Una giurista in prima linea per gli immigrati: ecco il nuovo sottosegretario del Papa

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Roma, 15 gen – “Ha svolto il suo servizio sempre nel settore multilaterale, soprattutto per quanto riguarda temi concernenti i migranti e i rifugiati, il diritto internazionale umanitario, le comunicazioni, il diritto internazionale privato, la condizione della donna, la proprietà intellettuale e il turismo”. Così Vatican News, il sito d’informazione della Santa Sede, presenta Francesca Di Giovanni, 66enne nuovo sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati del Vaticano. Palermitana, laureata in Giurisprudenza, da 27 anni lavora in Segreteria di Stato ed è in assoluto la prima donna (oltretutto laica) a ricoprire una tale posizione nella Chiesa.

Papa Francesco ha insomma deciso di affiancare una donna a monsignor Mirosław Wachowski, il quale nella Sezione per i Rapporti con gli Stati adesso si occuperà principalmente del settore della diplomazia bilaterale. Stiamo parlando di quello che potrebbe essere definito il “ministero degli Esteri” del Vaticano, dunque il ruolo assegnato alla Di Giovanni non è propriamente di scarso rilievo visto che adesso si occuperà in particolare dei rapporti multilaterali.

“In prima linea per i migranti”

La Di Giovanni è una focolarina che è stata definita una “giurista in prima linea per migranti e rifugiati”, è dunque un’esperta di un tema particolarmente caro a Bergoglio, la cui scelta non sembra quindi affatto casuale. A Vatican News, il nuovo sottosegretario del Papa ha spiegato in cosa consisterà il suo ruolo nel settore multilaterale: “In parole povere si può dire che tratta dei rapporti che riguardano le organizzazioni inter-governative a livello internazionale e comprende la rete dei trattati multilaterali, che sono importanti perché sanciscono la volontà politica degli Stati riguardo ai vari temi concernenti il bene comune internazionale: pensiamo allo sviluppo, all’ambiente, alla protezione delle vittime dei conflitti, alla condizione della donna, e così via”.

Il restyling della Chiesa voluto da Papa Francesco procede dunque spedito. L’immagine che si sta delineando sempre di più sembra infatti perfetta per il verbo politicamente corretto e la scelta di una laica, particolarmente attenta alla questione ambientale e ai diritti degli immigrati e delle donne in quest’ottica rasenta quasi la perfezione.

Eugenio Palazzini

Da https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/giurista-prima-linea-immigrati-nuova-sottosegretaria-papa-142583/

Le ruspe degli immigrati

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Le ruspe degli immigrati

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzaruspe
Comunicato n. 5/20 del 15 gennaio 2020, San Mauro
 
Le ruspe degli immigrati 
 
In Terra Santa i discendenti degli immigrati sionisti distruggono le abitazioni della popolazione locale (anche cristiana).
Nel 2019 record di demolizioni di case palestinesi a Gerusalemme est e nei Territori
 
Per gli attivisti di B’Tselem il governo israeliano ha abbattuto un numero “record” di abitazioni lo scorso anno. Dietro le demolizioni “misure punitive” e questioni legate ai “permessi di costruzione”. Migliaia di palestinesi, compresi i minorenni, sono rimasti senza casa. L’inasprimento delle politiche confermato anche da un rapporto Onu. 
 
Gerusalemme (AsiaNews) – Nel 2019 Israele ha demolito un numero “record” di abitazioni (palestinesi) a Gerusalemme est e anche il numero di case distrutte dagli stessi proprietari ha raggiunto un livello mai toccati prima. È quanto emerge da un rapporto, diffuso in questi giorni, dagli attivisti di B’Tselem, Ong israeliana che si batte contro l’occupazione nei territori palestinesi e protagonista in passato di scontri durissimi con il premier Benjamin Netanyahu. In aumento, afferma il documento, anche le case abbattute in tutta la Cisgiordania, sia per “questioni legate ai permessi di costruzione” che per “misure punitive”. 
Per i palestinesi Israele continua a usare il pretesto della sicurezza per abbattere abitazioni, espropriare terreni e perseguire la politica di espansione degli insediamenti lungo le strade che li collegano, impedendo di fatto la nascita di un futuro Stato unito. Essi sottolineano inoltre che la maggior parte degli edifici sorge in aree destinate al controllo dell’Autorità civile palestinese, in base agli accordi fra i due governi. 
Lo scorso anno Israele ha distrutto 265 strutture a Gerusalemme est. Secondo B’Tselem, le unità abitative andate distrutte sono 169 ed è il dato più alto dal 2004, quando l’ong ha iniziato a tenere il conto. Le demolizioni hanno lasciato senza casa 328 palestinesi, dei quali 182 erano minorenni. In 42 casi sono stati gli stessi proprietari a procede, per evitare di dover pagare i balzelli legati agli abbattimenti alla municipalità cittadina. 
A questi si aggiungono 96 strutture non abitative demolite, 13 delle quali dagli stessi proprietari.
“I palestinesi a Gerusalemme Est – spiano gli attivisti in una nota inviata ad AsiaNews – non hanno possibilità di scelta, se non costruire senza permessi quale diretta conseguenza delle politiche israeliane, che rendono di fatto impossibile il rilascio”. Israele “utilizza questa politica per perpetrare il proprio obiettivo di una maggioranza ebraica” nella città santa. E uno di questi modi, conclude la nota, è “rendere insostenibile la vita per i palestinesi residenti” con il proposito di “spingerli a lasciare le loro case, e almeno in apparenza per loro diretta volontà”. 
Dal 2004 al 2019 il comune di Gerusalemme ha demolito 978 unità abitative nel settore orientale, lasciando 3177 persone senza casa (1704 i minori). 
Per quanto concerne la Cisgiordania, Israele ha abbattuto 256 strutture. Di queste, almeno 106 erano  case. Un dato ben più elevato rispetto a quelli fatti registrare nel 2017 e nel 2018. Le demolizioni hanno lasciato 349 palestinesi senza casa, di cui 160 minori. Altre 150 strutture, non adibite ad abitazioni, sono state abbattute sempre lo scorso anno. 
Dal 2006, anno in cui l’ong ha iniziato l’attività di studio, ad oggi Israele ha raso al suolo circa 1525 unità abitative palestinesi in Cisgiordania, lasciando in mezzo a una strada 6660 persone di cui 3342 minori. A più riprese il governo israeliano ha promosso demolizioni e abbattimenti in comunità che rifiuta di riconoscere e che sono a rischio espulsione. Nello stesso periodo sono state cancellate 779 strutture non residenziali in Cisgiordania, fra le quali recinzioni, cisterne d’acqua, strade, depositi, strutture agricole, aziende ed edifici pubblici. 
L’inasprimento delle politiche repressive, confermato da un rapporto Onu che parla di un aumento del 45% rispetto al 2018, riguarda anche gli abbattimenti compiuti dai militari. Almeno 14 quelle cancellate dai soldati, frutto di “misure punitive” che hanno privato 36 persone (15 i minori) della loro casa. Lo scorso anno le abitazioni abbattute dai militari sono state nove; sette il precedente. 

Da http://www.centrostudifederici.org/le-ruspe-degli-immigrati/

Bacio omosessuale in un cartone americano per bambini

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Anche The Three Downstairs: Tales of Arcadia si aggiunge alla purtroppo ormai lunga lista di cartoni animati che ospitano personaggi e vicende omosessuali.

Un nuovo cartone animato dà spazio all’amore omosessuale: si chiama The Three Downstairs: Tales of Arcadia e viene trasmesso su Netflix nella sezione dedicata ai più piccoli.

A dare la notizia GospelPrime che offre brevi cenni sulla trama dell’episodio: temendo la distruzione dell’Arcadia High School ad opera di un meteorite, la giovane Shannon Longhannon teme di morire senza aver dato il primo bacio. È una ragazzina timida, introversa, sovrappeso, con gli occhiali; dando voce alle proprie paure viene avvicinata da una coetanea, anche lei vittima della medesima angoscia.

Così tra le due scattano dei baci che preludono probabilmente ad una futura storia d’amore, dal momento che la minaccia dell’asteroide viene detronizzata e la scuola è sana e salva.

Secondo il sito della CBR, l’episodio sarebbe frutto dell’interesse da parte della produzione di Guillermo del Toro & Co. verso la tematica dell’integrazione, sia per quanto riguarda l’argomento degli immigrati e dei rifugiati negli Stati Uniti ma anche per alcuni aspetti per cari alla comunità LGBTQ.

Da https://vocecontrocorrente.it/bacio-omosessuale-cartone-animato-bambini/

Caso Bibbiano, notificata la chiusura delle indagini per il sindaco e altre 25 persone

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Nell’atto che in genere prelude al rinvio a giudizio sono elencati ben 108 capi di imputazione nei confronti di 26 persone. Tra queste anche l’ex primo cittadino della città, che invece secondo la cassazione era stato raggiunto da una misura cautelare “infondata”

In tutto 108 capi di imputazione

Nell’atto che di solito prelude alle richieste di rinvio a giudizio ci sono ben 108 capi di imputazione (e non più 102) nei confronti di 26 persone, tra le quali anche il sindaco della città, Andrea Carletti. Proprio nei confronti di Carletti la Corte di Cassazione aveva lo scorso 3 dicembre annullato l’obbligo di dimora, definendo la misura – nelle motivazioni rese note oggi – “infondata”. tr i reati contestati ci sono maltrattamenti in famiglia, lesioni gravissime, tentata estorsione, truffa aggravata, abuso d’ufficio, peculato d’uso, violenza o minaccia a pubblico ufficiale. In particolare per Claudio Foti, psicoterapeuta direttore del centro Hansel&Gretel dove molti dei bambini sono stati in cura, i capi di imputazione sono concorso in abuso d’ufficio, frode processuale e lesioni personali gravissime.

Stralciate 4 posizioni

Stralciata la posizione di 4 indagati: a uno di loro è stata accordata la richiesta di patteggiamento, la prima udienza è fissata davanti al gip il prossimo 27 gennaio. Secondo quanto si apprende, poi, per uno dei 26 destinatari che ha ricevuto l’avviso oggi è già stata avanzata e accota una richieta di archiviazione. Tre sono invece le persone al momento ancora sottoposte a misura cautelare (non custodiale e/o interdittiva).

Da https://tg24.sky.it/cronaca/2020/01/14/bibbiano-chiusura-indagini-26-persone-.html?social=facebook_skytg24_link_null

COS’È E DOVE VA L’IRAN di A. Vinco

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Segnalazione di Giacomo Bergamaschi

Potenza imperialista persiana o Stato rivoluzionario?

Un significativo pezzo dello stimatissimo amico Moreno Pasquinelli merita alcune precisazioni.

Facendosi, almeno a nostro avviso, interprete di talune linee politiche del Nazionalismo sociale panarabo a centralità irakena, Moreno ritiene che la via strategica sovra-nazionale
e rivoluzionaria del Generale Soleimani abbia condotto l’Iran in un vicolo cieco, sarebbe stato perciò preferibile dare continuità alla via nazionalista persiana della cerchia di Ahmadinejad, la quale avrebbe portato al disimpegno iraniano sul teatro strategico mediorientale ed alla instaurazione di un nuovo Iran imperiale sciita a vocazione eurasiatica o pan-asiatica.

Ci meraviglia, in verità, che lo storico leader della Sinistra patriottica italiana Moreno Pasquinelli, le cui simpatie marxiste sono note, cerca come referente iraniano Ahmadinejad, guida del nazionalismo populista imperiale, e non la Sinistra radicale islamica continuatrice del pensiero “islamomarxista” di Alì Shariati. Ci riferiamo a figure di spicco vicine all’ex presidente Khatami quali Behzad Nabavi (fondatore dei Mojahedin dell’organizzazione islamica rivoluzionaria), Mostafa Tajzadeh, Moshen Armin, l’ex primo ministro Mousavi (che si ispirò a lungo al fochismo guevarista considerato “religioso”, antimaterialista e strategicamente ostile alla logica bipolare di Yalta), l’ayatollah Khoiniha che è stato capo della magistratura e Mehdi Karrubi (fondatore della società del Clero Combattente), tutte personalità politiche che sfidarono apertamente Ahmadinejad dandogli talvolta del “fascista populista”; ci riferiamo poi al Partito Mosakerat (“Partecipazione”), nato all’inizio del 2000, sebbene già presente come linea politica di fazione che metteva insieme la vecchia guardia degli “Studenti devoti alla linea dell’Imam Khomeini” che occuparono nel Novembre 1979 l’ambasciata statunitense, mentre il giovane Ahmadinejad, già allora su posizioni di destra radicale populista, premeva per l’occupazione dell’ambasciata sovietica ed il suo fronte politico era solito manifestare bruciando in piazza le bandiere sovietiche e quella britannica in ricordo dell’umiliazione russo-anglosassone del 1941. Il fronte riformista della Sinistra radicale islamica ha in passato fatto blocco con il Centro di Rafsanjani: l’obiettivo strategico era quello di affermare un modello cinese, in concreto tregua momentanea con l’Occidente e realizzazione di un Iran ultramoderno e sviluppato.

Significativa e fondamentale differenza tra la Destra rivoluzionaria populista (Ahmadinejad) o principialista (Soleimani) e la Sinistra radicale è rappresentata dal fatto che per le fazioni di destra l’antagonismo strategico con Israele e con l’Occidente anglosassone rimane la quintessenza dello Stato rivoluzionario islamico iraniano, mentre sia per il Centro sia per la Sinistra radicale si può su questo transigere su un piano meramente tattico, non di prospettiva ultima. Va precisato che riformismo, nel linguaggio politico iraniano e nella lotta di frazione, a differenza di quanto si pensa in Occidente non significa deislamizzazione o liberalizzazione occidentalista quanto la prospettiva di una “democrazia parlamentare islamica” — non presidenzialista e plebiscitaria come quella odierna — basata su principi socialdemocratici molto avanzati.

Se vi fosse un lettore iraniano che conosce bene le dinamiche interne che sta per caso leggendo mi perdonerà sicuramente per l’uso disinvolto che sto facendo di una terminologia italiana ed europea ma è evidentemente necessario per semplificare. Moreno formula infine tre domande da cui deduce che l’Iran non sarebbe la guida spirituale e politica di un Movimento antimperialista planetario, anche perché la martirizzazione del Generale Soleimani e di Abu Mahdi al Muhandis non avrebbe portato ad una rapida sollevazione delle masse arabe. L’Iran rivoluzionario non usa inoltre da decenni, in una dimensione geopolitica, termini come “sciita” o “sunnita”, “persiano” o “arabo”, proletario o capitalista: esistono invece un fronte degli Oppressi ed il fronte degli Oppressori.

Il fronte arabo-israeliano, né converrà Moreno, è sulla prima linea del Fronte degli Oppressori anche quando formalmente musulmano, “sunnita” e chi più ne ha più ne metta. Cosa hanno fatto i takfiriti e le grandi potenze musulmane “sunnite” se non buttare al macero la santa causa palestinese? Si dà però il caso che nella prima linea delle celebrazioni e degli onori ai caduti antimperialisti del 2 Gennaio vi fossero proprio organizzazioni palestinesi “arabe” e “sunnite”, che sino a poco tempo fa erano appunto oltremodo indicative – per la stessa Sinistra europea – della rettitudine ideologica di una posizione geopolitica rivoluzionaria.

Moreno non sembra viceversa dare eccessiva importanza a questo posizionamento di organizzazioni — come la Jihad Islamica Palestinese — che da decenni si trovano ben oltre la prima linea della lotta antimperialista, come non sembra considerare la stessa posizione della JIP sul nodo siriano e su quello takfirita. Cosa rappresentano i ragazzi di Piazza Tahir rispetto ad organizzazioni come Hamas o Hezbollah o JIP? Il rischio a tal punto è di far passare in sordina proprio quel piano strategico grande-Sionista da cui, con grande intelligenza, Moreno prende le mosse. Ha letto attentamente, Moreno, la Dottrina Oded Yinon che costituisce il centro da cui muove la sua analisi? Se sì, cosa pensa allora del fatto che già nel 1982 i grandi analisti sionisti sostenevano che le masse arabe mussulmane (“sunnite” come direbbe appunto Moreno) non costituivano un pericolo strategico se non sostenute da una potenza rivoluzionaria esterna o da uno Stato rivoluzionario con vocazione universalistica.

Se ancora la fiamma della questione palestinese è ben accesa a livello mondiale, non lo si deve allora allo Stato rivoluzionario islamico iraniano il quale, nonostante decenni di assedio rappresentato da ininterrotte guerra ortodossa e ibrida di ultima generazione, è ancora fermo, sul piano sostanziale, nella assoluta e flessibile fedeltà alla linea originaria di Imam Khomeini, per cui la liberazione di Al Quds era e sarebbe sempre stata il cuore strategico della Rivoluzione Islamica del popolo iraniano? I più di 10 milioni di iraniani che, caduto Soleimani, hanno scandito nelle piazze lo slogan per la liberazione di Al Quds possono essere messi sullo stesso piano dei takfiriti o dei ragazzi di Tahrir ?

Da https://sollevazione.blogspot.com/2020/01/cose-e-dove-va-liran-di-vinco.html?m=1

Gli antifascisti brindano alla morte di Pansa

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I collettivi antifà brindano alla morte di Pansa. «Oggi il sole brilla alto. Ciao Giampi… no Rip»

Lo hanno contestato, insultato, sbeffeggiato in vita. E non  si fermano neppure dopo la morte. All’indomani della scomparsa di Giampaolo Pansa, i compagni del collettivo Militant festeggiano la notizia. Una liberazione degna di un brindisi per quelli che sventolano in piazza “Triangolo rosso, nessun rimorso”.

Il collettivo Militant brinda alla morte di Pansa

È l’ultimo oltraggio postumo dei nostalgici delle violenze partigiane. Degli antifà che non hanno perdonato al giornalista controcorrente e scomodo la riscrittura della storia nazionale. Il racconto dei crimini partigiani a guerra finita, che ha intaccato la gloriosa vulgata resistenziale.

«Ciao Giampi… no R.I.P». È il titolo eloquente dell’editoriale comparso sul sito del collettivo  comunista che raccoglie gli ultrà dei movimenti antagonisti romani. Lo stesso che nel 2006 contestò duramente il giornalista a Reggio Emilia. E rivendicò con orgoglio la “coraggiosa”  aggressione, che costrinse Pansa a interrompere le conferenze pubbliche.

Nell’articolo grondante odio  bravi ragazzi dei centri sociali se la prendono con i “soliti coccodrilli”. E con il ricordo “commosso” di Veltroni sulle pagine del Corriere. Un’offesa all’antifascismo militante, che con la morte di Pansa è attraversato da una certa euforia. «Oggi per i comunisti è un giorno un po’ meno di merda del solito.E forse non a caso il sole splende alto», scrivono i compagni di provata fede antifascista. Che negano con orgoglio l’onore delle armi all’avversario.

Un prezzolato, un revisionista della peggiore specie

«Giampaolo Pansa era è resta un revisionista della peggior specie. Uno che si è reso protagonista consapevole dell’attacco alla storia dei comunisti. E della lotta di classe di questo paese. E che lo ha fatto perché prezzolato, per il proprio tornaconto personale. Vendendo il suo pedigree di giornalista e storico “di sinistra” che finalmente rompeva il silenzio. Per dire “la verità”».

Il collettivo antifà si intesta il merito di aver smascherato l’autore de Il sangue dei vinti. E ricorda con enfasi trionfalista il 16 ottobre di quattordici anni fa. «Quando partimmo da Roma per contestarlo. Ee dirgli che quella storia che lui avrebbe voluto macchiare noi invece ce la rivendicavamo tutta. In ogni suo aspetto, in ogni sua contraddizione. Uno dei piccoli meriti che ci possiamo riconoscere fu proprio quello di essere riusciti a infrangere l’immagine di Pansa come “storico super partes”. Da quel giorno Pansa divenne di fatto lo “storico” della destra. E questa cosa probabilmente non ce l’ha mai perdonata. Visto che in ogni libro che ha scritto dopo “La grande bugia” non ha perso occasione per ricordare e condannare la nostra contestazione. Ciao Giampi… no R.I.P. Per quello che vale, siamo felici di essere stati la tua ossessione»

Da https://www.secoloditalia.it/2020/01/i-collettivi-antifa-brindano-alla-morte-di-pansa-oggi-il-sole-brilla-alto-ciao-giampi-no-rip/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

L’Ocse boccia il reddito di cittadinanza: “Attenti ai falsi divorzi”. Tutti i numeri del flop

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Roma, 13 gen – L’Ocse torna a puntare il dito contro il governo italiano per ilreddito di cittadinanza. Dal rischio abusi, a partire dai falsi divorzi, al fatto che faccia passare la voglia di cercare lavoro, fino al paradosso per cui lamisura penalizza le famiglie più numerose, che sono quelle più esposte al rischio povertà, il sussidio fortemente voluto dal M5S non piace all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

“Scoraggia la ricerca di lavoro, alimenta il lavoro nero nelle famiglie con due coniugi”

In una relazione di fine novembre, emerge come il reddito di cittadinanza risulti più generoso con le famiglie monoparentali e meno per i nuclei più numerosi, e questo perché limitare la scala di equivalenza a 2.1 significa che i trasferimenti e le soglie di idoneità non aumentano per le famiglie più grandi di, ad esempio, 2 adulti e 3 bambini o 3 adulti e 2 bambini, che invece sono a maggior rischio di povertà rispetto alle piccole famiglie. E proprio questo fatto alimenta il rischio di abusi con finte separazioni per accedere al sussidio. Il Rdc peraltro, come è noto, crea ”forti disincentivi per i membri delle famiglie a basso reddito ad entrare nel mondo del lavoroo ad accrescere il reddito lavorando più ore”. E il Rdc scoraggia anche la ricerca di lavoro da parte dell’altro coniuge. Nello specifico, ”le attuali norme fiscali e previdenziali generano un livello elevato di aliquote fiscali effettive per il secondo lavoratore nel nucleo familiare che guadagna meno. Questo scoraggia ulteriormente i disoccupati e inattivi a cercare lavoro”. Questo si traduce di fatto in un incentivo per il lavoro in nero nelle famiglie con due coniugi.

Il Rdc aumenta il divario Nord-Sud

Neanche a dirlo, poi, il Rdc aumenta il rischio di ampliare ulteriormente il gap Nord-Sud dell’Italia. Oltre a determinare un illusorio quanto passeggero benessere. Aumentando il reddito delle famiglie beneficiarie, specialmente nelle regioni meridionali, il Rdc infatti può portare ”nell’immediato” ad una ”piccola caduta nel tasso di povertà” ma non incide ”a lungo termine sugli incentivi e sulle capacità delle famiglie passare al lavoro formale’‘, aumentando così il divario tra regioni più vulnerabili e regioni più ricche. In generale, l’Ocse fa presente che “queste politiche combinate con elevata tassazione e contributi che pesano sul reddito scoraggiano il lavoro, in particolare del secondo coniuge”, e “contribuiscono ad ampie disparità sociali e regionali dell’Italia“.

La ricetta Ocse per migliorare il sussidio

Ecco perché l’Organizzazione parigina suggerisce una ricetta in tre punti per limitare i danni della misura. Primo, migliorare la capacità dei centri per l’impiego. Secondo, ricalibrare il sussidio con incentivi per il lavoro a basso salario. Terzo, combinare il Rdc con un sistema di imposta sul reddito semplificato e progressivo che, a fronte di un costo iniziale modesto, nel lungo termine potrà “incoraggiare l’occupazione” e aiutare lo sviluppo delle regioni povere, generando “entrate pubbliche aggiuntive che ne compenseranno il suo costo”.

I numeri di un flop che danneggia l’Italia

D’altronde, i numeri parlano chiaro. I beneficiari del reddito di cittadinanza in Italia oggi sono 2,3 milioni, di cui circa 791 mila risultano occupabili. Ebbene, analizzando i numeri aggiornati al 10 dicembre 2019, emerge che hanno trovato lavoro soltanto 28 mila beneficiari, cioè il 3,6% del totale.

Adolfo Spezzaferro

Da https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/ocse-boccia-reddito-cittadinanza-attenti-falsi-divorzi-tutti-numeri-flop-142391/

Anche a Lima i “vescovi” bestemmiano

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di Matteo Orlando per AGERECONTRA.IT
Secondo l’ACI Prensa, l’arcivescovo di Lima Monsignor Carlos Castillo Mattasoglio, ha avuto l’ardire di sostenere che “nessuno si converte davanti al Tabernacolo”, mentre, secondo lui, “è nelle relazioni umane che il Signore è nascosto”.
La blasfema affermazione dell’arcivescovo di Lima è arrivata nell’ambito dell’Assemblea arcidiocesana sinodale: “Chiesa di Lima, ti dico alzati!”, tenutasi dal 6 all’8 gennaio nella capitale peruviana.
Secondo l’arcivescovo di Lima, davanti al tabernacolo “possiamo anche sederci e pregare ma è molto raro che si abbia un’illuminazione in una situazione di passività. La contemplazione è estremamente importante, ma nella misura in cui la fede è stata trasmessa, qualcuno mi ha comunicato la fede”.
Nella sua presentazione, Monsignor Castillo ha detto ai partecipanti all’assemblea sinodale che sarebbe “terribile teologia” insegnare che la fede richiede anche uno “sforzo per corrispondere alla grazia”, mentre, secondo lui, la fede è solo un dono gratuito della grazia (esattamente quello che ha insegnato l’eretico tedesco Martin Lutero).
Questo vescovo modernista ha chiamato “soggetto credente autoreferenziale” chi si fa guidare “da certe norme e da un’interpretazione del dono di Dio come norme” ed ha spiegato che questi fedeli non si metterebbero “mai in discussione”, e credendosi di avere in mano “sempre la verità”, non sarebbe “attenti alle situazioni”.
Secondo l’ACI Prensa, in una sessione successiva Monsignor Castillo si è scusato per le sue parole sul Tabernacolo, ma non sull’attacco ai veri fedeli cattolici che cercano di rispondere alla grazia di Dio con il loro impegno morale.
Monsignor Castillo, prima della sua nomina come Arcivescovo di Lima, esattamente un anno fa, è stato professore della Pontificia Università Cattolica del Perú dove ha insegnato anche la Teologia della liberazione che ha appreso dal suo maestro, padre Gustavo Gutiérrez Merino. Non a caso, l’Arcivescovo ha assunto alcune posizioni in merito all’imposizione dell’ideologia gender molto aperte al dialogo. Lo stesso monsignor Castillo, ha dichiarato e ammesso la sua militanza a sinistra nel suo libro “Mi experiencia del laicado bajo la era Landázuri: entre testimonio e historia”. Inoltre, secondo il sito InfoVaticana, Castillo aveva legami con il Partito comunista rivoluzionario.
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