La Flop Ten del 2019

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Non occorre scomodare i politici per trovare il peggio del 2019. I nuovi politici hanno distrutto tutto. Anche i proverbi. Persino “tutte le strade portano a Roma” ormai è soltanto un vecchio ricordo: se non precipiti in un viadotto, caschi in una buca della Capitale, se non cadiamo in una voragine ormai una voragine si è aperta in noi che “vediamo” la politica straparlare di ogni argomento tranne che di politica. Ormai l’abbiamo capito: in politica non ci sono traditori, ci sono solo perdenti.

Ed è così che la democrazia è più esibita che esercitata e la libertà più social che sociale. E allora ecco la Flop Ten del 2019

1. Greta Thumberg: forse non è un caso che al cinema e in libreria sia tornato Pinocchio. Greta Thumberg si aggiudica il primo posto come miglior burattino di questo anno. Vittima di un sistema di marketing comunicativo che è una associazione a delinquere di stampo immaginario. Anche un “non udente” capirebbe che i suoi discorsi sono come minimo scritti dal padre, il suo coach mentale o da un software troppo sofisticato. Greta parla parla parla, fa scendere in piazza milioni di ragazzi per protestare al venerdì, ormai gli unici ponti sicuri sono quelli delle vacanze, per poi tornare al lunedì in classe a scrivere con la penna biro di plastica, l’astuccio di plastica, lo zaino di plastica, lo smartphone di plastica. Greta invita tutti a scrivere a gesti, ad indossare un saio e a comunicare attraverso segnali di fumo. Solo allora sarà davvero il tuo “Time”.

2. Roberto Saviano. Il “Giovane Holding”, ex scrittore di successo, ex editorialista di successo, ex sceneggiatore televisivo di successo, trova spazio ormai soltanto sui social (attraverso video con i sottotitoli) o da Fabio Fazio con i suoi discorsi da Solone talmente inutili che Saviano è forse l’unico personaggio tivù a non avere avuto neanche una imitazione perché la miglior imitazione di Saviano è lui stesso.

La scorta ormai gli serve solo per fare la ruota (da pavone). Non togliamo la scorta a Saviano, ma liberiamo la scorta da Saviano. A questo punto potrebbe assumere, per i pericoli che corre (al massimo di non essere riconosciuto), anche dei figuranti o lui, sempre dalla parte dei precari, che assuma i Centurioni che fanno le foto al Colosseo. Almeno li paga e fa qualcosa di utile e magari ritrova il suo impero. Il rischio è che Saviano finisca a fare discorsi dalla finestra o nel suo attico a New York con applausi registrati di un pubblico che non c’è: così dopo aver gravato per anni e anni su noi contribuenti che paghiamo la scorta ci toccherà pagargli anche il Sistema Sanitario.

3. Chiara Ferragni. Dopo i nostri articoli di denuncia sullo sfruttamento pubblicitario del figlio Leo, è intervenuta l’Associazione Italiana Consumatori che ha denunciato la influencer. Detto, fatto. Il profilo del piccolo Leo, 2,5 milioni di follower è scomparso da Instagram e quando appare con i genitori finalmente qualche volta il viso, come vuole la legge, è pecettato.

Di destra o di sinistra, odiatori o haters, abbiamo almeno il merito di aver salvato un bambino dal pericolo di diventare uno squilibrato.

4. Michela Murgia. Ha iniziato l’anno con il suo libello Fascistometro una serie di idiozie talmente grandi che non ci entrava neanche lei. Dopo apparizioni in tivù e radio, cercando sempre lo scoop, adesso è in tour teatrale. È stato pubblicizzato su ogni giornale – nel senso di pubblicità a pagamento – ma nessuno ne ha scritto, nessuno ha fatto una foto. Non si sa nulla del suo tour teatrale. La speranza è che l’abbiano assunta per ciò che sa fare meglio: la maschera.

5. Gad Lerner. Dalle sprangate di Lotta Continua all’autolicenziamento da “la Repubblica” perché “pagato troppo poco”, da “Milano, Italia” è passato a “Lerner, Italia”. Se gli domandi dove abita risponde “Lei è un antisemita”, lo stesso se gli chiedi l’età, la squadra per cui tifa o qualsiasi argomento. Chi tocca Lerner muore di antisemitismo. Allora, caro Lerner, al posto di parlare giustamente di antisemitismo da 30 anni perché non si fa promotore di una raccolta firme per una legge che aumenti le pene per chi insulta gli ebrei? La risposta è semplice: non lo fa perché non avrebbe più nulla da dire. Quindi lei sull’antisemitismo ci campa e mi sembra che il suo campare non sia solo da “Ultima Spiaggia”

6. Zoro. Non è un caso che gli manchi una R perché tra l’interventista dei Parioli e Zorro la differenza non è poca. È il nuovo Fausto Bertinotti, ma meno simpatico e signore, che all’eleganza del cashmere è passato alle t-shirt personalizzate. Sempre con quell’altezzosità da tribuno del popolo è rinforzato da Marco Damilano, neo(n) Pancho Villa capace di passare da “Azione Cattolica” a “L’Espresso”.

Diego Bianchi “Zoro” ha sempre quell’aria di uno che si è appena svegliato (ad oggi non è scientificamente dimostrato se lo sia) e in coppia con Damilano, che si veste e parla come i Testimoni di Geova che quando eravamo piccoli ci suonavano al citofono, risulta il più spocchioso dei giornalisti. La fine del mondo non lo so, ma la sua è abbastanza facile da intuire. Diventare una macchietta alla fine stanca anche il più radical flop dei suoi telespettatori che hanno come minimo l’abbonamento alle figurine Panini e in casa ancora il Subbuteo a 50 anni.

Quando non lo vedranno neppure i parenti speriamo che si rifugi in casa, lo immaginiamo con la testa tra le mani sbattere la testa contro la scrivania di casa in ciliegio e ottone. La speranza è che comprenda che è Bianchi nel cognome come Bianchi nella vita e vada a vivere in qualche paese della Barbagia a fare il pastore o a girare l’Italia in ape-car per vendere le sue diapositive di porta in porta.

7. Ilaria Cucchi. Avrà anche ragione: sarà anche un delitto di Stato, ma quest’anno tra lei e suo marito in un anno l’ho vista più di mia sorella. Per pubblicizzare il suo libro sul “caso Cucchi” non ha mancato una trasmissione televisiva.

Una domenica l’ho vista dall’Annunziata (che meriterebbe la classifica dei “Flop Ten” ma il cognome la inserisce di diritto), poi a “Domenica In” e la sera nell’”Arena” insabbiata di giustizialismo di Giletti. E per fortuna, in questo caso, la domenica non ascolto la radio.

8. Liliana Segre. Ha tutte le ragioni del mondo ma la stanno trasformando in una circense. Non c’è trasmissione che non l’abbia invitata almeno 20 volte, non c’è città o paesino o borgo che non le abbia dato la cittadinanza onoraria, non c’è politico che non abbia una foto con lei.

Al posto di perdere tempo ad andare da Mara Venier con zoom fisso sugli occhi per aspettare una lacrima (della Venier), a girare di tv in tv, di borgo in borgo, di piazza in piazza, di giornale in giornale, non potrebbe andare nelle scuole tedesche a ricordare ai bambini, alle banche, alle grandi industrie, alla Merkek che forse non è il caso di sentirsi i padroni del mondo? Con la finanza stanno facendo più morti che qualsiasi olocausto.

9. Fabio Fazio. Lo so, lo so, lo so. È un caso clinico, eppure, in attesa di vederlo il prossimo anno su rai4 e rai5 e di farsi creare apposta Rai6 solo una domanda che da anni mi tormenta. Non la sua faziosità, ormai anche il mio cane si addormenta, ma un solo interrogativo mi assilla: perché noi, che ci trattengono il canone Rai direttamente dalla bolletta della luce, dobbiamo continuare a pagare Filippa Lagerback che da un ventennio dice solo quattro parole” “Oggi è qui con noi…” e poi il nome dell’ospite. Caro Fazio, non può far fare l’introduzione a qualche tecnico così risparmiamo?

E poi, caro Fazio, ma le decine di interviste che ha fatto sulle quote rosa, le decine di monologhi della Littizzetto sul ruolo marginale delle donne che fine fanno? Parlava più il pappagallo di “Portobello”. Eppure Filippa Lagerback (cognomen omen) ha dichiarato a “Tv Sorrisi e Canzoni” che “Il mio ruolo è piccolo, lo so, ma sono stata io la prima ad accettarlo e sono libera di avere il mio stile, i miei abiti dicono molto, si parla persino in silenzio”. Tutto chiaro? In sintesi, la paghiamo per indossare vestiti e accessori degli stilisti.

10. Noi. Noi siamo il peggio. Siamo i peggiori. Noi che crediamo ancora in una idea e non in una ideologia. Per noi che “stare vent’anni dalla parte del torto” non è uno slogan ma un modo di vivere, noi che veniamo sempre attaccati perché siamo cattivi.

Chi ce lo fa fare svegliarci tutte le mattine e denunciare quello che non funziona? Non abbiamo sempre ragione, spesso possiamo avere torto, spesso gridiamo, ma non c’è più violenza nelle parole silenziate delicate e sinistrate di chi è convinto di vivere in un nuovo fascismo? Certo, è vero. Ma non è razzismo. È il fascismo del consumismo. Perché siamo tutti uguali. Che siamo bianchi, neri, gialli, rossi, verdi o verdoni alla fine ognuno ha il suo telefonino ultimo modello, parabole sui tetti e televisori sempre più grandi così che al sangue nelle vene hanno sostituito il plasma alle pareti.

Da https://www.nicolaporro.it/la-flop-ten-del-2019/

Un decennio che non lascia eredità

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Cosa resta del decennio che si è appena chiuso? Vola un decennio ma non lascia eredità; solo scorie, rottami e frattaglie. Ripercorriamolo velocemente.

In principio fu Silvio Berlusconi al governo. C’era ancora Fini, c’era Bossi, c’era Casini, c’era Tremonti. Poi, come nel giallo di Agatha Christie, non ne rimase più nessuno… Ma in quel tempo i problemi dell’Italia e del mondo venivano dopo – per i media, la magistratura e l’opposizione di sinistra – rispetto alla vita sessuale di Berlusconi. Era quello l’argomento, universalmente noto come Bunga bunga, su cui si concentrava il dibattito pubblico. Berlusconi col suo baldanzoso ottimismo autoreferenziale vantava che l’Italia con lui stesse alla grande, nonostante la crisi internazionale. I suoi nemici, gli stessi di sopra, descrivevano invece il governo di Berlusconi come una porno-dittatura corrotta che stava stravolgendo l’Italia. In realtà, Berlusconi non distrusse né rilanciò l’Italia, la sua impronta fu labile e assai leggera, più mediatica che effettiva; non ci fu né la rivoluzione liberale né la tirannide populista. Neanche la magistratura fu scalfita. Fino a che a colpi di indagini, pressing internazionali, spread e tradimenti, riuscirono a buttar giù Berlusconi con un mezzo golpe. In quel tempo passava per statista Gianfranco Fini, da quando si era messo contro il Cavaliere. La sua parabola finì presto e nel peggiore dei modi possibili, perfino peggio di quanto si potesse prevedere considerata la sua inconsistenza. Finì male pure la parabola di Bossi, e non solo per ragioni di salute o motivi di famiglia…

Finì il centro-destra, mentre il Paese si consegnava al governo dei tecnici, sotto la sorveglianza dell’Europa. E nacque il tempo del tecnomontismo. I tecnici, di buon nome e di gran curricula, chiamati per riparare i danni, lasciarono un’impronta nefasta sul paese, perché non furono abbastanza radicali e impolitici da effettuare tagli e riforme anche impopolari ma necessarie al paese. In compenso furono abbastanza funesti e feroci nello stremare il paese, tassarlo, metterlo in ginocchio e diffondere un’atmosfera di catastrofe e depressione nazionale. Ne uscimmo malconci col breve governo Letta di eurosinistra, che fu una pallida transizione tra i tecnici e il ritorno della politica, naturalmente da sinistra.

Cominciò allora, senza passare dalle urne, la veloce parabola di Renzi che non durò neanche un triennio ma in quel tempo sembrò inaugurare un’era, perlomeno un ciclo, vista anche la sua giovane età, la sua energia e il crescente consenso. Renzi non aveva in quel tempo rivali, né a destra né a manca; e infatti il peggior rivale di Renzi fu Renzi stesso che distrusse il suo alter ego per troppo ego: la sua prepotenza accentratrice, il suo voler strafare, stravincere, stracomandare. Ci fu un momento in cui avrebbe potuto compiere una svolta decisiva: quando annunciò il partito della nazione, lasciando a sinistra i vecchi dinosauri comunisti e la sinistra radicale e spostandosi al centro con un partito trasversale. Ma non ebbe il coraggio di andare fino in fondo. Stressò il paese in una guerra di rottamazione globale, uno contro il Resto del mondo, fino a che il mondo lo fece a pezzi. Lui annunciò di ritirarsi dalla politica, senza mai farlo. Provato così in un quinquennio tutto l’arco delle possibilità – berlusconismo, finto futurismo finiano, sinistra bersaniana, tecnici e sinistra napoleonica renziana – la politica lasciò il passò al dilettantismo assoluto e dannoso dell’antipolitica, interpretato da un comico, una piattaforma, una lobby e una banda di sciamannati o scappati di casa.

Così avvenne il prodigio del Movimento 5 Stelle diventato primo “partito”, soprattutto al sud. Un fenomeno senza precedenti ma non senza conseguenze. Letali. La prima sorpresa fu, un anno e mezzo fa, l’alleanza populista e antieuropeista tra i grillini e i leghisti di Salvini. Un esperimento ardito, preoccupante non solo per l’Unione europea ma che destava curiosità e comunque segnava la sconfitta del tardo bipolarismo ma anche un superamento dei berlusconismi destrorsi e sinistrorsi, come quello renziano. L’esperimento populista-sovranista fu tenuto in vita artificialmente per un anno, facendo crescere a dismisura la popolarità di Salvini. Poi esplose, incautamente, per una valutazione sbagliata di Salvini e una mossa a sorpresa di Renzi. Fino a che si giunse al più raccapricciante mostro dei governi italiani repubblicani, quello grillo-sinistro. Che accompagna la fine del decennio. Il peggiore che si potesse avere, perché la faziosità intollerante della cupola di sinistra, col suo antifascismo di risulta e di riporto, si è unita alla dannosa ignoranza dei grillini, incapaci di tutto, e nel modo peggiore. Degna sintesi di quell’unione fu lo stesso premier assunto come figurante nel precedente governo, venuto dal nulla e nullivendolo egli stesso, che con ripugnante trasformismo passò da guidare l’alleanza con Salvini a guidare l’alleanza antisalviniana, con la sinistra di cui ora si professa simpatizzante. I risultati sono sotto gli occhi (piangenti) di tutti. Il decennio, nato sotto la stella (rossa) di Giorgio Napolitano è finito sotto la parrucca bianca di Sergio Mattarella.

Nel decennio le abbiamo provate tutte, eccetto il sovranismo. È una grande incognita ma è l’unica via che non abbia ancora avuto esiti fallimentari; eppure per l’Establishment è la sciagura suprema, decretata a priori, da evitare a ogni costo. Ora che il decennio si conclude, il Paese è sospeso nel vuoto, è appeso al Nulla. Aspetta e spera, e un po’ dispera. Buon anno, anzi buon nuovo decennio, Italia nostra, riprenditi dal brutto decennio e dal suo orrendo finale.

Bella ciao, e non farti più vedere. Via col Venti.

Da http://www.marcelloveneziani.com/articoli/un-decennio-che-non-lascia-eredita/

Crollo delle Unioni civili

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Le Unioni civili sono state un fallimento. Infatti la media a semestre di unioni civili tra il 2016 e il 2017 è di 2.238 unioni civili. Nel 2018 la media scende quasi della metà: 1.185. Così come avviene per gli altri Paesi, ad un iniziale entusiasmo per le Unioni civili a cui concorre anche l’effetto accumulo – tutti coloro che per anni hanno atteso di unirsi civilmente scelgono di farlo contemporaneamente – segue poi nell’immediato una perdita di interesse. Insomma le Unioni civili non le vogliono nemmeno i gay e servono solo culturalmente per sdoganare il concetto di “famiglia arcobaleno”.

Altro dato interessante è l’età di chi si unisce civilmente: assai elevata. 49anni per lui, 45 per lei. Ciò a dimostrazione che le Unioni civili vengono soprattutto intese come strumento per garantirsi alcuni benefici patrimoniali e fiscali, non tanto come suggello di “ämore” eterno.

https://www.provitaefamiglia.it/blog/unioni-civili-dimezzate-dopo-due-anni-erano-cosi-urgenti

Da https://www.lanuovabq.it/it/crollo-delle-unioni-civili

Italia, un paese ostaggio della politica di palazzo

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Il 2020 non comincia sotto i migliori auspici con una minoranza che controlla tutto e farà ogni cosa pur di non andare al voto

Per capire come sarà il 2020 della politica e dell’Italia basta vedere cosa sta succedendo oggi, 31 dicembre.

C’è un ex ministro del M5S che si dimette e lascia il suo partito: “Il Movimento 5 Stelle mi ha deluso molto”.

C’è uno dei leader dei partiti di Governo, Matteo Renzi, che chiede la fine delle due principali conquiste del governo gialloverde: Quota 100 e Reddito di Cittadinanza.

C’è il “capo politico” del partito di maggioranza relativa al Governo ed in Parlamento che perde pezzi, uno dopo l’altro e non controlla più nulla.

C’è un Premier che smentisce se stesso e, da autentico Re del trasformismo, annuncia che la sua carriera politica continuerà, magari (aggiungiamo noi) con il Pd che gli ha già aperto braccia e porte. E con buona pace dei grillini che lo hanno trasformato da avvocato qualsiasi a Presidente del Consiglio.

A mettere insieme tutto questo (e, ricordiamo, stiamo raccontando solo le ultime 48 ore) verrebbe da dire che il Governo è alla fine per le troppe divisioni interne e che presto si tornerà al voto. Ma siamo in Italia, dove, su tutto, conta il “Palazzo”, con le sue regole.

Una di queste prevede che al voto anticipato si vada solo se conviene alla maggioranza dei presenti. E non è questo il caso. Metà degli attuali parlamentari sa già che in caso di urne perderebbero il loro prezioso seggio quindi si resta saldi al posto, costi quel che costi.

Ci sono poi le ragioni di partito: Renzi e la sua Italia Viva oggi hanno un peso rilevante a Palazzo Chigi e puntano per questo a conquistare diverse poltrone nelle centinaia di nomine in programma nel 2020. In caso di urne invece con il 5% (dei sondaggi) sarebbero confinati ai margini dell’opposizione nell’inutilità più assoluta. Peggio andrebbe per il M5S o quel che ormai ne resta, che da forza di maggioranza relativa rischierebbe di sparire, per sempre. Il Pd invece non subirebbe grossi scossoni ma sa già che il paese è a maggioranza di centrodestra. Quindi vale tutto pur di non vedere Matteo Salvini a Palazzo Chigi.

A questo aggiungiamo che il Quirinale ha fatto sapere che il voto anticipato oggi sarebbe “inopportuno”.

Il quadro è completo. Il paese è prigioniero di giochi di palazzo, legittimi, ma pur sempre di palazzo. Un paese gestito dalla minoranza. Un paese guidato da un Governo che non ha un progetto univoco, un’idea di paese, che non è d’accordo su nulla (autostrade, Ilva, Alitalia, prescrizione, Reddito di Cittadinanza, tasse). L’unico collante è la poltrona e la certezza della sconfitta elettorale.

Difficile che si torni al voto presto. Servirebbe un miracolo in Emilia…

Da https://www.panorama.it/news/politica/italia-un-paese-ostaggio-della-politica-palazzo/

“Benedetta scuola” di Maria Chiara Nordio: analisi critica sulla povertà educativa della scuola di oggi

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“BENEDETTA SCUOLA: Pedagogie, libri, disciplina, genitori, docenti, bambini, regole e inclusione scolastica. La mia scuola”, è il nuovo libro della dottoressa Maria Chiara Nordio (Treviso, 1972), un’insegnante di scuola primaria molto critica nei confronti degli approcci educativi diffusi nella seconda metà del ‘900.

Il libro riporta, attraverso uno stile scorrevole, un’analisi critica sulla povertà educativa dell’offerta formativa pubblica italiana, principalmente della scuola primaria, esposta tramite un’intervista giornalistica simulata in cui l’autrice propone, al termine, le sue indicazioni per contrastare il fallimento dell’istruzione italiana degli ultimi 60 anni.

La Nordio ricorda gli approcci responsabili di aver sovvertito la centralità della Regola, operando l’eversione dell’antropologia cristiana verso quella nichilista e bambino-centrica del nuovo umanesimo.

Negli 11 capitoli, ciascuno dedicato ad un elemento che compartecipa alla scuola, la dot.ssa Nordio compie una analisi specifica su pedagogie, libri, disciplina, genitori, docenti, bambini, regole e inclusione scolastica.

Al termine di BENEDETTA SCUOLA, la Nordio affronta il tema dell’inclusione scolastica degli alunni con disabilità psichica, su cui è particolarmente specializzata, dato che uno dei suoi figli, Luca di 12 anni, è affetto da autismo.
Con coraggio la dottoressa Nordio denuncia il fallimento dell’attuale inclusione scolastica, come spiegato anche in questo video su youtube (https://youtu.be/J8qnkPBT9w8), e ne propone la soluzione attraverso il metodo inclusivo che ha elaborato per suo figlio nella scuola che frequenta.

La pedagogia formulata dalla dottoressa Maria Chiara Nordio, che riguarda tutti i bambini, ripristina la conoscenza incardinata sul cristianesimo, le tradizioni e l’identità della nazione; rifiuta la mera “competenza”, ripristina il rapporto fra docente e discente ed abbandona l’idea dell’alunno auto educante, ed auto valutante.

Lo studio proposto in questo libro ripropone una prospettiva di formazione dell’alunno, anziché di addestramento del piccolo uomo, secondo la via dell’Opzione Benedetto lanciata da Rod Dreher e Gianfranco Amato.

La dottoressa Maria Chiara Nordio ha elaborato le didattiche e guide che attualmente sono impiegate da alcune mamme, coi loro figli, nel territorio italiano e che verranno impiegate nella nascente Scuola di San Benedetto di Maria Chiara Nordio.

Da http://www.lafedequotidiana.it/benedetta-scuola-di-maria-chiara-nordio-analisi-critica-sulla-poverta-educativa-della-scuola-doggi/

Conti correnti pignorati: il governo dichiara guerra ai poveri

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Conti correnti pignorati: il governo dichiara guerra ai poveri

La dichiarazione di guerra ai contribuenti italiani è ufficiale. Giuseppe Conte l’ha confermata in occasione del suo incontro milanese con il sindaco Sala. Una serie di distinguo e poi l’ammissione. I conti correnti pignorati sono previsti nella nuova norma. “Sarà equiparato nella riscossione il sistema locale a quello nazionale”, ha confermato il premier. Si tratterà, dunque, di una stretta importante riguardo a tributi locali come Imu e Tasi. I sindaci italiani avranno, dunque, un’arma micidiale nel sistema di riscossione locale.

Addio Fisco amico, contribuenti sotto torchio

Ma come funziona il meccanismo dei conti correnti pignorati? Ecco spiegato in pochi passaggi.Attraverso l’articolo 96 della manovra finanziaria ci saranno nuovi strumenti in mano agli amministratori locali. I sindaci potranno, così, accelerare gli iter finalizzati alla riscossione di tasse e tributi non pagati. D’ora in poi, i Comuni potranno infatti, pignorare stipendi, conti correnti, fatture, immobili (ovviamente con l’esclusione della prima casa) e si potrà anche arrestare l’auto.
L’effetto concreto che la novità dovrebbe portare è che i sindaci o altre figure simili potranno ottenere l’esecuzione forzata con un solo atto, risparmiando, perciò, l’ingiunzione dopo l’accertamento. Al pari di quanto avviene per l’Agenzia delle Entrate-Riscossione sarà sufficiente, dunque, un atto unico di accertamento.

Conti correnti pignorati, la spiegazione sul Sole 24 Ore

Costantino Ferrara, presidente Associazione magistrati tributari della Provincia di Frosinone, lo ha scritto sul Sole 24 ore. “Negli anni passati la parola d’ordine per sistemare la casse dello Stato era «rottamazione». Ora, invece, il trend sembra pericolosamente derivare verso ipotesi di «prelievo forzoso» o «pignoramento del 730». E per essere ancora più chiara, il magistrato dipinge un quadro allarmante. «Queste misure sembrano pensate per affrontare un’ennesima guerra dei poveri, rivolgendo attenzioni ai piccoli contribuenti e lasciando inalterati i meccanismi delle big company che movimentano volumi del tutto differenti (anche sotto il profilo dell’evasione stimata). Al di là della reale portata delle stesse, va considerato poi l’effetto “terrorismo” sui cittadini, che paralizza l’economia ed incentiva, semmai, a comportamenti di segno contrario rispetto a quelli attesi».

Conti correnti pignorati, la spiegazione sul Sole 24 Ore

Costantino Ferrara, presidente Associazione magistrati tributari della Provincia di Frosinone, lo ha scritto sul Sole 24 ore. “Negli anni passati la parola d’ordine per sistemare la casse dello Stato era «rottamazione». Ora, invece, il trend sembra pericolosamente derivare verso ipotesi di «prelievo forzoso» o «pignoramento del 730». E per essere ancora più chiara, il magistrato dipinge un quadro allarmante. «Queste misure sembrano pensate per affrontare un’ennesima guerra dei poveri, rivolgendo attenzioni ai piccoli contribuenti e lasciando inalterati i meccanismi delle big company che movimentano volumi del tutto differenti (anche sotto il profilo dell’evasione stimata). Al di là della reale portata delle stesse, va considerato poi l’effetto “terrorismo” sui cittadini, che paralizza l’economia ed incentiva, semmai, a comportamenti di segno contrario rispetto a quelli attesi».

 

Caso Gregoretti, Bongiorno: “Conte e Di Maio sapevano. Abbiamo le prove”

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“Non vedo l’ora di andar in tribunale, per rispondere del reato di difesa dei confini del mio Paese”. Intervistato dal Gr1, Matteo Salvini rilancia la sua sfida politica sul caso Gregoretti. La vicenda arriverà a uno snodo il 20 gennaio, quando la giunta del Senato si riunirà per decidere se autorizzare il procedimento contro il capo della Lega, indagato per sequestro di persona e abuso di poteri. La partita si gioca tutta sul fatto che l’allora ministro dell’Interno avesse condiviso o meno con il governo la scelta di bloccare lo sbarco dei migranti. Ed è una partita tanto “tecnica”, quanto politica. Giuseppe Conte e Luigi Di Maio negano la circostanza, ma – anticipa in una intervista di oggi Giulia Bongiorno – bluffano e il loro gioco sarà scoperto.
Bongiorno: “Scelta condivisa, ci sono i documenti”
L’ex ministro della Pubblica amministrazione, nonché difensore di Salvini nel caso, spiega infatti a La Verità che “la decisione è stata presa nell’interesse pubblico ed era stata condivisa“. Non importa che poi non sia approdata anche in Consiglio dei ministri, come sottolineano di continuo Conte e Di Maio, perché “non serve un atto formale”. “Ciò che conta – chiarisce la senatrice leghista – è la condivisione effettiva di quella scelta e la compartecipazione attiva per trovare una soluzione al problema della redistribuzione dei migranti”. “Ci sono documenti – aggiunge Bongiorno – che ricostruiscono quei giorni e le varie comunicazioni che intercorsero”.

“Il caso Gregoretti è gemello della vicenda Diciotti”

L’avvocato Bongiorno non anticipa di cosa si tratti, per rispetto – sottolinea – al lavoro della giunta alla quale per prima saranno presentati. Una cosa però la dice: quelle carte “attestano” che il caso Gregoretti è “gemello” del caso Diciotti. “E Conte, da giurista, sa bene che in entrambi i casi si perseguiva l’interesse pubblico”.

Di Maio, dunque, “sbaglia” quando dice che le vicende sono diverse. “È evidente – commenta Bongiorno – che si cercano appigli per giustificare il repentino cambiamento di posizione. Dunque, la questione è tutta politica e Bongiorno si dice fiduciosa che “tra le chiacchiere e i documenti prevarranno i documenti”.

Di Maio, dunque, “sbaglia” quando dice che le vicende sono diverse. “È evidente – commenta Bongiorno – che si cercano appigli per giustificare il repentino cambiamento di posizione. Dunque, la questione è tutta politica e Bongiorno si dice fiduciosa che “tra le chiacchiere e i documenti prevarranno i documenti”.

Salvini vince comunque

“Se le decisioni in Senato verranno prese sulla base degli atti e della logica – spiega ancora – sarà riconosciuto il preminente interesse pubblico. Se invece saranno decisioni a prescindere dal merito e solo di natura politica, miranti ad abbattere Salvini per via giudiziaria, allora non saprei. Ma – conclude Bongiorno – non credo che gli elettori premierebbero questa strategia“. Una realtà che Salvini sembra aver compreso molto bene, a differenza dei suoi ex alleati.

Da https://www.secoloditalia.it/2019/12/caso-gregoretti-bongiorno-conte-e-di-maio-sapevano-abbiamo-le-prove/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

Crollano le nascite, aumentano i single: italiani in via di estinzione, i dati Istat parlano chiaro

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Roma, 30 dic – Quando si parla del rischio di “sostituzione etnica” degli italiani, il pensiero, soprattutto nel campo identitario, va ai flussi migratori. I dati Istat registrati dall’Annuario 2019, raccontano invece l’altra parte della realtà: se gli italiani rischiano di estinguersi o quasi da qui a qualche decennio, la ragione principale è perché non si fanno figli e le famiglie sono sempre più disgregate. I single – stando ai dati che prendono in considerazione il 2018 – sono il 33% del totale, praticamente pari alle famiglie che hanno figli (33,2%). Un numero, quello dei single, che negli ultimi venti anni è aumentato di oltre 10 punti: dal 21,5% nel 1997-98 al 33% nel 2017-2018.

Minimo storico di nascite. Ma gli stranieri aumentano

Raggiunto dunque il nuovo minimo storico di nascite dall’Unità d’Italia: solo 439.747 nuovi nati nel 2018, in calo anche rispetto ai 458.151 del 2017. Il saldo naturale dunque, già negativo dal 2007, continua a calare, passando dai -190.910 nel 2017 a -193.386 nel 2018. Anche il numero complessivo della popolazione cala, passando dai 60.483.973 del 2018 ai 60.359.546 del 2019. Questo nonostante la popolazione straniera in Italia continui ad aumentare: nel 2019 gli stranieri in Italia sono 5.255.503 unità, pari all’8,7% del totale dei residenti, con un incremento rispetto all’anno precedente del 2,2% (circa 111 mila unità). Insomma ormai nemmeno più l’immigrazione riesce a compensare il saldo negativo, visto che i 193 mila morti in più rispetto ai nuovi nati non sono compensati dai 111 mila nuovi stranieri.

Sempre più un Paese per vecchi 

In tutto questo ovviamente l’Italia è sempre più un Paese per vecchi. L’aspettativa di vita aumenta attestandosi agli 80,8 anni per i maschi e 85,2 per le femmine. Sono 173 le persone con oltre 65 anni ogni cento persone con meno di 15 anni al primo gennaio 2019. Diminuiscono i matrimoni con 191.287 celebrazioni, 12 mila in meno dell’anno precedente, diminuiscono anche le separazioni ma sempre perché come detto sono aumentati in modo esponenziale i single. Insomma un quadro devastante, che richiederebbe una risposta politica urgente ed incisiva. Eppure il calo demografico non sembra certo tra le priorità del governo giallofucsia.

Davide Di Stefano

Da https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/crollano-nascite-aumentano-single-dati-istat-italiani-via-estinzione-141098/

Nuovi ministri, primi guai per Conte: Gaetano Manfredi è indagato

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Nuovi ministri, nuovi guai per Conte. Sul neo ministro della Università Gaetano Manfredi pende infatti una accusa di falso come collaudatore delle case che Silvio Berlusconifece costruire a L’Aquila. Lo scrive Il Tempo. «Dopo il rovinoso crollo di un balcone la procura de L’Aquila guidata all’epoca da Fausto Cardella mise sotto inchiesta nel 2015 37 persone. Fra cui proprio il futuro ministro che aveva fatto da ingegnere collaudatore la perizia sui materiali delle case scrivendo una relazione ritenuta falsa dagli inquirenti».

«Il processo però non è mai stato istruito per una serie incredibile di contrattempi: intervento della procura di Piacenza, rinvio in Cassazione, trasferimento definitivo a L’Aquila, giudice che si è a lungo ammalato, udienze continuamente saltate, errori di notifica, con il risultato che gli imputati sono rimasti in 29, Manfredi compreso. E l’udienza preliminare per stabilire l’eventuale rinvio a giudizio è stata fissata per il prossimo 5 febbraio 2020».

Però tutto potrebbe finire in  un nulla di fatto. «È praticamente scontato che con una udienza preliminare fissata a sei anni dall’inizio dell’inchiesta sui cosidetti “balconi marci” del Progetto C.a.s.e. de L’Aquila sia destinato per tutti i reati al colpo di spugna della prescrizione». Anche la nuova legge  di Alfonso Bonafede  non potrà intervenire sui procedimenti già avviati per il principio del favor rei.

La prescrizione rappresenta un paradosso per questo governo. «Certo che proprio un ministro di Giuseppe Conte possa salvarsi con la prescrizione sarebbe grottesco». A  meno che… «A meno che Manfredi stesso non faccia più o meno spontaneamente il gesto di rinunciarvi. Tanto più che vecchi ritagli di stampa sono iniziati a circolare vorticosamente dal pomeriggio della nomina nelle chat dei militanti e dei portavoce del M5s. Che pare gradiscano assai poco l’imbarazzante situazione…».

“Una contestazione puramente formale a tutte le commissioni di collaudo. Ma non ho fatto nulla di irregolare”.  Così ha dichiarato Manfredi al Corriere della Sera sul procedimento che lo riguarda.

Da https://www.secoloditalia.it/2019/12/nuovi-ministri-primi-guai-per-conte-gaetano-manfredi-e-indagato/

Meglio il Football o i videogames?

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di Matteo Orlando per AGERECONTRA.IT

 

Alcuni legislatori degli Stati Uniti vogliono cambiare il modo in cui i bambini giocano a football americano, per renderlo più sicuro.
Lo stato di New York è l’ultimo a considerare la modifica delle norme, nel tentativo di ridurre le lesioni alla testa.
Ma, anche con un nuovo studio che evidenzia i rischi del gioco, c’è molta resistenza, a partire dai potentati economici della NFL (la National Football League).
Il gioco del Football per bambini è sotto tiro poiché ai giocatori della NFL viene sempre più diagnosticata l’encefalopatia traumatica cronica (CTE), causata da colpi estremi e ripetuti alla testa. Facendo eco alle preoccupazioni di molti genitori, nel 2013 Barack Obama aveva affermato che se avesse avuto un figlio avrebbe “pensato a lungo prima di lasciarlo giocare a Football”.
Un sondaggio condotto dalla Robert Morris University di Pittsburgh ha rilevato che il 46,7% dei genitori afferma che è probabile che incoraggino il loro bambino a praticare uno sport completamente diverso.
Le preoccupazioni stanno guadagnando terreno ad Albany, dove il Comitato permanente per la salute dell’Assemblea dello Stato di New York si è riunito per prendere in considerazione un nuovo disegno di legge, che sarà discusso nel mese di gennaio 2020, che vieti di giocare a Football ai minori di 12 anni.
Nel 2018, era stato introdotto un disegno di legge simile a quanto già proposto in California, Illinois, Maryland e New Jersey ma, sorprendentemente, era caduta la proposta, in seguito alle proteste da parte dei genitori.
Steve Alic, direttore delle comunicazioni per USA Football, l’organo di governo del football amatoriale, ha spiegato: “parliamo spesso con i genitori e chiaramente non vogliono che il governo dica loro quando e come i loro figli dovrebbero fare sport. Vogliono prendere decisioni informate per se stessi”.
Eppure, c’è una tendenza crescente, negli sport americani, a sradicare qualsiasi tipo di contatto. La US Soccer Federation ha vietato di dirigere la palla per i giocatori di età inferiore ai 10 anni mentre i controlli del corpo nell’hockey su ghiaccio sono vietati fino a quando i giocatori non raggiungono i 13.
L’Institute for the Study of Youth Sport stima che 40 milioni di bambini si impegnino in attività sportive negli Stati Uniti ogni anno.
La Commissione per la sicurezza dei prodotti di consumo ha mostrato che solo il 21 percento di tutte le lesioni traumatiche al cervello tra bambini e adolescenti americani è causato da attività sportive e ricreative e il colpevole numero 1 è il ciclismo, con 40 mila 272 incidenti nell’ultimo anno. Il football arriva al secondo posto, con 21 mila 878 incidenti segnalati. Eppure nessuno chiede il divieto dell’uso delle biciclette.
Uno studio di Anthony Kontos dell’Università di Pittsburgh ha registrato solo 20 commozioni cerebrali – o circa 1,76 per 1.000 pratiche/partite di football – su circa 11 mila incontri disputati tra 468 bambini di età compresa tra 8 e 12 anni in una stagione. Lo studio ha concluso che i bambini semplicemente non erano abbastanza grandi o abbastanza forti a quell’età da arrecarsi danni reciproci.
Secondo USA Football ai giovani giocatori oggi è offerta una formazione specifica per la loro età e dimensione fisica, “che limita il contatto e introduce livelli di contatto adeguati ad un gioco più intelligente”. Negli Stati Uniti oggi ci sarebbero attrezzature più sicure, allenatori più qualificati e una consapevolezza molto maggiore dei rischi.
Nessun genitore, per quanto protettivo, può garantire che il proprio figlio non si troverà mai in pericolo.
E qualcuno si chiede qual è l’alternativa al football se si dovesse vietarlo ai bambini.
Il golf, risponde qualcuno, ma molti non possono permetterselo economicamente. Verrebbe da chiedersi: produce meno conseguenze lo stare ore e ore davanti ai videogiochi o gli smartphone?
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