INPS, 776 milioni di euro spesi e un sito che non funziona –

Condividi su:

INPS, 776 milioni di euro spesi e un sito che non funziona

Dopo la giornata di ordinaria follia che abbiamo vissuto ieri, pubblichiamo i dati relativi ai costi del sistema informatico dell’INPS

TEMPO DI LETTURA: 8 MINUTI

Disorganizzazione, inefficienza, violazione della privacy e la solita comunicazione catastrofica. Questi quattro elementi sarebbero più che sufficienti per rappresentare il disastro di cui si è resa protagonista l’INPS nella tragicomica gestione delle richieste del bonus di 600 euro per l’emergenza Covid-19, e infatti tra poco li approfondiremo uno per uno.

QUANTO COSTA IL SISTEMA INFORMATICO DELL’INPS

Prima, però, occorre mettere sul tavolo il quinto elemento, cioè le importantissime risorse economiche che l’INPS ha speso per costruire un sistema che ieri ha mostrato lacune del tutto evidenti. Parliamo di cifre monstre, che non ci sono state fornite da chissà quali misteriose fonti, ma che si trovano sul sito dell’INPS nella pagina intitolata “Nuove procedure dell’INPS nel settore informatico”, che trovate a questo link.

In apertura viene sottolineato che «il settore IT è di rilevanza strategica per l’Istituto, rappresentando, ad oggi, circa il 35% delle spese di funzionamento complessive dell’intera struttura. È gestito da personale interno dell’Istituto con specifica competenza tecnica, assistito dai maggiori partner tecnologici di mercato. Negli ultimi anni è stato realizzato un progressivo processo di razionalizzazione e accentramento che ha consentito il raggiungimento di rilevanti economie di scala, con risparmi strutturali nel settore, nell’ultimo triennio, pari ad oltre 200 milioni di euro (circa il 40% della spesa IT)».

Quindi, se ci atteniamo ai dati riportati dalla stessa INPS, con un banale calcolo arriviamo alla spesa IT (acronimo di Information Technology, ndr) complessiva, che è pari a 500 milioni di euro (per l’esattezza 776, se consideriamo quelli spesi dal 2005 al 2016).

Ma andiamo avanti.

Saltiamo il paragrafo relativo alle procedure di gara e, al successivo, troviamo che «viene inoltre costantemente privilegiata l’acquisizione di beni e servizi informatici tramite gli strumenti negoziali posti a disposizione da Consip».

Nel paragrafo successivo troviamo lo specchietto che vi riproponiamo nello screenshot che trovate qui sotto, che riporta «i vincitori delle ultime gare informatiche INPS».

Con una semplicissima ricerca abbiamo trovato – sempre sul sito INPS – l’avviso di aggiudicazione di appalto per la «Fornitura dei servizi di sviluppo, reingegnerizzazione e manutenzione del software applicativo dell’INPS», che potete scaricare cliccando qui.

Come vedrete si tratta di un file pdf di 23 pagine in cui troviamo il dettaglio dei servizi richiesti, dei rispettivi costi e delle aziende che hanno vinto la gara, il tutto diviso per lotti.

Il primo lotto riguarda il «Potenziamento e semplificazione del Front-end verso il cittadino e realizzazione del disaccoppiamento tra i processi di front-end e quelli di back-end, con eliminazione delle ridondanze applicative, per supportare la gestione di una domanda sempre più esigente in termini di numerosità e qualità di servizi erogati tramite portale e contact center» ed è stato vinto da RTI Engineering S.pA., Innovare24 S.p.A., Inmatica S.p.A. e Eustema S.p.A. a fronte di un offerta pari a 35.643.131 milioni di euro più IVA.

Poi a pagina 8 il lotto n. 2 concernente «Attività di sviluppo e integrazione di applicazioni abilitanti per gli interventi di reingegnerizzazione e automazione dei processi istituzionali in atto» vinto da RTI Accenture S.p.A., Avenade Italy S.r.l., Data Management Soluzioni IT per il settore pubblico S.p.A. e Indra Italia S.p.A. a fronte di un’offerta pari a 33.883.163,80 milioni di euro più IVA.

Due pagine più avanti il lotto n. 3 con la «revisione dell’architettura del SI con l’obiettivo di renderla totalmente indipendente dalla distribuzione territoriale dell’Istituto (con erogazione omogenea dei servizi su tutto il territorio nazionale), assicurando al contempo la funzionalità di contestualizzazione dal parco applicativo delle peculiarità territoriali», aggiudicata da RTI IBM S.p.A., Sopra GroupS.p.A., E&Y S.p.A. e Sistemi Informativi S.r.l. per la cifra 21.735.368,27 milioni di euro più IVA.

A pagina 12 troviamo il lotto n. 4: «Adeguamento dell’architettura del SI e realizzazionedi applicazioni volte allo sviluppo dei rapporti telematici con conseguente adeguamento dell’infrastruttura di protezione e sicurezza dei dati e realizzazione della componente di “Data quality”», aggiudicato da RTI Selex Elsag S.p.A., HP Enterprise Services Italia S.r.l., E-Security S.r.l e Deloitte Consulting S.p.A. per 29.792.124,20 milioni di euro più IVA.

Poi tutti gli altri lotti che, come potrete leggere voi stessi, perlopiù riguardano i servizi offerti ai cittadini.

Ora, noi siamo sinceramente convinti che in materia di innovazione e digitalizzazione non si debba veramente badare a spese, un concetto di per sé sacrosanto, che uscirà ulteriormente rafforzato dall’emergenza in corso. Tuttavia, non possiamo fare a meno di constatare come a fronte di investimenti così onerosi ci troviamo a dover vivere situazioni limite come quella della giornata di ieri, durante la quale, è bene ricordarlo, si sono sommate una serie di disfunzioni che hanno messo a nudo tutta la debolezza del sistema.

IMPROBABILE L’ATTACCO DA PARTE DI HACKER

Prima il sito che non funziona perché non è in grado di reggere tutto quel traffico, eventualità ampiamente prevedibile, che si sarebbe potuta tranquillamente evitare prendendo le dovute contromisure (ci sono stati 10 giorni di tempo).

Poi la violazione della privacy di un numero indefinito di utenti, i cui dati sono diventati liberamente consultabili da altri cittadini che si erano loggati con il proprio pin personale per presentare la fantomatica richiesta del benedetto contributo di 600 euro.

Per non parlare della comunicazione: prima l’annuncio del click day, poi la circolare secondo cui le richieste sarebbero state vagliate in base all’ordine cronologico in cui sono state presentate, rimossa dal sito dell’INPS la sera del 31 marzo, ovvero a poche ore dalla fatidica mezzanotte.

Infine, l’ipotesi avanzata da Pasquale Tridico, secondo cui tali problematiche sarebbero dovute a un «attacco da parte di hacker» del quale, a oggi, non vi è alcuna evidenza fattuale e che, indirettamente, viene smentita dallo stesso Tridico quando invita i cittadini a non prendere d’assalto il sito dell’INPS per evitare problemi di traffico.

Oltretutto, anche nell’ipotesi (a nostro avviso piuttosto remota) in cui venisse confermato l’hackeraggio, saremmo comunque di fronte a un gravissimo problema di vulnerabilità del sito.

Problemi tecnici, certo, dietro ai quali però si celano l’umanità e la frustrazione di centinaia di migliaia di lavoratori autonomi in ansia per le grandi incertezze che derivano dall’emergenza coronavirus, sotto stress per le misure restrittive a cui siamo tutti sottoposti e che, come se non bastasse, hanno difficoltà ad accedere a un contributo oggettivamente misero.

Dinnanzi a tutto ciò è inevitabile, oltre che legittimo, pensare che tutti quei soldi dovrebbero essere spesi meglio e che qualcuno cominci ad assumersi le proprie responsabilità.

Da

INPS, 776 milioni di euro spesi e un sito che non funziona

Tornano col virus gli scemi di guerra

Condividi su:

 

Pensavo che l’incubo in cui siamo finiti da un mese ci concedesse almeno una tregua dai focolai di livore, cecità ideologica e faziosità che abitualmente accompagnano la nostra vita normale. Speravo che la solidarietà comunitaria richiesta in momenti come questi, la carità di patria, l’interesse superiore della salvezza collettiva, lasciasse indietro ogni sussulto di falsificazione vistosa della realtà e distorsione clamorosa della verità. E invece l’idiozia militante non si è presa una pausa neanche col contagio, i morti e le restrizioni.

Il campionario è vasto e non so davvero da dove partire. Dall’odio schiumante verso Trump accusato di essere quasi al servizio del covid-19 al tifo militante perché Bolsonaro si prenda il virus, dal “ben ti sta” che si leggeva nelle parole e sulle facce quando si parla di Boris Johnson (ma la stessa sorte non si riserva alla progressista Svezia che segue le sue orme) fino al capovolgimento della Cina considerato quasi un paese benefattore dell’umanità perché ha fatto da cavia al virus, si è sacrificato per primo e ora ci manda le mascherine. E l’accusa al governo cinese di aver nascosto per settimane i focolai, viene stranamente spostata sulla Russia di Putin o sull’Iran.

Ma il caso più clamoroso è stato il coro contro Orban il dittatore. Ricapitolo in breve la faccenda: Orban è il leader che in Europa gode di più consenso popolare, liberamente e democraticamente espresso, eletto e rieletto con più voti dell’elezione precedente. Ovvero, dopo aver governato, gli ungheresi hanno premiato lui e il suo partito dandogli la maggioranza assoluta. Ora c’è un’emergenza senza precedenti, noi accettiamo senza batter ciglio che un signore, mai eletto e votato da nessun cittadino, diventi l’Unico Riferimento Nazionale e a colpi di decreti, restringa in modo vistoso e mai accaduto diritti e libertà elementari. E ci permettiamo di criticare un leader democraticamente eletto, che ha risollevato le condizioni sociali ed economiche del suo paese, e ora chiede pieni poteri fino a che ci sarà l’emergenza. E li ottiene democraticamente dal Parlamento con una maggioranza ampia di due terzi. Da noi non c’è stato alcun passaggio parlamentare, alcun voto, per commissariare l’Italia e attribuire al premier pieni poteri, con divieti e decreti a raffica, esercito e polizia per le strade. Ma non si è posto limiti di tempo, obbiettano le anime belle. Ma per forza signorini, se non si sa quando finirà l’emergenza, come evolverà il contagio, non possiamo stabilirlo a priori. E poi, scusate, che senso ha parlare di colpo di stato riferendolo a un governo in carica, pure rieletto? Che bisogno aveva di fare quello che voi stessi chiamate autogolpe, certificando così la stupidità della vostra accusa? Lì scatta la solita argomentazione finale: così cominciò Hitler. Così cominciano tutti i governi davanti a una guerra, un’emergenza, una situazione d’eccezione, dai migliori ai più malefici. Da Churchill a Contebis.

Ma l’obbiettivo nostrano della campagna contro la dittatura ungherese è colpire Salvini, Meloni e la destra. E gridare, come fa perfino Contebis, al rischio nazionalismi in Europa: ma fuori dalle formulette, che succede quando un Paese costretto dai vincoli europei, si accorge che quell’unione non funziona nella buona e nella cattiva sorte, ma solo nella prima? Che deve fare da solo, come stanno facendo del resto tutti quanti. Lo chiamate nazionalismo? Io lo chiamo realismo, realismo italiano, nazionale, popolare, sociale.

Avete voglia poi a dire che dobbiamo preoccuparci di tutto il mondo, in casi come questi hai una sola priorità: i milioni d’italiani che non sanno come andare avanti. Non puoi stabilire un reddito di cittadinanza davvero universale, come propone l’anima bella BeppeGrillo, cioè estesa a sette miliardi e mezzo di abitanti del pianeta. Universale sta per nazionale, cioè limitato al tuo paese. Nessuno riesce a caricarsi i problemi del mondo, neanche Atlante o il clan dei casalini. Non lo dite, ma di fatto anche voi siete inchiodati al “prima gli italiani”.

Per finire in scemenza, tiriamo fuori il pensiero patafisico che attraversa ormai tutti gli umanitari-antiumanitari, tutti i progressisti-antisviluppo. Perché siamo stati puniti dal virus? Lo riassume bene Dacia Maraini sul Corsera di ieri, ma è la sintesi di quel che sussurra da settimane l’Intellettuale Collettivo: “Certamente nessuno più pensa che un Dio punitivo mandi i castighi sulla terra, ma qualcosa del principio di causa ed effetto rimane. Abbiamo bruciato le foreste, sparso di cemento ogni angolo della terra, abbiamo avvelenato gli ambienti(…) riempito il mare di plastica, messo in pericolo l’ecosistema. La Natura che non è divina ma ha tutta la potenza di una divinità cosmica reagisce con irruenza ai maltrattamenti, anche se non si tratta di una volontà moralistica ma di un processo di autodifesa”.

Capito? Ce lo siamo meritati; non ci punisce Dio ma Greta Thunberg, tribuna della Natura. Ora, il nesso tra inquinamento e coronavirus non c’è, un virus sorto in Cina non ha legami con l’Amazzonia. Però fa comodo leggere moralisticamente il contagio. Il secondo passaggio è accusare del virus i governi reazionari del mondo, compreso chi recita l’eterno riposo. Ora, un maggior rispetto della Natura a me sembra una priorità necessaria e vitale, a partire dalla difesa dell’ordine naturale del mondo. Ma il virus ha un’altra storia, a meno che adottiamo una visione magica. È tipico però del politically correct distorcere il Dio punitivo degli antichi in versione ideologico-moralistica-ambientalistica. L’argomentazione che usa la Maraini sulla natura che si ribella si potrebbe applicare anche ad altri contesti: l’aids fu una reazione della natura contro i disordini sessuali e omosessuali dell’umanità. Il meccanismo logico-morale è lo stesso…

La guerra mondiale produsse a suo tempo “gli scemi di guerra”. Temo che i virus facciano altrettanto.

MV, La Verità 1° aprile 2020

Da

Tornano col virus gli scemi di guerra

[Video] Avarizia, Cupidigia, Spilorceria, Giuda Iscariota

Condividi su:

Sul nostro canale Youtube sono disponibili nuovi video. Ultimo in ordine di data è il video di una breve ricerca su: Avarizia, Cupidigia, Spilorceria, Giuda Iscariota

Preghiamo per i nostri Sacerdoti e Religiosi, per le Suore, per le vocazioni, per le famiglie, per le intenzioni della nostra Associazione e per la conversione dei modernisti affidandoci alla potente intercessione di San Giovanni di Dio .

Ossequi, Carlo Di Pietro.

Continua a leggere

Le tre “disgrazie” dell’ Unione Europea. Altro che Bond…

Condividi su:

 

Dio ”denaro” le fa e le accoppia, quando si tratta di fare gli interessi della parte finanziaria dell’Europa, quella dell’asse tedesco e francese ( per ora dall’altra parte, ma pronto a fare le scarpe all’Italia come sempre)che continua a gestire gli interessi propri guardando e mettendo le mani nelle tasche altrui. Il confabulare fitto di tre persone poco credibili, che continuano ad arroccarsi, sgretolando quel che resta dell’Unione europea, è la conferma che anche da disastri e pandemie -come quelli da contagio da coronavirus- c’è chi è in posizione di forza e di attesa per trarre il massimo vantaggio dalla situazione in corso e per quando ci sarà la ripresa. E così mentre l’economia tedesca, non era una sorpresa, continua a lavorare sia pure a ritmi ridotti e a non creare allarmi di sorta sui contagi, e a lesinare aiuti all’Italia fino a 10 giorni fa, a noi tocca ottenere un bel rifiuto sull’utilizzo di fondi europei congelati. Ma che potremmo prelevare, secondo il diktat tedesco (Olanda e paesi baltici) e francese (che detiene la presidenza della Bce) , solo se pagheremo interessi. E con quei vincoli della ”troika” che hanno strozzato l’economia greca, sulla quale ha tratto vantaggi in termine di acquisizioni- di beni e servizi- proprio la Germania. Che combinazione. Brava Frau Angela Merkel, contraria alla erogazione di bond per l’emergenza da virus a corona, ribattezzati covibond, visto che ha i suoi da piazzare e con un paramento preciso che determina lo spread.

E naturalmente in tutta questa squallida storia di interessi finanziari non potevano mancare la sponda francese con Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea(non nuova a interventi antitaliani) e dalla tedesca Ursula von der Leyen presidente della Commissione Europea.Entrambe hanno brillato per uscite allineate sulle posizione tedesche e del gotha finanziario dell’Unione. In mezzo, per dovere di cronaca, le proteste italiane di governo e partiti , le parole imbarazzate di mediazione del presidente del parlamento europeo David Sassoli e quelle del commissario europeo Paolo Gentiloni. Appelli alla solidarietà che lasciano il tempo che trovano. Mediazioni? Compromessi per pochi euri e con l’Italia da tenere alla catena, come un cane o quasi, per via del debito pubblico.

Francamente la facciatosta e l’arroganza, è la parola giusta, di queste tre Disgrazie meriterebbero davvero che James Bond intervenisse . Del resto ”007” l’agente di sua Maestà britannica è nel limbo della ”Brexit” senza che il Regno Unito abbia regolato i conti con l’Europa. In cassa ci sono anche i suoi quattrini oltre a i nostri, ma con una chiave tedesca e un lucchetto francese da scardinare. Forse Arsenio Lupin (il ladro gentiluomo) potrebbe irretire e far girare la testa alle tre ”disgrazie”.

Da parte nostra c’è Giuseppe Conte con la sua eleganza e le tre Grazie di Canova da esibire, insieme a quel patrimonio italico da sfruttare nei momenti difficili. Fatto di ironia, furbizie (servono anche quelle quando altri giocano sporco) e arte di arrangiarsi . Pensando, magari, a quel film in bianco e nero che fu ” guardie e ladri” degnamente rappresentato da Totò e Aldo Fabrizi. Se non ci sono lo zio Sam, gli Stati Uniti e l’Europa delle lobbyes, ci sono altri Paesi (dalla Cina a Cuba all’Albania) che ci hanno mostrato solidarietà concreta. Qualcuno presenterà il conto. Ma almeno è leale. Le ”tre disgrazie” no, verso l’Italia e quel che resta dell’Europa a 28 . Dalla bandiera dell’Unione mancano tante stelle e su questo non ci piove…Noi tiriamo dritto. E’ meglio.

 

da

Le tre “disgrazie” dell’ Unione Europea. Altro che Bond…

L’autore di ‘Ragazzi di Buda’: “Il mio inno contro il conformismo”

Condividi su:

“Noi abbiamo passato quasi 50 anni sotto i comunisti mentre voi avevate la libertà. Però voi italiani avete scritto la canzone più bella sulla rivoluzione del 1956”. Così parlò Viktor Orbán e a Pier Francesco Pingitore, papà di “Ragazzi di Buda”, saranno fischiate le orecchie. Oggi che la libertà di tutti è minacciata da un nemico subdolo e invisibile, e Orbán per i comunisti è diventato il nuovo “uomo nero”, ne parliamo proprio con il noto regista, drammaturgo e autore televisivo, consacrato al grande pubblico dall’invenzione del “Bagaglino” ma in realtà creatore poliedrico e intellettuale fra i pochi non sottomessi alla vera dittatura del nostro tempo. Quella del politicamente corretto.

“Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest, studenti braccianti operai, il sole non sorge più ad Est…”. Maestro Pingitore, come è nata questa bella canzone?

“Scrissi questo testo nell’ottobre del 1966. Era il decimo anniversario della rivolta d’Ungheria e in Italia la ricorrenza era celebrata assai poco perché in fondo non faceva comodo a nessuno. Il mondo era diviso in due blocchi contrapposti ma da noi evitavano di pungersi troppo, e quel tragico decennale rischiava di passare quasi sotto silenzio. Da qui nacque l’ispirazione. Composi il brano rapidamente, il nostro musicista di allora Dimitri Grivanovski la musicò, Pino Caruso la cantò”.

Erano i primi anni del Bagaglino…

“Esatto. Avevamo fondato il Bagaglino nel 1965 con alcuni amici giornalisti, iniziando da piccoli spettacoli e dalla scoperta di personaggi che si sarebbero rivelati poi figure importanti: da Oreste Lionello, a Caruso, a Gabriella Ferri… Al nostro secondo anno di attività cadde questo importante anniversario. Caruso cantò ‘Ragazzi di Buda’ praticamente per tutta la stagione, incontrando grande favore da parte del pubblico che all’epoca consisteva in 100-150 persone a sera, stipate in uno scantinato. Da lì poi il brano si diffuse all’esterno, nelle università e man mano in altri luoghi ma io ne persi un po’ le tracce. Finché due o tre anni fa fui contattato dall’Ungheria, intendevano stabilire un rapporto con me e avevano in mente anche di invitarmi a Budapest. Ma finora, purtroppo, non ho potuto accettare l’invito”.

Il fatto che il brano negli anni sia diventato un inno identitario per tante generazioni di ragazzi, soprattutto di destra, autonomizzandosi in qualche modo dalla stessa figura del suo autore, le dispiace o è un motivo di orgoglio?

“E’ sempre un motivo di orgoglio fino a quando le parole vengono rispettate. E’ stato così fino a un certo punto, poi sono intervenuti alcuni cambiamenti. Io però gradirei che ‘Ragazzi di Buda’ venisse cantata esattamente come è stata scritta all’inizio. In ogni caso, è chiaro che mi fa piacere che qualcuno ancora la esegua. So che qualche anno fa la canzone è stata intonata in ungherese e in italiano in tutte le scuole elementari e medie di Budapest. Ho visto il video e mi ha molto emozionato”.

Maestro, nel 1966 lei dedicò il testo alla resistenza dei giovani di Budapest contro il totalitarismo sovietico. Pensa che oggi ci sia bisogno di una nuova “Ragazzi di Buda” per difendere gli ungheresi dal pericoloso dittatore Orbán?

“No, non lo credo per niente. Oggi si tende a politicizzare sempre tutto e a perdere di obiettività. In realtà ciò che questo terribile dittatore ha fatto è applicare quello che la Costituzione ungherese prevede per adottare determinate misure nelle situazioni di emergenza. Misure che finora non si discostano granché da quelle adottate da Conte, a Camere in semi-quarantena, mentre Orbán ha avuto comunque una maggioranza di oltre i due terzi da parte del Parlamento ungherese. Non voglio dire con ciò che Conte stia facendo un golpe, per carità. Ma ci sono momenti difficili nei quali ogni Paese ha necessità di assumere provvedimenti eccezionali e straordinari. Non si capisce perché le stesse misure applicate da noi, o in America, o in Francia vanno bene, mentre se adottate in Ungheria diventano il prodotto di una terribile dittatura. Il problema è che ci si confronta sempre su visioni parziali che ciascuno matura in base al filtro dei propri pregiudizi e anche dei propri interessi. E invece non è il momento di bandire crociate. L’unica crociata vera dev’essere quella contro il coronavirus. Il resto sono tutte chiacchiere”.

Tempo fa lei disse di essersi schierato a destra “perché a sinistra non c’erano più posti”, espressione che ben rappresenta il conformismo di tanto mondo della cultura e dello spettacolo. La considera ancora attuale? E ritiene che il conformismo sia oggi un pericolo anche a destra?

“Il conformismo è sempre un pericolo, che abbia connotazioni di destra o di sinistra. Solo che il conformismo di sinistra ha governato culturalmente l’Italia per settant’anni, mentre un analogo pericolo a destra non mi sembra di intravederlo. Il conformismo di sinistra è invece un guaio persistente. E’ il politicamente corretto che uccide qualunque libertà, è il pregiudizio per cui in una discussione la cosa più importante è essere il primo a dare del fascista all’altro. Si dà a certe parole il valore di una pistolettata, chi la spara per primo ha vinto”.

Da uomo di cultura e di spettacolo che negli anni ha saputo far ridere e riflettere milioni di italiani, come sta vivendo questo periodo di quarantena? Ne usciremo cambiati? E se sì, in meglio o in peggio?

“Sento tanti dire che cambierà tutto, che saremo diversi… Io sinceramente non lo so. Credo che dovremo rimboccarci molto le maniche e darci da fare, come forse non abbiamo fatto negli ultimi anni. Sempre a patto di sopravvivere, potremmo anche ricavare qualche beneficio da questa lunga penitenza. Ma previsioni su come saremo non ne azzardo. Nel dopoguerra, che è l’esperienza più prossima alla quale possiamo rifarci, ci si trovò in un mondo totalmente cambiato: era mutato il regime, il modo di vedere le cose, c’erano le città bombardate e una grande voglia di ricominciare. Oggi invece c’è un bombardamento ideale al quale dovremmo cercare di porre riparo, ma è difficile dire come, perché non sappiamo ancora l’entità delle rovine che ci troveremo di fronte. C’è una struttura economica, industriale e produttiva che potrebbe uscirne a pezzi se la situazione di stallo durerà ancora a lungo, ma può anche darsi che tutto finirà prima di quanto immaginiamo. La verità è che brancoliamo nel buio, il buio ci fa paura e quando si ha paura non si possono mai fare previsioni attendibili”.

Questa prova è dura per tutta l’Italia, ma per alcuni territori già colpiti lo è ancora di più. Pensiamo ad esempio alle zone terremotate. Lei in qualche modo è legato all’Aquila, dove è ambientato il suo spettacolo teatrale dedicato alla liberazione di Benito Mussolini dalla prigionia di Campo Imperatore, e dove è tornato di recente per partecipare alla Festa della Montagna, una bella iniziativa promossa dall’amministrazione comunale. Cosa vorrebbe dire in questo momento agli aquilani?

“Che hanno tutta la mia solidarietà. L’Aquila è una città splendida, tutto l’Abruzzo è splendido e vi sono persone generose e accoglienti. Non dimenticherò mai il sostegno e il calore degli abruzzesi durante i miei spettacoli su Mussolini a Campo Imperatore, dove sono venute anche persone di tutt’altre idee che hanno apprezzato l’obiettività con la quale ho trattato quei temi. Ho incontrato un popolo che mi piacerebbe in qualche modo aiutare, non so come ma mi piacerebbe. Intanto auguro loro che questo incubo abbia fine per non dover vivere nuove sciagure dopo quelle che hanno già dovuto sopportare e che hanno affrontato con tanto orgoglio e con grande dignità”.

da

L’autore di ‘Ragazzi di Buda’: “Il mio inno contro il conformismo”

Orban, la Costituzione ungherese e la dittatura dell’ignoranza

Condividi su:

Forte della straordinaria autorevolezza politica e morale che le deriva dalla splendida, solidale, lungimirante ed empatica gestione della crisi pandemica in atto, l’Unione europea mette sotto osservazione il disegno di legge con il quale il premier ungherese Orban propone al Parlamento ungherese l’approvazione dello stato di emergenza, ai sensi dell’art. 53 della vigente costituzione.

Eppure, non si tratta che di legalissimo disegno di legge, sottoposto al voto del Parlamento, per prevedere il prolungamento dello stato di emergenza fino al cessare dell’emergenza sanitaria, appunto in applicazione di una chiara regola costituzionale.

Ovviamente, insieme all’Unione europea, i mainstream media gridano alla dittatura e alla fine prossima della democrazia ungherese: la quale, invece, risulta ben salda e plurale, come testimonia, ad esempio, la recente vittoria dei socialisti alle elezioni amministrative di Budapest.

In Italia, il pressapochismo conformista della stampa dominante fa naturalmente eco. La cronistoria che della vicenda fa Paolo Valentino, sulle pagine del Corriere della Sera del 25 marzo, è un buffo esempio di doppiopesismo partigiano. Scrivendo dall’Italia, paese in cui un Presidente del Consiglio cancella con propri autocratici e solitari decreti le più sacre libertà individuali ed economiche, il nostro giornalista lamenta che «una volta in vigore la nuova legislazione, Orban potrebbe governare per decreto senza approvazione parlamentare fin quando lo riterrà necessario per sconfiggere l’epidemia». Oh, stupore e meraviglia! Ma dove vive Valentino?  Avesse un piccolo momento di consapevolezza, resterebbe attonito a riflettere sul quel che sta accadendo qui da noi, non in Ungheria…

Da noi, in effetti, la giusta preoccupazione dei virologi di contrastare il virus e di attenuarne l’impatto sulle strutture sanitare ha provocato un sommovimento costituzionale e istituzionale di portata inaudita, fino a consentire a Conte di emanare, in solitudine regale, almeno cinque decreti, l’uno più liberticida dell’altro, in totale spregio dell’unica regola costituzionale che ci siamo dati per fronteggiare le emergenze, cioè l’art. 77 della Costituzione.

In Ungheria, la Costituzione prevede regole per lo stato di emergenza, e la si applica. Qui da noi, la si dimentica. Al suo posto si inventa, creativamente, un nuovo sistema delle fonti, con al centro lo strumento “duttile” e “agile” costituito dal “decreto del presidente del consiglio dei ministri”, che non passa dalle mani del Presidente della Repubblica e sfugge al controllo del Parlamento.

Passata la tragedia, tornerà, speriamo, il tempo della ragione. E bisognerà pur rendersi conto di quali guasti abbia prodotto la pandemia, anche a livello politico-istituzionale.

Lo sappiamo: i politologi seri sanno bene che anche i virus e le pestilenze hanno i loro effetti politici, e che la stessa politica ha sempre cercato di utilizzarli, per gli scopi più diversi.

Ma proprio per questo, non si può restare zitti quando sentiamo dire, da noi, che “non è questo il momento delle polemiche”. È un insidioso mantra, vagamente ricattatorio: la furia del virus deve azzerare il dissenso e la libertà di critica, e chi si permette di obiettare è un irresponsabile nella migliore delle ipotesi, mentre nella peggiore è uno sciacallo alleato del contagio.

Non è così, ovviamente. Questo deve proprio essere, al contrario, il momento della più ampia libertà di critica, quello in cui essa deve essere massimamente esercitata.

Tra l’altro, come si vede, questo insopportabile uso politico del virus vale solo se al potere ci sono “loro”. Se c’è uno come Orban, ovviamente, le cose funzionano al contrario, e non ci sono limiti alla critica demolitoria, e anche al senso del ridicolo.

Funziona più o meno così negli USA, del resto, dove i democratici fanno un tifo cinico e sfegatato per il virus, sperando di inguaiare The Donald alle elezioni di novembre. Spalleggiati, ovviamente, dai mainstream media, anche italiani.

Un solo esempio: Trump vuole mettere in quarantena lo stato di New York e il governatore democratico di quest’ultimo, Cuomo, si oppone alla chiusura? La lettura, per Repubblica.it, è semplice assai: Cuomo è «l’eroe anti-Trump».

Ma allora fate pace col cervello: per voi che supportate ligi i d.p.c.m. di Conte, gli irresponsabili non sono forse quelli che vogliono riaprire tutto, mentre i “buoni” sono solo quelli irresistibilmente irretiti dal lock-down totale?  

Da

Orban, la Costituzione ungherese e la dittatura dell’ignoranza

In morte di Gilberto Gobbi, grande cattolico e vero psicologo e psicoterapeuta

Condividi su:

 

Ho appreso con grande dolore della scomparsa del professor Gilberto Gobbi. Lo avevo intervistato circa un mese fa. E proprio per ricordarlo vi propongo le sue sagge riflessioni.
A Dio, caro professore.

Gilberto Gobbi: “Il relativismo ha modificato la concezione cattolica della sessualità”

“Se in Internet cerchiamo «omosessualità e sacerdozio cattolico», troviamo migliaia di pagine dedicate a questo argomento: è pruriginoso e quindi appetibile. La Chiesa cattolica è stata coinvolta in scandali relativi all’omosessualità e agli abusi sessuali nei confronti di minori, in cui erano compromessi sacerdoti e vescovi. Ma la maggioranza di loro è fedele alla vocazione e vive la scelta del celibato con coerenza e in molti casi con santità. Rimane, invece, poco considerata la realtà nascosta dei sacerdoti e consacrati che, per il disagio derivato dalla disarmonia che avvertono nella loro vita, scelgono di intraprendere liberamente vari percorsi di aiuto”.
E’ presentato così, sui principali bookstore, il nuovo libro dello psicologo-psicoterapeuta e sessuologo clinico veronese Gilberto Gobbi. In “Uomini e donne di Dio – Omosessualità e formazione della personalità nella vita consacrata” (Edizioni SugarCo, gennaio 2020, pagine: 176), sempre con rispetto delle persone, Gobbi affronta il problema del rapporto tra omosessualità e sacerdozio cattolico, analizzando la formazione psicologica della personalità, i documenti della Chiesa sull’argomento, e individuando le cause che hanno portato all’aumento di consacrati con orientamento omosessuale.
La Fede Quotidiana ha intervistato il dottor Gobbi che è stato anche insegnante di psicologia alla scuola triennale degli infermieri professionali, per 20 anni collaboratore di un Consultorio familiare e fondatore del Ciserpp.
Gobbi, che è uno studioso delle problematiche sessuali e delle dinamiche di coppia e familiari, non è al suo primo libro. Infatti ha all’attivo “Coppia e famiglia Crescere insieme” (1996), “Il padre non è perfetto” (1999), “Vorrei dirti tutto di me” (2006), “I bambini e la sessualità” (2010), “Sesso o amore. L’importanza dell’identità psicosessuale” (2014), “Sposarsi o convivere oggi” (2015), “Il bambino denudato. L’educazione sessuale secondo le schede dello Standard/OMS” (2016), “Credere nella famiglia” (2020).
Dottor Gobbi, nel suo nuovo libro affronta un tema delicato: l’omosessualità e la vita consacrata. Perché questa scelta?
Da anni, come psicoterapeuta seguo persone con problematiche sessuali sia individuali che in coppia. Mi sono venute persone con tendenza e orientamento omosessuale, tra cui persone consacrate (sacerdoti e religiosi). Di fronte alla situazione che si è verificata negli ultimi anni nella società e nella Chiesa, ho pensato che valesse la pena affrontare il problema dell’omosessualità nella vita consacrata in relazione alla formazione della personalità. Nell’introduzione al libro invito ad andare in internet su un motore di ri­cerca e scrivere “omosessualità e sacerdozio cattolico”. I link dedicati a questo argomento sono migliaia e mi­­gliaia e, di ora in ora, siti e blog aggiungono materiale sempre più detta­gliato ed “e­splo­sivo”. L’argomento è pruriginoso, scan­dalistico e quindi me­dia­ticamente ap­pe­tibile. Vi è modo di constatare come in “rete” ognuno sia libero di scri­vere e raccontare tutto e di più, in particolare su questo argo­mento, che coinvolge aspetti importanti della Chiesa catto­lica nelle sue varie ar­ti­colazioni e, in particolare, persone con uno spe­cifico mandato sa­cra­mentale e pastorale: sacerdoti e ve­scovi. Sono coinvolti nel fenomeno omosessuale,in modi di­versi, sa­cer­doti di città e di pe­riferia, semi­na­risti, che decidono per la scelta sacerdotale tra ansie e titubanze, vescovi, responsabili di dicasteri vati­ca­ni e cardinali. A livello me­dia­tico, la presenza dell’omosessualità tra i sa­cerdoti viene presentata prevalentemente nel suo aspetto scan­dalistico.
Negli ultimi anni è aumentata la presenza del fenomeno omosessualità tra i consacrati?
Per comprendere come sia stato possibile che negli ultimi decenni sia accresciuta la presenza del fenomeno dell’omo­sessualità nella vita consacrata all’interno della Chiesa, oc­corre analizzare il contesto storico-culturale, in cui si sono formati i sacerdoti, che oggi sono talvolta divenuti vescovi o cardinali, reggono Seminari o Università Pontificie, scrivono libri di teo­logia e morale, comunicano sulle pagine dei quotidiani laici e cattolici e sui vari media digitali.
Dottor Gobbi, a quale contesto storico si riferisce?
La radicalità del cambiamento simbolizzato nel ‘68, contrassegnato dalla re­lati­vizzazione di ogni realtà, usi, costumi, abitudini, valori, vita sessuale, ha coinvolto anche la Chiesa e, quindi, anche una buona parte delle istituzioni formative ecclesiastiche, come seminari, istituti e uni­versità religiose collegate al Vaticano e alle Congregazioni reli­giose. La mentalità relativista, sottile, impercettibile ma pervicace, è penetrata anche in ampi strati del tessuto cattolico, modificando la concezione della sessualità, che da sacramento e mistero della vita, è scivolata verso un vivere secondo le pulsioni soggettive, sganciata da un saldo riferimento alla Verità, accessibile e cono­scibile dalla ragione e dalla fede.
Con quali conseguenze?
Sulla ses­sualità umana non ci sarebbe più una verità ricevuta da conoscere, accogliere e vivere con coerenza, nei limiti ed ambiti da accettare per viverla nel suo pieno significato, riconoscendo in essi il pro­getto originario di Dio sull’uomo e la sessualità. In questi anni, sotto la pressione della eccessiva “psicologizzazione” della sessualità, di fronte alla naturale pulsione sessuale da soddisfare, pena la pos­sibile depres­sione, vengono ritenuti “normali” sia l’au­to­­erotismo sia l’omo­ses­sua­lità. Per l’argomento del nostro libro, la relazione tra sacerdozio e omosessualità, è importante comprendere come in questi anni l’orientamento sessuale diviene più importante della differenza sessuata inscritta nel corpo e gli atti sessuali omoerotici vengono proposti come un’espressione della sessualità naturale, “liberata”, con pari valore e dignità degli atti eterosessuali.  Va ribadito che il presupposto fondamentale è che l’eterosessualità e l’omosessualità siano due tendenze sessuali equiparabili e come tali espressioni equivalenti e buone della sessualità.
Alcuni alti prelati hanno dichiarato che l’80 percento degli abusi su minori è stato praticato da religiosi nei confronti di minori dello stesso sesso. È davvero così?
Non solo alti prelati, ma approfondite ricerche scientifiche dimostrano che, per una percentuale molto elevata di casi degli abusi dei preti americani, si tratta di efebofilia e non di pedofilia, e che il fenomeno riguarda non solo la Chiesa cattolica negli USA, ma la Chiesa a livello mondiale. Le ricerche hanno appurato che i sacerdoti efebofili hanno relazioni non con bambini, ma con ragazzi che hanno superato la pu­bertà, nella maggioranza dei casi, di sesso maschile, e sono ben più numerosi rispetto a quelli pedofili. Come si vede, se si vuole guardare con realtà e verità la piaga dolorosa degli abusi sessuali di alcuni sacerdoti e consacrati, occorre riconoscere che non si tratta generalmente di pedofilia, ma quasi sem­pre di efe­bofilia, cioè di omosessualità con una predilezione per i minorenni. Senza alcuna generalizzazione né identificazione tra omo­sessualità ed abusi, occorre tenere conto del dato di realtà e la­sciarsene interrogare. Tuttavia, non è oggetto del libro l’analisi degli abusi sessuali. Gli abusi sessuali, in qualsiasi ambito avvengano e da qualunque ceto sociale siano fatti, sono sempre avvenimenti che hanno una risonanza sociale, ma – occorre essere chiari – provengono dall’intimo della persona, da una sua immaturità psicoaffettiva, da processi intra­psichici di incapacità di controllo del cervello e delle emozioni. L’attuazione delle pulsioni e l’incapacità di auto­controllo sono fenomeni di immaturità, che possono spin­gere le persone ad usare anche il proprio ruolo e la propria posizione per av­vicinare e procurarsi l’“oggetto” desiderato, scaricare le pulsioni su persone inermi e assoggettarle, compiendo una grave vio­lenza.
Su internet è stato scritto che negli Stati Uniti e in Svizzera esistono cliniche dove propongono un percorso agli omosessuali per riscoprire l’eterosessualità. Qual è la sua idea in materia?
Partiamo da un dato concreto, di realtà: ogni persona ha il diritto, e nessuno glielo può togliere, di farsi aiutare psicologicamente di fronte a problematiche che sente difficoltose e che gli creano dilemmi esistenziali. Detto questo, io so che il lavoro psicoterapeutico deve aiutare la persona a capirsi per poter fare delle scelte libere.
Molti lamentano uno sdoganamento della pratica omosessuale da parte di un certo ambiente della Chiesa (come quello di lingua tedesca). Che ne pensa?
Vi sono i documenti della Chiesa Cattolica che affermano con chiarezza la non ammissione al sacerdozio e alla vita consacrata delle persone con orientamento omosessuale, e nel mio libro vengono analizzati. Sul legame tra omosessualità e sacerdozio, è fondamentale conoscere l’atteggiamento della Chiesa durante i due millenni di storia. Ritengo che ciò permetterà di avere un quadro più completo del feno­meno. E’ risaputo che nel primo millennio del cristianesimo le pratiche omosessuali venivano condannate, ma non sono mai state elaborate analisi né filo­sofiche né teologiche del fenomeno omosessuale e neppure del rapporto tra sacerdozio e omosessualità. Durante questo primo millennio, vi sono state condanne del­l’omo­­­sessualità come pratica sessuale da parte di Concili, Sino­di e Papi. Già il Concilio di Elvira (305-306) stabiliva delle pe­ne ca­noniche, che di epoca in epoca, sono state riconfermate. Per i sacerdoti e i monaci, che si macchiassero di tale peccato, era­no previste delle pene molto severe e crudeli. La prima condanna della piaga omosessuale fra ecclesiastici e anche di quella dei preti che convivevano con donne, la si deve a San Pier Damiani nel 1049, con il Liber Gomorrhianus, che può anche essere ritenuto il primo trattato morale sulla sessualità. Poi si passa al 1568 con San Pio V, che condanna le pratiche omosessuali, ricondannate nel Codice di diritto Canonico del 1917.
Quali sono stati gli interventi della Chiesa nell’epoca moderna?
Si deve arrivare al secolo XX perché l’argomento divenga pregnante: la Chiesa attraverso i suoi organismi si è sempre espressa in modo molto chiaro, a partire dal un documento poco conosciuto del 2 febbraio del 1961, in cui per la prima volta nella storia della Chiesa cattolica appare il divieto esplicito di ammettere ai voti religiosi e al sacerdozio le persone contendenza all’omosessualità e alla pederastia. E’ il periodo in cui si diffonde nell’ambiente religioso cattolico la concezione che vi siano due orientamenti sessuali, come due identità sessuali, equivalenti e paralleli: l’eterosessualità e l’omosessualità. Questa visione sulla sessualità, contraria alla morale tradizionale, entra anche nei seminari e nei monasteri cattolici, in tutti i continenti. Ciò comporta una forte ricaduta sull’atteggiamento richiesto ai chierici circa la castità. Poi vi sono documenti della Santa Sede nel 1985, nel 1989, nel 1990, nel 2202 fino al 2005 a firma di Benedetto XVI. L’argomento viene successivamente ripreso nella sua totalità nella Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotali del 2016 a firma di Papa Francesco, in cui si riconferma che “La Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay”.
Lei dedica una parte del libro all’identità psicosessuale del sacerdote. Perchè?
Ritengo che si debba avere una visione globale della sessualità, E’ scientificamente corretto evidenziare le possibili e molteplici concause del sorgere e dello strutturarsi della omosessualità, in particolare è importante analizzare concretamente il contributo e l’incidenza fondamentale dell’ambiente familiare alla formazione della personalità e quindi dello stesso orientamento sessuale. Questo avviene per tutte le persone e anche per le persone consacrate. Il percorso della loro formazione, pertanto, deve tener conto dell’obiettivo per cui fanno determinate scelte che hanno da essere scelte di libertà, e come tali mature. Occorre avere chiarezza dei contenuti e della sacralità della scelta in conformità a Cristo.
Il libro ha una dedica particolare?
Questo libro è dedicato con affetto ai sacerdoti, alle loro parole capaci di far presente il Corpo di Cristo, in anima e corpo, e alle loro mani benedicenti e perdonanti, che segnano la vita del cristiano dalla nascita alla morte.
MATTEO ORLANDO

A seguire il pensiero postato su Facebook dal figlio di Gilberto Gobbi

A DIO, PAPÀ

Oggi, alle prime luci dell’alba, il nostro caro e grande papà, ci ha lasciato.
Abbracciato alla sua croce, in relazione viva, come in tutta la sua vita di sposo, padre e professionista, col dolore di tanti altri sofferenti, è andato incontro al Signore, che tanto amava.

So che per molti di voi era un punto di riferimento, piccolo o grande, era il “professor Gobbi”. Penso a tanti volti, che conosco, ma molto di più sono quelli che non conosco.
I tempi duri che tutti viviamo, non consentono ne a noi familiari ne tanti di voi che lo hanno conosciuto e stimato, di affidarlo insieme al Signore e di rendergli l’onore che la sua vita generosa merita.
Per questo mi permetto di chiedere stasera il dono di un’Ave Maria, la preghiera che tanto amava e che ogni sera era l’ultima parola sulle sue labbra, prima di coricare fiducioso il capo sul cuscino.
Come un ultimo suo sorriso per ognuno, come un “coraggio”, vi lascio le parole del suo amato San Giovanni Bosco, suo padre e maestro:
“Camminate con i piedi per terra e col cuore abitate in cielo”.

A Dio, papà, grazie per tutto.

DA

https://informazionecattolica.blogspot.com/2020/03/in-morte-di-gilberto-gobbi-grande.html?m=1

Live Action denuncia aborti illeciti in Louisiana

Condividi su:
di Matteo Orlando
Live Action, un’organizzazione no profit americana, supportando tutto con immagini e telefonate registrate, ha denunciato che l’Hope Medical Group, un centro per gli aborti a Shreveport, in Louisiana, perché sta compiendo aborti in violazione di un divieto statale, violando un ordine del Dipartimento della Salute della Louisiana secondo cui tutti gli aborti chirurgici non essenziali ed elettivi devono cessare durante la crisi COVID-19.
L’ordine era stato dato per preservare l’equipaggiamento di protezione personale di cui il personale medico ha bisogno quando lavora in prima linea nella battaglia contro COVID-19.
Gli obiettivi aggiuntivi dell’ordine erano quelli di utilizzare meglio il personale ospedaliero, le attrezzature e i letti disponibili per salvare vite umane all’aumentare del numero di casi COVID-19.
In 2 telefonate registrate il 26 marzo 2020, i dipendenti di Hope Medical Group hanno dichiarato agli investigatori di Live Action di essere aperti e operativi, dicendo: “Attualmente siamo l’unica struttura nelle vicinanze che è aperta e operativa, e rimarremo aperti e operando il più a lungo possibile “.
“In Louisiana, l’industria dell’aborto dimostra ancora una volta che cercherà profitto, qualunque cosa accada. Mentre il resto del mondo è concentrato sul salvataggio delle persone colpite da COVID-19, il Hope Medical Group sta programmando aborti per uccidere feti, danneggiare donne e utilizzare preziose risorse mediche come maschere, guanti e abiti”, hanno dichiarato dalla Live Action, associazione che da anni si batte contro la multinazionale dell’aborto Planned Parenthood.
Come ha notato il senatore della Louisiana Katrina Jackson, “i fornitori di servizi medici specialistici della Louisiana, come i dentisti, stanno donando preziose risorse agli ospedali che combattono il COVID-19 in Louisiana. Ma Hope Medical Group si concentra su nient’altro che trarre profitto dall’aborto. Chiediamo al governatore John Bel Edwards e al procuratore generale della Louisiana Jeff Landry di chiudere immediatamente il Hope Medical Group e punirlo per aver disubbidito allo stato e aver messo in pericolo la comunità”.
1 245 246 247 248 249 250 251 1.214