Calcio sempre a porte chiuse?

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L’EDITORIALE DEL VENERDÌ

di Matteo Orlando
L’incontro di calcio valevole per i sedicesimi di finale (gara di ritorno) di Europa League, tra l’Internazionale di Milano e i bulgari del Ludogorets, giocato a porte chiuse a causa dell’emergenza sanitaria dovuta al Coronavirus e, per la cronaca, vinto dai padroni di casa per due reti ad una, ci dà la possibilità di riflettere su alcuni particolari niente affatto secondari.
L’apparente atmosfera spettrale dello Stadio Giuseppe Meazza (o San Siro che dir si voglia), insomma la Scala del calcio milanese in funzione dal 1926, che adispetto dei suoi quasi 76 mila posti a sedere ha registrato un “pubblico” di qualche decina di persone, tra calciatori delle due squadre, panchine, tecnici, giornalisti e radiotelecronisti, ci ha fatto riflettere moltissimo sulla aggressività negli stadi, sia in campo che sugli spalti e, spesso, anche fuori dagli stadi.
L’impianto calcistico che ospita le gare interne dell’Inter e del Milan, giudicato nel 2009 dal quotidiano britannico The Times come il secondo stadio più bello del mondo, senza pubblico ci ha fatto notare la triste realtà che sono davvero le folle, radunate in un luogo ristretto come può essere uno stadio, ad esacerbare gli animi sportivi.
Sono un appassionato di calcio, sono stato anche arbitro di calcio (per un biennio) e nella mia vita avrò visto migliaia di partite (anche dei campionati stranieri, specialmente la Liga spagnola, la Bundesliga tedesca e la English Premier League) ed ho sempre pensato che il calcio senza tifosi sia improponibile.
Tuttavia, seguendo su TV8 il match, mi sono ricreduto.
Senza tifosi sugli spalti è mancata qualsiasi forma di agitazione e, per quelle poche volte che accade a Milano, violenza.
È vero che ci sono stati ritmi molto bassi, poche occasioni, il tutto in un ambiente dove rimbombavano le indicazioni dei protagonisti in campo e degli allenatori.
Tuttavia ho notato che nessun contrasto tra calciatori è stato inasprito dalle urla di migliaia di persone. Nessuna giocata è sembrata particolarmente violenta, come a volte sembrano con il pubblico sugli spalti, nessun carattere focoso, di calciatori o tecnici, è emerso senza pubblico allo stadio. Anche i telecronisti mi sono sembrati più tranquilli, mentre solitamente anche loro si lasciano “guidare” dai tifosi e dalle loro urla.
Sul terreno di gioco non ho riscontrato nessun episodio veramente cattivo.
Non ho visto calciatori agitati, alcun fare minaccioso.
Anche la terna arbitrale, guidata dal tedesco Siebert, che non è stata esente da errori, ha tuttavia visto rispettare da tutti il suo ruolo.
Gli allenatori Conte e Vrba, rispetto al solito, si sono dimostrati compassati.
Movimenti e gesti sono sembrati tutti scrupolosamente ponderati.
Se quello che ho scritto vi sembra un tantino edulcorato, cioè presentato in maniera meno grave di quanto non sia effettivamente stato in campo, vi invito a leggere il tabellino della partita.
Due soli ammoniti, D’Ambrosio (Inter) per un’entrata scomposta su Marcelinho e Wanderson (Ludogorets). E, soprattutto, in novantasette minuti di gioco (compresi i due recuperi), solo 14 falli, sei fatti dai giocatori dell’Inter, otto dagli avversari. Insomma una partita correttissima.
Proviamo a fare un ipotesi di fantacalcio. Cerchiamo di immaginare un intero campionato di calcio senza spettatori, se non quelli davanti ai televisori e con le squadre che si accontentano dei milioni di euro dei diritti televisivi e rinunciano alle “briciole” degli incassi ai botteghini.
Provate ad immaginare decine di migliaia di persone che rimangono nelle loro case, con le loro famiglie, e dedicano solo 90 minuti della loro domenica al calcio, invece di ore e ore, come spesso accade, per seguire le loro squadre del cuore in trasferta.
Provate a immaginare quanto personale delle forze dell’ordine, impegnato domenicalmente in tutta la penisola, potrebbe dedicarsi ad altro.
Provate ad immaginare quante violenze scomparirebbero.
Provate ad immaginare quanto sarebbe veramente educativo il calcio senza violenze per i nostri giovani.
Last, but not least, provate a immaginare quanto tempo si potrebbe sottrarre a cose inutili per dedicarle a Dio, specialmente la domenica, giorno del Signore!

“Spin Parental” in Spagna

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di Matteo Orlando

 

In Spagna da qualche mese si parla del “pin parental”, una modalità che dovrebbe dare la possibilità ai genitori di ritirare i loro figli da corsi scolastici che vanno contro i loro principi morali, per esempio quelli improntati all’ideologia gender. Si vorrebbe dare la possibilità ai genitori, attraverso l’uso di un documento, di dare il consenso esplicito alla partecipazione dei propri figli e delle proprie figlie alle attività complementari delle scuole, nel caso in cui il loro contenuto riguardi questioni morali socialmente controverse o la sessualità, o comunque vada contro i principi morali che i genitori desiderano trasmettere ai figli, perché invasive per la coscienza e l’intimità.

La proposta, nata anche a seguito dell’opposizione di alcuni gruppi come il Forum della famiglia alle attività organizzate in alcune scuole con il sostegno delle associazioni Lgbtqi+, è stata avanzata dal partito di destra Vox, guidato da Santiago Abascal, ed ha trovato l’appoggio anche del Partito Popolare di Pablo Casado.

Il pin parental, invece, è aspramente criticato dal governo delle sinistre, guidato da Pedro Sanchez, che sta orientando il paese iberico verso posizioni sempre più iper-progressiste. In particolare hanno preso posizione contro la ragionevole iniziativa le ministre della Pubblica Istruzione e dell’Uguaglianza.

Il pin parental era stato inserito nel programma di Vox e il partito ha cominciato a mettere in pratica questa promessa nella comunità autonoma di Murcia. Lo scorso agosto, il Ministero regionale della Pubblica Istruzione aveva inviato ad ogni scuola, dall’asilo al liceo, l’indicazione di richiedere il consenso della famiglia per le attività complementari. Inutile sottolineare che varie lobby si sono mosse per contrastare l’iniziativa. Così sindacati, opposizione e vari movimenti hanno fatto ricorsi anche perché in Spagna le attività complementari si svolgono durante l’orario scolastico e sono obbligatorie.

Vox ha poi ottenuto l’inserimento del pin parental nella legge di bilancio per il 2020, aprendo la strada a una modifica dei decreti che rendono obbligatorie le attività complementari.

Il dibattito, però, è subito uscito dalla comunità di Murcia, perché Vox sta cercando di ottenere l’approvazione dello stesso tipo di provvedimento anche nei comuni e nelle regioni dove è riuscito ad ottenere una buona porzione di voti.

Nelle ultime settimane ha preso posizione anche il nuovo governo spagnolo guidato da Pedro Sánchez, leader del Partito Socialista (PSOE): ha promesso di fermare il pin parental.

La ministra della Pubblica Istruzione, Isabel Celáa ha chiesto ufficialmente al parlamento della Murcia di eliminare il pin parental e la ministra per l’Uguaglianza, Irene Montero, ha parlato di censura educativa.

Il 20 febbraio 2020 l’Associazione spagnola degli avvocati cristiani ha presentato una denuncia alla Camera penale della Corte suprema contro María Isabel Celaá, ministro dell’istruzione e della formazione professionale e portavoce del governo, per la violazione dei diritti individuali dei genitori in base all’articolo 542 del codice penale spagnolo.

L’organizzazione dei giuristi cristiani ritiene che la posizione della Celaá in merito al Pin parentale violi l’articolo 27.3 della Costituzione in cui si afferma che “le autorità pubbliche devono garantire il diritto dei genitori a far ricevere ai loro figli una formazione religiosa e morale che concorda con le proprie convinzioni”, l’articolo 16.1 che stabilisce “il diritto alla libertà ideologica, religiosa e religiosa”, l’articolo 39.3  che stabilisce “il dovere dei genitori di fornire assistenza ai propri figli in tutto”.

Gli avvocati cristiani hanno affermato anche che il capo della Pubblica Istruzione, con la sua posizione contro il Pin parentale, sta agendo contro la Convenzione europea dei diritti dell’uomo che stabilisce che “lo Stato, nell’esercizio delle funzioni assunte nel campo della educazione all’educazione, deve rispettare il diritto dei genitori a garantire questa educazione e questo insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche”.

Il presidente degli avvocati cristiani, Polonia Castellanos, ha spiegato che non è ammissibile che un ministro vieti una misura, come il Pin parentale, che vuole rispettare i diritti di tutti i genitori.

Il Castrismo raddoppia gli attacchi contro i cristiani

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L’EDITORIALE DEL VENERDÌ
di Matteo Orlando
Il quotidiano ABC ha rivelato le conclusioni del Rapporto Patmos sulla Libertà Religiosa del 2019 a Cuba.
Se l’intensità della persecuzione anticristiana (e dunque anticristica) è rimasta a bassa intensità, le molestie si intensificano per i fedeli di tutte le confessioni.
La maggior parte delle confessioni con una presenza a Cuba, infatti, aveva fatto appello a votare contro la riforma della Costituzione, referendum che il regime ha organizzato e vinto il 24 febbraio 2019.
La scelta delle confessioni cristiane era dovuta al fatto che la nuova Costituzione esclude qualsiasi pluralismo politico e contempla la separazione della libertà religiosa dalla libertà di coscienza.
Il prezzo di questa opposizione alla riforma costituzionale è stato un’intensificazione delle molestie nei confronti delle confessioni e una diversificazione delle modalità repressive. Un’ennesima prova, se ce ne fosse bisogno, delle difficoltà legate alla pratica della fede cristiana in una dittatura comunista.
E Cuba, purtroppo, non fa eccezioni, visto che anche sull’isola caraibica non c’è la minima intenzione di rendere la vita più facile ai credenti al di là dell’esercizio di base di culto.
Due chiese cattoliche, infatti, secondo il rapporto, hanno subito attacchi.
Nella notte tra sabato 8 e domenica 9 giugno 2019, giorno di Pentecoste, la parrocchia «La Cruz de Mayo», situata a Camajuaní (provincia di Villa Clara) ha subito una profanazione, attraverso il furto di un campanile in bronzo, del vino utilizzato per la consacrazione, di un calice e diversi fiocchi d’argento. Come dimostrazione di un’azione in odio alla fede una tonaca era stata fatta a pezzi.
Una situazione simile è stata vissuta due mesi dopo presso la chiesa dedicata alla Madonna della Guardia, nel quartiere Luyanó dell’Avana. Secondo il rapporto, i profanatori hanno forzato il cancello ed hanno preso una serie di oggetti di culto.
Diversi mesi dopo, i parroci di entrambe le chiese non hanno ancora avuto notizie sulla paternità e la motivazione della profanazione.
Il rapporto evidenzia anche le molestie a cui sono sottoposti i fedeli cattolici e attesta la repressiva raffinatezza del regime.
Per esempio l’8 settembre, festa della Virgen del Cobre, patrona di Cuba, la tradizione stabilisce di onorare la Vergine con i girasoli. Bene, pochi giorni prima della festa questi fiori sono stati ritirati dai mercati.
Questo episodio si è unito ad altri episodi di ostacoli alla fede come, per esempio, quelli che sono stati posti a diversi fedeli in modo che non partecipassero al funerale del cardinale Jaime Ortega (che, peraltro, non era di gran lunga il principale oppositore del regime).
Quattro giorni dopo quelle esequie furono anche cancellati all’ultimo minuto gli eventi pubblici legati alla Giornata Nazionale della Gioventù Cattolica.
Per quanto riguarda le persone, è necessario sottolineare la situazione dell’intellettuale cattolico Roberto Quiñones, riconosciuto prigioniero di coscienza da Amnesty International, incarcerato dall’11 settembre a Guantanamo e la cui salute è peggiorata negli ultimi giorni. Quiñones è un prigioniero cattolico a lungo termine.
Purtroppo anche altri Cristiani non se la passano bene, soffrendo a causa degli arresti brevi ma costanti.
Il rapporto ricorda che ogni domenica del 2019, una media di trenta cittadini ha dichiarato di aver subito arresti a casa prima di incamminarsi per assistere alla Santa Messa, o durante essa.
La consueta pratica è di portarli in caserme militari, dove vengono minacciati, multati e di solito trattenuti per un giorno, a volte di più.
Tecniche di molestie che si estendono ai fedeli di altre confessioni diverse da quella Cattolica.
Un episodio fa molto riflettere.
Il 2 novembre scorso i parrocchiani della Chiesa episcopale di Los Arabos, a Matanzas hanno subito, oltre alla classica dissacrazione, il furto di un dispositivo idraulico che fornisce acqua potabile. Il dispositivo in questione è stato donato dalle chiese protestanti americane. Il dettaglio non è banale, perché mostra le molestie alle quali le autorità comuniste sottopongono i religiosi stranieri che viaggiano a Cuba per assistenza e formazione.
Il pastore nicaraguense-americano Edgar Santana ha dovuto affrontare un interrogatorio della polizia non appena arrivato a Cuba. Il sistema di limitazione dei movimenti del clero viene esercitato anche nella direzione opposta, con il regime che ha improvvisamente annullato il viaggio negli Stati Uniti di una dozzina di pastori che erano stati invitati alla Seconda Conferenza ministeriale per il progresso delle libertà religiose. Ad alcuni è stato impedito di uscire di casa, ad altri era stato detto dell’impossibilità di viaggiare dall’aeroporto dell’Avana, dove erano arrivati ​​dopo aver viaggiato per centinaia di chilometri dalle rispettive province.
La dittatura comunista estende anche i suoi tentacoli nella direzione di altre confessioni non cristiane.
Il Castroismo ha vietato alla comunità ebraica Bnei Anusim di coordinarsi con altre comunità che professano la stessa fede.
Il panorama della libertà religiosa che descrive questa nuova edizione del Rapporto Patmos è preoccupante, nonostante gli sforzi della dittatura di proiettare un’altra immagine di Cuba, anche nella sfera religiosa.
La realtà che mostra il rapporto è invece molto diversa. Eppure, c’è una minima speranza.
“La disperazione del sistema repressivo è un segno che il sistema sta annacquando e affondando; solo i sistemi in declino, che vedono avvicinarsi la fine, agiscono con tale nervosismo”, ha dichiarato il pastore battista Mario Félix Lleonart.
Chissà!

Svizzera: omofobia nel Codice Penale

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di Matteo Orlando per AGERECONTRA.IT

Ancora una volta le lobby LGBTIQ (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, intersessuali, queer), sono riuscite ad imporre le loro “agende omosessualiste” al potere politico.
Questa volta è accaduto in Svizzera dove la protezione contro l’omofobia sarà iscritta nel Codice penale.
Il 63% degli elettori (1.413.609 elettori) ha approvato attraverso un referendum che prevede l’introduzione dell’omofobia nel Codice penale svizzero.
Così discriminazioni e aggressioni basate sull’orientamento sessuale,
aggressioni legate all’omo-, etero- o bisessualità di una persona o di un gruppo di persone, saranno punibili in Svizzera alla stessa stregua del razzismo.
I votanti a favore del quesito referendario hanno votato ciò che hanno proposto il governo e la maggioranza del parlamento, cambiando un collaudato sistema legale che prevedeva pene detentive e pecuniarie per atti pubblici o dichiarazioni discriminanti basate sull’appartenenza razziale, etica o religiosa, ma non sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere.
La neo legislazione omosessualista svizzera segue l’esempio di paesi come la Francia, l’Austria, la Danimarca e i Paesi Bassi, paesi con lobby omosessualiste imperanti, che hanno già adottato leggi che consentono di punire l’omofobia in base al diritto penale.
La proposta di inserire l’omofobia nel diritto penale svizzero ha ottenuto massicci sostegni soprattutto nella Svizzera progressista (la Svizzera romanda e il Canton Ticino) dove circa i due terzi dei votanti hanno approvato la modifica (ha votato sì il 70% dei votanti nei Cantoni di Neuchâtel e del Giura e addirittura l’80% nel Canton Vaud).
Diverso, invece, è stato il risultato nella Svizzera tedesca, più tradizionale e religiosa, dove l’estensione della norma penale è stata bocciata dai Cantoni di Uri, Svitto e Appenzell Innerrhoden.
Alla fine, in tutta la Svizzera i No sono stati 827.361.
Se, naturalmente, i promotori della norma “anti-omofobia” si rallegrano per il risultato di domenica 9 febbraio, e si preparano a nuove battaglie omosessualiste, dall’UDF la riflessione che arriva è di segno opposto.
“Continueremo a difendere i valori cristiani”, ha dichiarato infatti Hans Moser, presidente dell’Unione Democratica Federale (UDF), il partito conservatore che aveva lanciato il referendum contro l’estensione della norma antirazzismo alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale.
Per Moser l’esito di questo voto non va interpretato come un lasciapassare per ulteriori aperture liberal. L’Unione Democratica Federale intende battersi attivamente anche in futuro contro il “matrimonio per tutti” e contro l’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali. Marc Früh, altro esponente dell’Unione Democratica Federale, ha spiegato che durante la campagna per il voto è stato difficile comunicare alla gente il nocciolo della questione, ossia la difesa della libertà di espressione.
Ma adesso cosa accadrà in Svizzera?
Per evitare conseguenze penali ognuno dovrà stare attento a ciò che scrive o dice. Infatti, saranno vietati atti pubblici o dichiarazioni che ledono la dignità umana di una persona o di un gruppo di persone in relazione al loro orientamento sessuale, che creano in tal modo “un clima di odio e mettono in pericolo la convivenza pacifica nella società”. Sarà punibile anche chi “rifiuta a qualcuno un servizio destinato al pubblico a causa del suo orientamento sessuale”.
La norma penale non dovrebbe applicarsi a dichiarazioni o atti nell’ambito della cerchia familiare o degli amici e non dovrebbe concernere neppure i dibattiti obiettivi in pubblico, che restano permessi.
Ma c’è chi scommette che saranno in molti a rischiare fino a tre anni di detenzione, visto che questo tipo di reato sarà perseguito d’ufficio, dopo che le autorità verranno a conoscenza “di atti di odio e discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale”. Tuttavia alle associazioni sarà negato il diritto di essere parte in causa e di avvalersi dei mezzi di ricorso.
L’UDF, che fonda le sue posizioni politiche su principi biblici, teme un attacco alla libertà di espressione e aveva già combattuto nel 2004 l’unione domestica registrata di coppie omosessuali.
Domenica 9 Febbraio tra i maggiori partiti solo l’Unione democratica di centro (UDC) si è schierata dalla parte dell’UDF, definendo l’iniziativa una “legge museruola”, che costituirebbe una censura della libertà di espressione e di coscienza. Anche perché il Codice penale svizzero offre già una solida base legale per difendere qualsiasi cittadino in caso di ingiurie, minacce e calunnie.
Adesso, dopo il referendum, l’articolo 261bis del Codice penale svizzero – la cosiddetta norma antirazzismo – entrata in vigore il primo gennaio 1995, che punisce con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria chiunque discrimina o discredita pubblicamente una persona o un gruppo di persone per la loro razza, etnia o religione, sarà esteso anche all’orientamento sessuale.
L’articolo punisce allo stesso modo coloro che incitano pubblicamente all’odio o propagano un’ideologia intesa a discreditare o calunniare sistematicamente persone o gruppi di persone per la loro razza, etnia o religione. Anche qui si aggiungerà in futuro l’orientamento sessuale.

Entanasia: in Olanda basta una pillola. Decadenza occidentale

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L’EDITORIALE DEL VENERDÌ

di Matteo Orlando

 

In Olanda, come riportato dal quotidiano Abc, gli over 70 che sono stanchi di vivere potranno acquistare una pillola da usare per togliere la vita legalmente. La coalizione di governo vuole approvare la legge che prevederà questo entro la fine dell’anno.

Secondo la proposta non ci sarà bisogno di una prescrizione medica o di giustificare un problema di salute.

La nuova legge è stata richiesta da oltre 125 mila persone l’anno scorso. Le firmo sono state raccolte dal gruppo “Di loro spontanea volontà”, la cui portavoce Marie José Grotenhuis ha dichiarato che “la vita è un diritto, non un dovere. E gli aiuti al suicidio devono essere legalizzati, a partire dall’età di 70 anni, per le persone sane che non desiderano continuare a vivere”.

Già oggi una media di 20 olandesi si suicida ogni giorno grazie alla già in vigore legge sull’eutanasia, la più permissiva al mondo.

Non si è arrivati ad una tale follia tutto d’un tratto. Huib Drion era un giudice della Corte suprema olandese, professore di legge, saggista e accademico. Quarant’anni fa aveva lanciato l’idea che lo Stato dovrebbe mettere a disposizione dei cittadini che hanno compiuto 70 una pillola avvelenata, in modo che possano decidere a che ora vogliono finire per vivere. Drion è morto in pace per cause naturali mentre dormiva nella sua casa di Leida nel 2004, all’età di 86 anni. Ma la sua proposta ha ravvivato l’ala pro-eutanasia della politica olandese ed è attualmente sul tavolo dell’attuale governo che  ha iniziato a elaborarne l’attuazione.

Il governo olandese ha appena pubblicato un primo studio sulla parte di popolazione in cui questa pillola suicida (“pillola Drion”) potrebbe diventare una realtà già quest’anno.

I dati che emergono dall’indagine rivelano che c’è una parte della popolazione di età superiore ai 55 anni  che, nonostante sia in buona salute, “ha il desiderio di morire in modo coerente e attivo”.

Il ministro della sanità, il democratico cristiano Hugo de Jonge, ha cercato di far capire ciò che dovrebbe essere fatto è “cercare di ripristinare il gusto della vita”.

Recentemente la Groenlinks (la Sinistra Verde) ha proposto di limitare la possibilità degli interventi chirurgici per i pazienti di età superiore ai 70 anni, consentendo ai geriatri ospedalieri di decidere se operare o meno e continuare a fornire cure.

Corinne Ellemeet, esponente di questo partito di orientamento eco-socialista, ha presentato una proposta in tal senso nella camera bassa olandese. In particolare la Ellemeet ha insistito sul fatto che la sua proposta, promossa come iniziativa per dare agli anziani “la migliore assistenza possibile”, non nascerebbe per “risparmiare denaro”, ma per evitare “overtreatment”, perché le operazioni non sono sempre vantaggiose e possono anche mettere in difficoltà il paziente.

In realtà la logica della sua proposta si baserebbe sul rapporto costo-efficacia. Ha sottolineato che il 70% dei pazienti negli ospedali olandesi ha più di 70 anni, il che suggerisce che non dovrebbero ricevere lo stesso trattamento dei pazienti più giovani. “Un processo di screening dovrebbe essere messo in atto quando si sta prendendo in considerazione un trattamento avanzato e costoso”, ha detto la Ellemeet, comprese le operazioni cardiache, il trattamento del cancro, la dialisi renale e simili.

“La questione centrale è questa: cosa stiamo facendo al paziente? Ospedalizzazione, anestesia, dolore e un diluvio di droghe. La ricerca dimostra che il trattamento eccessivo dei pazienti anziani è ancora un evento quotidiano”, ha denunciato la Ellemeet. In altri termini, la volontà del paziente di continuare a vivere e combattere in Olanda non avrà più un valore determinante, ma sarà fondamentale l’opinione di un geriatra e le sue previsioni sulle aspettative della qualità della vita del paziente.

La Ellemeet ha immediatamente ricevuto l’appoggio di tutti gli esponenti pro eutanasia, e si è presa le dure critiche dei pro-life dei Paesi Bassi.

Possiamo indovinare dove porterà la strada imboccata dall’Olanda? A parte i tanti casi di eutanasia che avremo, una cosa è facilmente prevedibile. Si arriverà presto ad un’assistenza medica a due livelli: da un lato i pazienti che si dovranno accontentare della sanità pubblica che non considererà più come prima gli over 70; dall’altro lato quelli abbastanza ricchi potranno pagarsi i farmaci e la sanità privata che preferiranno.

Predicatore cristiano anti-gay bandito da Edimburgo

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L’EDITORIALE del VENERDI
di Matteo Orlando
Il predicatore americano Larry Stockstill che, basandosi sulla Bibbia, ha definito le relazioni omosessuali “profondamente gravi” e “offensive verso Dio e l’umanità”, ha descritto l’aborto come “demoniaco”, l’incesto come “ripugnante” ed ha esortato le donne a evitare l’abbigliamento “provocatorio”, è stato bandito dal parlare in uno dei luoghi più prestigiosi di Edimburgo, la sala Usher. Come ha scritto il Times, il predicatore anti-omosessualista Larry Stockstill, cristiano evangelista della Louisiana, quarantuno anni di matrimonio, sei figli e tredici nipoti, avrebbe dovuto tenere il discorso principale durante una conferenza religiosa nella Usher Hall della città il prossimo giugno ma il consiglio comunale di Edimburgo ha confermato di aver annullato l’evento dopo aver ricevuto diversi reclami. Una censura preventiva quella praticata sul sessantasettenne Stockstill che era stato invitato in Scozia dalla Destiny Church, una chiesa cristiana con sede a Glasgow, nell’ambito del suo evento “Surge 2020”.
Larry Stockstill ha iniziato a predicare all’età di 16 anni, oltre 46 anni fa. Dopo il college, ha trascorso due anni in Africa occidentale come missionario, per essere poi nominato prima “pastore associato” poi “pastore capo”. In 28 anni da pastore Stockstill ha raccolto oltre 63 milioni di dollari per le missioni. Il suo primo libro, The Cell Church (Regal, 1995), è stato tradotto in molte lingue ed è ancora in uso in tutto il mondo evangelico come manuale per le chiese cellulari. Nel 2001 Stockstill ha iniziato il Surge Project, un modello di fondazione di chiese basato sul mentoring e sulla moltiplicazione. E in una dozzina di anni è riuscito a creare oltre 22 mila piccole chiese rurali in dodici zone del mondo. Nel suo ultimo libro, “Model Man”, Stockstill, che scrive di integrità, purezza, esempio, ritmo, scopo, matrimonio, figli ed eredità, ha esteso i principi di mentoring che ha usato per pastori e leader di piccoli gruppi per aiutare gli uomini a vivere una vita di “integrità basata sull’eredità cristiana ricevuta”. Insomma quella che nel mondo cattolico viene definita Tradizione, realtà sicuramente in grande crescita anche attraverso il certosino lavoro di tanti piccoli gruppi che cercano di far conoscere le verità senza tempo a quante più persone possibili

I dati dell’aborto in USA

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di Matteo Orlando

 

Da quando l’aborto è stato legalizzato negli Stati Uniti (47 anni fa con la sentenza della Corte suprema nel caso Roe vs. Wade), si stima che siano stati abortiti oltre 61 milioni di bambini.
Per la precisione il sito Life Site News ha pubblicato una nuova analisi preparata dal National Right to Life Committee che stima un totale di 61.628.584 aborti dal 1973 ad oggi.
Il direttore del Comitato nazionale per il diritto alla vita, il dottor Randall K. O’Bannon, ha fornito le cifre basate sui dati dei Centers for Disease Control (CDC) e del Guttmacher Institute, un ex braccio di ricerca della multinazionale abortista pianificata Parenthood.
Secondo Life Site News, l’Istituto Guttmacher riceve numeri direttamente dai centri di aborto ed è la fonte principale di dati più attuali a differenza del CDC che si basa su dati provenienti dai dipartimenti sanitari statali, alcuni dei quali non hanno dati completi (con California e New Hampshire che non hanno fornito dati per più di un decennio).
“Grazie a questi diversi metodi di raccolta dei dati, l’Istituto Guttmacher ha ottenuto costantemente conteggi più elevati rispetto al CDC. I ricercatori del CDC hanno ammesso che probabilmente eseguono un conteggio inferiore del numero totale di aborti perché le leggi sulla segnalazione variano da stato a stato e alcuni abortisti probabilmente non riportano i dati correttamente”, ha spiegato O’Bannon.
Life Site News osserva che la cifra totale indica che ci sono più di 2.362 aborti giornalieri e 98 aborti ogni ora negli Stati Uniti.
In generale il numero totale di aborti negli Stati Uniti è più elevato perché alcuni stati, come California, New York e Colorado, hanno legalizzato gli aborti prima della sentenza Roe vs. Wade.
“È difficile ottenere tali dati, anche se alcuni stimano che almeno un milione di aborti si siano verificati in questi stati tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70”, ha aggiunto O’Bannon.
Tuttavia negli Stati Uniti ci sono buone notizie per i sostenitori della vita. Il numero di aborti è in declino.
Nel 2015, per esempio, è stato registrato il numero più basso di aborti eseguiti dal 2006.
Tra il 2006 e il 2015 il calo ha raggiunto il 24%, il che significa che nell’ultimo anno analizzato è stato registrato il numero più basso di aborti negli ultimi 10 anni.
“Dopo aver raggiunto un massimo di oltre 1,6 milioni nel 1990, il numero di aborti compiuti ogni anno negli Stati Uniti è tornato a livelli che non sono stati visti dalla fine degli anni ’70”, ha dichiarato il National Right to Life Committee.

Trump alla Marcia per la Vita

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L’EDITORIALE del VENERDÌ
di Matteo Orlando
Per la prima volta nella storia, un presidente degli Stati Uniti parteciperà di persona e parlerà all’annuale March for Life che si terrà a Washington DC, oggi, venerdì 24 gennaio 2020.
Si tratta di un evento annuale, la “madre di tutte le marce” che, dal 1974, porta nella capitale americana centinaia di migliaia di persone per protestare contro il “crimine abominevole” dell’aborto.
Quest’anno si aspettano oltre mezzo milione di persone che protestaranno contro l’aborto legalizzato, contro il delitto diventato diritto.
“Siamo profondamente onorati di dare il benvenuto al presidente Trump alla 47a marcia annuale per la vita”, ha dichiarato Jeanne Mancini, presidente di March for Life.
“Sarà il primo presidente della storia a partecipare e siamo molto entusiasti di provare di persona quanto siano appassionati i nostri manifestanti per la vita e la protezione dei non nati”, ha continuato.
“Dalla nomina di giudici pro-life alla riduzione dei fondi dei contribuenti per gli aborti negli Stati Uniti e all’estero, alla richiesta della fine degli aborti tardivi, il presidente Trump e la sua amministrazione sono stati costanti sostenitori della vita e il loro sostegno a March for Life è sempre stato costante. Siamo grati per tutti questi successi per la vita e speriamo di ottenere più vittorie per la vita in futuro”, ha aggiunto.
Fino ad oggi Trump era intervenuto alle precedenti marce per la vita solo in video, facendo al suo posto presenziare il suo vice, il cattolico Mike Pence.
La marcia di questo 2020 si tiene poche settimane prima che la Corte suprema sia chiamata a occuparsi di un caso sul tema aborto dopo la nomina di due nuovi giudici nominati da Trump e considerati conservatori, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh. Il caso potrebbe mostrare l’eventuale disponibilità della Corte a indebolire la sentenza Roe v. Wade del 1973 che ha introdotto il “diritto” all’aborto negli Stati Uniti.
La grande manifestazione antiabortista si terrà oggi, come ogni anno, al National Mall di Washington.
In passato anche altri presidenti americani hanno sostenuto la Marcia per la Vita, basti pensare a Ronald Reagan, George Bush e George W. Bush che hanno spesso rilasciato commenti in favore della Vita, ma le loro osservazioni erano in genere pre-registrate o venivano trasmesse ai partecipanti della Marcia per la Vita in diretta con una telefonata.
Trump, invece, non solo sarà presente di persona alla Marcia per la Vita ma il suo impegno in favore della Vita nascente sembra proprio non avere eguali nella storia americana.
Il 22 gennaio 2020, nel quarantasettesimo anniversario della fatidica sentenza Roe v. Wade, Trump ha voluto istituire la “Giornata della Santità Nazionale della Vita Umana” e ha affermato: “Ogni persona – i nati e i concepiti, i poveri, gli scoraggiati, i disabili, gli infermi e gli anziani – ha un valore intrinseco. Sebbene ogni viaggio sia diverso, nessuna vita è senza valore o è insignificante; i diritti di tutte le persone devono essere difesi”.
Trump ha ripristinato e ampliato “la politica di Città del Messico”, che vieta il finanziamento dei contribuenti a gruppi che promuovono o forniscono servizi abortivi all’estero e ciò ha portato al taglio di 60 milioni di dollari a Planned Parenthood, l’organizzazione pro aborto più forte d’America.
Trump e la sua Amministrazione hanno anche apportato una serie di modifiche per ampliare l’obiezione di coscienza per gli operatori sanitari ed esteso le esenzioni contenute dell’Obamacare nei confronti degli istituti religiosi.
L’Amministrazione Trump è altresì intervenuta alle Nazioni Unite per impedire il sostegno all’aborto all’interno di una risoluzione in tema di violenza sessuale. Sotto la sua guida, infatti, il Dipartimento di Stato nel 2018 ha rimosso ogni riferimento al presunto “diritto” all’aborto inizialmente previsto in un Rapporto Onu sui diritti umani.
La scorsa primavera l’Amministrazione Trump ha anche elaborato una nuova regola che impone alle entità sanitarie la separazione dei servizi abortivi da quelli finanziati con le tasse dei contribuenti, mossa questa che potrebbe far perdere, come detto, a Planned Parenthood circa 60 milioni di dollari all’anno.
La presenza di Donald Trump alla Marcia per la Vita di questo 2020 sancisce la coerenza del presidente americano nel voler difendere, come egli stesso ha affermato, “il primo diritto nella nostra Dichiarazione di Indipendenza: il diritto alla vita”, un diritto che va esteso anche ai nascituri.
“Sono arrivato a Washington e parteciperò alla Marcia per la Vita”, ha scritto il deputato cattolico della Lega Vito Comencini.
“È un appuntamento fondamentale per quanti come me credono nelle politiche a favore della vita e della famiglia. All’evento prenderà parte anche Donald Trump, primo presidente degli Stati Uniti ad esserci di persona, segno che anche oltreoceano c’è sempre più attenzione nei confronti di questi temi.
Ho avuto intanto il piacere e l’onore di incontrare al Congresso il deputato del New Jersey Christopher H. Smith, tra i più attivi nella difesa di questi valori determinanti”.
Un inciso finale, una curiosità liturgica. Nell’area metropolitana di Washington ci sono ben sei Messe quotidiane in rito romano antico. Le domeniche ci sono quattordici Messe Vetus Ordo, tutte molto frequentate, anche da politici e funzionari del Governo.

Spagna: Vox contro il gender

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L’EDITORIALE DEL VENERDÌ
di Matteo Orlando

 

In Spagna è scontro aperto tra Santiago Abascal, il leader del partito cattolico di destra Vox e il governo rosso-viola guidato da Pedro Sanchez, il più a sinistra della storia recente spagnola.
L’ultimo terreno di lotta è il cosiddetto “pin parental” voluto da Vox per contrastare il gender nelle scuole ed altre iniziative educative non ritenute adeguate alla tradizione spagnola.
Vox, durante le ultime elezioni, ha infatti insistito molto sulla proposta di vincolare l’approvazione dei bilanci cittadini nelle comunità alla possibilità, indirizzata ai direttori dei centri educativi, di riferire preventivamente, attraverso un’autorizzazione esplicita, su qualsiasi argomento, discorso, seminario o attività scolastica che possa influire su questioni morali socialmente controverse o sulla sessualità, che possano essere invadenti per la coscienza e l’intimità dei bambini, “in modo che i genitori possano analizzarli in anticipo”, ha affermato Abascal, per “riflettere su di essi e in base a ciò dare o meno il proprio consenso”.
La coerenza di Vox ha fatto scattare l’allarme da parte dei laicisti al governo e delle lobby che lo sostengono.
Dal ministero dell’istruzione hanno minacciato di ricorrere all’azione giudiziaria per bloccare qualsiasi iniziativa di “pin parental”, e per farlo dichiarare “illegale”.
Ma da Vox hanno dichiarato che faranno di tutto per difendere il “pin parental” a fronte “dell’evidente indottrinamento all’ideologia di genere a cui sono destinati i bambini spagnoli nei centri educativi, contro la volontà e contro i principi morali dei genitori, attraverso contenuti curriculari in materie, attività di esercitazione, seminari e lezioni basati sull’ideologia gender”.
Inutile sottolineare che i gruppi omosessualisti, tutti schierati a sinistra, hanno criticato Vox arrivando a sostenere che questa misura priverebbe “i minori del loro diritto di conoscere la realtà”.

Anche a Lima i “vescovi” bestemmiano

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di Matteo Orlando per AGERECONTRA.IT
Secondo l’ACI Prensa, l’arcivescovo di Lima Monsignor Carlos Castillo Mattasoglio, ha avuto l’ardire di sostenere che “nessuno si converte davanti al Tabernacolo”, mentre, secondo lui, “è nelle relazioni umane che il Signore è nascosto”.
La blasfema affermazione dell’arcivescovo di Lima è arrivata nell’ambito dell’Assemblea arcidiocesana sinodale: “Chiesa di Lima, ti dico alzati!”, tenutasi dal 6 all’8 gennaio nella capitale peruviana.
Secondo l’arcivescovo di Lima, davanti al tabernacolo “possiamo anche sederci e pregare ma è molto raro che si abbia un’illuminazione in una situazione di passività. La contemplazione è estremamente importante, ma nella misura in cui la fede è stata trasmessa, qualcuno mi ha comunicato la fede”.
Nella sua presentazione, Monsignor Castillo ha detto ai partecipanti all’assemblea sinodale che sarebbe “terribile teologia” insegnare che la fede richiede anche uno “sforzo per corrispondere alla grazia”, mentre, secondo lui, la fede è solo un dono gratuito della grazia (esattamente quello che ha insegnato l’eretico tedesco Martin Lutero).
Questo vescovo modernista ha chiamato “soggetto credente autoreferenziale” chi si fa guidare “da certe norme e da un’interpretazione del dono di Dio come norme” ed ha spiegato che questi fedeli non si metterebbero “mai in discussione”, e credendosi di avere in mano “sempre la verità”, non sarebbe “attenti alle situazioni”.
Secondo l’ACI Prensa, in una sessione successiva Monsignor Castillo si è scusato per le sue parole sul Tabernacolo, ma non sull’attacco ai veri fedeli cattolici che cercano di rispondere alla grazia di Dio con il loro impegno morale.
Monsignor Castillo, prima della sua nomina come Arcivescovo di Lima, esattamente un anno fa, è stato professore della Pontificia Università Cattolica del Perú dove ha insegnato anche la Teologia della liberazione che ha appreso dal suo maestro, padre Gustavo Gutiérrez Merino. Non a caso, l’Arcivescovo ha assunto alcune posizioni in merito all’imposizione dell’ideologia gender molto aperte al dialogo. Lo stesso monsignor Castillo, ha dichiarato e ammesso la sua militanza a sinistra nel suo libro “Mi experiencia del laicado bajo la era Landázuri: entre testimonio e historia”. Inoltre, secondo il sito InfoVaticana, Castillo aveva legami con il Partito comunista rivoluzionario.
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