ISRAELE SOSPENDE L’AVVIO DELLA QUARTA DOSE VACCINALE: DUBBI SULL’EFFICACIA

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di Raffaele De Lucalindipendente.online

In Israele il lancio della quarta dose del vaccino anti Covid, che sarebbe dovuta essere somministrata a partire dalla giornata di domenica, è stato al momento sospeso: la scorsa settimana infatti un gruppo di esperti del ministero della Salute si era espresso a favore della sua iniezione nei confronti delle persone di età superiore ai 60 anni, dei sanitari e degli immunodepressi, tuttavia in seguito a tale presa di posizione non è arrivata l’approvazione finale da parte del direttore generale del ministero della Salute Nachman Ash, motivo per cui la campagna vaccinale non è partita. Inoltre, come riportato da diversi quotidiani localinella giornata di oggi è iniziato uno studio condotto in collaborazione con il Ministero della Salute presso lo Sheba Medical Center (un ospedale israeliano) ed atto a valutare l’efficacia della quarta dose.

Esso coinvolgerà 6000 persone, tra cui 150 operatori sanitari della struttura ospedaliera con un livello attuale di anticorpi giudicato basso a cui verrà iniettata la quarta dose. Lo studio infatti testerà l’effetto della quarta dose di vaccino sul livello degli anticorpi, sulla prevenzione della malattia e verificherà anche la sua sicurezza. In tal modo, dunque, si cercherà di fare luce sull’ipotetico vantaggio derivante dalla sottoposizione a questa ulteriore dose, il che permetterà di comprendere se ed a chi sia necessario somministrarla.

Ad ogni modo la mancata approvazione da parte del direttore generale del ministero della Salute più che a tale studio – i cui risultati dovrebbero arrivare nell’arco di due settimane – sembra essere connessa alla letalità della variante Omicron: secondo quanto riportato dal quotidiano The Times of Israel, infatti, il mancato via libera è legato ai dati preliminari provenienti dall’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito, i quali suggeriscono che le persone con la variante Omicron hanno tra il 50 e il 70% di probabilità in meno di essere ricoverate in ospedale rispetto a quelle con la variante Delta. Omicron sembra però anche diffondersi più facilmente e, guardando alla protezione del vaccino, i dati continuano a mostrare una minore efficacia contro la malattia sintomatica da essa causata. Per tutti questi motivi, dunque, l’approvazione da parte di Nachman Ash non è arrivata: secondo quanto riportano i media israeliani egli dovrebbe esprimersi questa settimana, tuttavia l’ok alla somministrazione della quarta dose non può essere dato per scontato e la decisione potrebbe essere ulteriormente rinviata.

Detto ciò, i risultati dell’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito si aggiungono ad altre prove emergenti secondo cui l’Omicron potrebbe generare una malattia più lieve rispetto alle altre varianti. Ad esempio il Sudafrica, il primo paese in cui come è noto è stata rilevata la variante Omicron, sta pensando di porre fine al tracciamento dei contatti ed alla conseguente quarantena. Le notizie che arrivano dal Paese situato sull’estrema punta meridionale del continente africano, infatti, fanno ben sperare: basterà ricordare una ricerca, condotta dall’Istituto Nazionale per le Malattie Trasmissibili di Johannesburg, secondo cui i sudafricani che contraggono il Covid-19 nell’attuale ondata di infezioni hanno l’80% in meno di probabilità di essere ricoverati in ospedale se contraggono la variante Omicron rispetto ad altri ceppi.

Di Raffaele De Luca, lindipendente.online

link: https://www.lindipendente.online/2021/12/27/israele-sospende-lavvio-della-quarta-dose-vaccinale-dubbi-sullefficacia/

27.12.2021

Caro bollette, mazzata da 1.200 euro

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I rincari per ogni famiglia nel 2022. Tajani: stoccaggio a livello Ue, come per i vaccini

di Pier Francesco Borgia

Nel 2022 il costo dell’energia peserà sulle famiglie per 1.200 euro in più rispetto al 2021. Questa la proiezione effettuata dai ricercatori di Nomisma. Un aumento che dovrebbe essere mitigato dalle recenti misure del governo. Palazzo Chigi ha messo sul piatto oltre otto miliardi (3,5 nell’ultimo decreto). Un argine che porterebbe, secondo le proiezioni statistiche ad abbassare il «caro bollette» a 770 euro a famiglia. L’Osservatorio nazionale di Federconsumatori fornisce stime abbastanza simili. Le tensioni sui beni energetici, iniziate nella parte finale del 2020 e in un primo tempo considerate transitorie in quanto attribuite alla ripresa della domanda, si sono fatte, negli ultimi mesi, sempre più intense, con un impatto rilevante sia sui conti delle famiglie sia delle imprese. Se nel 2020 le famiglie italiane hanno speso in media 1.320 euro per le spese per energia elettrica e gas (pari al 4,7% della spesa totale annuale), la spesa è salita a 1.523 euro nel 2021 con un aumento di oltre 200 euro. Ancora più difficile appare la situazione in prospettiva: nel 2022 questa cifra dovrebbe salire a quasi 1.950 euro (+426 euro rispetto al 2021), arrivando a rappresentare il 6,1% dei consumi.

Poi c’è il paradosso segnalato da molti economisti e spiegato a chiare lettere dall’ufficio studi di Confcommercio. Se anche vengono sgonfiati i prezzi del gas l’emergenza resta visto che a causa del caro-bollette molte imprese minacciano di non riaprire i battenti dopo Capodanno. Soprattutto la manifattura, che per funzionare ha bisogno di grandi quantità di energia. Sarebbe un clamoroso autogol visto che, per la prima volta da molti anni, il portafoglio ordini è pieno. Secondo Confcommercio le imprese dovranno sostenere un aumento dei costi pari al 40% che inevitabilmente si scaricheranno sui prezzi finali alimentando l’inflazione. Se poi aggiungiamo il fatto che le importazioni italiane tramite gasdotto ammontano a 53,5 miliardi di metri cubi, che rappresentano l’81% delle importazioni totali, gli elementi per la «tempesta perfetta» ci sono tutti.

Per evitarla bisogna fare come si è fatto con i vaccini. A suggerirlo è il coordinatore nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani. L’idea è quella di creare a livello europeo un meccanismo comune di acquisto e stoccaggio del gas, di modo da avere sempre a disposizione riserve e calmierare i prezzi, sottraendoli ad eventuali interruzioni di forniture o rialzi improvvisi», prosegue. «Un grande continente come l’Europa – spiega l’azzurro – deve lavorare per costruire una politica energetica comune, integrata e moderna». Al governo italiano intanto Tajani chiede di tagliare le accise e calmierare i prezzi delle bollette fino a che non si stabilizza il mercato. Stessa richiesta avanzata anche da Confindustria, per voce del suo presidente Carlo Bonomi, e dal responsabile economico del Pd, Antonio Misiani. Mentre la Lega ha già annunciato che nei prossimi giorni presenterà un piano per tagliare le accise e aumentare (almeno in questo frangente) l’estrazione di gas.

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/politica/caro-bollette-mazzata-1200-euro-1998737.html

Tamponi e quarantena: il governo trucca ancora le carte

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OGGI CABINA DI REGIA PER CAMBIARE (DI NUOVO) LE REGOLE SU TAMPONI E QUARANTENA. ED È CAOS

Quindi, fateci capire. In principio, a inizio pandemia, i tamponi andavano fatti a gogo per “scovare il virus”. Poi sono diventati un problema perché trasformavano l’Italia nel lazzaretto d’Europa. Poi abbiamo capito che il contact tracing era utile per frenare la catena di trasmissione e più se ne facevano, meglio era. Poco dopo lo avete trasformato nello strumento del demone no vax, che col tampone negativo poteva girare liberamente al pari di un vaccinato. Avete spiegato (Burioni dixit) che è uno strumento pericoloso in grado pure far uscire liquido cefalorachidiano. Infine, quasi per magia, lo avete riabilitato per complicare la vita ai vaccinati europei, che neppure con doppia dose possono entrare tranquillamente nel Belpaese. E ora? Adesso, dopo aver scatenato la corsa al test, non volete che venga fatto neppure per accertare la guarigione/negativizzazione di un positivo. Ci sta sfuggendo qualcosa?

Sì, e non solo a noi. Il punto è che sulle regole del Covid si è scatenato un vero e proprio caos. Generato non tanto dalla mutevolezza del virus, ma delle insensate scelte dei vari governi, che prendono decisioni e poi si smentiscono pochi giorni dopo. Che prima mitizzano i tamponi, poi li demonizzano, infine li riabilitano. Per non parlare della quarantena. Nei giorni pre-natalizi gli italiani si sono messi in fila per farsi un test in vista del cenone di Natale. C’è chi l’ha fatto per precauzione, chi per necessità. A parte le code infinite di auto ai drive-in, l’effetto logico e atteso era quello di un rialzo del numero dei contagi: più test fai, più asintomatici scovi. E così centinaia di migliaia di italiani si sono ritrovati in quarantena perché positivi o perché “contatti stretti” di un infetto. Un milanese su 18 se ne sta rinchiuso in casa. Le stime parlano, per il prossimo futuro, di “milioni di persone isolate e in quarantena”. Una sorta di “lockdown di fatto”, che ha messo sul chi va là il governo.

Quindi? Quindi oggi si riunirà la cabina di regia per cambiare (di nuovo) le regole a 5 giorni dall’ultimo Consiglio dei ministri. Al centro della bagarre politica, oltre alla possibile estensione dell’obbligo vaccinale a tutti i lavoratori, ci sono proprio le incognite quarantena e test. Ad oggi chi ha la sfiga di essere un “contatto stretto di positivo” deve restare in casa 7 giorni (se vaccinato) o 10 giorni (se non vaccinato). Alla fine del periodo si sottopone a un test e, se negativo, è libero. Le Regioni hanno chiesto al Cts di valutare la possibilità di eliminare l’isolamento fiduciario per i vaccinati con terza dose (o con seconda da meno di 4 mesi), permettendo loro di uscire se in assenza di sintomi. Il Cts ritiene la proposta “irricevibile”, vorrebbe anzi una nuova stretta, ed è probabile che alla fine il periodo di “reclusione” venga ridotto da 7 a 5 giorni per i vaccinati con booster o con doppia dose da pochi mesi. E qui la domanda sorge spontanea. Scusate: all’alba del 28 dicembre 2021 vi svegliate e scoprite che i vaccinati possono restare in quarantena di meno? Pensarci prima, no?

La verità è che a dettare i tempi delle normative sembrano essere più motivazioni organizzative che l’effettivo tempo di incubazione del virus. Per poter impegnare il personale nelle vaccinazioni della dose di richiamo, infatti, le Regioni vorrebbero mandare al diavolo il tracciamento, considerato “non più gestibile”. Troppi positivi e troppo “contatti”: la macchina non regge, dunque meglio “liberare” chi non ha sintomi, ridurre le quarantene e ridurre i test. Bene così, sia chiaro. Ne siamo felici. Ma la strategia è sempre la stessa: quando servirebbero più risorse, anziché investire fondi sul sistema sanitario, si preferisce cambiare le norme in base alla situazione del momento. Certificando, così, quello che noi sosteniamo da tempo: ovvero che non siamo prigionieri del virus, ma delle regole del governo.

Sodalitium n. 72 – “Porco Giuda” (esclamazione popolare)

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Il Circolo Christus Rex-Traditio consiglia la lettura di tutti gli articoli di questo numero della rivista Sodalitium dell’ Istituto Mater Boni Consilii. In particolare, segnaliamo la chiara presa di posizione sulla pandemia e sulla questione vaccinale, con la quale, pur essendo questione disputata, noi ci riconosciamo.

 

Segnalazione Centro Studi Federici

E’ uscito il numero 72 della rivista Sodalitium: https://www.sodalitium.biz/sodalitium_pdf/72.pdf 
Editoriale
 
“Porco Giuda” (esclamazione popolare): https://www.centrostudifederici.org/sodalitium-n-72/

Chiudiamo le scuole!!!

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Scritto e segnalato da Pietro Ferrari

Giovanni Papini e quella sua meravigliosa provocazione di 108 anni fa a cui bisognerebbe ancora (saper) rispondere:
Giovanni Papini
nacque a Firenze il 9 gennaio 1881. Giovanissimo iniziò l’attività letteraria collaborando e dando vita a numerosi periodici che per circa quarant’anni caratterizzarono le tendenze culturali del Paese: il Regno
di Corradini, la Critica di Benedetto Croce e il Leonardo di Papini e Prezzolini il cui fine era combattere contro «l’abietto positivismo dei falsi scienziati» e restituire così «valore all’irrazionalità e alla fantasia». In quel periodo Papini scrisse:
Il Tragico quotidiano,
Il crepuscolo dei filosofi e
Il poeta cieco. Nel 1908, conclusa l’esperienza del Leonardo, Papini iniziò la collaborazione alla Voce.
L’anima si chiamerà la rivista che nel 1911 fonderà insieme a Giovanni Amendola. La sua produzione letteraria in questo periodo è ricchissima e comprende tra l’altro
Un uomo finito, Memorie di Dio,
L’altra metà, Buffonate, Cento pagine di poesia e Stroncature. Staccatosi da La Voce nel 1913 fondò con Ardengo Soffici Lacerba che divenne l’organo del futurismo italiano. Da queste pagine Papini saluta come una vittoria l’intervento dell’Italia in guerra dalla quale sperava scaturisse quel rinnovamento di vita da tempo inseguito.
Le cagionevoli condizioni di salute non gli permisero di andare al fronte e fu durante la guerra che si rivelò abile giornalista trasferendosi a Roma per entrare nella redazione del Tempo. La nostalgia di Firenze e della quiete della casa agreste di Bulciano lo spinsero ad abbandonare la carriera giornalistica. A Bulciano scrisse il libro che ebbe un clamoroso successo in tutto il mondo, la Storia di Cristo, che testimonia la sua conversione al cattolicesimo. Nel 1929, dopo il Concordato, Papini aderì al fascismo, in nome di quell’ideale di dignità nazionale che aveva sempre perseguito.
Le Lettere di Celestino VI, la Vita di Michelangelo nella vita del suo tempo e
Il Diavolo riportarono alla ribalta Papini che sembrava ormai tramontato ed escluso dalla vita letteraria a causa dei suoi trascorsi fascisti.
Nel 1956 scrisse La felicità dell’infelice. Ormai completamente paralizzato, cieco, sordo e muto, Papini mantenne fino all’ultimo «indenne l’intelligenza, intatta la memoria, viva la fantasia», forzando «la barriera dei sensi murati» per esprimere la sua invincibile resistenza spirituale di uomo, non intristito o spaventato dalla sua condizione, ma «felice nell’infelicità».
Morì a Firenze l’8 luglio 1956. Postumi vennero pubblicati Il giudizio universale,
La seconda nascita e Diario.
MILLELIRE
STAMPA ALTERNATIVA
Direzione editoriale ed esecutiva:
Marcello Baraghini
GIOVANNI PAPINI
CHIUDIAMO LE SCUOLE
tratto da
Giovanni Papini
“Chiudiamo le scuole”
Vallecchi
Editore, Firenze, 1919
grafica Capek
Finito di stampare il 10/5/1992 da Union Printing
Viterbo
Un Giovanni Papini del 1914, estremo,
particolarmente caustico e provocatore.
Un testo, più che mai attuale,
che esprime con decenni di anticipo
un malessere oggi dilagante.
Una soluzione estrema ad un problema
reso cronicamente insolubile.
Una proposta ra
dicale che tutt’oggi
potrebbe far discutere
se qualcuno avesse il coraggio
di esprimere un simile dissenso.
Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengon rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserm e, Manicomi, Scuole, Ministeri, Conventi. Codeste
pubbliche architetture son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali. Difesa contro il delitto
contro la morte
contro lo straniero
contro il disordine
contro la solitudine
contro tutto ciò che
impaurisce l’uomo abbandonato a sé stesso: il vigliacco eterno che fabbrica leggi e società come bastioni e trincee alla sua tremebondaggine.
Vi sono sinistri magazzini di uomini cattivi
in città e in campagna e sulle rive del mare
davanti a’ quali non si passa senza terrore.
Lì son condannati al buio, alla fame, al suicidio, all’immobilità, all’abbrutimento, alla pazzia,
migliaia e milioni di uomini che tolsero un po’ di ricchezza a’ fratelli più ricchi o diminuirono
d’improvviso il numero di questa non rimpiangibile umanità. Non m’intenerisco sopra questi uomini
ma soffro se penso troppo alla loro vita
e alla qualità e al diritto de’ loro giudici e carcerieri. Ma per
costoro c’è almeno la ragione della difesa contro la possibilità di ritorn
i offensivi verso qualcun di
noialtri.
Ma cosa hanno mai fatto i ragazzi, gli adolescenti, i giovanetti e i giovanotti che dai sei fino ai dieci,
ai quindici, ai venti, ai ventiquattro anni chiudete tante ore del giorno nelle vostre bianche galere per far
patire il loro corpo e magagnare il loro cervello? Gli altri potrete chiamarli
con morali e codici in
mano
delinquenti ma quest’altri sono, anche per voi, puri e innocenti come usciron dall’utero delle
vostre spose e figliuole. Con quali traditori pret
esti vi permettete di scemare il loro piacere e la loro
libertà nell’età più bella della vita e di compromettere per sempre la freschezza e la sanità della loro
intelligenza?
Non venite fuori colla grossa artiglieria della retorica progressista: le ragion
i della civiltà, la
educazione dello spirito, l’avanzamento del sapere…
Noi sappiamo con assoluta certezza che la civiltà non è venuta fuor dalle scuole e che le scuole
intristiscono gli animi invece di sollevarli e che le scoperte decisive della scienza n
on son nate
dall’insegnamento pubblico ma dalla ricerca solitaria disinteressata e magari pazzesca di uomini che
spesso non erano stati a scuola o non v’insegnavano.
Sappiamo ugualmente e con la stessa certezza che la scuola, essendo per sua necessità form
ale e
tradizionalista, ha contribuito spessissimo a pietrificare il sapere e a ritardare con testardi ostruzionismi
le più urgenti rivoluzioni e riforme intellettuali.
Soltanto per caso e per semplice coincidenza
raccoglie tanta di quella gente!
la scuola può essere
il laboratorio di nuove verità.
Essa non è, per sua natura, una creazione, un’opera spirituale ma un semplice organismo e
strumento pratico. Non inventa le conoscenze ma si vanta di trasmetterle. E non adempie bene neppure
a quest’ultimo ufficio
perché le trasmette male o trasmettendole impedisce il più delle volte,
disseccando e storcendo i cervelli ricevitori, il formarsi di altre conoscenze nuove e migliori.
Le scuole, dunque, non son altro che reclusori per minorenni istituiti per soddisfare a bisogni pratici
e prettamente borghesi.
Quali?
Per i genitori, nei primi anni, sono il mezzo più decente per levarsi di casa i figliuoli che danno noia.
Più tardi entra in ballo il pensiero dominante della “posizione” e della “carriera”.
Per i maestri c’è soprattutto la ragione di guadagnarsi pane, carne e vestiti con una professione
ritenuta “nobile” e che offre, in più, tre mesi di vacanza l’anno e qualche piccola beneficiata di vanità.
Aggiungete a questo la sadica voluttà di potere annoiare, intimorire e tormentare impunemente, in capo
alla vita, qualche migliaio di bambini o di giovani.
Lo Stato mantiene le scuole perché i padri di famiglia le vogliono e perché lui stesso, avendo
bisogno tutti gli anni di qualche battaglione di impiegati, preferisce tirarseli su a modo suo e sceglierli
sulla fede di certificati da lui concessi senza noie supplementari di vagliature più faticose.
Aggiungete che sulle scuole ci mangiano ispettori, presidi, bidelli, preparatori, assistenti, editori,
librai, cartolai e avrete la trama completa degli interessi tessuti attorno alle comunali e regie e
pareggiate case di pena.
Nessuno
fuorché a discorsi
pensa al miglioramento della nazione, allo sviluppo del pensiero e
tanto meno a quello cui si dovrebbe pensar di più: al bene dei figliuoli.
Le scuole ci sono, fanno comodo, menano a qualche guadagno: ficchiamoci maschi e femmine e non
ci pensiamo più.
L’uomo, nelle tre mezze dozzine d’anni decisive nella sua vita (dai sei ai dodici, dai dodici ai
diciotto, dai diciotto ai ventiquattro), ha bisogno, per vivere, di libertà.
Libertà per rafforzare il suo corpo e conservarsi la salute, libertà all’aria aperta: nelle scuole si
rovina gli occhi, i polmoni, i nervi (quanti miopi, anemici e nevrastenici posson maledir
e giustamente le scuole e chi l’ha inventate!).
Libertà per svolgere la sua personalità nella vita aperta dalle diecimila possibilità, invece che in
quella artificiale e ristretta delle classi e dei collegi.
Libertà per imparare veramente qualcosa perché non s’impara nulla d’importante dalle lezioni ma
soltanto dai grandi libri e dal contatto personale colla realtà. Nella quale ognuno s’inserisce a modo suo
e sceglie quel che gli è più adatto invece di sottostare a quella manipolazione disseccatrice e uniforme
ch’è l’insegnamento.
Nelle scuole, invece, abbiamo la reclusione quotidiana in stanze polverose piene di fiati
l’immobilità fisica più antinaturale
l’immobilità dello spirito obbligato a ripetere invece che a cercare
lo sforzo disastroso per imparare con metodi imbecilli moltissime cose inutili
e l’annegamento
sistematico di ogni personalità, originalità e iniziativa nel mar nero degli uniformi programmi. Fino a
sei anni l’uomo è prigioniero di genitori, di bambinaie o d’istitutrici; dai sei ai
ventiquattro è sottoposto
a genitori e professori; dai ventiquattro è schiavo dell’ufficio, del caposezione, del pubblico e della
moglie; tra i quaranta e i cinquanta vien meccanizzato e ossificato dalle abitudini (terribili più d’ogni
padrone) e servo, schiavo, prigioniero, forzato e burattino rimane fino alla morte.
Lasciateci almeno la fanciullezza e la gioventù per godere un po’ d’igienica anarchia!
L’unica scusa (non mai bastante) di tale lunghissimo incarceramento scolastico sarebbe la sua
riconosciuta utilità per i futuri uomini. Ma su questo punto c’è abbastanza concordia fra gli spiriti più
illuminati. La scuola fa molto più male che bene ai cervelli in formazione.
Insegna moltissime cose inutili, che poi bisogna disimparare per impararne molte altre da sé.
Insegna moltissime cose false o discutibili e ci vuol poi una bella fatica a liberarsene
e non tutti ci arrivano.
Abitua gli uomini a ritenere che tutta la sapienza del mondo consista nei libri stampati.
Non insegna quasi mai ciò che un uomo do
vrà fare effettivamente nella vita, per la quale occorre poi
un faticoso e lungo noviziato autodidattico.
Insegna (pretende d’insegnare) quel che nessuno potrà mai insegnare: la pittura nelle accademie; il
gusto nelle scuole di lettere; il pensiero nelle facoltà di filosofia; la pedagogia nei corsi normali; la
musica nei conservatori.
Insegna male perché insegna a tutti le stesse cose nello stesso modo e nella stessa quantità non
tenendo conto delle infinite diversità d’ingegno, di razza, di provenienza sociale, di età, di bisogni ecc.
Non si può insegnare a più d’uno. Non s’impara qualcosa dagli altri che nelle conversazioni a due,
dove colui che insegna si adatta alla natura dell’altro, rispiega, esemplifica, domanda, discute e non
detta il suo verbo dall’ alto.
Quasi tutti gli uomini che hanno fatto qualcosa di nuovo nel mondo o non sono mai andati a scuola o
ne sono scappati presto o sono stati “cattivi” scolari.
(I mediocri che arrivano nella vita a fare onorata e regolare carriera e magari a raggiungere
una certa
fama sono stati spesso i “primi” della classe.)
La scuola non insegna precisamente quello di cui si ha più bisogno: appena passati gli esami e
ottenuti i diplomi bisogna rivomitare tutto quel che s’è ingozzato in quei forzati banchetti e
ricominciare da capo.
Vorrei che i nostri dottori della legge, per i quali la scuola è il tempio delle nuove generazioni e i
manuali approvati sono i sacri testamenti della religion pedantesca, leggessero almeno una volta il
saggio di Hazlitt sull’
Ignoranza delle persone istruite
, che comincia così: «La razza di gente che ha
meno idee è formata da quelli che non son altro che autori o lettori. È meglio non saper né leggere né
scrivere che saper leggere e scrivere, e non esser capaci d’altro». E più giù: «Chiunque è
passato per tutti i gradi regolari d’una educazione classica e non è diventato stupido, può vantarsi d’averla scappata
bella».
Credo che pochissimi potrebbero
se sapessero giudicarsi da sé
vantarsi di una tal resistenza. E
basta guardarsi un momento attorno e vedere quale sia la media intelligenza de’ nostri impiegati,
dirigenti, maestri, professionisti e governanti per convincersi che Hazlitt ha centomila ragioni. Se c’è
ancora un po’ d’intelligenza nel mondo bisogna cercarla fra gli autodidatti o fra
gli analfabeti.
La scuola è così essenzialmente antigeniale che non ristupidisce solamente gli scolari ma anche i
maestri. Ripeti e ripeti anni dopo anni le medesime cose, diventano assai più imbecilli e immalleabili di
quel che fossero al principio
e non è dir poco.
Poveri aguzzini acidi, annoiati, anchilosati, vuotati, seccati, angariati, scoraggiati che muovon le
loro membra ufficiali e governative soltanto quando si tratta di aver qualche lira di più tutti i mesi!
Si parla dell’
educazione morale delle scuole. Gli unici risultati della convivenza tra maestri e scolari
son questi: servilità apparente e ipocrisia dei secondi verso i primi e corruzione reciproca tra compagni
e compagni.
L’unico testo di sincerità nelle scuole è la pa
rete delle latrine.
Bisogna chiuder le scuole
tutte le scuole. Dalla prima all’ultima. Asili e giardini d’infanzia; collegi
e convitti; scuole primarie e secondarie; ginnasi e licei; scuole tecniche e istituti tecnici; università e
accademie; scuole di
commercio e scuole di guerra; istituti superiori e scuole d’applicazione;
politecnici e magisteri. Dappertutto dove un uomo pretende d’insegnare ad altri uomini bisogna chiuder
bottega. Non bisogna dar retta ai genitori in imbarazzo né ai professori disocc
upati né ai librai in
fallimento. Tutto s’accomoderà e si quieterà col tempo. Si troverà il modo di sapere (e di saper meglio
e in meno tempo) senza bisogno di sacrificare i più begli anni della vita sulle panche delle semiprigioni
governative.
Ci saranno
più uomini intelligenti e più uomini geniali; la vita e la scienza andranno innanzi anche
meglio; ognuno se la caverà da sé e la civiltà non rallenterà neppure un secondo. Ci sarà più libertà, più
salute e più gioia.
L’anima umana innanzi tutto. È la cosa
più preziosa che ognuno di noi possegga. La vogliamo
salvare almeno quando sta mettendo le ali. Daremo pensioni vitalizie a tutti i maestri, istitutori, prefetti,
presidi, professori, liberi docenti e bidelli purché lascino andare i giovani fuor dalle loro
fabbriche
privilegiate di cretini di stato. Ne abbiamo abbastanza dopo tanti secoli.
Chi è contro la libertà e la gioventù lavora per l’imbecillità e per la morte.
1 giugno 1914

Numero 238. Socialismo, Comunismo e Cristianesimo

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Segnalazione di Carlo Di Pietro

… ancora oggi e nonostante la storia sia stata maestra di verità, non pochi avventori sostengono che «il comunismo ed il socialismo non sono irriducibili nemici della religione».

Ed ancora, essi dicono, «socialismo comunista e cristianesimo, pur partendo da diversi punti, si incontrano in un comune ideale di giustizia sociale e di pace». Essi vedono, quindi, «possibile un’intesa, almeno sul terreno pratico, per il bene della travagliata società moderna».

Si risponde mostrando l’opposizione assoluta tra comunismo, socialismo e cristianesimo, tale da escludere ogni possibilità di intesa …

– Comunicato numero 238. Socialismo, Comunismo e Cristianesimo;
– Orazione a Santo Stefano, Protomartire (26.12);
– Preghiera a San Domenico di Sylos, Abate (20.12);
– Preghiera a San Tommaso Apostolo (21.12);
– Preghiera a Santa Francesca Saverio Cabrini (22.12);
– Preghiera a Santa Vittoria, Vergine e Martire (23.12);
– Preghiera di Papa Pio XII per il Santo Natale (25.12);
– Preghiera nella Vigilia di Natale (24.12).
Preghiamo per i nostri Sacerdoti e Religiosi, per le Suore, per le vocazioni, per le famiglie, per le intenzioni della nostra Associazione, per la conversione dei modernisti e per i defunti affidandoci alla potente intercessione di San Giovanni di Dio.
Ossequi, Carlo Di Pietro.

Sursum Corda ® O. d. V.
C.da Piancardillo, snc – 85010 Pignola
Provincia di Potenza (ITALIA)
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La democrazia muore senza oppure

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

E dopo Draghi? Un altro Draghi. E dopo Mattarella? Un altro Mattarella. E dopo il Vaccino? Un altro vaccino. E dopo l’Emergenza? Un’altra emergenza. Si procede replicando, sempre lo stesso o un suo facsimile. Non c’è soluzione migliore di quella che è in corso o in scadenza. Non muta la risposta se chiedi dell’Europa, del Mercato, della storia, della scienza, della sanità, dei diritti e di ogni altro ambito. Non sto mettendo in discussione uomini, vaccini, leggi e istituzioni; magari si dovrebbe, ma non è questa l’intenzione, almeno in questo caso. Sto ponendo una questione di fondo, un criterio e un dubbio di principio, che però ha implicazioni pratiche nella realtà, molto più decisive di quanto si possa immaginare. La cosa più preoccupante non riguarda singoli presidenti, ritenuti insostituibili, o specifici dispositivi sanitari e securitari ma è la convergenza di piani, settori, mondi diversi. Ogni ambito non prevede altro che replicare l’esistente, senza possibilità di deviazione.

Denuncio pubblicamente la scomparsa dell’Oppure. Chi è, cos’è l’Oppure? Non è una semplice congiunzione o disgiunzione, stiamo discutendo di una cosa assai più importante. Una democrazia senza oppure non è democrazia, un pensiero senza oppure non è un pensiero, una libertà senza oppure non è libertà. Ci stiamo giocando tutto questo con la cancellazione dell’oppure. Dove manca l’oppure manca la democrazia, il pensiero, la libertà.

L’intelligenza si esercita sugli oppure: l’automa, la macchina, l’imbecille, il gregge non conoscono l’oppure, procedono lungo il percorso prefissato, seguono l’input ricevuto o l’impulso che è stato loro impresso. L’intelligenza, invece, è la capacità di compiere altre scelte, di stabilire rapporti tra realtà diverse e studiare e provare alternative. L’intelligenza è collegare il possibile al reale, è la capacità di capire che le possibilità eccedono sui fatti, si tratta di selezionarle e metterle in campo. Si possono fare percorsi alternativi, e per congiungere due punti non c’è solo la linea retta: se ragioniamo in termini puramente geometrici, la linea retta è la più diretta a congiungere i due punti; ma la vita, il tempo, l’umanità, la storia e la natura non camminano nello spazio puro e vuoto, conoscono altre leggi che riguardano l’intensità, la durata, la qualità, l’efficacia, la curiosità, l’emozione, la relazione, la logica, il ricordo, l’aspettativa, la fantasia e potrei ancora continuare. O su altri piani ridurre la direzione a una linea fissa è perdere la dimensione sferica e circolare, la curvatura e la poligonia del mondo, con le sue tante facce. Il mondo ha bisogno degli oppure.

La vita è complessa, come la realtà, e richiede l’esercizio dell’intelligenza. La mancanza degli oppure è la riduzione della complessità a un segnale stradale che indica il senso unico; è la mortificazione delle differenze, delle varietà.

Stiamo scivolando senza accorgerci nel regno del conforme e dell’uniforme che sopprime l’oppure; e non è solo la soppressione dell’opposizione, del diverso parere, dell’alternativa, dell’altro lato delle cose ma anche della ricerca, della possibilità di vedere e agire altrimenti. Senza questo è la fine della libertà, della democrazia, del pensiero e dell’intelligenza.

Stiamo vivendo questa fase, anzi abbiamo intrapreso questa china, e la cosa peggiore è che lo stiamo vivendo con disinvolta routine, senza porci nemmeno il problema, accettando tutto con automatismo, che è il peggiore dei fatalismi perché estirpa alla radice anche solo l’ipotesi di vedere le cose in altro modo.

Qualcuno potrà obbiettare: ma con chi ce l’hai di preciso, chi è che impone questo modo di vedere? Vedi fantasmi, sei complottista, sei no pax, contro la pace. Ma non c’è bisogno di correre dietro a chi sa quale congettura, è l’agenda generale dell’establishment che viene dettata ogni giorno in tutte le sedi, alla luce del sole e dei media; è l’agenda dei poteri dominanti che hanno il monopolio, o se preferite, l’egemonia, che fabbrica e controlla l’Opinione Pubblica. Sui social, magari leggi e ascolti voci diverse e dissonanti, in politica assai meno però c’è ancora qualche barlume di differenza: ma a livello di governance, di istituzioni, di mass media, di informazione pubblica e in gran parte privata, di apparati e di controllori, e perfino di influencer, artisti e saltimbanchi, quello è lo schema fisso, e rigido. La scelta migliore, il presidente migliore, è quella, quello che c’è già, in carica, in vigore.

Sul piano sanitario, ad esempio, l’adozione di protocolli standard segna la fine della medicina, che è una corda tesa tra arte e scienza per curare ad personam e non per generi e stoccaggi. Ora non si cura più la persona e il suo caso specifico ma si stabilisce il protocollo a cui attenersi in generale. La fine degli oppure è la fine della medicina, della sua efficacia e della sua umanità.

Potremmo notarlo così, en passant, come una specie di curiosità, senza darci troppo peso. E invece è una cosa terribile. Non sarà la prima volta che succede nella storia, ma certo è una brutta piega per una democrazia e per un mondo che si definisce libero, plurale ed evoluto. Il conformismo ha sempre accompagnato il lungo corso delle democrazie, ma una volta c’erano almeno divergenze ideologiche e politiche su scelte e priorità o perlomeno erano enunciate in modo diverso. Ora no. Come il mercato globale tende irresistibilmente verso i monopoli, così le opzioni si stanno paurosamente restringendo a una, quella ufficiale, canonica, vigente; sennò è il disastro. Volete continuare in questo modo? O quantomeno volete acconsentire, tacere o fingere contentezza per questo mondo monoseriale? E se ricominciassimo dagli oppure?

Recensione 💯 di questi anni di Pietro Ferrari

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di Giovanni Gabriele Morra
“Cento di questi anni” di Pietro Ferrari è una straordinaria opera ucronica – metagenere tra fantascienza e fantapolitica – in cui personaggi storici ed immaginari si fondono in una cornice narrativa utopica, nella quale la divaricazione allostorica scompagina e disallinea l’intero orizzonte storiografico del lettore.
Il punto di svolta che separa irriducibilmente la narrazione interna da quella storiograficamente autentica è racchiuso in un episodio periferico del 1936 che, sebbene possa passare quasi sottotraccia per un lettore non particolarmente attento alle vicende dell’anteguerra, ben presto determinerà una divergenza talmente estesa da non poter essere oltremodo mascherata.
Le pagine che conducono al “point of divergence” sono una vera e propria wunderkammer dei principali movimenti culturali, filosofici e politici che hanno campeggiato la storia del Novecento, i cui frequenti richiami lasciano trapelare un intenso e meticoloso lavoro di ricostruzione storiografica dell’Autore, con l’ulteriore pregio di aver sapientemente unificato le vicende umane dei protagonisti con i macro-eventi che si sono all’epoca tanto repentinamente succeduti.
Posteriormente alla diramazione temporale, la cronistoria si sottrae, come invero sovente accade in romanzi di tal fatta, da una deformazione eccessivamente marcata e disallineata, optando per una maggiore graduale verosimiglianza storica degli accadimenti, tale da instillare il dubbio nel lettore che effettivamente “un’altra storia era possibile”, lasciando così intendere che ogni ingranaggio, per quanto perimetrale, sia invero in grado di mutare il decorso degli eventi, aprendo ad infinite e perfino inimmaginabili possibilità.
Tuttavia, se questo è il messaggio che traspare dal substrato più esterno del racconto, il finale, in cui gli eventi sono intensificati e velocizzati in modo sorprendente, lascia velatamente trapelare una potenziale dicotomia tra l’autodeterminazione dei processi storici e l’immutabilità del “Fato”, da intendersi come destino al quale non è dato sottrarsi: in altri termini, la storia che, nonostante gli sforzi, riprende il suo corso prestabilito senza lasciare scampo all’hybris umana.
Per completare potrebbero essere utili questi spunti da mettere in fondo alla stessa:
Nascondi testo citato
Dal minuto 36 in poi intervento televisivo:
Intervista:
Scheda sintetica di descrizione dell’opera:
AUDIO stralci

Ecco il manuale contro l’antiscientifico Gretinismo

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di Nicola Porro

Qualunque cosa l’uomo voglia realizzare – dallo stuzzicadenti al sommergibile – ha bisogno di usare materiali adatti allo scopo. Nel suo ultimo volume – Il Segreto delle Cose (Carocci, 2021) – Silvano Fuso, docente di chimica, ci offre una panoramica storico-scientifica sui vari tipi di materiali che hanno caratterizzato lo sviluppo delle società umane.

L’autore parte dalla preistoria, quando l’uomo iniziò a lavorare e a utilizzare i materiali che trovava in natura, ossia legno, pietra e osso. Una cosa curiosa, in proposito, si apprende dal libro: anche alcuni animali lo fanno. Dopo quella della pietra, le età del rame, del bronzo, e del ferro sono state tappe fondamentali della storia della civiltà. Anche la scoperta che un impasto di argilla, opportunamente plasmato e successivamente cotto, poteva consentire la realizzazione di oggetti utilissimi rappresentò un notevole progresso.

Queste antiche operazioni manuali, se vogliamo, rappresentano i primordi di quella che oggi si chiama scienza dei materiali, disciplina giovane ma con antichissime radici. Alcuni dei materiali illustrati da Fuso hanno un che di fantascientifico. Ad esempio, le leghe metalliche mantengono la memoria della loro forma: se deformate – apparentemente in modo permanente – riassumono la forma prima della deformazione se si cambia la temperatura. E ancora: in due parchi pubblici di Tokyo sono stati installati servizi igienici pubblici con pareti completamente trasparenti. Il sogno del voyeur? No, perché quando qualcuno si chiude dentro, le pareti diventano opache e la privacy è garantita. Il vantaggio? Si può vedere a distanza se il bagno è libero.

Leggendo Fuso si scoprono sempre cose interessanti. In questo libro, ad esempio, si scopre che già Plinio il Vecchio nella sua celebre Naturalis Historia del 78 d.C., denunciava l’eccessivo sfruttamento delle montagne per ricavarne materiali lapidei. Denuncia che dovrebbe essere letta dagli ambientalisti d’oggi che rimpiangono i bei tempi antichi… E si scoprono poi vere curiosità archeologiche, come il vaso di Licurgo, una coppa di vetro romana del IV secolo, che assume colorazioni diverse a seconda di come la si guarda: in trasparenza è rossa, ma appare verde con una sorgente di luce dalla stessa parte di chi osserva. Questo insolito comportamento è detto tecnicamente «dicroico».

Il testo di Fuso ha un taglio storico e divulgativo e non didattico, anche se qualche riferimento a concetti di base di chimica e fisica è inevitabile. Con l’ausilio delle note esplicative e del sintetico glossario, tuttavia, chiunque potrà facilmente comprendere quei riferimenti. Posso garantire che il libro è un ottimo regalo, soprattutto ai ragazzi, bombardati, oggi come non mai, da antiscientifico Gretinismo.

Nicola Porro per Il Giornale

Fonte: https://www.nicolaporro.it/ecco-il-manuale-contro-lantiscentifico-gretinismo/

Castagna a Telenuovo su vaccini, immigrazione, globalizzazione, rincari e significato del Natale (VIDEO)

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di Redazione

Per la terza volta ospite di Telenuovo, nel corso del mese di dicembre, il nostro Responsabile Nazionale del Circolo Christus Rex Matteo Castagna si è confrontato con l’avv. Stefano Artuso del Partito Democratico e l’imam Ahmed Mohamed Scek Nur. Il conduttore di Rosso&Nero Mario Zwirner, dopo la conferenza stampa del Governatore veneto Luca Zaia, ha spaziato sui temi principali d’attualità: vaccini, emergenza sanitaria, valutazione chiusure per non vaccinati, questione energetica e rincari, immigrazione clandestina, globalizzazione, il significato del Natale.

Ecco il Video della trasmissione di ieri: https://play.telenuovo.it/rosso-e-nero/tit-13157280

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