“Nessuno ci obbligherà a tornare indietro al concetto di “la biologia è destino”, che cerca di confinare e ridurre le donne alle loro caratteristiche fisiche. La definizione di genere è già entrata nell’attuale discorso pubblico”, come “differenziata dalla parola sesso”, […] ”l’inclusione della prospettiva di genere in tutti gli aspetti delle attività dell’Onu è un impegno fondamentale approvato già
nelle precedenti conferenze e pertanto deve essere rafforzato nella quarta conferenza internazionale sulle donne”. Così gli organizzatori della Conferenza di Pechino sulla donna del 1995: un momento cruciale dell’imposizione del “gender” in Occidente, ma, come si vede, lungamente preparato da “precedenti conferenze” tutte sotto l’egida dell’Onu.
Il rifiuto del “sesso come destino” nasce come una istanza di certo femminismo estremo statunitense, come programma “di liberazione” della donna. Uno dei meriti del saggio di Elisabetta Frezza Malascuola, è mostrare come il programma “libertario” venga fin dall’inizio concepito come coercitivo. A cominciare da Simone De Beauvoir,la compagna di Sartre, capostipite dell’ideologia femminista:
“A nessuna donna dovrebbe essere consentito di stare a casa a badare ai figli […] per il semplice fatto che se esistesse una tale opzione sarebbero in troppe a sceglierlo”.
Così cominciamo a capire come mai nella Italia povera dei nostri nonni, le madri avevano il lusso di stare a casa, mentre oggi nel ricco Occidente devono lavorare fuori: non è stata la crisi economica, ma un programma attuato deliberatamente. Perché, come scrive l’esponente femminista Nanchy Chadorow, “in una famiglia in cui il padre lavora e la donna sta a casa, il bambino viene condizionato a credere che i due sessi siano diversi”.
Continua a leggere