WINSTON CHURCHILL: EROE O CRIMINALE ?

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Lo  scorso agosto ero a Londra ed un giorno alcuni amici italiani mi hanno portato in una campagna ad una cinquantina di chilometri dalla capitale, a Liss Forest, dove vive, in compagnia di uno erculeo skinh e di un cagnaccio nero,  una donna straordinaria di 84 anni che guida l’auto a 180 all’ora, veste una mezza divisa kaki e fa il saluto romano. Si chiama Rosine de Bounevialle e da 36 anni stampa a sue spese Candour, rivista dei cattolici “duri e puri” inglesi. In Italia di lei non si sa nulla, ma in Gran Bretagna tutti la ricordano perchè il 4 maggio del 1957 assaltò, da sola, il tavolo ove era seduto Winston Churchill, urlandogli di essere un assassino e un traditore. Fu il primo oltraggio storico allo statista, la cui statua domina Westminster.

E’ vero che quando morì, nel gennaio 1965, in trecentomila scesero in strada a Londra e 350 milioni di telespettatori seguirono in mondovisione le illustre esequie. Poca cosa, però, rispetto ai due miliardi e mezzo di teledipendenti incollati sul video per i funerali di Lady Diana. Fu comunque troppa grazia, troppo onore, per uno dei criminali della storia, quale fu il preteso Leone di Chartwell. Intendiamoci: non è solo il giudizio di un vecchio reazionario come il sottoscritto, ma il parere di numerosi storici del Regno Unito, quali William Manchester, David Irving e John Charmley.

 

Nel 1954, nell’antica Misses Thomson School britannica di Hove, veniva inaugurata con adeguata cerimonia una piccola lapide dedicata “al ragazzo più arrogante del mondo” che era stato, a suo tempo, ospite dell’Istituto. Quel ragazzo era proprio lui, Winston Churchill, che così, sin dalla più tenera età, aveva presentato al mondo il suo primo biglietto da visita.

  La sua arroganza non si fermava nemmeno dinnanzi al gentil sesso. Bellicista e razzista, era pure infarcito di veteromaschilismo, al punto da odiare a morte Lady Astor, poichè era il primo deputato donna nel Parlamento britannico. Un giorno le disse “Se fossi vostro marito mi suiciderei”. La Astor si limitò a rispondergli che era solo un ubriacone.

 

   La sua fama di violento guerrafondaio ebbe modo di dimostrarla platealmente già nel 1898, quando in Sudan comandò uno squadrone del 21.mo Lancieri di Sua Maestà contro i dervisci del Mahdi. Nelle sue memorie giovanili scrive, esaltandosi: “non si potrà vedere più nulla di simile”. Commenta, a proposito di quella impresa imperialista, Gaetano Nanetti sul cattolico Avvenire: “E’ un Churchill affascinato dalla guerra, più propenso a fare a fucilate che ad esercitare il suo mestiere di giornalista inviato dai giornali inglesi sul teatro delle guerre imperialistiche dell’Inghilterra”. Un profilo, questo, evidenziato nello sceneggiato trasmesso a suo tempo da Retedue. Del resto, a proposito di quella guerra di conquista, è lo stesso futuro statista a definirla un fatto “teatrale”, con la “vivacità e l’imponenza che dà fascino alla guerra”. Questo “fascino” interessava al tenente Churchill, mica i diecimila morti della battaglia. Forse perchè quei morti erano in massima parte dervisci, cioè arabi, nemici, e per di più “selvaggi”.

 

Anche quella, che aveva visto undici anni prima Gordon, quale eroe tradito di una tragedia che avrebbe in seguito fornito lo spunto ad una serie di romanzi e di films fumettistici, fu una guerra imperialista, di cui Churchill andava orgoglioso. L’Egitto, che a quell’epoca dominava il Sudan con un regime brutale, fatto di corruzione e di crudeltà, minacciato dai volontari indipendentisti del Mahdi, si rivolse all’Inghilterra, la quale intervenne per tutelare i propri interessi economici nella regione. Secondo la mentalità positivistica dell’epoca, i “bianchi” incarnavano l’uomo della civiltà alle prese con orde di selvaggi fanatici e crudeli. Nessuno era sfiorato dal sospetto che quei ‘selvaggi’ fossero scesi in lotta per la libertà del proprio Paese.

 

Qualche anno dopo, l’ufficiale Winston si distingueva in un’altra guerra imperialista, combattuta con una ferocia illimitata dai suoi soldati: quella contro i Boeri, i valorosi contadini olandesi del Transvaal. I britannici di Sir Winston li facevano volare a pezzi dopo averli legati alle bocche di cannone.

 

   Eppure Churchill, l’imperialista, si fece passare come lo strenuo difensore della libertà della schiavista Etiopia contro la colonizzazione italiana del ’36, faceva finta di dimenticare che la Gran Bretagna era il maggior Stato razzista e colonialista del mondo. Lui stesso era un razzista di prim’ordine. Manchester, nella monumentale biografia sullo statista inglese, ha dimostrato come “l’Etiopia secondo il punto di vista di Churchill, non rappresentava un problema morale. Come per tanti della sua generazione, i neri costituivano per lui una razza inferiore… Non riuscì mai a liberarsi di questo pregiudizio”. A Cuba, appena uscito da Sandhurst, egli aveva scritto che bisognava diffidare “dell’elemento negro tra gli insorti”. Persino in Parlamento gli sfuggì di dire che “nessuno può sostenere la pretesa che l’Abissinia sia un membri adeguato, degno e paritario di una società di nazioni civili”. E quando, anni dopo, gli chiesero cosa ne pensasse del film Carmen Jones, rispose che era uscito dal cinema perchè non sopportava “le negraggini”.

 

  La sua malattia era, in realtà, la stessa di un Eden e di un Eisenhower: l’odio mortale antitedesco, anch’esso velato di uno strisciante razzismo. Le sanzioni, parziali e ambigue, contro l’Italia furono tali perchè, sino alla fine, Churchill volle, attraverso una sua politica personale di esasperato cinismo, spaccare l’alleanza italo-tedesca per isolare e schiacciare la Germania.

 

   John Charmley, docente all’Università di East Agle, ha messo a soqquadro il mondo accademico britannico con un libro dal titolo Churchill, the End of Glory. L’opera definisce testualmente Churchill come un “guerrafondaio”, per aver voluto e provocato la guerra contro Hitler a tutti i costi. Per colpa dell’ “ossessione antinazista” di Churchill -sostiene Charmley- l’Inghilterra avrebbe perso tutto il suo impero, per ridursi a vassallo degli U.S.A. Ciò provocò la stessa vittoria dei laburisti nel 1945. Il nazismo era un totalitarismo come tanti altri e non c’era poi il bisogno di accanirsi contro di esso, visto che il comunismo lo si è tollerato per settant’anni e senza tante storie. Hitler aveva soprattutto delle mire ad Est e aveva in tutti i modi cercato di evitare il conflitto con l’Inghilterra (che considerava “sorella” ariana) e si sarebbe volentieri disimpegnato in Europa per rivolgersi contro il bolscevismo. Ne fanno fede i discorsi a Norimberga nel 1942 e ne fa fede la missione segreta di Rudolf Hess, che avrebbe potuto chiudere il conflitto con i consanguinei “ariani” inglesi. Fu Churchill che dette ordine di arrestare Hess, rifiutandosi di incontrarlo e ascoltarlo. Non solo, ma dette ordine che il dossier sulla faccenda sparisse per sempre, com’è avvenuto. Hess, come si sa, è poi stato suicidato nel carcere di Spandau.

 

 La tesi di Charmley ha trovato consenzienti uomini Alan Clark, ex-ministro conservatore, che l’ha appoggiata autorevolmente sul Times. John Charmley, inoltre, riabilita completamente Neville Chamberlain, il primo ministro inglese “pacifista”, odiatissimo da Churchill ed Eden. Chamberlain viene invece descritto dallo storico come “un formidabile premier”  che cercava di preservare la sua nazione dal macello della guerra, voluta a tutti i costi dai “duri” alla Winston Chuchill. La preoccupazione di Chamberlain, condivisa da Lord Halifax, Rab Butler e Sir Neville Henderson, era quella di contrastare la potenza del comunismo sovietico. Per Charmley il governo di Chamberlain fece dunque bene ad organizzare con Hitler gli accordi di Monaco, aggiungendo che anche per Danzica c’era la possibilità di trovare un’intesa coi tedeschi, in modo da mettere i sovietici completamente fuori gioco. Furono i bellicisti con Churchill, Eden (che odiava, ricambiato, lo stesso Mussolini) e Harwey, a volere il conflitto a tutti i costi. Al proposito, Peregrine Worsthorme, uno dei più famosi columnist londinesi, ha scritto: “Se la Germania  avesse vinto contro l’URSS e noi fossimo rimasti fuori dalla guerra domineremmo ancora il mondo”.

 

   Ma il duo Churchill-Eden era talmente forte e stretto da risultare imbattibile, tant’è che Churchill dette in moglie ad Eden, nel 1952, sua figlia Clarissa.

 

   A guerra mondiale in atto, Churchill ebbe modo di dimostrare al mondo la sua natura cinicamente sanguinaria. Quando gli Alleati entrarono a Dachau, il 29 aprile 1945, trovarono di guardia ai prigionieri 560 soldati tedeschi giunti lì, dal fronte, solo quattro giorni prima. L’ordine, impartito dai capi anglo-americani, fu immediato: “Fucilateli tutti”. E così fu fatto. Della strage, documentata da Irving, c’è anche un filmato.  A quell’ordine Churchill acconsentì. Del resto, non aveva già autorizzato le ecatombi aeree sui civili di Amburgo, Dresda e Pforzheim? Non aveva fatto bombardare, nel porto di Lubecca, i feriti civili sulla nave-ospedale Cap Arcona, che aveva la Croce rossa dipinta sul ponte, massacrando 7.300 uomini inermi? Non aveva strizzato l’occhio ad Eisenhower, quando questi aveva programmato lo sterminio per fame di un milione di tedeschi nei lager anglo-americani?

 

   Ma ci sono altri particolari su questo pachidermico gentleman. Già il 9 ottobre del 1944, ben sette mesi prima della resa tedesca, Winston si incontrava con Stalin, per decidere che fare di Hitler, Mussolini e dei loro gerarchi. Lì si verificò la prima lite tra l’inglese e il russo. Perchè, strano a dirsi, Stalin pretendeva che si dovesse salvare la faccia processando i capi italo-tedeschi, mentre Churchill aveva un progetto semplicissimo: ammazzare subito tutti coloro che venivano catturati, senza processo e condanne formali. Arrabbiato del diniego sovietico, Winston scrisse a Roosevelt una lettera di suo pugno, protestando perchè “lo zio Giuseppe ha assunto una posizione ultragarantista” che vieta l’immediata uccisione dei nemici.

 

   Questa posizione stragista di Winston, del resto, era di vecchia data. Già alla fine del ’42 aveva programmato i “linciaggi” scientifici di tutti i capi militari tedeschi catturati o arresi, che sarebbero stati trasportati nottetempo nei luoghi di occupazione e “affidati” alla “popolazione” per lo sbranamento collettivo. Di tutto ciò, sono conservati i verbali a Washington, alla Biblioteca del Congresso. Nel 1943, invece, preparò una lista di un centinaio di “criminali” italo-nippo-tedeschi da dichiarare “fuorilegge mondiali” e, come tali, passibili di morte immediata per mano di un qualsiasi ufficiale alleato.

 

   Irving documenta come Eden e Churchill, il 16 ottobre del 1944, promisero a Stalin il rimpatrio forzato di undicimila prigionieri di guerra russi e cosacchi, tutti anticomunisti, con le loro famiglie, per essere poi eliminati dai sovietici appena arrivati in territorio russo. Il giorno dopo Winston si incontrò con Stalin e, all’improvviso, gli disse: “A proposito di cibo, la Gran Bretagna è riuscita a organizzare l’invio di 45.000 tonnellate di manzo in scatola all’Unione Sovietica”. Poi, ridacchiando, strizzò l’occhietto: “Vi manderemo pure 11.000 ex-prigionieri di guerra per mangiarlo, quel manzo”.

 

   Qualche giorno prima, aveva detto a zio Giuseppe: “Bisogna uccidere  quanti più tedeschi è possibile”, proponendo il trasferimento coatto delle popolazioni della Prussia orientale e della Slesia: “tanto il posto c’è: la guerra ha già fatto fuori sette milioni di tedeschi”. Si sfregò le mani, masticando tra i denti giallastri il celebre sigarone, e rise sommessamente.

 

Pino Tosca

Da

http://combattentirsi.blogspot.com/2014/05/winston-churchill-eroe-o-criminale.html?m=1

Partite IVA e precari: lo sfogo

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Da partita iva, sopravvissuta non so come, a decenni di sterminio fiscale e crollo delle vendite, voglio ringraziare, in maniera commossa, questo impareggiabile governo, per il fantastico supporto della mirabile somma di 600 € una tantum e per il rinvio del versamento F24 al 31 maggio.
Questo si che è proteggere le PMI e aiutare con forza gli autonomi! Ora si che possiamo programmare un età dell’oro, ho già prenotato barca e vacanza ai tropici, con tanto di bandiera tricolore, s’intende e chitarra per suonare l’inno.

Il fatturato è completamente a zero, ma, per pagare affitto, spesa e tutto il resto, hanno tirato fuori dei meravigliosi certificati di credito d’imposta che saranno immessi in grande quantità: si chiameranno “sta minchia”.
Devi pagare le rate della macchina o dei beni strumentali? C’è “sta minchia”
Devi pagare dipendenti e fornitori? Tranquillo, ricorri a “sta minchia”
L’attività è chiusa o ferma e non sai come vivere? Nessun problema, paghi con “sta minchia”.
Sono dei buoni tricolore, al centro c’è la faccia (il culo) di Conte, ai lati quella di Di Maio e di Gualtieri.
Dall’altro lato del buono ci sono invece le fattezze di Salvini, Meloni e Berlusconi, che ci ha tenuto ad esserci, prima di fuggire in esilio con la sua nuova mignot………fiamma.

Li ringraziamo tutti sentitamente, i primi soprattutto per l’ardire di parlare di “modello Italia”, che il mondo segue con ammirazione, mentre ci elargiscono questa miseria che sa di estrema unzione, quando invece la Germania ha messo sul piatto liquidità illimitata per le proprie imprese e una immediata pioggia di 550 miliardi (venti volte più di sti scienziati).
I secondi per continuare a sparare fragnacce h 24, senza minimamente accennare alle uniche cose che ci salverebbero nell’immediato, cioè banca di Stato pubblica e il lancio definitivo nel cesso dei parametri di Maastricht.

Se il virus ha un solo lato buono, è proprio quello di rappresentare un occasione unica e irripetibile, per mandare a fare in culo austerità, parametri, euro e troika, di fronte alla catastrofe altrimenti certa.
Ma nessuno dei nostri “Prodi” la prende minimamente in considerazione.
Voi però state tranquilli, continuate a suonare, a cantare, a dire che saremo più forti di prima, proprio mentre ci stanno prendendo le misure per la bara.
Un ultimo consiglio: alle finestre non attaccate le bandiere o gli arcobaleni, attaccate le mutande.
Così quelle, forse, ve li ritroverete. Almeno eviteremo il raccapricciante spettacolo delle mani avanti e dietro.

Marco Palladino 17/3/2020

Da

Partite IVA e precari: lo sfogo

La favola continua… il decreto non è in Gazzetta

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La favola continua… il decreto non è in Gazzetta

La “beffa” continua, soprattutto per chi aveva pagamenti in scadenza il 16 marzo e ora a tutti gli effetti è moroso per non aver versato l’importo dato che il decreto ancora non è entrato in vigore

TEMPO DI LETTURA: 5 MINUTI

AAA Cercasi testo del decreto approvato ieri pomeriggio ma, guarda e riguarda, cerca e ricerca, in Gazzetta Ufficiale il testo ancora non c’è. Ci sono però le “bozze”, casualmente “uscite” come al solito da Palazzo Chigi in esclusiva per il Corriere della sera.

Così, ancora non sono finite le vicende del mastodontico decreto “Cura Italia” Considerato a tutti gli effetti una manovra finanziaria, non convince del tutto le opposizioni, al punto che Giorgia Meloni lo ha già ribattezzato “Cerotto Italia” perché in vari settori si limita a mettere solo una toppa.

Chi pensava che per la sera di lunedì tutto sarebbe stato risolto e avrebbe potuto dedicarsi a studiare attentamente il nuovo testo, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e, quindi, entrato in vigore, ha dovuto ricredersi.

Continua così la favola che vi abbiamo raccontato ieri. Il decreto che di giorno in giorno è slittato da giovedì fino a lunedì (prima al mattino poi al pomeriggio) con la presa per il fondoschiena per chi doveva pagare oggi un tributo allo Stato (l’Iva, l’Irpef sugli stipendi, la rata della rottamazione delle cartelle esattoriali, e altri adempimenti, ecc.) di sentirsi dire dal ministro Gualtieri: «Pagate se potete». Adesso si scopre che il rinvio è al 20 marzo per alcuni e al 31 maggio (con pagamento in rata unica) per tutti gli altri (almeno così sembrerebbe in attesa di conoscere il testo finale).

Un rinvio davvero inutile e inspiegabile. Forse il governo pensa che un piccolo imprenditore o una partita Iva che si trova chiuso in casa e non sa quando e se potrà riprendere l’attività, a fine maggio sarà riuscito a tornare a pieno ritmo per saldare tutti i tributi?
Intanto però la “beffa” continua soprattutto per chi aveva pagamenti in scadenza il 16 marzo e ora a tutti gli effetti è moroso per non aver versato l’importo dato che il decreto ancora non è entrato in vigore.

Nessuna traccia sulla Gazzetta Ufficiale di lunedì 16 marzo che riporta altri provvedimenti, altri decreti, persino l’istituzione di un consolato onorario in Koror (Repubblica di Palau) o la limitazione delle funzioni del console onorario a Guayaquil (Ecuador), ma niente decretone.
Insomma il solito “pasticcio all’italiana”.

Dobbiamo confessare che ce lo aspettavamo perché ogni volta che il governo presenta una manovra finanziaria, per conoscere il testo definitivo bisogna sempre aspettare qualche giorno in più. Tale situazione, con il governo Conte bis si è “aggravata” con balletti continui su cifre e norme; vedi la finanziaria 2019 approvata in extremis quasi alla vigilia di Natale con la fiducia senza neanche un dibattito parlamentare.

Stavolta pensavamo che data la situazione di emergenza, il governo si sarebbe comportato diversamente, invece il penoso balletto da giovedì scorso a oggi dimostra che la confusione è sempre grande. A tal fine non si capisce perché il governo ha voluto fare un decretone unico, anziché una serie di interventi distinti. Per esempio per la questione della scadenza del 16 marzo si poteva benissimo risolvere tutto con un decreto di poche righe. Perché non è stato fatto? Forse perché c’era bisogno di annacquare i provvedimenti “scarsi” nel calderone di tutto il resto?

Eh sì, non riusciamo a trovare un’altra motivazione… Soprattutto perché il governo ha già detto che, in seguito, arriveranno altri provvedimenti. Del resto già pensare che con 500 o 600 euro (ancora non siamo riusciti a capire nemmeno l’entità precisa di tale importo) si possa consentire a piccoli imprenditori, lavoratori autonomi e partite Iva di superare questo momento difficile e, magari, far ripartire l’attività, francamente pare molto difficile.

Una “elemosina”, inferiore anche al reddito di cittadinanza, che certo appare meglio di non avere nulla (in serata il ministro Gualtieri ha tenuto a sottolineare che non si tratta di un “una tantum” ma di un importo mensile, a dimostrazione della confusione e dei cambiamenti ancora in atto) ma che dimostra la scarsissima considerazione che il governo ha per queste categorie.

Se chiudessero definitivamente tutte queste attività (è quello il serio rischio che si corre, ma di cui il governo non sembra accorgersi) l’Italia sarà più ricca o più povera? Speriamo che ci pensino seriamente.
Intanto continuiamo ad aspettare la pubblicazione del testo del decreto… purtroppo la “favola” continua.

Da

La favola continua… il decreto non è in Gazzetta

San Patrizio

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Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzasan patrizio
Comunicato n. 27/20 del 17 marzo 2020, San Patrizio

San Patrizio

Festeggiamo san Patrizio, patrono e apostolo dell’Irlanda, con un testo tratto dall’ “Anno liturgico” di Dom Prosper Guéranger, dove si invoca il santo anche per la conversione della Gran Bretagna. Da tempo il laicismo ha contagiato gli irlandesi come i britannici, e ha privato l’indipendentismo irlandese della sua motivazione religiosa (la difesa del Cattolicesimo dalle eresie britanniche, anche quelle degli eretici scozzesi) che l’aveva caratterizzato nei secoli passati. Preghiamo san Patrizio che l’Irlanda, come tutte le nazioni, sia liberata dagli errori religiosi e ideologici, per il ritorno del regno sociale di Cristo.

L’APOSTOLO DELL’IRLANDA. Oggi la Chiesa vuole che onoriamo l’Apostolo d’un intero popolo: Patrizio, il luminare dell’Irlanda, il padre di quella fedele generazione che perseverò per tanto tempo nel Martirio. In lui rifulse il dono dell’apostolato, che Cristo ha depositato nella sua Chiesa e dovrà perpetuarsi sino alla consumazione dei tempi.
Gl’inviati del Signore si dividono in due classi: gl’incaricati a dissodare una sola mediocre porzione della gentilità, gettandovi la semente che germoglierà in diversa misura, secondo la malizia o la docilità degli uomini; quegli altri la cui missione è come una rapida conquista che aggrega al Vangelo nazioni intere. Patrizio appartiene a questa categoria di Apostoli; e noi dobbiamo venerare in lui uno dei più insigni monumenti della divina misericordia verso gli uomini.
Ammiriamo anche la saldezza dell’opera sua. Nel v secolo la Gran Bretagna era quasi interamente immersa nelle tenebre del paganesimo; l’immensa Germania ignorava la venuta di Cristo sulla terra; tutti i paesi del Nord dormivano nelle ombre dell’infedeltà. Prima che tanti popoli andassero risvegliandosi, l’Irlanda riceveva la buona Novella. La parola divina portata dall’Apostolo prospera in quell’isola, più fertile secondo la grazia che nella natura. Vi abbondano i Santi e si propagano su tutta l’Europa; e gl’Irlandesi fanno partecipi altre contrade di ciò che la loro patria ricevette dal suo fondatore. E quando s’abbatte l’epoca della grande apostasia del XVI secolo, quando la defezione germanica si propaga dall’Inghilterra alla Scozia e a tutte le regioni settentrionali, l’Irlanda rimane fedele; e non esiste genere di persecuzione, abile ed atroce che sia, che riesca a distaccarla dalla fede appresa da Patrizio.

VITA. San Patrizio, chiamato l’Apostolo dell’Irlanda, nacque in Gran Bretagna. Liberato dalla schiavitù in cui era caduto nella sua infanzia, divenne sacerdote e viaggiò molto; si formò alla vita monastica a Lerino e a Tours, quindi si dedicò all’evangelizzazione dell’Irlanda. Per tale opera il Papa san Celestino lo consacrò vescovo nel 431. Le sue fatiche e le sue pene furono ricompensate dalla conversione di tutta l’isola, che fu perciò chiamata l’isola dei Santi. Ebbe un’austerità ed una pietà meravigliosa, incessante la sua preghiera, fu favorito dal dono del profezia e dei miracoli. Morì verso l’anno 461 e fu seppellito a Downe.

LA FEDE. La tua vita, o Patrizio, trascorse nelle penose fatiche dell’Apostolato; ma quanto fu bella la messe seminata dalle tue mani e bagnata dai tuoi sudori! Tu non risparmiasti nessuna fatica, perché si trattava di procurare il dono della fede a molti uomini; ed il popolo al quale l’affidasti la conservò con una fedeltà che sarà sempre la tua gloria! Deh! prega per noi, affinché quella fede, “senza la quale è impossibile piacere a Dio” (Ebr 11,6), domini per sempre i nostri spiriti e i nostri cuori. Il giusto vive di fede (Ab 2,4), dice il Profeta; durante questi giorni essa ci rivela le giustizie e le misericordie del Signore, affinché si convertano i nostri cuori ed offrano al Dio della maestà l’omaggio del pentimento. La Chiesa ci impone dei doveri, e la nostra debolezza ci spaventa: l’unica causa è la fede che languisce in noi. Se essa dominerà i nostri pensieri, non ci costerà la penitenza. Al contrario la tua vita così pura e così piena di opere buone, fu molto mortificata; aiutaci a seguire di lontano le tue orme.

PREGHIERA. Prega, o Patrizio, per l’Isola santa di cui fosti padre e che ti onora con fervida devozione. Intercedi anche, o santo Pontefice, per quell’altra Isola che fu la tua culla, perdonandole tutti gli errori verso i tuoi figli; affretta con le tue preghiere il giorno, in cui essa potrà rientrare nella grande unità dei cattolici. Ricordati finalmente di tutti i paesi cristiani, e fa’ che la tua preghiera di Apostolo li renda accetti al cospetto di colui che ti ha inviato.

Da

San Patrizio

Coronavirus, il messaggio dei bambini della scuola con Dio al centro

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In tempi di coronavirus sono stati tanti i messaggi che sono arrivati dai bambini o dalle scuole.

Uno di questi messaggi sul coronavirus ci ha colpito particolarmente e, abbiamo capito dopo averlo visto, il perché.

Si tratta del messaggio contro il coronavirus arrivato da una scuola veramente cattolica, una scuola che ha Dio al centro.

Si tratta della Scuola San Benedetto, una scuola confessionale cattolica per la regalità sociale di Nostro Signore Gesù Cristo.

La sua pedagogia ripristina la conoscenza incardinata sul cristianesimo e rifiuta la mera “competenza”, ripristina il rapporto fra docente e discente ed abbandona l’idea dell’alunno auto educante, ed auto valutante.
Ripropone una prospettiva di formazione dell’alunno, anziché di addestramento del piccolo uomo, secondo la via dell’Opzione Benedetto lanciata da Rod Dreher e Gianfranco Amato.

E’ una scuola dove il Progetto Educativo mira a potenziare i talenti dei più capaci e contemporaneamente include tutte le difficoltà di apprendimento, nell’ottica cristiana della sua missione.

Dal punto di vista didattico, la Scuola Parentale San Benedetto, spostando il focus educativo sul massimo ideale, Dio, necessita di un diverso piano metodologico e didattico. Esso si concretizza nel ripristino delle didattiche attraverso le quali educare significava forgiare, plasmare, riempire, curare, pur rimanendo, il percorso di studi, pienamente fedele agli obiettivi fissati dalle Indicazioni Nazionali.
Dunque la validità didattica di questa scuola è assolutamente equivalente a quella pubblica.

Il progetto educativo Scuola Parentale di San Benedetto sia articola in una pedagogia che inizia con l’istruzione primaria, ed è finalizzata allo sviluppo integrale ed armonico della persona, mediante la valorizzazione delle sue capacità, le sue conoscenze e le sue potenzialità, sempre all’interno di un’ottica cattolica.

Il Progetto Educativo restituisce integralmente ai genitori il primato dell’educazione dei figli, secondo il dettato dell’art 26, comma 3, della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Esso non è conforme alla Raccomandazione 2006/962/CE dell’Unione Europea (relativa a competenze chiave per l’apprendimento permanente) e non è conforme alla Legge 13 luglio 2015 n. 107 (Buona Scuola), pertanto si applica esclusivamente alla istituto della Scuola Parentale.

Il Piano dell’Offerta Formativa della Scuola Parentale San Benedetto ha elaborato, per ciascun anno delle classi della Scuola Primaria, le didattiche quotidiane da trasmettere agli alunni a partire dal primo giorno di scuola (1° ottobre), fino all’ultimo giorno di scuola (31 maggio).

Il tempo scuola si spiega nei giorni di Lunedì, Martedì, Mercoledì e Giovedì, dalle ore 8,30 alle ore 12,30, per un totale di 16 ore settimanali di didattica e senza compiti per casa.

Nella giornata di venerdì, anch’essa obbligatoria, col medesimo orario, l’insegnante opterà per un consolidamento di quanto svolto durante la settimana, oppure per l’adesione ai progetti offerti dai consulenti della scuola.

I fondamenti della Scuola Parentale di San Benedetto sono la centralità di Dio, la valorizzazione dell’identità, il rispetto della Regola e dell’Autorità,  il ruolo del maestro e dei genitori ecc.

Da

http://www.lafedequotidiana.it/coronavirus-messaggio-dei-bambini-della-scuola-dio-al-centro/

 

La Turchia entra a far parte dei primi cinque maggiori importatori di armi russe

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In base ai dati dello scorso anno, la Turchia è entrata per la prima volta tra i cinque maggiori importatori di armi russe, ha affermato Dmitry Shugaev, direttore dell’agenzia federale per la cooperazione tecnico-militare della Federazione Russa.

“Per la prima volta, la Turchia è entrata tra i primi cinque maggiori importatori di armi lo scorso anno. Complessivamente nel 2019 sono stati firmati contratti per 17 miliardi di dollari”, ha affermato Shugaev.

I maggiori importatori di armi russe, oltre alla Turchia, sono attualmente India, Cina ed Egitto. L’altro Paese tra i primi cinque importatori di armi russe non è stato reso noto.

Accordo tra Russia e Turchia su S-400

Mosca e Ankara hanno firmato un accordo da $ 2,5 miliardi per la consegna di quattro batterie S-400 nel dicembre 2017. La consegna di tutti i componenti dei sistemi S-400 in Turchia è stata completata nel 2019.

Washington e Ankara sono in disaccordo sull’acquisto da parte di quest’ultima dei sistemi di difesa missilistica. Gli Stati Uniti sostengono che gli S-400 rappresentino una minaccia per i loro caccia F-35.

La Turchia insiste sul fatto che installerà gli S-400 in aree non frequentate dai caccia statunitensi sottolineando che non ha ancora messo in funzione il sistema.

Da

https://it.sputniknews.com/difesa/202003168865811-la-turchia-entra-a-far-parte-dei-primi-cinque-maggiori-importatori-di-armi-russe/

La doppia sfida di Bertolaso

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La doppia sfida di Bertolaso

Costruire un ospedale di emergenza, attrezzato e presidiato (di cui la Lombardia ha assoluta e urgente necessità) nonostante l’ostilità e gli intralci posti dal governo

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La scelta del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, di chiamare come consulente l’ex direttore della Protezione Civile, Guido Bertolaso, è una opzione doppiamente forte. Una doppia sfida lanciata al governo.

La prima è quella di cercare a tutti i costi di realizzare, negli spazi messi a disposizione da FieraMilano, quell’ospedale d’emergenza che la Protezione Civile di Conte ha ritenuto di bocciare per mancanza di dotazioni tecniche e del personale necessario.
La seconda è proprio quella di aver chiamato per questa missione ai limiti dell’“impossibile” quel Guido Bertolaso che il centrodestra aveva proposto come commissario straordinario per l’approvvigionamento ma che il vanesio Conte non ha voluto, temendo che potesse “fargli ombra”.

Dalla Regione spiegano: «Non molliamo, non lasciamo nulla di intentato, proviamo tutte le strade possibili, abbiamo tante donazioni e tanti rapporti internazionali, altri ne acquistiamo con Bertolaso oltre a un modulo base già pronto. Da Fontana non c’è alcun calcolo politico, non ci interessano le polemiche ma solo fare di tutto per affrontare l’emergenza».

Ancora l’altro ieri, però, era arrivata una dimostrazione della scarsa attenzione che la Protezione Civile e il suo direttore Angelo Borrelli hanno nei confronti della regione Lombardia. Parliamo della fornitura di mascherine che l ’assessore alla Sanità, Giulio Gallera, ha definito «un fazzoletto, un rotolo di carta igienica» mostrandole alle televisioni, che hanno fatto in modo, poi, di parlarne il meno possibile… mentre esponenti del Pd – sempre in diretta 24 ore su 24 – si “indignavano” per la polemica.

Una autentica vergogna considerando che – in teoria – erano destinate a tutelare medici, infermieri e operatori sanitari impegnati in prima linea nella lotta contro il virus.

Da parte sua Bertolaso – che per la consulenza ha chiesto il compenso simbolico di 1 euro – ha dichiarato: «Se ho aperto l’ospedale Spallanzani vent’anni fa, e ho lavorato in Sierra Leone durante la micidiale epidemia di ebola, forse qualcosa di utile con il mio team spero di riuscire a farlo».
Di sicuro rimane il fatto che – ancora una volta – il governo ha fatto perdere almeno una settimana di tempo prezioso. L’altra cosa certa è che Bertolaso avrà contro tutti: a partire dal sindaco Sala per finire con i sindacati.

Eppure, di un ospedale d’emergenza – in questo momento – la Lombardia avrebbe immenso bisogno per far fronte ad una situazione sempre più difficile, avendo esaurito i posti negli ospedali di Bergamo e di Brescia che, al momento, sono le provincie più colpite dal virus.

La Lombardia ha più del 50% dei positivi e il 67% dei morti, seguita da Emilia-Romagna e Veneto, mentre le Marche hanno superato il Piemonte. In attesa di riuscire a capire se i vari esodi in treno, consentiti fino a sabato dagli errori del governo (che solo ora ha sospeso i treni notturni) hanno portato il contagio e in che misura, anche al Sud.

Altro piccolo fronte di polemica con Angelo Borrelli riguarda le modalità di comunicazione. I cronisti più attenti hanno notato che, nel corso del quotidiano bollettino, quando si arriva al numero dei morti Borrelli usa la definizione «morti con coronavirus» e non «per coronavirus». Forse Borrelli cerca così di rassicurare accompagnando questa definizione con dati che farebbero pensare che il coronavirus sia solo il “colpo di grazia” per persone già moribonde.

Il dato fornito è quello dell’Istituto Superiore di Sanità sui primi 268 pazienti deceduti (ormai siamo a quasi 1.500) che parla di come il 26,1% soffriva di una patologia; il 25,8% di 2 patologie; il 47% di 3 o più patologie e solo l’1,1% non soffriva di alcuna patologia.

L’altro dato che ha fatto discutere (diffuso dalla Protezione Civile) è che tra gli ultra novantenni c’è un tasso di mortalità del 19%; tra gli ultra ottantenni del 16,6%; tra gli over settanta del 9,6%; tra gli oltre sessantenni del 2,7%, per poi scendere allo 0,65 per chi ha più di cinquanta anni e addirittura allo 0,1 dei sopra i 40. Le vittime più giovani, finora registrate sono due trentanovenni: un uomo con pre-esistenti patologie, diabete e obesità, deceduto presso il proprio domicilio, e una donna ammalata di tumore…

Questi dati, diffusi in maniera acritica e non accompagnati dalla spiegazione, per esempio, che in molti ospedali sovraffollati e privi di respiratori per tutti si è costretti a effettuare un “triage selettivo”, portano molti giovani a sentirsi immuni e, quindi, autorizzati a infrangere i divieti.

A seguito di questo modo sbagliato di comunicare, sui social c’è già chi incomincia a dire che di coronavirus non si muore o, addirittura, chi, non avendo conoscenza diretta della situazione, ha persino messo in dubbio l’esistenza del contagio.

La verità che viene taciuta è che, se ci fossero abbastanza medici (capaci di intubare), respiratori, posti di terapia intensiva e personale infermieristico per tutti… il tasso di mortalità scenderebbe dall’attuale 6% e più, a sotto il 2%. Come avvenuto in Cina appena costruiti i nuovi ospedali e arrivati i mille medici dell’esercito.
Questa è ciò che Conte i suoi non hanno voluto capire, ed anche la “missione impossibile” che aspetta ora a Bertolaso.

Da

La doppia sfida di Bertolaso

Pandemic bond: la finanza al cospetto del coronavirus

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Roma, 15 mar –  Nel 2017 la Banca Mondiale ha emesso i pandemic bond per un totale di 320 milioni di dollari. Si tratta di obbligazioni che pagano alte cedole, ma se poi scatta la pandemia si rischia tutto o parte del rimborso. Per questo la dichiarazione ufficiale dell’Organizzazione mondiale della sanità di pandemia da coronavirus riguarda anche la finanza. Chi, infatti, acquista un’obbligazione compra parte del debito di una società (o di uno Stato) rappresentato da un titolo, e ne diventa soltanto creditore. In teoria dunque, a meno di un default (cioè di un fallimento) della società o dello Stato in questione, il creditore deve riavere a una scadenza prefissata il capitale sottoscritto più gli interessi previsti dal contratto. In questo caso, però, i creditori potrebbero perdere tutto. Vediamo perché.

Il funzionamento dei pandemic bond

Tra il 2014 e il 2016, quando Ebola provocò oltre 11mila vittime in Africa, la Banca mondiale ideò un nuovo e particolare meccanismo. Nel 2017 furono emessi due bond per un totale di 320 milioni di dollari con scadenza 15 luglio 2020. In pratica, stiamo parlando di obbligazioni finalizzate a fornire alla World Bank la liquidità necessaria per aiutare i Paesi in via di sviluppo. Nel dettaglio, come rilevato anche da un recente report di Dbrs Morningstar, i 320 milioni di titoli sono divisi in due tranche: la Classe A, di 225 milioni, che paga una cedola del 7% e per cui le perdite per i sottoscrittori hanno un tetto massimo al 16,67% (vale a dire 37,5 milioni), e la Classe B, di 95 milioni, con una cedola dell’11% e il rischio di perdita totale del capitale. Se, come sembra, la pandemia di coronavirus farà scattare il pagamento dei bond, le perdite complessive per i sottoscrittori saranno quindi pari a 132,5 milioni, anche se l’ammontare effettivamente a disposizione salirà a 195,8 milioni grazie a meccanismi di riassicurazione.

Il fiume di dollari che arriverà dagli obbligazionisti servirà a finanziare il Pandemic Emergency Financing Facility. Il Pef, difatti, è un fondo che fornisce aiuti alle nazioni colpite da pandemie. I soldi vengono raccolti in due modi: tramite un metodo assicurativo, legato ai bond di cui stiamo parlando, o “per cassa” e cioè tramite i contributi di Paesi ricchi e organismi come l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms).

Le clausole “capestro”: il caso del Congo

Nel recente passato gli investitori non hanno perso neanche un centesimo. Vediamo perché. In primis, è necessario attestare si tratti di pandemia, ossia un’epidemia con tendenza a diffondersi ovunque, cioè a invadere rapidamente vastissimi territori e continenti. Essa può dirsi realizzata soltanto in presenza di queste tre condizioni: un organismo altamente virulento, mancanza di immunizzazione specifica nell’uomo e possibilità di trasmissione da uomo a uomo. Tutto ciò può tuttavia non bastare a fare scattare i rimborsi.

Federico Giuliani di Insideover ci ricorda il caso del Congo: “Nel 2018 Ebola ha causato oltre 2mila vittime nella Repubblica Democratica del Congo ma, dal momento che non ci sono state almeno altre 20 vittime in un secondo Paese, i pandemic bond non hanno scucito un solo quattrino”. Attenzione: stiamo parlando di operazioni che avvengono alla luce del sole. Nessun complotto. I Pandemic bond fanno parte di un segmento più ampio di obbligazioni – i Catastrophe bond – che nel mondo valgono circa 37 miliardi di dollari. Il meccanismo è analogo: gli investitori percepiscono una cedola molto alta, ma se poi si verifica l’evento coperto dal Cat-bond, come è chiamato in gergo, si perde tutta o parte della somma investita.

L’hedge fund che ha scommesso sul “crollo delle borse”

Il rapporto tra sciagure e grande finanza non si limita all’uso dei pandemic bond. Ad esempio Bridgewater, il più grande hedge fund del mondo, si è messo sulla difensiva sottoscrivendo contratti di assicurazione (put options) con l’obiettivo di proteggere il suo patrimonio (circa 150 miliardi di dollari in azioni e investimenti finanziari). Le put options consentono di vendere titoli a un prezzo prefissato ed entro una data certa. In sostanza se un gestore prevede l’arrivo di un ciclo negativo, può tutelarsi siglando accordi di vendita dei titoli prima che cadano le quotazioni. La decisione è stata presa dal fondatore del fondo Ray Dalio, il quale spiega che tale operazione “non nasce dalla sfiducia, ma è parte di una particolare strategia di gestione al servizio dei suoi clienti”. La scelta di Dalio potrebbe far sorgere inquietanti interrogativi sulla nascita e diffusione del coronavirus. In realtà la scelta del magnate americano, probabilmente, è stata dettata da motivazioni che nulla hanno a che fare con l’epidemia.

Da almeno due anni molti analisti sostengono che la maggior parte dei prezzi delle azioni siano sovrastimati e dopati da anni di bassi tassi di interesse e di Quantitative Easing. Quindi in molti si aspettavano il tonfo delle Borse. Sicuramente il Covid-19 ha contributo a danneggiare l’economia mondiale. Qualche big della finanza sta traendo beneficio da queste moderna pestilenza ma non possiamo considerarlo l’untore del terzo millennio. Sin dal 2017 si sapeva che il coronavirus fosse un’evenienza assai probabile, e per la quale occorreva predisporre piani di emergenza. Purtroppo nessun politico ha predisposto strumenti adeguati per fronteggiare la pandemia. Il vuoto pneumatico lasciato da chi è stato eletto per governarci è stato riempito dai burocrati del mondialismo. I danni per la nostra economia sono al momento elevatissimi. È necessaria l’immissione di tanta liquidità per favorire la ripresa.

Alla luce di quanto detto, il complottismo è un lusso che non possiamo permetterci anche perché, nella stragrande maggioranza dei casi, è l’alibi degli ignavi. L’impegno politico diventa inutile se c’è un governo mondiale che decide per tutti quanti noi. Per questo è meglio stare a casa sul divano.

Salvatore Recupero

Da

https://www.ilprimatonazionale.it/economia/pandemic-bond-finanza-coronavirus-149667/?fbclid=IwAR2xPLzYXV903yGmGn-ufTCerIq7po5_7m6E4qLiZfVgWHpFCDArwjIKiZA

Coronavirus, a Brescello il parroco espone il crocifisso di Don Camillo (Video)

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Brescello, 13 mar – «Da stamattina, il Crocifisso di Don Camillo è esposto all’esterno della chiesa di Brescello. Cristo, morto e risorto per la nostra salvezza, faccia cessare l’epidemia su Brescello, l’Italia e il mondo intero! Noi facciamo la nostra parte: restiamo a casa e preghiamo!».

Così il parroco di Brescello, Evandro Gherardi, ha annunciato ai suoi fedeli di aver posizionato il crocifisso sul sagrato della chiesa parrocchiale di Santa Maria Nascente, proprio nella piazza del Comune emiliano in cui sono ambientate le vicende della saga di Don Camillo e Peppone, descritte dalla magistrale penna di Giovanni Guareschi. «Non è la prima volta che una sciagura invade le nostre case – ha spiegato il parroco in un video all’atto dell’esposizione in piazza – Un giorno il virus si ritirerà e il sole tornerà a splendere. Allora, la fratellanza che ci ha unito in queste ore terribili con la tenacia che Dio ci ha dato, ricominceremo a lottare perché il Sole sia più splendente, perché i fiori siano più belli e perché la miseria sparisca dai nostri paesi e dai nostri villaggi. Dimenticheremo le discordie, e quando avremo voglia di morte cercheremo di sorridere così tutto sarà più facile e il nostro paese diventerà un piccolo paradiso in terra», ha concluso sollevando la croce e mostrandola ai fedeli riuniti nella piazza del piccolo comune.

Così, quel crocifisso con il quale Don Camillo era solito interloquire intimamente, rivolgendosi come ad un amico, e che gli rispondeva bacchettandolo benevolmente sulle sue debolezze, ora diventa il simbolo della speranza dei credenti nella battaglia contro il morbo che sta piegando l’Italia. Ed ora, in questa esposizione pubblica, è come se parlasse a tutti noi.

Gepostet von Evandro Gherardi am Donnerstag, 12. März 2020

Cristina Gauri

da

https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/coronavirus-brescello-parroco-crocifisso-don-camillo-video-149440/

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