Siria, fonti di stampa: attacco israeliano vicino l’aeroporto di Damasco

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SIRIA ISRAELE

Ansa

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Aerei israeliani avrebbero compiuto un attacco nelle vicinanze dell’aeroporto di Damasco. Lo riportano media israeliani che citano fonti di stampa siriane. Secondo le stessi fonti, non si sa al momento se l’attacco ha colpito un convoglio di armi o altri obiettivi.

Fonti di stampa dell’opposizione siriana – citate da Ynet – hanno riferito che sono state avvertite esplosioni nei pressi dell’aeroporto di Damasco. Se fosse confermato questo sarebbe il secondo attacco nelle ultime settimane attribuito ad Israele.

Tra fine ottobre ed i primi di novembre – riferirono all’epoca fonti della regione tra Damasco e Daraa – una serie di attacchi aerei sono stati compiuti dall’aviazione israeliana in territorio siriano contro postazioni dell’esercito governativo e delle milizie sciite libanesi Hezbollah. Le stesse fonti affermarono che i raid furono diretti contro una base della brigata 155 governativa nell’area di Qutayfa e posizioni Hezbolah tra Jubbe, Ras Maara e le colline di Falita. Da parte di Israele non c’è mai stata conferma di quegli attacchi, né stasera c’è alcun commento alle notizie riportate dai media siriani e ripresi da quelli israeliani. Ma Israele – e lo ha ribadito lo stesso premier Benyamin Netanyahu nel recente incontro con il presidente Barack Obama – ha sempre dichiarato “tolleranza zero per i colpi d’artiglieria che provengono dalla Siria, per il traffico di armi e la distribuzione di armi chimiche ai terroristi”.

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Montecassino, la vita dell’ex abate Vittorelli: coca, ecstasy, cene di lusso viaggi e ostriche. E 2mila euro di shopping. Così “sua eccellenza” rubava ai poveri

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Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

Si chiama Concilio Vaticano II

Droghe, appartamenti e hotel di lusso, ostriche e champagne, viaggi in Sudamerica e notti di gloria a Londra. Pagati come? Con i soldi della Chiesa, quelli dell’8 per mille. Quel che emerge dal lavoro della Guardia di Finanza è sconvolgente: l’ex abate di Montecassino, una delle più importanti Abbazie italiane, per anni avrebbe delapidato i soldi dei fedeli per fare la bella vita e arricchirsi senza freni. Avrebbe iniziato subito, Don Pietro.

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La Lega e la caccia al tesoro padano

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MARINI E SALVONI

RETROSCENA SUL PARTITO CHE OGGI VORREBBE SOSTITUIRE LA DESTRA:

Nella guerra di successione del dopo-Bossi, le fazioni si contendono un gruzzolo di 20 milioni di euro. Spostato su una banca di Bolzano

di Giovanni Tizian e Gianfrancesco Turano

11 novembre 2015

Le eredità guastano i rapporti nelle famiglie più unite. Figurarsi tra parenti serpenti quali sono diventati i leghisti. Il movimento delle scope che tre anni fa ha mandato in pensione il fondatore Umberto Bossi a vantaggio di Bobo Maroni e poi di Matteo Salvini, aspirante leader del centrodestra a reti unificate, ha innescato uno scontro finanziario e politico mascherato dietro la compattezza marmorea del movimentismo padano. È una storia già vista con il patrimonio di altri partiti, dal Pci ad Alleanza nazionale. Gli indipendentisti verdi non solo si battono sui soldi senza essersi sciolti ma non hanno nemmeno la possibilità di litigare in privato sulle decine di milioni di euro di contributi pubblici accumulati in un ventennio di politica. Due procure della Repubblica, Milano e Genova, più l’avvocatura dello Stato, stanno dando la caccia al tesoro della Lega e ipotizzano truffa e appropriazione indebita. La giustizia ordinaria aveva parlato di 41 milioni di euro. Gli avvocati dello Stato hanno ritoccato al rialzo (59 milioni) la cifra che la dirigenza leghista avrebbe avuto a disposizione, e male impiegato, quando il tesoriere era Francesco Belsito, finito sotto indagine ad aprile del 2012, arrestato a marzo dell’anno successivo e oggi dipendente di una gelateria genovese. La posizione della Lega è che non c’è più un euro in cassa, tanto che la spending review in verde ha dovuto licenziare fin nella sede storica di via Bellerio.

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Opinione pubblica “dopata”? Yes we can

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krancic

Segnalazione del Centro Studi Federici

La demonizzazione della Russia di Putin, di Alfonso Tuor

Lo scopo dello scandalo del doping, come quello della FIFA, sono passi verso una nuova guerra fredda

Che nel mondo dello sport circolino tanti soldi e con essi anche sostanze dopanti è un fatto risaputo. Che i Paesi, che facevano parte del blocco sovietico, facessero ampio uso di additivi chimici per dimostrare che il cosiddetto socialismo reale primeggiasse nello sport è pure un fatto conosciuto. Ciò induce a sospettare che la Russia abbia continuato a praticare queste cattive abitudini e che quindi sia giustificata la richiesta dell’Agenzia mondiale antidoping di bandire gli atleti russi da tutte le competizioni ed in primo luogo dai Giochi olimpici che si terranno l’anno prossimo in Brasile. Ma questa richiesta desta alcuni interrogativi, anche perché si inserisce in un clima creato ad arte di nuova guerra fredda contro la Russia di Putin. Il tutto ricorda il recente attacco contro la FIFA e contro il suo Presidente, lo svizzero Sepp Blatter, accusato di aver manovrato per assegnare i mondiali di calcio alla Russia e poi al Qatar. Ma procediamo con ordine.

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Per il quotidiano Avvenire la legge 194 funziona…

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194

Segnalazione Corrispondenza Romana

di Alfredo De Matteo

Come da prassi, anche quest’anno, è stata inviata al Parlamento la relazione annuale circa l’attuazione della legge 194/1978 sulla cosiddetta interruzione volontaria di gravidanza, in cui vengono presentati i dati definitivi relativi all’anno 2012 e quelli preliminari riferiti al 2013.

È bene ricordare che tale relazione altro non è che la conta dei bambini uccisi per mano di medici senza coscienza, con la complicità delle loro madri e dello Stato; e per di più a spese del contribuente. Pertanto, dovrebbe risultare difficile, se non impossibile, a chi difende le ragioni della vita non tuonare contro tale immonda strage di innocenti, a prescindere dal fatto che il numero degli aborti tenda progressivamente a diminuire oppure no. Eppure, il quotidiano dei vescovi italiani non solo non lascia trasparire alcuno sdegno, ma addirittura commenta in maniera tutto sommato positiva i dati contenuti nella relazione, che effettivamente confermano «la tendenza storica alla diminuzione dell’Ivg in Italia».

Nel pezzo apparso sull’Avvenire del 16 ottobre scorso, dal titolo Aborto: Obiezione di coscienza non ostacola, l’articolista ci ragguaglia sul fatto che nel 2013 sono state notificate 102.644 Ivg (quasi 300 omicidi al giorno …) rispetto al dato definitivo del 2012 che da conto di 107.192 casi, con un decremento quindi del 4,2%. In più, nell’articolo si fa presente che, dati alla mano, «il numero dei non obiettori (medici, Ndt) nelle strutture ospedaliere risulta quindi congruo rispetto alle Ivg effettuate».

L’unica nota leggermente stonata sembra essere il dato relativo al rapporto di abortività (ossia il numero di aborti per 1.000 nati vivi), che guarda caso risulta essere aumentato nel 2013 rispetto all’anno precedente; tanto da far trasalire l’autore con un perentorio «… e questo non è certo un dato incoraggiante». I più benevoli potrebbero affermare che tale modo di commentare la relazione annuale sulla legge 194 miri essenzialmente a tentare di difendere il sacrosanto principio all’obiezione di coscienza, dai continui attacchi che provengono da larghi settori della società civile, ed ancora, che seppur gli aborti sono sempre tanti un decremento degli stessi è sempre da salutare con una certa soddisfazione.

Tuttavia è proprio il caso di dire che i conti non tornano. Già, perché oltre al sopra citato aumento del tasso di abortività (ossia, gli aborti diminuiscono perché ci sono sempre meno gravidanze da interrompere e comunque il dato da cui partire per fare confronti non è quello relativo al numero degli aborti registrato nel primo anno di attuazione della legge ma lo zero aborti legali ante legge 194 … ), c’è da rilevare un dato che sfugge alle statistiche (ed all’articolista), ossia il ricorso ai tanti abortivi chimici tranquillamente presenti in commercio, la cui libera vendita è il risultato ovvio della legalizzazione dell’aborto.

Pertanto, non è un azzardo ipotizzare un numero totale di vittime degli aborti di gran lunga superiore a quello indicato nella relazione sulla 194. Ma soprattutto, ciò che realmente conta è che esiste ormai da quasi quarant’anni una legge dello Stato che regolamenta l’omicidio dell’innocente, perverte la psiche e l’anima delle persone e distrugge intere famiglie; una legge integralmente iniqua e priva di intrinseca validità giuridica i cui nefasti effetti vanno denunciati sempre e comunque.

Eppure, quando c’è da segnalare i presunti crimini commessi dagli Stati che applicano la pena capitale non si fanno sconti: il progressivo calare del numero delle esecuzioni non lascia soddisfatti, i cattolici per primi, si punta alla messa al bando planetaria del boia e si lavora alacremente e senza sosta in tal senso. Si parla delle nuove sfide con cui la famiglia è chiamata a confrontarsi ma si preferisce non “erigere muri” o non “alzare steccati” quando si tratta di contrastare il vero cancro che uccide la famiglia e la civiltà: l’aborto di Stato.

La profonda crisi nella Chiesa e, di riflesso, il crescente disordine morale presente nella società civile è ormai un fatto evidente. Occorre oggi più che mai che tutti gli uomini di buona volontà si adoperino per difendere la vita umana innocente, supplendo con il loro sacrificio ed impegno alle mancanze di molti, uomini di Chiesa inclusi. La Marcia per la Vita, la cui sesta edizione è in programma il prossimo 8 maggio 2016, rappresenta la giusta occasione per far valere le ragioni della vita e per togliere dall’oblio mediatico e culturale il più grande genocidio della storia dell’umanità, tuttora in atto

Report su Felice Maniero

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Segnalazione di Sigfrido Ranucci

«La figlia di Felice Maniero uccisa per vendetta»

A smentire la tesi del suicidio della figlia dell’ex boss della mala del Brenta è Giancarlo Carpi. L’anticipazione dell’inchiesta di Report in onda domenica.

 Non sarebbe stato un suicidio per una delusione d’amore, quello di Elena, la figlia dell’ex boss della mala del Brenta Felice Maniero. Sarebbe stata invece uccisa per una vendetta nei confronti di quel padre colpevole di aver collaborato con la giustizia. È quanto racconta per la prima volta a Report Giancarlo Carpi, l’ex camionista che negli anni Novanta aveva fondato con altri la struttura militare segreta “Legione Brenno”, una struttura coinvolta in un traffico di armi. Carpi aveva partecipato segretamente alla guerra tra Serbi e Croati ed era poi finito in carcere a Padova, dove aveva contatti con uomini legati alla mafia veneta. Gli uomini riferivano di un prossimo omicidio della giovane trentenne.

Dopo un volo nel buio dalla finestra della sua mansarda nel febbraio 2006, Elena Maniero fu ritrovata senza vita in un cortile di un condominio a Pescara dove viveva sotto falso nome. La vicenda è stata archiviata come suicidio per motivi sentimentali, nonostante i dubbi dell’epoca di Felice Maniero, che invece oggi – contattato da Report – non sembra più credere all’ipotesi dell’omicidio.

«Gli hanno ammazzato la figlia», rivela ora Carpi all’interno di una incredibile inchiesta di Report dedicata invece a un gruppo di contractors clandestini incaricati di addestrare delle milizie in Somalia e al traffico di armi internazionale, in onda domenica prossima alle 21.45 su Rai3.

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Del buon uso politico delle notizie . O la verità con data di scadenza

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Due informazioni interessanti sono arrivate, che danno occasione a un po’ di filosofia spicciola della comunicazione – e della loro “forza” politica.

La tv russa mostra per errore un’arma segreta

Che disdetta! Non una, ma due tv russe – NTV e Pervy Kanal – hanno rivelato segreti di Stato. E’ accaduto a Soci, durante una riunione del presidente Putin con alti responsabili militari. Da sopra le spalle di uno di detti responsabili, le telecamere hanno occhieggiato una pagina che l’alto ufficiale stava leggendo. Erano disegni e descrizione di un siluro – più precisamente un drone subacqueo – a testa atomica. Ed hanno indugiato abbastanza perché si potessero leggere le didascalie, subito tradotte dalle agenzie occidentali.

Si tratta dello Status-6, un apparato che può essere lanciato come un siluro da un sottomarino, ed esplodere sotto costa di un paese nemico, con lo scopo (dice la traduzione) di “danneggiare componenti importanti dell’economia dell’avversario in area costiera ed infliggere al territorio di un paese danni inaccettabili creando ampie aree di contaminazione radioattiva che diventerebbero impraticabili per ogni attività economica, agricola, militare o d’altro genere per un lungo periodo di tempo”.

Va da sé che le due tv hanno avuto l’ordine di cancellare le immagini. “In effetti, certi dati segreti sono stati filmati, per cui sono stati poi soppressi”, ha dichiarato Dmitri Peskov, il portavoce del Cremlino. Peccato però che Sputnik News le avesse già diffuse e restano in circolazione (e poi non dite che in Russia non c’è libertà di stampa).

Vulnerabile…

Chissà a quale economia da danneggiare hanno pensato a Mosca. Forse un paese petrolifero che ha in area costiera non solo i maggiori giacimenti, ma gli impianti, raffinerie, e teste di oleodotti, per non parlare delle gigantesche cisterne di stoccaggio che devono essere per forza sulla costa in attesa delle petroliere? Un paese – si dice per pura ipotesi – che magari fa’ un doppio gioco ributtante sulla questione della Siria, mandando i suoi ministri a trattare amichevolmente con Putin e continuando ad armare i terroristi dell’ISIS e peggio, a diffondere il fanatismo wahabita che la Russia sente come una minaccia diretta? International-petroleum-pipelines

Rendere impraticabile per lungo tempo le zone costiere economicamente floride di questo ipotetico paese, lo farebbe scomparire per sempre dalla mappa degli attori geopolitici; senza dire del vantaggio collaterale che ciò porterebbe ad un rincaro del barile, prospettiva altamente auspicabile per Mosca.

Ci sarebbe anche un altro staterello la cui contaminazione radiattiva di ampie aree farebbe tramontare per decenni la funzione di terra promessa. Un paese la cui aviazione ha bombardato installazioni militari a Damasco, nonostante gli accordi presi con Putin. Che, magari, sa troppo su chi e come ha fatto esplodere il volo dei turisti russi da Sharm.

Ma naturalmente sono pure ipotesi, del tutto improbabili. Quel siluro non sarebbe usato se non in caso estremo, di guerra a morte totale. O forse è invece un’arma atomica tattica? Resta l’involontaria fuga di notizie. Ora l’Occidente lo sa.

“Ho sparato io a JFK”

Nei giorni scorsi l’ergastolano James Files, 72 anni, è stato trasferito da un carcere di massima sicurezza ad un altro a regime più lieve, in vista della sua liberazione, dopo 36 anni di galera per vari omicidi. Così il suo nome è riapparso su qualche giornale, forse per l’ultima volta. E’ dal 1994 che Files ha sostenuto di essere stato lui, e non Lee H. Oswald, a sparare il colpo mortale al presidente J F Kennedy qual giorno del 22 novembre 1963 ad Houston.

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Files ha sostenuto di essere stato arruolato nella nella 82a Airborne, il corpo speciale parà usato al tempo in operazioni inconfessabili nel Laos e in Vietnam; di essere finito sotto corte marziale con l’accusa di aver ucciso due dei suoi uomini durante una delle operazioni nel Laos; di essere stato “protetto” in quel frangente da un agente della Cia di nome David Atlee Philips, che gli presentò (quello che poi sarebbe stato fatto passare come lo sparatore solitario a Kennedy); nello stesso tempo, diventò autista e guardaspalle di Charles Nicoletti, un capo gangster della mafia di Chicago nel ’61. Fu Nicoletti a parlargli del piano per uccidere Kennedy, rendendo chiaro che era un’operazione congiunta Mafia-Cia; che a lui Nicoletti l’azione era stata ordinata da Sam Giancana. A sparare doveva essere Nicoletti; solo se questi avesse sbagliato mira, l’ex parà sarebbe intervenuto a finire il presidente. La moglie, Jacqueline Kennedy, non doveva essere toccata.

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Files disse di aver sparato con un Remington XP-100 “Fireball” bolt action, e proiettili .22 long rifle fornitigli espressamente dall’uomo della Cia, Philips., proiettili preparati per esplodere. Quel mattino, alla vista del corteo, Nicoletti sparò; quando Files sentì che il gangster aveva sparato un secondo colpo, tirò anche lui: aveva mirato all’occhio, secondo lui fu il suo proiettile a sfracellare il cranio del presidente.

Poi se ne andò, dopo essersi rivoltato il giaccone da ferroviere reversibile e messo il Remington in una valigetta. La polizia arrestò invece Oswald, l’ex Marine, che stava – su ordine dei suoi referenti – nel magazzino di libri scolastici di Dallas; Oswald fu ucciso il giorno dopo da Jack Ruby, un piccolo gangster che di lì a poco sarebbe morto di cancro: senza spiegare il motivo della sua azione, e senza mai essere processato.

Insomma, Files ha confermato – e da anni l’intera sequenza dei fatti, e i mandani, che per decenni sono stati derisi come “complottismo” delirante. Anche se sono stati riscontrati dall’inchiesta del giudice Garrison, e – quanto a Files – la sua appartenenza alla 82 Airborne è stata confermata dallo storico ufficiale John C. Grady, anche se con fatica (i dati erano stati cancellati).

Personalmente sono stato colpito da un particolare: “Ho sparato dalla collinetta erbosa” ha detto Files. Quanti testimoni oculari, quel giorno, dissero di aver sentito chiaramente che gli spari venivano da questa collinetta erbosa, su cui si levava una staccionata, in Dealey Plaza a Dallas! E come furono trattati non solo dalla polizia, ma dai media e dai giornalisti liberi, che liberamente li schernirono a più non posso. Collina erbosa si dice “grassy knoll”: i media inventarono persino un nome collettivo, “grassy knoller”, per bollare tutti testimoni oculari che aveva sentito che ‘cera stato un secondo sparatore dalla collinetta, e per estensione tutti coloro che, in seguito, ad ogni attentato e false flag, hanno espresso dubbi sulle verità ufficiali. Il termine ha assunto, per un capolavoro della comunicazione, un insieme di connotazioni peggiorative inimmaginabili: Grassy Knoller non è solo un mattoide che ha preso lucciole per lanterne, un allucinato, ma uno sfigato che insiste e insiste rendendosi ridicolo. Ancora nel 2013, un columnist di un certo peso, Pat Cunningham, s’è chiesto: “John Kerry è un grassy knoller? E chi lo sapeva?”: Perché Kerry aveva detto di avere un’idea su chi e perché aveva fatto assassinare Kennedy, ma se la teneva per sé. Certi arcana imperii non devono essere svelati nemmeno mezzo secolo dopo. Nemmeno un segretario di stato può sfidarli.

http://www.journalstandard.com/article/20131111/blogs/311119928

James Files può dire quel che vuole, invece, ormai. Al sottoscritto, grassy knoller impenitente e orgoglioso di esserlo, non resta che qualche considerazione finale sulla verità. Ha una data di scadenza,oltre la quale è inutile. Quella sul siluro russo è freschissima, anzi data con un lieve anticipo, sicché esercita l’effetto politico pieno. Questa su Kennedy può circolare perché ha perso la sua carica esplosiva politica, che sarebbe stata diroimpente se fosse stata affermata nel ’62. Ormai non cambia le cose. Vedrete che fra altri 15 anni, anche la narrativa sull’11 Settembre comincerà a circolare, la sua versione ufficiale ad essere messa qua e là in dubbio. Ci saranno persino quelli – che oggi ci hanno dato dei grassy knoller – che diranno: “Ma sì, è noto che andò così e non cosà. Tutti lo sanno. Io l’ho capito subito”.

The grassy knoll
The grassy knoll

Questi sono i farabutti. Magari pagati. Ma non avrebbero potere, se non avessero dalla loro le schiere maggioritarie di quelli che per principio accettano quel che dice “l’autorità” – che può essere anche solo il TG – e per quel motivo, si scagliano con rabbia contro chi prova a spiegargli che la versione ufficiale non è quella giusta. E’ su questa massa di psico-poliziotti volontari che fa’ conto il potere, tanto più se è criminale. Tra di loro, specialmente irritanti sono quelli che hanno la cultura per capire, che non capiscono in tempo, e che per questo deridono chi ha capito prima di loro. Ma cosa volete, non c’è difesa.

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Libertà di espressione in Francia: proibite le manifestazioni pro Palestina e pro Boicot Israel

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Segnalazione di Federico Prati

La Prefettura di Heraulth (sud della Francia) ha proibito Sabato scorso una manifestazione di solidarietà con la Resistenza palestinese convocata dal comitato locale del movimento Boicotaggio Disinvestimenti e Sanzioni (BDS) contro Israele.

“Un Governo sottomesso ad Israele, proibisce agli stessi cittadini francesi il loro diritto alla libertà di espressione perchè lo hanno deciso le associazioni sioniste…..una vergogna per tutta la Francia!”, ha comunicato questa Domenica attraverso il suo profilo in una rete sociale di internet, l’associazione BDS Francia 34.

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Terrorismo: Mosca lo combatte. Parigi lo favorisce, gli USA sono sconfitti

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ANIS NACCHACHE

Segnalazione di Federico Prati

Esclusivo – Parla Anis Naccache, esperto militare e strategico. La percezione di una grande svolta nel Levante, tra nuovi protagonisti e vecchi attori spiazzati.

Colloquio con Anis Naccache a cura di Talal Khrais.

da Redazione Assadakah

DAMASCO (Siria) – È il mio terzo giorno nella capitale siriana, e la mia 59esima missione in Siria in meno di 5 anni. Ancora oggi cerco di capire meglio la situazione in Medio Oriente. La cosa più sicura è che la Siria è stata vittima del terrorismo e che a tutt’oggi, malgrado il rischio terroristico si possa scatenare in Europa, i leader europei seguono una politica cieca e contraddittoria: condannano il terrorismo ma fanno finta di combatterlo, intanto che non pronunciano alcun sostegno o perfino complottano nei confronti di chi il terrorismo lo combatte davvero.

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