Vaticano e Luterani: “Una benedizione la commemorazione della Riforma”

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RELIGIONE/CHIESA CONCILIARE

http://www.lastampa.it/rw/Pub/p4/2017/10/31/VaticanInsider/Foto/image1.jpg

Comunicato di Federazione Luterana Mondiale e Dicastero per l’Unità dei Cristiani a conclusione del 500enario. E la Santa Sede emette un francobollo con Wittenberg

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http://www.lastampa.it/2017/10/31/vaticaninsider/ita/vaticano/vaticano-e-luterani-una-benedizione-la-commemorazione-ecumenica-della-riforma-IVEf7LIjiQXArHkJYPPUYP/pagina.html Continua a leggere

Luterano 1 e Luterano 2

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IMG-20171101-WA0015RELIGIONE/CHIESA CONCILIARE

Pubblichiamo il testo integrale della Dichiarazione comune della Conferenza episcopale italiana e della Chiesa evangelica luterana in Italia per il 500° anniversario dell’inizio della Riforma. “Riconciliarsi per annunciare il Vangelo”, questo il titolo del documento che porta la firma di mons. Ambrogio Spreafico, presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Cei, e del pastore Heiner Bludau, decano della Chiesa evangelica luterana in Italia. “A iniz…

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https://agensir.it/chiesa/2017/10/31/500-riforma-lutero-dichiarazione-comune-chiesa-luterana-e-cei-riconciliarsi-per-annunciare-il-vangelo/ Continua a leggere

La Salvezza esiste solo con Grazia e Buone opere

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Risultati immagini per contro LuteroSegnalazione  e commento di Gianni Toffali

E’ estremamente grave diffondere l’eresia luterana della Salvezza solo per Grazia e senza merito. Ma nell’udienza generale del Mercoledì, che riposto qui sotto, Bergoglio dice “gesù l’unica volta che parla di paradiso (nei vangeli) è quando lo promette al buon ladrone”. L’affermazione è totalmente sbagliata quanto maliziosa perché vuole insinuare, ancora una volta, che il paradiso non si può in alcun modo “guadagnare”. Tutto in vista della definitiva “riconciliazione” con gli eretici luterani. Bergoglio non parla mai di meriti, di sforzi, di penitenze, di apostolato, di carità nella Verità. La Salvezza solo per grazia e senza merito è condannata dal Concilio di Trento e da S.S. Papa Leone X. Un’ulteriore riprova che sul soglio di Pietro siede un impostore, che sta portando a termine il cammino ereticale iniziato con la partecipazione al Concilio di sette teologi protestanti, continuato dal Concilio e arrivato ai giorni nostri.

LEGGI:

Udienza Generale del 25 ottobre 2017: La Speranza cristiana – 38. Il paradiso, meta della nostra speranza

http://m.vatican.va/content/francescomobile/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20171025_udienza-generale.html Continua a leggere

I “novissimi” secondo Francesco

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CHIESA/RELIGIONE CONCILIARE

I titoli ecclesiastici usati nell’articolo vanno riferiti alla “chiesa conciliare” non a quella Cattolica (N.d.R.)

di Sandro Magister

Pubblicato sul sito dell’Autore

Coppo di Marcovaldo, Inferno, Battistero, Firenze

Sull’importante quotidiano “la Repubblica” di cui è fondatore, Eugenio Scalfari, autorità indiscussa del pensiero laico italiano, lo scorso 9 ottobre è tornato a riferire così quella che egli ritiene una “rivoluzione” di questo pontificato, raccolta dalla viva voce di Francesco nel corso dei frequenti colloqui che ha con lui:

“Papa Francesco ha abolito i luoghi dove dopo la morte le anime dovrebbero andare: inferno, purgatorio, paradiso. La tesi da lui sostenuta è che le anime dominate dal male e non pentite cessino di esistere, mentre quelle che si sono riscattate dal male saranno assunte nella beatitudine contemplando Dio”.

Osservando subito dopo:

“Il giudizio universale che è nella tradizione della Chiesa diventa quindi privo di senso. Resta un semplice pretesto che ha dato luogo a splendidi quadri nella storia dell’arte. Nient’altro che questo”.


C’è seriamente da dubitare che papa Francesco voglia davvero liquidare i “novissimi” nei termini descritti da Scalfari.
C’è però nella sua predicazione qualcosa che inclina a un effettivo offuscamento del giudizio finale e degli opposti destini di beati e dannati.
Mercoledì 11 ottobre, nell’udienza generale in piazza San Pietro, Francesco ha detto che non c’è da temere tale giudizio, perché “al termine della nostra storia c’è Gesù misericordioso”, e quindi “tutto verrà salvato. Tutto.”.

Quest’ultima parola, “tutto”, nel testo distribuito ai giornalisti accreditati presso la sala stampa vaticana era evidenziata in grassetto.
Anche in un’altra udienza generale di pochi mesi fa, quella di mercoledì 23 agosto, Francesco ha dato della fine della storia un’immagine tutta e solo consolante: quella di “una immensa tenda dove Dio accoglierà tutti gli uomini per abitare definitivamente con loro”.
Immagine non sua, ripresa dal capitolo 21 dell’Apocalisse, ma di cui Francesco s’è guardato dal citare le successive parole di Gesù:

“Chi sarà vincitore erediterà questi beni; io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio. Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte”.

E ancora. nel commentare, all’Angelus di domenica 15 ottobre, la parabola del convito nuziale (Matteo 22, 1-14) letta quel giorno in tutte le messe, Francesco ha evitato con cura di citarne i passaggi più inquietanti.
Sia quello in cui “il re si indignò, mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città”.
Sia quello in cui, visto “un uomo che non indossava l’abito nuziale”, il re ordinò ai suoi servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
La domenica precedente, 8 ottobre, un’altra parabola, quella dei vignaioli omicidi (Matteo 21, 33-43), aveva subito lo stesso trattamento selettivo.

All’Angelus, nel commentare la parabola, il papa ha omesso di dire che cosa il padrone della vigna fa a quei contadini che gli hanno ucciso i servi e da ultimo il figlio: “Quei malvagi li farà morire miseramente”. Né tanto meno ha citato le parole conclusive di Gesù, riferite a se stesso come “pietra angolare”: “Chi cadrà sopra questa pietra si sfracellerà; e colui sul quale essa cadrà, verrà stritolato”.

Piuttosto, papa Francesco ha insistito nel difendere Dio dall’accusa di essere vendicativo, quasi a voler mitigare gli eccessi di “giustizia” ravvisati nella parabola:

“È qui la grande novità del cristianesimo: un Dio che, pur deluso dai nostri sbagli e dai nostri peccati, non viene meno alla sua parola, non si ferma e soprattutto non si vendica! Fratelli e sorelle, Dio non si vendica! Dio ama, non si vendica, ci aspetta per perdonarci, per abbracciarci”.

Nell’omelia della festa di Pentecoste, lo scorso 4 giugno, Francesco ha polemizzato, come spesso fa, con “chi giudica”. E nel citare le parole di Gesù risorto agli apostoli e implicitamente ai loro successori nella Chiesa (Giovanni 20, 22-23) le ha troncate volutamente a metà:

“Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati”.


Tacendo il seguito:

“A coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.

Che il troncamento fosse deliberato è provato dalla sua reiterazione. Perché un taglio identico a queste parole di Gesù Francesco l’aveva fatto anche il 23 aprile precedente, al Regina Coeli della prima domenica dopo Pasqua.
Anche il 12 maggio scorso, in visita a Fatima, Francesco ha mostrato di voler esonerare Gesù dalla fama di giudice inflessibile, alla fine dei tempi. E per questo ha messo in guardia dalla seguente falsa immagine di Maria:

“Una Maria abbozzata da sensibilità soggettive che la vedono tener fermo il braccio giustiziere di Dio pronto a punire. Una Maria migliore del Cristo, visto come giudice spietato”.

Va aggiunto che la libertà con cui papa Francesco taglia e cuce le parole della Sacra Scrittura non riguarda solo il giudizio universale. Assordante, ad esempio, è il silenzio in cui egli ha sempre avvolto la condanna fatta da Gesù dell’adulterio (Matteo 19, 2-11 e passi paralleli).
Con sorprendente coincidenza, questa condanna era contenuta nel brano del Vangelo che si leggeva in tutte le chiese del mondo proprio la domenica d’inizio della seconda sessione del sinodo dei vescovi sulla famiglia, il 4 ottobre 2015. Ma né nell’omelia, né all’Angelus di quel giorno papa Francesco vi fece il minimo cenno.
E neppure vi ha fatto cenno all’Angelus di domenica 12 febbraio 2017, quando quella condanna è stata di nuovo letta in tutte le chiese.
Non solo. Le parole di Gesù contro l’adulterio non compaiono neppure nelle duecento pagine dell’esortazione postsinodale “Amoris laetitia”.
Così come non vi compaiono nemmeno le terribili parole di condanna dell’omosessualità scritte dall’apostolo Paolo nel primo capitolo della Lettera ai Romani.
Primo capitolo anch’esso letto – altra coincidenza – nelle messe feriali della seconda settimana del sinodo del 2015 (come anche nelle messe di pochi giorni fa). A dire il vero senza che quelle parole figurassero nel messale, ma in ogni caso senza che il papa o altri mai le citassero, mentre in sinodo si discuteva di cambiare i paradigmi di giudizio sull’omosessualità:

“Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa” (Romani 1, 26-32).

Inoltre, qualche volta papa Francesco si prende anche la libertà di riscrivere a modo suo le parole della Sacra Scrittura.
Ad esempio, nell’omelia mattutina a Santa Marta del 4 settembre 2014 a un certo punto il papa attribuì testualmente a san Paolo queste parole “che scandalizzano”: “Io mi vanto soltanto dei miei peccati”. E concluse invitando anche i fedeli presenti a “vantarsi” dei propri peccati, in quanto perdonati dalla croce di Gesù.

Ma in nessuna delle lettere di Paolo si trova una simile espressione. Piuttosto l’apostolo dice di se stesso: “Se è necessario vantarsi, mi vanterò delle mie debolezze” (2 Corinti 11, 30), dopo aver elencato tutte le traversie della sua vita, le incarcerazioni, le fustigazioni, i naufragi.
Oppure: “Di me stesso non mi vanterò, se non delle mie debolezze” (2 Corinti, 12, 5). O ancora: “Egli mi ha detto: ‘ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza’. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2 Corinti 12, 9), con di nuovo cenni agli oltraggi, alle persecuzioni, alle angosce sofferte.
Tornando al giudizio finale, anche papa Benedetto XVI riconosceva che “nell’epoca moderna il pensiero del giudizio finale sbiadisce”.
Ma nell’enciclica “Spe salvi”, tutta scritta di suo pugno, ha riaffermato con forza che il giudizio finale è “l’immagine definitiva della speranza”. È un’immagine che “chiama in causa la responsabilità”, perché “la grazia non esclude la giustizia”, anzi, “la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna”, perché “solo con l’impossibilità che l’ingiustizia della storia sia l’ultima parola diviene pienamente convincente la necessità del ritorno di Cristo e della nuova vita”.
E ancora:

“La grazia non cambia il torto in diritto. Non è una spugna che cancella tutto, così che quanto s’è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore. Contro un tale tipo di cielo e di grazia ha protestato a ragione Dostoëvskij nel suo romanzo ‘I fratelli Karamazov’. I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato”.

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Buona festa dei “diavoli” a tutti. Dal Pontificio Consiglio per il Dialogo (CONCILIARE)

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Segnalazione di F.F.

di Fra Cristoforo


Articolo pubblicato sul sito Anonimi della Croce

L’immagine e la nota introduttiva sono nostre

Nostra nota introduttiva

Nell’immagine: la dea Laksmi, di cui – dicono gli Indù – «La festa di Divali, festa delle luci, rappresenta la divina unione di Laksmi con il Dio Visnu. In questo periodo ogni luce, ogni lumino, ogni lampada viene accesa in onore della venuta di Laksmi sulla terra»

A me sembra tutta una pagliacciata. Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha avuto la geniale idea di mandare gli auguri a tutto il popolo Indù per una imminente festa pagana detta “divali” o “dipavali” (o diavoli fa lo stesso)
https://ilsismografo.blogspot.it/2017/10/vaticano-messaggio-del-pontificio.html
Una sorta di richiesta di aiuto per prosperità varie a divinità induiste, che invocano idoli, demoni e compagnia (https://www.hinduism.it/events/divali-o-dipavali/).

Ma proprio non avevano altro da fare. Il Pontificio Consiglio si auspica “che questa celebrazione delle luci illumini le vostre menti e la vostra vita, rallegri i vostri cuori e le vostre case, rafforzando famiglie e comunità!”. Testuali parole.

Anziché pensare che questi poveri fratelli sono nell’errore da secoli, e che con carità vanno evangelizzati e accompagnati alla Verità di Cristo, questi perdono tempo e inchiostro ad invogliare la celebrazione di queste feste. Proprio come hanno sempre fatto con i musulmani augurando loro “buon ramadan”, buon qui, buon la.

Nella neo chiesa ormai l’evangelizzazione è presa come “proselitismo”. E dunque per loro è sbagliato portare le anime a Gesù Cristo, perché significa fare “proseliti”. Trasgredendo così il comandamento di Gesù: “Andate e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16). E’ una grossa responsabilità, oltre che una grave mancanza.

La mia non è intolleranza. E neppure integralismo. E’ una semplice e reale visione delle cose. Una Chiesa che va allo sfascio totale spinta al baratro dai suoi stessi ministri. Che invece di difendere le pecore, le consegnano al lupo con tanto di pacco regalo.

Aspettiamoci ora che ci augurino anche “Buon Halloween” a tutti quanti.

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Galantino accelera su Lutero: “Opera dello Spirito Santo”

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CHIESA/RELIGIONE CONCILIARE

Segnalazione di F.F.

Galantino parla della riforma di Lutero come di “un’opera dello Spirito Santo”. Le parole del segretario Cei che faranno discutere

di Francesco Boezi

Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, ha esaltato Lutero e la sua riforma intervendo alla Pontificia Università Lateranense in un convegno, “Passione per Dio”.

Spiritualità e teologia della Riforma a 500 anni dal suo albeggiare”, promosso dall’ateneo vaticano, citando, per mezzo della lettura di un passo, l’autore della riforma: “Mi sono schierato contro tutti i papisti, contro il Papa e le indulgenze ma solo predicando la Parola di Dio. E quando io dormivo la parola di Dio operava tali cose che il Papa è caduto”. Una frase storicamente considerata come offensiva nei confronti del Papa. Continua a leggere

Avvenire fa lo spot allo “Ius Soli e “dimentica” l’aborto

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CHIESA CONCILIARE

Segnalazione di Corrispondenza Romana

Già da diversi anni i dati Istat certificano il drammatico calo delle nascite nel nostro paese, tanto che il numero dei morti ha ormai superato quello dei nati. Eppure, Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, sembra focalizzare l’attenzione sul problema demografico proprio ora, guarda caso nel bel mezzo del dibattito politico circa l’approvazione dello “Ius soli”.

In un articolo dell’otto ottobre dal titolo “Senza i figli degli immigrati inverno demografico più rigido”, Francesco Riccardi descrive con dovizia di particolari statistici il trend negativo delle nascite in Italia, per concludere che l’apporto demografico degli stranieri, seppur non sia risolutivo, rappresenta una delle poche ancore di salvezza cui aggrapparsi. Continua a leggere

Un nuovo rito in chiesa per celebrare le nozze gay. L’ultima idea del “vescovo” di Anversa

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I TITOLI ECCLESIASTICI VANNO INTESI COME RIFERITI ALLA CHIESA CONCILIARE, NON A QUELLA CATTOLICA (N.D.R.)

Un nuovo rito in chiesa per celebrare le nozze gay. L’ultima idea del vescovo di Anversa

Il vescovo di Anversa, mons. Johan Bonny, ha proposto di creare “un rito alternativo” che consenta la benedizione delle coppie omosessuali, dei divorziati risposati e dei conviventi. Lo scrive nel suo ultimo libro, Puis-je? Merci. Désolé (Posso? Grazie. Mi spiace), pubblica…

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http://www.ilfoglio.it/chiesa/2016/10/12/news/un-nuovo-rito-in-chiesa-per-celebrare-le-nozze-gay-lultima-idea-del-vescovo-di-anversa-105245/ Continua a leggere

Se i francescani di Boston vanno al Gay Pride e un “vescovo” australiano si fa paladino degli LGBT

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Segnalazione di F.A.

http://www.iltimone.org/images/news_483x309/boston.jpg/400x256.jpg

La foto dei frati francescani di Boston che partecipano sorridenti al cittadino festival gay con un loro stand davanti a cui campeggia in colori arcobaleno la scritta «Chi sono io per giudicare?», vale più di mille articoli e trattati. Dice soprattutto a quale tremendo equivoco abbiano dato origine le parole che papa Francesco ha pronunciato il 29 luglio 2013 parlando con i giornalisti sull’aereo di ritorno dal viaggio in Brasile.

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http://www.iltimone.org/31930,News.html Continua a leggere

I comunisti che piacciono al “papa”. E viceversa

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I titoli ecclesiastici dell’articolo vanno intesi come riferiti alla “Chiesa ufficiale, ossia conciliare”, non alla Chiesa Cattolica 

Segnalazione di www.unavox.it

di Sandro Magister

Pubblicato sul sito dell’Autore



Nei giorni scorsi sono capitate a Roma un paio di cose curiose. E a loro modo istruttive.

La prima è l’inizio della collaborazione ad “Avvenire”, il quotidiano della conferenza episcopale italiana, del disegnatore satirico Sergio Staino, con una striscia domenicale dal titolo “Hello, Jesus!”.

Qui la sorpresa sta nel fatto che Staino è comunista inossidabile, è stato “figlio dei fiori” e paladino del libero amore, è stato l’ultimo direttore, fino a pochi mesi fa, de “L’Unità”, il defunto quotidiano del partito comunista italiano e poi dei partiti che gli sono succeduti, ed è presidente onorario della UAAR, Unione Atei e Agnostici Razionalisti.

Lo svagato Gesù delle sue strisce abita ancora a Nazaret con Giuseppe e Maria, dà una mano al padre in falegnameria, ma ha già la testa altrove, a quando se ne andrà per diventare finalmente – parole di Staino – “il primo dei socialisti, il primo a combattere per i poveri”.

Intervistato sullo stesso “Avvenire” il giorno del suo esordio, Staino ha raccontato che tempo fa, quando a papa Francesco, in una “lunga telefonata”, fu riferito da Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food, che alla madre dello stesso Staino, nel lontano 1948, era stata negata l’assoluzione sacramentale per aver votato per il partito comunista, il papa sbottò sorridendo: “Dica alla madre di questo suo amico che quella assoluzione se la vuole gliela do io”.

Ciò non toglie che il suo arrivo ad “Avvenire” ha provocato un diluvio di proteste. Compresa quella dell’editore del giornale, nella persona del segretario generale della conferenza episcopale italiana, il vescovo Nunzio Galantino, del quale il direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio ha riportato ai lettori le seguenti parole: “Non condivido, perché non capisco proprio quale valore aggiunto viene al nostro giornale dalle strisce di Staino”.

Ed è appunto qui ciò che di istruttivo si può ricavare dalla vicenda. Perché ora c’è la prova che il potere di Galantino sulla conferenza episcopale e sul suo giornale non conta più come quando papa Francesco lo nominò segretario generale e di fatto suo luogotenente unico, con l’effetto che ogni sua parola o decisione pesava come se provenisse dal papa.

Oggi la conferenza episcopale ha un nuovo presidente nella persona del cardinale Gualtiero Bassetti, questo sì molto vicino a Francesco e molto più abile nel capirne e assecondarne i voleri.

Mentre la caduta di Galantino dalle grazie del papa è sempre più evidente e il caso Staino ne è la conferma lampante.

Non solo, infatti, il direttore di “Avvenire” ha deciso da solo, senza aver “chiesto autorizzazioni preventive all’editore”, ma ha rivendicato sulle pagine di “Avvenire” la giustezza di questa sua decisione, per di più mettendo in pubblico l’ininfluente parere contrario di monsignor Galantino.

Al quale ha come detto addio proprio nel momento in cui ha dato il benvenuto a Staino, a sua volta “assolto” da papa Francesco.

*


Il secondo episodio ha visto protagonista un altro giornale, “Il Manifesto”, l’unico che in Italia associa alla propria testata la dicitura: “Quotidiano comunista”.

Giovedì 5 ottobre – guarda caso proprio nell’anno centesimo della “Rivoluzione di ottobre” – “Il Manifesto” è uscito in edicola con allegato un libro con i tre discorsi di papa Francesco ai “movimenti popolari”, da lui convocati una prima volta a Roma nel 2014, poi in Bolivia nel 2015 e poi ancora a Roma nel 2016.

Intervistata da “Avvenire”, la direttrice del “Manifesto” Norma Rangeri ha così spiegato la scelta:
“Sentiamo nostri questi messaggi del papa e vogliamo portare ai nostri lettori la radicalità e la semplicità di queste sue parole. […] Lì c’è un’idea nuova di politica, il papa cita anche Esther Ballestrino de Careaga, per la sua concezione della politica. È una comunista di origini paraguayane”. (E fu insegnante di chimica del giovane Jorge Mario Bergoglio, che incontrò le sue due figlie durante la sua visita in Paraguay, nel luglio del 2015).

Dei discorsi di Francesco ai “movimenti popolari” e della sua visione politica i lettori di Settimo Cielo sono già ampiamente informati:


Ma dalla loro pubblicazione ad opera del “Manifesto” si possono ricavare ulteriori informazioni. Perché nel libro, oltre ai discorsi, vi sono un’intervista e una postfazione che arricchiscono il quadro, la prima con l’argentino Juan Grabois e la seconda dello studioso italiano Alessandro Santagata.

Grabois, 34 anni, figlio di uno storico dirigente peronista, dirige oggi la Confederación de Trabajadores de la Economía Popular ed è vicino a Bergoglio dal 2005, cioè da quando l’allora arcivescovo di Buenos Aires era alla testa della conferenza episcopale argentina. Divenuto papa, Francesco l’ha nominato consultore del pontificio consiglio della giustizia e della pace, oggi assorbito nel nuovo dicastero  per il servizio dello sviluppo umano integrale. Ed è lui, Grabois, il più attivo a tirare le fila delle convocazioni attorno al papa dei “movimenti popolari”.

L’idea cominciò a prendere corpo subito dopo l’elezione di Francesco. Dopo la messa inaugurale del nuovo pontificato – alla quale era presente in prima fila, accanto ai capi di Stato, anche l’argentino Sergio Sánchez, capo del Movimiento de Trabajadores Excluidos –, Grabois racconta di essere stato contattato dall’arcivescovo Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere della pontificia accademia delle scienze, anche lui argentino e più che mai impaziente di entrare nella cerchia dei favoriti del nuovo papa.

Sorondo chiese a Grabois di aiutarlo a organizzare in Vaticano un seminario dal titolo “Emergenza esclusi”, che effettivamente si tenne nel dicembre del 2013 e al quale prese parte anche Joao Pedro Stédile, leader in Brasile del Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra.

Fu questo seminario l’anteprima della successiva prima convocazione a Roma attorno a papa Francesco dei “movimenti popolari”, una rete di un centinaio di sigle di tutto il mondo ma in prevalenza latinoamericane, in larga misura le stesse delle memorabili adunate anticapitaliste e no-global di Seattle e di Porto Alegre.

Per organizzare sia questo che gli incontri successivi fu creato un comitato composto da Grabois, da Stédile e da altri due attivisti: Jockin Arputham della National Slum Dwellers Federastion e Charo Castelló del Mouvement Mondial des Travailleurs Chrétiens. Più il gesuita Michael Czerny, oggi sottosegretario del dipartimento migranti e rifugiati presso il dicastero per lo sviluppo umano integrale, dipartimento di cui papa Francesco ha riservato a sé personalmente la direzione. A giudizio di Grabois, il ruolo di padre Czerny è stato fin qui “d’importanza vitale per il raccordo con le varie organizzazioni popolari”.

Nel libro edito dal “Manifesto”, sia Grabois che Santagata fanno notare che buona parte dei “movimenti popolari” sui quali il papa fa affidamento sono critici nei confronti dell’istituzione Chiesa e in contrasto con i dogmi cattolici su questioni come l’aborto o i diritti degli omosessuali. Ma “tali contraddizioni non condizionano troppo i lavori degli incontri, poiché essi sono incentrati su tematiche specifiche legate alla lotta per la terra, la casa e il lavoro”.

Una quarta convocazione dei “movimenti popolari” era prevista a Caracas per l’ottobre di quest’anno. Ma è stata sospesa a motivo del disastro in cui il Venezuela è precipitato.

In compenso hanno cominciato a tenersi degli incontri su scala non mondiale ma regionale. Il primo si è tenuto a Modesto, in California, dal 16 al 19 febbraio del 2017, per i movimenti degli Stati Uniti. Un altro si è tenuto il 20-21 giugno a Cochabamba, in Bolivia, per i movimenti dell’America latina.

Con l’incontro di Modesto papa Francesco si è collegato in videoconferenza, leggendo un discorso perfettamente in linea con i tre precedenti.

Non si è fatto vivo invece con i convenuti a Cochabamba. Ma a proposito di queste adunate su scala regionale Santagata scrive:
“Come mi ha riferito [Vittorio] Agnoletto, nell’ultimo incontro in Vaticano si sono levate critiche nei confronti di tale proposta di strutturazione per reti[territoriali] che, a suo giudizio, rischia di dare vita a una serie di ‘scatole vuote’ in concorrenza con l’organizzazione del World Social Forum”.

Agnoletto, eletto nel 2004 per cinque anni al parlamento europeo nelle liste di Rifondazione Comunista. è stato a lungo rappresentante italiano nel consiglio internazionale del World Social Forum nato a Porto Alegre e ha preso parte a vari incontri in Vaticano su queste tematiche.

Tra il World Social Forum e i “movimenti popolari” cari a papa Francesco c’è infatti un crescente attrito. A giudizio di Grabois, il primo “ha tradito la sua essenza per trasformarsi in una sequenza di rituali o di attività turistiche per militanti”.

Mentre i secondi, i movimenti benedetti dal papa, sarebbero oggi i soli capaci di “promuovere l’organizzazione comunitaria degli esclusi per costruire dal basso l’alternativa umana a una globalizzazione emarginatrice”. Anche a costo di uscire dai “confini stretti della democrazia ufficiale” e di adottare “pratiche che potrebbero essere criminalizzate dagli Stati”.

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