Realismo apocalittico

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SECONDO LA RUSSIA

di Aleksandr Dugin

Tre opzioni sono ora in discussione al vertice:

  1. DNR+LNR+Kherson (e a questo si aggiungono Zaporizhzhya, Kharkiv, Mykolayiv, Dnipropetrovsk, che devono ancora essere liberati con necessità) – per quanto riguarda Odessa, c’è esitazione;
  2. Novorossiya tutta (con Odessa) e lo status incerto dell’Ucraina centrale e Kiev (con la liquidazione provvisoria dei capi della giunta criminale)
  3. Controllo completo.

Naturalmente, molto dipenderà da come andrà la distruzione del calderone di Donetsk, ma vale la pena distogliere lo sguardo dalla pianificazione immediata e guardarla da una prospettiva più alta.

Il modo in cui l’Operazione Speciale Militare è iniziata e come si è svolta per i primi 2 mesi rende impossibile che il resto dell’Ucraina rimanga sotto il dominio dei nazisti e dei globalisti. Non c’è nessun massimalismo imperiale in questo, almeno per questa volta. Il massimalismo imperiale avrebbe potuto finire in Novorossia, e l’altra metà dell’ex Ucraina lasciata vivere come vuole, ma ora le cose sono andate troppo oltre. Un fattore importante è stato l’attacco diretto alla Chiesa ortodossa russa in Ucraina. Fermati alla prima (generalmente imperfetta) o alla seconda opzione e stiamo gettando una miriade di credenti ortodossi verso la morte, la tortura e forse il genocidio. Non resterà nulla di loro. Per tale ragione ora siamo pienamente responsabili dell’Ucraina occidentale.

Naturalmente, questa escalation ci viene imposta da Kiev e dall’Occidente che fa pressione. Zelensky è pronto a sacrificare tutto nella speranza di trascinare l’umanità in un conflitto nucleare. Non si considera più come presidente dell’Ucraina, l’Ucraina è sconfitta. Credo che si consideri l’”anti-Cristo”. E sta sempre più venendo a patti con quest’ultimo ruolo. È l’apice della carriera del clown, poiché molti studiosi hanno sostenuto che fin dal Medioevo una figura diabolica si nasconde sotto la maschera di un buffone, ma ogni nuovo passo che facciamo è anche carico di responsabilità per tutta una catena di quelli successivi. Finora, il livello di scontro si è solo intensificato.

Forse contavamo su una reazione più contenuta sia da Kiev che dall’Occidente. L’Occidente imporrebbe sanzioni e si limiterebbe a questo, mentre Kiev, rendendosi conto di perdere, getterebbe via la bandiera bianca. Questo avrebbe dovuto essere il caso nel contesto del freddo realismo politico, ma è andata male. L’Occidente sta agendo più aggressivamente di quanto potrebbe, e Zelensky è in uno strano stato estatico che non può essere spiegato dalle droghe. Si vede come “il nuovo Davide” che combatte contro Golia e, non avendo alcuna possibilità di vincere, chiama tutta la potenza della NATO per dare un colpo mortale all’umanità. Questa non è più politica, sono trame apocalittiche che si trasformano in realtà.

Oggi sembra alle nostre autorità che ci sia ancora una scelta tra gli scenari 1, 2 e 3. Ma non è più così.

Così come non possiamo – con tutta la volontà (se qualcuno ne avesse) – tornare alla situazione pre-22 02 2022, ora non possiamo più fermarci alle opzioni 1 o 2. La posta in gioco è aumentata in linea di principio. Per noi, la vittoria può essere solo l’opzione 3 d’ora in poi.

Lasciatemi sottolineare ancora una volta: questa non è la buona volontà dei sognatori imperiali, questa è la dura prosa del realismo militare-politico, militare-apocalittico. La fredda analisi del tempo di guerra si trasforma impercettibilmente in uno scenario apocalittico, non solo uno scontro di civiltà.

Anche qui, fattori come l’ortodossia, l’uniatismo, lo scisma, il cattolicesimo e persino il satanismo, che sembravano essere stati spostati alla lontana periferia della società molto tempo fa, vengono alla ribalta. Non semplici ideologie (tra l’altro, che tipo di ideologie si scontrano tra loro non è chiaro e non è pienamente compreso da tutti), ma realtà puramente spirituali, e invadono senza tante cerimonie la misurata vita quotidiana, demoliscono città, rovinano miliardari, distruggono migliaia di persone – compresi i civili, risvegliano la bestialità che dorme nelle profondità dell’uomo (o, al contrario, la santità), cambiando bruscamente l’equilibrio di potere su scala planetaria.

Prima la pandemia, in secondo luogo la guerra. Siamo diventati non solo testimoni, ma partecipanti attivi dell’Apocalisse.

Non solo il destino dell’Heartland, ma anche quello dello Spirito, dipende da chi controlla l’Ucraina: o questa zona del mondo passerà sotto l’omophorion di Cristo e della Sua Madre Immacolata, o rimarrà sotto il potere di Satana, che rafforzerà immensamente il suo dominio su quella che è in realtà la culla della nostra statualità russa, della Chiesa e della cultura, e del nostro popolo.

La lotta per il Donbass, per Odessa, per Kiev e anche per Lviv fa parte della grande battaglia escatologica.

Alcuni sospettavano che sarebbe successo, ma noi stessi non abbiamo creduto fino alla fine, posticipando sempre la considerazione di questa possibilità.

La realtà precede i sogni – compresi i sogni escatologici imperiali. L’era del materialismo, dell’economia, dell’analisi razionale, degli esperti, dei tecnocrati, dei manager è finita.

Le idee stanno tornando nel nostro mondo.

E la battaglia principale d’ora in poi si svolge di nuovo tra di loro. Tra l’Idea Russa, il Catechon, la Civiltà Ortodossa, e il mondo dell’Anticristo occidentale che ci viene incontro.

L’Ucraina non serve a noi russi. È Cristo che ne ha bisogno. Ed è per questo che siamo lì.

Ed è per questo che non andiamo da nessuna parte.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

19 aprile 2022

https://www.ideeazione.com/realismo-apocalittico/

Moskva è affondato

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di Alfio Krancic

Al di là del colpo al prestigio militare russo, l’affondamento dell’incrociatore a mio parere pone alcuni interrogativi. Sapevo che un’unità come il Moskva era dotata di difese antiaeree e antimissilistiche estremamente efficaci e di un sistema di controllo elettronico e radaristico molto efficiente, ma non è bastato per fermare due missili Neptune di fabbricazione ucraina. Ora noi tutti sappiamo che il know how ucraino in fatto di elettronica applicata agli armamenti non è propriamente il massimo che ci sia in circolazione o perlomeno non è all’altezza di quello russo. Quindi sorge spontanea una domanda. Boris Bojo Johnson nel suo viaggio a Kiev aveva promesso fra gli altri aiuti “umanitari”, quello di inviare i temibili missili anti-nave Harpoon:  “nel tentativo di rompere l’assedio della marina russa ai porti del Mar Nero”. Guarda caso l’assedio momentaneamente si è interrotto. Non solo, ma l’attacco missilistico contro il Moskva avviene all’indomani della resa in massa di militari ucraini a Mariupol. Occorreva risollevare il morale della Nato e delle forze fedeli al dittatore Zelensky. Ci hanno pensato gli “istruttori” inglesi facendo partire due Neptune-Harpoon. Ma i sospetti non finiscono qui. Vogliamo scommettere che l’operazione è stata supportata, come dicono alcuni, dalla Nato-Usa che ha mandato il tilt grazie a interferenze elettroniche la capacità di difesa del Moskva ? Vedremo cosa diranno i russi nei prossimi giorni.

Fonte: https://alfiokrancic.com/2022/04/14/moskva-e-affondato/

Orsini, i gay, i trans: il pensiero unico stronca pure Sofia Goggia

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La dittatura del politicamente corretto

Fino a pochi mesi fa era l’eroina azzurra dello sci, due volte campionessa del mondo di discesa libera, atleta portentosa, capace di scaldare i cuori degli italiani anche a bordo pista, con il suo entusiasmo e la sua spontaneità. Ma siccome la franchezza e la libertà di parola sono diventate pericolose, la scure del pensiero unico era destinata ad abbattersi anche su Sofia Goggia.
Galeotta fu l’intervista al “Corriere della Sera”, in cui la sciatrice bergamasca s’è fatta scappare una scorrettissima battuta sugli omosessuali nel suo sport: “Se ce ne sono? Tra le donne qualcuna sì. Tra gli uomini direi di no. Devono gettarsi giù dalla Streif di Kitz…”.

Come dire: non possono esserci sciatori gay, perché non avrebbero il coraggio dei veri uomini per affrontare sfide estreme. Una sortita infelice? Offensiva? Disturbante? In un mondo in cui non si può più scherzare sulle “categorie protette”, l’effetto, inevitabilmente, è stato questo. Così, la Goggia è stata costretta a fare pubblica ammenda: si può ridere di tutto, ma non delle presunte “minoranze perseguitate”. Ciò che disturba ancora di più, però, è che nel calderone delle critiche piccate siano finite anche certe frasi ragionevolissime, sull’inopportunità di far gareggiare i transgender con le donne, pronunciate nell’interviste: “Un uomo che si trasforma in donna”, ha osservato la Goggia, “ha caratteristiche fisiche, anche a livello ormonale, che consentono di spingere di più. Non credo allora che sia giusto” consentire ai maschi di sfidare le ragazze, solo perché si sentono e si dichiarano tali.

Insomma: gli uomini sono uomini, le donne sono donne. La biologia non mente: nello sport, l’uniformazione si trasforma in un ingiusto vantaggio per i maschi. Un’ovvietà, peraltro condivisa da molte femministe, che tuttavia, per gli agit-prop arcobaleno equivale a un vilipendio. Ormai il livello del dibattito è questo: non solo è preclusa la facoltà di esprimersi liberamente; è diventato un lusso specialmente dire la verità.

Se poi ci si lascia scappare un’uscita in odore di russofilia, la frittata è fatta: la campionessa dal sorriso solare, orgoglio dell’Italia intera, finisce sulla bacheca Twitter di Gianni Riotta, il poliziotto cibernetico a caccia di “putiniani”. Il crimine della Goggia è di aver manifestato apprezzamento per le posizioni di Alessandro Orsini: “Stimolanti”, le ha definite la sciatrice, che studia scienze politiche alla Luiss e darà un esame proprio con il professore. “Dobbiamo sempre preferire la discussione alla propaganda”, ha osservato giustamente la Goggia. Visto il clima che c’è nel Paese, è sufficiente per essere considerata un’agente del Cremlino.

Ci siamo talmente abituati alle gogne mediatiche per i “devianti”, che una tirata contro l’ortodossia gender-pandemico-bellica sembra ormai un vano esercizio di retorica. Chi ha ancora a cuore ciò che contraddistingue la civiltà occidentale e la differenzia anche dalla Russia – ovvero la libertà di critica – non può comunque restare indifferente dinanzi all’aggressiva avanzata di questa forma di colonizzazione ideologica. Ci piacerebbe poter ancora fare satira su tutti; ci piacerebbe poter ancora dire che le foglie sono verdi d’estate e gli uomini sono uomini; ci piacerebbe poter ancora dire che è legittimo ragionare sulla guerra in atto, senza perciò stesso parteggiare per Mosca.

Ma come stanno davvero le cose? La gente comune ha ancora a cuore questo buon senso della libertà? Gli assalti censori fanno rumore, ma sono in fondo solo la campagna aggressiva di una minoranza organizzata? O il conformismo del pensiero, con cui siamo costantemente bombardati, ha già riprogrammato le nostre menti?

Fonte: https://www.nicolaporro.it/orsini-i-gay-i-trans-il-pensiero-unico-stronca-pure-sofia-goggia/

Saviano ha sempre ragione. Anche se usa il bimbo sbagliato

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Lo scrittore ha postato sui social un’immagine per condannare Putin. Peccato che lo scatto sia del 2015

di Max Del Papa

Frank Zappa è stato un compositore totale del Novecento ma era anche uno che in faccia non guardava nessuno. Una volta fece una canzone, carognissima, in cui raccontava che l’attivista nero Jessie Jackson si intingeva le mani nel sangue di Martin Luther King e poi se le passava in faccia per passare lui da vittima. Ecco, per un tipo come Saviano ci vorrebbe Frank Zappa. Perché il soggetto, a forza di tirarsela da martire, ha perso il senso delle proporzioni, del reale e pure del ridicolo. Spara la foto di un povero bambino mutilato, la attribuisce all’invasione dell’Ucraina, poi, quando viene fuori che la foto è di sette anni fa, figlia di tutt’altra situazione (Canada, non esattamente una zona di guerra), si gonfia come la rana di Esopo: “Nulla cambia nel testo che ho scritto e che ribadisco con ancora più forza”. Tradotto: io ho sempre ragione. Come Mussolini, solo che glielo diceva Longanesi, per amabilmente percularlo.

Ora, siamo onesti, a chi non scappa di tanto in tanto una topica, praticando questo mestiere? Il fatto è che Saviano questo mestiere non pare averlo nelle corde, a dispetto della quantità prodotta che mai si trasforma in qualità: lui è un pubblicitario di se stesso e lo è da sempre, da quando Gian Arturo Ferrari, dominus in Mondadori, lo strappò ai vapori da centro sociale di Nazione Indiana, robetta da borghesi con troppi soldini e troppe seghe filoterroriste, e lo costruì come fenomeno editoriale.

Il resto venne da sé, con il ragazzino, era il 2006, che dopo una trombonata su un palco rossofuoco cominciò a definirsi da solo nel mirino della camorra. Diventando il giovane dalla testa a ogiva una azienda, parve conveniente dotarlo di scorta extralarge e cavalcare un pericolo sul quale, in verità, nessuno trovava fondamenti; anzi, più lo ribadivano e meno le pistole fumanti saltavano fuori. In compenso, uscivano parecchi pistola pronti a giurare sulla santità del martire di Chiaia. Finché un giorno il capo della Squadra Mobile del capoluogo campano, Vittorio Pisani, esasperato da quella sceneggiata si azzardò a dichiarare che “a noi non risultano particolari minacce in merito a Saviano”: le minacce che gli arrivarono dagli anticamorra avrebbero fatto impallidire Cutolo, per poco non gli recapitavano una testa di cavallo dritta nel letto.

Per dire che Saviano avrà pure avuto l’astio dei Casalesi, di Sandokan Schiavone che, giurano, lo voleva schiattato, però intanto diventava intoccabile, impronunciabile come il Dio della Bibbia, e, al limite, letto nelle chiese, come faceva, tra gli altri Carlo Lucarelli, quello di “paura, eh?”. Una agiografia ossessiva, dai tratti demenziali, che non s’è arrestata neanche davanti alle condanne per plagio, a una condanna per diffamazione (contro l’imprenditore Vincenzo Boccolato), al rinvio a giudizio per diffamazione nei confronti di Giorgia Meloni, definita “bastarda” in televisione, alle polemiche con una erede di Benedetto Croce, che lo accusò di avere inventato e trascritto un episodio riguardante il filosofo (ricevendo una querela dal martire presuntuoso). Siamo al punto che rifiutarsi di seguire le sue omelie piombate da Fazio fa guadagnare immantinente una accusa di capoparanza.

In realtà, la prosa di Saviano è insostenibile, una raffica di banalità, un colpo di maglio in nuca: scrive, scrive, ma non è cosa e l’indigestibile Gomorra, che non va giù neanche a overdose di digestivo Antonetto, è il classico libro da comodino che tutti presero ma pochi hanno letto e quei pochi al prezzo di abuso prolungato di pantoprazolo; sugli altri tomi, peggio ci si sente. La cifra letteraria di Saviano è quella di Cesare Battisti, il terrorista dei due mondi: quello dei poveri cristi e quello dei poveri lettori. Non a caso, il ragazzo Saviano fu il primo firmatario di una lista vergognosa, promossa dal collettivo comico-maoista Wu Ming, oggi ufficialmente disperso, insieme ai parigrado Valerio Evangelisti e Giuseppe Genna: “Corri, Cesare, corri”, che sei una vittima. Poi, quando il balordo ha ammesso tutto con gli interessi, i cialtroni firmaioli sono corsi loro, per non farsi più ricordare. Ma Saviano aveva fatto per tempo, ritirando il suo appoggio con la squisita motivazione: “Adesso i miei libri li leggono tutti”. Sempre patologicamente presuntuoso.

L’approccio orale è se possibile ancora più immangiabile, con quei prediconi strampalati di rosso vestiti, quelle omelie trinariciute senza capo né coda. Hanno voglia a millantare le strazianti emozioni che regalerebbe a suon di pipponi, la verità è che appena Roby lo senti dormi seduto con gli occhiali. Con quel ditino sempre in punta di narice, a posare un pen(s)oso atteggiamento morale. L’uomo più tamponato del mondo, al posto del cotton fioc usa l’indice (noi il medio, verso di lui). Saviano è “uno che vive di parole”, nell’immortale definizione di Aldo Grasso, ma è pure uno che vive di pose, un influencer dell’antimafia. Perché per lui, cioè per la Saviano inc., tutto è mafia, cioè business: la guerra, la politica, il riscaldamento globale, i terremoti, la crisi energetica, l’invasione russa, Berlusconi-Salvini-Meloni, la destra, buona parte della sinistra, l’America, il Covid, le carestie, le disuguaglianze, le mezze stagioni che non ci sono più.

Lui la mafia la mette su tutto, se va in pizzeria al cameriere dice (col dito sulla narice): uhè, guagliò, mi raccomando che la mozzarella non venga da allevamenti della camorra. Se va dal gommista, lo ammonisce: statt’ accuort che le gomme non vengano dalla terra dei fuochi. Una mania, ma tutta orientata a fare soldi per fare soldi per fare soldi. Perché Bob Saviano, detto ‘O Martirone, da bravo bottegaio “’e’ sorde” non l’ha mai schifati fin da quando, all’insegna del vittimismo outsider, faceva da cinghia di trasmissione tra Mondadori dell’esecrato Berlusconi e Repubblica-Espresso dell’adorato De Benedetti, le due maggiori corazzate editoriali del Paese. Del resto, uno che ha avuto il coraggio di subentrare a Giorgio Bocca nella rubrica “L’antitaliano” proprio sull’Espresso, non può tenere vergogna. Bocca è stato uno degli ultimi immensi di una stagione giornalistica irripetibile, dopo di lui avrebbero dovuto ritirare quella rubrica: l’hanno data a un presuntuoso che più sfondoni piglia e più fa la ruota del pavone. Aveva ragione Giorgio nel dire: “A me questo Saviano mi sta sui coglioni”.

A tutta Italia, in realtà: anche a chi non lo ammette e segue “Che tempo che fa” come atto militante. Il programma dei ricchi sfondati: a forza di pose, di scorte, di pipponi di “aver ragione” sballandole tutte, Bob Saviano ha messo insieme un capitale che solo un anticapitalista di parole (ma non di parola) come lui poteva raggranellare, compreso un bell’attichetto a New York con vista su Central Park: la causa dell’antimafia lo esige. La sua compagna, in tutti i sensi, la Meg ex cantante del gruppo sovversivo napoletano 99 Posse, quello di ‘O Zulu, lo zapatista che vedeva fascisti da sterminare ovunque, così come Saviano i mafiosi, da brava comunista fanatica che voleva sradicare dal mondo la proprietà privata, risulta risidere in un appartamento da 120 metriquadri a Napoli, naturalmente blindato e munito di telecamere di sorveglianza. E va in giro, per non esser da meno del compagno, scortata da sbirri non più “nemici da abbattere”.

Una bella coppietta di paraculi tricolore, non c’è che dire: con compagni come questi, chi ha bisogno dei liberisti? E chi ha bisogno di giornalisti, con bufale tipo quella del piccolo mutilato di Mariupol? Ma, ancora una volta, a Bob l’americano hanno fatto lo sconto: Puente, il “debbunker” de Mentana, quello di Open cui è stato appaltato il controllo delle fonti su Facebook (con risultati che farebbero la delizia dell’impero sovietico o maoista), ha minimizzato lo scivolone a “notizia priva di contesto”. Di chiunque altro a destra avrebbe detto: cialtrone, mascalzone, fregnacciaro, grand. Ladr. Farabutt. Matricolat. Ma non del compagno martire scortato emarginato censurato vittima dei poteri forti più rompiballe che c’è. Saviano, invecchiando, si fa crescere il barbone, dopo averlo fatto crescere per 16 anni a tutti, e somiglia sempre più a Giobbe Covatta. Solo che fa più ridere.

Max Del Papa, 18 aprile 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/saviano-ha-sempre-ragione-anche-se-usa-il-bimbo-sbagliato/

Ucraina, dal maxi incarico ai biolaboratori: tutti i sospetti sul figlio di Biden

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Hunter Biden sarebbe coinvolto in una serie di affari che vedrebbe pure il coinvolgimento del presidente Usa

Gli affari del figlio del presidente UsaHunter Biden, sono finiti al centro di diverse inchieste giudiziari e politiche.

Secondo Mosca, Hunter potrebbe essere coinvolto nella gestione di presunti laboratori per lo sviluppo di armi biologiche in Ucraina. A testimoniare gli intrighi del figlio del presidente americano sarebbero documenti, ucraini e americani, che i russi avrebbero trovato durante le operazioni di guerra in Ucraina.

Dalla puntata di Quarta Repubblica dell’11 aprile 2022, GUARDATE IL FILMATO:

Ucraina, dal maxi incarico ai biolaboratori: tutti i sospetti sul figlio di Biden

Il patriota Nato

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di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Non sappiamo cosa succederà in Ucraina e nelle trattative al seguito. Ma in ogni caso l’invasione dell’Ucraina ha fatto emergere due temi opposti e cruciali: i diritti sacrosanti delle nazioni e dei popoli, solitamente calpestato, e l’ordine mondiale e chi lo decide.

Fino a poco tempo prima dell’Ucraina, il tema della sovranità nazionale veniva accantonato o lasciato solo ai sovranisti, come una specie di residuo tossico del nazionalismo. È bastata la vicenda dell’Ucraina per esaltare il diritto delle nazioni e per raccontare le eroiche, tragiche, umane storie degli ucraini alle prese coi russi invasori. Una nuova ondata di patriottismo si è levata nella società globale, e già questo è piuttosto grottesco: è inutile aggiungere che il patriottismo è considerato come una gita fuori porta, un’escursione dai programmi globali, che anzi serve a rafforzarli. Infatti, il sottinteso trascurato è che non si difende il diritto di una nazione a restare neutra e sovrana rispetto alle potenze sovranazionali; ma la “libertà” di aderire all’Europa e alla Nato, con una precisa scelta di campo. Dimenticando i difficili, delicati equilibri che ci sono tra aree di influenza, imperi ed ex imperi. Saggezza avrebbe voluto che si fosse perseguito, già prima della guerra, la linea della zona neutra tra l’area Nato e l’area russa. Ovvero l’Ucraina non rientra nell’orbita russa; ma non entra nemmeno nell’orbita americana, fino a installare le basi missilistiche Nato alle porte della Russia. Si mantiene in quell’equilibrio che è in fondo l’unica chiave della sua storia e perfino del suo nome: Ucraina vuol dire proprio questo, linea di confine tra Oriente e Occidente.

Ma chi dovrebbe garantire questo processo, qual è l’organismo super partes o almeno extra partes che garantisce quello statuto autonomo e indipendente all’Ucraina? Obiettivamente non c’è. L’Onu e gli altri organismi internazionali non sono in grado di porsi al di sopra delle parti e di imporre questo equilibrio; si tratterà solo di raggiungere un equilibrio tra le forze in campo. Si, autorità religiose, mediatori “privati”, stati non schierati; ma nessuno ha la forza per imporre un ordine mondiale. Lasciamo il tema generale e torniamo in Italia.

Qui s’innescano alcune riflessioni che vanno a toccare i nazionalisti e i conservatori di casa nostra. L’indecente capovolgimento di posizioni dei populisti, sia nella versione grillina che leghista, mostra la loro labilità e irrilevanza davanti alle grandi questioni, e la loro subalternità totale all’establishment tecnocratico e dem che vige da noi, in Europa e nell’America di Biden. Fa un po’ pena e impressione il dietrofront recitato pure in video di Di Maio e Salvini, a cui si aggiunge il trasformismo avvocatesco di Conte, pronto a sposare ogni tesi perché in realtà non aderisce a nessuna.

La destra nazionale, invece, ha dietro di sé un repertorio storico e anche retorico che può giustificare meglio, nel nome del patriottismo e dei diritti nazionali, l’adesione alla causa ucraina contro i russi, lasciando ogni residua simpatia nei confronti della Russia di Putin che pur serpeggiava nella destra. Ma sappiamo che dietro il paravento nazionale c’è l’adesione all’orbita euro-americana e filo-Nato, che riporta la stessa destra nello stato campo del fronte dem, draghiano e globale. Insomma anche l’opposizione, l’unica opposizione parlamentare, è assorbita dentro il mainstream euro-atlantico dem-militarista. Potremmo aggiungere che non può fare altrimenti se vuole governare il Paese con l’assenso dei superiori o perlomeno senza l’ostilità dell’establishment. Una posizione diversa darebbe forse maggiore coerenza e credibilità alla destra nazionale ma minore possibilità di contare e di inserirsi nel quadro politico. Resta da chiedersi se il gioco valga la candela e se la possibilità di portare avanti un’alternativa sia in questo modo compromessa, e resti un arsenale retorico di figure e proclami sotto i quali c’è solo la totale remissività di ogni idea di sovranità nel raggio di una dragocrazia euroatlantica. Sarà difficile riuscire a esprimere una linea più articolata fondata su due parametri: priorità alle sovranità nazionali, a partire dall’Ucraina per finire con la nostra Patria; ripensamento del quadro mondiale fuori dalla cieca e assoluta subalternità alla Nato e ai suoi interessi geostrategici.

L’oscillazione tra le due linee in fondo appartiene alla destra postfascista italiana quasi dalle origini: da un nazionalismo interno a un’adesione al quadro atlantico nel nome dell’anticomunismo, oggi diventato anti-putinismo, a un terzaforzismo che non ha sbocchi e referenti reali ma si mantiene su un piano ideale, attraverso la formula nazional-europea, pur essa storica: né con i russi né con gli americani. Quante volte si è spaccata la destra tra queste due componenti: da una parte l’anticomunismo, la destra romualdiana, la posizione di Tremaglia e di altri esponenti, e dall’altra il rifiuto della collocazione stessa nell’ambito della destra, il radicalismo sociale e nazionale opposto al conservatorismo, liberale o no.

Peraltro chi immagina davvero un’Europa adulta e coesa, soggetto politico e militare, oltre che civiltà e tradizione culturale, non può immaginarla come la propaggine periferica della Nato.

È deprimente l’assenza di ogni divergenza, di ogni opinione difforme, e l’allineamento totale e acritico alla posizione ufficiale dell’Establishment. Penoso lo schema univoco, che già si era profilato con il covid e con tutte le altre questioni cruciali. Il disagio che avvertivamo per la riduzione della politica a un solo modulo prestampato, che chiameremo modulo Dem, si riversa sulla gente comune e su ciascuno di noi e finisce col mortificare ogni dignità e libertà, critica e intelligenza. Un segno che la Cappa che indicavamo nel nostro ultimo libro a proposito del clima plumbeo e oppressivo, si estende anche al panorama geopolitico e militare.

Un bellissimo video: la Settimana Santa a Gerusalemme

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Un recente restauro ha fatto rivivere 30 pellicole realizzate dal regista Rinaldo Dal Fabbro per la Custodia della Terra Santa a partire dal secondo dopoguerra. Segnaliamo per l’edificazione dei lettori un filmato relativo alla Settimana Santa nei Luoghi Santi. 
 
Il filmato comprende: la veglia dell’Agonia nella basilica del Getsemani; il Venerdì Santo nel refettorio del convento di San Salvatore; la processione quotidiana nella basilica del Santo Sepolcro; la Via Crucis lungo la Via Dolorosa; il funerale di Cristo al Calvario; la benedizione del pane il Lunedì dell’Angelo a Emmaus; la Messa dell’Ascensione sul Monte degli Ulivi.
 
Settimana Santa in Gerusalemme
 

La società aperta contro la società tradizionale

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per InFormazione Cattolica

C’È UN PROGETTO POLITICO PER LA SOCIETÀ APERTA, PENSATO PER L’EUROPA E PER L’INTERO OCCIDENTE, ANCHE TRAMITE “GUERRE DEMOCRATICHE” E PROPAGANDE MEDIATICHE AL SOLDO DI GEORGE SOROS, UTILI A CONDIZIONARE L’OPINIONE PUBBLICA VERSO IL LUPO TRAVESTITO D’AGNELLO, CHE ARRICCHISCE LE SOLITE POCHE FAMIGLIE MONDIALISTE GLOBAL SULLA PELLE DEI POPOLI

Il silenzio mediatico sull’ennesima (netta) vittoria del 3 aprile scorso di Victor Orban in Ungheria e la conferma di Aleksandar Vucic in Serbia è determinato dal fatto che il Sistema globalista Ue teme le conseguenze per i futuri assetti geopolitici europei, trattandosi di due alleati della Russia che hanno sin qui mostrato una maggior equidistanza diplomatica nella crisi in corso in Ucraina.

Orban ha festeggiato il successo elettorale, citando anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky tra i nemici della sua democrazia: “La sinistra in patria, la sinistra internazionale, i burocrati di Bruxelles, le organizzazioni dell’impero di Soros, i media stranieri e alla fine anche il presidente ucraino”.

Nonostante l’Ungheria abbia aderito al pacchetto di sanzioni contro Mosca, si è espressa contrariamente all’invio di armi, sostenuto dagli alleati UE e NATO, nonché al loro transito su territorio ungherese. Inoltre, Budapest ha posto un veto all’embargo su gas e petrolio dalla Russia. Oltre a tutelare le esportazioni energetiche verso Budapest, Mosca trova così una “pecora nera” dentro l’UE e la NATO, in grado di minare quell’inedita compattezza occidentale delle prime settimane di conflitto.

Discorso diverso per la Serbia, i cui rapporti con la Russia si radicano su altre premesse. Anche qui, le importazioni energetiche sono di fondamentale importanza, dal momento che il paese balcanico dipende all’89% dal gas e dal petrolio russo, che acquista a prezzi di favore, ma ci sono considerazioni soprattutto di natura politica. L’equidistanza di Belgrado sull’invasione russa segue la sua tradizionale politica di sedere su due poltrone: condanna l’invasione dell’Ucraina, in linea con i partner occidentali, ma senza sanzionare Mosca. Una posizione giustificata sia dal voler continuare a usufruire del sostegno russo, e del suo veto al Consiglio di Sicurezza, contro l’indipendenza del Kosovo, sia dalla necessità politica di capitalizzare il filo-russismo, che in Serbia ha un grosso capitale elettorale.

Negli anni, attorno a Budapest si è creato il cosiddetto “blocco sovranista”, un allineamento tra leader nazionalisti e conservatori che include la Polonia e la Slovenia di Janez Jansa ed gode parecchie simpatie ovunque, nei partiti e movimenti identitari dell’Europa occidentale, inclusa l’Italia.

Il principale nemico dell’Ungheria di Orban è rappresentato dall’ungherese George Soros, uno degli uomini più ricchi del pianeta, per cui il patriottismo, sotto ogni specie, costituisce l’ostacolo principale al progetto di società aperta, sostenuto dalla maggioranza delle lobby sovranazionali anglo-americane e, per conseguenza dalla colonia atlantica costituita dall’Unione europea. Soros iniziò in Ungheria il suo raggio d’azione negli anni ’80. Con la caduta del Muro di Berlino raddoppiò il suo potenziale nell’Europa dell’est, creando in Polonia la fondazione Stefan Batory, e in Russia aprì il suo ufficio di Mosca nel 1987.

Nel libro autobiografico “Soros su Soros”, l’autocrate ungherese scrive: “le mie spese sono aumentate da 3 milioni di dollari nel 1987 a più di 300 milioni di dollari all’anno nel 1992“. Nel 1990 finanziò il “piano dei 500 giorni”, che saccheggiò le risorse strategiche russe e scatenò il liberalismo più sfrenato che portò la Russia al più alto tasso di criminalità e di consumo di droghe della sua storia. A frenare questa deriva fu l’avvento al potere di Vladimir Putin. Per formare nuovi dirigenti politici, indottrinati dal suo modello di società aperta, completamente amorale, fluida, ultra liberal, priva di religione, Soros fondò nel 1991 l’Università dell’Europa Centrale, investendo circa la metà dei fondi della sua Open Society Foundation.

L’economista William F. Engdahl scrive dei rapporti tra le attività di Soros e l’intelligence USA fin dai tempi di George Bush e poi Clinton: mentre certi scellerati ex generali del KGB e i loro protetti scelti saccheggiavano le riserve aurifere dell’Unione Sovietica ormai disfunzionale, oltre a beni finanziari importanti del Partito Comunista dopo che fu improvvisamente posto fuori legge, con la benedizione e complicità di Boris Eltsin e della sua cerchia, i “vecchi amici” della CIA di Bush erano pronti a lanciare la fase successiva: la conquista sistematica dell’energia strategica, delle materie prime e delle industrie militari di Stato dell’ex URSS, attraverso le operazioni di privatizzazione imposte dal FMI.

Il fatto che a distanza di circa trent’anni Putin freni progressivamente la catastrofe della società aperta, con l’appoggio di un settore ancora sano e sovranista dello Stato “profondo” russo e le inchieste giudiziarie nei confronti di una delle quinte colonne legate agli USA e Soros nel tentativo di sfondamento liberale Anatoli Ciubais, costituiscono, per William F. Engdahl, il segno che la Russia di Putin abbia deciso di continuare a liberare le proprie istituzioni da certi elementi, ancora legati ai circoli della società aperta. (Confronta Pierre-Antoine Plaquevent, “Soros e la società aperta” – metapolitica del globalismo, Ed. Passaggio al Bosco, 2020)

L’azione delle reti di Soros in Russia e in Europa Orientale è una realtà sempre più documentata e conosciuta dall’opinione pubblica. Adesso sarebbe compito dei patrioti europei prendere la testa del movimento e coordinare gli sforzi per appoggiare i conservatori dell’Europa orientale contro queste reti, che vorrebbero riservare alle Nazioni occidentali la stessa sorte funesta che progettarono per la Russia dagli anni ’90.

Una sapiente miscela di impoverimento e di sostituzione demografica che farà precipitare il nostro continente nella guerra civile e nella sottomissione all’estero, che è il progetto politico della società aperta, pensato per l’Europa e per l’intero Occidente, anche tramite “guerre democratiche” e propagande mediatiche al soldo dello stesso Soros, utili a condizionare l’opinione pubblica verso il lupo travestito d’agnello, che arricchisce le solite poche famiglie mondialiste global sulla pelle dei popoli.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2022/04/11/la-societa-aperta-contro-la-societa-tradizionale/

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