, concitato risveglio pasquale per Pier Ferdinando Casini, uno degli “enfant prodige” della Dc, da oltre 35 anni in Parlamento tra tradimenti politici e storielle da copertina. In un incubo notturno, ha sognato Andreotti che gli rimproverava un’improvvida intervista al Corriere della Sera, nella quale Casini lo paragonava a Charles – Maurice de Talleyrand -Pèrigord, nobile francese che aveva iniziato la sua carriera come vescovo, poi aveva gettato la tonaca alle ortiche ed era diventato uno degli uomini politici più cinici, corrotti e abili del suo tempo, capace di tutto pur di sopravvivere. Talleyrand, vissuto a cavallo tra la fine del 1700 e l’inizio dell’800, e considerato da sempre il simbolo del camaleontismo politico – non a caso i contemporanei lo chiamavano «girouette», banderuola – verrà interpretato nei prossimi giorni a teatro proprio dallo stesso Pierferdi.

Stropicciandosi ancora gli occhi, Casini tenta di ricordare la rampogna di Andreotti, che indossando il suo solito pullover blu a doppiopetto, aveva appena finito una partita di burraco con Cossiga, il quale del resto ha sempre cercato qualcuno per giocare a poker. Continua a leggere

Ecco perché Renzi è pronto a far saltare il Partito Democratico

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Ecco perché Renzi è pronto a far saltare il Partito Democratico

Buona parte del partito è riunita attorno al segretario-reggente Martina. Ma Renzi e i renziani non mollano. Anzi, in caso il partito appoggiasse un governo a Cinquestelle Matteo pronto a far saltare tutto. Mentre incombe la paura elezioni. (di Giulio ScrannoLEGGI)

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Pensioni, Draghi si schiera contro Salvini: meglio non toccare la legge Fornero

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http://www.iltempo.it/resizer/600/315/true/1521627225954.jpg--pensioni__draghi_si_schiera_contro_salvini__meglio_non_toccare_la_legge_fornero.jpg?1521627226000di Filippo Caleri

E oltre alla Bce anche il Fmi ha già alzato il cartellino rosso contro una revisione dell’attuale normativa

La Banca Centrale Europea ha deciso: la Fornero non si tocca. O meglio se si tocca saranno dolori (finanziari) nel lungo termine. A Matteo Salvini, che sulla sua rottamazione ha costruito una parte del successo elettorale, saranno fischiate le orecchie. E la sfida che, in un ipotetico governo con la Lega dentro, si trova davanti è molto difficile. Considerato che anche altri organismi internazionali come il Fondo Monetario Internazionale hanno già alzato il cartellino rosso contro una revisione dell’attuale legge pensionistica.

In un recente studio tre economisti del Fmi Michal Andrle, Shafik Hebous, Alvar Kangur e Mehdi Raissi intitolato “Italy: Toward a Growth-Friendly Fiscal Reform” hanno spiegato che al momento la nostra spesa pensionistica, nonostante la criticata e dura riforma Fornero, con il 16% del Pil è la seconda più alta, superata solo dalla Grecia. Una considerazione che di fatto stoppa le velleità rottamatrici di Salvini. Al Fmi si è aggiunto anche Draghi ha fatto subito presente il suo pensiero sulla materia: “Molti paesi hanno già applicato delle riforme dei sistemi pensionistici dopo la crisi del debito sovrano, sebbene il passo delle riforme abbia fatto registrare un rallentamento di recente. Ulteriori riforme in questo settore sono essenziali e non devono essere ritardate, anche alla luce di considerazioni di politica economica”. Continua a leggere

Il vero obiettivo di Salvini è prendersi Forza Italia (e Di Maio gli sta dando una mano)

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Il leader di via Bellerio lavora a un centrodestra a sua immagine e somiglianza. Vuole essere il successore di Berlusconi. E ha bisogno di non rompere la coalizione. Il patto con Di Maio serve a consolidare un nuovo bipolarismo: il loro

di Alessandro Franzi

Non l’abbraccio mortale con il Movimento 5 Stelle, ma la definitiva conquista del centrodestra. E’ questo l’orizzonte che sembrano indicare le mosse di Matteo Salvini, dopo aver trasformato la Lega (Nord) nel primo partito della prima coalizione uscita dalle elezioni del 4 marzo. L’abboccamento con i 5 Stelle – il primo partito – è una necessità dovuta alla mancanza di una maggioranza numerica in Parlamento. Ma è anche qualcosa in più. Sia Salvini sia Luigi Di Maio intendono gestire la nascita di quella che considerano la terza repubblica, non più solo slegata dalle ideologie novecentesche ma anche disancorata dai legami con le tradizionali famiglie politiche. E per farlo entrambi i leader, Salvini e Di Maio, si sono coalizzati per indebolire gli avversari: da una parte Silvio Berlusconi, dall’altra il Pd. E per riscrivere le regole del gioco: una legge elettorale con premio di maggioranza che possa certificare alle prossime elezioni, quando ci saranno, un nuovo bipolarismo. Il loro. Una strategia che potrebbe anche non passare da un governo politico fra Lega e M5S, che ne ucciderebbe in un sol colpo tutta la carica di novità.

Chi e come andrà a Palazzo Chigi, però, lo si vedrà solo nelle prossime settimane. Certo è che Salvini ha in mente da parecchio tempo un centrodestra che qualcuno ribattezzerebbe “Lega Italia”. Non è importante il nome, quanto la strategia. Dalla fine del 2013, il segretario del Carroccio ha lavorato alla costruzione di una sua proposta nazionale, non più circoscritta al Nord Italia. Ha adottato parole d’ordine unificanti: contro la sovranità ceduta all’Unione Europea, contro le nuove migrazioni, contro l’Islam. Ha dato scandalo con i suoi discorsi improntati alla dissacrazione del politically correct. E ha inaugurato quello che gli riesce sempre bene: una campagna elettorale permanente, che è scesa al Sud, passando per le regioni del Centro Italia che lo hanno premiato con risultati elettorali spesso a due cifre. Salvini rappresenta la nuova destra. Non solo quella radicale che si è raccontata in questi mesi. Il suo messaggio estremo ha raggiunto un elettorato moderato rimasto senza riferimenti, e dunque pronto ad affidarsi senza remore intellettuali. Salvini rappresenta dunque anche un nuovo centrodestra, che non ha più in Berlusconi il suo totem.

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Fico che va alla Camera in bus ci è costato 15mila euro di taxi

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A nostro avviso c’è differenza tra spreco e invidia sociale. Alle volte, quando si parla di politica, soprattutto a causa di chi ha alimentato l’anti-politica dimenticando di dire che meno dell’ 1% del debito è dovuto alle spese della politica, ci si dimentica del fatto che, come in ogni lavoro o professione, chi è bravo debba essere giustamente remunerato per quello che vale. Un ottimo politico potrebbe valere 20.000 euro al mese? A nostro avviso, sì. Un politico scadente? Certamente no. La meritocrazia prescinde dall’anti-politica. L’odio di classe o invidia sociale è robaccia di sinistra…(n.d.r.)

Roberto Fico, neo presidente della Camera, ha rendicontato spese per 15mila euro in taxi in cinque anni di legislatura

di Giuseppe De Lorenzo

Capitolo primo. Roberto Fico scende sorridente dall’autobus a Roma diretto alla Camera dei Deputati di cui è diventato la guida.

Immancabile la foto (prontamente pubblicata su Instagram) che fa il giro dei social network e aizza i sostenitori del sobrio presidente. Capitolo secondo. Sempre Roberto Fico su un mezzo, questa volta Trenitalia, direzione Napoli insieme alla compagna di vita: qualche passeggero lo ritrae col suo cellulare in seconda classe. “Non deve cambiare nulla da questo punto di vista – dice lui – per me molto è importante. Oggi in treno, seconda classe, taxi. Tutto deve rimanere semplice e umile”.

Lodevole, per carità. Sebbene qualcuno storca il naso per la terza carica dello Stato che viaggia assieme ai comuni mortali senza la sicurezza che si confà al ruolo istituzionale (non alla persona), la scelta di Fico è sostenuta da motivazioni politiche. “È la storia del Movimento”, ha detto di lui Luigi Di Maio. E la storia dei 5 Stelle è anche la lotta ai privilegi. È ovvio, tuttavia, che quella di Fico è soprattutto di una mossa di marketing. Il primo presidente dei Cinque stelle non può mica arrivare con la scorta e l’odiata auto blu. Almeno non subito. E così si è adeguato alla propaganda già usata da Renzi e Ignazio Marino con le loro biciclette. Il fatto è che i movimenti da deputato dell’onorevole Fico nell’ultima legislatura, quella passata, non sono stati del tutto gratuiti per i cittadini.

Ecco allora il capitolo terzo, di cui non si hanno fotografie pubblicate sui social. Mezzo protagonista: il taxi. Nei cinque anni di legislatura (2013 – dicembre 2017), il buon Fico ha speso oltre 15mila euro in auto bianca per spostamenti vari. Impossibile ricostruire in quali occasioni abbia chiesto il rimborso agli italiani (consultabili sul sito: tirendiconto.it), di certo lo ha fatto per una media di 281 euro a mese. Spicciolo più, spicciolo meno. Non una cifra sconsiderata, ma simbolicamente significativa. A questi vanno aggiunti anche altri curiosi pagamenti per i biglietti per il bus (e la metro) con cui oggi si fregia di essere arrivato alla Camera. A marzo 2017, per dire, si è preso la briga di rendicontare 1,50 euro di ticket dell’autobus. A maggio sono stati 4,50 euro e ad aprile 7,50. In totale fanno 677 euro e trenta centesimi. Un po’ pochi per chi – scrivevano oggi i cronisti – “non ha cambiato le abitudini” di viaggiare con Atac. Le ipotesi sono due: o si è fatto rimborsare solo alcuni dei biglietti acquistati (e il resto l’ha messo di tasca propria), oppure non è salito così spesso su un pullman.

A dire il vero su Fico già nel 2016 si abbattè una piccola polemica per il suo “telefono d’oro” e le bollette da 12mila euro. In fondo anche per l’alloggio le spese non sono state indifferenti nel suo mandato da “portavoce” grillino a Palazzo. A dicembre 2017 dei 7.582,50 euro dichiarati dal neo Presidente 1.400,00 euro se ne sono andati per il canone di affitto e altri 1.182,59 euro per “utenze, pulizie, manutenzione e altro”.

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“Facciamoli schiantare”: la folle strategia della sinistra che farà (ancora) la fortuna dei Cinque Stelle

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“Facciamoli schiantare”: la folle strategia della sinistra che farà (ancora) la fortuna dei Cinque Stelle

La sinistra ha perso a causa di un continuo atteggiamento snobistico verso il M5S. Cosa potrebbe accadere ora? Potrebbe succedere che qualcuno a sinistra coltivi l’dea di “lasciarli fare perché si vadano a schiantare”. Ecco, è quello che sta succedendo. (di Giulio CavalliLEGGI)

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Non solo politica, Berlusconi ha paura per le sue aziende (e non vuole uscire dal gioco)

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Non solo politica, Berlusconi ha paura per le sue aziende (e non vuole uscire dal gioco)

In parallelo alla questione politica, i veri problemi del Cav sono nel destino delle sue aziende. Dall’affare Mediaset-Vivendi, al destino di Telecom, ecco perché Berlusconi non vuole mollare l’osso. (di Stefano CingolaniLEGGI)

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Putin stravince le elezioni, e da oggi comincia il suo declino

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Valdimir Putin ha stravinto le elezioni, e sarebbe bene che l’Occidente lo prendesse, finalmente, sul serio. Ma il mandato che si inaugura rischia per lui di essere quello della decadenza

Chissà se Vladimir Putin ha messo il broncio per questo 75% dei voti raccolto nell’elezione che lo manda al Cremlino per la quarta volta. In fondo è un dato molto inferiore all’indice di gradimento che, secondo l’autorevole e affidabile Levada Center, l’ha accompgnato per tutto il 2017, ben sopra l’80%. Scherzi a parte, adesso sentiremo la solita litania: ma non c’era Navalnyj, ma l’affluenza, ma i brogli… Ci sarà qualcosa di vero ma nulla di sostanziale. Perché bisognerebbe pure acconciarsi a deglutire il fatto che a tanti russi Putin piace. Così tanti che Putin sarebbe eletto presidente anche se non godesse del monopolio dei media, anche se i direttori delle fabbriche non incitassero gli operai ad andare a votare, anche se avesse per avversari dei politici veri e non le scartine (l’assente Navalnyj compreso) di questa tornata, anche se non avesse così tanto potere da considerare umiliante la sola idea di una campagna elettorale.

A noi pare strano ma può succedere. Per esempio se diventi primo ministro nel 1999, ovvero pochi mesi dopo che il tuo Paese si è dichiarato insolvente e ha subito la gogna del default e nel 2017 puoi dichiarare di aver estinto tutti i debiti dell’Urss. Se diventi per la prima volta presidente quando il Pil pro capite dei russi è di 1.300 dollari e torni presidente per la quarta volta quando lo stesso Pil è a quasi 12 mila. Se nel 2015, tra Ucraina, sanzioni e crollo del prezzo del petrolio, gli esperti prevedono che da te si sfascerà tutto e invece non capita. E così via.

Questa scontatissima rielezione è l’apoteosi di Putin. Il suo trionfo. Eppure, proprio in queste ore, torna alla mente il proverbio turco che Thomas Mann faceva citare a uno dei suoi Buddenbrook: “Quando la casa è finita la morte viene”. Per carità, Putin è in ottima salute e ha solo 65 anni. Ma la quarta presidenza rischia di essere, per lui e per la Russia che rappresenta, la più difficile di tutte.

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