Coronavirus, sacerdoti arrestati e Presidenti che pregano

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DI MATTEO ORLANDO

EDITORIALE DEL VENERDI

 

Almeno tre preti sono stati arrestati nel mondo perché si sono rifiutati di non celebrare messe pubbliche durante l’emergenza del coronavirus, nonostante norme contrarie arrivate dai rispettivi governi che vietano le riunioni religiose durante questa fase della pandemia.

In Uganda, dove il presidente Yoweri Museveni ha sospeso le riunioni religiose e culturali fino a metà aprile nel tentativo di fermare la diffusione del Covid-19, Padre Deogratius Kiibi Kateregga, è stato arrestato per aver celebrato la messa nella parrocchia cattolica di San Giuseppe a Mpigi. Secondo quanto riferito dalle locali agenzie di stampa, c’erano almeno 15 cattolici presenti alla Messa.

Il sacerdote è ben noto in Uganda, ed è diventato noto a livello nazionale dopo un sermone televisivo del 2018 durante la Messa commemorativa per un musicista ugandese, Mowzey Radio, che è morto per le ferite riportate durante una rissa avvenuta in un bar.

Funzionari locali hanno riferito che il sacerdote è stato arrestato insieme ad altri sette cattolici e detenuto nella stazione di polizia di Mpigi.

“È stato trovato a predicare nella chiesa in violazione delle direttive presidenziali”, ha detto Herbert Nuwagaba, comandante della polizia del distretto di Mpigi. “Vogliamo che ci dica perché lo sta facendo”, ha detto al Daily Monitor Godfrey Matovu, responsabile della sicurezza interna del distretto di Mpigi. Il sacerdote è stato rilasciato dopo che i parrocchiani hanno protestato per suo conto presso la stazione di polizia, secondo i resoconti dei media locali.

In India, dove il primo ministro Narendra Modi ha istituito un blocco di 21 giorni a partire dal 24 marzo, due sacerdoti, due seminaristi e tre sorelle religiose sono state accusate di violare gli ordini del governo dopo una messa celebrata in una cappella nel seminario minore della Congregazione dei Missionari della Fede nel distretto di Wayanad (stato del Kerala).

Tutti e sette sono stati rilasciati dopo il loro arresto, secondo UCA News, con un avvertimento di non ripetere le loro azioni. Padre Manoj Kakkonal, portavoce della diocesi di Mananthavady, ha riferito a UCA News che l’arresto “sembra essere un caso di incomprensione”, perché la Messa in questione è stata celebrata all’interno della cappella del seminario, dove i sacerdoti e i seminaristi sono residenti.

A quanto pare la polizia è stata chiamata dopo che i vicini hanno visto arrivare le sorelle religiose nella cappella.

Un altro arresto è avvenuto in Kerala il 23 marzo scorso quando Padre Paul Padayatti della Chiesa della Madonna del Perpetuo Soccorso di Koodapuzha ha celebrato una Messa da requiem alla quale hanno partecipato più di 100 persone. Funzionari del Kerala hanno anche affermato che ci sono stati altri due “incidenti” in cui le autorità hanno lanciato un avvertimento ai sacerdoti che conducevano la Messa.

In questi momenti di emergenza non sono mancati gesti incoraggianti, cioè grandi figure pubbliche che si sono rivolti a Dio che è l’unico che può bloccare una pandemia. 

Il presidente cattolico del Kenya, Uhuru Kenyatta, ha proclamato per lo scorso 21 marzo una giornata nazionale di preghiera per il coronavirus. “Non possiamo ignorare la necessità di rivolgerci a Dio”, ha detto il presidente keniota. “In queste circostanze, come abbiamo fatto in passato come nazione, ci siamo sempre rivolti a Dio prima per ringraziare per i diversi doni che ha fatto alla nostra nazione e poi per condividere le nostre paure, le nostre apprensioni, per cercare la sua guida e protezione che è sempre presente”.

Kenyatta ha aggiunto: “abbiamo imparato nel tempo che rivolgersi a Dio in momenti come questo non solo ci dà conforto, ma anche speranza e forza per superare quelle sfide che per noi come umani possono sembrare insormontabili”.

Mentre il 21 marzo si sono potuti riunire nella residenza presidenziale solo pochi leader religiosi, in linea con la direttiva presidenziale che spinge ad evitare incontri di gruppo, il Presidente ha incoraggiato i keniani a unirsi alla preghiera nazionale in tutta la nazione africana. 

Anche il presidente della Polonia ha fatto un gesto spirituale molto significativo, pregando per il suo popolo davanti alla Vergine di Czestochowa che si trova nel santuario di Jasna Gora. Andrzej Duda ha affidare a Dio, per intercessione della Madonna, il suo popolo di fronte alla pandemia di coronavirus. Durante l’appello alla Madonna di Jasna Góra erano presenti anche l’arcivescovo di Częstochowa, Wacław Depo – che ha guidato il breve momento di preghiera – il generale dell’ordine paolino, padre Arnold Chrapkowski e diversi religiosi. Il celebre santuario di Jasna Góra, tanto caro a Giovanni Paolo II, è stato chiuso al pubblico nei giorni scorsi proprio a causa del coronavirus. Una situazione del genere non era mai accaduta, neppure durante la legge marziale, né durante l’occupazione nazista o quella zarista.

Il presidente Duda ha affidato alla Madre di Dio tutti i polacchi, sia quelli che abitano nel paese sia quelli che abitano all’estero.

Qualcosa del genere ha fatto anche il Presidente Mario Abdo Benítez, alla guida del Paraguay dal 15 agosto 2018.

Candidato del Partito Colorado, fin dalla campagna elettorale Benítez ha portato avanti una linea molto conservatrice in materia di diritti civili, dichiarandosi contrario all’aborto e alla legalizzazione dei cosiddetti “matrimoni omosessuali”. Non appena si sono sviluppati i primi casi di coronavirus nel paese sudamericano il presidente ha pensato di rivolgersi alla sua nazione con parole cariche di fede e di speranza. “Molte famiglie sentono incertezza”, ha affermato Benítez. “E c’è paura. Tutti l’abbiamo sentita qualche volta. Non pensate di essere soli solamente perché questa è una cosa completamente nuova e sconosciuta. Non solo in Paraguay, ma nel mondo intero. Però ho fede in Dio, nel Suo potere e nella Sua misericordia. Ed è in questo momento che bramiamo di più la Sua presenza nella nostra vita. La Parola dice, in Isaia capitolo 41, versetto 10: ‘Tu, non temere, perché io sono con te; non ti smarrire, perché io sono il tuo Dio; io ti fortifico, io ti soccorro, io ti sostengo con il mio braccio vittorioso’. Così dice Dio. E io ci credo. Perché credo che con la Sua grazia ne usciremo vittoriosi. Di fronte alle prove, alle difficoltà della vita, il Signore non abbandona il Suo popolo: in questi ultimo periodo che ci separa dalla Santa Pasqua, rivolgiamoci a Lui con cuori colmi di fiducia nel fatto che tutto ‘che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio’ (Rm 8,28) e che, se si rimane in Lui, ogni battaglia è già vinta”.

Boko Haram aumenta la sua attività terroristica

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DI MATTEO ORLANDO  PER AGERECONTRA

 

Boko Haram aumenta la sua attività terroristica in Nigeria e Ciad. In mezzo all’emergenza del coronavirus che ha raggiunto anche l’Africa occidentale, i paesi della regione stanno affrontando un’escalation di violenza da Boko Haram: in una serie di attacchi tra Nigeria e Ciad questo gruppo islamista, il cui nome nella lingua hausa significa “l’educazione occidentale è peccato”, ha ucciso almeno 150 soldati negli ultimi giorni.

L’attacco più grave è avvenuto il 24 marzo, quando almeno 92 soldati ciadiani sono stati uccisi nello scontro più grave finora perpetrato dai terroristi di Boko Haram, sulla penisola di Boma nella provincia del Lac, che confina con Niger e Nigeria.

Secondo alcune testimonianze, 24 veicoli dell’esercito sono stati distrutti, inclusi veicoli corazzati, e gli uomini di Boko Haram sono riusciti a rubare le armi ai militari.

Il giorno precedente, il 23 marzo, i jihadisti avevano ucciso almeno 50 soldati nigeriani in un’imboscata vicino al villaggio di Goneri, nello stato settentrionale di Yobe.

Sempre nel nord del Camerun, al confine con la Nigeria, negli ultimi mesi centinaia di famiglie cristiane sono state costrette a fuggire dalle loro case a causa della rinnovata violenza di Boko Haram. 

Hidoua, Gochi, Mandaka, Tourou, Kolofata ecc., l’elenco delle località attaccate da dicembre 2019 continua ad aumentare. In quasi tutte le occasioni, ci sono stati incendi, saccheggi, rapimenti e omicidi perpetrati dai  jihadisti islamici.

Recentemente in Nigeria gli islamisti di Boko Haram hanno ucciso almeno 23 persone che ritornavano da un funerale nel distretto di Nganzai, vicino a Maiduguri, capitale dello stato federale di Borno.

Negli ultimi mesi i terroristi di Boko Haram hanno attaccato ripetutamente il distretto di Nganzai. Nel settembre dell’anno scorso, il gruppo ha ucciso otto persone e rubato bestiame in due villaggi della zona, dopo che i residenti avevano cercato di impedire loro di prendere gli animali.

Il terrorismo jihadista in Nigeria, sviluppatosi fortemente con il sorgere di Boko Haram esattamente dieci anni fa, ha progressivamente coinvolto anche alcune nazioni confinanti, come Ciad, Niger e Camerun, ed ha causato almeno 40 mila vittime (tra civili, militari, poliziotti e gli stessi miliziani islamisti), costringendo oltre due milioni di persone, in prevalenza cristiani, a fuggire dalle loro case.

Negli Stati federali di Borno, Kano, Kaduna, Bauchi e Yobe, nonostante i proclami del governo centrale della Nigeria, gli estremisti di Boko Haram continuano a mietere vittime. La violenza, peraltro, si è aggravata da quando, nel 2016, Boko Haram si è divisa in due: una fazione è guidata da Abubakar Shekau, un altro gruppo, che ha giurato fedeltà all’Isis (e si chiama Iswap), è stato guidato fino allo scorso aprile da Abu Musab al-Barnawi, figlio del defunto fondatore di Boko Haram Mohammed Yusuf. Adesso l’Iswap sarebbe guidato da Abu Abdullah Ibn Umar al-Barnawi, terrorista avallato dai vertici dell’Isis.

Secondo Matthew Page, analista del Chatam House, un centro studi britannico, i miliziani di Boko Haram “non hanno una strategia coerente né sono molto organizzati, ma potrebbero continuare per 30 anni i loro attacchi, considerando che la stessa reazione governativa contro di essi, almeno fino ad ora, si è dimostrata inefficace”.

“Da quando è emersa Boko Haram è stato un susseguirsi di attacchi, uno dopo l’altro, contro la Chiesa. Sia sugli individui che sulle famiglie”, ha detto recentemente il vescovo Oliver Dashe Doeme di Maiduguri, che ha ricordato che, quando è stato scelto come vescovo nel 2009, c’erano più di 125 mila cattolici nella sua diocesi, adesso meno di 70 mila.

Nel 2014 il vescovo Doeme aveva affermato di aver avuto una visione di Gesù Cristo durante un’adorazione eucaristica. “Aveva una spada in mano”, aveva ricorda a suo tempo il vescovo Doeme. “Ho ricevuto la spada e si è rivelato essere un rosario”. Poi il vescovo ha sentito dire a Gesù “Boko Haram finirà. Si possono distruggere le chiese, si possono distruggere le canoniche, ma non si può distruggere la fede”.

Il vescovo Doeme ha capito così che la preghiera del Santo Rosario finirà per sconfiggere il gruppo terroristico.

Intanto il frate psicologo Epiphane Stephane Nayeton, sacerdote dell’Ordine dei Ministri degli Infermi (Camilliani), che dopo gli studi di Filosofia e Teologia presso il Seminario Maggiore Saint Gall-Ouidah (del Benin) è arrivato alla laurea magistrale in Psicologia Clinica e in Scienze Tecniche e Psicologiche presso l’Università degli Studi Lumsa di Roma, ha riflettuto sul fenomeno nel suo libro “La vita dopo Boko Haram. Proposte didattiche alla luce del contesto odierno” (Aracne Editore, Roma, p. 132). “Prima di diventare un gruppo terroristico, Boko Haram era un piccolo gruppo di giovani che denunciavano la corruzione dei politici nigeriani. Essi hanno proposto la distribuzione del reddito del paese al fine di migliorare le condizioni di vita della popolazione in generale e della città di Maiduguri (Nigeria del Nord) in particolare. La critica alla leadership dominante, considerata corrotta, ingiusta e incapace di risolvere problemi economici e sociali, ha portato a violenze di ogni tipo. Nel frattempo, il gruppo Boko Haram si è organizzato per combattere contro l’esercito governativo e in particolare i cristiani considerati ostili ai loro desideri di egemonia. I cristiani nel nord della Nigeria sono considerati sostenitori del governo federale che truffa la popolazione musulmana del nord. Secondo Boko Haram il governo nigeriano usa la religione cristiana, straniera e occidentale, per ingannare i popoli del Nord e sfruttarli appieno. Per eliminare cristiani e altre religioni ostili al movimento, Boko Haram poco dopo la sua nascita ha scelto la via della guerra. La modalità di azione del gruppo è drammatica. Le milizie di Boko Haram arrivano inaspettatamente. Prendono di mira un villaggio, rubano, violentano, uccidono e portano via il bottino di guerra”, ha spiegato Nayeton.

Nel suo libro il camilliano parla dei danni provocati da questo gruppo a livello psicologico. “Il trauma ha conseguenze devastanti per l’essere umano, soprattutto se si verifica durante l’infanzia, cioè quando il soggetto ha una maggiore vulnerabilità psicopatologica. Sulla base di alcune storie raccolte dalle ragazze rapite da Boko Haram nella città di Chibok (Nord-est della Nigeria), i principali disturbi correlati alle esperienze traumatiche di Boko Haram sono disturbi: d’ansia o correlati alla paura; dell’umore; sessuali; alimentari; dissociativi; somatoformi; correlati all’assunzione di sostanze psicotrope o stupefacenti; della personalità, ecc. In sintesi, le persone soggette agli attacchi terroristici di Boko Haram presentano vari sintomi traumatici: disregolazione affettiva (Alessitimia), disregolazione della sensibilità al dolore/piacere (Congelamento), disregolazione dell’empatia e dell’intimità nelle relazioni con gli altri, disturbi dissociativi (depersonalizzazione/derealizzazione), rabbia/irritabilità, depressione e memorie intrusive”.

Per padre Nayeton la setta terrorista islamista di Boko Haram “è una minaccia per il mondo e per questo motivo deve essere combattuta. La Nigeria non può essere lasciata sola. Se non combattiamo contro Boko Haram, la troveremo nelle nostre città europee”. La Nigeria, e i paesi circostanti, dovrebbero essere aiutati a smantellare le basi del terrorismo, intensificando la cooperazione tra i servizi di intelligence per un efficace controllo preventivo. Inoltre, il governo federale nigeriano dovrebbe adoperarsi per distribuire adeguatamente la ricchezza del paese e promuovere l’agricoltura in tutto il paese, per sradicare la povertà altamente sviluppata in alcune aree, per sviluppare vari servizi pubblici, sociali, sanitari ed educativi.

 

MATTEO ORLANDO

 

Coronavirus, sacerdoti arrestati e Presidenti che pregano

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L’EDITORIALE DEL VENERDI

 

Almeno tre preti sono stati arrestati nel mondo perché si sono rifiutati di non celebrare messe pubbliche durante l’emergenza del coronavirus, nonostante norme contrarie arrivate dai rispettivi governi che vietano le riunioni religiose durante questa fase della pandemia.

In Uganda, dove il presidente Yoweri Museveni ha sospeso le riunioni religiose e culturali fino a metà aprile nel tentativo di fermare la diffusione del Covid-19, Padre Deogratius Kiibi Kateregga, è stato arrestato per aver celebrato la messa nella parrocchia cattolica di San Giuseppe a Mpigi. Secondo quanto riferito dalle locali agenzie di stampa, c’erano almeno 15 cattolici presenti alla Messa.

Il sacerdote è ben noto in Uganda, ed è diventato noto a livello nazionale dopo un sermone televisivo del 2018 durante la Messa commemorativa per un musicista ugandese, Mowzey Radio, che è morto per le ferite riportate durante una rissa avvenuta in un bar.

Funzionari locali hanno riferito che il sacerdote è stato arrestato insieme ad altri sette cattolici e detenuto nella stazione di polizia di Mpigi.

“È stato trovato a predicare nella chiesa in violazione delle direttive presidenziali”, ha detto Herbert Nuwagaba, comandante della polizia del distretto di Mpigi. “Vogliamo che ci dica perché lo sta facendo”, ha detto al Daily Monitor Godfrey Matovu, responsabile della sicurezza interna del distretto di Mpigi. Il sacerdote è stato rilasciato dopo che i parrocchiani hanno protestato per suo conto presso la stazione di polizia, secondo i resoconti dei media locali.

In India, dove il primo ministro Narendra Modi ha istituito un blocco di 21 giorni a partire dal 24 marzo, due sacerdoti, due seminaristi e tre sorelle religiose sono state accusate di violare gli ordini del governo dopo una messa celebrata in una cappella nel seminario minore della Congregazione dei Missionari della Fede nel distretto di Wayanad (stato del Kerala).

Tutti e sette sono stati rilasciati dopo il loro arresto, secondo UCA News, con un avvertimento di non ripetere le loro azioni. Padre Manoj Kakkonal, portavoce della diocesi di Mananthavady, ha riferito a UCA News che l’arresto “sembra essere un caso di incomprensione”, perché la Messa in questione è stata celebrata all’interno della cappella del seminario, dove i sacerdoti e i seminaristi sono residenti.

A quanto pare la polizia è stata chiamata dopo che i vicini hanno visto arrivare le sorelle religiose nella cappella.

Un altro arresto è avvenuto in Kerala il 23 marzo scorso quando Padre Paul Padayatti della Chiesa della Madonna del Perpetuo Soccorso di Koodapuzha ha celebrato una Messa da requiem alla quale hanno partecipato più di 100 persone. Funzionari del Kerala hanno anche affermato che ci sono stati altri due “incidenti” in cui le autorità hanno lanciato un avvertimento ai sacerdoti che conducevano la Messa.

In questi momenti di emergenza non sono mancati gesti incoraggianti, cioè grandi figure pubbliche che si sono rivolti a Dio che è l’unico che può bloccare una pandemia. 

Il presidente cattolico del Kenya, Uhuru Kenyatta, ha proclamato per lo scorso 21 marzo una giornata nazionale di preghiera per il coronavirus. “Non possiamo ignorare la necessità di rivolgerci a Dio”, ha detto il presidente keniota. “In queste circostanze, come abbiamo fatto in passato come nazione, ci siamo sempre rivolti a Dio prima per ringraziare per i diversi doni che ha fatto alla nostra nazione e poi per condividere le nostre paure, le nostre apprensioni, per cercare la sua guida e protezione che è sempre presente”.

Kenyatta ha aggiunto: “abbiamo imparato nel tempo che rivolgersi a Dio in momenti come questo non solo ci dà conforto, ma anche speranza e forza per superare quelle sfide che per noi come umani possono sembrare insormontabili”.

Mentre il 21 marzo si sono potuti riunire nella residenza presidenziale solo pochi leader religiosi, in linea con la direttiva presidenziale che spinge ad evitare incontri di gruppo, il Presidente ha incoraggiato i keniani a unirsi alla preghiera nazionale in tutta la nazione africana. 

Anche il presidente della Polonia ha fatto un gesto spirituale molto significativo, pregando per il suo popolo davanti alla Vergine di Czestochowa che si trova nel santuario di Jasna Gora. Andrzej Duda ha affidare a Dio, per intercessione della Madonna, il suo popolo di fronte alla pandemia di coronavirus.

Governatore Louisiana: preghiera e digiuno

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L’EDITORIALE del VENERDÌ
di Matteo Orlando

Il governatore cattolico della Louisiana ha chiesto ai suoi concittadini di pregare e digiunare per chiedere la guarigione delle persone colpite dal coronavirus.
John Bel Edwards ha annunciato che lui e la first lady dello stato, hanno cominciato il primo digiuno nella giornata di martedì 24 marzo e ne faranno altri nel corso della Quaresima.
“In questa stagione di Quaresima, dove ci concentriamo sul digiuno e sulla preghiera, volevo che la gente della Louisiana sapesse che digiuniamo” per i malati colpiti dal coronavirus, ha twittato Edwards.
Il Governatore ha chiesto a tutti di pregare e digiunare con lui e la moglie per chiedere a Dio anche di “confortare coloro che hanno perso una persona cara a causa del COVID-19, per il pieno recupero di coloro che sono risultati positivi, e affinché Dio, come ha già fatto in precedenza, guarisca il suo popolo e la nostra terra”.
La Louisiana ha il terzo tasso più alto di casi confermati di COVID-19 pro capite negli Stati Uniti, secondo quanto ha spiegato la CNN.
Intanto in Sudamerica, più precisamente in Argentina, i sacerdoti sono stati inclusi nell’elenco delle persone esenti dal rispetto della misura di isolamento sociale preventivo e obbligatorio che è in vigore in Argentina dal 20 marzo, “allo scopo di fornire assistenza spirituale”.
Il decreto sull’isolamento sociale preventivo e obbligatorio è stato annunciato dal presidente Alberto Fernández e durerà fino al 31 marzo.
La presidenza del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) ha invitato i vescovi del continente a presiedere un atto di consacrazione alla Beata Vergine Maria sotto la dedicazione di Nostra Signora di Guadalupe a mezzogiorno dello scorso 25 marzo, solennità dell’Annunciazione di Nostro Signore Gesù Cristo.
Come misura preventiva contro lo scoppio del coronavirus, la Basilica di Guadalupe ha chiuso i battenti per la prima volta nella storia.
Di seguito il testo, tradotto in italiano, della preghiera recitata in tutto il centro-sud America:

Preghiera alla Vergine di Guadalupe

Beata Vergine Maria di Guadalupe, Madre del vero Dio attraverso la quale si vive.

In questi momenti, come Juan Diego, sentendosi “piccoli” e fragili di fronte alla malattia e al dolore, eleviamo le nostre preghiere e ci consacriamo a voi.

Consacriamo i nostri popoli a voi, specialmente i più vulnerabili: anziani, bambini, malati, indigeni, migranti, senzatetto, privati ​​della libertà.

Vogliamo entrare nel vostro Cuore immacolato e imploriamo la vostra intercessione: ottenete per noi da vostro Figlio la salute e la speranza.

Possa la nostra paura trasformarsi in gioia; Possa nella tempesta vostro Figlio Gesù essere forza e serenità per noi; Possa il nostro Signore alzare la sua potente mano e fermare l’avanzata di questa pandemia.

Beata Vergine Maria, “Madre di Dio e Madre dell’America Latina e dei Caraibi, Stella di rinnovata evangelizzazione, prima discepola e grande missionaria dei nostri popoli”, sii più forte della morte e consolazione di coloro che  piangono; donaci una carezza materna che consoli gli ammalati; e per tutti noi, Madre, nelle cui braccia troviamo sicurezza, siate presenza e tenerezza.

Da voi guidati restiamo fermi e irremovibili in Gesù, vostro Figlio, che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

CORONAVIRUS, LA NUOVA PIAGA DELL’OCCIDENTE

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Coronavirus, perché i politici occidentali non hanno agito rapidamente?

Quasi tutti i paesi occidentali sono bloccati a causa della pandemia da Coronavirus e sui media e i social in molti si chiedono come mai sia potuto accadere tutto questo.

Un paragone che si fa è quello della nave in navigazione. Se un capitano, e i suoi ufficiali, hanno informazioni meteo aggiornate e competenze tecnico-professionali adeguate, nessuno si aspetta che la nave colpisca un iceberg.

Perché, invece, la classe politica dei paesi occidentali si è lasciata colpire dall’iceberg?

In generale si potrebbe dire che non hanno prestato la necessaria attenzione a ciò che stava accadendo in Cina. 

Coloro il cui compito è di stare attenti a ciò che accade nel mondo ci hanno veramente deluso e, sottovalutando tutto, non hanno permesso di bloccare, o almeno fortemente limitare, una crisi che avrebbe potuto essere evitata.

Naturalmente hanno disorientato anche le false, o almeno incomplete, informazioni arrivate dal regime comunista cinese. 

Ma andiamo ad analizzare la cronologia dei fatti per capire qualcosa. 

Oramai è noto che il primo caso di Coronavirus (o Covid-19 che dir si voglia) si è verificato in Cina il 17 novembre 2019. Il numero di casi è poi cresciuto a dicembre, e la maggior parte dei casi iniziali si è verificata intorno al mercato del pesce di Huanan (non è noto se per cause naturali o per sperimentazioni militari o altro).

A livello internazionale la notizia che Wuhan era stata colpita da un nuovo virus era arrivata alla fine di dicembre, inizio gennaio. Solo il 31 dicembre, colpevolmente, i cinesi hanno informato l’Organizzazione mondiale della sanità in merito a nuovi casi di polmonite di eziologia sconosciuta.

Il ritardo del regime comunista cinese nel segnalare ciò che stava accadendo a Wuhan non ha aiutato assolutamente gli altri paesi di agire rapidamente.

Con la coscienza sporca, solo l’11 e il 12 gennaio le autorità cinesi hanno condiviso la sequenza genetica del virus con i vari paesi del mondo per sviluppare dei kit diagnostici specifici. 

Entro il 21 gennaio erano già 440 i decessi confermati in Cina e il giorno dopo, il 22 gennaio si contavano già sette casi di coronavirus confermati fuori dalla Cina (viaggiatori arrivati da Wuhan).

Questo avrebbe dovuto far suonare un campanello d’allarme nelle capitali occidentali, specialmente perché si avvicinava il capodanno cinese del 25 gennaio, visto che molti lavoratori cinesi, residenti in Occidente, sarebbero tornati a casa per festeggiare e, al loro rientro in Europa, avrebbero potuto portare il virus sia in Europa che in Nord America, come in effetti è accaduto.

Ma i leader occidentali che cosa hanno fatto? Solo due iniziative, entrambe altamente contestabili.

La più inutile delle due è stata la misurazione della temperatura dei passeggeri arrivati negli aeroporti da luoghi considerati a rischio. Questa misura, infatti, al limite ha permesso di identificare solo le persone che avevano la febbre ma sappiamo come la gran parte della gente sviluppa il coronavirus senza sintomi. Inoltre, se qualcuno era stato infettato due-tre giorni prima del viaggio aereo, è arrivato in Occidente senza alcun sintomo.

Nessuno ha pensato di applicare una misura, drastica ma efficace, che risale alla Repubblica Serenissima di Venezia.

Tra il 1347 e il 1359 la Peste nera sterminò circa il 30% della popolazione dell’Europa e dell’Asia. Venezia fu la prima ad emanare provvedimenti per arginare la diffusione della peste. Già nel 1347, nel primo anno di epidemia, prima di entrare nella laguna della Repubblica Serenissima le navi e le persone che arrivavano dovevano sottoporsi ad un isolamento di 40 giorni (da qui l’origine della parola “quarantena”, che è una parola veneziana, in italiano si diceva “quarantina”), numero legato, probabilmente, ai giorni trascorsi da Gesù nel deserto, giorni all’origine, nella liturgia cattolica, del tempo di Quaresima.

Da quel momento il termine di 40 giorni è passato alla storia come periodo da dover superare per ritrovare la salute.

Perché questo isolamento precauzionale non è stato fatto nei paesi occidentali?

Il 31 gennaio 2020 a Roma sono stati riscontrati i primi due casi di coronavirus in Italia. Indovinate un po’ su quali persone? Due cittadini cinesi.

Le autorità allora cosa hanno fatto? Hanno posto in quarantena tutti coloro che arrivavano dalla Cina? 

Bloccando i voli diretti dalla Cina hanno permesso l’arrivo di tanti dal paese asiatico attraverso gli scali in altre nazioni (contribuendo così, sicuramente, alla diffusione, soprattutto da parte degli asintomatici, del coronavirus sulla penisola) e, non contenti, anche alcuni giorni dopo scorrazzavano in locali gestiti da cinesi dicendo: “non c’è alcun problema”.

Adesso, come sappiamo, l’Italia è diventata l’hotspot di coronavirus numero uno al mondo, con migliaia di morti, con 60 milioni di persone in quarantena e una economia praticamente distrutta, rasa al suolo.

Non sarebbe stato meglio chiudere le frontiere per tempo, totalmente, come ha fatto per esempio la Russia di Putin, e mettere tutti i viaggiatori arrivati in Italia in quarantena?

Di cosa si occupavano in Italia il 13 febbraio, un giorno dopo che le Nazioni Unite avevano attivato il proprio team di gestione delle crisi per far fronte a un rapido aumento del problema coronavirus, i giornali? 

Di Salvini. Non ci credete? La Repubblica: “C’è un giudice per Salvini”. Il Corriere della Sera: “Processo per Salvini, vince il sì”. Mentre Il Fatto Quotidiano titolava: “È il nuovo salva ladri”.

In quel periodo in Italia le “priorità numero uno” erano l’antisemitismo, il razzismo, l’accoglienza dei migranti…

In Italia, nei primi venti giorni di febbraio, quasi nessuno nella classe politica si è dimostrato interessato al Coronavirus, nonostante la pubblicazione sulla principale rivista medica “The Lancet” del 24 gennaio di un rapporto intitolato “Un nuovo scoppio di coronavirus di interesse globale”.

Il coronavirus, purtroppo, è stato preso in considerazione solo quando è stato troppo tardi, il 21 febbraio, dopo l’emergere del focolaio di Codogno.

Invece di sonnecchiare o guardare altrove, se coloro il cui compito è quello di proteggerci avessero agito rapidamente, al momento giusto, probabilmente ci saremmo risparmiati tutti le misure draconiane che sono state prese con ritardo e che stiamo vivendo.

Se si fosse agito per tempo, mettendo in quarantena tutti coloro che entravano in Italia dai “punti di crisi”, probabilmente il contagio da coronavirus sarebbe stato molto più limitato.

Tralasciando l’aspetto sanitario, i costi per le economie dei paesi occidentali, Italia in particolare, sono incalcolabili. Intere industrie e attività imprenditoriali medio-piccole rischiano la chiusura definitiva. Già oggi molte persone si trovano senza mezzi di sussistenza reali. E non si vede una luce in fondo al tunnel, nonostante la stupidità crescente, dovuta alla mancanza di fede cattolica, che molti alimentano attraverso flash mob dai balconi, canti e idiozie simili. Solo Dio può salvarci da una pandemia e, soprattutto, da un post pandemia. È tempo di una preghiera intensa, non delle varie manifestazioni dell’ateismo contemporaneo (canti, balli, inni, film sulle pareti delle case e simili…).

Due ultime curiosità. 

La dottoressa Jennifer Roback Morse, presidente del Ruth Institute americano, come peraltro ha fatto il Presidente brasiliano Bolsonaro, ha dichiarato che “l’invecchiamento della popolazione italiana è un fattore nella diffusione di una malattia a cui gli anziani sono particolarmente sensibili”. Secondo la Morse il problema demografico italiano, la caduta della fertilità, è lo sfondo della crisi sanitaria da coronavirus. “Il tasso di fertilità in Italia è ora di 1,33 figli per donna, molto al di sotto del livello di sostituzione di 2,1”, ha spiegato Morse. Di conseguenza, l’Italia ha una popolazione in rapido invecchiamento. Quasi un quarto, il 23% della popolazione italiana, ha ora più di 65 anni. Nel 2019, l’età media era di 46,3 anni, si prevede che salga a 51,4 anni entro il 2050. Secondo la Morse “l’Italia dovrebbe (e avrebbe dovuto) promuovere la procreazione. La Russia ha una Giornata nazionale del concepimento per affrontare la crisi della fertilità. L’Ungheria ha recentemente introdotto incentivi alla nascita. Invece di cercare di coinvolgere più donne nella forza lavoro o di ammettere più migranti – entrambe soluzioni a breve termine, nella migliore delle ipotesi – l’Italia dovrebbe incoraggiare le famiglie italiane ad avere più figli. Una nazione senza figli non ha futuro. Dobbiamo fare tutto il possibile per limitare la diffusione della malattia ma dobbiamo anche comprendere il ruolo dei dati demografici nel creare il tipo di popolazione soggetta al coronavirus e ad altre pandemie”.

La seconda curiosità riguarda l’ “Andrà tutto bene”, lo slogan che caratterizza la risposta sociale (ipocrita e irreale) al coronavirus.

Si tratta di una frase adottata da quasi tutti come gesto di speranza (mentre in realtà, ripetiamo, l’unica speranza è Dio). La scrivono adulti e bambini ma in pochi sanno chi l’ha formulata: Nostro Signore Gesù Cristo. Lo ha ben spiegato il vescovo di Alghero monsignor Mauro Maria Morfino. La riferì Santa Giuliana di Norwich, una mistica vissuta nell’Inghilterra medioevale, tra il 1342 e il 1430. L’Europa ai tempi di Giuliana era devastata dalla guerra dei cento anni fra inglesi e francesi e c’era anche una terribile pestilenza. Santa Giuliana, che aveva il dono di parlare con Nostro Signore Gesù Cristo, ricevette da Lui, nel maggio 1373, queste parole: “All shall will be well”. Ma già San Paolo aveva chiarito bene la questione: “Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Romani, 8,28).

 

MATTEO ORLANDO

Timoner alla guida dell’ordine dei Domenicani

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di Matteo Orlando per www.agerecontra.it 

Dall’estate scorsa, per la prima volta nella storia, l’Ordine mendicante dei Predicatori (Domenicani), che ha diversi secoli di storia ed è stato fondato nell’Europa medievale da San Domenico di Guzman, è guidato da qualcuno nato nel sud-est asiatico.
Fra Gerard Francisco Timoner sarà il maestro dell’Ordine dei Predicatori fino al 2029. Intervistato qualche giorno fa dalla rivista spagnola ECCLESIA, Timoner ha spiegato di avere, come Maestro dell’Ordine “una responsabilità molto grande. Ma i miei fratelli mi hanno incoraggiato e mi hanno fatto capire che dovevo accettare”.
In Europa il numero delle vocazioni cattoliche alla vita consacrata sta diminuendo. In Asia, invece, la tendenza è in crescita. Nell’Ordine dei Predicatori, ha spiegato il Maestro, “la provincia in più rapida crescita è il Vietnam, che conta 400 frati e mille suore apostoliche domenicane. In un paese con il 7% di cristiani”.
Per gestire una tale quantità di vocazioni “la prima cosa dare fare è quella di dare la migliore formazione possibile a chi entra. È la stessa cosa che preoccupava i frati degli anni ’50 e ’60 in Spagna, quando c’erano così tante vocazioni”.
Secondo Fra Gerard Francisco Timoner in Europa “ci sono un numero significativo di persone trentenni, e anche più giovani, che non sono mai entrati in Chiesa da bambini perché i loro genitori non li hanno mai portati in Chiesa. Adesso si avvicinano da soli alla Chiesa e sono un’area da evangelizzazione”.
Le sfide più importante per i domenicani d’oggi, secondo il Maestro, sono “il rinnovamento della vocazione dei predicatori del Vangelo, integrando tutti gli aspetti della vita domenicana come la vita comune, le osservanze, lo studio, i servizi liturgici, e il costruire il Corpo di Cristo che è la Chiesa”.
Sulla politica il Maestro ha le idee chiare: “in tutto il mondo ci sono governi o capi di stato senza umanità di base. Vengono criticati questi leader, ma sono stati scelti dal popolo. Sono un riflesso, in una certa misura, di chi li ha scelti”.
In merito ad uno dei carismi dei Domenicani, lo studio, l’approfondimento del pensiero intellettuale,
Timoner ha spiegato che molti frati “sono nelle università” e che lo stesso Ordine ha un’università. “Sono luoghi dove si discutono tutti i problemi che emergono”.
Riguardo alla più grande sfida per la Chiesa oggi, il Maestro ritiene che essa sia, “ad intra, l’unione reale, perché ci sono divisioni. Il Corpo di Cristo è ferito da controversie. Penso che sia una perdita di tempo discutere quando c’è tanto lavoro da fare”.
Ad extra, “in nessun altro momento della storia mondiale ci sono state così tante persone che non hanno ascoltato il Vangelo. Il lavoro da fare per la Chiesa è eccezionale” mentre per i domenicani “la formazione non si ferma solo al seminario in vista dell’ordinazione, ma dura per tutta la vita”.

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Coronavirus, i polacchi chiedono più messe

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Sono conciliari, ma forse un barlume di vera Fede ce l’hanno ancora…(nota del Circolo Christus Rex)
L’EDITORIALE del VENERDÌ
di Matteo Orlando

Mentre in diverse parti del mondo a fronte dell’emergenza Coronavirus sono state chiuse addirittura le chiese, è andata in controtendenza la conferenza episcopale della Polonia.
La proposta dell’episcopato polacco è stata la richiesta di ancora più sante messe secondo la logica che se il numero di messe aumenta ci saranno meno persone a partecipare ad ognuna.
“In connessione con le raccomandazioni dell’ispettore sanitario capo, secondo cui non dovrebbero esserci grandi raduni di persone, chiedo di aumentare, per quanto possibile, il numero di messe domenicali nelle chiese in modo che un certo numero di credenti possano partecipare immediatamente alla liturgia, secondo le linee guida dei servizi sanitari”, ha scritto il presidente della Conferenza episcopale polacca, l’arcivescovo Stanisław Gądecki. Allo stesso tempo, l’arcivescovo Gądecki ha sottolineato che come gli ospedali curano le malattie del corpo, le chiese aperte servono, tra l’altro, a curare le malattie dello spirito. “Pertanto, è impensabile che non preghiamo nelle nostre chiese”, ha affermato il presidente della Conferenza episcopale polacca. L’arcivescovo Gądecki ha ricordato che gli anziani e i malati possono rimanere a casa e seguire la trasmissione della Santa Messa della domenica sui media mentre tutti gli altri dovrebbe continuare a rispettare il precetto domenicale andando nelle Chiese. “Vorrei ricordare che non è necessario scambiare il segno della pace stringendo la mano durante la Santa Messa”, ha scritto. L’arcivescovo Gądecki ha chiesto anche di pregare per coloro che sono morti a causa del coronavirus. “Preghiamo per la salute dei malati e per i medici, il personale medico e tutti i servizi che lavorano per fermare la diffusione del virus. Preghiamo affinché l’epidemia finisca”.

Vaticano, paura per il Coronavirus

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di Matteo Orlando

Nella mattinata di Domenica 8 marzo un operaio, all’interno della
Basilica di San Pietro, si è sentito male, accusando i sintomi che il
Coronavirus ha in comune con altre malattie (febbre e tosse) e così è
finito ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma, dove eseguirà il
tampone. Se risultasse positivo, sarebbe il secondo lavoratore in
Vaticano a risultare positivo al Coronavirus, dopo un sacerdote
esterno, che si era recato negli ambulatori vaticani per una visita ed
era stato trovato positivo (mentre le cinque persone che avevano avuto
contatti ravvicinati con lui, seppur negative al tampone, adesso si
trovano in quarantena precauzionale).
Sempre l’8 marzo gli addetti vaticani hanno sanificato a fondo tutta
la Basilica di San Pietro e questo fa capire la paura che il
Coronavirus ha portato in Vaticano.
Mentre i Musei Vaticani, gli uffici degli Scavi, il Museo delle Ville
Pontificie e dei centri museali delle basiliche pontificie sono stati
chiusi fino al 3 aprile, Papa Francesco ha scelto di diffondere il
tradizionale Angelus Domenicale in streaming dalla Biblioteca
vaticana.
Sembrano un lontano ricordo le folle di turisti che prendevano
d’assalto i negozi di souvenir religiosi o i ristoranti di via della
Conciliazione, i pellegrini in fila davanti ai Musei Vaticani oppure
le comitive che affollavano in ogni dove la Basilica di San Pietro.
Ai tempi del coronavirus sia in Vaticano che a Roma di folle di
turisti se ne vedono sempre meno.
In Vaticano nelle prossime ore saranno consegnate ai dipendenti
mascherine e guanti, mentre da tempo tutti coloro che orbitano nella
piccola città-stato sono stati invitati a seguire le misure igieniche
anti-Coronavirus diffuse dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e
recepite dalle autorità sanitarie italiane e vaticane.
Il timore che il Coronavirus possa contagiare i circa mille abitanti
vaticani, che peraltro hanno un’età media abbastanza alta, ha portato
all’emanazione di un protocollo di prudenza definito dall’ematologo
Girolamo Sirchia, ex ministro alla Salute del Governo italiano,
“ragionevolmente rigido, precauzionale e restrittivo”, un protocollo
che prevede una distanza di circa due metri tra le persone in fila
agli ingressi in piazza San Pietro per superare i controlli dei metal
detector o tra quelle sedute sui banchi delle chiese. Inoltre sono
state svuotate le acquasantiere, sono stati forniti di gel
disinfettante per le mani diversi uffici del piccolo Stato,
soprattutto quelli a contatto con il pubblico.
Tutti i dipendenti vaticani sono stati invitati ad evitare la
creazione di assembramenti di persone mentre gli ambulatori della
Direzione Sanità e Igiene sono stati allertati per aiutare coloro che,
eventualmente, mostrassero sintomi riconducibili al coronavirus.
Proprio per evitare i contagi, gli eventi previsti in luoghi chiusi e
con la partecipazione di molto pubblico sono stati rinviati. Sono
state annullate anche le conferenze dei cardinali e alcune attività
negli atenei pontifici mentre l’udienza generale del mercoledì sarà
fatta in streaming. È stato rinviato (da fine marzo a novembre) anche
l’incontro tra Papa Francesco e i giovani economisti di tutto il
mondo.
Nei giorni scorsi si era speculato anche sulle condizioni di salute
del Papa ma il portavoce vaticano Matteo Bruni ha rassicurato tutti
sulle condizioni di salute sia di Francesco che di Benedetto XVI (che
vive presso il monastero Mater Ecclesiae, dove i controlli
all’ingresso sono stati elevati).
Relativamente al pontefice argentino, Papa Francesco sembra aver
superato l’influenza che lo ha colpito nei giorni precedenti il
Mercoledì delle Ceneri. In Vaticano faranno di tutto per tenerlo
lontano dal virus perché l’ottantatreenne argentino rientra nella
categoria dei soggetti (gli ultraottantenni) più a rischio in caso di
contrazione del Coronavirus. Inoltre, gli manca una parte di un
polmone che era stata rimossa, dopo una
malattia, quando aveva 20 anni e viveva nella sua città natale, Buenos Aires.

Venezuela: ecco cosa fa un governo comunista

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di Matteo Orlando

 

In Venezuela il regime comunista di Nicolas Maduro continua a provocare grandissime sofferenze alla sua popolazione.
L’ultimo dato è scioccante.
Secondo il World Food Program, un venezuelano su tre non mangia abbastanza ogni giorno.
Il World Food Program ha condotto uno studio negli stati federali del Paese sudamericano tra i mesi di luglio e settembre dell’anno scorso. In questo modo ha ottenuto informazioni molto preziose tra le quali la più grave, come detto, rivela che una persona su tre nel paese latinoamericano ha difficoltà a consumare i minimi nutrizionali necessari ogni giorno.
In Venezuela si fa molta fatica a portare cibo in tavola e così un gran numero di venezuelani, e molti sono quelli che hanno un’origine italiana, mangia ogni giorno solo cereali, radici o tuberi  perché l’iperinflazione, arrivata alle stelle, ha fatto sì che i salari non servano praticamente a nulla, non permettano di acquistare nemmeno i beni di prima necessità.
Un gran numero di abitanti non riesce a fare tre pasti al giorno perché con i loro stipendi non riescono a coprire il costo dei beni alimentari di base.
Secondo il World Food Programme le famiglie hanno dovuto adottare nuove alternative per avere accesso al cibo. Una parte della popolazione ha ridotto, anche notevolmente, le porzioni di cibo. Alcuni hanno chiesto di ricevere, come pagamento per il loro lavoro, unicamente cibo. In molti sono arrivati a vendere i loro beni per poter acquisire alcuni dei prodotti essenziali.
In tutto il paese il consumo di proteine ​​di carne, pesce, uova, frutta e verdura è inferiore a tre giorni alla settimana. Il problema non è tanto la disponibilità di cibo, ma la difficoltà di ottenerlo.
Lo studio assicura che la  mancanza di cibo sia un problema in tutto il paese. Ma in alcuni stati, come il Delta Amacuro, Amazonas e Falcón, si raggiungono livelli di fame ancora più alti.
Anche nelle regioni che registrano tassi più bassi di difficoltà alimentari, come gli stati Lara, Cojedes e Mérida, si stima che circa una persona su cinque soffra di insicurezza alimentare.
Oltre alla mancanza di cibo, il sondaggio ha rilevato anche le interruzioni nei servizi di elettricità e acqua, e varie intermittenze sono state registrate nella maggior parte del paese.
Viva il Comunismo! Benvenuti nel comunismo venezuelano del ventunesimo secolo!

Aperti gli archivi di Pio XII

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di Matteo Orlando

 

Il Vaticano ha aperto i suoi archivi su Papa Pio XII e già trecento ricercatori si sono registrati per consultare una montagna di documenti, accessibile dopo un inventario che ha richiesto quattordici anni di lavoro per gli archivisti della Santa Sede.
Lo storico tedesco Hubert Wolf sarà a Roma già lunedì 2 marzo, armato di sei assistenti e finanziamenti per due anni di ricerche.
Gli archivi del lungo periodo postbellico, quello della censura di scrittori e sacerdoti troppo vicini al comunismo, saranno per la prima volta a disposizione ma quello che sembra interessare di più agli storici è il rapporto con il nazismo del pontefice.
Sull’Olocausto il Vaticano aveva già pubblicato gli elementi essenziali quaranta anni fa, in undici volumi compilati da 4 gesuiti, dopo 16 anni di duro lavoro.
Ma mancavano dei pezzi, in particolare le risposte del papa.
Lo storico Wolf ha già esaminato i dodici anni in Germania di Eugenio Pacelli, ambasciatore della Santa Sede dal 1917 al 1929 e testimone della nascita del nazismo. Pacelli poi tornò a Roma per diventare il braccio destro del suo predecessore Pio XI e, alla sua morte, fu eletto papa.
“Non c’è dubbio che il Papa fosse a conoscenza degli omicidi degli ebrei. Ciò che ci interesserebbe davvero è sapere quando l’ha saputo per la prima volta e quando ha dato credito a queste informazioni”, ha affermato Hubert Wolf.
Il 24 dicembre 1942, in un lungo messaggio radiofonico di Natale, Pio XII ha evocato le “centinaia di migliaia di persone che, senza alcuna colpa da parte loro, e talvolta per il solo fatto della loro nazionalità o della loro razza”, furono uccise e sterminate.
Questo messaggio, in italiano, è stato trasmesso una volta, non si riferiva esplicitamente né agli ebrei né ai nazisti, ma fu ascoltato e compreso dai cattolici tedeschi.
Ma Wolf dice: “gli unici che l’hanno sentito sono stati i nazisti”, osservando che le onde radio erano confuse e che il papa avrebbe potuto parlare in tedesco.
Ex diplomatico addestrato alla prudenza, ansioso di rimanere neutrale in tempo di guerra, Pio XII era preoccupato per la protezione dei cattolici e non poteva essere più esplicito, hanno detto giustamente i suoi difensori. Inoltre è noto che gli storici stimano che circa 4 mila ebrei furono nascosti a Roma nelle istituzioni cattoliche grazie proprio a Pio XII.
Anche l’esperto americano David Kertzer, autore di un libro su Pio XII e Mussolini, inizierà il controllo incrociato degli archivi lunedì 2 marzo per finalizzare rapidamente un nuovo libro sul periodo fascista.
Ha già digitalizzato decine di migliaia di pagine di archivi diplomatici in Germania, Italia e Francia, controllato documenti militari americani e archivi fascisti italiani.
Un buon rapporto diplomatico, un diario personale dimenticato, può fornire indizi sulle “emozioni” del papa, spera lo studioso.
L’apertura degli archivi vaticani al pontificato di Papa Pio XII è stata richiesta per decenni da storici e organizzazioni ebraiche. Adesso milioni di pagine occuperanno gli storici per anni.
Gli archivi della seconda guerra mondiale sono già stati ampiamente pubblicati dal Vaticano, ma i ricercatori avranno accesso diretto a un numero ancora maggiore di documenti. Gli archivi del dopoguerra non sono stati pubblicati.
Suzanne Brown-Fleming, direttrice dei programmi internazionali all’Olocausto Memorial Museum di Washington e autrice di The Holocaust and the Catholic Consciousness ha dichiarato: “riteniamo poco saggio fare ipotesi, in un modo o nell’altro, su quello che potremmo trovare, specialmente quando sappiamo che stiamo parlando di circa 16 milioni di pagine in una dozzina di lingue. E le parti più interessanti degli archivi sono spesso in cartelle inattese, con etichetta ‘varie'”.
Philippe Chenaux, professore di storia della Chiesa moderna e contemporanea presso la Pontificia Università Lateranense di Roma, biografo di Pio XII, ha spiegato che “non è certo che l’apertura dell’archivio vaticano possa far finire la controversia sui ‘silenzi’ di Pio XII”.
“Il maggior contributo della documentazione resa disponibile riguarda il periodo postbellico, o se preferite, la guerra fredda segnata dall’antagonismo tra l’Occidente cristiano e il grande Satana sovietico. La fine degli anni ’40 e ’50 era stata finora il punto cieco nella storia del pontificato”.
La Chiesa sostiene che Pio XII contribuì al salvataggio di diverse migliaia di ebrei nascondendoli in istituzioni religiose a Roma sotto l’occupazione tedesca. Crede che la prudenza verbale del papa abbia evitato rappresaglie contro i cattolici in Europa.
Ed infatti ne ha aperto il processo di beatificazione già dal 1967.
Papa Benedetto XVI lo ha proclamato “venerabile” alla fine del 2009, scatenando inutili proteste all’interno delle organizzazioni ebraiche.
Nel 2010, Benedetto XVI ha affermato che Pio XII era stato “uno dei grandi giusti, che ha salvato ebrei più di chiunque altro”.
Ratzinger aveva spiegato che Pio XII ha sofferto molto perché “sapeva che doveva parlare e tuttavia la situazione gli ha impedito di farlo”.
Nel 2014 Papa Francesco ha affermato di avere “un po’ di orticaria esistenziale” di fronte agli attacchi contro Pio XII, “un grande difensore degli ebrei”, tuttavia, non ha accelerato il processo di beatificazione.
Molti ricercatori sperano di trovare anche informazioni utili sul grande impegno contro il comunismo del pontefice romano.
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