Sempre meno persone preoccupate per il clima. Lo schiaffo dell’Istat a Greta Thunberg

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di Michele Iozzino

Roma, 22 apr – Sempre meno persone sono preoccupate per il clima, almeno stando a dati Istat. Una notizia che forse farà piangere Greta Thumberg. Ma si sa, in quello show business che è oggi l’informazione, le mode vanno e vengono.

Il rapporto Bes dell’Istat: “Nel biennio 2020-21 persone meno preoccupate per il clima”

Secondo il Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) dell’Istat, nel biennio 2020-2021 si è registrata in tuta Italia un’inversione di tendenza rispetto alla preoccupazione riguardante i cambiamenti climatici. Fino al 2019 la percentuale di persone, in un’età compresa dai 14 anni in su, che riteneva che i cambiamenti climatici e l’aumento dell’effetto serra fossero i principali problemi ambientali, era in crescita. Negli ultimi anni questa percentuale è passata dal 71% al 66,5% del 2021.

Se da una parte questi numeri rimangono comunque rilevanti, dall’altra una simile diminuzione non può passare inosservata. Tanto più che negli ultimi anni la propaganda su questo tema è stata a dir poco martellante. Simbolo dell’attenzione mainstream e un po’ facilona alle questioni ambientali è stata sicuramente Greta Thumberg. La piccola attivista svedese era diventata un fenomeno mediatico globale, mentre oggi sembra scomparsa dalla scena.

La spettacolarizzazione dell’ambientalismo e il suo declino

In questi tempi di spettacolarizzazione della politica e delle informazioni, anche le notizie hanno il loro ciclo vitale. Le battaglie di opinione che prima sembravano importantissime lasciano in fretta lo spazio a qualcos’altro. Un susseguirsi di ondate, in cui un singolo argomento tiranneggia e cannibalizza l’attenzione di tutti per poi finire nel dimenticatoio. Così l’ambientalismo ha dovuto cedere il passo a temi via via più scottanti. Prima il Covid, oggi la guerra in Ucraina, domani chissà.

Un doccia gelata per tutti quelli che credevano che la green economy fosse la battaglia del futuro o per quelli che avevano il poster di Greta Thumberg in camera. Anzi, di tutta una stagione ambientalista rimangono più che altro i tentativi più o meno riusciti del cosiddetto green wasching, ovvero tutti quei modi da parte delle aziende per accaparrarsi nuove fette di mercato dandosi un’immagine più ecologica.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/politica/sempre-meno-persone-preoccupate-per-il-clima-231293/

La Transnistria nei piani russi? Cos’è e perché tutti evocano il “gemello del Donbass”

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di Eugenio Palazzini

Roma, 23 apr – La terra di nessuno è balzata d’un tratto agli onori della cronaca. A dirla tutta non è la prima volta, ma era dai tempi di Educazione siberiana, primo best seller di Nicolai Lilin, che i giornali italiani non prestavano così tanta attenzione alla Transnistria. Ma cos’è e perché se ne parla molto adesso? Facciamo prima un breve passo indietro, di poche ore.

Gli obiettivi russi 

“L’obbiettivo della “seconda fase” dell’ “operazione speciale” dell’esercito russo è prendere il “pieno controllo del Donbass e dell’Ucraina meridionale, ciò permetterà di stabilire un corridoio terrestre verso la Crimea”. Così Rustam Minnekayev, vice comandante del Distretto Militare della Russia centrale, ha rivelato ieri i presunti obiettivi militari di Mosca. Per poi aggiungere: “Questo (controllo del Donbass, ndr) ci consentirà di stabilire un corridoio terrestre verso la Crimea e di avere influenza sulle strutture militari ucraine e sui porti del Mar Nero, che servono per le consegne di prodotti agricoli e metallurgici ad altri Paesi”. Nulla di sensazionale, perché il controllo del Mar Nero (o almeno di buona parte di esso) è fondamentale per il Cremlino, come fatto notare più volte su questo giornale e nel nostro apposito speciale sulla guerra. D’altronde se la Crimea garantisce alla Russia l’accesso ai mari temperati, essenziale per ogni “impero” che si rispetti, occupare la restante fascia costiera significherebbe per Mosca sigillare il Mar Nero a nord.

Cos’è la Transnistria e perché può essere strategica

Se osservate bene la carta geografica, la Transnistria sembra un piccolissimo pianeta speculare al Donbass. La prima è esattamente a nord-ovest del Mar Nero, il secondo a nord-est. E come una piattaforma strategica naturale, pressoché equidistante, al centro delle acque tiepide c’è la Crimea. Possibile dunque che il “gemello pacioso” del Donbass sia l’obiettivo ultimo di Putin? Difficile dirlo adesso con certezza, ma come già segnalato su queste pagine, qualche similitudine con la recente storia dell’Ucraina c’è.

La Transnistria, regione a est del fiume Dnestr, è internazionalmente riconosciuta come appartenente alla Moldavia ma indipendente de facto dal 1990. Magrissima striscia di terra costellata di simboli sovietici, dove il tempo sembra essersi fermato e il comunismo non è ancora un vecchio ricordo. Considerata terra di affari loschi, traffico di armi e contrabbando, nel 2014, quando Putin si prese la Crimea e iniziò la guerra nel Donbass, la Transnistria chiese di aderire alla Russia. Da allora nulla è cambiato, neppure l’umore di chi governa a Tiraspol – capitale surreale di una terra invisibile – distante meno di 100 chilometri da Odessa.

La strana mappa di Lukashenko

Secondo alcuni analisti, proprio dalla Transnistria, controllata da un numero consistente ma difficilmente quantificabile di soldati russi (qualche migliaia probabilmente) potrebbe partire un attacco russo verso Odessa. Una sorta di manovra a tenaglia, per chiudere la città portuale ucraina in una triplice morsa. Ma non è tutto, perché un altro dettaglio era spuntato fuori da una mappa mostrata a inizio marzo dal presidente bielorusso Alexander Lukashenko. Durante una riunione del consiglio di sicurezza bielorusso, mandata in onda dalla tv pubblica e inserita sui canali ufficiali del governo di Minsk, Lukashenko sembrava infatti mostrare un attacco pianificato dall’Ucraina meridionale addirittura alla Moldavia. Nella cartina geografica veniva evidenziato un possibile blitz dal porto di Odessa, dove sarebbero sbarcate le truppe russe che poi si sarebbero dirette verso la Transinistria. Tutto improbabile? Può darsi, perché costi e tempi della guerra per Mosca si dilaterebbero. Eppure a questo punto nulla si può davvero escludere.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/cose-transnistria-russia-gemello-donbass-231325/

Ddl Zan, a volte ritornano (purtroppo)

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L’epopea del famigerato disegno di legge Zan contro l’omotransfobia è ancora lontana dal dirsi conclusa. È stato lo stesso deputato piddino Alessandro Zan, in una pomposa intervista a Repubblicaad annunciare quello che per gli addetti ai lavori non è stato esattamente un colpo di scena. Mercoledì prossimo, infatti, saranno passati esattamente sei mesi esatti dal voto segreto che cestinò il ddl con l’ormai noto “tagliola” chiesta da Fdi e Lega e accordata dal Presidente Elisabetta Casellati (si tratta del meccanismo previsto dall’articolo 96 del Regolamento del Senato, che a certe precise condizioni consente di «proporre che non si passi all’esame di un disegno di legge»).

Uno stop a tempo, dunque, arrivato dopo che il Paese è rimasto ostaggio per mesi di un dibattito estenuante e tossico. Senza soluzione di continuità, Alessandro Zan riparte proprio da lì, in quinta, con un personalissimo amarcord che regala il mood che sarà: «L’ultima immagine è quella dell’applauso sgangherato e violento delle destre, da ultrà dello stadio, che ha fatto il giro del mondo, facendoci quasi vergognare di essere italiani. Ma il 27 aprile, mercoledì prossimo, scade l’embargo di sei mesi».

PIANTARE BANDIERINE ANCHE SOTTO LE BOMBE

Alla domanda su cosa dovrebbe esserci di diverso oggi rispetto allo stallo politico di sei mesi fa, dalle parole di Zan viene fuori una discreta e nemmeno troppo dissimulata dose di cinismo: «La Lega è molto in difficoltà, e i trascorsi legami con Putin stanno logorando Salvini e le sue posizioni sovraniste. Siamo nel pieno di una guerra in Europa, dunque – togliendo i “benaltristi” che ci saranno sempre – la questione dei diritti è urgente e centrale». Difficile non scorgere in questa risposta la cifra di una sinistra che, scagliando contro chiunque sia in disaccordo la facile accusa di benaltrismo, ha come unico obiettivo quello di piantare le sue bandierine. Perfino sotto le bombe, e con alle porte una paurosa crisi economica.

Chi certamente non abbocca ai lamenti dell’onorevole lettiano è Filippo Savarese, direttore delle campagne di ProVita& Famiglia, che così twitta: «Attenzione, se dal 27 aprile non sentirete più parlare di guerra, Russia, Ucraina sarà solo perché riparte l’iter del ddl Zan, e quindi si imporrà la narrativa sull’(inesistente) “emergenza omofobia in Italia” opportun(istic)amente silenziata negli ultimi mesi».

TORNA IL DDL ZAN? TORNA ANCHE LA RESISTENZA

Nell’enorme macchina propagandistica che si sta rimettendo in moto (partiti, giornali, tv) un particolare può guastare di nuovo la festa. Proprio come il ddl Zan sarà ostinatamente ripresentato nella sua integrità (senza considerare nessuna delle obiezioni da più parti sollevate), con la stessa determinazione tornerà a far sentire la propria voce la maggioranza silenziosa, contraria a provvedimenti liberticidi(delle posizioni di laici come Luca Ricolfi, di costituzionalisti come Michele Ainis e Giovanni Maria Flick, di leader sessantottini come Mario Capanna, di sportivi come Sara Simeoni, scrivemmo già qui).

 LE FEMMINISTE TIRANO LA VOLATA

A raccontare la varietà di posizioni su un tema così caldo, va detto che nelle prime ore dall’annuncio del ritorno del ddl Zan, le prime a organizzare una controffensiva sono state le femministe di Rad Fem Italia, allertando intorno alle macerie umane che la codificazione legislativa dell’identità di genere («vera architrave delle legge») porterebbe con sé. «Il mondo occidentale arretra dopo avere constatato i danni causati dall’autoidentificazione di genere e dal self-id», scrivono le femministe gender critical, «a cominciare dall’enorme aumento dei casi di disforia tra le-i minori, trattati precocemente con farmaci dagli effetti irreversibili». Trattamenti che dopo «avere danneggiato seriamente la salute di molte bambine e bambini», sono stati sospesi in molti Paesi «pionieri di queste crudeli terapie di conversione»: dall’Inghilterra alla Svezia, dalla Finlandia all’Australia, fino a vari stati americani.

Per Rad Fem – che nel loro post, quasi un avamposto di resistenza, ricordano i problemi legati ai corpi maschili negli sport femminili (vedi caso Lia Thomas), nonché l’aumento degli stupri nelle carceri comuni a donne e transgender – tutto racconta della «colonizzazione del simbolico femminile», della crescente «impossibilità di dirsi donna» e della cecità di quei politici («soprattutto le senatrici») che «si dispongono a combattere per importare in Italia un prodotto nocivo, già scaduto altrove».

LO SCOPO SONO I BABY TRANS

Del resto, che il ddl sull’omotransfobia non sia nient’altro che il cavallo di Troia per introdurre l’autodeterminazione di genere, è qualcosa che lo stesso Alessandro Zan, forse in un momento di “distrazione” dalla sua tattica rassicurante, ha sciorinato in diretta, ospite di Fedez, con queste precise parole: «Bisogna aiutare i bambini in un percorso di transizione». Uno degli scopi della legge di (in)civiltà, per bocca del suo estensore (trattasi dunque di interpretazione autentica), è quello di agevolare il cambiamento di sesso nei bambini. Avevamo bisogno di una guerra nella guerra?

Fonte: https://www.iltimone.org/news-timone/ddl-zan-a-volte-ritornano-purtroppo/

L’incombente nuovo ordine mondiale sfida il potere degli Stati Uniti

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di James O’Neill 

Fonte: controinformazione

Moltissimi giornali online sostengono che la guerra in Ucraina sta segnando la fine dell’era dominata dal potere occidentale. Ci sono affermazioni che sostengono che il conflitto militare è stato uno spartiacque che ha segnato una rottura con il passato e l’inizio di una nuova realtà geopolitica.
È questa una tesi che vale la pena di approfondire un po’ perché, se vera, segna la fine di un lungo periodo di dominio occidentale dell’ordine mondiale.

Il conflitto in Ucraina è molto più ampio di una disputa relativamente stretta tra due vicini. L’origine della controversia è completamente trascurata nei resoconti occidentali del conflitto. Otto anni fa, il governo legittimamente eletto dell’Ucraina è stato rovesciato con un colpo di stato sostenuto dagli americani. Il suo presidente fu costretto all’esilio e sostituito da un regime francamente di natura totalitaria e cooptato da gruppi neonazisti.

Questa situazione non è stata accettata né dalla penisola di Crimea né dalle due province orientali del Donbass. La Crimea ha tenuto una votazione e la stragrande maggioranza della popolazione ha deciso di lasciare l’Ucraina e ritornare in Russia. La parola “ritorno” è la chiave. La Crimea fu donata dall’ex presidente sovietico Krusciov nel 1954, senza che i desideri della popolazione venissero consultati. La Crimea ha fatto parte della Russia per centinaia di anni. Gli inglesi (e gli austriaci) vi avevano combattuto una guerra negli anni ’50 dell’Ottocento.

La guerra di Crimea era una guerra contro la Russia e nessuno la considerava diversamente. Il ritorno della Crimea in Russia ha fatto seguito a un voto democratico che non è mai stato accettato dall’Occidente. Il confronto tra quanto accaduto in Crimea e quanto accaduto nel territorio separatista del Kosovo dalla Serbia è molto eloquente. Quest’ultimo è stato accettato dalle potenze occidentali e il Kosovo è ora una delle principali basi militari degli Stati Uniti.

Allo stesso modo è trascurato dai media occidentali che la rottura del Donbass non è mai stata accettata dal governo ucraino. Hanno combattuto una guerra contro le due regioni separatiste negli ultimi otto anni. Almeno 16.000 persone sono state uccise e più di un milione sono state costrette all’esilio.

Questa storia è completamente ignorata dai media occidentali che trattano l’intervento russo nel febbraio 2022 come una “invasione” piuttosto che come un intervento che ha fermato un’invasione ucraina pianificata che senza dubbio ne avrebbe uccisi altre migliaia.

La reazione occidentale all’intervento russo nella guerra è molto rivelatrice. Nonostante tutta la loro fede dichiarata nell ‘”ordine internazionale basato sulle regole”, questo non ha impedito alle potenze occidentali di sequestrare 300 miliardi di dollari di attività russe detenute all’estero. Non hanno intenzione di restituire mai questi soldi.

Le questioni più grandi in gioco sollevate dall’intervento russo nel Donbass sono state evidenziate dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov in un’intervista rilasciata ai media russi la scorsa settimana. Lavrov ha affermato che “l’operazione militare speciale mira a porre fine alle espansioni illimitate e al corso illimitato verso il dominio totale degli Stati Uniti e degli altri stati occidentali sotto le frontiere russe e sull’arena internazionale”.

Lavrov ha anche richiamato l’attenzione sul fatto che gli Stati Uniti hanno sviluppato armi biologiche e laboratori militari in più basi in Ucraina. È impossibile concepire una spiegazione innocente per queste basi. Questi laboratori avevano chiaramente lo scopo di sviluppare armi biologiche da usare contro la Russia. Eppure l’esistenza di queste strutture è stata completamente ignorata dai media occidentali.
Al contrario, hanno promosso la mitica paura che la Russia possa usare armi chimiche nel suo conflitto con l’Ucraina. L’ipocrisia in questa affermazione è mozzafiato.

I media occidentali ignorano anche il fatto che la Russia non è sola nelle sue preoccupazioni. È sostenuto non solo dalla Cina e dall’India, ma dalla grande maggioranza del cosiddetto mondo in via di sviluppo che rifiuta di accettare che l’Occidente debba continuare il suo ruolo di determinare ciò che è giusto e sbagliato nel mondo intero.

Quello a cui stiamo effettivamente assistendo ora è un rifiuto da parte del maggior numero delle nazioni del mondo dell’era del dominio degli Stati Uniti. Parte di questo rifiuto si manifesta in un uso crescente di valute diverse dal dollaro statunitense per il commercio internazionale. Questo è estremamente significativo.
Gli Stati Uniti hanno utilizzato il ruolo del dollaro come veicolo principale per il controllo delle nazioni. Quell’era sta rapidamente volgendo al termine.

Guerra valutaria contro il dollaro

Il taglio dei legami dell’Europa con la Russia è un esempio di un esercizio completamente controproducente. L’Europa fa affidamento sulla Russia per almeno il 40% del suo fabbisogno energetico. Quanto durerà l’antipatia europea nei confronti della Russia, quando le loro industrie chiuderanno e i loro cittadini si congeleranno dal freddo, questa è una questione aperta. Alcuni paesi europei come l’Ungheria hanno rifiutato questa politica manifestamente egoistica e hanno rafforzato le loro relazioni con la Russia. Altri, come la Polonia, persistono nel loro modo manifestamente autolesionista.

Il cambiamento tettonico che sta avvenendo nelle relazioni della Russia con l’Occidente è stato recentemente delineato in un’intervista rilasciata dall’economista dell’EAEU Sergey Glazyev. In quell’intervista recentemente rilasciata al giornalista Pepe Escobar da Glazyev, questi ha delineato l’evoluzione di un nuovo ordine finanziario globale che sta sostituendo il sistema basato sul dollaro degli Stati Uniti.

Glazyev chiarisce che il nuovo sistema di pagamenti non basati sul dollaro ha lo scopo esplicito di porre fine al ruolo del dollaro nel sostenere l’imperialismo valutario occidentale. La guerra in Ucraina accelererà questi sviluppi. È improbabile che gli Stati Uniti accettino passivamente la minimizzazione del ruolo del dollaro e la loro reazione a questo sviluppo pone ulteriori minacce al mondo.

 

 

 

Summit dei BRICS con Erdogan osservatore

Che la Russia sia profondamente consapevole dei rischi è stato chiarito nel lungo discorso di Putin del 21 febbraio 2022. Quel discorso ha riconosciuto la realtà esposta da Fyodor Lukyanov in un importante articolo che ha scritto il 13 aprile 2022 “Il vecchio pensiero per il nostro paese e il mondo ” e pubblicato su Russian Global Affairs. Lukyanov ha detto: “ dobbiamo sottolineare che l’attuale crisi mondiale non è stata promossa dall’operazione militare speciale in Ucraina. Questa crisi è stata generata molto tempo fa dall’ostinata riluttanza dei leader dell’ordine liberale a rinunciare ai privilegi che hanno ottenuto dopo la Guerra Fredda”.

È questo mondo che ora sta cambiando e molto rapidamente. I BRICS e la SCO stanno guidando questi cambiamenti. La domanda è se la transizione può essere raggiunta pacificamente, o gli Stati Uniti inizieranno un’altra guerra nel vano tentativo di riconquistare il proprio ruolo di potenza dominante del mondo.

James O’Neill, un ex avvocato con sede in Australia, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Ecco come difendersi dal politicamente corretto: i limiti dell’ideologia che ci schiaccia in nome del bene

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di Stenio Solinas

Fonte: Il Giornale

Per capire che cosa sia il politicamente corretto, oggetto di questo agile pamphlet di Paola Mastrocola & Luca Ricolfi (Manifesto del libero pensiero, La nave di Teseo, 127 pagine, 10 euro), bisogna fare un passo indietro, sino all’Italia anni Sessanta, quando, ci dicono i due autori, la censura stava a destra e la libertà di espressione era di sinistra. È una dicotomia molto, forse troppo schematica, ma rende l’idea, nel senso che c’era una cultura dominante conservatrice, bigotta per molti versi, autoritaria nelle famiglie come nella società. Erano i retaggi del culturame caro da un lato all’onorevole Mario Scelba, Dc, delle intemerate del Pci contro l’arte d’avanguardia e la corrotta classe borghese dall’altro. In sostanza, c’erano due chiese intellettuali che si contendevano l’egemonia ideologico-politica del Paese, ma che celebravano la stessa messa puritana e insieme ipocrita. Ciò che rimaneva fuori da un simile connubio, erano un po’ di spiriti liberi, liberali e libertini, un po’ di borghesia controcorrente e bastian contraria, qualche scrittore, pittore o regista eterodosso e, insomma, un insieme di singole voci che facevano da controcanto al coro conformista egemone sulla scena.
Il ’68 e dintorni, ovvero la contestazione, aprirono una crepa in questa costruzione, apparentemente massiccia, e di fatto la fecero franare. Non era un fenomeno italiano, ma internazionale, segnava l’ingresso nella storia della prima generazione interamente postbellica, nonché il compimento di una società industriale e di massa all’insegna della tecnica e del consumo. Il suo affermarsi esigeva il rifiuto delle regole e delle autorità prima esistenti, il vietato vietare, insomma, con cui ogni libertà, in ogni campo, doveva essere garantita. Da una mentalità dominante conservatrice si passò a una mentalità dominante progressista e/o liberatrice.
È allora che, quasi insensibilmente, scrivono Mastrocola & Ricolfi, comincia l’uso del politicamente corretto, ovvero una sorta di legislazione del linguaggio, un’ansia e una bulimia di ribattezzare e in qualche modo santificare il nuovo corso delle cose e insieme fare tabula rasa del passato. Il suo assunto di base è che siano le parole a generare i comportamenti, un assunto paradossale se si pensa che nasce all’interno di una corrente di pensiero per la quale erano sempre state le condizioni sociali, ovvero materiali, a generare tanto le idee quanto le azioni. Il passo successivo è che il linguaggio si fa etico, non nomina più le cose, ma le connota moralmente: Lo spazzino o il netturbino diventano operatori ecologici, così come i bidelli operatori scolastici e i becchini operatori cimiteriali. Ciò che sino al giorno prima era neutro, viene caricato di un valore spregiativo/regressivo e corretto appunto in modo ritenuto giusto e quindi positivo. Poco importa, naturalmente, se le condizioni di lavoro rimangono le stesse
Nel tempo la colonizzazione del politicamente corretto si estende a tutti i gangli della società. Lo fa ipocritamente, perché affetta un rispetto verbale che, per esempio, nobilita i vecchi trasformandoli in anziani o nella ribattezzata terza età, continuando però a trattarli sempre nello stesso modo, espellendoli cioè brutalmente dalla società. Lo fa anche spregiativamente, perché contrappone al linguaggio comune, trasformato in reazionario e retrogrado, il linguaggio ufficiale dell’élite, un codice linguistico di cui viene sorvegliato, se non addirittura imposto, il rispetto. Il risultato finale è che il linguaggio ufficiale, cadaverico , stando alla bella definizione di Natalia Ginzburg ancora alla fine degli anni Ottanta, si fa censorio nel suo imporre un conformismo linguistico che è anche un conformismo ideologico, chiudendo così il cerchio.
Nel loro pamphlet, Mastrocola & Ricolfi esaminano anche il politicamente corretto applicato persino alle convenzioni del linguaggio, alle regole dell’ortografia e della grammatica, dalla stigmatizzazione dell’uso neutro del pronome maschile, all’utilizzo del cosiddetto schwa, sino alla comica finale di chi vuol ribattezzare history con herstory, come se quell’ his iniziale sia un pronome possessivo maschile anglosassone e non una derivazione greca istoria, o latina historia Nessuno sembra accorgersi, dicono, che un conto è una lingua che cambia nel tempo, come è sempre stato, un processo di evoluzione spontanea che avviene dal basso, e un conto è «la deriva della lingua» imposta dall’alto: «Solo i regimi totalitari hanno questa pretesa, in spregio al comune sentire delle persone».
Come ogni settarismo, il politicamente corretto non ha il senso del ridicolo. Non si spiega altrimenti come un’associazione animalista e ambientalista sia potuta insorgere contro una canzoncina di Cochi & Renato, La gallina, ormai vecchia di mezzo secolo, considerandola «un insulto verso i polli e le galline». «Allora il rispetto degli animali non esisteva» hanno concesso i censori, ma adesso è ora di ridare ai pennuti la considerazione che meritano.
Applicato in campo artistico, il politicamente corretto altro non è che un bavaglio etico. Se si va a guardare il contenuto medio, in letteratura come al cinema, della nostra arte contemporanea, si vedrà che è cronachistico e angusto allo stesso tempo: ci sono i migranti e c’è l’orgoglio femminile, le minoranze etniche e i bambini in guerra, vari tipi di diversità, avvocati e giornalisti eroici contro la mafia, avvocati e giornalisti corrotti dalla mafia. È una sorta di nuovo realismo socialista, dove non ci sono più personaggi, ma esemplari, non più individui, ma rappresentanti. Scompare la complessità del reale, non c’è più spazio per l’ambivalenza e la dialettica del bene e del male. Come notano Mastrocola & Ricolfi, siamo di fronte a un’arte «che compiace. Liscia il pelo. Non va controvento. Non è più alterità». È insomma «un’arte pedagogica, che dà voce alle idee dominanti per convincere tutti della bontà di quelle idee. Asservita, allineata, ammaestrata. Mai veramente spiazzante,m ai capace di stupire, interrogare, indicare altri orizzonti».
C’è di più. In quanto arte neo-impegnata nel nome del bene, automaticamente è solo lei l’arte giusta, quella che promuove i valori buoni. Chi non la pensa allo stesso modo, non si limita a pensarla diversamente: più semplicemente è il villain, il cattivo, il male. Nessun dialogo è possibile, nessun confronto auspicabile. Il finale di partita è il bullismo etico.

Russia: corsa agli sportelli in vista del default

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di Alessandra Caparrello

A marzo le famiglie in Russia hanno ritirato dai loro conti correnti valuta estera per 9,8 miliardi di dollari per paura di un possibile default del Paese. A renderlo noto la Banca centrale russa secondo cui a spingere i russi alla corsa agli sportelli le sanzioni dell’Occidente alla guerra intenta dal presidente Vladimir Putin.

“Il trimestre è stato difficile, in certi momenti la situazione è apparsa critica ma poi siamo andati incontro ad una fase di stabilizzazione” ha affermato Alexander Danilov, direttore del dipartimento di regolamentazione e analisi bancaria della banca centrale secondo quanto riporta l’agenzia Reuters. “Il settore bancario ha dovuto affrontare un deflusso significativo di fondi alla fine di febbraio”, ha affermato. “Le persone hanno prelevato denaro dai loro conti in preda al panico, temendo per la loro sicurezza”.

Così riporta oggi Il Fatto Quotidiano secondo cui nel mese di febbraio i fondi depositati presso la banche sono diminuiti di 1,2 trilioni di rubli, pari a 14,7 miliardi di dollari e il calo è continuato a marzo, con deflussi di 236 miliardi di rubli.

Russia tra inflazione record e paura del default

L’inflazione russa ha raggiunto un 16,7% annuo a marzo, ma la banca centrale ha tagliato il suo tasso di interesse principale dal 20% al 17% all’inizio di questo mese, cercando di mitigare l’impatto delle sanzioni economiche.
Il governatore della Banca Centrale della Russia Elvira Nabiullina ha suggerito che i politici “devono avere la possibilità di abbassare il tasso chiave più velocemente”, aggiungendo che la banca centrale non cercherà di tenere a freno l’inflazione con ogni mezzo necessario, perché questo impedirebbe alle imprese di adattarsi al nuovo ambiente economico. La Banca centrale del Cremlino ha più che raddoppiato il suo tasso di interesse principale dal 9,5% al 20% alla fine di febbraio, dopo l’invasione non provocata della Russia in Ucraina, mentre la valuta del paese, il rublo, ha toccato un minimo storico tra una raffica di sanzioni internazionali punitive.

La Russia “non corre alcun rischio di default” perché “ha tutte le risorse finanziarie” per far fronte ai suo impegni. Lo ha detto la governatrice della Banca centrale, Elvira Nabiullina, citata dall’agenzia Tass.

Fonte: https://www.wallstreetitalia.com/russia-corsa-agli-sportelli-in-vista-del-default/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:%20Wall%20Street%20Italia&utm_content=russia-corsa-agli-sportelli-in-vista-del-default&utm_expid=24d0ca8f6aa04e501a1696e2bb16eb15a1464a4f6d2645e107c1efc8f8ee3e0f

Nuove regole sui condizionatori: si parte il primo maggio

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di Mariangela Tessa

La data da segnare in calendario è il primo maggio. È da allora che partiranno le nuove regole sui condizionatori per gli edifici pubblici, In base a quanto previsto da un emendamento al decreto Bollette, voluto da due parlamentari pentastellati – Masi e il capogruppo alla Camera Crippa – per far fronte al caro energia da un lato e limitare in qualche modo il consumo di gas dall’altro, la temperatura del condizionatore in tutti gli edifici pubblici non potrà essere inferiore ai 27 gradi, con due gradi di tolleranza. Di fatto il limite reale è 25 gradi.

Le nuove regole valgono in tutti gli edifici pubblici, anche nelle scuole – se ci sono condizionatori d’aria – e sedi di enti locali. Non rientrano invece ospedali, case di cura e tutto ciò che riguarda la sanità pubblica.

Nuove regole estese anche all’inverno

Poiché l’emendamento resterà in vigore fino al 31 marzo del 2023 e, “l’operazione termostato” sarà estesa anche al prossimo inverno e adattata ai riscaldamenti. In questo caso non si potrà salire al di sopra dei 19 gradi, anche qui con due gradi di tolleranza. Anche qui di fatto il limite reale è quindi un po’ più alto, 21 gradi.

Escluse le abitazioni private

Dalla stretta sui condizionatori e riscaldamenti sono escluse anche  le case private, dove in realtà sono già in vigore alcune regole. Come ricorda il Corriere della Sera, nelle abitazioni private non si dovrebbero superare i 20 gradi in inverno con fasce di accensione specifiche dei termosifoni in base alle sei zone in cui è divisa l’Italia. Si va dal 15 ottobre, nelle ‘nordiche’ Milano e Bologna per esempio, fino al 1 dicembre a Palermo e Catania, nel Mezzogiorno.

Multe salate per chi non si adegua

Per chi non si adegua, ci sono in teoria multe salate, ma è poco chiaro come funzionerà la macchina dei controlli. Controlli che diventerebbero ancora più complessi se le norma fossero estese anche ai privati, quindi alle aziende e alle case degli italiani. Per ora, il compito dovrebbe spettare agli ispettori del lavoro, che potranno multare le varie amministrazioni pubbliche per una somma compresa tra i 500 ai 3mila euro in caso di infrazione delle regole.

Nel dettaglio, si legge nell’emendamento:

 

Marx è andato a vivere a New York

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di Marcello Veneziani

La Verità ha riproposto uno stralcio dal libro-antologia di Karl Marx Contro la Russia, che le edizioni de Il Borghese pubblicarono per primi negli anni settanta. Ma c’è un’integrazione essenziale, e attualissima, da fare: in queste pagine emerge il Marx filo-americano, persuaso che il suo pensiero radicale potesse meglio attecchire in una società nuova, moderna, priva di storia, radici e tradizione come gli Stati Uniti. Non a caso questi scritti furono pubblicati tra il 1858 e il 1861, sul New York Tribune, poi raccolti dalla figlia Eleanor con il titolo The eastern question; articoli antirussi, filoamericani, occidentalisti, che auspicavano l’avvento del mercato libero globale e del pensiero radicale. Per la rivoluzione comunista Marx non pensava alla Russia zarista ma all’America descritta da Tocqueville, che era poi l’espansione “giovanile“ dell’Inghilterra, da Marx non a caso eletta a sua residenza, rispetto alla natia Treviri, in Germania.

Marx è il filosofo che più ha inciso nella storia del ‘900 attraverso la tragedia mondiale del Comunismo. Poi tramontò nel fallimento del comunismo, precipitò con l’impero sovietico, sopravvisse ibrido nella Cina mao-capitalista. Ma fu davvero archiviato? Da anni sostengo la tesi opposta che esposi in Imperdonabili.

Il marxismo separato dal comunismo è lo spirito dominante dell’Occidente. Scrive Marx nel Manifesto: “Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra e gli uomini sono finalmente costretti a osservare con occhio disincantato la propria posizione e i reciproci rapporti”. E’ la prefigurazione della nostra epoca volatile e mondialista. Il marxismo fu il più potente anatema scagliato contro Dio e il sacro, la patria e il radicamento, la famiglia e i legami con la tradizione, la natura e i suoi limiti. Fu una deviazione la sua realizzazione in paesi premoderni come la Russia e la Cina, la Cambogia o Cuba. Il marxismo non si è realizzato nei paesi che hanno subito il comunismo, dove invece ha fallito e ha resistito attraverso l’imposizione poliziesca e totalitaria; si è invece realizzato nel suo spirito laddove nacque e a cui si rivolse, nell’Occidente del capitalismo avanzato. Non scardinò il sistema capitalistico ma fu l’assistente sociale e culturale nel passaggio dalla vecchia società cristiano-borghese al neocapitalismo nichilista e globale, dal vecchio liberalismo al nuovo spirito radical. Marx definisce il comunismo: “è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. E’ lo spirito radical del nostro tempo, cancel e correct.

Nell’Ideologia tedesca, Marx dichiara che il fine supremo del comunismo “è la liberazione di ogni singolo individuo” dai limiti e dai legami locali e nazionali, famigliari, religiosi, economici. Non le comunità ma gli individui. Il giovane Marx onora un solo santo e martire nel suo calendario: Prometeo, liberatore dell’umanità. Padre dell’Occidente faustiano e irreligioso, proteso verso la volontà di potenza.

Il giovane Marx auspica nei Manoscritti economico-filosofici l’avvento dell’ateismo pratico. E nella Critica della filosofia del diritto di Hegel scrive: “La religione è il sospiro della creatura oppressa…essa è l’oppio del popolo. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire poterne esigere la felicità reale”. Liberandoci da Dio e dalla religione per Marx ci liberemo dall’alienazione e conquisteremo la felicità terrena. La società di oggi, atea ma depressa, irreligiosa ma alienata, smentisce la promessa marxiana di liberazione. L’utopia di una società “libertina”, dove ciascuno svolge la sua attività quando “ne ha voglia”, che abolisce ogni fedeltà e introduce “una comunanza delle donne ufficiale e franca”, fa di Marx un precursore della società permissiva. Il principio ugualitario perde la sua carica profetica e si realizza in negativo come uniformità e negazione dei meriti, delle capacità e delle differenze.

La società capitalistica globale ha realizzato le principali promesse del marxismo, seppur distorcendole: nella globalizzazione ha realizzato l’internazionalismo contro le patrie; nell’uniformità e nell’omologazione standard genera uguaglianza e livellamento universale; nel dominio globale del mercato ha riconosciuto il primato mondiale dell’economia sostenuto da Marx; nell’ateismo pratico e nell’irreligione ha realizzato l’ateismo pratico marxiano e la sua critica alla religione; nel primato dei rapporti materiali, pratici e utilitaristici rispetto ai valori spirituali, morali e tradizionali ha inverato il materialismo marxiano; nella liberazione da ogni legame naturale e da ogni ordine tradizionale ha realizzato l’individualismo libertino di Marx, liberato dai vincoli famigliari e nuziali. E come Marx voleva, ha realizzato il primato dell’azione sul pensiero. Lo spirito del marxismo si realizza in Occidente, facendosi ideologicamente radical, economicamente liberal, geneticamente modificabile.

L’ultima frontiera del marxismo si ritrova nelle porte aperte agli immigrati, dove un nuovo proletariato, sradicato dai paesi d’origine, sostituisce le popolazioni d’occidente, a sua volta sradicate. La lotta di classe cede alla lotta antisessista, antinazionalista e antirazzista. La difesa egualitaria dei proletari cede alla tutela prioritaria delle minoranze dei “diversi”.

Il marxismo vive sotto falso nome ma si muove a suo agio nella società global made in Usa; un marxismo al ketch-up, transgenico. Marx con passaporto americano sembra strizzare l’occhio ai dem di Biden. Noi ci attardiamo da anni a celebrare il suo funerale; ma è un caso di morte apparente.

La Verità (21 aprile 2022)

Fonte: http://www.marcelloveneziani.com/articoli/marx-e-andato-a-vivere-a-new-york/

25 Aprile: Festa di San Marco Evangelista con “Christus Rex” e “Nova Civilitas”

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25 APRILE: FESTA DI SAN MARCO EVANGELISTA
«Pax tibi Marce Evangelista meus, hic requiescet corpus tuum»
Il Circolo Cattolico Christus Rex-Traditio e l’Associazione Nova Civilitas organizzano un Santo Rosario in onore di San Marco, preceduto da una breve sul grande Santo Evangelista, da parte di Matteo Castagna (Resp.Naz. di Christus Rex-Traditio) e Gianfranco Amato (Pres. di Nova Civilitas)
Per favorire l’assistenza di tutti, in Italia e all’estero, sete invitati su Vimeo, anche tramite i canali Facebook sopra indicati:
 Lunedì 25 Aprile 2022 alle ore 10:00
Per accedere dalla pagina Facebook del Circolo Christus Rex-Traditio e seguire il programma cliccare su: https://vimeo.com/event/1968198/embed 
GUARDA I VIDEO:
GIANFRANCO AMATO: PERCHE’ FESTEGGIAMO S. MARCO
MATTEO CASTAGNA. LA STORIA DI SAN MARCO EVANGELISTA
 

 

La Risurrezione di Gesù Cristo

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Pubblichiamo la voce relativa alla resurrezione di N. S. Gesù Cristo tratta dal “Dizionario Biblico” diretto da Francesco Spadafora (Editrice Studium, Roma, 196, pagg. 520-524).
 
RISURREZIONE di Gesù. – È la verità fondamentale del Cristianesimo: Gesù risorge dal sepolcro col suo medesimo corpo, per virtù propria. L’anima, sempre unita alla divinità, alla morte, era discesa agli inferi; al mattino di domenica, si riunisce al corpo, rianimandolo.
 
Gesù aveva ripetutamente preannunziato la sua r. Ai Farisei, quale segno o miracolo dimostrativo della sua autorità messianica, Gesù dice: «Disfate questo tempio e in tre giorni lo riedificherò» (Io. 2, 18 s.); i discepoli compresero il senso esatto della frase dopo la r. (Io. 2, 20 s.). I Farisei se ne servirono come accusa dinanzi al Sinedrio (Mc. 14, 57 ss.) e come scherno ai piedi della Croce (Mc. 15, 29 s.; Mt. 27, 40), intendendo la frase del tempio materiale.
 
Ma Gesù era stato esplicito con loro, quando in seguito, insistendo essi per un prodigio straordinario, a loro piacimento, così rispose: «Una generazione malvagia e adultera chiede un prodigio; nessun prodigio le sarà dato vedere, se non quello del profeta Giona. Poiché come Giona stette tre giorni e tre notti nel ventre del mostro marino, così il Figliuolo dell’uomo starà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Mt. 12, 39 s.; Lc. 11, 29 ss).
 
I Farisei lo compresero e lo ricordano bene il giorno dopo la crocifissione quanto ottengono da Pilato di porre una guardia armata al sepolcro e appongono i loro sigilli alla pietra che ne chiudeva l’ingresso: «Ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre ancora viveva: Dopo tre giorni risusciterò. Ordina dunque che si assicuri il sepolcro» (Mt. 27, 62-66).
 
Ai discepoli nettamente, dopo l’annunzio delle sue sofferenze e della sua morte: «E’ necessario che il Figlio dell’uomo sia messo a morte, e che dopo tre giorni risusciti» (Mt. 16, 21; Mc. 8, 31 s.; Lc. 9, 22).
 
Così ancora ripete loro una seconda volta (Mt. 17, 22 s.; Mc. 9, 30 s.; Lc. 9, 44) e una terza (Mt. 20, 17 ss.; Mc. 10, 32 ss.; Lc. 18, 31·34).
 
I discepoli che non vogliono ammettere le sofferenze e la morte del Messia, si chiedono che cosa possa significare questo «risorgere di tra i morti» (Mc. 9, 10); e gli evangelisti sottolineano tale incomprensione (Mc. 9, 30 s.; Lc. 9, 45).
 
Dopo la trasfigurazione, ai tre prescelti, Pietro, Giacomo e Giovanni, Gesù intima «di non raccontare a nessuno ciò che han visto, fino a che il Figlio dell’uomo non sia risuscitato dai morti» (Mc. 9, 9; Mt. 17, 9). Cf. ancora Io. 12, 33 s.; 8, 28.
 
Pertanto Gesù medesimo ha dato la sua r. come la pietra di paragone, il prodigio per eccellenza attestante la divina autorità della sua missione e la sua stessa natura divina.
 
Lo afferma ancora s. Paolo, scrivendo ai Corinti, nel 55 ca. d. C.: «Vi richiamo, o fratelli, il vangelo che vi ho annunciato. Vi ho dunque trasmesso prima di tutto, ciò che io stesso ho ricevuto, cioè che il Cristo è morto per i nostri peccati conformemente alle Scritture, che è stato sepolto, che è risuscitato il terzo giorno conformemente alle Scritture, e che è apparso a Pietro, poi ai Dodici. In seguito è apparso a più di cinquecento fratelli in una sola volta (la maggior parte dei quali è ancor oggi vivente, alcuni sono morti); poi è apparso a Giacomo; quindi a tutti gli Apostoli. E all’ultimo posto è apparso anche a me, come a un aborto.
 
Sì, io sono il minimo degli Apostoli, indegno d’esser chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio… In breve, sia io che essi, ecco quel che predichiamo e che voi avete creduto.
 
Ora se la predicazione evangelica attesta che il Cristo è risuscitato dai morti come mai alcuni tra voi possono pretendere che non ci sia la r. dei morti? Se non si ha la r. dei morti, il Cristo non è risuscitato.
 
E se il Cristo non è risuscitato, la nostra predicazione diventa senza oggetto, senza oggetto anche la nostra fede… Se il Cristo non è risuscitato la vostra fede è sterile; voi siete ancora nei vostri peccati; quelli che son morti nel Cristo sono periti… Ma no; il Cristo è risuscitato dai morti…» (I Cor. 15, 3-20).
 
Nei testi sacri del Nuovo Testamento, sono attestate ineccepibilmente quattro verità, le quali non permettono in alcun modo di dubitare del grande prodigio: realtà della morte del Cristo (Mt. 27, 45-56; Mc. 15, 33-41.45 s., dove Pilato riceve dal centurione, responsabile dell’esecuzione, la dichiarazione autentica della morte di Gesù; Lc. 23, 44-49; Io. 19, 28 ss. uno dei soldati si assicurò con la lancia che Gesù fosse già morto; Phil. 2, 8 s. ecc.); realtà della sua sepoltura (Mt. 27, 57-66; Mc. 15, 42-47; Lc. 23, 50-56; Io. 19, 38-42; ecc.); scoperta della tomba vuota e apparizioni del Signore (Mt. 28; Mc. 16; Lc. 24; Io. 20).
 
Il corpo del Redentore, deposto dalla Croce, fu lavato e ne fu curato il seppellimento, secondo il modo abituale dei Giudei, come attesta s. Giovanni, precisando i Sinottici. Giuseppe d’Arimatea ne aveva ricevuto da Pilato l’autorizzazione; e con Nicodemo aveva preparato ogni cosa, in modo da far tutto, prima che al tramonto incominciasse il riposo sabatico (Io. 19, 38-42; M. Braun, La sépulture de Jésus, Parigi 1939; cf. RB, 1936).
 
Gli eventi (tomba vuota, apparizioni) del mattino di Pasqua e apparizioni successive vengono così disposti.
 
1. Dopo la Passione, gli Apostoli s’erano nascosti in Gerusalemme; non era facile per essi fuggire in Galilea dato il riposo festivo di quei giorni solenni. Vinti dallo scoramento non pensavano affatto a rianimarsi nella fede.
 
2. Al mattino presto di Domenica, si ebbe un terremoto; la porta del sepolcro fu aperta da un angelo, che si sedé sulla grossa pietra, rotolata via. Le guardie atterrite si disperdono per annunziare ai sacerdoti il fatto che li ha terrorizzati. il Cristo è già risorto; l’angelo apre la tomba per farlo constatare. Seppellito nel venerdì, prima che, al tramonto, cominciasse il nuovo giorno, il sabato era rimasto nel sepolcro per l’intero sabato – da vespro a vespro -, e quindi fino all’alba del giorno seguente (inizio della settimana), che dai cristiani fu chiamato Domenica (giorno del Signore). Le poche ore del venerdì, secondo il costume ebraico, sono computate come un giorno intero; e così per la notte dopo il sabato; di modo che si parla globalmente di tre giorni interi o anche di tre giorni e tre notti.
 
3. Il gruppo delle pie donne, che seguendo un impulso provvidenziale muove verso la sepoltura, con aromi preziosi e senza pensare alle difficoltà pratiche, verso le sei del mattino arriva al sepolcro senza sospettare di nulla; il luogo è deserto e trovano la porta aperta.
 
4. Alla prima occhiata, s’accorgono che il corpo non c’è più; Maria di Magdala, smarrita, corre subito ad annunziare la cosa agli Apostoli (Io. 20, 2). Si vede che, staccatasi dalle altre, dopo un semplice sguardo corse via dagli Apostoli. Le donne, appena entrate nel sepolcro, vedono subito l’angelo (Mt. 28, 5 ss.; Mc. 16, 5). Sia Mc. 16, 8 che Lc. 24, 4 parlano della loro grande commozione, erano «fuor di se stesse» (Lc.). L’angelo le manda a portare ai discepoli l’annunzio della r. del Cristo.
 
5. Pietro (Lc. 24, 12) con Giovanni (Io. 20, 3-10; cf. Lc. 24, 24) accorre al sepolcro; esamina tutto attentamente, c con Giovanni ha, come vedremo, la dimostrazione fisica della r. del Cristo.
 
6. Gesù appare alla Maddalena, ritornata al sepolcro (Io. 20, 11-18; Mc. 16, 9 ss; cf. Mt. 28, 9 s., che usa il plurale, attribuendo alle donne – del cui gruppo era la Maddalena e delle quali egli aveva parlato prima – quanto riguarda solo quest’ultima con un procedimento letterario che gli riscontriamo altrove).
 
7. Appare a Pietro (Lc. 24, 34; I Cor 15, 5); a Giacomo minore (I Cor. 15, 7); verso il tramonto, ai discepoli che si recavano a Emmaus (Lc. 24, 13-35; Mc. 16, 12 s.); nella sera, a Gerusalemme, ai discepoli riuniti (Lc. 24, 36-49: Mc 16, 14-18; poi Io. 20, 19-23; cf. I Cor 15, 7). Otto giorni dopo, ai discepoli presente Tommaso (Io. 20, 24.29).
 
Allora, senza dubbio, gli Apostoli, riconfortati e riadunati dal Pastore risorto (cf. Mt. 26, 32; Mc. 14, 28 il gregge alla Passione si disperde, «ma dopo che sarò risorto, vi ricondurrò in Galilea»; Mt. 28, 7), adesso sono ricondotti in Galilea.
 
Gesù appare sulle rive del lago di Genezaret e, davanti a sei discepoli, dà a Pietro l’investitura di capo della Chiesa (Io. 21).
 
Quindi Gesù si manifesta a tutti Insieme e dà agli Apostoli la missione di convertire il mondo (Mt. 28, 16-20; I Cor 15, 6 l’apparizione a più di 500 fratelli).
 
Più tardi essi, per ordine del Cristo, ritornano a Gerusalemme; dopo un supremo colloquio con i suoi, Gesù entra definitivamente nella sua gloria, con l’Ascensione (v.) sensibile, che chiude il periodo delle sue apparizioni in mezzo ad essi, durato quaranta giorni (Lc. 24, 50 ss.; At. 1, 9 ss.; Mc. 16, 19).
 
Nel racconto della sepoltura, gli evangelisti concordano in ogni dettaglio con i dati archeologici oggi meglio accertati. La concessione del cadavere a chi ne faceva richiesta è secondo la prassi giuridica atte stata fin dal tempo dell’imperatore Augusto. La iniziativa di Giuseppe inoltre è conforme allo spirito della legge giudaica che proibiva di lasciare in abbandono, dopo il crepuscolo, il corpo del giustiziato sospeso al palo o alla croce. La descrizione della tomba – scavata nella roccia e chiusa con una grossa pietra profonda – concorda rigorosamente con un tipo di tomba giudaica usato nella campagna palestinese al tempo di Gesù. Ne fanno fede, fra le tante, la tomba di Elena di Adiabene, a nord della porta di Damasco a Gerusalemme e quella degli Erodi a Nikefurich.
 
Tutto il racconto rievoca istituzioni giudaiche e romane che, ancor oggi, possiamo esattamente controllare (F. M. Braun).
 
S. Paolo (I Cor 15, 3 s.; e già nel discorso ad Antiochia di Pisidia, At. 13, 28 s.) riafferma la constatazione della tomba trovata vuota. Si sa che i Sinedriti divulgarono la menzogna del rapimento del corpo da parte dei discepoli (Mt. 28, 11-14), mentre i soldati della guardia dormivano.
 
«Miserabile astuzia! Tu ci porti dei testimoni che dormivano», esclamava già S. Agostino. La decisa attestazione degli Apostoli smontava questa credulona menzogna giudaica; come ben nota lo stesso O. Culmann (Les premières professions de foi chrétiennes, Parigi, 1943).
 
Al riguardo, riveste notevolissima importanza la visita di Pietro e Giovanni al sepolcro (Io. 20, 3-10).
 
Il punto centrale di questo racconto evangelico, così vivo, accurato e minuzioso, sta nel nesso fra quanto i due apostoli trovarono, videro, osservarono nel sepolcro e la fede nella r. del Cristo, formulata esplicitamente qui per la prima volta, prima di qualsiasi apparizione: «Allora entrò anche l’altro discepolo, che prima era giunto al sepolcro, e vide e credette» (v. 8).
 
Nessuno degli Apostoli pensava alla r.; ancor dopo le prime apparizioni, non ci pensano i due di Emmaus (Lc. 24, 21-24), non ci crederà Tommaso (Io. 10, 24 s.) se non dopo l’invito di Gesù: «Poni qui il tuo dito e guarda le mie mani, ecc.» (Io. 20, 27). L’ipotesi che venne in mente alle pie donne, alla Maddalena, appena notata «la pietra rotolata via dal sepolcro» (Lc. 24, 2) e constatata l’assenza del cadavere, fu questa: han rubato il corpo di Gesù. E in tal senso Maria dette il suo annunzio a Pietro e a Giovanni: «Han levato il corpo del Signore dalla tomba e non sappiamo dove sia stato messo» (Io. 20, 2).
 
Pietro e Giovanni osservano attentamente: il sudario stava avvolto, così come era stato avvolto (participio perfetto = era stato e rimaneva avvolto; il v. ha soltanto questo significato: cf. Mt. 27, 59; Lc. 23, 53), la sera del venerdì, intorno alla testa del Redentore; allo stesso modo, le fasce (fasce e lenzuolo) che erano state legate (Io. 19, 40, così come era costume presso gli Ebrei; cf. r. di Lazzaro, Io. 11, 44; in modo da far aderire il lenzuolo stretto intorno al corpo, dai piedi alle spalle), rimanevano lì, così come le aveva viste avvolgere al corpo, al momento della sepoltura.
 
Solo che non stringevano più nulla; giacevano le fasce e il sudario, come se il corpo di Cristo si fosse volatilizzato.
 
Quando non si tirava parte del lenzuolo per coprire la faccia del defunto, il sudario, adoperato per avvolgete il capo, veniva con una fascia fermato intorno al collo. E s. Giovanni ben mette in chiaro che il sudario stava “a parte”, non con i pannolini e il lenzuolo, cioè si aveva in tutto la disposizione del momento della sepoltura: il sudario al suo posto (nel medesimo posto di prima), e il lenzuolo, stretto al corpo dalle fasce.
 
La descrizione sottolinea con estrema esattezza ogni cosa; e mette in rilievo il fatto meraviglioso, nuovo, importantissimo, constatato dagli apostoli e che fu causa dell’atto di fede nella r.
 
Era umanamente impossibile spiegare altrimenti l’assenza del corpo di Cristo; era fisicamente impossibile che qualcuno lo avesse sottratto e comunque toccato, senza slegare le fasce, smuoverle, senza svolgere il sudario. L’evangelista ha la dimostrazione fisica della r. di Gesù. La fede nella r., in lui, come in Pietro ha come fondamento ed origine non le profezie dei Libri sacri (come espressamente ricorda s. Giovanni, al v. 9), ma questa esperienza, questa constatazione; è il fatto storico da essi constatato e null’altro.
 
Abbiamo pertanto in questo brano, «una testimonianza diretta del fatto stesso della r.». E l’esattezza dello storico arriva al punto di precisare ed esprimere soltanto il proprio sentimento; tacendo affatto di quello che sorse nell’animo di Pietro. S. Luca dice di lui che se ne ritornò «meravigliandosi per quel che era avvenuto» (24, 12); in s. Luca, non esclude la fede, la convinzione; esprime un senso di smarrimento, dinanzi a qualche manifestazione straordinaria del soprannaturale, S. Pietro constatava questo fatto mirabile, che allora si verificava per la prima volta: il corpo del Signore che non è più in quell’insieme di lini, col quale era stato avvolto e legato ; che ne è uscito senza nulla smuovere, lasciando tutto intatto; così come era uscito all’ esterno lasciando intatta, con i sigilli appostivi dal Sinedrio (Mt. 27, 66), la grossa pietra che chiudeva l’ingresso del sepolcro.
 
E bastava che Pietro desse questa testimonianza; si rendesse garante di questa constatazione; pur non potendo dare dell’evento spiegazione alcuna.
 
Quando il Risorto apparirà, entrando talvolta a porte chiuse, spostandosi veloce come il pensiero, allora si comprenderà come allo stesso modo, egli, non soltanto spirito, ma col suo corpo reale, era uscito dall’involucro dei lini senza disfarlo, e dal sepolcro lasciandone suggellata la porta.
 
Sono le doti del corpo glorioso, di cui parlerà s. Paolo (I Cor 15, 42-52). La riservatezza del Principe degli Apostoli, espressa da Lc. 24, 12 è pertanto un particolare così vivo e preciso, degno dello storico più obiettivamente accurato (F. Spadafora, in Rivista Biblica, 1 [1953] 99-123).
 
La r. pertanto sta al centro della catechesi apostolica (At. 2, 22.36; tra l’altro, la r. adempie le profezie del Vecchio Testamento: Ps. 16; 8-11; effetto della divinità di Gesù: Ps. 110, 1; Mt. 22, 44); cf. ancora 3, 14 ss. 18.26 adempimento delle profezie del Vecchio Testamento (vv. 21.26); 4, 10 ss., s. Pietro dinanzi al Sinedrio; ancora 5, 29-32; 10, 37-43. Anzi: apostolo è sinonimo di “teste della r. di Gesù” (At. 1, 22; 3, l5); e S. Luca sintetizza la loro predicazione in tale testimonianza (At. 4, 33: con grande potenza rendevano testimonianza della r. del Signore Gesù).
 
Il diacono Filippo dimostra realizzata nel Cristo la profezia d’Isaia (53, 7 s.: morte e r.; v. Servo di Iahweh). Per ben tre volte gli Atti attestano l’apparizione del Risorto a Saulo Paolo (9, 1-9; 22, 6.10; 26, 19.18; cf. I Cor 15, 8); e il persecutore diviene apostolo, entra cioè tra i testimoni della r. di Gesù (cf. I Cor 9, 1; Gal. 1, 12.16); rispecchiando fedelmente la catechesi primitiva (At. 13, 23, 39; con lo stesso argomento dal Ps. 16, 10); cf. At. 17, 31; 26, 22 s.
 
La r. restituisce Gesù «nella potenza che gli compete quale Figlio di Dio» (Rom. 1, 4; Phil. 2, 9 ss.); con la morte, la r. è causa della nostra giustificazione (Rom. 4, 25; 2Cor. 5, 14); il battesimo, che ci incorpora al Signore, ci fa rivivere la sua morte e la sua r. (Rom. 6, 4; Col. 2, 12; cf. Eph. 1, 20 ss.; 2, 5 s.); la “potenza della r,” è sostegno di tutta la vita cristiana (Phil. 3, 10 s.); la r. di Gesù è causa efficiente ed esemplare della nostra r. corporale (I Ts. 4, 14.17; I Cor. 15; Rom. 8, 12-39). La r. del Cristo è insieme dimostrazione ed effetto della sua natura divina (Io. 1, 1-14; Hebr. 1).
 
«Se morte e r. si potessero separare, si dovrebbe dire che in S. Paolo l’evento centrale è la r. del Cristo, o, in termini più psicologici, la certezza acquisita a Damasco che il Cristo è vivente. Da qui è illuminata la croce; senza il vivente la croce sarebbe uno scandalo, dal fatto che il Cristo è risorto, la croce si drizza nell’aurora luminosa della trasfigurazione» (Deismann, W. T, Hann).
 
La testimonianza di s. Paolo, persecutore accanito, trasformato in apostolo ardente dall’apparizione potente del Cristo Risorto, ha lo stesso valore dei fatti evangelici; è inutile e puerile ogni contorcimento per sminuirla; non le si può resistere (cf. At. 9, 5).
 
«È meglio – scrive lealmente M. Goguel (Introd. N. T. IV, 1925, p. 207) – confessare la nostra ignoranza (volendo negare il soprannaturale) che tentare dissimularla dietro costruzioni arbitrarie. La conversione è stata per Paolo una rivelazione del Figlio di Dio: ha veduto il Cristo vivente e glorioso; questa è la sua esperienza essenziale. Il Cristo gli apparve in condizioni tali che lo resero sicuro che egli era vivo e glorificato».
 
Per le lettere cattoliche, cf. I Pt. 1, 3, 21; 3, 21 s.; 4, 5 s.; 2Pt. 1, 1.16.19; la r. di G. è supposta dappertutto in Iac.; I-II-III Io.; Iud. (cf. De Ambroggi, Le epistole cattoliche, 2a ed., 1949, pp. 21.94 s. 217.297).
 
Tutta l’Apocalisse (v.) descrive la vittoria perenne del Cristo risorto, nella chiesa militante e trionfante.
 
F.S. (Francesco Spadafora)
 

BIBL. – L. DE GRANOMAISON, Jésus-Christ, II, 3a ed., Parigi 1928, pp. 369-446, 464- 532: J. BONSIRVEN, Il Vangelo di Paolo, Roma 1951, pp. 171 ss.; ID., Les enseignements de Jésus-Christ, 8a ed., Parigi 1950, pp. 215-34: ID., Teologia del N. T. (trad. it.), Torino 1952, pp. 136-39. 183 ss. 229.: F. M. BRAUN, Storia e critica (trad. it.), Firenze 1950, pp. 177-299.

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