Leonid Ivashov, militare russo di altissima scuola e esperienza, attuale presidente dell’Accademia geopolitica di Mosca, ha di recente definito Soleimani il simbolo mondiale della libertà e della resistenza contro i poteri materialistici di questa terra. La Guida Suprema, Seyyed Alì Khamenei, lo considera “il martire vivente della Rivoluzione” nella linea più avanzata del fuoco antimperialista, laddove vita e morte sono ormai sul medesimo piano ed ogni minuto in più di vita è solo un dono che lui fa a tutti gli oppressi della terra, in modo particolare a quelli Palestinesi. L’ultimo tentativo, del “fronte imperialistico arabo-ebreo” di eliminarlo, è dell’ottobre 2019.
Lui ha già superato in molti casi e situazioni la soglia della morte, ma ha deciso di rimanere sulla terra per servire l’umanità: i poveri, gli oppressi, i malati e le vittime del terrorismo. Il suo desiderio di martirio è estinto quotidianamente a vantaggio di un grande progetto globale basato sulla tolleranza per il sacrificio, per la sofferenza, per il dolore e dunque sull’Amore.
In Pakistan, uno dei paesi islamici più grandi del mondo, secondo la Associated Press 629 donne sono state vendute come schiave per diventare mogli di altrettanti uomini cinesi.
La terribile notizia conferma il fenomeno della tratta di donne dal paese dell’Asia meridionale al gigante cinese, casi che si sono intensificati negli ultimi mesi.
Secondo gli investigatori di Islamabad il fenomeno potrebbe essere di proporzioni molto più ampie, se solo le autorità giudiziarie avessero continuato a registrare le denunce di scomparsa delle donne arrivate dalle famiglie. Invece, dopo un primo impulso investigativo, si è registrata una battuta d’arresto progressiva nella rilevazione dei casi.
La gente che ha denunciato questa infame tratta ha motivato questa battuta d’arresto per le pressioni e le interferenze del governo islamico di Islamabad, esecutivo che avrebbe esercitato la propria influenza per frenare le indagini al fine di non danneggiare il legame “redditizio” con Pechino.
Secondo alcuni parenti delle vittime, un episodio significativo è quanto accaduto lo scorso ottobre a Faisalabad dove la locale Corte ha rilasciato 31 cinesi accusati di tratta di esseri umani.
Secondo i denuncianti, i parenti delle vittime avrebbero rinunciato a testimoniare a causa di minacce o indennizzi ricevuti per tacere.
Lo scandalo delle donne cristiane e musulmane vendute come “schiave del sesso” a mariti cinesi è esploso in particolare a metà del 2019.
A maggio, infatti, sono state arrestate sei persone, tra cui un pastore protestante, accusate di organizzare matrimoni forzati tra giovani donne cristiane pakistane e giovani cinesi.
La piaga dei falsi matrimoni tra pakistane e giovani cinesi è denunciata da tempo da parte dei pochi cattolici presenti nel Paese, ma le autorità hanno sempre sottovalutato le denunce. Adesso l’elevato numero di vittime coinvolte in questo nuovo caso ha fatto aprire gli occhi a molti su questo nuovo mercato di esseri umani che rivela la presenza di organizzazioni ramificate in Pakistan e Cina.
Le giovani donne “selezionate” sono in particolare giovani di famiglie povere e analfabete, incapaci di riconoscere il pericolo e le pratiche seduttive dei trafficanti. Alcune vedono nel “sogno cinese” la soluzione di tutti i loro mali (miseria, assenza di famiglie, relazioni sentimentali conclusesi negativamente).
Il vantaggio economico per le famiglie, peraltro, non è così rilevante. Gli intermediari cinesi e pakistani affermano che per ogni moglie “offerta” guadagnano da 23 a 56 mila euro, ma solo poco più di 1.100 euro sono dati alle famiglie.
Oltre a soddisfare i piaceri sessuali dei mariti cinesi, alcune donne sono state utilizzate anche per alimentare il traffico di organi.
Un ufficiale della Polizia pakistana, parlando con Asia News ha spiegato: “nessuno aiuta queste giovani donne e la mafia cinese è in aumento. Perché? Il motivo è che sanno di non rischiare nulla”.
Nelle carte della procura di Reggio Emilia tra le storie dei bambini di Bibbiano spuntano le intercettazioni tra il sindaco e gli altri indagati
Adesso tutti parlano di Bibbiano. Nel vortice di chiacchiere e discussioni opinabili, nel bel mezzo degli editoriali che, in barba alla legge, già sentenziano sull’esistenza o meno del sistema di affidi illecito denunciato dalla procura di Reggio Emilia c’è un particolare che sfugge ed è forse l’unico che bisognerebbe sottolineare.
Cosa c’è davvero nell’ordinanza? Nelle carte le intercettazioni captate dai carabinieri smentiscono, parola dopo parola, la difesa del sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti.
Tra i racconti dettagliati delle indagini la valutazione del gip del Tribunale di Reggio Emilia Luca Ramponi. “Non è vero che l’indagato non sapesse nulla, piuttosto sapeva e coprì politicamente l’iniziativa amministrativa illegittima, compartecipando nella agevolazione fattiva della stessa anche a fronte di specifiche richieste di altri componenti dell’ organo di indirizzo politico”. Si legge. Ramponi accusa senza mezzi termini l’indagato di esser stato non solo complice di tutto, ma in maniera del tutto lucida e consapevole. E per gli scettici diventa più facile da credere se si vanno a rileggere le telefonte tra Carletti e alcuni degli indagati, tra cui Federica Anghinolfi. La responsabile del Servizio Sociale dell’Unione Val d’Enza finita al centro degli scandali sui bambini di Bibbiano.
Ma partiamo dalla storia. I protagonisti dell’inchiesta “Angeli e Demoni” stavano lavorando all’apertura di una comunità per minori. Un’operazione in grande. La casa avrebbe accolto bambini provenienti da tutto il nord Italia e non solo minori del reggiano. Di questo progetto Anghinolfi, Carletti, ma anche Foti e altri parlarono a lungo. In una telefonata con con Marcello Cassini, legale rappresentante della società cooperativa “Si può fare”, la capa dei servizi della Val d’Enza racconta di essersi mossa per trovare una sede che potesse ospitare il centro. “Loro hanno cercato sta benedetta casa su a Bibbiano e ne avevano trovata una in affitto, ma per come è articolata non si riesce a suddividere”, dice l’assistente sociale. A questo punto l’interlocutore tira in mezzo il sindaco. Come riportano i carabinieri, “Marcello dice di aver già avvisato Carletti di questa cosa, in quanto quest’ultimo gli aveva detto di conoscere una grande casa in cui i proprietari volevano fare un caseificio”. Carletti avrebbe, dunque, contribuito alla ricerca del centro inconsapevole di cosa stesse andando a fare? Senza sapere di cosa si trattasse veramente? Ignaro di come queste persone stessero lavorando con i minori?
Ma andiamo avanti. Per il progetto era tutto pronto. Persino il nome era già stato deciso. “Rompere il silenzio”. Secondo la procura a spingere per creare il centro nelle sue zone era proprio Carletti. Le cure secondo il sindaco dovevano essere, ovviamente, affidate alla onlus di Claudio Foti. Per il sindaco i metodi dello psichiatra Torinese erano eccellenti. Come dimostra una telefonata registrata tra la Anghinolfi e Carletti. Dopo il convegno Rinascere dal trauma: il progetto La Cura i due si sentono per scambiarsi opinioni su come fosse andato l’incontro volto a celebrare il sistema Bibbiano. Federica Anghinolfi: “Secondo me è arrivato un messaggio molto chiaro, anche di natura scientifica”. Carletti d’appoggio: “Io l’ho ribadito apposta in fondo…”. Carletti era persino intervenuto per sottolineare il messaggio di natura scientifica senza essere al corrente di come funzionasse tutto il sistema?
Ciò che è certo è che il sindaco era molto legato alla Anghinolfi e agli altri. Li conosceva. Aveva un rapporto stretto tanto da scambiarsi consigli, pareri e perplessità. Secondo il gip “il suo ruolo di copertura si è anche estrinsecato facendo valere espressamente la propria competenza e il proprio peso politico per superare le perplessità di altri componenti della giunta dell’ Unione proprio con riguardo alle modalità di affidamento del servizio di psicoterapia e della sua retribuzione di fatto”.
Tra le tante, un’altra telefonata è utile a chiudere le fila del discorso e rendere più chiara la posizione del sindaco santificato dopo aver ottenuto la revoca dell’obbligo di dimora. A parlare sono Claudio Foti e Francesco Monopoli uno degli assistenti sociali che collaboravano con Federica Anghinolfi. Questa volta si parla di cifre. Il nuovo centro di accoglienza per minori doveva fissare un costo per i bambini che venivano accolti. A tal proposito Monopoli racconta: “Ho provato a sondare per il discorso della retta e… fra i 250 e i 260 euro… è un po’ un discorso di lana caprina… nel senso che fino a 250 nessuno dice niente”.
Dunque sembrerebbe che fosse già tutto deciso. Mancavano solo le cifre. Ma sarebbe stata la “Hansel e Gretel” ad occuparsi della psicoterapia ai minori. Eppure non era stata indetta nessuna gara pubblica. Tutto in amicizia e senza rispettare i dovuti step legali. Come riporta La Veritàa confermare il modus operandi di Andrea Carletti è stato anche l’ex sindaco di Gattatico in provincia di Reggio Emilia, Gianni Maiola. Secondo quanto emerso dalle sue segnalazioni sembrerebbe che “per un verso la gratuità del servizio non era emersa nella discussione di giunta e che vi era una precisa consapevolezza della onerosità del servizio, tanto che egli pose il problema e segnalò le proprie perplessità, e sia Carletti che Anghinolfi e Campani rassicurarono gli altri componenti della giunta dell’esistenza di un formale affidamento alla Hansel e Gretel“.
Adesso, per qualcuno, dopo che il sindaco del Pd è tornato libero, “Bibbiano” è diventata tutta una farsa mediatica strumentalizzata dalla destra populista. Ma oltre i discorsi, in cui per di più andrebbe intanto sottolineato che la decisione dei pm non rende ancora Carletti innocente, ci sono delle indagini trascritte in un’ordinanza della Procura che parlano di fatti. Che mettono nero su bianco perchè di Bibbiano si doveva parlare. E che fanno pensare che, forse la sinistra prima di pretendere le “scuse” dovrebbe aspettare i processi.
Roma, 6 dic – Brutta figura per la punta di diamante dell’inchiesta antifascista Paolo Berizzi, che questa volta tira un bel colpo di “pietra” su un gruppo “di odio”. Peccato si tratti di giovani artigiane donne, femministe e antifasciste.
La replica di Fhate Off
La denuncia la sporgono direttamente loro, le ragazze di Fhate Off. Sulla loro pagina denunciano loro stesse di essere state oggetto quantomeno di una mala interpretazione di Berizzi che, sulla sua rubrica per Repubblica denominata Pietre (quelle di polemiche – sterili – che lui stesso scaglia) parla così di loro: “C’è un negozio a Roma, vende tshirts, cappelli, toppe anche personalizzate. Ricamano quello che vuoi. Ma gli slogan della casa sono standard: “Odio tutti”, “Ti odio”, “Magari mori”, “Acab”, “Antisocial”“…. e continua l’elenco. “L’ultima produzione della bottega dell’odio” scrive Berizzi “offriva il 20% di sconto su tutti gli articoli. Previa presentazione del coupon lamiavitadimerda“.
Esauriti gli argomenti?
Cosa volesse esattamente comunicarci Berizzi, rimane un mistero. Lui, che di solito indaga solo su un “odio” dal ben preciso segno politico (non dimentichiamoci che è autore di Nazitalia e di molte altre scottanti inchieste, come quella su Fiamma Negrini, esponente dei Fasci italiani del Lavoro o quella contro la “spiaggia fascista” di Chioggia) forse stavolta ha preso una cantonata colossale – o ha esaurito l’ispirazione.
“Non c’hai capito un cazzo”
“Si siamo noi” scrivono le ragazze di Fhate Off. “Si, Paolo Berizzi di NazItalia, in questo articolo apparso su la Repubblica non c’hai capito un cazzo“, rispondo prosaicamente. Fhate Off, in effetti (e basterebbe degnarsi di visitare la loro pagina Facebook e in generale i loro social) non è certamente una marca fascista, anzi. L’ultimo post in evidenza si schiera a favore della tampon tax, propongono per le feste natalizie decorazioni per l’albero rappresentanti vagine e seni da riott grrrl, borse “protect your sister” e via dicendo. Insomma, sono delle femministe tout court, molto probabilmente di sinistra, e quasi sicuramente di ispirazione punk/do it yourself. Berizzi cosa si sarà fumato quel giorno? Adesso che l’odio è la nuova emergenza nazionale non conta da dove provenga, né come venga esplicato: bisogna combatterlo a prescindere, evidentemente. Anche quando viene dal “fuoco amico”.
Inchieste all’acqua di rose
O, forse, Berizzi non s’è nemmeno sprecato di entrarci in quel negozio, di vistare la pagina di Fhate Off. Aveva bisogno di quattro frasette indignate per la sua rubrica che, manco a dirlo, sta andando piuttosto male, mannaggietta. E se continua così, non può che andare peggio e a ben vedere! Beh, per rimanere in tema… Berizzi,mettice ‘na toppa.
Verona, 5 dic – Ve lo ricordate il famoso “attentato incendiario fascista” che il mese scorso colpì la libreria Pecora Elettrica nel quartiere romano di Centocelle? Le indagini non erano ancora iniziate che tutto il mondo cul-turale progressista si era scapicollato davanti alla struttura distrutta dalle fiamme manifestando solidarietà contro i fantomatici “roghi fascisti di libri contro il pensiero dominante” (sic) e i giornali si erano affrettati a stigmatizzare l’accaduto tenendo alta l’assicella dell’“allarme fascismo” dilagante. Sappiamo tutti come è finita: gli inquirenti hanno abbandonato da subito la pista politica concentrandosi sulla folta rete di spaccio della zona, indicando come causa del rogo una ritorsione nei confronti di chi tiene aperto fino a tarda sera, e come autore un tunisino di 45 anni senza fissa dimora. Non proprio il classico fascioterrorista. La sinistra, come dicono a Roma, “fece pippa”. Continua a leggere
Chi odia non ha argomenti ed è per questo che l’odio è una brutta bestia difficile da estirpare. Il dominio dei social, poi, ha dato vita al fenomeno degli haters, ovvero odiatori che approfittano della visibilità offerta dal web per amplificare gli effetti delle proprie azioni.
Per contrastarli, al di là di leggi e provvedimenti repressivi, sarebbe importante tornare a sentirsi membri di una stessa comunità, di un popolo, al cui interno le differenze (culturali, di sensibilità, ideologiche) sono sacrosante e anzi rappresentano un valore aggiunto e non certo occasioni per alimentare ulteriore odio o realizzare campagne di denigrazione collettiva contro chi la pensa in modo differente.
Questo vale per tutti, perchè – piaccia o no – l’odio non ha colore politico, non è di destra, di sinistra o di centro, ma una modalità che nasce e si sviluppa quando si rifiuta il confronto con l’altro, mettendo avanti l’assunto che “le mie idee sono giuste punto e basta”. Partendo da questo presupposto, ecco che tutti coloro che la pensano in modo diverso possono potenzialmente diventare dei “nemici” da abbattere e debellare dalla società.
Affermare che vi è in Italia un pericolo fascismo, al di là del merito della questione (che, diciamola tutta, non sta né in cielo né in terra), può però rappresentare, oltre che uno specchietto per le allodole per allontanare l’attenzione dalle vere emergenze, una miccia che, se alimentata, rischia di produrre conseguenze gravi. Negli anni settanta, l’estrema sinistra di allora uscì dal cappello magico il cosiddetto “antifascismo militante“, coniando il lugubre slogan “uccidere un fascista non è reato“. Ecco, avvenne che in molti casi non ci si limitò a strillare queste frasi deliranti in piazza, ma ci fu chi – approfittando di quel clima di odio e del sostanziale consenso culturale di molti intellettuali e giornalisti – passò all’azione, ritenendo di doverlo fare quasi come dovere etico, “per continuare e portare a termine la lotta partigiana“.
Pochissimi sanno che la prima azione delittuosa delle Brigate Rosse fu commessa proprio contro persone inermi, additate come fascisti e quindi da eliminare: avvenne a Padova il 17 giugno del 1974, quando un commando di cinque terroristi rossi, pistole in pugno, fece irruzione nella sede del Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale, facendo fuoco contro chi in quel momento si trovava nei locali del partito e assassinando due persone innocenti (o meglio, colpevoli di essere considerate ‘fasciste’), Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, vittime dimenticate del terrorismo. Da quel duplice omicidio ne seguirono altri, sempre ai danni di altri giovani di destra. Ovviamente si sparò anche dall’altro lato della barricata contro i “rossi”, innescando la triste stagione degli “opposti estremismi“, con ragazzi che in preda all’odio reciproco persero la vita scagliandosi l’uno contro l’altro o uccidendo esponenti delle forze dell’ordine vittime per aver fatto il proprio dovere, mentre i poteri consolidati non venivano scalfiti e poterono superare indenni quella stagione.
In quell’epoca, prima di sparare e di uccidere, ci fu chi seminò il terreno, facilitando l’affermazione di quell’humus culturale e di quel brodo, nel quale ammazzare il nemico divenne pratica abituale. L’auspicio è che la recente storia italiana insegni qualcosa, ma purtroppo le nuove generazioni non hanno memoria, mentre chi dovrebbe più saggiamente isolare gli odiatori di professione e fermare la novella “strategia della tensione“, non fa nulla e anzi spesso plaude a frasi intrise d’odio.
Preoccupano le continue “mobilitazioni antifasciste” e certe parole d’ordine che suonano un po’ da slogan in stile “anni di piombo”, specialmente perchè c’è chi tende a definire fascista chiunque non esalti il pensiero progressista-dem: non soltanto Salvini, Meloni e tutti coloro che li seguono, ma in genere diventa ‘fascista’ chiunque venga solo additato di non pensarla come i campioni di democrazia a senso unico. Il presupposto è sempre lo stesso: da un lato tutto il bene e dall’altro il male assoluto, gettando in quest’ultimo pentolone chiunque risulti scomodo o non allineato al verbo dominante. Al punto che qualcuno ha ben pensato di definire fascista anche il filosofo marxista Diego Fusaro, per il solo fatto di pensarla in modo autonomo e difforme su tanti temi coccolati dai radical chic di casa nostra.
Dispiacciono e sono da condannare senza tentennamenti gli insulti sul web rivolti alla senatrice Liliana Segre, ma dispiace pure la pericolosa cortina di silenzio calata su buste con proiettili recapitate all’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini o sulle scritte, ormai sempre più frequenti, con minacce di morte che campeggiano sui muri di tutta Italia. Nessuna mobilitazione all’orizzonte per condannare anche questo odio e questi episodi.
Occorre fermare il clima di odio che incomincia a respirarsi in Italia, alimentato – spesso in modo inconsapevole – da chi rifiuta a priori di ascoltare le ragioni dell’altro, di confrontarsi, di aprirsi a chi la pensa in modo diverso da sé. Occorre fermarsi, prima che possano innescarsi effetti drammatici come quelli di qualche decennio fa, troppo frettolosamente archiviati e rimossi dalla memoria.
‘Non sparare a salve, spara a Salvini’, scritta shock a Lecce
La denuncia dell’assessore all’Ambiente della Regione Friuli-Venezia Giulia: “Attaccato da un gruppo di docenti perché ho ricordato loro delle foibe”
Alla fine Fabio Scoccimarro, assessore all’Ambiente della Regione Friuli-Venezia Giulia, non ha potuto fare a meno di intervenire.
Siamo a Trieste, nel bel mezzo di un convegno per celebrare i cento anni dalla fine della Grande Guerra. Ci sono più di 300 studenti in platea: italiani, croati e austriaci. Tutti riuniti a poche centinaia di metri dalle trincee del Carso dove i loro bisnonni si sono combattuti.
Scoccimarro è appena intervenuto con una riflessione scomoda: “Ho ricordato ai ragazzi che la storia va conosciuta a trecentosessanta gradi, soprattutto in queste terre, e che troppo spesso i docenti la raccontano a senso unico”. Adesso è il turno dello storico Raoul Pupo, già finito nell’occhio del ciclone per aver scritto un vademecum per il Giorno del ricordo che le associazioni di esuli giuliano-dalmati non esitarono a definire “giustificazionista”. L’assessore lo ascolta con attenzione e nota una dimenticanza siderale. “Ha tenuto una lectio magistralis sul Novecento e quando ha citato il dramma di Trieste – racconta – si è scordato di dire che non è stata occupata solo da nazisti e anglo-americani, ma anche dagli slavo-comunisti di Tito”.
“Come ha potuto – si domanda Scoccimarro – omettere la peggiore occupazione che la città ha subito? Hanno cominciato a rastrellare persone e slavizzato Trieste per 42 giorni con il terrore”. Nell’auditorium monta così la polemica. L’assessore prende la parola per “correggere” il professore. Ne nasce una piccola discussione che sembra destinata a finire lì. Invece, gli strali di quel confronto gli presenteranno il conto qualche minuto più tardi. L’assessore è appena uscito dalla sala quando incappa in un gruppetto di insegnanti. Lo attaccano coralmente e strillano: “Ignorante! Ignorante!”. Sono inviperiti. Evidentemente non hanno digerito le annotazioni di prima. C’è chi lo accusa di avere una “visione parziale della storia” e chi vorrebbe addirittura censurarlo: “Lei non può dare lezioni a nessuno, vada a fare campagna elettorale da un’altra parte”.
Un paradosso pretendere di chiudergli la bocca, considerato che l’evento era patrocinato dalla Regione e l’assessore era lì in veste ufficiale. “Non so se è più grave l’amnesia di Pupo o il fatto che un gruppo di docenti sia venuto a dirmi che dei crimini dei comunisti non posso parlare”, riflette amaramente Scocciamarro. “Mi preoccupa parecchio – conclude – pensare che dei personaggi così ideologizzati diano lezioni ai nostri ragazzi”. L’accaduto è arrivato anche all’orecchio di due parlamentari di Fratelli d’Italia, Luca Ciriani e Walter Rizzetto, che stanno già lavorando per presentare un’interrogazione al ministro dell’Istruzione. Mentre il presidente della Fondazione dalmatica Rustia-Traine, Renzo de’ Vidovich, chiede alla Regione che sui temi dell’esodo e delle foibe il programma scolastico venga rivisto. E non solo. “Anche che si faccia promotrice dell’esumazione di centinaia di migliaia di vittime, tra i quali 14mila italiani, infoibati in Slovenia e Croazia”. Con l’auspicio che possa servire a rinfrescare la memoria a chi l’ha perduta.
“Il testo non si cambia” ha dichiarato il presidente dell’eurogruppo, Centeno. Il Premier nei guai più che mai
“Non vediamo ragione per cambiare il testo del Mes; al massimo possiamo parlare di cose tecniche. Si firmerà ad inizio 2020. L’accordo era stato già raggiunto a giugno”. Sono le 17 quando da Bruxelles il Presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, mette forse la parola fine sui sogni di Conte e Gualtieri (ma anche di Di Maio) di modifica e di trattative sul Fondo Salva Stati.
Niente da fare, l’Europa ha deciso, l’accordo politico c’è da giugno (proprio mentre il Parlamento italiano votava per il no), tra un mese si firma e si parte.
E ora? Ed ora cosa farà l’avvocato del popolo che due giorni fa in Parlamento tra un insulto a Salvini e l’altro prometteva una nuova fase di dialogo sul Mes con Bruxelles o quantomeno un rinvio? Ed ora cosa farà il Ministro Gualtieri, quello che in commissione aveva detto due settimane fa che l’accordo era “inemendabile” (ed oggi ci è arrivata la conferma ufficiale della veridicità di quella affermazione) e che proprio in queste ore sta cercando il modo di intavolare un dialogo con il resto dell’Europa sul fondo Salva Stati? Ed ora cosa farà Di Maio che ha detto (ieri) che così com’è il Mes non lo vota? Ed ora cosa farà Grillo che vede sgretolarsi ogni giorno che passa sempre più il Governo inventato con Renzi l’agosto scorso?
Su tutto, quale sia l’opinione di ciascuno sul Mes, è avidente che qualcosa di strano e di sbagliato ci sia stato nella gestione dell’intera vicenda tra Roma e Bruxelles.
Delrio ieri ha detto che il Pd è pronto al voto e non ha paura delle elezioni. Sempre ieri anche Renzi ammetteva per la prima volta che nella maggioranza ci sono troppi litigi e poche decisioni e che il voto è vicino.
Per gestire il Mes, l’Ilva, l’Alitalia, la Manovra economica delle mille tasse, i migranti, i dazi Usa, le autostrade che si sgretolano, il lavoro che manca serve un Governo serio, forte. Questo non lo è, non lo è mai Stato. Unirsi per non far vincere Salvini è solo uno slogan che può durare pochi giorni. Poi sarebbe servito un progetto politico, un’idea di paese, un’alleanza vera.
“La più forte” tra le organizzazioni criminali straniere che operano sul nostro territorio, così l’ha definita la scorsa settimana il procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Federico Cafiero De Raho. Una piovra che possiede “articolazioni in quasi tutte le regioni italiane e in tutti i Paesi del Vecchio Continente”, oltre a poter contare su “una base molto forte nel Paese d’origine”. Un’unica “cupola” che coordinerebbe chi opera sui singoli territori. A testimoniarlo ci sono gli arresti degli affiliati ai clan Viking e Maphite, eseguiti martedì in almeno otto regioni italiane e all’estero in Germania, Francia, Olanda e Malta.
Da confraternite a mafie: così i nigeriani sfidano i boss
In principio erano i “cult”. Confraternite universitarie nate negli anni ’70-‘80 che durante la transizione democratica in Nigeria iniziano a mettersi al servizio dei potentati locali in lotta, fino a trasformarsi in vere e proprie organizzazioni criminali. Black Axe, Eiye, Vikings, Maphite, Black Cats: sono i nomi dei clan più spietati. La prima apparizione in Italia risale al 1995, ma bisogna aspettare la metà degli anni 2000 perché arrivino le prime segnalazioni degli 007 sulle attività criminali gestite dagli africani. Nel 2011 è la stessa ambasciata nigeriana a Roma ad avvertire l’intelligence della presenza in Italia di referenti delle sette di Lagos e Benin City. La nostra penisola viene considerata da sempre come una base strategica. Quella nigeriana, infatti, come chiarisce la Dia nell’ultimo rapporto inviato al Parlamento, è una mafia a “spiccata vocazione internazionale”, che per espandersi sfrutta i flussi migratori. I tentacoli dei “cult” si estendono sui traffici più redditizi: dalla tratta degli esseri umani, alla droga, passando per la prostituzione, la compravendita di organi e il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La prima condanna per associazione mafiosa arriva nel 2006 a Brescia. Ventitré nigeriani vengono accusati a vario titolo dei reati più disparati, compresi quelli “commessi con l’obbiettivo di imporsi nel controllo del territorio in danno di altri gruppi criminali”.
Dal Nord Italia le cosche approdano a Castelvolturno. Ed è proprio sul litorale domizio che i cult conquistano il mercato della cocaina e delle prostitute scalzando i Casalesi. Negli anni il business si allarga fino alla gestione della manodopera straniera e del traffico di organi. Secondo indiscrezioni proprio qui si starebbe concentrando un’inchiesta dell’Fbi sugli espianti gestiti dalla mafia nera. Col tempo i clan dei nigeriani si ritagliano spazi sempre maggiori, affiancando le mafie locali. A Palermoi nigeriani gestiscono lo spaccio e la tratta di ragazze nei feudi di Cosa Nostra come Ballarò e Brancaccio. “Ormai il rapporto con i boss locali non è più di sudditanza, ma di coesistenza”, spiega a ilGiornale.itAntonio De Bonis, ex analista dei Carabinieri ed esperto di criminalità organizzata, a margine della presentazione alla Camera dei Deputati del suo dossier sulla mafia nigeriana edito dal Centro Studi Machiavelli. “Quella nigeriana è una mafia in crescita che può contare su forze giovani e numerose che le consentono di diffondersi in maniera capillare – continua – ad esempio a Milano ci sono intere zone in cui stanno riproducendo il sistema di connection-house usato a Castelvolturno”.
I riti di iniziazione e la tratta delle schiave
La rete dei cult è costruita su legami etnici e familiari. Per entrare a far parte delle confraternite bisogna sottoporsi a riti di iniziazione che variano da un’organizzazione all’altra. Il nuovo adepto viene pestato sotto gli occhi del capo e poi costretto a bere lacrime miste a sangue, oppure un cocktail di droghe che gli faccia dimenticare la vecchia identità per abbracciare la nuova. Anche le ragazze che finiscono nel racket della prostituzione vengono iniziate con riti “juju”. Una sorta di stregoneria praticata dalle “maman”, le donne dei clan che gestiscono la tratta, che le lega indissolubilmente all’organizzazione. Le inchieste che si sono susseguite negli anni hanno accertato come le giovani da avviare alla prostituzione vengano fatte arrivare in Italia attraverso le rotte migratorie. Si tratta di un vero e proprio “cliché” operativo: i referenti in Nigeria si occupano di reclutare le vittime, spesso con l’inganno, la rete presente in Libia organizzano la traversata sui barconi, mentre i sodali che operano sul territorio italiano provvedono a fornire i documenti e a sistemarle abusivamente nei centri di accoglienza per richiedenti asilo. Non è un caso che fosse proprio il Cara di Mineo la base operativa dei 26 appartenenti alla confraternita dei Vikings arrestati nel gennaio 2019, oppure che i 32 nigeriani finiti in manette ieri avessero il loro quartier generale nel Cara di Bari.
Cocaina Spa
Sempre secondo la Dia le rotte migratorie utilizzate dai clan nigeriani per far arrivare in Italia i propri connazionali spesso “coincidono con quelli del traffico di stupefacenti”. È questo l’altro grande business dei cult, anche perché, come sottolinea un report del Centro Studi Internazionali (CeSI), la Nigeria è uno snodo fondamentale nel traffico di cocainadal Sud America all’Europa. La tecnica usata per trasportare le sostanze è quella “a pioggia” che prevede l’utilizzo di diversi corrieri ai quali vengono affidate piccole quantità di droga. Il business frutta ogni anno decine di milioni di euro. Secondo i dati della Banca d’Italia le rimesse verso la Nigeria sono raddoppiate dal 2016 al 2018, anche e soprattutto grazie ai proventi delle attività illecite. Si parla di cifre da capogiro: 74 milioni di euro trasferiti soltanto lo scorso anno attraverso money transfer o hawala, il sistema fiduciario di trasferimento di valori diffuso in Medio Oriente e Nord Africa.