Mariupol, la verità dei civili: “Il battaglione Azov ci sparava contro”

Condividi su:

di Bianca Leonardi

Siamo ufficialmente nella seconda fase della guerra, come lo stesso presidente Zelensky ha affermato: una guerra combattuta nella parte meridionale del paese, una guerra che non trova fine e che vede al centro dei bombardamenti la regione del Donbass, con le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. È qui che il battaglione Azov – quello che ormai è rimasto – si è asserragliato nell’acciaieria di Azovstal a Mariupol, teatro ormai della spietata guerra.

Se da una parte gli Azov sono a tutti gli effetti militari ucraini e quindi vittime di quell’invasione russa che sta sconvolgendo il mondo, è, però, infantile e poco producente ai fini dell’informazione catalogare i buoni a prescindere e i cattivi a prescindere. Nei conflitti non ci sono gironi speciali, ci sono solo uomini, con i propri errori e le proprie glorie.

A tal proposito, il servizio fatto da Report, realizzato da Manuele Bonaccorsi tra Mariupol e Donetsk, ha mostrato un lato sconosciuto, o nascosto, che la stampa occidentale e italiana ha sempre preferito non approfondire. “Il battaglione Azov, con i suoi carrarmati, ha sparato su casa mia”, racconta una giovane abitante di Mariupol confermando che si trattava di milizie ucraine, in quanto avevano la bandiera del paese sulla divisa.

Le condizioni di vita dei civili di Mariupol, da più di un mese, versano infatti in una situazione drammatica: tra l’impossibilità di uscire dai rifugi e le abitazioni bombardate, e tutto per mano dei nazionalisti ucraini, raccontano. “Senza luce, senza acqua, senza cibo: abbiamo vissuto come i ratti”, spiega una coppia di anziani ormai rimasta senza niente.

E ancora: “I militari ucraini mettevano davanti ai portoni dei barattoli rossi, segnalando alle truppe i punti di fuoco: noi li abbiamo fatti sparire e così abbiamo salvato nostra casa, altrimenti saremmo morti. Quelli del palazzo davanti non l’hanno fatto e lì hanno messo un obice sul tetto da cui sparavano a ripetizione: ora di quel palazzo non resta niente, è stato completamente distrutto”. Un vero tiro al bersaglio da parte del battaglione Azov sui civili di Mariupol: così racconterebbero gli abitanti della città che, stremati, cercano ora una via di fuga verso Donetsk.

“Il 24 febbraio Mariupol è stata chiusa, eravamo in gabbia: non c’è mai stato un corridoio verde per portare via bambini e anziani. Hanno fatto saltare le rotaie del treno ed era impossibile uscire dalla città”. Smontata quindi, stando agli abitanti della città presa di mira, anche tutta l’organizzazione legata alla creazione di corridoi umanitari per far evacuare almeno le persone più fragili, come ha sempre riportato la stampa ucraina.

Anzi, dalle loro parole, sembrerebbe proprio che i civili siano stati tenuti con la forza nei confini della città: “Fin dall’inizio della guerra non è stato possibile lasciare Mariupol, i soldati avevano messo carrarmati in mezzo alle strade e ci dicevano che c’erano i ponti minati. Dopo era troppo tardi per fuggire. Solo quando la Russia ha conquistato tutta la costa orientale siamo riusciti a scappare”, spiega un ragazzo padre di due bambini che ha vissuto per almeno un mese in uno scantinato ed è stato costretto a rubare per dare cibo ai suoi figli.

E per quanto riguarda il fiume di persone che solo adesso si sta spostando nella capitale della repubblica indipendente separatista di Donetsk, l’Ucraina ha parlato di vere e proprie “deportazioni” russe. “Nessuno ci ha deportato: stiamo solo fuggendo all’inferno. Abbiamo persone sepolte sotto ogni casa, ci sono croci ovunque e hanno messo l’artiglieria tra gli edifici residenziali anche se c’era la scritta “bambini”: ci hanno usato come scudi umani”, prosegue un’altra donna raccontando come il battaglione Azov non abbia avuto pietà nemmeno dei più piccoli.

La città di Mariupol è infatti abitata, per la maggior parte, da persone di lingua russa e gli occupanti – cioè le milizie di Putin – vengono chiamati “liberatori” essendo – come riferiscono gli intervistati – gli unici ad aver permesso ai civili di salvarsi e scappare dalla furia Azov. “Noi ci sentiamo russi – racconta un uomo – È stata l’Ucraina che ci ha bombardato, non la Russia: tutto questo lo hanno fatto i neonazisti dell’Azov”.

E stando a quanto dichiarato dai civili è inevitabile tornare a riflettere su quei famosi uomini e donne rinchiusi nell’acciaieria e che, stando alle fonti ucraine, insieme ai nazionalisti non riescano a liberarsi a causa dell’avanzata russa. Torniamo a domandarci: come mai durante il cessate il fuoco, che le truppe del Cremlino ormai fanno quasi regolarmente, quei civili in Azovstal non riescono ad uscire?

Bianca Leonardi, 6 maggio 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/mariupol-la-verita-dei-civili-il-battaglione-azov-ci-sparava-contro/

Azovstal, Capuozzo mostra il video dei miliziani di Azov: “Sapete cosa stanno cantando?”

Condividi su:

QUINTA COLONNA

Si combatte dentro l’acciaieria trasformata in un “inferno”. Asserragliati i soldati del Battaglione Azov

Una combattente di Azov asserragliata all’Azovstal. Il video ripreso da un cellulare. I “resistenti” all’assalto russo che intonano una canzone, l’odierna “Bella Ciao” come scrive qualcuno. È il video, pubblicato sui social e raccontato anche dai media italiani, su cui si sta discutendo in queste ore. Ovvero il canto dei soldati che difendono l’ultima postazione ucraina a Mariupol.

Perché se ne discute? Lo spiega Toni Capuozzo, molto critico sulla posizione che i media occidentali hanno preso rispetto al Battaglione (ormai un reggimento) accusato in passato di simpatie neonaziste. “Non so se sia vero che i “resistenti” dell’Azovstal abbiano chiesto una tonnellata di cibo per ogni quindici civili da rilasciare: la fonte è russa, e ovviamente non farebbe loro onore – scrive lo storico inviato di guerra sui suoi canali social – So quel che leggo sul Corriere della Sera di oggi, che li descrive come dei soldati Ryan da salvare, e paragona la loro canzone a Bella Ciao. Peccato che inneggi a Stepan Bandera, eroe del collaborazionismo con i nazisti. Non è l’unico equivoco: il Primo maggio dal concertone di Roma hanno spedito i saluti a Kiev, senza accorgersi che quella festività è abolita in Ucraina dal 2014″. La seconda strofa della canzone infatti dice: “L’Ucraina è la nostra madre e Stepan Bandera è nostro padre”.

Su Stepan Bandera molto si è detto e scritto. Ucciso a Monaco nel 1959, questo nazionalista ucraino divide la società: amato nella parte occidentale, viene considerato un fondamentalista nazista nelle zone ad Est. Quelle a maggioranza russofona. Nel 2018 vi furono non poche polemiche quando il Parlamento di Kiev decise di festeggiare come festa nazionale il compleanno del discusso combattente. Il leader dell’Oun, Organizzazione dei nazionalisti ucraini, è infatti accusato di aver collaborato con Hitler anche se oggi per il Corriere diventa “patriota dell’Ucraina libera, irredenta e democratica”.

Secondo quanto riporta ilGiornale, “a partire dal febbraio del 1943 i nazionalisti ucraini cominciarono ad attaccare la popolazione polacca dell’oblast di Volyn’. L’Upa e l’Oun attaccarono oltre cento villaggi polacchi sterminando oltre centomila persone, in maggioranza donne, bambini e anziani”. Per questo in Polonia viene considerato un criminale, così come le attività dei due movimenti nazionalisti. Non solo. Anche il Parlamento europeo, in una risoluzione approvata il 25 febbraio del 2010, scrisse di “deplorare profondamente la decisione del Presidente uscente dell’Ucraina, Viktor Yushchenko, di attribuire a Stepan Bandera, uno dei leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN), che ha collaborato con la Germania nazista, il titolo postumo di «Eroe nazionale dell’Ucraina»; auspica, a questo proposito, che la nuova dirigenza ucraina riveda tali decisioni e mantenga il suo impegno nei confronti dei valori europei”

Fonte: https://www.nicolaporro.it/azovstal-capuozzo-mostra-il-video-dei-miliziani-di-azov-sapete-cosa-stanno-cantando/

Embargo petrolio russo, il nuovo piano Ue (tra deroghe e incertezze) cambia tutto

Condividi su:

“Questo piano mi pare una follia – dichiara il nostro responsabile Nazionale Matteo Castagna – perché, di fatto, è un secondo atto di guerra contro Putin, dopo l’invio di armi ad un Paese straniero, che è parte di una guerra che, al momento, non è ufficialmente nostra. L’Occidente dovrebbe riconoscere che la soluzione del conflitto è il raggiungimento di accordi diplomatici. Non esiste più il mondo governato dagli USA e dai suoi satelliti, come negli anni ’90. La Russia, la Cina e i BRICS in generale, sono altre Superpotenze con cui si dovrebbe concorrere in un mondo multipolare. Non vedo altra possibilità di scelta. Embarghi, sanzioni, minacce, provocazioni e muscoli di catone prolungano la guerra e la generale situazione conflittuale tra Oriente e Occidente”.

di Eugenio Palazzini

Roma, 6 mag – Prendere tempo, concedere deroghe, stabilire un nuovo piano. L’Ue teme rotture interne sull’embargo al petrolio russo e decide ora di cambiare (parzialmente) linea, avanzando una nuova proposta destinata a far discutere ancor di più. Vediamo perché.

La Commissione europea, pur ribadendo la necessità di sanzionare il petrolio di Mosca, prevede adesso una speciale deroga di due anni per Ungheria e Slovacchia. Non più soltanto un anno come inizialmente previsto e annunciato, dunque. Per Budapest e Bratislava, che continuano a mostrarsi fortemente refrattarie al sesto pacchetto di sanzioni europee, il divieto di importare greggio dalla Russia dovrebbe insomma entrerà in vigore a fine 2024.

Petrolio russo, il nuovo piano Ue a suon di deroghe e incertezze

Parliamo quindi, se dovessimo valutare queste misure a partire da oggi, di quasi due anni e mezzo di esenzione. Con tutta evidenza tutto potrebbe cambiare in questo lasso di tempo, sia in meglio che in peggio, nei rapporti tra Europa e Russia. Intanto Bruxelles è orientata a concedere una deroga analoga anche alla Repubblica Ceca, fino a giugno 2024. Ma non è tutto, perché le divisioni in seno all’Ue sono ben più ampie.

A protestare per il taglio repentino al petrolio russo sono anche Grecia, Malta e Cipro. A manifestare altri malumori sono Croazia e Bulgaria. Di conseguenza la Commissione europea valuta una deroga generale per gli altri Stati membri: di tre mesi, relativamente al divieto di trasporto del greggio di Mosca su navi Ue. Come noto, nel pacchetto di nuove sanzioni inizialmente previsto, il divieto sarebbe dovuto entrare in vigore già dal mese prossimo. Confusione, incertezze e disparità rischiano quindi di generare ulteriori frizioni.

Cercasi accordo politico

Nella giornata di oggi gli ambasciatori dei Paesi membri si riuniranno per discutere della questione e tentare un primo accordo politico, con l’obiettivo di giungere all’approvazione formale delle nuove misure contro la Russia entro questo fine settimana. “Stiamo lavorando per arrivare a un accordo tra tutti i Paesi europei, per fermare l’importazione di petrolio dalla Russia. Si farà”, ha detto l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Josep Borrell. “E se non si fa presto, cioè entro questo fine settimana, dovrò far riunire il Consiglio dei ministri degli Affari esteri per avere un accordo politico”, ha aggiunto Borrell. Mission impossible? Tutto dipende, probabilmente, dall’Ungheria. Se cioè Orban accetterà la deroga di due anni oppure la giudicherà insufficiente.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/politica/embargo-petrolio-russo-nuovo-piano-ue-tra-deroghe-incertezze-cambia-tutto-232650/

Mercenari israeliani combattono per l’Ucraina contro la Russia

Condividi su:

di Luciano Lago

Mosca afferma che mercenari israeliani hanno combattuto a fianco delle truppe ucraine contro le forze russe negli ultimi mesi di conflitto. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha detto mercoledì alla radio Sputnik in un’intervista che i militanti israeliani erano attivi sul campo insieme al reggimento di estrema destra Azov, che opera sotto il comando dell’esercito ucraino dal 2014. I mercenari israeliani sono praticamente spalla a spalla con i militanti Azov in Ucraina.

Azov è salito alla ribalta nel 2014, quando i suoi attivisti di estrema destra hanno preso le armi per combattere i separatisti filo-russi nella regione orientale del Donbass, in Ucraina. I suoi membri fanno ora parte delle forze ucraine nella città portuale di Mariupol, rintanata all’interno dell’acciaieria Azovstal, contro la quale martedì le forze russe hanno lanciato un grande attacco.

La Russia vede i membri dell’Azov come “fascisti” e “nazisti”. (Per l’Occidente i militanti di Azov sono “bravi ragazzi”). Il 1° maggio, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha affermato che Adolf Hitler aveva “sangue ebreo”. Questo ha alimentato il già ardente fuoco della guerra. Il principale diplomatico russo, parlando al canale Rete 4 di Mediaset, ha affermato che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky “avanza un argomento su che tipo di nazismo possono avere se lui stesso è ebreo”.

Martedì, il ministero degli Esteri russo ha affermato che “le origini ebraiche del presidente (Zelensky) non sono una garanzia di protezione contro il neonazismo dilagante nel Paese”. Il regime israeliano aveva convocato lunedì l’ambasciatore russo per “chiarimenti”. Il Cremlino ha criticato il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid per aver accusato Mosca di aver commesso crimini di guerra in Ucraina. Ad aprile, il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid ha accusato la Russia di aver commesso crimini di guerra in Ucraina. Mosca ha risposto, accusando Israele di usare l’Ucraina per “distogliere” l’attenzione globale dalla sua aggressione contro i palestinesi.

Il 24 febbraio il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato l’operazione in Ucraina. Il conflitto ha provocato una risposta unanime da parte dei paesi occidentali, che hanno imposto una lunga serie di sanzioni a Mosca. La Russia afferma che interromperà immediatamente l’operazione se Kiev soddisferà l’elenco di richieste di Mosca, inclusa la non domanda di adesione alla NATO.

Israele ha espresso solidarietà all’Ucraina ma, a differenza dei suoi alleati occidentali, si è astenuto dall’imporre sanzioni formali alla Russia.

Foto: Controinformazione.info

6 maggio 2022

Fonte: https://www.ideeazione.com/mercenari-israeliani-combattono-per-lucraina-contro-la-russia/

Guareschi, lo scrittore che nacque (e non morì più)

Condividi su:

QUINTA COLONNA

di Giuliano Guzzo

Quasi nessuno lo ricorderà ma oggi, 114 anni fa, nella bassa parmense nasceva lo scrittore italiano più tradotto del mondo nonché uno dei più venduti di sempre: Giovannino Guareschi. Nacque infatti l’1 maggio 1908 e morì nel luglio 1968 ignorato e sbeffeggiato, con la sua morte che il tiggì liquidò in 135 secondi e L’Unità con un vergognoso epitaffio: «E’ morto uno scrittore mai nato». Invece, oltre che essere nato 113 anni fa, Guareschi vive ancora. Dove? In più ambiti.

Tanto per cominciare vive nel pubblico sempre appassionato dei film di don Camillo e Peppone, replicati all’infinito eppure mai ripetitivi, in bianco e nero eppure pieni di calore – e nell’altrettanto vasta platea dei suoi libri, scritti tutti con il genio della semplicità. Guareschi vive poi ancora nel Mondo piccolo, quella bassa padana e strapaesana che ha saputo presentarci esaltandone i tratti essenziali: l’umanità, l’ironia, la fede, il vino, i campi e, naturalmente, il grande fiume, spettatore primo e sintesi ultima di tante commoventi storie.

A ben vedere, egli vive pure nel populismo di oggi di cui, a sua insaputa, fu profeta ante litteram se pensiamo che – ben prima della Brexit, dell’elezione di Trump e della ribellione antiglobalista delle periferie – ebbe a sottolinearne l’essenza, quando affermava: «La provincia è la grande riserva intellettuale, artistica e spirituale del Paese» (Chi sogna nuovi gerani? Autobiografia, Rizzoli 1993, p.141). Ancora, il papà di don Camillo vive in quell’antitotalitarismo di cui fu testimone prezioso.

Infatti, mise in luce come nessun altro il bisogno d’essere sia antifascisti (nel 1942 durante una sbornia diffamò il duce e i gerarchi, finendo in galera) sia anticomunisti (suo lo slogan «Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no!»). Non solo: all’occorrenza, unico giornalista nella storia repubblicana, finì pure in galera in seguito ad uno scontro con De Gasperi, rifiutando di fare ricorso in appello.

Da questo punto di vista, Guareschi vive ancora nel coraggio di chi vuole restare libero, di chi non si piega, di chi segue la coscienza anche se essa lo conduce fin dentro una cella. Giornalista, caricaturista, umorista, perfino designer, è stato dunque un vero gigante. Tanto che, mentre qui alla sua morte lo si snobbava, la rivista americana Life che gli dedicò nove pagine e Time scrisse che per capire Italia e italiani bisogna leggere Machiavelli, Mussolini e Guareschi, lo scrittore che nacque e non morì più.

Fonte: https://giulianoguzzo.com/2021/05/01/guareschi-lo-scrittore-che-nacque-e-non-mori-piu/#more-19178

1° maggio: 75 anni di violenza ai diritti dei lavoratori con la complicità dei sindacati

Condividi su:

Con il cortese assenso dell’autore, pubblichiamo questo articolo molto interessante e poco politicamente corretto:

di Emilio Giuliana

Oggi più che mai la retorica della festa dei lavoratori del 1° maggio ha raggiunto il punto più basso dal giorno della sua calendarizzazione. Di fatto, inesorabilmente, un’abrogazione di diritti sul lavoro dopo l’altro, da festa dei lavoratori si è trasformata alla “festa ai lavoratori” (vedasi la situazione venutasi a creare dopo i provvedimenti anti coronavirus, trasformatisi in provvedimenti affossa lavoro e lavoratori).

Dall’unità d’Italia, fino all’avvento del governo monarchico fascista, le condizioni dei lavoratori erano disumane, i pochi provvedimenti in termini di diritti migliorativi si dimostravano gravemente inadeguati e non per tutti.

È storicamente e documentalmente dimostrato, che la dignità che spettava ai lavoratori, viene ad essi consegnata dai provvedimenti introdotti dal governo monarchico fascista, così come onestamente aveva asserito la comunista Margherita Hack.

Quello che ha ottenuto il fascismo in campo sociale oggi ce lo sogniamo. Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un Socialista marxista e massimalista che si portò con sé il senso del sociale, del popolo”.

Le dirò –prosegue la Hack– il fascismo modernizzò il paese. Resta una dittatura, ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo” (Marzo 2013 Barricate).

Anche da oltre Oceano giunsero segni di apprezzamento per l’opera messa in atto dall’Italia del Ventennio. John Patrick Diggins, autore del libro “L’America, Mussolini e il Fascismo”, a pag. 45, ha scritto: “Negli anni Trenta lo Stato corporativo sembrò una fucina di fumanti industrie. Mentre l’America annaspava, il progresso dell’Italia nella navigazione, nell’aviazione, nelle costruzioni idroelettriche e nei lavori pubblici, offriva un allettante esempio di azione diretta di pianificazione nazionale. In confronto all’inettitudine con cui il Presidente Hoover affronto la crisi economica, il dittatore italiano appariva un modello di attività (…)”. 

Il comunista Renzo De Felice: “La liberale e antifascista ‘Nation’ arrivava ad auspicare un Mussolini anche per gli Stati Uniti”.

L’inglese Michael Shanks, economista di vasta esperienza internazionale, già direttore della Commissione Europea degli Affari Sociali, nonché Presidente del Consiglio dei Consumi, indica nel suo libro “What’s wrong with the modern world?” lo Stato Corporativo di Mussolini come l’unico metodo per uscire dalli crisi.

Il Regime fascista nel suo “programma politico e sociale per l’ammodernamento e l’industrializzazione del Paese”, come osservato anche dal politologo e storico statunitense James Gregor, non poteva eludere una globale politica previdenziale. La competenza dell’INPS andava dall’invalidità e vecchiaia alla disoccupazione, dalla maternità alle malattie.

Altre assicurazioni coprivano, praticamente, la totalità dei prestatori d’opera, garantendo così all’Italia un altro primato mondiale. Sulla scia dell’INPS sorsero, sempre negli anni ’30, l’INAM, l’EMPAS, l’INADEL, l’ENPDEP, tutti enti che permetteranno poi, anche se fra scandali, ruberie e arroccamenti di potere politico, all’Italia post-fascista di tutelare i lavoratori.

Frank Delano Roosevelt aveva impostato la campagna elettorale all’insegna del New Deal, ossia ad un vasto intervento statale in campo economico, ossia proponendo un’alternativa al liberismo capitalista. Una volta eletto Roosevelt inviò, nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i suoi più preparati uomini del Brain Trust per studiare il miracolo italiano.

Nel 1933 Roosevelt firmò il First New Deal, e il Second New Deal venne firmato nel 1934-1936. Quindi Franklin D. Roosevelt ad istituire il Social Security Act, una legge che introduceva, nell’ambito del New Deal, indennità di disoccupazione, di malattia e di vecchiaia.

Contemporaneamente nacque anche il programma Aid to Family with Dependent Children (aiuto alle famiglie con figli a carico), tutti provvedimenti che avevano già visto la luce in Italia nel Ventennio fascista. Incredibilmente, gli Stati Uniti d’America, la casa della democrazia accettò, mutuò ed applicò i concetti degli Stati totalitari per uscire dalla grande crisi. Purtroppo, per gli USA, la Corte Costituzionale americana, decretò l’incostituzionalità di alcuni provvedimenti.

Quel che segue è un elenco frammentario ed incompleto, ma significativo, di alcune leggi, riforme a favore del lavoratore realizzate dal Fascismo, che cambiarono il volto della società italiana.

Assicurazione Invalidità e Vecchiaia (R.D. 3184 – 30/12/1923); Riduzione dell’orario di lavoro a 8 ore giornaliere (R.D. 1955 – 10/9/1923); Tutela lavoro donne e fanciulli (R.D. 653 – 26/4/1923); Assistenza ospedaliera per i poveri (R.D. 2841 30/12/1923); Assicurazione contro la disoccupazione (R. D. 3158 – 30/12/1923); Maternità e infanzia (R.D. 2277 – 10/12/1925); Assicurazione contro la TBC (R.D.2055 -27/10/1927); Esenzioni tributarie famiglie numerose (R.D.1312 – 14/6/1928); Opera nazionale orfani di guerra (R.D. 1397 – 26/7/1929); Istituzione libretto di lavoro (R.D. 112 – 10/1/1935); INPS (R.D.1827 – 4/10/1935); Riduzione settimana lavorativa a 40 ore (R.D. 1768 – 29/5/1937); ECA (R.D. 847 – 3/6/1937); Assegni familiari (R.D. 1048 – 17/6/1937); Casse rurali e artigiane (R.D.1706 – 26/8/1937); INAM (R.D. 318 – 11/1/1943); Legge sull’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali e legge istitutiva dell’INAIL (R.D. 928 – 13/5/1929 e R.D. 264 – 23/3/1933)

Il capolavoro per eccellenza fu la socializzazione delle imprese.

<< Chi dice lavoro dice borghesia produttiva e classi lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime, ma tutela di tutti gli interessi che si armonizzano con quelli della produzione e della Nazione>>. (BENITO MUSSOLINI, Il primo discorso presidenziale alla Camera dei deputati, in Opera Omnia, XIX, pp. 21-22)

Storicamente nel periodo compreso tra il 1919 (Conferenza di Pace di Parigi) e il 1939 si consuma la chiusura dei conti del Capitalismo Finanziario con i due “indisciplinati” Paesi europei, Germania e Italia. Il progressivo deterioramento dei rapporti tra il Fascismo e le democrazie occidentali, è dovuto principalmente alle decisioni adottate da Mussolini nell’interesse del popolo italiano, che determinarono sostanziali cambiamenti nella vita economica e sociale del nostro Paese.

Vedi la progressiva costituzione dello Stato Corporativo. Il 18 agosto 1926, nel discorso che tenne a Pesaro, Mussolini manifestò la propria intenzione di rivalutare la lira, stabilendo la cosiddetta “Quota Novanta”, cioè il limite massimo del cambio della nostra moneta (lire 92,46) per una sterlina inglese (e di 19 lire per un dollaro degli Stati Uniti).

La rivalutazione della lira era dunque il primo passo del percorso, tracciato da Mussolini, verso la prevista socializzazione delle imprese, enunciata poi, in ben altre, difficili, circostanze nel 1944, come parte fondamentale dei 18 punti del Manifesto di Verona.

Queste le parole di Mussolini “La socializzazione altro non è se non la realizzazione italiana, umana, nostra, effettuabile del socialismo. Dico nostra in quanto fa del lavoro il soggetto unico dell’economia, ma respinge le meccaniche livellazioni inesistenti nella natura impossibili nella storia”.

Tappa decisiva di questo processo furono i principi dell’ordinamento corporativo, espressi nella Carta del Lavoro che vide la luce nell’aprile del 1927. La “Carta del Lavoro” attribuiva ai lavoratori quei diritti che per la prima volta permettevano loro di stabilire nuovi e ordinati rapporti con i detentori del capitale.

Nell’assegno in bianco – conosciuto come Armistizio Lungo – accettato firmato il 29 settembre del 1943 dal maresciallo Badoglio per il Regno d’Italia, Art. 33 è il più significativo, perché di fatto pretende l’abrogazione della legge sulla socializzazione delle imprese. ”Il Governo italiano adempirà le istruzioni che le Nazioni Unite potranno impartire riguardo alla restituzione, consegna, servizi o pagamenti quale indennizzo (payments by reparation of war) e pagamento delle spese di occupazione”.

Finita la guerra, i comunisti che controllavano il C.L.N.A.I., come primo atto ufficiale, firmato da Mario Berlinguer (padre di Enrico), addirittura il 25 aprile, abolirono la legge sulla socializzazione. Era il dovuto riconoscimento da parte dei comunisti verso il grande capitale, per l’aiuto economico elargito da quest’ultimo al movimento partigiano dominato al novanta per cento dai comunisti.

Con l’introduzione della Repubblica – dopo un referendum Monarchia / Repubblica discutibilissimo – le tutele dei lavoratori sono in settantacinque anni stuprati, violentati, abortiti. La legge Biagi, che ha reso il lavoro precario, abrogata e sostituita con una legge ancor più disarmante, il Jobs act, l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, il recepimento della direttiva Bolkestein, la legge Fornero….

In un Paese, l’Italia, che il 25 aprile festeggia un’OCCUPAZIONE militare (sul territorio italiano 59 basi ed installazioni militari con personale statunitensi con circa 13.000 militari) spacciata per liberazione (stratificata sindrome di Stoccolma), non stupisce che si festeggino i lavoratori quanto in realtà, come già anticipato sopra, è da tempo che hanno fatto la FESTA ai lavoratori con la complicità dei sindacati. 

Ps. «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Non è una barzelletta che non fa ridere, è il primo articolo della Costituzione della Repubblica Italiana.

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana,

Fonte: https://www.lavocedeltrentino.it/2020/05/01/1-maggio-75-anni-di-violenza-ai-diritti-dei-lavoratori-con-la-complicita-dei-sindacati/

PENSIERI ERETICAMENTE CORRETTI SULLA GUERRA IN UCRAINA

Condividi su:

L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/05/02/pensieri-ereticamente-corretti-sulla-guerra-in-ucraina/

L’ASSOLUTA MANCANZA DI DIBATTITO IN MERITO ALLA GUERRA IN CORSO IN UCRAINA DIMOSTRA IL NOSTRO SCARSO LIVELLO DI DEMOCRAZIA…

Uno dei più preparati intellettuali italiani, Pietrangelo Buttafuoco, ha avuto modo di lamentare, dalle colonne del quotidiano La Verità del 25 aprile 2022, l’assoluta mancanza di dibattito in merito alla guerra in corso in Ucraina. «Tutto è destinato alla propaganda, alla malafede obbligata», ha affermato. E prosegue, sarcasticamente: «l’Italia, rispetto alla Nato, è come la Bielorussia per Putin».

Buttafuoco getta proprio ancora benzina sul fuoco: «Neppure la democrazia cristiana più cattocomunista dei Dossetti ha mai avuto un atteggiamento di tale sudditanza. Forse anche perché il pontificato dell’Italia di allora aveva un peso che l’attuale non ha. Oggi agli Stati Uniti non importa nulla del Vaticano, sono indifferenti e quasi sprezzanti. Non considerano questo Papa un interlocutore. Purtroppo siamo sempre costretti a ragionare in un ambito angusto: quando alziamo lo sguardo sulla scena internazionale non ci rendiamo conto di come all’estero considerino le vicende italiane».

Anche l’attuale centrosinistra, per alcuni veterocomunisti sorprendentemente ultra-atlantista, non sorprende l’opinionista siciliano, perché ne conosce l’ideologia: «quella di avere sempre uno Stato guida cui fare riferimento. È l’ortodossia togliattiana».

Oggi, per i sinistri d’ogni parrocchia, esso «è direttamente il “deep state” americano. D’altro canto, in una situazione come questa non possiamo pensare che sia Biden l’eminenza grigia, il cervello fondante. Semmai è la Cia e quelle strutture di sistema che costituiscono l’apparato di potere dell’Occidente».

Buttafuoco ha scritto, anche, che gli Stati Uniti vogliono trasformare la Russia nell’Unione Europea e, la sua riflessione, anche da questo punto di vista è molto interessante: «per l’Occidente la Russia è un nemico più ostile persino dell’Unione Sovietica, perché decenni di materialismo scientifico non sono riusciti a scalfirne l’identità e lo spirito. La Russia è la prima potenza cristiana sul continente europeo, ha solide tradizioni, a Dio i russi ci credono davvero. Tutto ciò appare preoccupante e odioso per chi guarda il mondo con gli occhi del laicismo e dello scientismo occidentale».

Il mondo politico ed economico del Paese – sostiene Buttafuoco – «anziché perdere tempo con la propaganda, dovrebbe riflettere su una guerra che mette in discussione la globalizzazione. Noi occidentali siamo convinti di avere la parola definitiva sugli eventi della storia, ma esiste un disegno globale dove potenze spiritualmente fortissime si sono incontrate: Cina, Russia, India, Pakistan».

Se, ad osservatori attenti alle questioni internazionali appare evidente che vincerà Vladimir Putin, vedremo i cortigiani della NATO, televisivi e della carta stampata, fare l’inchino al grande zar. Del resto, la storia si ripeterà semplicemente: noti uomini di cultura e giornalisti, “camerati” fino al 24 Aprile 1945, sono diventati gli scendiletto degli Alleati, il giorno dopo. Avverrà anche con la Russia. Già pregusto il Caffè di Gramellini corretto alla vodka, assieme a Buttafuoco e a numerosi amici che non hanno messo la testa sotto la sabbia e che non solo allineati alla propaganda mainstream.

Su “Ardire” del 2 Marzo 2022, il giornalista Javier André Ziosi scrive: «contrariamente a quanto si possa pensare, l’Ucraina è dominata da una potente loggia massonica di matrice ebraica, la B’nai B’rith, che fin dal 2014 ha soffiato sul fuoco della guerra, conducendo all’attuale conflitto. Poche ore dopo l’invasione russa dell’Ucraina (cominciata alle prime ore del 24 febbraio), la sezione inglese della loggia massonica ebraica B’nai B’rith – nota per influenzare la politica e i governi di tutto l’Occidente – ha emanato un significativo, seppur breve, comunicato di denuncia» dell’azione di guerra operata dalla Federazione Russa.

Anche il Primo Ministro d’Israele, Naftali Bennet (che, a ottobre 2021, aveva partecipato ad un incontro «caloroso e positivo» con Putin), si è espresso a favore del popolo ucraino e contro l’invasione russa: «come tutti gli altri, preghiamo per la pace e per la tranquillità in Ucraina».

Anche il giornalista Maurizio Blondet, ex del quotidiano Avvenire, va alla ricerca di un dibattito pubblico, seppur in termini differenti rispetto a quelli utilizzati da Buttafuoco. Il suo ragionamento mira a dimostrare che c’è una precisa regia dietro l’adesione acritica di massa alle politiche NATO: «che cosa unisce l’ebraismo militante e massonico, e con esso Israele, all’Ucraina e al suo presidente, l’ebreo Volodymyr Zelens’kyj? Esiste un legame occulto fra la B’nai B’rith e la nuova Ucraina europeista e filo-americana emersa dal “golpe” del 2014? Di chi sono le responsabilità del conflitto? Obiettivo della B’nai B’rith, in sintesi, fu quello di coinvolgere gli ebrei ucraini (e altre minoranze etniche, come i tatari) nelle proteste, convogliando tutte le forze anti-russe – compresa la destra radicale, composta dal partito Svoboda, dal Congresso Nazionalista e dal movimento Pravyj Sektor – in un unico, grande cartello europeista e filo-americano, in grado di condurre ad un radicale cambio di governo e svincolare così l’Ucraina dalle grinfie della Russia. Attraverso ONG e attivisti locali e stranieri, col consueto apporto dell’ebreo ungherese George Soros, la loggia B’nai B’rith soffiò sul fuoco del malcontento ucraino, portando ad una veloce escalation delle proteste e alla conseguente fuga di Yanukovych (febbraio 2014), che, come previsto, lasciò il Paese in mano alla cricca europeista e filo-sionista del nuovo presidente Petro Porošenko, il quale, un anno dopo, è già a Gerusalemme per stringere diversi accordi bilaterali, ammettendo: “L’Ucraina è con lo Stato di Israele».

La giornalista anti-russa Anne Applebaum, domandandosi il «perché l’Ucraina è diventata l’ossessione di Putin», ha risposto: «è una democrazia, e questo per [Putin] è un pericolo. Putin è spaventato all’idea che a Mosca possa ripetersi quello che è accaduto a Kiev nel 2014. Lo considera una minaccia personale. Ho sempre pensato che Putin fosse razionale, a modo suo. Non ha mai preso grossi rischi, in fondo. Era brutale, magari, ma non si è mai buttato in sfide che non potesse vincere. Oggi è diverso. L’invasione sembra un azzardo. […] Non so di cosa abbia paura, se della morte o di perdere il potere».

Pertanto, sorge spontanea una domanda: è corretto, nel caso dell’invasione dell’Ucraina, da parte delle truppe russe, parlare di «denazificazione», quando invece i cosiddetti “nazisti” ucraini non possiedono alcun seggio in parlamento e il Paese è governato da un ebreo? «Dobbiamo concentrarci sui fatti», ha dichiarato il reporter Avi Yemini, «i russi hanno invaso perché l’Ucraina è nazista? No. Esiste un problema di estremismo in Ucraina? Sì, ma non è questa la ragione che spiega quello che sta accadendo».

La Russia, capofila di tutti i Paesi emergenti d’Oriente, soprattutto della Cina, pretende, perché ne ha la forza, un mondo multipolare, ove non esistano potenziali minacce ai confini costituite da basi militari o laboratori bio-chimici. Appare, dunque, poco lungimirante evitare di sedersi ad un tavolo diplomatico per addivenire, almeno, agli accordi sostanziali per la “nuova società” del Terzo Millennio. E mostrare i muscoli da parte di questo Occidente secolarizzato e debole, sembra davvero assurdo, perché l’UE passa per Tafazzi, assieme a tutta la combriccola NATO.

 

Cercasi disperatamente uteri in affitto (sic!)

Condividi su:

Segnalazione di Redazione BastaBugie

di Raffaella Frullone
Il New York Times piagnucola il calo di donne americane disposte a vendere il proprio corpo a causa del vaccino anti Covid… e non si può più ricorrere nemmeno all’Ucraina

Cercasi disperatamente surrogate. Il titolo campeggiava qualche giorno fa nientepopodimeno che sulla home page del New York Times. Il lungo articolo parte raccontando la storia di Charlie «e suo marito» che stanno aspettando da 15 mesi la loro “surrogata” quando l’agenzia con cui hanno siglato il contratto aveva parlato di «una attesa di sei mesi al massimo». Un disservizio non da poco… I due uomini hanno già effettuato l’inseminazione artificiale attraverso gli ovuli di una donna cosiddetta donatrice (in realtà pagata per questo “servizio”) ed erano alla ricerca di una donna che si fosse resa disponibile per la gestazione, una surrogata appunto. E siccome non la trovano, scrive il New York Times, sono disposti ad alzare la posta in gioco, 50mila dollari al posto di 35mila, più extra per i vestiti, gli spostamenti e altre amenità. Chi offre di più?
Secondo il quotidiano americano nella stessa “situazione” ci sarebbero «migliaia di aspiranti genitori» negli ultimi anni a causa della pandemia, si è registrata una diminuzione di circa il 60% delle potenziali “madri surrogate”, i tempi di attesa sono raddoppiati e i costi sono aumentati sensibilmente. Ogni tanto una bella notizia, verrebbe da dire.
Tra le motivazioni di questo calo, rileva il Nyt c’è il vaccino anti Covid. Nel contratto che le parti in causa firmano – i committenti che richiedono il bambino e la mamma gestante che porta avanti la gravidanza – ci sono sempre state molte limitazioni della libertà della donna stessa, che per contratto è tenuta ad osservare una determinata dieta, stile di vita ecc. Ora però il contratto prevede la vaccinazione anti Covid che molte potenziali surrogate non sono disposte a fare. Non solo. Nei contratti viene ora richiesto di non viaggiare oppure di partecipare, per tutta la durata della gravidanza, a grandi eventi o raduni pubblici, scenario che, dopo due anni di lockdown, ha evidentemente scoraggiato anche chi ha molto bisogno di soldi. Inoltre pare che il periodo della pandemia abbia portato molte donne a ridefinire le priorità e molte scelgono di non mettersi più a disposizione per questa pratica.
Il Nyt riporta con rammarico che le coppie di “aspiranti genitori” sono così sfortunate da non poter contare su quella che è sempre stata la più economica opzione B, ovvero l’Ucraina, a causa del conflitto in corso. Un bel problema, le americane non sembrano più così disposte a farsi schiavizzare e nemmeno in Ucraina si può più rimediare. E dunque le agenzie corrono ai ripari, spingendo più sul marketing, aumentando compensi, offrendo premi extra a chi si vaccina, insomma ricchi premi e cotillons.
Sempre utile poi è raccontare le storie “positive”. Come quella di Amir «e suo marito», che sono al terzo bambino commissionato ottenuto tramite utero in affitto.
Scrive sempre il Nyt: «Hanno pagato circa $ 200.000 in totale per la loro prima maternità surrogata nel 2017: $ 35.000 per le spese di screening delle donatori di ovociti, una donazione di ovociti, l’assicurazione per la donazione di ovociti, la quota dell’agenzia di donazione, le spese di viaggio e le spese legali; $ 35.000 per la fecondazione in vitro, che includeva il recupero degli ovuli, la creazione degli embrioni e il trasferimento dell’embrione; e più di $ 120.000 per il processo di maternità surrogata, che includeva un compenso di $ 35.000 per la surrogata, più le spese di agenzia surrogata, l’assicurazione per la surrogata, le spese legali, lo screening, le spese di viaggio e altre varie. La seconda volta, a settembre 2020, hanno pagato $ 150.000, utilizzando un’agenzia diversa».
Nessuno pensa minimamente ai bambini, o anche “solo” alle donne utilizzate come forni. L’importante è risolvere il problema della carenza di prodotto sul mercato. È l’Occidente, bellezza.

Nota di BastaBugie:
 l’autrice del precedente articolo, Raffaella Frullone, nell’articolo seguente dal titolo “8 marzo per le donne ucraine, ma non si parla di utero in affitto” parla della situazione delle donne in ucraina e dei loro bambini.
Ecco l’articolo completo pubblicato sul Sito del Timone il 9 marzo 2022:

E così anche questo 8 marzo è passato, con il suo carico di retorica, finte rivendicazioni, strumentalizzazioni e pseudo battaglie fuori tempo massimo. Il tutto condito da mazzi di mimose ovunque. […] La variante sul tema, quest’anno, ça va sans dire, era l’Ucraina, e dunque già il giorno precedente il Ministro per le Pari opportunità Elena Bonetti ci aveva tenuto a specificare che questo 8 marzo sarebbe stato per loro, «per le donne ucraine».
E infatti ieri nel suo discorso al Quirinale ha affermato: «L’8 marzo nasce come universo di storie e lo è anche oggi: un popolo di volti e di nomi. […] Oggi, quelli delle nostre sorelle ucraine, così coraggiose, cui voglio dire: noi siamo con voi, al fianco della vostra storia e delle vostre storie. Sono le nostre storie che ci fanno rinascere quando siamo laceri, feriti, persino distrutti. Storie che, ogni giorno a rischio della propria vita, le donne raccontano da giornaliste o soccorrono da volontarie o proteggono al servizio dello Stato. Tutti questi volti, li portiamo nel cuore».
Chissà se tra le donne ucraine a cui il ministro pensa in questo 8 marzo ci sono anche le cosiddette madri surrogate, ovvero quelle migliaia di donne ucraine che ogni anno vengono sfruttate per portare avanti su commissione gravidanze per cittadini stranieri, prevalentemente occidentali, ma non solo, a cui cedono il bambino dietro compenso di denaro.
Sì perché l’Ucraina – in pochi lo stanno ricordando in questi giorni – è un hub internazionale dell’utero in affitto, uno dei pochi Paesi al mondo che consente agli stranieri di stipulare veri e propri contratti per “ottenere” un figlio da una gestante. Ciò significa che persone provenienti da Stati Uniti, Germania o Australia, ma anche dall’Italia, possono semplicemente andare e acquistare un bambino. E se i termini vi sembrano eccessivi beh, basta andare a vedere direttamente come vengono presentati questi “servizi” dalle agenzie per la cosiddetta surrogacy che si trovano prevalentemente a Kiev, la più nota delle quali è la Biotex di cui abbiamo parlato diverse volte. In Ucraina i prezzi sono più convenienti della scintillante California, dove l’operazione “bambino in mano” può arrivare a costare oltre i centocinquantamila euro, le donne ucraine sono pagate molto meno dalle loro “colleghe” californiane e quindi il prezzo scende di molto. Ce la si può cavare con circa quarantamila euro, a seconda del “pacchetto” scelto.
Eccolo un simbolo dell’occidentalizzazione ucraina, piccolo ma significativo. La reificazione dei bambini che diventano merce e lo sfruttamento delle donne ridotte ad apparati riproduttivi per altri. Il tutto per guadagnare qualche migliaia di euro insieme all’illusione – che poi verrà tradita – di una vita migliore. Che ne è di loro in queste ore? Che ne è del “corpo è mio è lo gestisco io” quando tu, il corpo, la donna, vorresti fuggire da un Paese sotto attacco ma un contratto che hai firmato come “surrogata” ti vincola a un altro corpo, quello che porti in grembo, e a restare in un determinato posto? E quando questo posto magari è un bunker anti missile nel quale sei costretta a rifugiarti e quindi ad allontanarti dalla tua famiglia che non si sa quando e se rivedrai. Che ne è di queste donne? E degli embrioni occidentali congelati in attesa di impianto, piccole vite dimenticate, che ne sarà? Nessuno se lo chiede, nemmeno quell’Occidente che pure a parole dice di aver a cuore le donne ucraine.
Anche la Russia, oggi vista come contraltare all’Ucraina, non è stata risparmiata dalla penetrazione di questo business disumano. Anche lì l’utero in affitto è stato legalizzato, per giunta da tempo, nel 1993, con Eltsin, ai tempi del far west delle liberalizzazioni. Businnes is businnes. E oggi a Mosca ci sono agenzie che realizzano la maternità surrogata – seppur con limitazioni – da oltre vent’anni. Perché il mondo non è diviso in blocchi monolitici, il male è trasversale, la realtà è molto più complessa di come ce la presentano. E non esiste l’Impero del bene, non su questa terra, si intende.

Titolo originale: L’America piagnucola: Cercasi disperatamente surrogate
Fonte: Sito del Timone, 6 aprile 2022

Cognome della madre, tutti i motivi per cui è una sciocchezza

Condividi su:

La sentenza “rivoluzionaria”

Ci mancava solo il doppio cognome inclusivo: e tutti vissero felici e contenti. Sicuro?

di Max Del Papa

Le Marche sono una piccola povera regione Calimero che sta evaporando, piegata da: un doppio terremoto, sei anni di ricostruzione fantasma, una pandemia, innumerevoli zone rosse, arancio, gialle, acrobaleno, lockdown a profusione, spopolamento dell’entroterra e spappolamento della costa: però sulle cose essenziali tiene duro: è tutto marchigiano infatti il record della prima sentenza di un tribunale, quello di Pesaro, che sancisce il già leggendario doppio cognome: oggi siamo tutti più felici, più ricchi e guardiamo con rinnovata fiducia al futuro, certi dell’immancabile vittoria finale, contro cosa non si sa.

Un percorso epocale, tipo Anabasi, partito, riferiscono le cronache, più di vent’anni fa e finalmente approdato alla recente pronuncia della Corte Costituzionale il cui nuovo presidente Giuliano Amato ha subito impresso il suo stile: tanta roba, altro che l’esordio in bianco e nero di De Nicola nel ’56. Una marcia trionfale, un piccolo passo per l’uomo anagrafico ma un grande balzo per l’umanità. Sì, il balzo in avanti. Finalmente siamo più europei, del resto era proprio l’Europa, tanto per cambiare, che ce lo chiedeva di sanare questo vulnus barbarico e infine sanato dalla Consulta che ha recepito la condanna, nel 2014, del Tribunale di Strasburgo, indignato per l’orientamento criminalmente omertoso del Parlamento italiano. Adesso, come dice il segretario piddino Letta, l’Italia è un Paese più giusto e meno maschilista: l’intendenza seguirà.

Tu chiamale, se vuoi, battaglie di civiltà: dopo la “e” capovolta, detta “shwa”, dopo la nevicata di asterischi politicamente corretti, dopo le reprimende della paziente Boldrini che apostrofa l’ingrato medico che l’ha appena operata (ingrato lui, capite?), un fascistone capace di entrare in reparto e salutare “Buongiorno a tutti”, dimenticando le tutte, dopo le favolette riscritte, i libri all’indice gender, i film cassati, le canzoni silenziate, dopo l’abolizione di parole cariche di storia e di musica, come “negro”, come “zingaro”, mancava il doppio cognome inclusivo, mica pizza e fichi. Perché il doppio cognome è di sinistra, come le Ong, l’Anpi, il sessantottismo proustiano, l’ambientalismo gretino, l’anticapitalismo sostenibile, la pace che è bella, il pianeta che respira, senza sfruttati né sfruttatori, né padroni né servi, né individui con un solo cognome.

Dio, volendo si potrebbe osservare che la storica pronuncia del tribunale di Pesaro trae origine da una banalissima meschinissima squallidissima faida matrimoniale, cioè mami e papi a un certo punto si odiano, si fanno i dispetti, se ne combinano di tutti i colori, tipo guerra dei Roses, ovviamente sulla pelle del figlio, sino all’ultima fermata: voglio che porti pure il mio cognome, sibila lei; non se ne parla, bofonchia lui; lei va per avvocati e alla fine, essendo mamma, ma soprattutto donna, giustamente la spunta. La cosa appena un po’ grottesca è che alla fine di tutto questo casino il doppio cognome della prole viene occultato, in omaggio alla privacy: si discute di qualcosa di cui non si può discutere, ma insomma noi sappiamo che c’è, che è andata così, e tutti vissero felici e contenti.

Chissà se il ragazzo doppio avrà una doppia vita o, speriamolo, una vita doppiamente bella. Di sicuro ce l’avrà doppiamente stressante, perché se c’è una cosa che in Italia, isole comprese, non fa che crescere rigogliosa, questa è la dannatissima burocrazia, per cui lo sventurato dovrà raddoppiare le firme in cartaceo e pure in digitale. Ma forse sarà doppiamente appagato, vergandosi con moltiplicata decisione, sentendosi più figlio dei tempi, più cittadino, più emblema vivente del Progresso Civile, Sociale e Sindacale. Solo che, a questo punto, non si capisce perché, per quale motivo, limitarsi solo al doppio cognome e non anche al nome; e poi, perché solo il cognome dei genitori e non anche quello dei nonni, i trisavoli, gli antenati, su per li rami dell’albero genealogico?

1 90 91 92 93 94 95 96 1.214