Questa società non punta ad accogliere chi arriva da noi, ma a rendere migrante chi c’è già

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di Diego Fusaro

Questa società non punta ad accogliere chi arriva da noi, ma a rendere migrante chi c'è già

Fonte: Lettera 43

L’elogio ipocrita dell’immigrazione da parte dell’èlite neofeudale e dei suoi oratores della sinistra del costume non si spiega unicamente in ragione dell’«esercito industriale di riserva» (Marx) che i migranti vanno a costituire, abbassando i costi della forza lavoro e accrescendone la debolezza.
I migranti sono per il capitale gli schiavi ideali: ricattabili, senza coscienza di classe, disposti a tutto pur di sopravvivere.
Accanto a questo motivo, e a esso connesso, ve ne è un altro.
Il nuovo profilo antropologico coessenziale al tempo della precarietà a tempo indeterminato corrisponde a quello dell’uomo senza identità e senza radici; il quale è, al tempo stesso, homo migransdeterritorializzato, apolide e sradicato, sempre pronto, valigia alla mano, a spostarsi seguendo i processi della delocalizzazione e della volatilizzazione dei capitali.
TRIONFO DELL’INSTABILITÀ. In virtù del fatto che, nel regime della precarietà assoluta del finanz-capitalismo, ogni progetto e ogni legame risultano a tempo determinato, il soggetto deve sapersi distaccare disinvoltamente da tutto, abbandonando non solo l’ideale della stabilità lavorativa e affettiva e, più in generale, la sfera dell’«eticità» (Sittlichkeit) di hegeliana memoria.
Deve anche, in pari tempo, affrancarsi da ogni radicamento territoriale, mantenendosi pronto a improvvise migrazioni e all’inseguimento, al di là dei mari e dei confini, delle cosiddette “sfide della globalizzazione”. Continua a leggere

Ad un ex-agente della Stasi la censura del web tedesco

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Segnalazione di Corrispondenza Romana

kahane

A chi si chieda dove siano spariti gli ex-agenti della Stasi, di cui subito dopo il crollo del Muro di Berlino non si è più saputo alcunché, ecco la risposta.

Si chiama Anetta Kahane. Un nome, che a molti non dice alcunché. Ma a qualcuno – pochi – dice anche troppo. Oggi è, in Germania, fondatrice ed amministratrice delegata della Fondazione Amadeu Antonio: ha fatto recentemente parlare di sé per aver dichiarato pubblicamente di militare nelle fila di coloro che chiedono l’apertura totale delle frontiere ed un’accoglienza incondizionata degli immigrati. Ora è stata incaricata dal ministro federale di Giustizia, Heiko Maas, di sorvegliare, curare ed assicurare la censura su Internet e sui social network. Ad esempio, segnalando quanti critichino l’«invasione silenziosa» di stranieri, giunti in Europa anche da Paesi non in guerra e non affamati, per rimescolare le carte, annientare il concetto di Patria, nazione, identità e rimpiazzare con i propri figli i bimbi italiani mai concepiti oppure abortiti. Operazione, che comporta evidenti ripercussioni sul piano demografico, sociale, spirituale, valoriale e culturale.

Indubbiamente, il curriculum vitae della prescelta offre abbondanti garanzie: la sua famiglia partecipò alla guerra civile spagnola, schierandosi con i comunisti. Tornata in patria, si adattò molto bene al regime comunista instaurato nella Germania dell’Est dopo la guerra. Gli archivi provano come lei stessa, col nome in codice di “Vittoria”, fosse un’agente della Stasi e, per tale organizzazione, avesse predisposto dei rapporti alquanto scrupolosi sulle persone poste “in osservazione”, sui loro amici e su quanti facessero parte del loro entourage. Chi riceveva le sue note era giunto a definirla molto collaborativa: aveva denunciato anche quanti avessero deplorato la repressione della Primavera di Praga e quanti fossero tentati dall’idea di fuggire dalla Germania dell’Est. Continua a leggere

Manuel Poletti, figlio del ministro del Lavoro, è direttore di un giornale che ha ricevuto 500mila euro di fondi pubblici in tre anni

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 Manuel Poletti, figlio del ministro del Lavoro Giuliano, dirige un giornale che ha ricevuto solo nel 2015 circa 191mila euro di fondi pubblici. Si tratta Sette Sere Qui, un settimanale nato nel 1996 che copre i territori di Faenza, Lugo, Ravenna e Cervia, edito dalla Cooperativa giornalisti “Media Romagna” di Imola. Cooperativa a sua volta presieduta da Manuel Poletti.

Contributi al quotidiano diretto da Manuel Poletti nel 2015
2015

Un’informazione nota ma che ha ripreso a circolare sui social network dopo le recenti uscite del ministro del Lavoro sui “cervelli in fuga” che hanno scatenato un fiume di polemiche: “Se 100mila giovani se ne sono andati non è che qui sono rimasti 60 milioni di ‘pistola’. Ci sono persone andate via e che è bene che stiano dove sono perché questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”, ha detto il ministro del Lavoro salvo poi correggere il tiro dicendo di “essersi espresso male”.

“Facile difendere #JobsAct e #voucher quando persino tuo figlio ha azienda che campa grazie a contributi editoria pagati dallo Stato”, è uno dei tanti commenti fioccati su twitter. Il riferimento è alla cooperativa di giornalisti che è proprietaria del settimanale romagnolo, diretto da Poletti Jr dal 2009. Secondo le norme che regolano i contributi alla stampa (legge 250/90) il periodico Sette Sere Qui ha ricevuto nel 2015 190.888,48 euro di contributi pubblici. Importo simile a quello corrisposto nel 2014, quando al settimanale sono pervenuti un totale di 197.013,74 euro. Qualche decina di migliaia di euro in meno invece nel 2013 per il quotidiano diretto da Poletti Jr: il totale dei contributi pubblici erogati ammonta a 133.697,24 euro. In tre anni sono circa mezzo milione di euro.

Contributi al quotidiano diretto da Manuel Poletti nel 2014
2014

Come ricorda un articolo di Italia Oggi, Poletti Jr ha seguito le orme del padre lanciandosi a testa bassa nel mondo delle cooperative. Il ministro infatti viene da quel mondo, essendo stato presidente nazionale di Legacoop prima di approdare al ministero del Lavoro che ha varato norme controverse come il Jobs Act e il decreto Poletti. Manuel ha seguito le sue orme: lontano dalla politica ha preferito muovere “passi importanti all’interno di Legacoop Romagna, l’organizzazione territoriale delle coop rosse scaturita dalla fusione di quelle di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini”.

Circostanze che fanno storcere il naso a molti viste le tanto discusse esternazioni del ministro sui giovani. Come a Francesco Venier, ricercatore all’Università di Trieste: “Toh, il figlio di Poletti (lega COOP) non ha dovuto emigrare per trovare una carriera decente”.

Contributi al quotidiano diretto da Manuel Poletti nel 2013
2013

Toh, il figlio di Poletti (lega COOP) non ha dovuto emigrare per trovare una carriera decente. Disgustoso. cc @carloalberto@ogiannino https://twitter.com/j599/status/811226589543464960 …

Fonte: http://huff.to/2hWyhhM

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I giustificazionisti “cattolici” che non difendono il Natale

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Risultati immagini per I giustificazionisti "cattolici" che non difendono il NataleSegnalazione di Raimondo Gatto

di Camillo Langone

Galantino: “Il linguaggio aggressivo incattivisce tutti”. Cei capofila di chi è comprensivo verso i terroristi

Non mi suscitano particolare rabbia i terroristi islamici: fanno il loro sporco mestiere, che è precisamente quello di realizzare il Corano e in particolare la Sura del Bottino e la Sura della Conversione, i capitoli in cui si esortano i maomettani devoti a uccidere gli infedeli «dovunque li troviate» (non si parla di camion solo perché nel settimo secolo i camion non erano ancora stati inventati e bisognava accontentarsi della tradizionale spada dei predoni arabi).

Costoro sono il nemico e contro il nemico la rabbia non serve: servono freddezza e determinazione. Mi suscitano
particolare rabbia i giustificazionisti cattolici, quelli che i terroristi sono colpevoli ma non del tutto perché in fondo li abbiamo provocati noi. Penso a Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, ossia del giornale dei vescovi, non del
bollettino dell’ultima parrocchia, che trova un cervellotico nesso tra strage di Berlino e strage di Aleppo e dà la colpa del sangue versato a «cinici giochi di potere»: dunque agli Usa? Alla Nato? Continua a leggere

Varsavia ha un problema ‘italiano’: i ricchi sovversivi di Stato

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poletti-696x364di Maurizio Blondet

Manifestazioni violente.  Picchiatori che provano a rovesciare le auto dei deputati del PiS,il partito del governo che ha vinto le elezioni;   la polizia che respinge a manganellate e lacrimogeni  tentativi  dei rivoltosi di irrompere nella Dieta (Parlamento) per bloccare  l’approvazione di una legge; febbrili preparativi per organizzare anche in Polonia una piazza Majdan” all’Ucraina, con fredda pianificazione di “wc, centro-stampa, palco con audio” e “incidenti di sangue dopo due giorni”.  Insomma è la rivolta   democratica contro il governo reazionario di Beate Szilo,  creatura dell’appartato (ma presentissimo) Jarosław  Kaczyński ? Continua a leggere

Berlino, di male in peggio: cerimonia ecumenica per le vittime

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 © EPA

Segnalazione di Federico Tebaldi

Cerimonia ecumenica in Chiesa del Ricordo

(ANSA) – BERLINO, 20 DIC – Il suono delle campane chiama a raccolta Berlino, mentre nella Gedachtniskirche si prega uniti in memoria delle vittime e dei familiari della strage al mercatino di Natale. La chiesa è piena e in molti restano fuori, al di là del nastro di sicurezza con cui è stata circondata piazza Breitscheid. Sullo sfondo gli stand semidistrutti su cui ieri sera è piombato il camion del terrore. CONTINUA http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2016/12/20/berlino-campane-chiamano-raccolta-citta_1727cfae-073b-4520-9a6a-52d0ad3c87d0.html

Siria: i nomi dei complici del terrorismo

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1280x960Segnalazione del Centro Studi Federici

L’Occidente è coinvolto nelle attività terroristiche in Siria
Il rappresentante della Siria presso l’ONU, Bashar Jaafari, rivela i nomi e le nazionalità dei “consiglieri” della coalizione occidentale catturati ad Aleppo (sono coinvolti gli Usa, Israele, Turchia, Giordani, Arabia Saudita, Qatar, Marocco, n.d.r.). Ora ci sono le prove che l’Occidente e i suoi alleati non solo proteggevano e armavano i terroristi in Siria, ma li mandavano a uccidere fornendo loro consulenza e informazioni.
 
 

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BERLINO: HA DIMENTICATO IL DOCUMENTO NEL CAMION…

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di Maurizio Blondet

Vedete? Anche la polizia e i  servizi tedeschi imparano presto. Prima si lasciano scappare  il terrorista della strage di Natale; ma il giorno dopo, guardando meglio, scoprono  che  –  come tutti i terroristi  islamici –  ha lasciato nel vano porta-oggetti  il suo documento  di prolungamento della permanenza in Germania (Duldungsbescheinigung) che è praticamente la prova   della sua identità.

Lo ha fatto uno dei fratelli Kouachi dopo aver sparato a  quelli di Charlie Hebdo; hanno cambiato auto,  ma nella prima hanno dimenticato la carta  d’identità di Said.

kouachi

E lo stragista di Nizza, Lahouaiej-Bouhlel?  Anche lui, prima di lanciarsi nella folle corsa omicida e suicida, pone Continua a leggere

Berlino: la polizia s’è fatta sfuggire lo stragista (un professionista, lui)

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Risultati immagini per attentato di Berlinodi Maurizio Blondet

Adesso  la polizia tedesca non è sicura che il pakistano che ha arrestato sia il guidatore del camion assassino.  Anzi, è ormai sicura che non è lui: “Abbiamo l’uomo sbagliato e dunque il vero assassino è ancora armato e libero”,   ha detto un funzionario a Die Welt.

E’ successo più o meno così, almeno così la  raccontano. “Un coraggioso giovane” di cui non si fa il nome avrebbe visto uscire l’assassino dal posto di guida del camion e l’avrebbe seguito a una certa distanza, “tenendosi in contatto con gli agenti” con lo smartphone.  Mentre il  sospetto attraversava il parco pubblico Tiergarten, i poliziotti gli sono saltati addosso. Per scoprire poi che  non c’era sangue  sui suoi abiti, mentre ce n’era in abbondanza nella cabina, e al guanto di paraffina non risultava aver sparato (l’autista polacco trovato morto a bordo  risulta ucciso da un’arma di piccolo calibro). Continua a leggere

Che abbiamo fatto di male per meritarci ministri imbecilli come giuliano poletti?

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1. POLETTI: FUGA DI CERVELLI? TANTI È MEGLIO PERDERLI

Francesco Manacorda per la Repubblica

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Un’uscita del solito Poletti. Ma non dal governo, come per molti sarebbe opportuno. Un’uscita invece che conferma la fama del più improvvido e stonato dei ministri che furono al fianco di Renzi e adesso rimane accanto a Gentiloni. Dire come ha fatto il ministro del Lavoro, sollecitato dalle domande sulla fuga di cervelli in Italia, che «conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averla più fra i piedi», non è solo una battuta infelice e grossolana.

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È la prova dell’inadeguatezza culturale di un rappresentante di governo che sembra non capire a fondo come lavoro e istruzione per i propri figli siano l’angoscia perenne e principale di tante famiglie italiane, di un uomo che pare non avere ben precise le coordinate abissali della disoccupazione giovanile nel nostro Paese (36,4% l’ultimo dato di ottobre, se serve un ripasso), di un politico che non si è fermato un attimo a riflettere sul fatto che la boutade potrebbe essere applicata — con garanzia di maggior consenso popolare — alla sua stessa figura.

Certo, il serial-gaffeur Poletti, appena reduce dalla lucida esposizione di un piano per andare a votare al più presto in modo da bloccare i referendum sul lavoro, questa volta si è scusato in diretta. Evidentemente — ha detto — non è stato compreso e di questo si rammarica: «Non mi sono mai sognato di pensare che è un bene per l’Italia il fatto che dei giovani se ne vadano all’estero. Penso, semplicemente, che non è giusto affermare che a lasciare il nostro Paese siano i migliori e che, di conseguenza, tutti gli altri che rimangono hanno meno competenze e qualità degli altri».

CENA 2010 - GIULIANO POLETTI - FRANCO PANZIRONI - UMBERTO MARRONI - DANIELE OZZIMO - ANGELO MARRONI - SALVATORE BUZZI - GIANNI ALEMANNOCENA 2010 – GIULIANO POLETTI – FRANCO PANZIRONI – UMBERTO MARRONI – DANIELE OZZIMO – ANGELO MARRONI – SALVATORE BUZZI – GIANNI ALEMANNO

Messa in questi termini è un’ovvietà che nessuno si sogna di contestare: nessuno si sogna di pensare che chi lascia l’Italia per studiare o a lavorare sia meglio di chi resta. Ma il dato di fatto è che emigrano non solo i cervelli già formati, ma anche quelli da formare. Tra le famiglie italiane la corsa a mandare la prole a studiare all’estero somiglia ormai a quella di un Paese mediorientale.

 Per i figli della buona borghesia italiana l’ora del distacco dalla famiglia e della partenza suona spesso già a quindici anni; nel peggiore dei casi si fanno tre anni di Università e poi si punta oltre frontiera? Esterofilia? Non tanto e non solo. La verità è che da noi è tornata fortissima la distinzione di censo: chi se lo può permettere fa un investimento e manda i figli a studiare all’estero, convinto di dare loro un futuro migliore che difficilmente si identifica con un lavoro in patria. E chi il futuro se lo cerca dopo gli studi lo trova troppo spesso in un altro Paese.

sacconi poletti jobs act in senatoSACCONI POLETTI JOBS ACT IN SENATO

Le polemiche sui ministri senza laurea — tra cui Poletti, che a differenza di sue nuove colleghe di governo non ha mai millantato di averla — sono stucchevoli. Ma stucchevole è anche ridicolizzare chi quella laurea magari se l’è sudata e per trovare uno stipendio dignitoso e un’opportunità di carriera ha scelto di spostarsi all’estero.

sacconi poletti jobs act in senatoSACCONI POLETTI JOBS ACT IN SENATO

C’è un mondo là fuori di cui il ministro non pare rendersi conto. Ma — e qui forse conta anche la sfortuna o la scarsa sensibilità — c’è anche una dimensione acustica della politica che è cambiata, senza che Poletti evidentemente se ne sia accorto. Fino al 4 dicembre il clamore del governo era massimo, la voce di Matteo Renzi inarrestabile. E anche se il suo era il verso incantatore e vano della sirena referendaria e non l’invettiva sopra le righe del titolare del Lavoro, proprio quel suono continuo finiva per nascondere qualsiasi stonatura. Adesso nel silenzio tombale che è la cifra del premier Gentiloni gli acuti di ogni singolo ministro si sentono di più. E somigliano tanto a stecche che giustificherebbero l’ennesima uscita. Magari di scena.

GIULIANO POLETTIGIULIANO POLETTI

3. “POLETTI SI DIMETTA”

Roberto Giovannini per la Stampa

E due. L’ altro giorno il ministro del Lavoro Giuliano Poletti aveva commesso una discreta gaffe istituzionale, sostituendosi al Presidente Mattarella, e annunciando che i referendum della Cgil verranno evitati attraverso lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipare. Ieri il solitamente cauto e poco «chiacchierone» ex presidente della Legacoop ha combinato un’ altra discreta «frittata». Pare che 100mila giovani italiani siano dovuti fuggire all’estero? Alcuni di loro, ha detto Poletti, è meglio «non averli più tra i piedi».

RENZI POLETTIRENZI POLETTI

Un’ espressione tanto infelice quanto incomprensibile per un politico esperto, e che forse supera quel «choosy» (sempre rivolto ai giovani italiani) formulato da un altro titolare del Lavoro, Elsa Fornero. A poco sono valse le scuse per essersi «espresso male» di Poletti; le opposizioni chiedono la sua testa, e c’ è da giurare che tra Palazzo Chigi e Nazareno Paolo Gentiloni e Matteo Renzi stiano trattenendo a fatica la loro rabbia.

RENZI POLETTIRENZI POLETTI

Se 100mila giovani se ne sono andati dall’ Italia, ha detto Poletti, «non è che qui sono rimasti 60 milioni di `pistola´… Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi». Chissà se aveva qualcuno di preciso in mente, il ministro. Fatto sta che a stretto giro arrivano le repliche di Luigi Di Maio («Vada via lui, non i giovani»), Pippo Civati («Giovani votano no e Poletti la fa pagare»), Nichi Vendola («togliamocelo dai piedi), Stefano Fassina («È ora che Poletti si dimetta»), Barbara Saltamartini («È più offensivo di Renzi»).

GIULIANO POLETTI E ROBERTA PINOTTIGIULIANO POLETTI E ROBERTA PINOTTI

La retromarcia del ministro è un po’ faticosa: «Evidentemente mi sono espresso male e me ne scuso – dice – Penso, semplicemente, che non è giusto affermare che a lasciare il nostro Paese siano i migliori e che, di conseguenza, tutti gli altri che rimangono hanno meno competenze e qualità degli altri». Mah….

 Fonte: http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/che-abbiamo-fatto-male-meritarci-ministri-imbecilli-come-giuliano-137987.htm

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