Agcom, Massimiliano Capitanio neo-eletto Commissario nel silenzio dei più

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di Angelo Zaccone Teodosi

Scarsa trasparenza nelle procedure di elezione. Il neo Commissario in quota Lega Salvini dichiara al suo “Giornale di Monza”: “mai avrei sognato tutto questo”.

Come è noto ai più attenti lettori di questo quotidiano online (che è stata una delle pochissime testate giornalistiche a segnalare la notizia) mercoledì della scorsa settimana la Camera dei Deputati ha eletto un componente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom), nella persona del deputato leghista Massimiliano Capitanio (detto Max), membro della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai (e capogruppo della Lega). Capitanio va ad affiancare l’attuale Presidente Giacomo Lasorella e gli attuali Commissari Laura AriaAntonello Giacomelli ed Elisa Giomi. Il nuovo Commissario farà parte della “Cir”, ovvero la Commissione per le Infrastrutture e le Reti di Agcom.

L’elezione è avvenuta a tre mesi dalla morte del Commissario Enrico Mandelli (venuto meno il 10 dicembre 2021), che era stato eletto nell’estate del 2020 (e considerato di area leghista).

Elezioni con una curiosa numerologia: Capitanio è stato eletto con 221 voti. L’elezione è stata proclamata, poco prima delle ore 19 di mercoledì 30 marzo dal Presidente di turno, Ettore Rosato. I votanti sono stati 431 (su un totale attuale di 630 deputati che siedono a Montecitorio), nessun astenuto, i voti “dispersi” 10, le schede “bianche” 170, e 30 le schede “nulle”. Quindi, Capitanio è stato eletto con poco più di un terzo del totale dei parlamentari aventi diritto al voto (221 voti su 630 elettori, circa il 35 %).

Purtroppo non è possibile acquisire dalla Presidenza della Camera i nominativi dei cosiddetti “voti dispersi”, per dinamiche burocratico-procedurali che risultano ancora oggi incomprensibili (ci siamo scontrati con questo muro di silenzio ed opacità in occasione delle precedenti elezioni Agcom: vedi “Key4biz” del 15 luglio 2020, “Agcom e Garante Privacy, eletti gli 8 consiglieri. Un voto “blindato” in occulte trattative tra Governo e opposizioni”; vedi anche “Key4biz” del 15 settembre 2020, “I misteri dell’Agcom: dopo due mesi il nuovo consiglio non è ancora operativo”). E peccato non poter prendere visione nemmeno delle schede “nulle”: perché questa incomprensibile… segretezza???.

Quello di componente del Consiglio dell’Agcom è un ruolo importante, nella economia (e nella… ecologia, volendo) del sistema della comunicazione in Italia: queste elezioni dovrebbero essere caratterizzate da un dibattito pubblico ampio e plurale, e magari anche da una procedura pubblica comparativa. Il che invece non è, come abbiamo avuto occasione di denunciare – da molti anni – anche su queste colonne.

I Presidenti della Camera e del Senato avrebbero in verità la possibilità di adottare un regolamento che rendesse la procedura elettorale più trasparente e tecnocratica, come pure è stato invocato in passato da più parti. Sia Roberto Fico sia Elisabetta Casellati hanno ignorato queste istanze della società civile.

Elezioni Agcom: si rinnova “trasparenza zero”

Le elezioni dei commissari dell’Agcom si traducono nei fatti in una nomina discrezionale che avviene nelle segrete stanze della partitocrazia: trasparenza zero.

Questa volta, non soltanto la riconferma di zero trasparenza, ma anche una sorta di curiosa cortina fumogena, se è vero che nessun quotidiano nazionale ha segnalato la notizia della elezione (nomina) di Capitanio, e soltanto oggi, a distanza di una settimana, la rassegna stampa registra un qualche articolo, seppure su testate locali (in primis il “Giornale di Monza”, ma anche il “Giornale di Vimercate”, ed il “Giornale di Seregno”, ed ancora il “Giornale di Carate” e finanche il “Giornale di Desio”… tutte edizioni del gruppo lombardo Netweek, che pubblica 58 testate in 6 regioni, per oltre 550mila copie settimanali).

In particolare, si segnala quel che scrive oggi (5 aprile) il “Giornale di Monza”, testata locale ben affermata, quotidiano di cui è stato redattore lo stesso Capitanio: titolo: “L’onorevole della Lega Massimiliano Capitanio è il nuovo commissario dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni”, a firma del direttore, Sergio Nicastro (che pure onestamente conclude l’articolo con una nota simpatica, dichiarandosi amico del parlamentare). Sottotitolo: “Dalle nottate in Consiglio comunale all’Agcom. Gli esordi come cronista al Giornale di Vimercate e di Monza, poi l’approdo in Parlamento, da cui si dovrà dimettere. «Mai avrei sognato tutto questo»”. È ovviamente del tutto naturale che la testata pubblichi un articolo ben simpatizzante nei confronti del neo-eletto…

Sono interessanti, piuttosto, alcune tesi manifestate da Capitanio: scrive il “Giornale di Monza” che è salito, solo recentemente, agli onori delle cronache per i richiami a Dazn per i problemi di trasmissione del segnale e per le sanzioni alle compagnie telefoniche, solo per fare alcuni esempi. “La priorità è la realizzazione delle autostrade digitali per l’uso dei servizi telefonici e le trasmissioni televisive e radiofoniche… Gli scenari di guerra hanno dimostrato che il Paese deve rapportarsi in modo strutturato e non subalterno con le piattaforme social. Per me, l’aspetto fondamentale sarà sviluppare una cultura digitale”.

Capitanio, neo Commissario Agcom: “mai avrei sognato tutto questo”

Il quotidiano specifica oggi che, in questi giorni, di messaggi e telefonate a Capitanio ne sono arrivati tanti (“anche da rappresentanti del Pd, a partire dal presidente Debora Serracchiani, e dei Cinque Stelle, e questo mi ha fatto molto piacere perché significa che è stato colto il mio lavoro istituzionale”), di ringraziamenti ne ha fatti anche lui (“in primis a Matteo Salvini e Fabrizio Cecchetti, poi ai ministri Giancarlo GiorgettiErika Stefani e Massimo Garavaglia”). Da queste dichiarazioni – emerse oggi – si intravvede indirettamente una qualche traccia del “dietro le quinte” dell’elezione. Ed i dubbi iniziali di Capitanio paiono essersi dissolti: “quando mi è stata ventilata questa opportunità, non nascondo che ero dubbioso, dal momento che avrei dovuto rinunciare alla politica attiva”.

Il “Giornale di Monza” ricorda che, “di certo, in questi quattro anni, Capitanio non è rimasto con le mani in mano: dalla legge sull’Educazione civica al contrasto alla pirateria, da Concorezzo nel novero dei 12 Borghi del Futuro all’inserimento della metropolitana Cologno-Vimercate come priorità nell’ultima manovra di Bilancio, dall’attenzione al Tribunale e alla Questura di Monza al supporto a don Mario Ciceri di Sulbiate, fino ai fondi per le scuole di Correzzana, agli odg sugli sfollati di Bernareggio e al salvataggio delle Poste di Ruginello. Ma mancherà più il territorio a Capitanio o il contrario? «Non posso dirlo io, alcuni messaggi ricevuti mi hanno fatto capire che è stato colto il mio impegno per la Brianza e questo mi rende felice perché vuol dire che qualcosa di buono ho fatto»”. Senza dubbio, si tratta di un politico ben attivo – come s’usa dire – sul territorio.

Interessante, nella sua franchezza, la risposta alla domanda “Avrebbe mai pensato di arrivare a questo?”. Capitanio risponde: “No, pensavo di aver toccato la vetta dei sogni liceali arrivando in Parlamento. È un addio alla politica? No, direi solo un arrivederci…”.

Così ha commentato Adnkronos subito dopo l’elezione (il 30 marzo): “Massimiliano Capitanio, eletto oggi dalla Camera dei Deputati con più del 50 % dei voti dei presenti, è il nuovo consigliere dell’Agcom, che va a sostituire Enrico Mandelli, lasciando così alla Lega il compito di trovare un nuovo Capogruppo del partito in Commissione di Vigilanza Rai, un nuovo Segretario della stessa bicamerale e un attento componente della Commissione Poste e Telecomunicazioni di Montecitorio. Capitanio, infatti, si dimetterà dalla Commissione di Vigilanza e, più in generale, dalla Camera dei Deputati dopo la firma del decreto di nomina del presidente della Repubblica”. L’agenzia diretta da Gianmarco Chiocci (gruppo Giuseppe Marra Communications) ribadisce il dato dell’elezione con più del 50 % dei presenti, e ricorda brevemente la biografia: giornalista, vicedirettore della struttura stampa del Consiglio regionale della Lombardia prima del suo approdo in Parlamento e, negli anni ancora precedenti, Capo Segreteria e Responsabile Stampa dell’Assessorato Politiche Sociali della Provincia di Milano, consulente giornalistico per il programma “L’Ultima parola” di Rai2 (il controverso programma condotto da Gianluigi Paragone dal gennaio 2010 al giugno del 2013), Responsabile Politica e Cronaca Nera del “Giornale di Monza” e del “Giornale di Vimercate”.

Classe 1974, sposato, padre di due figli; laureato in Lettere Moderne con 110 e lode alla Cattolica di Milano, corso di perfezionamento alla Sda Bocconi in Management delle Pubbliche Amministrazioni, giornalista professionista iscritto all’Ordine dal 2002. Il quotidiano “Domani”, l’11 gennaio scorso, scriveva che “lobbisti e colleghi di altri partiti sanno che per avere rapporti con la Lega su infrastrutture e telecomunicazioni devono rivolgersi a Edoardo Rixi e al deputato Massimiliano Capitanio”.

Da segnalare che Capitanio è stato tra l’altro promotore di commendevole iniziativa, come primo firmatario della legge che ha determinato il ritorno dell’educazione civica obbligatoria nelle scuole (legge n. 92 del 2019), con obbligo di voto in pagella.
Alcune posizioni di Capitanio (come parlamentare della Lega) sulla Rai…

Rispetto alla Rai (una delle aree di competenza dell’Autorità), vanno segnalate alcune prese di posizione, che immaginiamo Capitanio rinnoverà nella novella veste di Commissario Agcom, nella italica logica delle “sliding doors”…

Poco più di un mese fa, il 23 febbraio, manifestava apprezzamento per la “Risoluzione” approvata in Vigilanza Rai (praticamente all’unanimità) presieduta dal forzista Alberto Barachini, che riconosce il ruolo fondamentale della Testata Giornalistica Regionale (Tgr): “non solo chiediamo di mantenere degli spazi di informazione nella fascia serale, ma anche di sfruttare al meglio le opportunità fornite dalle nuove tecnologie e dalla interazione con le piattaforme social”. Il 10 febbraio 2022 dichiarava: “se le notizie riportate da ‘Il Riformista’ riguardanti il conduttore dalla trasmissione ‘Report’, Sigfrido Ranucci, venissero confermate, ci troveremmo davanti a fatti gravissimi. La Lega presenterà un’interrogazione in vigilanza Rai, anche a tutela della trasmissione e delle stesse persone che ci lavorano. Serve un’attenta riflessione anche dopo la notizia dei messaggi intercorsi tra il vice direttore di Rai3 e alcuni parlamentari. Anche quando ci siamo trovati sotto attacco, abbiamo sempre difeso la libertà di inchiesta e di informazione. Siamo contro il giornalismo a tesi e di dossieraggi”. Il 1° febbraio: “le polemiche di queste ore non sono un omaggio a Sanremo. Chi vuole trasformare l’Ariston in un comizio per la liberalizzazione delle droghe probabilmente confonde il Festival dei fiori con quello dell’erba”… Andando indietro nel tempo, emerge la presa di posizione sulla vicenda Fedez-Rai del “Concertone” del 1° maggio 2021: si ricorderà che la sera del concertone, durante la “festa dei lavoratori”, il popolare rapper se l’è presa soprattutto con i leghisti in merito al Ddl Zan, facendo l’elenco delle loro prese di posizione su omosessualità e scelte di genere… Dichiarò Capitanio: “vogliamo vedere il contratto tra la società esterna che ha organizzato il Concertone (si tratta della iCompany, che realizza la kermesse da otto anni, n.d.r.) e la Rai. Dalle prime verifiche che ho fatto, risulta che la Rai abbia speso circa 600mila euro tra costi esterni e costi di produzioneChiederemo approfondimenti, per vedere se ci sono gli estremi per un esposto alla Corte dei Conti e per esprimere un atto di indirizzo in Vigilanza, affinché l’Azienda di Servizio Pubblico impugni il contratto alla luce dei gravi errori che ci sono stati sul palco del Concertone.  E mi riferisco sia all’uso strumentale della festa dei lavoratori per parlare d’altro, senza contraddittorio, peraltro in una rete pubblica, e sia al mancato controllo sulla promozione di marchi pubblicitari da parte di Fedez, cosa assolutamente vietata dalle policy Rai”… Nel maggio del 2019, allorquando alcuni esponenti grillini dichiaravano di non voler rinnovare la convenzione con Radio Radicale, Capitanio si fece notare per una presa di posizione chiara: con un emendamento al “Decreto Crescita” a prima firma Massimiliano Capitanio, la Lega propose una proroga di sei mesi, con una copertura di circa 3,5 milioni di euro: “non vogliamo passare per quelli che chiudono le radio a causa di decisioni discutibili del passato. Ma bisogna rivedere la gestione delle risorse e l’affidamento dei servizi. Questa è una proposta-ponte, di traghettamento. L’auspicio è di coinvolgere la Rai ed eventualmente soggetti privati, come Radio Radicale, ma con tecnologie in grado di contenere i costi”…

Come dire?! Come campeggia sulla sua pagina web, lo slogan “La rivoluzione del buon senso” incarna lo spirito del personaggio.

Generalmente, in casi come questi, ad elezione avvenuta, si registra un profluvio di comunicati stampa e dichiarazioni politiche. In questo caso, invece, curiosamente, pochi sono emersi, almeno sulle agenzie stampa. Prevalente silenzio. Strana dinamica. Diffuso disinteresse?! Eppure – ribadiamo – la eletta schiera dei 5 commissari dell’Agcom ha un ruolo determinante nel sistema della comunicazione nazionale.

Alternativa (ex M5s): “elezione di Capitanio: ennesimo vergognoso atto di lottizzazione politica”

La prima reazione (ufficiale) della “politica” non è comunque stata esattamente benevolente: i parlamentari fuoriusciti dal Movimento 5 Stelle, che si sono riuniti a fine febbraio 2021 nella componente L’Alternativa C’è (nel Gruppo Misto; componente divenuta nel novembre dell’anno scorso semplicemente Alternativa, movimento attualmente guidato da Pino Cabras), hanno sparato a pallettoni: “riteniamo l’elezione di Massimiliano Capitanio come componente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni l’ennesimo vergognoso atto di lottizzazione da parte della politica delle autorità indipendenti”.

I colleghi di Alternativa precisano: “non c’è nulla di personale nei confronti dell’onorevole Capitanio, ma non siamo assolutamente d’accordo con questo sistema, che vede le formazioni politiche spartirsi ogni brandello di potere e occupare qualunque poltrona. L’Agcom è un’autorità amministrativa indipendente di regolazione e garanzia e, sebbene i suoi membri vengano eletti dal Parlamento, sarebbe opportuno che fossero tecnici e non politici”.

Tesi condivisibile, ma non ci risulta che i parlamentari di Alternativa abbiano richiesto a Roberto Fico o a Maria Elisabetta Alberti Casellati di mettere in atto procedure diverse rispetto a quelle, oscure anzi misteriose, ormai purtroppo consolidate.

Unica voce che ha manifestato i propri complimenti a Capitanio – almeno sulle agenzie stampa, da una settimana ad oggi – è stata quella di Fabrizio Cecchetti, Vice Capogruppo della Lega alla Camera dei Deputati e Coordinatore della Lega Lombarda per Salvini Premier: “l’uomo giusto per la sua competenza e preparazione per un incarico così delicato e complesso, e analoghi complimenti e auguri alla nostra storica militante brianzola, ed ex Sindaco di Cesano Maderno (in Provincia di Monza e della Brianza, n.d.r.),Marina Romanò, che subentra alla Camera dei Deputati al suo posto”.

Il neo-eletto lascerà il suo seggio alla Camera dei Deputati dopo la firma del decreto di nomina del Presidente della Repubblica, che si prevede entro fine aprile (tempi tecnici).

Tornando al tema della trasparenza, anche la notizia della imminente elezione del membro Agcom non è stata oggetto di attenzione mediatica di sorta. L’avviso per la presentazione delle candidature è stato pubblicato sul sito della Camera il 9 febbraio, le candidature dovevano pervenire entro l’11 marzo. Fino ad una settimana prima, erano pervenuti soltanto 14 curricula (come emerso dalla conferenza dei capigruppo).

Democrazia non avrebbe voluto che la nomina andasse ad un esponente (tecnicamente qualificato) “in quota” all’opposizione?!

Key4biz” ha seguito la vicenda doverosamente: si rimanda all’articolo di Paolo Anastasio del 17 marzo 2022, “La nomina del nuovo membro dell’Agcom andrà all’opposizione?”, che segnalava – tra l’altro – l’avvenuta pubblicazione, il 16 marzo, sul sito web della Camera,  dell’elenco delle candidature pervenute (49 candidature, di cui – si noti – soltanto 10 donne). Scriveva Anastasio, ricostruendo le dinamiche storiche: “dal 1997 a oggi, la nomina dei componenti del consiglio Agcom è sempre stato equamente divisa tra centrosinistra e centrodestra, tra maggioranza ed opposizione. Oggi si verifica nuovamente il caso imprevisto della nomina di un commissario in sostituzione di un altro venuto a mancare. Era già successo nella scorsa consiliatura, con la prematura scomparsa del compianto Antonio Preto. Allora Preto, che era stato nominato in quota centrodestra, fu sostituito con Mario Morcellini indicato dal centrosinistra”. E giustamente sosteneva: “non è, quindi, per nulla automatico che il nuovo commissario debba essere in quota Lega (che al momento si trova peraltro in una oggettiva condizione di isolamento), e si pone semmai un problema di “garanzia” e di presenza equilibrata tra maggioranza e opposizione, specialmente in considerazione delle prossime elezioni, che rappresentano uno degli ambiti più sensibili nel rapporto tra partiti e Agcom”. Concludeva Anastasio: “il Parlamento dovrebbe riconoscere la presenza dell’opposizione in seno al consiglio dell’Agcom, evitando colpi di mano dell’ultimo momento, che ledono il ruolo stesso di garanzia delle autorità indipendenti”.

Il Parlamento ha completamente ignorato queste sane argomentazioni. Di fatto, la “poltrona” della Lega resta assegnata ad un leghista. E non ci risulta che vi sia stata opposizione alcuna, se non giustappunto da parte degli esponenti di Alternativa. Per il resto, silenzio (parlamentare e politico) assoluto.

Lo stesso giorno, il 17 marzo, “Key4biz” dava spazio anche alla Commissaria Elisa Giomi, che sosteneva la necessità di “una svolta profonda nel metodo di selezione dei candidati, a fronte dei molti rischi di vulnerabilità e di cooptazione da parte della politica”, segnalando lo studio “The Selection of Regulators, or, the Political Economy of Regulation in Italy” di due ricercatori italiani, Leo Fulvio Minervino e Diego Piacentino (pubblicato sulla rivista “l’industria” edita da il Mulino, n°1/2021, gennaio-marzo), che ha dimostrato come, delle 32 nomine fatte a partire dal 1997 fino al 2019 nelle tre autorità indipendenti di regolazione dei mercati, ben 22 hanno riguardato politici o soggetti legati alla politica (vedi “Key4biz” del 17 marzo 2022, “Elisa Giomi (AgCom): “Modalità di selezione pubblica per il nuovo commissario segnale importante per indipendenza Autorità”). Segnalammo l’attività di questi due studiosi già su queste colonne: ne scrivemmo su “Key4biz” il 15 settembre del 2020 nell’articolo “I misteri dell’Agcom: dopo due mesi il nuovo consiglio non è ancora operativo”.

In verità, non ci sembra che la procedura rimessa in atto da Fico e Casellati abbia modificato di una virgola quel che è stato realizzato in passato.

Ma due anni fa, in occasione delle elezioni Agcom, emerse un qualche parlamentare dissidente…

Si ricorda che in occasione delle precedenti elezioni Agcom (luglio del 2020), almeno emerse una qualche voce di dissenso: la deputata Alessandra Ermellino (fuoriuscita dal Movimento 5 Stelle ed iscritta al Gruppo Misto, attualmente in Centro Democratico – Cd) indirizzò una “lettera aperta” al Presidente della Camera per denunciare l’assenza di trasparenza soprattutto nelle elezioni Agcom (senza ricevere risposta di sorta da Roberto Fico); Nicola Fratoianni, portavoce nazionale di Sinistra Italiana, che, poco prima delle votazioni a Montecitorio, dichiarò che “il voto avviene nell’oscurità dei criteri che presiedono alle scelte… è abbastanza sconcertante che si stiano eleggendo i consigli dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e del Garante per i Dati Personali come se fosse un mero atto burocratico”; la deputata Silvia Fregolent spiegò perché Italia Viva non ritenne opportuno partecipare al voto per Agcom e Privacy, per ragioni “sia di metodo che di merito”, precisando che “la nostra decisione è stata dettata dall’atteggiamento degli altri partiti della maggioranza che, invece di confrontarsi sulle questioni da noi sollevate, hanno scelto la strada di un accordo blindato”; Riccardo Magi, deputato di Radicali +Europa, denunciò la “solita lottizzazione politica”…

Va rimarcato che si tratta dello stesso deficit di trasparenza che si continua a registrare in occasione delle elezioni dei membri del Consiglio di Amministrazione della Rai. Si ricordi, in argomento, la presa di posizione assunta da questa testata, in occasione della procedurale elettorale 2018: vedi la “lettera aperta” redatta da alcuni candidati – Piero De ChiaraMarco MeleRaffale Barberio (direttore di “Key4biz”), Patrizio RossanoGiandomenico Celata –, indirizzata al Presidente della Camera, pubblicata da “Key4biz” del 2 luglio 2018, “Cda Rai, lettera aperta al Presidente della Camera Roberto Fico”). Chiedevano, i cinque candidati, con democratica semplicità, di promuovere almeno una sorta di questionario, una griglia di poche domande: “a nostro avviso, domande e risposte dovrebbero essere pubbliche e consultabili non solo dai deputati ma da tutti i cittadini e utenti del servizio pubblico. Un’alternativa, o un’integrazione a quanto sopra, potrebbe essere lo svolgimento di un incontro dei candidati con deputati e stampa in un’aula del Parlamento”. Inascoltati.

Per una vera trasparenza Agcom, serve una procedura comparativa, con audizioni pubbliche

Il 13 luglio 2020, un centro di monitoraggio indipendente qual è la Fondazione Openpolis sostenne che le “authority” in Italia sono divenute, una volta ancora, una “ennesima pedina nello scacchiere delle nomine pubbliche”: si tratta di “strutture che stentano ad essere realmente autonome, per un processo di nomine purtroppo fortemente politicizzato e poco trasparente”. Openpolis proponeva, in sintonia con quel che anche noi abbiamo sostenuto su queste colonne: “non si vuole contestare il principio per cui sia la politica (governo o parlamento) a fare queste nomine, ma il metodo andrebbe migliorato. Alcuni piccoli accorgimenti potrebbero migliorare il processo di selezione: (1.) Istituzionalizzare la pubblicazione di avvisi per la manifestazione di interesse per l’individuazione dei candidati alla posizione; (2.) Messa a disposizione dei cv ricevuti sui siti internet istituzionali; (3.) Ciclo di audizioni pubbliche (come per la nomina dei Commissari Europei) per una rosa di candidati individuati dalle commissioni competenti”.

Se i primi due criteri sono stati messi in atto (dopo una decisione avviata nel 2012 dall’allora Presidente della Camera Gianfranco Fini), il terzo “accorgimento” – l’unico che consentirebbe una seria procedura comparativa – è stato, ancora una volta, ignorato. Servirebbero audizioni pubbliche, o anche soltanto chiedere ai candidati una sorta di “manifesto programmatico”, o anche soltanto di rispondere ad un questionario ben strutturato. Openpolis si associava alla denuncia di deficit di trasparenza (trasparenza a metà?!) ma, ancora una volta, “il voto invece seguirà altre logiche, che rimangono nascoste allo scrutinio pubblico”. E così purtroppo è stato.

L’avviso recita: il neo Commissario “sarà scelto sulla base del merito, delle competenze e della conoscenza del settore, tra persone di riconosciuta levatura ed esperienza professionale”. Il “dietro le quinte” di questa scelta parlamentare è ignoto, almeno per i comuni cittadini: nebbia assoluta.

Il 6 giugno del 2012, la Federazione Nazionale della Stampa (Fnsi) denunciava: “nomine Agcom: impressionante sordità delle istituzioni rispetto alle richieste di trasparenza”. Son passati quasi 10 anni da allora: la sordità delle istituzioni s’è aggravata.

Questa volta, in più, silenzio assoluto da parte dei nostri (circa) 1.000 parlamentari (a parte, e comunque… “ex post”, ad elezione avvenuta, del gruppo Alternativa). Incredibile, ma vero.

In questa nebbiosa vicenda delle elezioni dell’Agcom, la “Storia” purtroppo si ripete, ed il dominio della partitocrazia si rinnova, con buona pace della trasparenza, della tecnocrazia, e – in fondo – della democrazia stessa.

Fonte: https://www.key4biz.it/agcom-massimiliano-capitanio-neo-eletto-commissario-nel-silenzio-dei-piu/398801/

L’Ue se ne faccia una ragione: gli ungheresi vogliono Orban

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di Francesco Giubilei

Il premier magiaro eletto di nuovo con un’ampia maggioranza: “Vittoria che si vede da Bruxelles”

Viktor Orban riconfermato primo ministro dell’Ungheria con oltre il 50% dei voti. Nulla da fare per la grande coalizione contro il premier magiaro, il quale ieri ha parlato di una “vittoria così grande che si può vedere dalla Luna” e soprattutto da Bruxelles.

Ci sono alcune cose da notare sull’esito di questa tornata elettorale.

  1. Primo, l’opposizione già prima dell’apertura delle urne parlava di possibili brogli, denunce rilanciate anche dai media italiani. Il castello (di carta) viene giù però nel momento in cui la vittoria di Orban è così schiacciante che renderebbe addirittura superflui eventuali tentativi di truccare il voto.
  2. Secondo, ieri si sono svolte anche le elezioni in Serbia dove è uscito vincitore Vicic, un dettaglio che rinsalda il legame tra Budapest e Belgrado: un blocco geopolitico che potrebbe diventare alternativo all’interno dell’Unione Europea.
  3. Terzo, bisogna ammettere che la linea portata avanti da Orban è quella più vicina alle sensibilità e alle esigenze del popolo ungherese, anche se è diversa da quella che sognano gli intellettuali italiani.

In questo video vi racconto cosa è successo in Ungheria nel giorno della riconferma di Orban a primo ministro.

Francesco Giubilei, 4 aprile 2022

La strage di civili a Bucha è un ovvio false flag

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Segnalazione di Federico Prati

Il motivo del false flag è quello strillato da LettaPD: la prima gallina che canta ha fatto l’uovo: l’embargo  decretato (in realtà contro gli europei) non stava avendo successo.

La strage di civili a Bucha è un ovvvio false flag

La strage di civili a Bucha è un ovvio false flag

Il motivo del false flag è quello strillato da LettaPD: la prima gallina che canta ha fatto l’uovo: l’embargo d…

Multipolarità. Definizione e differenziazione dei suoi significati

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QUINTA COLONNA

di Aleksandr Dugin

Tuttavia, sempre più opere di affari esteri, politica mondiale, geopolitica e, in realtà, politica internazionale, sono dedicate al tema della multipolarità. Un numero crescente di autori cerca di capire e descrivere la multipolarità come modello, fenomeno, precedente o possibilità.

Il tema della multipolarità è stato in un modo o nell’altro toccato nelle opere dello specialista di IR David Kampf (nell’articolo L’emergere di un mondo multipolare), dello storico Paul Kennedy della Yale University (nel suo libro The Rise and Fall of Great Powers), del geopolitico Dale Walton (nel libro Geopolitica e le grandi potenze nel XXI secolo: la Multipolarità e la Rivoluzione in prospettive strategiche), il politologo americano Dilip Hiro (nel libro After Empire: Birth of a multipolar world), e altri. Il più vicino nel comprendere il senso della multipolarità, a nostro avviso, è stato lo specialista britannico di IR Fabio Petito, che ha cercato di costruire un’alternativa seria e sostanziale al mondo unipolare sulla base dei concetti giuridici e filosofici di Carl Schmitt.

L’”ordine mondiale multipolare” è anche ripetutamente menzionato nei discorsi e negli scritti di personalità politiche e giornalisti influenti. Così l’ex segretario di Stato Madeleine Albright, che per prima ha definito gli Stati Uniti la “nazione indispensabile”, ha dichiarato il 2 febbraio 2000 che gli Stati Uniti non vogliono “stabilire e imporre” un mondo unipolare, e che l’integrazione economica ha già creato “un certo mondo che può essere persino chiamato multipolare”. Il 26 gennaio 2007, nella rubrica editoriale del “New York Times”, si è scritto apertamente che “l’emergere del mondo multipolare”, insieme alla Cina, “ora si svolge al tavolo in parallelo con altri centri di potere come Bruxelles o Tokyo”. Il 20 novembre 2008, nel rapporto Global Trends 2025 del National Intelligence Council degli Stati Uniti, è stato indicato che l’emergere di un “sistema multipolare globale” dovrebbe essere previsto entro due decenni.

Dal 2009, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è stato visto da molti come il messaggero di un’”era di multipolarità”, credendo che avrebbe orientato la priorità della politica estera degli Stati Uniti verso potenze emergenti come Brasile, Cina, India e Russia. Il 22 luglio 2009, il vicepresidente Joseph Biden, durante la sua visita in Ucraina, ha detto: “Stiamo cercando di costruire un mondo multipolare”.

Eppure, tutti questi libri, articoli e dichiarazioni non contengono alcuna definizione precisa di ciò che è il mondo multipolare (MW), né, inoltre, una teoria coerente e consistente della sua costruzione (TMW). Il trattamento più comune per “multipolarità” significa solo un’indicazione che nell’attuale processo di globalizzazione, il centro e il nucleo indiscusso del mondo moderno (gli Stati Uniti, l’Europa e il più ampio “Occidente globale”) si trova di fronte a certi nuovi concorrenti – potenze regionali fiorenti o semplicemente potenti e blocchi di potere appartenenti al “secondo” mondo. Un confronto tra le potenzialità degli Stati Uniti e dell’Europa da un lato, e delle nuove potenze emergenti (Cina, India, Russia, America Latina, ecc.) dall’altro, convince sempre di più della tradizionale superiorità relativa dell’Occidente e solleva nuove domande sulla logica di ulteriori processi che determinano l’architettura globale delle forze su scala planetaria – in politica, economia, energia, demografia, cultura, ecc.

Tutti questi commenti e osservazioni sono critici per la costruzione della Teoria del Mondo Multipolare, ma non ne evidenziano affatto l’assenza. Dovrebbero essere presi in considerazione quando si costruisce una tale teoria, ma vale la pena notare che sono di natura frammentaria e frammentaria, non arrivando nemmeno al livello di generalizzazioni teoriche concettuali primarie.

Ma, nonostante ciò, il riferimento all’ordine mondiale multipolare si sente sempre più spesso nei vertici ufficiali e nelle conferenze e congressi internazionali. I collegamenti al multipolarismo sono presenti in una serie di importanti accordi intergovernativi e nei testi dei concetti di sicurezza nazionale e strategia di difesa di un certo numero di paesi influenti e potenti (Cina, Russia, Iran, e in parte l’UE). Pertanto, oggi più che mai, è importante fare un passo verso l’inizio di un vero e proprio sviluppo della Teoria del Mondo Multipolare, in conformità con i requisiti di base della ricerca accademica.

La multipolarità non coincide con il modello nazionale di organizzazione mondiale secondo la logica del sistema di Westfalia

Prima di procedere strettamente alla costruzione della Teoria del Mondo Multipolare (TMW), dobbiamo distinguere rigorosamente l’area concettuale indagata. Per questo, dobbiamo considerare i concetti di base e definire quelle forme dell’ordine mondiale globale che certamente non sono multipolari e che, di conseguenza, la multipolarità viene presentata come alternativa.

Cominciamo con il sistema westfaliano, che riconosce la sovranità assoluta dello Stato-nazione e costruisce il campo giuridico delle relazioni internazionali su questa base. Questo sistema, sviluppato dopo il 1648 (la fine della Guerra dei Trent’anni in Europa), ha attraversato diverse fasi del suo sviluppo, e in qualche misura ha continuato a riflettere la realtà oggettiva fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nasceva dal rifiuto delle pretese degli imperi medievali all’universalismo e alla “missione divina”, e corrispondeva alle riforme borghesi nelle società europee. Si basava anche sul presupposto che solo uno stato nazionale può possedere la più alta sovranità, e che al di fuori di esso, non c’è nessun’altra entità che abbia il diritto legale di interferire nella politica interna di questo stato – indipendentemente da quali obiettivi e missioni (religiose, politiche o altro) lo guidino. Dalla metà del XVII secolo alla metà del XX secolo, questo principio ha predeterminato la politica europea e, di conseguenza, è stato trasferito ad altri paesi del mondo con alcune modifiche.

Il sistema di Westfalia era originariamente rilevante solo per le potenze europee, e le loro colonie erano considerate semplicemente come la loro continuazione, non possedendo un potenziale politico ed economico sufficiente per pretendere di essere un’entità indipendente. Dall’inizio del XX secolo, lo stesso principio fu esteso alle ex colonie durante il processo di decolonizzazione.

Questo modello westfaliano presuppone la piena uguaglianza giuridica tra tutti gli stati sovrani. In questo modello, ci sono tanti poli di decisioni di politica estera nel mondo quanti sono gli stati sovrani. Per inerzia, questa regola è ancora in vigore, e tutto il diritto internazionale si basa su di essa.

In pratica, naturalmente, c’è disuguaglianza e subordinazione gerarchica tra i vari stati sovrani. Nella prima e nella Seconda guerra mondiale, la distribuzione del potere tra le maggiori potenze mondiali portò a un confronto tra blocchi separati, dove le decisioni venivano prese nel paese che era il più potente tra i suoi alleati.

Come risultato della Seconda Guerra Mondiale, a causa della sconfitta della Germania nazista e delle Potenze dell’Asse, lo schema bipolare delle relazioni internazionali (il sistema bipolare di Yalta) si sviluppò nel sistema globale. Il diritto internazionale ha continuato a de-giurare il riconoscimento della sovranità assoluta di qualsiasi stato-nazione, ma de-facto, le decisioni fondamentali riguardanti le questioni centrali dell’ordine mondiale e della politica globale sono state prese solo in due centri – a Washington e a Mosca.

Il mondo multipolare differisce dal classico sistema westfaliano per il fatto che non riconosce allo stato nazionale separato, legalmente e formalmente sovrano, lo status di un polo a pieno titolo. Ciò significa che il numero di poli in un mondo multipolare dovrebbe essere sostanzialmente inferiore al numero di stati nazionali riconosciuti (e quindi non riconosciuti). La stragrande maggioranza di questi stati non è in grado oggi di provvedere alla propria sicurezza o prosperità di fronte a un conflitto teoricamente possibile con l’attuale egemone (gli Stati Uniti). Pertanto, sono politicamente ed economicamente dipendenti da un’autorità esterna. Essendo dipendenti, non possono essere i centri di una volontà veramente indipendente e sovrana riguardo alle questioni globali dell’ordine mondiale.

Il multipolarismo non è un sistema di relazioni internazionali che insiste sull’uguaglianza giuridica degli stati-nazione come stato di fatto. Questa è solo una facciata di un’immagine molto diversa del mondo basata su un reale, piuttosto che nominale, equilibrio di forze e capacità strategiche.

Il multipolarismo opera non con la situazione come esiste de-jure, ma piuttosto de-facto, e procede dall’affermazione della disuguaglianza fondamentale tra gli stati-nazione nel modello moderno ed empiricamente fissabile del mondo. Inoltre, la struttura di questa disuguaglianza è che le potenze secondarie e terziarie non sono in grado di difendere la loro sovranità, in qualsiasi configurazione transitoria di blocco, di fronte alla possibile sfida esterna della potenza egemone. Ciò significa che la sovranità è oggi una finzione giuridica.

Il multipolarismo non è bipolarismo

Dopo la Seconda guerra mondiale, si sviluppò il sistema bipolare di Yalta. Ha continuato ad insistere formalmente sul riconoscimento della sovranità assoluta di tutti gli stati, il principio su cui è stata organizzata l’ONU, e ha portato avanti il lavoro della Società delle Nazioni. Tuttavia, in pratica, due centri decisionali globali apparvero nel mondo – gli Stati Uniti e l’URSS. Gli Stati Uniti e l’URSS erano due sistemi politico-economici alternativi, rispettivamente il capitalismo globale e il socialismo globale. Fu così che il bipolarismo strategico fu fondato sul dualismo ideologico e filosofico – liberalismo contro marxismo.

Il mondo bipolare si basava sulla simmetrica comparabilità del potenziale di parità economica e militare-strategica dei campi di guerra americano e sovietico. Allo stesso tempo, nessun altro paese affiliato ad un particolare campo aveva lontanamente il potere cumulativo da confrontare con quello di Mosca o Washington. Di conseguenza, c’erano due egemoni sulla scala globale, ciascuno circondato da una costellazione di paesi alleati (semi-vassalli, in senso strategico). In questo modello, la sovranità nazionale formalmente riconosciuta perdeva gradualmente il suo peso. Prima di tutto, i paesi associati all’uno o all’altro egemone dipendevano dalle politiche di quel polo. Pertanto, il suddetto paese non era indipendente, e i conflitti regionali (generalmente sviluppati in aree del Terzo Mondo) rapidamente degenerarono in un confronto tra due superpotenze che cercavano di ridistribuire l’equilibrio dell’influenza planetaria sui “territori contesi”. Questo spiega i conflitti in Corea, Vietnam, Angola, Afghanistan, ecc.

Nel mondo bipolare, c’era anche una terza forza: il Movimento dei Non Allineati. Era composto da alcuni paesi del Terzo Mondo che rifiutavano di fare una scelta inequivocabile a favore del capitalismo o del socialismo, e che invece preferivano manovrare tra gli interessi antagonisti globali degli Stati Uniti e dell’URSS. In una certa misura, alcuni ci riuscirono, ma la stessa possibilità di non allineamento presupponeva l’esistenza di due poli, che in misura variabile si equilibravano a vicenda. Inoltre, questi “paesi non allineati” non erano assolutamente in grado di creare un “terzo polo” a causa dei parametri principali delle superpotenze, della natura frammentata e non consolidata dei membri del Movimento dei Non Allineati e della mancanza di una piattaforma socioeconomica generale comune. Il mondo era diviso in Occidente capitalista (il primo mondo), Oriente socialista (il secondo mondo) e “il resto” (il terzo mondo). Inoltre, “tutti gli altri” rappresentavano in tutti i sensi la periferia del mondo dove gli interessi delle superpotenze apparivano occasionalmente. Tra le superpotenze stesse, la probabilità di un conflitto era pressoché esclusa grazie alla parità (in particolare nella garanzia della mutua distruzione nucleare assicurata). Questo fece sì che le aree preferite per la revisione parziale dell’equilibrio di potere fossero i paesi periferici (Asia, Africa, America Latina).

Dopo il crollo di uno dei due poli (l’Unione Sovietica è crollata nel 1991), è crollato anche il sistema bipolare. Questo ha creato le precondizioni per l’emergere di un ordine mondiale alternativo. Molti analisti ed esperti di IR hanno giustamente parlato di “fine del sistema di Yalta”. Pur riconoscendo de-jure la sovranità, la pace di Yalta era de-facto costruita sul principio dell’equilibrio dei due egemoni simmetrici e relativamente uguali. Con la partenza di uno degli egemoni dalla scena storica, l’intero sistema cessò di esistere. Il tempo di un ordine mondiale unipolare o “momento unipolare” è arrivato.

Un mondo multipolare non è un mondo bipolare (come lo conoscevamo nella seconda metà del XX secolo), perché nel mondo di oggi, non c’è nessuna potenza che possa resistere da sola al potere strategico degli Stati Uniti e dei paesi della NATO, e inoltre, non c’è un’ideologia generalizzante e coerente capace di unire gran parte dell’umanità in una dura opposizione ideologica all’ideologia della democrazia liberale, del capitalismo e dei “diritti umani”, su cui gli Stati Uniti basano ora una nuova egemonia esclusiva. Né la Russia moderna, né la Cina, né l’India, né qualche altro stato possono pretendere di essere un secondo polo in queste condizioni. Il recupero del bipolarismo è impossibile per ragioni ideologiche (la fine del fascino popolare del marxismo) e tecnico-militari. Per quanto riguarda quest’ultimo, gli Stati Uniti e i paesi della NATO hanno preso così tanto il comando negli ultimi 30 anni che una competizione simmetrica con loro nella sfera militare-strategica, economica e tecnica non è possibile per nessun singolo paese.

Il multipolarismo non è compatibile con un mondo unipolare

Il crollo dell’Unione Sovietica ha significato la scomparsa sia di una superpotenza simmetrica e potente, sia di un gigantesco campo ideologico. È stata la fine di una delle due egemonie globali. L’intera struttura dell’ordine mondiale da questo punto è irreversibilmente e qualitativamente diversa. Qui il polo rimanente – guidato dagli Stati Uniti e sulla base dell’ideologia capitalista liberal-democratica – si è conservato come fenomeno e ha continuato a espandere il suo sistema sociopolitico (democrazia, mercato, ideologia dei “diritti umani”) su scala globale. Precisamente, questo si chiama mondo unipolare o ordine mondiale unipolare. In un tale mondo, c’è un unico centro decisionale sulle grandi questioni globali. L’Occidente e il suo nucleo, la comunità euro-atlantica, guidata dagli Stati Uniti, si sono trovati nel ruolo di unica egemonia disponibile. L’intero spazio del pianeta in tale ambiente è una triplice regionalizzazione (descritta in dettaglio dalla teoria neomarxista di E. Wallerstein):

– Zona centrale (“ricco Nord”, “centro”),

– Zona della periferia mondiale (“Sud povero”, “periferia”),

– Zona di transizione (“semi-periferia”, comprendente paesi importanti, che si sviluppano attivamente verso il capitalismo: Cina, India, Brasile, alcuni paesi del Pacifico, così come la Russia, che per inerzia conserva un significativo potenziale strategico, economico ed energetico).

Il mondo unipolare sembrava essere finalmente una realtà consolidata negli anni ’90, e alcuni analisti statunitensi hanno dichiarato su questa base la tesi della “fine della storia” (Fukuyama). Questa tesi significava che il mondo diventerà totalmente ideologicamente, politicamente, economicamente e socialmente omogeneo, e che ora tutti i processi che si verificano in esso non saranno più un dramma storico basato sulla battaglia di idee e interessi, ma piuttosto una competizione economica (e relativamente pacifica) dei partecipanti al mercato – simile a come è costruita la politica interna dei regimi liberali democratici liberi. In questa concezione, la democrazia diventa globale e il pianeta è composto solo dall’Occidente e dal suo purlieus (cioè i paesi che si integreranno gradualmente in esso).

Il disegno più preciso della teoria dell’unipolarità è stato proposto dai neoconservatori americani, che hanno sottolineato il ruolo degli Stati Uniti nel nuovo ordine mondiale globale. A volte hanno proclamato gli Stati Uniti come il “Nuovo Impero” (R. Kaplan) o la “benevola egemonia globale” (U. Kristol, R. Keygan), anticipando l’offensiva del “Secolo Americano” (The Project for the New American Century). Nella visione neocon, l’unipolarismo ha acquisito un fondamento teorico. Il futuro ordine mondiale è stato visto come una costruzione USA-centrica, dove il nucleo è costituito dagli Stati Uniti come arbitro globale e incarnazione dei principi di “libertà e democrazia”, e una costellazione di altri paesi è strutturata intorno a questo centro, riproducendo il modello americano con vari gradi di precisione. Essi variano nella geografia e nel loro grado di somiglianza con gli Stati Uniti:

– In primo luogo, il cerchio interno – i paesi dell’Europa e del Giappone,

– In secondo luogo, i fiorenti paesi liberali dell’Asia,

– Infine, tutto il resto.

Tutte le zone situate intorno all’”America globale”, indipendentemente dalla loro orbita politica, sono incluse nel processo di “democratizzazione” e “americanizzazione”. La diffusione dei valori americani va di pari passo con l’attuazione degli interessi pratici americani e l’espansione della zona di controllo diretto americano su scala globale.

A livello strategico, l’unipolarismo si esprime nel ruolo centrale degli Stati Uniti nella NATO e, inoltre, nella superiorità asimmetrica delle capacità militari combinate dei paesi della NATO su tutte le altre nazioni del mondo.

Parallelamente, l’Occidente è superiore agli altri paesi non occidentali nel suo potenziale economico, nel livello di sviluppo dell’alta tecnologia, ecc. Soprattutto: l’Occidente è la matrice dove si è formato storicamente il sistema stabilito di valori e norme che attualmente sono considerati lo standard universale per tutti gli altri paesi del mondo. Questa può essere chiamata l’egemonia intellettuale globale che, da un lato, mantiene l’infrastruttura tecnica per il controllo globale, e dall’altro, sta al centro del paradigma planetario dominante. L’egemonia materiale va di pari passo con le egemonie spirituale, intellettuale, cognitiva, culturale e dell’informazione.

In linea di principio, l’élite politica americana è guidata proprio da questo approccio egemonico consapevolmente percepito, tuttavia, ne parlano in modo chiaro e trasparente i neocon, mentre i rappresentanti di altri diversi orientamenti politici e ideologici preferiscono espressioni più snelle ed eufemismi. Anche i critici del mondo unipolare degli Stati Uniti non contestano il principio dell’”universalità” dei valori americani e il desiderio della loro approvazione a livello globale. Le obiezioni si concentrano su quanto questo progetto sia realistico a medio e lungo termine, e se gli Stati Uniti siano in grado di sostenere da soli il peso dell’impero mondiale globale.

Le sfide a questo dominio americano diretto e aperto, che sembrava essere un fatto compiuto negli anni ’90, hanno portato alcuni analisti americani (in particolare Charles Krauthammer, che ha introdotto questo concetto) a parlare della fine del “momento unipolare”.

Ma, nonostante tutto, è proprio l’unipolarismo in una o l’altra manifestazione – palese o occulta, il modello dell’ordine mondiale – che è diventato una realtà dopo il 1991 e rimane tale fino ad oggi.

In pratica, l’unipolarismo si affianca alla salvezza nominale del sistema westfaliano, che contiene ancora i resti inerziali del mondo bipolare. La sovranità di tutti gli stati-nazione è ancora riconosciuta de-jure, e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU riflette ancora parzialmente l’equilibrio di potere corrispondente alle realtà della “guerra fredda”. Così, l’egemonia unipolare americana è de-facto presente, insieme a una serie di istituzioni internazionali che esprimono l’equilibrio di altre epoche e cicli nella storia delle relazioni internazionali. Al mondo vengono costantemente ricordate le contraddizioni tra la situazione de-jure e quella de-facto, specialmente quando gli Stati Uniti o una coalizione occidentale intervengono direttamente negli affari di stati sovrani (a volte anche scavalcando il veto di istituzioni come il Consiglio di Sicurezza dell’ONU). In casi come l’invasione americana dell’Iraq nel 2003, vediamo un esempio di violazione unilaterale del principio di sovranità statale (ignorando il modello westfaliano), il rifiuto di prendere in considerazione la posizione della Russia (Vladimir Putin) nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e le forti obiezioni dei partner NATO di Washington (il francese Jacques Chirac e il tedesco Gerhard Schroeder).

I sostenitori più coerenti dell’unipolarismo (per esempio, il repubblicano John McCain) insistono sull’applicazione dell’ordine internazionale in linea con il reale equilibrio delle forze. Propongono la creazione di un modello un po’ diverso dall’ONU, la “Lega delle Democrazie”, in cui la posizione dominante degli USA, cioè l’unipolarismo, sarebbe stata legalizzata. La legalizzazione di un mondo unipolare e lo status egemonico dell’”impero americano” nella struttura delle relazioni internazionali post-Yalta è una delle possibili direzioni dell’evoluzione del sistema politico globale.

È assolutamente chiaro che un ordine mondiale multipolare non solo differisce dall’unipolare, ma è la sua diretta antitesi. L’unipolarismo presuppone un egemone e un centro decisionale, mentre il multipolarismo insiste su alcuni centri, nessuno dei quali ha diritti esclusivi e quindi deve tener conto delle posizioni degli altri. Il multipolarismo, quindi, è un’alternativa logica diretta all’unipolarismo. Non ci può essere compromesso tra loro: secondo le leggi della logica, il mondo è o unipolare o multipolare. D’ora in poi, non è importante come tale modello particolare sia formulato giuridicamente, ma come sia creato de-facto. Nell’era della “guerra fredda”, diplomatici e politici hanno riconosciuto con riluttanza il “bipolarismo” che era un fatto ovvio. Pertanto, è necessario separare il linguaggio diplomatico dalla realtà concreta. Il mondo unipolare è l’ordine mondiale fattuale fino ad oggi. Si può solo discutere se sia buono o cattivo, se sia l’alba del sistema o, in alternativa, il tramonto, e se durerà a lungo o, al contrario, finirà rapidamente. Indipendentemente da ciò, il fatto rimane tale. Viviamo in un mondo unipolare, e il momento unipolare dura ancora (anche se alcuni analisti sono convinti che stia per finire).

Il mondo multipolare non è un mondo nonpolare

I critici americani della rigida unipolarità, e soprattutto i rivali ideologici dei neoconservatori concentrati nel “Council on Foreign Relations”, hanno offerto un altro termine al posto di unipolarità – nonpolarità. Questo concetto si basa sul suggerimento che i processi di globalizzazione continueranno a svolgersi, e il modello occidentale dell’ordine mondiale espanderà la sua presenza a tutti i paesi e popoli della terra. Così, l’egemonia intellettuale e l’egemonia dei valori dell’Occidente continueranno. Il mondo globale sarà il mondo del liberalismo, della democrazia, del libero mercato e dei diritti umani, ma il ruolo degli Stati Uniti come potenza nazionale e il fiore all’occhiello della globalizzazione, secondo i sostenitori di questa teoria, si ridurrà. Invece di una diretta egemonia americana, emergerà un modello di “governo mondiale”. A questo parteciperanno i rappresentanti di diversi paesi, che staranno insieme con valori comuni e si sforzeranno di stabilire uno spazio sociopolitico ed economico unificato in tutto il mondo. Anche qui, abbiamo a che fare con un analogo della “fine della storia” di Fukuyama descritta in termini diversi.

Il mondo non-polare sarà basato sulla cooperazione tra paesi democratici (per difetto), ma gradualmente il processo di formazione dovrebbe includere anche attori non statali – ONG, movimenti sociali, gruppi di cittadini separati, comunità di rete, ecc.

La caratteristica principale nella costruzione del mondo nonpolare è la dissipazione del processo decisionale da un’entità (ora Washington) alle molte entità del livello inferiore – fino ai referendum planetari online sui principali eventi e azioni che riguardano tutta l’umanità.

L’economia sostituirà la politica e la concorrenza di mercato spazzerà le barriere doganali di tutti i paesi. Lo stato si preoccuperà più della cura dei suoi cittadini che della sicurezza tradizionale, e inaugurerà l’era della democrazia globale.

Questa teoria coincide con le caratteristiche principali della teoria della globalizzazione e si presenta come una tappa verso la sostituzione del mondo unipolare, ma solo alle condizioni promosse oggi dagli Stati Uniti e dai paesi occidentali riguardo ai loro modelli sociopolitici, tecnologici ed economici (democrazia liberale). Questi e i loro valori diventeranno un fenomeno universale, e la necessità di una stretta protezione degli ideali democratici e liberali non esisterà più – tutti i regimi che resistono all’Occidente, alla democratizzazione e all’americanizzazione al momento dell’inizio del mondo nonpolare dovrebbero essere eliminati.

L’élite di tutti i paesi dovrebbe essere simile, omogenea, capitalista, liberale e democratica – in altre parole, “occidentale” – indipendentemente dall’origine storica, geografica, religiosa e nazionale.

Il progetto del mondo non polare è sostenuto da una serie di gruppi politici e finanziari molto potenti, dai Rothschild a George Soros e le sue fondazioni.

Questo progetto strutturale si rivolge al futuro. È pensato come una formazione globale che dovrebbe sostituire l’unipolarismo e stabilirsi dopo nella sua scia. Questa non è un’alternativa, ma piuttosto una continuazione, e sarà possibile solo quando il centro di gravità della società si sposterà dal mix odierno di alleanza di due livelli di egemonia – materiale (il complesso militare-industriale americano e l’economia e le risorse occidentali) e spirituale (norme, procedure, valori) – a un’egemonia puramente intellettuale, insieme alla graduale riduzione dell’importanza del dominio materiale.

Vale a dire, questa è la società dell’informazione globale, dove i principali processi di governo e dominio saranno dispiegati nel campo dell’intelligenza attraverso il controllo delle menti, il controllo mentale e la programmazione del mondo virtuale.

Il mondo multipolare non può essere combinato con il modello di mondo nonpolare perché non accetta la validità del momento unipolare come preludio al futuro ordine mondiale, né l’egemonia intellettuale dell’Occidente, l’universalità dei suoi valori, o la dissipazione del processo decisionale nella molteplicità planetaria indipendentemente dall’identità culturale e di civiltà preesistente. Il mondo non-polare suggerisce che il modello americano di melting pot sarà esteso a tutto il mondo. Di conseguenza, questo cancellerà tutte le differenze tra i popoli e le culture, e un’umanità individualizzata e atomizzata sarà trasformata in una “società civile” cosmopolita senza confini. La multipolarità implica che i centri decisionali devono essere abbastanza alti (ma non solo nelle mani di una sola entità – come è oggi nelle condizioni del mondo unipolare), e le specialità culturali di ogni particolare civiltà devono essere preservate e rafforzate (ma non dissolte in un’unica molteplicità cosmopolita).

Il multipolarismo non è multilateralismo

Un altro modello di ordine mondiale, un po’ distanziato dall’egemonia diretta degli Stati Uniti, è un mondo multilaterale (multilateralismo). Questo concetto è molto diffuso nel partito democratico statunitense, ed è formalmente aderito nella politica estera dell’amministrazione del presidente Obama. Nel contesto dei dibattiti sulla politica estera americana, questo approccio si oppone all’insistenza dei neoconservatori sull’unipolarismo.

In pratica, il multilateralismo significa che gli Stati Uniti non dovrebbero agire nel campo delle relazioni internazionali contando interamente sulla propria forza e mettendo tutti i suoi alleati e “vassalli” di fronte al fatto compiuto in maniera obbligata. Invece, Washington dovrebbe prendere in considerazione la posizione dei partner, persuadere e argomentare le sue soluzioni suggerite in un dialogo paritario con loro, e portarli dalla sua parte per mezzo di argomenti razionali e, a volte, proposte di compromesso.

Gli Stati Uniti in una tale situazione dovrebbero essere “primi tra pari”, piuttosto che “dittatore tra i suoi subordinati”. Questo impone alla politica estera degli Stati Uniti alcuni obblighi nei confronti degli alleati nella politica globale ed esige l’obbedienza alla strategia globale. La strategia globale in questo caso è la strategia dell’Occidente per stabilire la democrazia globale, il mercato, e l’attuazione dell’ideologia dei diritti umani su scala globale. In questo processo, gli Stati Uniti, essendo il leader, non dovrebbero equiparare direttamente i loro interessi nazionali ai valori “universali” della civiltà occidentale, per conto della quale agiscono. In alcuni casi, è più preferibile operare in una coalizione, e talvolta anche fare concessioni ai propri partner.

Il multilateralismo si differenzia dall’unipolarismo per l’enfasi sull’Occidente in generale, e soprattutto sulla sua componente “valoriale” (cioè “normativa”). Su questo, gli apologeti del multilateralismo convergono con i sostenitori del mondo nonpolare. L’unica differenza tra il multilateralismo e il non-polarismo è solo il fatto che il multilateralismo pone l’accento sul coordinamento dei paesi occidentali democratici tra di loro, mentre il non-polarismo include anche autorità non statali (ONG, reti, movimenti sociali, ecc.) come attori.

È significativo che in pratica, la politica di multilateralismo di Obama, come ripetutamente espresso da lui e dall’ex segretario di Stato Hillary Clinton, non è molto diversa dall’era imperialista diretta e trasparente di George W. Bush, durante il cui periodo i neoconservatori erano dominanti. Gli interventi militari statunitensi sono continuati (Libia), e le truppe statunitensi hanno mantenuto la loro presenza nell’Iraq occupato e nell’Afghanistan.

Il mondo multipolare non corrisponde all’ordine mondiale multilaterale perché si oppone all’universalismo dei valori occidentali e non riconosce la legittimità del “Nord ricco” – da solo o collettivamente – ad agire per conto di tutta l’umanità e a servire come unico centro decisionale sulla maggior parte delle questioni più importanti.

Riassunto

La differenziazione del termine “mondo multipolare” dalla catena di quelli alternativi o simili delinea il campo semantico in cui continueremo a costruire la teoria della multipolarità. Fino a questo punto, abbiamo parlato solo di ciò che l’ordine mondiale multipolare non è, negazioni e differenziazioni stesse che ci permettono al contrario di distinguere una serie di caratteristiche costitutive e abbastanza positive.

Se generalizziamo questa seconda parte positiva, derivante dalla serie di distinzioni fatte, otteniamo circa questo quadro:

  1. Il mondo multipolare è un’alternativa radicale al mondo unipolare (che di fatto esiste nella situazione attuale) per il fatto che insiste sulla presenza di pochi centri indipendenti e sovrani di decisione strategica globale a livello mondiale.
  2. Questi centri dovrebbero essere sufficientemente attrezzati e finanziariamente e materialmente indipendenti per essere in grado di difendere la loro sovranità di fronte a un’invasione diretta di un potenziale nemico sul piano materiale, e la forza più potente del mondo attuale dovrebbe essere intesa come questa minaccia. Questo requisito si riduce ad essere in grado di resistere all’egemonia finanziaria e strategico-militare degli Stati Uniti e dei paesi della NATO.
  3. Questi centri decisionali non devono accettare l’universalismo degli standard, delle norme e dei valori occidentali (democrazia, liberalismo, libero mercato, parlamentarismo, diritti umani, individualismo, cosmopolitismo, ecc) e possono essere completamente indipendenti dall’egemonia spirituale dell’Occidente.
  4. Il mondo multipolare non implica un ritorno al sistema bipolare, perché oggi non esiste un’unica forza strategica o ideologica che possa resistere da sola all’egemonia materiale e spirituale dell’Occidente moderno e del suo leader, gli Stati Uniti. Ci devono essere più di due poli in un mondo multipolare.
  5. Il mondo multipolare non considera seriamente la sovranità degli stati nazionali esistenti, che è dichiarata solo a livello puramente giuridico e non è confermata dalla presenza di sufficiente potenza, strategica, economica e politica. Nel XXI secolo, non è più sufficiente essere uno stato-nazione per essere un’entità sovrana. In tali circostanze, la vera sovranità può essere raggiunta solo da una combinazione e coalizione di stati. Il sistema westfaliano, che continua ad esistere de-jure, non riflette più le realtà del sistema di relazioni internazionali e richiede una revisione
  6. La multipolarità non è riducibile alla non-polarità né al multilateralismo perché non mette il centro del processo decisionale (polo) nel governo mondiale, né al club degli Stati Uniti e dei suoi alleati democratici (“Occidente globale”), il livello delle reti sub-statali, le ONG e altre entità della società civile. Un polo deve essere localizzato altrove.

Questi sei punti definiscono l’intera gamma per l’ulteriore sviluppo della multipolarità e incarnano sufficientemente le sue caratteristiche principali. Sebbene questa descrizione ci porti significativamente a comprendere il punto della multipolarità, è ancora insufficiente per essere qualificata come una teoria. Si tratta solo di una determinazione iniziale con la quale la piena teorizzazione ha appena iniziato.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

4 aprile 2022

Fonte:https://www.ideeazione.com/multipolarita-definizione-e-differenziazione-dei-suoi-significati/ 

La nuova normalità e il dominio sul mondo

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/04/04/la-nuova-normalita-e-la-sua-propaganda/

pubblicato in una versione similare su “IdeeAzione“: https://www.ideeazione.com/il-dominio-sul-mondo/

SE NON CI IMPEGNIAMO IN POLITICA IL CONTROLLO SOCIALE CHE ABBIAMO FINORA ACCETTATO NON È DESTINATO A FINIRE PERCHÉ FA PARTE DI QUELLA “NUOVA NORMALITÀ” CHE IL SISTEMA GLOBALE HA IN MENTE PER NOI

I Padri della Chiesa, gli antichi e i grandi pensatori ci hanno insegnato ad avere una visione d’insieme e lungimirante dei fatti perché analisi settoriali in epoche di grandi cambiamenti possono portare ad analisi incomplete ed a una certa miopia che conduce nei vicoli ciechi dell’irrealismo, della vacuità dei cronici bastian contrari, del fanatismo apocalittico.

Un virus sconosciuto, scappato da un laboratorio cinese, ha creato una pandemia e prodotto due anni di stato d’emergenza. La vita di ognuno di noi è cambiata. Ci stanno abituando a determinate restrizioni delle libertà personali, al distanziamento sociale, alla mascherina, al tracciamento digitale delle nostre scelte e abitudini. Il controllo sociale, che abbiamo accettato nel corso di questo lungo periodo, non è destinato a finire perché fa parte di quella “nuova normalità” che il Sistema globale ha in mente per noi.

L’esperimento, a parte la reticenza di una minoranza, è perfettamente riuscito. E’ la globalizzazione che si doveva rimodulare, attraverso la digitalizzazione di massa di ogni processo vitale, per l’arricchimento delle solite poche famiglie dell’alta finanza, che hanno preso il sopravvento con la fine della Seconda Guerra Mondiale, nelle plutocrazie occidentali, dominate in modalità unipolare a partire dal crollo del muro di Berlino.

Ecco ergersi, forte e fiero, l’orso russo, che sembra uscito dal letargo pandemico, a lanciare zampate terribili per marcare il territorio e pretendere lo spazio che l’accerchiamento dell’Heartland, teorizzato dal politico britannico Halford Mackinder (1861-1947) è determinato a precludergli.

Assieme alla Cina, divenuta una Superpotenza, costruita in almeno tre decenni di accettazione del capitalismo economico, abbinato alla peggior repressione comunista in ambito sociale, la Russia di Putin, evocando l’epoca imperiale, si è fatta amici l’Oriente e l’America Latina. Noi siamo l’Europa debole del decadentismo, che si trova in mezzo alla contesa per il potere di un mondo multipolare, che lo zar e Xi Jinping vogliono marcare, nell’ambito di quella rimodulazione del globalismo, che, attraverso il Covid, doveva insegnarci a vivere alla cinese, ma da consumatori all’americana. L’identità fluida, importata dal protestantesimo d’Oltreoceano è già sciolta davanti all’identità forte che proviene da Est.

Un parallelismo storico si potrebbe fare tra la guerra in Ucraina e la guerra di Crimea del 1853. Quest’ultima fu un avvenimento e un sintomo inedito: uno scontro tra due monarchie in cui entrambe apparivano come esponenti mercenari della sovversione dell’ordine naturale e divino, portata dalla rivoluzione francese. La guerra del 1853 fu la prima “guerra democratica” della storia, in cui i figli di una stessa famiglia si sono uccisi a vicenda, non per le loro patrie o per i loro Principi, ma perché, dalle due parti, la feccia preparata e sobillata dal fermento liberal potesse passare sui loro corpi. Solo ciò che sardonicamente viene chiamato “libertà” ha potuto far sì che una ironia così feroce, implicante un simile accecamento, fosse, in genere, possibile. Prima, gli uomini si sacrificavano per ciò che amavano. Divenuti “liberi”, sono costretti a farsi uccidere, occorrendo agli interessi del capitalismo globale: pena l’emarginazione, l’accusa di tradimento, l’isolamento e la morte, come se la patria, la massoneria, la democrazia e la plutocrazia fossero una cosa sola.

Le figure rappresentative della democrazia e della “libertà” videro nella guerra di Crimea lo scontro fra due mondi, il duello tra due dogmi fondamentali, “quello del cristianesimo barbaro d’Oriente contro la giovane fede sociale dell’Occidente civilizzato”, secondo le parole testuali dello storico francese Jules Michelet (1798-1874). Ricordiamo che le Logge massoniche, le Borse e le Banche erano i templi futuri dell’Occidente “civilizzato”, mentre Nicola I era un “tiranno”, un “vampiro”, ed anche Metternich lo era stato.

Vi è della gente che non si ha il diritto di molestare senza essere vampiri, ma ve n’è un’altra che si è liberi di massacrare in massa in nome della “libertà”, senza cessare di essere “nobili” e “generosi”, “buoni” e “giusti”. Obiettivo era distruggere il cristianesimo per preparare la via al bolscevismo in Oriente e all’ubiquità capitalista in Occidente. Oggi, l’ubiquità capitalista ha prevalso, ma la globalizzazione imposta dall’Occidente liberale sta crollando a causa delle sue contraddizioni, il cattolicesimo è sempre più marginale e l’Oriente si è ripreso dalla sbornia socialista. Come andrà a finire, lo vedremo nei prossimi anni, tenendo presente che il Cuore Immacolato di Maria trionferà.

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

È una lettera aperta, ma non firmata quella con cui diversi dipendenti della Disney hanno accusato l’azienda d’aver assunto e fatto propria una politica «progressista», che avrebbe di fatto imposto all’interno un «ambiente di paura» per quanti non vi si adeguino. La singolare denuncia, ripresa dall’agenzia InfoCatólica, non nasconde le difficoltà e l’inquietudine serpeggianti tra il personale: «La Walt Disney Company è diventata un posto di lavoro sempre più scomodo per quelli di noi le cui opinioni politiche e religiose non siano esplicitamente progressiste – si legge –. Guardiamo in silenzio, mentre le nostre convinzioni vengono attaccate dal nostro stesso datore di lavoro e spesso vediamo coloro che condividono le nostre opinioni bollati come cattivi dal nostro management».

Recentemente l’azienda, assieme ai suoi principali marchi quali Espn National Geographic, aveva espresso solidarietà al mondo Lgbtqia+ dopo il varo della legge statale, che vieta agli insegnanti di affrontare in classe questioni quali l’orientamento sessuale e l’identità di genere prima della terza elementare. Secondo i dirigenti della Disney, tale legge violerebbe «i diritti umani fondamentali» e l’azienda, secondo loro, avrebbe dovuto fare di più per evitarlo.

La lettera aperta dei dipendenti invece specifica come quelli tra loro «che vogliono che la Walt Disney Company faccia dichiarazioni politiche di sinistra vengono incoraggiati, mentre quelli che vogliono che l’azienda rimanga neutrale possono dirlo solo sottovoce per paura di rappresaglie professionali. Questa politicizzazione della nostra cultura aziendale sta danneggiando il morale e fa percepire a molti di noi che i nostri giorni nella Walt Disney Company potrebbero essere contati». Un clima molto pesante, quello instaurato internamente, in base a quanto par di capire dalle parole degli autori di questa missiva, che hanno peraltro chiesto agli altri dipendenti, agli azionisti ed ai clienti della Disney di dar loro solidarietà, supportando la loro richiesta di neutralità, probabilmente gradita anche alla stragrande maggioranza del pubblico, che ad un’azienda come questa chiede di curare l’intrattenimento, non di far politica.

Intanto, l’Arizona e l’Oklahoma hanno approvato leggi, denominate «Save Women’s Sports Act», che impediscono a quanti si proclamino transgender di iscriversi alle gare sportive per donne, adeguandosi a quanto già legiferato in merito in Texas, Alabama, Iowa e Mississippi. In particolare, l’Arizona ha approvato anche altre due normative, una che vieta per i minori la chirurgia mirata ad un riorientamento di genere, l’altra che vieta in tutto lo Stato gli aborti dopo la quindicesima settimana di gestazione con multe per i trasgressori fino a 10 mila dollari, nonché con la revoca o almeno con la sospensione della loro licenza.Dall’altra parte del mondo, intanto, in Senegal, ai primi di gennaio l’Assemblea Nazionale ha respinto un progetto di legge, finalizzato a modificare il paragrafo 3 dell’art. 319 del codice penale, per incrementare i provvedimenti già previsti contro qualsiasi atto definibile «contro natura», dall’omosessualità alla transessualità, dalla necrofilia alla zooerastia, tutti posti sullo stesso piano. La proposta era quella di portare da 5 a 10 anni di reclusione il massimo della pena, nonché di aumentare la relativa sanzione da 2.287 a circa 7.600 euro. Secondo Aymérou Gningue, presidente della maggioranza parlamentare «Benno Bokk Yakaar», si tratterebbe di un «falso dibattito» dal sapore elettoralistico, secondo invece gli 11 deputati firmatari della proposta, per la maggior parte dell’opposizione, guidati da Mamadou Lamine Diallo, l’appello avrebbe fatto eco «alle legittime preoccupazioni della stragrande maggioranza» dei cittadini «di questo Paese, nonché di molte autorità religiose». Si prevede che la decisione dell’Assemblea Nazionale non blocchi i promotori dell’iniziativa, pronti a ripresentare la proposta – od un’altra analoga – in aula, all’attenzione di tutti i deputati.

 

Putin criminale di guerra? O Biden criminale della pace?

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

La tre giorni di Biden in Europa si è svolta secondo un percorso del tutto prevedibile. Così come ne era scontato l’esito. Biden ha voluto rinsaldare l’Alleanza atlantica in funzione anti – Putin, dato che l’Europa, secondo la vulgata mediatica totalizzante, è pervenuta alla sua unità ed è divenuta un soggetto geopolitico solo nel contesto della Nato. Questo sarebbe dunque il risultato dell’ “effetto Putin”?

In realtà la strategia di Biden è ispirata al multilateralismo americano, inteso dagli USA come coinvolgimento diretto degli alleati – sudditi della Nato nelle iniziative statunitensi tese alla destabilizzazione della Russia (obiettivo già in progetto dal ’91) e il contenimento della Cina nel Pacifico. Ma al di là della conclamata unità del fronte europeo anti – Putin, inquadrato nella Nato, si evidenziano gli effetti di un’altra e ben diversa strategia perseguita dagli USA: quella di smembrare l’Europa, quella cioè di contrapporre, mediante l’innalzamento di una nuova cortina di ferro, una UE incorporata nella Nato alla Russia, che, fino a prova contraria, è parte integrante dell’Europa.

I discorsi di Biden non hanno certo un tenore pacifista e i ripetuti riferimenti alla libertà e alla democrazia, quale patrimonio ideale dell’Occidente, sono del tutto coerenti con la dichiarata volontà del presidente americano pervenire alla defenestrazione di Putin attraverso la guerra o una congiura messa in atto dai militari o dagli oligarchi. L’invettiva di Biden, che ha dichiarato “Putin è un macellaio, non può stare al potere”, rendono del tutto evidente che, secondo la visione ideologica americana, gli USA sono l’unico paese del mondo che può conferire legittimità e sovranità politica agli stati. Inoltre, queste invettive aggressive di Biden, non si configurano come una riproposizione con altri mezzi della strategia di Bush, cioè della esportazione armata della democrazia nel mondo?

Tutti invocano la pace, ma nei fatti nessuno la vuole. Da parte americana, attraverso i rifornimenti di armi all’Ucraina e il rafforzamento della Nato nell’Europa dell’est, si vuole pervenire ad una sorta di “libanizzazione” del conflitto russo – ucraino, magari coinvolgendo nazioni ed etnie interne alla sfera di influenza geopolitica della Russia, allo scopo di logorare militarmente ed economicamente Putin nel tempo.

E’ in atto inoltre una guerra mediatica intrapresa dall’Occidente a livello globale, col sostegno incondizionato a Zelensky, assunto a patriota mediatico universale, con dosi massicce di immagini virtuali e fake news, che hanno comunque l’effetto di generare nell’opinione pubblica mondiale un consenso acritico nei confronti delle strategie americane. I martellanti allarmi riguardo allo scoppio di una terza guerra mondiale alle porte e di possibile conflitto nucleare, sono del tutto funzionali all’idea della indispensabilità del primato statunitense nella geopolitica globale, quale unica potenza in grado di garantire un ordine mondiale che esorcizzi lo spettro di una catastrofe bellica nucleare. La guerra mediatica americana mette in luce anche la sua matrice ideologica, volta a rappresentare l’espansionismo politico e militare USA come una missione universale per estendere diritti umani, libertà, democrazia e libero mercato a tutto il mondo, dato che i valori americani sono identificabili con il migliore dei mondi possibili.

Gli USA sono un impero (e soprattutto un imperialismo). Come affermò Danilo Zolo, l’impero è per sua natura pacifista ed universalista. E l’impero americano ha la sua ragion d’essere nel suo primato mondiale. E’ quindi assai improbabile che gli USA possano accettare un ridimensionamento del loro ruolo nel mondo, ed un ordine mondiale basato sul multilateralismo. Una eventuale rinuncia all’attuale unilateralismo provocherebbe la dissoluzione dell’impero e quindi, anche degli Stati Uniti, dato che gli imperi, per loro natura, non possono trasformarsi in nazioni.

Tali considerazioni valgono anche per la Russia, anche se il suo impero ha dimensioni continentali. Putin non vorrà la pace finché non arrivi a conseguire un successo militare dalla portata più o meno ampia. Una eventuale sconfitta, oltre a determinare la caduta del regime putiniano, darebbe luogo al progressivo sfaldamento interno della struttura politica sovranazionale della Russia, e preluderebbe alla sua dissoluzione. Non a caso Zbigniew Brzezinski ne “La grande scacchiera” affermò: «L’Ucraina, un nuovo e importante spazio sullo scacchiere eurasiatico, è un perno geopolitico perché la sua reale esistenza come paese indipendente contribuisce a trasformare la Russia. Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. Ma se Mosca riottiene il controllo dell’Ucraina […] riconquisterà automaticamente i mezzi per diventare un potente Stato imperiale esteso tra Asia ed Europa».

Non vuole la pace l’Ucraina, che, facendo leva sul sostegno armato e mediatico Dell’Occidente (che tuttavia rifiuta un suo coinvolgimento diretto nel conflitto), aspira ad una vittoria, che comporti l’inserimento dell’Ucraina stessa nell’Occidente atlantico.

Non vogliono la pace i paesi dell’est europeo che, animati da una secolare russofobia, rappresentano la punta più avanzata dello schieramento atlantico. Pur facendo sfoggio della loro azione umanitaria, nell’accoglienza dei profughi ucraini, il nazionalismo polacco non ha fatto mai mistero delle sue mire imperialistiche nei confronti della Russia, riproponendo il disegno del “Trimarium”, oggi resosi funzionale all’espansionismo della Nato. Polonia e Ungheria inoltre, hanno espresso le loro mire espansionistiche rispettivamente sui territori della Galizia e della Transcarpazia, a discapito però dell’Ucraina.

E’ possibile che questa guerra non abbia lunga durata. I russi infatti non sono in grado di supportare economicamente e militarmente per tempi lunghi l’invasione. Gli ucraini del resto non possono sostenere all’infinito la loro resistenza, considerando che, tra l’altro, gli armamenti loro forniti dal blocco della Nato, sono obsoleti, armi cioè già destinate dai paesi europei alla dismissione. Si pensi che la Germania per sostenere l’Ucraina ha svuotato gli arsenali degli armamenti che erano in dotazione alla DDR. Ma dato l’attuale stato di odio profondo generatosi con questa guerra tra il popolo russo e quello ucraino, tra popoli già affratellati dalla storia, dalla cultura comune, dalla secolare convivenza, chi potrà impedire che l’Ucraina precipiti in uno stato di guerra civile sia latente che effettivo che potrebbe protrarsi per generazioni? Tale prospettiva, del tutto realistica, è peraltro conforme ai progetti americani di “libanizzazione” del conflitto.

Questa guerra, provocata dall’espansionismo ad est della Nato, dal rifiuto perentorio di Biden alla trattativa con Putin, dal mancato rispetto del trattato di Minsk da parte ucraina, dal velleitario e sconsiderato atteggiamento filoamericano di Zelensky, che ha inserito nella costituzione dell’Ucraina la sua adesione alla UE e alla Nato, si è rivelata una trappola per Putin, il cui intervento armato rischia di trasformarsi in una guerra infinita simile all’invasione dell’Afghanistan, il cui epilogo fu devastante per l’URSS. Questi sono gli obiettivi americani, che, così come hanno provocato questa guerra, faranno del tutto per prorogarla all’infinito. Ma mentre Putin è caduto in una trappola la cui fuoriuscita si presenta oggi problematica, nella stessa trappola americana si è gettata volontariamente l’Europa, che invece avrebbe potuto evitare questa guerra tra popoli europei. Riguardo a tale granitico atlantismo dell’Europa, così si esprime Franco Cardini nel saggio “Drole de guerre”: “D’altro canto, Putin può essere stato sorpreso anche dal grado di coesione tra americani ed europei, vale a dire dal livello di subordinazione ormai anche intima e magari compiaciuta, che l’Unione Europea nei suoi quadri politici, militari, mediatici e civili ha dimostrato nei confronti degli USA e della NATO. Forse, dalla prospettiva della lontana Mosca e nonostante il disgelo degli ultimi decenni, i risultati di tre quarti di secolo di americanizzazione a tutti i livelli – dall’America way of life al “Tu’ vuo’fa’ l’ammericano” – hanno alfine dato i loro frutti. “Ribellarsi: ecco la nobiltà dello schiavo”, diceva il vecchio Nietzsche. Gli europei, e soprattutto gli italiani, hanno dimostrato di essere degli schiavi ignobili”.

L’anti  – Putin costituisce quindi il cemento politico ed ideologico della ritrovata unità europea. Stiamo assistendo alla creazione di una unità simbiotica euroamericana. L’americanismo culturale ed economicista è del resto parte integrante del patrimonio genetico della UE (non certo dell’Europa). Qualunque potrà essere l’esito della guerra russo – ucraina, l’Europa ne uscirà devastata nella sua economia, nella sua struttura politica già subalterna agli USA, nella sua dignità etica e culturale.

Il vento della storia ha mutato la sua direzione. Al tramonto dell’unilateralismo americano e alla globalizzazione succederà un mondo multipolare ed una nuova geopolitica dominata dagli stati a livello continentale. Questa guerra rappresenta una svolta decisiva della storia che ha registrato la colpevole assenza dell’Europa.

Nell’Occidente si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà all’Ucraina e le marce della pace in chiave russofobica. Putin, secondo la narrazione occidentale, è un pazzo e un criminale di guerra, ma difficilmente riuscirà a superare il primato di Biden, che così si espresse nel 1999 riguardo alla guerra in Jugoslavia che comportò 2.500 vittime tra cui molti bambini e centinaia di feriti, oltre ai danni materiali incalcolabili: «Sono stato io a suggerire di bombardare Belgrado. Sono stato io a suggerire di inviare piloti statunitensi e far saltare tutti i ponti sul Danubio». 

L’Occidente vuole processare Putin per crimini di guerra ma le conseguenze devastanti sotto il profilo umanitario delle innumerevoli operazioni di peacekeeping in tutto il mondo, non comporterebbero invece la condanna di Biden, quale criminale della Pace?

Perché non abbiamo capito niente della guerra di Putin

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di Fulvio Scaglione

Fonte: fanpage

L’aggressore e l’aggredito. Il grosso contro il piccolo. Il cattivo contro il buono. Gli ingredienti c’erano tutti per trasformare le analisi sulla guerra in Ucraina in una specie di tifo. Però si sa come va con il tifo: tutti i falli fischiati contro la nostra squadra (in questo caso l’Ucraina) sono un’ingiustizia dell’arbitro, per noi c’erano almeno tre-quattro rigori, il recupero doveva essere più lungo… Il tifoso vede la partita del sentimento, non quella vera. Ed è forse per questo che, a parere personalissimo di chi scrive, della guerra di Vladimir Putin non abbiamo capito quasi niente.
Uno degli elementi che più hanno contribuito a questo risultato è stata la bizzarra convinzione (nata dal solito articolo del New York Times o del Washington Post, così concepito: fonti dell’intelligence dicono che…) che i russi cercassero una guerra-lampo e che il prolungamento delle ostilità equivalesse a una loro sconfitta.

Non c’è traccia nella storia militare russa di una guerra-lampo
Ecco allora tre elementi per confutare questa falsa convinzione. Il primo è che non c’è traccia nella storia militare russa di una guerra-lampo. I russi, semplicemente, non combattono così. Hanno sempre avuto una macchina militare pachidermica, lenta, massiccia ed efficace soprattutto alla distanza. Secondo elemento: i servizi segreti russi. In Occidente è cresciuta una visione assolutamente schizofrenica della loro efficacia. Un giorno li riteniamo onnipotenti (capaci persino, attraverso gli hacker, di far eleggere Donald Trump o minacciare le infrastrutture essenziali di Europa e Usa), il giorno dopo totalmente incapaci. A essere razionali, risulta difficile credere che possano aver garantito a Putin una guerra-lampo proprio in Ucraina dove, per ragioni storiche e geografiche, di sicuro hanno una rete di spie. In più, tutti sanno che dal 2015 l’Ucraina ha intrapreso una profonda riforma della Difesa e delle forze armate, che da anni viene rifornita di armi e denaro da molti Paesi, che aveva già prima di questa guerra un esercito di quasi 200 mila uomini e una milizia territoriale di circa 100 mila e che nel 2021 aveva speso il 4,1% del Pil per le forze armate. Chi poteva essere così stupido e temerario da sottoporre a Putin un pronostico di facile e immediata vittoria?
Chi è Anton Siluanov, il ministro di Putin che combatte la guerra contro le sanzioni (e il dollaro)
Fulvio Scaglione
Chi è Elvira Nabiullina, la cassiera di Putin che può salvare la Russia o farla fallire
Ma soprattutto basta guardare la cartina delle operazioni per capire che l’intento non era quello di un blitz o di una spedizione punitiva. Fin dal primo giorno, i russi hanno attaccato su un fronte vastissimo: lungo tutto il confine con l’Ucraina (lungo 1.560 chilometri), più un altro tratto a Nord dalla Bielorussia e un altro tratto a Sud dalla Crimea. Come si può pensare che un attacco così allargato fosse immaginato per una spedizione di pochi giorni, sostenuta tra l’altro da un contingente ridotto, visto che i russi hanno mobilitato “solo” 120-130 mila soldati?

Cosa cerca la Russia di Putin con la guerra in Ucraina
Ma se non cercava una guerra-lampo, che cosa cercava Putin con questa guerra? Che cosa voleva ottenere in Ucraina? La mia di nuovo personalissima convinzione è che a Putin non importi nulla di conquistare Kiev o di allargare l’operazione militare alla parte Ovest del Paese. Quello che gli interessa davvero è l’Est, dove c’è una popolazione in maggioranza russofona (che sia anche russofila, dopo le distruzioni della guerra, è da vedere) e dove si trovano tutte le maggiori risorse del Paese: miniere, centrali nucleari, industrie pesanti, porti, grandi snodi ferroviari. È lì che la Russia, con l’invasione, vuole insediarsi. Con un controllo diretto, cioè annettendo il territorio (ex) ucraino alla Federazione russa (e qui, attenzione alla proposta di Leonid Paschecnik, presidente della Repubblica di Lugansk, di tenere un referendum per l’annessione); oppure facendo nascere la cosiddetta Novorossija, uno Staterello vassallo della Russia che comprenderebbe il Donbass e la Crimea (in un modo o nell’altro sottratti all’Ucraina nel 2014) più i territori conquistati con l’invasione.
La Russia otterrebbe così nuova popolazione (pochi in Occidente lo sanno ma il calo demografico è una delle angosce di Mosca: un milione in meno di persone tra 2020 e 2021, la più drastica diminuzione in tempo di pace nella storia del Paese), nuovi e ricchi territori e, soprattutto, una continuità territoriale strategica dalla Bielorussia alla Moldavia. Obiettivo massimo di questa strategia: raggiungere il grande fiume Dnepr, che taglia in due l’Ucraina e in certi tratti è largo anche tre chilometri, e usarlo come un confine naturale rispetto all’Occidente. Così la Russia controllerebbe tutta la parte a Est del fiume e all’Ucraina propriamente detta resterebbe la parte Ovest. Molti, rispetto a questo piano, fanno il paragone con le due Coree. È giusto. Ma nella storia della Russia c’è già stato qualcosa di simile. Nel Seicento quando, dopo un accordo con le comunità cosacche dello Zaporozhe (dove ora sono arrivate le truppe russe che controllano la centrale atomica di Enerhodor), la Russia degli zar si trovò padrona a Est del Dnepr, mentre la Polonia lo era a Ovest. In qualche modo la storia si ripete.

Mons. Versiglia e don Caravario, martiri salesiani

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Segnalazione del Centro Studi Federici

“Siamo Missionari. Perché dovremmo aver paura di morire?”
 
Nei primi giorni del febbraio 1930 giunse al centro missionario salesiano di Shiuchow il giovanissimo missionario don Callisto Caravario (26 anni). Veniva dalla piccola comunità cristiana di Lin-chow, la più lontana dal centro della Missione. Doveva accompagnare il vescovo monsignor Versiglia (57 anni) a visitare le sue due scuolette e i suoi duecento cristiani, piccolo seme nella città di 40 mila abitanti, turbata e devastata dall’interminabile guerra civile.
Gli corsero incontro festosi diversi bambini che don Caravario aveva salvato dal caos e dalla miseria portandoli nell’Orfanotrofio e nell’Istituto Don Bosco di Shiu-chow.
23 febbraio. I bagagli per la partenza sono pronti: una ventina di colli con merce di ogni genere: abiti, paramenti sacri e materiale inviati dalla carità dei benefattori d’Italia, e il cibo occorrente per il viaggio di sette persone, che dovrà durare otto giorni (per superare una distanza di 90 chilometri!).
I confratelli salesiani hanno visto don Caravario darsi da fare attorno a tutto quel bagaglio e gli fanno allegre congratulazioni: «Quanta grazia di Dio!». E lui, con il solito sorriso buono: «Purché non vada tutto in bocca al lupo!». Poi, stringendosi nelle spalle: «Ad ogni modo, sia fatta la volontà del Signore!». Tutti sanno che questa ultima è l’espressione abituale di don Caravario «il santino». In quei giorni don Caravario ha scritto una lunga lettera a sua madre, a Torino, datandola «13 febbraio».
Partenza all’alba del 24 febbraio. Sveglia alle quattro, santa Messa, raduno dei partenti. Sono il vescovo Versiglia, don Caravario, due giovani maestri diplomati all’Istituto Don Bosco (Thong Chong Wai, pagano; M Pan Ching, cristiano), le loro due sorelle (Thong Su Lien Maria, 21 anni, maestra; M Yu Tee Paola, 16 anni, che lascia gli studi e torna in famiglia). C’è anche Tzen Tz Yung Clara (22 anni, si reca a Lin-chow come catechista). Michele Arduino, vescovo successore di monsignor Versiglia, depose: «I giovani e le giovani che venivano in collegio o tornavano in famiglia, erano sempre accompagnati dai Missionari. I genitori imponevano questa condizione ai Missionari, per lasciar partire le loro figlie. In questo caso i due giovani maestri, le loro sorelle e la catechista avevano atteso appositamente per fare il viaggio con il Vescovo e don Caravario ed esserne protetti da possibili aggressioni di pirati».
 
Sulla barca verso Nord
La comitiva, capeggiata dal vescovo Versiglia, si mosse in treno dalla stazione ferroviaria di Shiu-chow alle 8,30 del 24 febbraio. Alle 17 giunse a Lin-kong-how, sede di una Missione salesiana. Li attendeva il sacerdote don Cavada, che li accompagnò alla Missione dove pernottarono.
Il giorno dopo, 25 febbraio, monsignor Versiglia e don Caravario dissero la Messa. Poi tutti salirono sulla barca che doveva risalire verso Nord il fiume Lin-chow, e portarli alla Missione di Lin-chow dove li aspettava la piccola comunità cristiana di don Caravario. Erano le 7 del mattino. Se il viaggio in treno era durato otto ore e mezza, quello in barca (per superare una distanza quasi uguale) era previsto di sette giorni. Alla comitiva si erano aggiunti il ragazzo cristiano Luk Apiao Pietro, di 10 anni, che si recava alla scuola di don Caravario per iniziare gli studi, e un’anziana catechista che doveva affiancare il lavoro della giovane Clara. I barcaioli erano quattro: l’anziana padrona della barca, suo figlio ventenne, due robusti lavoratori (che stando a riva avrebbero trascinato la barca controcorrente nei punti più difficili).
La barca cinese è come una piccola casa: la prua è scoperta, ma la poppa è avvolta da una specie di baracca che la trasforma nella casa di chi viaggia. Sulla prua venne posto un drappo bianco con la scritta Tin Tchu Tong (Missione Cattolica). Doveva essere una specie di salvacondotto: tutti sapevano che i missionari non erano ricchi e lavoravano per la povera gente. Ma poteva essere anche un’esca che attira i malvagi…
 
25 febbraio: agguato sul fiume
Mezzogiorno. Sulla barca si prega. D’un tratto si sente un grido imperioso: «Fermate la barca!». Quella decina di uomini è vicina. Puntano fucili e pistole. Gridano: «Chi portate?». Il barcaiolo risponde: «II Vescovo e un padre della Missione». Gridano: «Non potete portare nessuno senza la nostra protezione. I Missionari devono pagarci 500 dollari in carta europea, o vi fucileremo tutti!». Le donne, udito il dialogo, capiscono subito di che si tratta. Presa la corona del Rosario, pongono la faccia sulle ginocchia, si coprono il capo con le mani e pregano.
Il Vescovo dice a don Caravario: «Di’ loro che siamo missionari, e perciò non abbiamo con noi tanto denaro».
Sentita la risposta, alcuni pirati saltano sulla barca e la esplorano. Il bambino Apiao si dichiara lestamente figlio del barcaiolo. La vecchia catechista non è degnata di uno sguardo. Ma quando i banditi scorgono le ragazze, gridano: «Portiamo via le loro mogli!». Don Caravario spiega: «Non sono nostre mogli, ma nostre alunne che accompagniamo a casa». Con bei modi (com’è d’obbligo!) i Missionari trattengono i banditi fuori della baracca. Con i loro corpi chiudono l’entrata. I pirati allora gridano: «Diamo fuoco alla barca!». Pochi metri più in là è ferma una barca carica di legna. Trasportano fascine sulla prua e appiccano il fuoco. Ma la legna è grossa e verde, stenta ad accendersi, e il Vescovo riesce a soffocare le prime fiamme. Furiosi, i pirati tirano fuori dalle fascine i rami più grossi e iniziano una terribile bastonatura sui corpi dei Missionari. Dopo molti minuti, sanguinante e sfinito, il Vescovo cade. Don Caravario resiste ancora qualche minuto, poi cade anche lui mormorando: «Gesù, Giuseppe e Maria…».
A terra, i pirati legarono i due Missionari dopo averli frugati e depredati di ogni cosa. Sul triangolo erboso della congiunzione dei due fiumi, furono gettati i Missionari e le donne, tutti in preda al dolore e allo smarrimento. «Noi dobbiamo ammazzarvi – gridò uno verso i Missionari –. Non avete paura di morire?». Il Vescovo rispose: «Siamo Missionari. Perché dovremmo aver paura di morire?».
 
Cinque colpi di fucile
I pirati ordinarono a quelli della barca di tornare a Lin-kong-how. Su di essa erano rimasti, con i barcaioli, il piccolo Apiao, l’anziana catechista, i fratelli di Maria e Paola. Quello stesso pomeriggio del 25 febbraio, alle 17, giunsero alla missione di don Cavada e diedero la triste notizia. Più rapidamente possibile furono avvertite le autorità, che fecero appello a reparti dell’esercito regolare stanziati non molto lontano.
Intanto sul fiume si consumava la tragedia. Maria testimoniò: «Distavamo dai missionari non più di tre metri. Vidi che don Caravario, chinato il capo, parlava sottovoce al Vescovo». Si stavano confessando a vicenda. La catechista Clara testimoniò a sua volta: «II Vescovo e don Caravario ci guardavano, c’indicavano con gli occhi il cielo e pregavano. L’aspetto loro era gentile e sorridente, e pregavano ad alta voce».
A un ordine dei pirati, i Missionari s’incamminarono per la stradetta che segue il corso del Shiu-pin. Li guardavano alcuni curiosi dei vicini casolari. Uno di loro sentì il Vescovo dire ai briganti: «Io sono vecchio, ammazzatemi pure. Ma lui è giovane. Risparmiatelo!».
Le donne, mentre erano spinte verso una piccola pagoda bianca, sentirono cinque fucilate. Maria testimonia: «Circa dieci minuti dopo gli esecutori tornarono e dissero ai compagni di aver loro sparato cinque colpi di fucile». «Sono cose inspiegabili – dissero –. Ne abbiamo visti tanti… Tutti temono la morte. Questi due invece sono morti contenti, e queste ragazze non desiderano altro che morire…». Era il primo pomeriggio del 25 febbraio.
 
I Martiri
Frattanto don Cavada e don Lareno (segretario del vescovo Versiglia), accompagnati dal capo della polizia di Shiu-pin, avevano ritrovato i resti dei martiri. Entrambi avevano la testa sfracellata.
La sera di domenica 2 marzo, le tre ragazze liberate dalla prigionia s’inginocchiarono a pregare davanti alle spoglie mortali dei due Missionari che avevano dato la vita per difenderle.
Monsignor Luigi Versiglia, nato a Oliva Gessi (Pavia), era entrato da ragazzino nell’Oratorio di don Bosco, nel lontano 1873. Affascinato da una spedizione di Missionari a cui assistette nella Basilica di Maria Ausiliatrice, aveva deciso di essere missionario anche lui. Nel 1906 aveva guidato la prima spedizione missionaria salesiana in Cina.
Don Callisto Caravario, nato a Cuorgnè, si era trasferito a Torino che aveva solo quattro anni. Il papà, il fratello, la sorella, e specialmente la sua dolcissima mamma Rosa, gli avevano permesso di partire appena ventunenne per le Missioni della Cina.
La lettera che don Callisto aveva scritto alla mamma il 13 febbraio (dodici giorni prima di essere ucciso), mamma Rosa la ricevette dopo che i Salesiani, con la massima delicatezza possibile, le avevano comunicato il martirio di suo figlio. Quella lettera, che conserviamo con venerazione, ha le parole leggermente confuse dalle lacrime di mamma Rosa. Don Callisto le diceva: «Fatti coraggio, mia buona mamma! Passerà la vita e finiranno i dolori: in paradiso saremo felici. Nulla ti turbi, mia buona mamma; se porti la tua croce in compagnia di Gesù, sarà molto più leggera e piacevole…».
 
 
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