Gravi errori della Civiltà cattolica sulla proposta di legge in tema di “suicidio assistito”

Condividi su:

PREMESSA: l’articolo è interessante e le critiche sono condivisibili. Il problema di fondo è che la rivista La Civiltà Cattolica e i gesuiti sono conciliari, quindi appartengono alla religione nata col Conciliabolo Vaticano II, che non fu un Concilio della Chiesa ma, appunto, un conciliabolo della Contro-Chiesa, che occupa i Sacri Palazzi. (n.d.r.)

Segnalazione Corrispondenza Romana

di Tommaso Scandroglio

Ha fatto molto parlare di sé l’articolo dal titolo La discussione parlamentare sul ‘suicidio assistito’ a firma di padre Carlo Casalone apparso sull’ultimo numero della rivista dei Gesuiti La Civiltà Cattolica (Quaderno 4114, a. 2022, vol. I, pp. 143-156). L’articolo è problematico per più motivi, che in questa sede non possiamo analizzare in modo esaustivo, ma in primis perché appoggia il varo della proposta di legge dal titolo Disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita. Ma procediamo con ordine esaminando gli aspetti più critici di questo articolo.

Casalone innanzitutto giudica positivamente la legge 219/2017: «Pur non mancando elementi problematici e ambigui, essa è frutto di un laborioso percorso, che ha consentito di raccordare una pluralità di posizioni divergenti». Dopo aver elencato le condotte legittimate dalla legge, Casalone conclude: «Il combinato disposto di questi elementi convalida la differenza, etica e giuridica, tra “lasciar morire” e “far morire”: il quadro delineato permette di operare rimanendo al di qua della soglia che distingue il primo dal secondo». Dunque secondo il gesuita la legge 219 non permetterebbe l’eutanasia. Ma le cose non stanno così. La legge permette la pratica dell’eutanasia omissiva e commissiva. In merito a quest’ultima tipologia la legge consente l’interruzione di terapie salvavita e di mezzi di sostentamento vitale quali l’idratazione e l’alimentazione assistite (tralasciamo qui per motivi di spazio la quaestio se tali mezzi possano configurare terapie, perché nulla muterebbe sul piano morale). Dunque consente l’uccisione di una persona innocente.

Passiamo ad un altro passo problematico dell’articolo: «Come la sentenza n. 242/2019, il testo riconosce non un diritto al suicidio, ma la facoltà di chiedere aiuto per compierlo, a certe condizioni». La sentenza a cui fa cenno Casalone è quella pronunciata dalla Corte costituzionale che ha legittimato l’aiuto al suicidio in presenza di alcune condizioni. L’attuale progetto di legge (Pdl) ricalca da vicino la struttura di questa sentenza. Ora c’è da dire che sia la sentenza che il Pdl attribuiscono un diritto all’aiuto al suicidio, non una mera facoltà. Sia la sentenza che la legge prevedono la necessaria e quindi doverosa realizzazione di alcune condotte in capo ai medici al verificarsi di alcune condizioni. Però nella sentenza, a differenza del Pdl, i medici possono astenersi dall’assumere queste condotte eccependo l’obiezione di coscienza: «Quanto, infine – si legge nella sentenza – al tema dell’obiezione di coscienza del personale sanitario, vale osservare che la presente declaratoria di illegittimità costituzionale si limita a escludere la punibilità dell’aiuto al suicidio nei casi considerati, senza creare alcun obbligo di procedere a tale aiuto in capo ai medici. Resta affidato, pertanto, alla coscienza del singolo medico scegliere se prestarsi, o no, a esaudire la richiesta del malato» (un altro errore dell’articolo è ritenere che nella sentenza non vi fosse presente l’obiezione di coscienza). Dunque se è presente l’obiezione di coscienza vuol dire che esiste, parallelamente, un obbligo verso cui eccepire questo istituto, altrimenti non avrebbe senso obiettare se, a monte, non ci fosse un dovere. E se c’è un dovere di eseguire X, vuol dire che in capo al paziente esiste un corrispettivo diritto di esigere X, diritto che se non verrà soddisfatto dal medico obiettore dovrà comunque essere soddisfatto da qualche altro medico. Dunque, come già accennato, sia nella sentenza che nel Pdl esiste il dovere di attuare la richiesta di assistenza al suicidio da parte del paziente, ma nella sentenza il medico può ricorrere all’obiezione di coscienza, nella legge non è presente questa possibilità. Ma anche laddove verrà inserita, l’aiuto al suicidio rimarrà comunque un diritto da riconoscersi in capo al paziente e la struttura ospedaliera dovrà trovare un medico non obiettore per soddisfare l’esercizio di questo diritto.

Veniamo ora ad un altro passo, forse il più significativo, che merita di essere censurato (tralasciandone altri, tra cui una sezione in cui pare fondarsi l’illeceità morale del suicidio in primis sul concetto di relazione, come se la persona originasse la sua dignità dalla relazione con gli altri). L’articolo così continua: «Non c’è dubbio che la legge in discussione, pur non trattando di eutanasia, diverga dalle posizioni sulla illiceità dell’assistenza al suicidio che il Magistero della Chiesa ha ribadito anche in recenti documenti. La valutazione di una legge dello Stato esige di considerare un insieme complesso di elementi in ordine al bene comune, come ricorda papa Francesco: “In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte, lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società”». Dunque da una parte Casalone precisa che la ratio della legge è incompatibile con la dottrina cattolica, ma su altro fronte pare qualificarla come male minore frutto di un compromesso tra visioni differenti in senso alla società: un doveroso punto di equilibrio dato che viviamo in una società pluralista.

Perché male minore? Quali mali maggiori eviteremmo votando questa legge? Casalone ne indica più di uno. Il primo riguarderebbe un appoggio al referendum radicale sull’omicidio del consenziente: «La domanda che si pone è, in estrema sintesi, se di questo PdL occorra dare una valutazione complessivamente negativa, con il rischio di favorire la liberalizzazione referendaria dell’omicidio del consenziente, oppure si possa cercare di renderla meno problematica modificandone i termini più dannosi. […] L’omissione di un intervento rischia fortemente di facilitare un esito più negativo». Il ragionamento (erroneo) è il seguente: affossiamo questa legge e verrà approvato il referendum radicale sull’omicidio del consenziente. Se invece l’appoggiamo, nel nostro ordinamento chi vorrà morire userà del suicidio assistito e non sentirà il bisogno di avere anche una legge sull’omicidio del consenziente. Le cose non stanno così. Innanzitutto si danno casi in cui la persona non può fisicamente darsi la morte (v. i tetraplegici) e quindi, per morire, chiederebbe che qualcuno la uccida (omicidio del consenziente). In secondo luogo e in modo più pregnante, appoggiare una legge sul suicidio assistito significa appoggiare anche una futura legge di matrice referendaria sull’omicidio del consenziente, perché la ratio è la medesima. Dire sì all’aiuto al suicidio significa dire sì alla possibilità di uccidere l’innocente, così come avviene nell’omicidio del consenziente. In altri termini, varare una legge sul suicidio assistito significa accettare il principio di disponibilità della vita. Accettato questo principio non si vede il motivo di rifiutare una legge sull’omicidio del consenziente che configurerebbe solo una diversa modalità di applicazione di questo stesso principio. In estrema sintesi: se sei a favore dell’aiuto al suicidio favorisci l’omicidio del consenziente.

Una breve riflessione su questa frase appena citata: “si possa cercare di renderla [la legge] meno problematica modificandone i termini più dannosi”. Una norma che legittima l’aiuto al suicidio sarebbe una norma intrinsecamente malvagia e mai potrebbe essere votata, perché legge ingiusta. Non è lecito votare una legge ingiusta – anche nel caso fosse “meno problematica [rispetto ad una versione precedente] modificandone i termini più dannosi” – perché votare a favore significa approvare e mai si può approvare l’ingiustizia, mai si può approvare il male, seppur minore, perché è comunque un male (sul punto mi permetto di rimandare a T. ScandroglioLegge ingiusta e male minore. Il voto ad una legge ingiusta al fine di limitare i danni, Phronesis, Palermo, 2020, testo in cui si analizza anche il n. 73 dell’Evangelium vitae, numero che erroneamente si chiama in causa in casi come questi per legittimare il voto ad una legge ingiusta).

Casalone poi così prosegue: “Tale tolleranza sarebbe motivata dalla funzione di argine di fronte a un eventuale danno più grave”. Tradotto: votare una legge meno ingiusta di un’altra, ossia votare una legge sul suicidio assistito meno iniqua rispetto a quella attualmente in esame in Parlamento, è atto di tolleranza. Errato: la tolleranza significa non volere direttamente un certo effetto – anche provocato da terzi – quindi sopportarlo, subirlo. Votare a favore di una legge ingiusta all’opposto significa volere direttamente questa legge ingiusta. Io posso lecitamente tollerare il male compiuto da un altro per un bene maggiore – ad esempio per evitare danni più gravi – ma quando sono io a compiere il male, seppur minore, è errato usare il verbo tollerare. Se uccido un innocente per salvarne 100, io non tollero l’assassinio di quella persona, io voglio l’assassinio di quella persona.

L’articolo di La Civiltà cattolica poi aggiunge: “Il principio tradizionale cui si potrebbe ricorrere è quello delle «leggi imperfette», impiegato dal Magistero anche a proposito dell’aborto procurato”. Non comprendiamo esattamente a cosa l’autore dell’articolo si riferisca quando collega l’espressione “leggi imperfette” all’aborto procurato, ma, nonostante ciò, possiamo dire che la locuzione “leggi imperfette” è spendibile solo per le leggi giuste che possono essere più giuste, ossia per le leggi perfettibili. La gradualità della perfezione è predicabile solo nell’ambito del bene, non del male. Una legge meno ingiusta di un’altra non è una legge migliore di un’altra, ma meno peggiore, non è una legge con un maggior grado di perfezione, non è una legge imperfetta.

Casalone così prosegue: «Per chi si trova in Parlamento, poi, occorre tener conto che, per un verso, sostenere questa legge corrisponde non a operare il male regolamentato dalla norma giuridica, ma purtroppo a lasciare ai cittadini la possibilità di compierlo». L’illeceità del votare a favore questa legge prima di risiedere nella collaborazione formale all’aiuto al suicidio – la legge diviene strumento per compiere questa azione intrinsecamente malvagia – risiede nel voto stesso: votare a favore significa approvare e mai è lecito approvare l’ingiustizia.

L’articolo così continua: «Per altro verso, le condizioni culturali a livello internazionale spingono con forza nella direzione di scenari eticamente più problematici da presidiare con sapiente tenacia». Quindi un altro motivo per approvare questa legge sarebbe quello di giocare d’anticipo: in giro per il mondo alcuni Paesi hanno approvato o stanno approvando leggi sul suicidio gravemente ingiuste, noi facciamoci furbi e, votando una legge meno ingiusta, anticipiamo chi, qui in Italia, vorrebbe imitarli. In parole povere, compiamo noi oggi il male minore per evitare che altri compiano domani un male maggiore. Ma anche in questo caso vale un principio di base della morale naturale già ricordato: non si può compiere il male minore per evitare un male maggiore, perché pur sempre di male si tratta. Non si può compiere il male a fin di bene. Paolo VI nell’Humanae vitae scriveva: «non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali» (14). Agire diversamente significherebbe scadere nell’utilitarismo, nel proporzionalismo.

Infine così il padre gesuita chiude l’articolo: «La latitanza del legislatore o il naufragio della PdL assesterebbero un ulteriore colpo alla credibilità delle istituzioni, in un momento già critico. Pur nella concomitanza di valori difficili da conciliare, ci pare che non sia auspicabile sfuggire al peso della decisione affossando la legge». Un ulteriore danno che l’approvazione della legge permetterebbe di schivare sarebbe quello del vulnus alla credibilità delle istituzioni. In questo caso, addirittura il principio di proporzione proprio dell’utilitarismo non sarebbe rispettato: metteremmo sul piatto della bilancia le vite delle persone uccise con l’aiuto al suicidio e sull’altro piatto della bilancia la credibilità delle istituzioni. Persino il vero utilitarista non potrebbe che riconoscere che le vite umane valgono più della credibilità delle istituzioni.

In conclusione, l’articolo de La Civiltà Cattolica risulta gravemente erroneo sul piano dei principi della morale naturale e cattolica apparendo antitetico all’insegnamento del Magistero in tema di eutanasia e manifesta una ignoranza o perlomeno una pessima interpretazione delle sentenze e delle leggi richiamate nel medesimo articolo.

Gravi errori della Civiltà cattolica sulla proposta di legge in tema
di “suicidio assistito”

Chi vuole la droga libera?

Condividi su:

Segnalazione di Federico Prati

di Francesco Agnoli

Premessa

Ogni qual volta in Italia si crea un governo di centro-sinistra (votato o meno, ormai non ha più alcuna importanza), nell’agone politico si torna inevitabilmente a parlare della liberalizzazione delle droghe leggere. Questo articolo scritto nel 1998 riporta i protagonisti dell’anti-proibizionismo di quell’epoca, ma oggi le cose non sono affatto cambiate. Si torna a ripetere il solito leitmotivoccorre liberalizzare la droga per abbattere il grosso business dello spaccio.

Si tratta di una frottola colossale dietro la quale si nasconde il vero motivo per cui questa combriccola si batte: la libertà di drogarsi e basta. Come dimostra ad abundantiam questo scritto, buona parte di quella classe politica che oggi vorrebbe legalizzare le sostanze stupefacenti fa parte di quella fazione che nel Sessantotto chiedeva a gran voce (per ragioni filosofiche esposte in questo articolo) la libertà di alterare il proprio stato di coscienza. Toltosi l’eskimo e la sciarpa rossa, oggi questi campioni di camaleontismo politico hanno acquisito una certa rispettabilità e siedono nei palazzi del potere da dove continuano la stessa battaglia. Dopo aver ottenuto l’aborto legalizzato (1978), ora lottano per i diritti gay, per l’eutanasia e per la droga libera.

E tutto questo, si badi bene, in nome di una libertà assoluta di poter fare quel che si vuole del proprio corpo e della propria vita, anche se ciò comportasse la negazione della natura, l’auto-distruzione o la morte di un innocente. A partire dal Sessantotto, una valanga di droga si è abbattuta sull’Italia, e non è possibile che tutto ciò sia accaduto senza una segreta complicità degli alti vertici politici. Del resto, come l’Alto Iniziato Serge Hutin (1929-1997) conferma nel suo libro Governi occulti e Società Segrete 2,

«per quanto eccezionali possano essere state le qualità dei leader, si ha ragione di credere che essi siano stati efficacemente spalleggiati da qualche gruppo segreto superiore […]Qualunque rivoluzione, anche studentesca, non è mai del tutto spontanea e presuppone una preparazione metodica se non si vuole rischiare il completo fallimento».

 

Sopra: il massone martinista Serge Hutin e

il suo libro Governi occulti e Società Segrete.

Paolo Baroni

 Introduzione

A proposito della liberalizzazione delle droghe, viene utile un articolo della rivista Cannabis, antiproibizionista e cultrice dell’uso delle droghe leggere. In un articolo intitolato «Appunti sugli usi e costumi dei fumatori di canapa dagli anni ’60 agli anni ’90», si scrive:

«L’uso della marijuana negli Stati Uniti e dell’hashish in Europa, dilagò […] sull’onda di poesie come “Howl”, di Allen Ginsberg, o di canzoni come “Mister Tambourine Man”, di Bob Dylan. Un prodotto illegale conquistava milioni di consumatori solo grazie ad un passa-parola segreto, brillantemente contrabbandato sui libri e sui dischi» 3.

 

Sopra: da sinistra, Bob Dylan e Allen Ginsberg,

due icone della controcultura in America.

Questo spunto ci ha dato certamente un’ottima chiave per comprendere un brillante aspetto di tale contrabbando e segretezza. Ma veniamo al nostro argomento, e cioè al Sessantotto, il Sessantotto studentesco e giovanile, lasciando da parte quello operaio. Il Sessantotto ebbe indubbiamente come precursori e maestri gruppi e personalità del rock che utilizzarono per così dire, oltre al linguaggio subliminale, anche un altro tipo di linguaggio mascherato.

La rivoluzione culturale del Sessantotto è tale proprio perché muta la cultura, il modo di pensare, e giunge a mutare il significato stesso delle parole, come otri svuotati e riempiti di nuova sostanza. «Pace», «libertà», «solidarietà», «amore» sono le parole ricorrenti, gli slogan della generazione rivoluzionaria cresciuta alla scuola di musicisti rock da una parte, e filosofi dall’altra.

Le parole, quando non designano ciò che significano, sono subdole, si insinuano quasi subliminalmente e fanno carriera solo per il bel suono, per la moda, per quella patina positiva che hanno ereditato, ma di cui sono state poi spogliate: la libertà, la solidarietà, l’amore, la pace che trionfarono in quegli anni sono l’esatto contrario di questi valori intesi in senso oggettivo, reale.

Vengono infatti ad esplicarsi, a concretizzarsi in un messaggio di profondo egoismo che è riassumibile negli slogan dominanti: «Fa ciò che vuoi» 4«Né maestro né Dio. Dio sono io». Parafrasando SantAgostino (354-430) si può dire che siamo di fronte allamore di sé fino al disprezzo di Dio e del prossimo, contrapposto all’amore di Dio e del prossimo fino al disprezzo di sé. Egoismo ed individualismo, come sbocco del rifiuto di ogni morale e di ogni ordine, si affermano con prepotenza e diventano lotta contro tutto ciò che è d’intralcio all’auto-realizzazione personale, alla propria «libertà», dicono.

Sopra: un hippie raggiunge l’estasi durante uno

dei tanti concerti che si tennero negli anni ’60.

 Contro la famiglia

La stessa famiglia, che dovrebbe essere il primo luogo della realizzazione dell’amore, della solidarietà e della pace intesi in senso reale, viene condannata, accusata violentemente, come limitazione all’io meschino, che vuole diventare dio (di se stesso). Lo ricorda Lidia Ravera, giornalista de L’Unità ed autrice di un famoso libro sul Sessantotto, dal titolo eloquente: Porci con le ali (L’Unità, 1976):

«Ricordo di aver preso la parola in un seminario contro la famiglia organizzato nella mia scuola» 5.

 

Sopra: Lidia Ravera e il suo romanzo Porci con le ali.

Rossana Rossanda (1924-2020), poi direttore de Il Manifesto, in una lezione rievocativa e celebrativa sul Sessantotto, cui partecipò da protagonista, scrive che nell’ottica di un’«energica liberazione sessuale» appare presto chiaro a lei e compagni

«che un movimento comunista deve battersi per la fine della famiglia» 6.

 

Valori come la fedeltà, e cioè l’amore radicato, temprato anche dalle prove della vita, vengono derisi e sputacchiati: quello che rimane più chiaramente nel ricordo, ora dolce ora amaro, di sessantottini come Aldo Ricci e Mauro Rostagno (1942-1988) a Trento, Lidia Ravera, Gillo Pontecorvo (1919-2006), ecc…

Ẻ il comunismo di donne più che il comunismo di beni, le famose comuni nelle Università occupate, l’attuazione dello scambismo teorizzato da Wilhelm Reich (1897-1957) 7 e oggi promesso a livello nazionale da un dirigente locale di sinistra, Emilio Magliano, il quale lamenta la non ancor piena attuazione dei principî del ’68 8.

La droga ha un ruolo non piccolo nel determinare l’esplosione di questa libertà e amore intesi in senso puramente egoistico; essa agisce da impulso disinibente e isolante, permette ed innesta il meccanismo della sfrenatezza e di una libertà tanto assurda da essere innaturale, non spontanea. L’uso della droga è il primo passo del sovvertimento di ogni ordine e di ogni valore, fino a fare del proprio ombelico il centro del mondo e del proprio ventre il monte Sinai da cui discendono le Tavole della Legge. Ricorda la già citata rivista Cannabis:

«I derivati della canapa venivano rigidamente usati come sostanza sacramentale da un’estesa e colorata tribù che aveva optato unilateralmente per l’abolizione […] della proprietà privatadella famiglia mononucleare (e cioè normale, N.d.A.) e dei tabù sessuali».

 

Fra i quali anche l’incesto. Ne sono esempi lampanti le vite personali di maestri riconosciuti del Sessantotto e portavoce della beat generation come Bob Dylan, i BeatlesJack Kerouac (1922-1969) 9Allen Ginsberg (1926-1997) 10… Scriveva John Lennon (1940-1980):

«Volevamo liberare il mondo […]. Parlavamo di pace […]. Per sopravvivere ho sempre avuto bisogno di droga […]La mia passione per lLSD è durata anni senza alcun cedimento. Anche George (Harrison) era un fanatico dell’LSD […]. Per anni ho vissuto al centro di uno sfrenato festeggiamento: ero come un imperatore, con miliardi di ragazze, droga, alcool, potere a volontà […]. In fondo eravamo come dei tossici, incapaci di interrompere la nostra routine autodistruttiva […]. Ci procuravamo delle prostitute […]. Del tour di Amsterdam ci sono delle mie foto dove esco strisciando sulle ginocchia da un bordello» 11.

 

In Italia, accanto a Dylan e ai Beatles… sono anche altri i profeti del Sessantotto: nelle Università si leggono, oltre a Karl Marx (1818-1883), Lenin (1870-1924) e Fidel Castro (1926-2016), Sigmund Freud (1856-1939), Herbert Marcuse (1898-1979), della Scuola di FrancoforteErich Fromm (1900-1980).

Libri come La morte della famiglia, di David Cooper (1931-1986), Friedrich Nietzsche (1844-1900)… Il messaggio morale è sempre quello di una liberazione dalla famiglia, dai tabù dell’incesto, dal matrimonio… intesa appunto niccianamente, nell’ottica dell’io egocentrico che, dopo aver proclamato la morte di Dio, si fa superuomo per essere al di là del bene e del male e cioè fregarsene del bene e del male.

Sopra: David Cooper e il libro La morte della famiglia.

 Contro la «dittatura bimillenaria»

Ma il superuomo rimane un’élite. Scrive Aldo Ricci ricordando il Sessantotto di Trento come un’eccezione per lui positiva:

«Ho l’impressione che la trasgressione sia sempre stata appannaggio, patrimonio […] di élite ristrette e sparute, quando non impaurite dalla repressione che su questa landa imperversa da duemila anni […], una “dittatura bimillenaria“» 12.

 

Per il Ricci, questa dittatura è evidentemente quella di Cristo. I risultati, nonostante le dotte teorie, che non disdegnano il paragone con la ribellione di Satana quale esempio di libertà (come disse Fromm), rimangono piuttosto meschini. Si parla, è vero, anche di rivoluzione marxista, di guerra del Vietnam, di lotta dura contro il sistema, di anarchia.

I ribelli al sistema, che non mettono una cravatta per paura di rimanerne strozzati, sono i potenti e il sistema di oggi: Gad LernerGiuliano FerraraMichele SantoroPaolo Flores DArcaisEnrico DeaglioPaolo LiguoriDario Fo (1926-2016), Ezio MauroG. GalliMarco BoatoMassimo CacciariLuigi ManconiWalter VeltroniAlessandro MelluzziMassimo DAlemaFabio MussiMauro PaissanLucia AnnunziataTiziana MaioloFerdinando AdornatoFrancesco Rutelli, ecc… 13.

Si parla, dicevo, di rivoluzione marxista, ma, come ricordano molti protagonisti di quegli anni, si vive più di notte che di giorno e si parla più del Marx sostenitore del comunismo di donne che di quello economico. Rostagno confessa:

«Quando andavamo in giro a parlare non rivendicavamo mai i nostri aspetti più belli, ma soltanto quelli tradizionali e scontati: il rapporto con la classe operaia […] non le altre cose che poi si sono rivelate le più importanti» 14.

 

Sopra: «Lo Stato borghese si abbatte e non si cambia».

Del resto, Aldo Ricci scrive:

«Conosco tutti o quasi gli autori del Sessantotto […] brigatisti, potereoperaisti, ma nessuno di loro – dico nessuno – tra quelli che contavano e contano, era operaio» 15.

 

Sopra: corteo studentesco nel ’68.

Sono indicativi gli slogan che compaiono sui muri delle Università nel ’68 e nel suo erede, il ’78: «Il sesso è tuoliberalo»«Quintouccidi il padre e la madre» (titolo di un testo chiave dell’anarchico Jerry Rubin, accanto a Do It); «Inventate nuove perversioni sessuali»«Fate saltare le menti meccaniche con l’acidosanto»«Vitamina al vostro cervello. LSD»; «L’alcol uccide, prendete l’LSD»«Oh, Dio me! Come sto mal, aiuto ci vuol la cocaina, presto»

Sopra Jerry Rubin e il suo libro Do It. Rubin divenne

un’icona del pacifismo e della controcultura.

A Trento, Mauro Rostagno, che sarà direttore e cofondatore di Lotta Continua, un leader a livello nazionale, grande amico del terrorista e co-fondatore delle Brigate Rosse Renato Curcio, scrive: «Consiglio alla gente di fumare (l’erba; N.d.R.) […]. L’esperienza psichedelica è importante e così l’acido…», e caldeggia l’uso di droghe prima di un festival davanti a 40.000 persone, lui grande ammiratore dei Beatles, dei Rolling Stones, dei Led Zeppelin.

Francesco Alberoni, che ora commenta i salmi per Famiglia Cristiana e scrive su Il Corriere della Sera in prima pagina, neo-rettore a Trento, dove giunse poco proletariamente in spider, rassicurava i suoi studenti: «Metteremo a posto i sotterranei, compreremo dei juke-box, potrete fumare erba…».

Ricordando gli anni passati, da leader, Rostagno sostiene:

«A questi discorsi sulla droga associai quello sulla liberazione sessuale […]. Vai in giro a predicare ogni sorta di liberazione e poi, distrutto, torni a casa a picchiare tua moglie e i tuoi figli» 16.

 

Sopra: due giovani donne statunitensi marciano ai nostri giorni durante una manifestazione («slut walk») in favore della liberazione sessuale. Sui cartelli è scritto «Le sgualdrine dicono sì» e «Orgoglio delle sgualdrine». Ecco i frutti marci del ’68…

È questa in realtà la condizione di tanti, che, non essendo divenuti i potenti di questa Italia, non si sono poi vergognati di riconoscerlo, negli anni successivi al ’68, o che, pur essendo divenuti collaboratori della Fondazione Agnelli, della CIA, e della RAI, come Aldo Ricci, non hanno velato il loro passato. Un ex, Giuseppe Di Leva, riassume con la frase «molti sono spacciati e altri vivono di spinelli»Franco Sagginario ricorda «una delle prime esperienze di erba che si cominciavano a fare in quel periodo»Gigi Ghiringhelli parla delle esperienze di fumo di un’«intera generazione», e Baby Zamattio di «tutta una cultura della Methedrina» 17.

Lidia Ravera, nell’opera citata, descrive un episodio che appare non tanto come un evento contingente, quanto paradigmatico dell’epoca: un ragazzo chiede ad un altro: «Che ne dici del dibattito sulla droga»?; E l’altro risponde: «Non l’ho sentito, sono stato in tenda a farmi una canna».

Uno dei protagonisti dell’epoca del Sessantotto, forse il padre più autorevole della beat generation, amico di Dylan e di Lennon, fu Allen Ginsberg: con lui l’uso di droghe, la sfrenatezza dell’orgia e dell’incesto, diventano mito, epica e ideale a sfondo filosofico da consegnare alle generazioni. È la vera cultura della droga, la droga consigliata, esaltata, propinata come segno di superiorità, non l’esperienza di debolezza, sfortunata, il dramma umano di tanti che sono anche vittime.

 «Santo labisso»

Ginsberg descrive nelle sue poesie, che diverranno un testo sacro per molti sessantottini d’oltreoceano, ma anche nostrani, e nei suoi diari, con linguaggio schizofrenico, i rapporti incestuosi con il padre e il fratello, la pazzia, le virtù visionarie dell’oppio, del peyote, delle piante allucinogene messicane e indiane, in una sorta di lotta sacra contro «il Moloch il cui nome è la Mente». A Milano, nel ’66, esce la rivista Mondo Beat; nel ’67, è la volta di Urlo Beat; entrambe si ricollegano a Ginsberg. Vi si trova scritto ad esempio:

«Siamo dei disadattati, disarticolati, disinseriti […]. Con il costo di un Mirage si comprerebbero 20 milioni di preservativi, oppure 8 milioni di pacchetti di sigarette».

 

Sopra: la rivista Mondo Beat.

Afferma Francesco Alberoni: «Fra il movimento beat e il movimento studentesco c’è continuità storica…» 18. Ginsberg scrive:

«Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia […] trascinarsi per strade nere all’alba in cerca di droga rabbiosa»; «Vomito, sono in trance, il mio corpo è colto dalla convulsione […] sono qui nellinferno […]. Sante le visioni, sante le allucinazioni […] santo labisso» 19.

 

Una sorta di nichilismo gnostico si coniuga con l’influsso delle religioni indiane e delle connesse dottrine del New Age.

 La droga, lIndia e il New Age

Ginsberg, Kerouac, Aldous Huxley (1894-1963) 20William Burroughs (1914-1997) 21 e Peter Orlovsky (1933-2010) – l’amante omosessuale di Ginsberg – non sono solo i propagandisti dell’uso «conoscitivo» e «visionario» delle droghe, ma gli apostoli in America del nascente New Age, nel cui sincretismo c’è spazio per lo spiritismo, per la droga, per le religioni indiane – con le tecniche yogamantrazen – per lo sciamanesimo indo-americano e per i riti africani a base di sostanze allucinogene, dette anche «enteogene» 22.

Costoro si recano in Messico, in India, nel Tibet, e iniziano a circondarsi di guru indiani, come faranno poi i Beatles, ma anche molti italiani come Rostagno (che va a studiare i riti di trance e la macunba, e a sperimenta il peyote, un fungo allucinogeno, in Messico). Il raduno di Woodstock, che fu una grande cassa di risonanza per la «pace dello spinello» è aperto proprio dal discorso di un santone indiano.

Per il buddhismo, la vita è male e sofferenza, il corpo una prigione da cui ci si può liberare alla fine del ciclo delle reincarnazioni, per approdare all’agognata estinzione nirvanica (fine della volontà, del pensiero e della personalità). Per questo assumono importanza le esperienze al di là dell’essere, del pensiero, cioè arazionali, alogiche, spersonalizzanti, annullanti l’io personale.

Da qui nascono le tecniche indiane respiratorie o di ripetizione autoipnotica (i «mantra»), per uscire, evadere dall’essere, dall’autocoscienza, dal pensiero, per raggiungere il «vuoto mentale» dello Zen, la «noluntas» – l’assenza di ogni volontà, di ogni anelito di vita – come vertice della «liberazione» del filosofo tedesco Arthur Schopenauer (1788-1860).

Kerouac, un altro mistico della droga, rimastone vittima a soli quarantasette anni, scrive di aver raggiunto l’illuminazione buddhista e di aver capito che la vera realtà è il vuoto. Coerentemente, l’uso di droghe viene teorizzato come esperienza di liberazione, di evasione dalla negatività dell’essere e del pensiero e allo stesso tempo, già per i «poeti maledetti» Charles Baudelaire (1821-1867) e Paul Verlaine (1844-1896), come esperienza «conoscitiva» di mistico contatto con il divino, di superamento dei limiti. Nel 1966, Ginsberg affermava:

«Prendevo un sacco di LSD e psylocybina prima di partire per l’India e, beh, ero in uno stato mentale leggermente disordinato. Pensavo che fosse assolutamente necessario che mi lasciassi del tutto andare allo scopo di ottenere una completa illuminazione – che il mio io si annullasse completamente e che ogni cosa intorno a me si annullasse completamente allo scopo di raggiungere la perfezione» 23.

 

Sopra: Allen Ginsberg uomo-sandwich.

Sul cartello è scritto: «L’erba è divertimento».

Scrive un induista convertito al cristianesimo, Rabi Maharaj, in Morte di un guru:

«Così facendo cominciai ad incontrare un numero sempre maggiore di tossicodipendenti e feci una scoperta sorprendente: alcuni avevano avuto le medesime esperienze con gli stupefacenti che io stesso avevo provato quando esercitavo lo yoga e la meditazione! […]. Imparai anche che i narcotici erano la causa di stati alterati di consapevolezza, del tutto simili a quelli sperimentati per mezzo della meditazione! Ascoltavo con meraviglia quello che mi raccontavano su quel mondo meraviglioso e pieno di pace nel quale entravano sotto l’influsso dell’LSD, un mondo le cui visioni e suoni psichedelici erano stati per me sin troppo familiari».

 

Sopra: Rabi Maharaj e la sua autobiografia Morte di un guru.

Un salto temporale, un esempio italiano: Franco Battiato (1945-2021), il cantautore mistico, filosofo, che dissemina le sue canzoni di riferimenti strani, ma a ben vedere comprensibili. Ebbene, Franco Battiato è il tipico rappresentante del New Age nostrano. Nelle sue conversazioni col giornalista Franco Pulcini egli anzitutto riconosce la «filosofia indiana» come «punto di riferimento costante della mia vita»; poi prosegue illustrando il suo rapporto con le droghe:

«Io, personalmente, ne ho fatto uso, ma con un criterio che definirei sperimentale e conoscitivo […]. Ho fatto un’esperienza per ogni tipo di droga. La mescalina è stata la più sensazionale, con visioni eccezionali! […]. Sono droghe obiettivamente esatte […]È un piacere assoluto […]. Il cervello ti funziona in maniera diversa».

 

Egli prosegue affermando che vi sono esercizi sul proprio corpo tramite i quali si può raggiungere uno stato simile a quello degli allucinogeni («meditazione»), parlando di magia sessuale tantrica, di reincarnazione, di spiritismo:

– Franco Pulcini«E le notti in cui sogni molto, sono le notti in cui riposi meglio»?

– Franco Battiato: «Riposo abbastanza bene […] a meno che non mi trovi in qualche stanza d’albergo con qualche influenza che non mi piace».

– Franco Pulcini«Quindi tu senti delle presenze»?

– Franco Battiato«Sono una specie di calamita».

– Franco Pulcini«I fantasmi e gli spiriti ti si appiccicano addosso»?

– Franco Battiato«Quello è difficile. Ci provano ma non li faccio entrare…» 24.

È appena il caso di riprendere il discorso sull’intimo legame fra ’68 e New Age. Viene in soccorso una rievocazione di Edmondo Berselli (1951-2010), sociologo ed editorialista de La Stampa, che, dopo una lunga celebrazione della rivolta studentesca, rivendica alla sua generazione il merito di aver anticipato tematiche oggi attuali, di aver quasi salutato quella che, con toni profetici, definisce, in estrema e simbolica conclusione, ad indicare un passaggio di consegne, «un possibile New Age»«Abbiamo creduto nell’antimedicina […]; guardavamo al rosso dell’Oriente […], lo Zen […], Siddharta» 25.

C’era un periodico, allora, che si guardava con assiduità, un vero epigono delle esperienze New Age dell’«odiata» America: era Re Nudo. Il suo direttore, Andrea Valcarenghi, ricorda:

«C’è una storia del movimento degli anni Settanta che è stata dimenticata in ogni rievocazione. È la componente che veniva chiamata underground, quella che ha fatto emergere bisogni, ansie che gran parte della generazione del ’68 ha poi saputo esprimere attraverso il movimento delle donne, degli omosessuali […] l’esperienza delle comuni, del fumo, del viaggio in India…» 26.

 

Sopra: da sinistra, Andrea Valcarenghi e Marco Rostagno.

 

Una storia «dimenticata», è vero, ma dimenticata a bella posta in quelle celebrazioni che, in quanto tali, amano parlare di operai, di lavoro, di impegno sociale. Ma Re Nudo non era a quei tempi affatto sconosciuta. Basti dire che Andrea Valcarenghi è in quegli anni nel giro di Francesco Cardella (1940-2011), editore pornografico, losco affarista nella cui casa di Milano

«entrano  ed escono Margherita Boniver […] Saro Balsamo e sua moglie Adelina Tattilo, editrice di “Playboy”, il direttore di “Re Nudo” Andrea Valcarenghi, il giovane avvocato Domenico Contestabile».

 

Sopra: Francesco Cardella, per un periodo nella redazione di Playmen, edito da Adelina Tattilo. Per molto tempo, le riviste pornografiche softcore sono state un veicolo delle idee sinistrorse di questi ex sessantottini. In copertina posa l’attrice Claudia Koll, che più tardi si riavvicinò al cattolicesimo a causa di gravi problemi spirituali (gli stessi «spiriti» che cercavano di appiccarsi a Battiato…) causati dalla pratica dello yoga.

 

E poi, nel tempo, anche Rostagno, Ravera, Claudio MartelliGiorgio PietrostefaniBettino Craxi (1934-2000) e Bobo Craxi, finito anch’egli in India, da Sai Baba (1926-2011)… 27. Nel 1973, il Valcarenghi pubblica Underground: a pugno chiuso (Arcana Editrice), in cui ringrazia i suoi maestri – «l’acido, Adriano Sofri, Mauro […], Bob Dylan, Mario Capanna […] i Beatles…» – ricorda i concerti «renudisti» di Battiato, impartisce lezioni di morale:

«Fare capire al vecchio proletario che la musica, lerba, la comune […] sono roba comunista, è fondamentale […]. Noi dovremo diventare i genitori che dovranno sentirsi in grado di prendere lacido con i propri figli».

 

La prefazione all’opera, di parecchie pagine, è di Marco Pannella (1930-2016), in seguito grande maestro dell’ideologia della legalizzazione, a lungo direttore responsabile di Re Nudo:

«Carissimo Andrea […], io amo gli obiettori, i fuori legge del matrimonio, i cappelloni sottoproletari amfetaminizzati […]. Fumare erba non mi interessa per la semplice ragione che lo faccio da sempre. Ho un’autostrada di nicotina e di catrame dentro che lo prova, sulla quale viaggia veloce quanto di autodistruzione, di evasione, di colpevolizzazione e di piacere consunto e solitario la mia morte esige e ottiene. Mi par logico, certo, fumare altra erba meno nociva, se piace, e rifiutare di pagarla troppo cara, sul mercato […] in carcere» 28.

 

Sopra: Marco Pannella durante una manifestazione del

Partito Radicale in favore della legalizzazione della marijuana.

Ecco le nobili ragioni dell’antiproibizionismo! Ecco l’essenziale, senza ciance, scuse e argomentazioni contorte…

 Dalla libertà di abortire a quella di drogarsi

Ho delineato un quadro veloce del Sessantotto e del New Age, poco, ma quanto basta per chiedersi: se tutto ciò fu ed è ideologia, se l’uso di droga è per il Sessantotto esperienza di libertà, di una libertà imprescindibile e valida in quanto tale, ed esperienza religiosa, mistica come per i newager Kerouac, Ginsberg, Rostagno, Battiato… 29, siamo proprio sicuri che tutto questo non c’entri nulla con l’attuale liberalizzazione della droga?

Siamo sicuri che l’attuale classe dirigente, che viene dal Sessantotto ed ha in esso la sua linfa culturale, sia veramente interessata alla legalizzazione della droga per sconfiggere, come dice, gli spacciatori e la mafia e non, lo ripeto, per motivi ideologici, mascherati con la scusa più plausibile e nello stesso tempo depistante? Quando si volle l’aborto, nel Sessantotto, si voleva l’aborto, punto e basta. Si parlava di diritto: «L’utero è mio e lo gestisco io»!

Sopra: femministe negli anni ’70 manifestano

in favore della libertà di abortire.

Ma ad un certo punto, si vide che questo non bastava a convincere la maggioranza e allora si disse: «Sconfiggiamo laborto clandestino con laborto legale». Fu una manovra di ripiego, ma sortì l’effetto desiderato. Oggi si vede che proporre la legalizzazione per se stessa non basta. Allora – per lo più dagli stessi che negli anni ’70 sostenevano il diritto di abortire – si dice: «Sconfiggiamo la droga clandestina con la droga legale». Domani ci troveremo convinti assertori della necessità di sconfiggere lomicidio illegale legalizzandolo.

Chi vuole, oggi, la legalizzazione? I paladini della legalizzazione sono, guarda caso, per lo più ex sessantottini, cresciuti quindi alla scuola che abbiamo delineato, dei Beatles, di Kerouac, di Ginsberg, di Francesco Alberoni, che fu il professore di molti di loro a Trento, e di Mauro Rostagno, che fu il direttore del giornale cui facevano riferimento allora gli antiproibizionisti di oggi: come gli onorevoli ex sessantottini Boato e Manconi, portavoce dei Verdi, partito di governo ufficialmente schierato per la legalizzazione.

Sopra: l’ex deputato PD e LEU Beppe Civati e a fianco il suo libro Cannabis: dal proibizionismo alla legalizzazione (Fandango Libri, 2016), con prefazione di Roberto Saviano. Quest’ultimo, in una articolo pubblicato su Il Corriere della Sera, l’8 agosto 2021, ha affermato che per distruggere le famiglie mafiose bisogna estinguere la famiglia! Come dire che per eliminare i parassiti che infestano una casa occorre bruciare la casa stessa. Purtroppo le idee del ’68 sono ancora tra noi…

Di legalizzazione parlavano anche allora, ma non si diceva, o comunque non appariva affatto centrale il voler sconfiggere lo spaccio illegale, ma si voleva, lo ripeto, difendere un principio, oppure una passione personale, come sembrerebbe nel caso del senatore verde, responsabile della giustizia, Rosario Pettinato, per il quale l’introduzione in Italia di sigarette all’hashish è giusto un bene: «Glielo dice uno che in fatto di nicotina e di spinelli è un vero esperto» 30.

Lo dimostra anche quanto scrivevano Marco Pannella e l’ex ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick; lo dimostra il proclama distribuito ad Amsterdam nel 1967:

«Noi, Liberi e Illuminati. Noi i Giovani Insofferenti delle Restrizioni, dei Tabù, dei Divieti, Noi Amanti della Pace e dell’Amore […] rendiamo oggi legale per tutto il pianeta la coltivazione e il consumo della Marijuana…» 31.

 

Sopra: una cannabis store ad Amsterdam, ai giorni nostri.

Lo dimostra il fatto che fra gli antiproibizionisti di oggi vi sia l’europarlamentare verde Daniel CohnBendit, forse il maggior leader europeo della rivolta sessantottina (accusato di pedofilia), in quegli anni anarchico, sostenitore del principio «metafisico» del «vietato vietare», oggi borghese al potere che parla di «riduzione della criminalità», ma che coltiva gli stessi interessi di un tempo… 32.

La legalizzazione, afferma Pietro Folena, ex onorevole dell’Ulivo, che al ’68 guarda con grande simpatia, fu «una delle bandiere della FGCI di D’Alema» sin da quegli anni, e continua accennando alla «concezione permissivistica delle droghe leggere diffusa in alcune anime della sinistra» 33.

In un suo saggio del 1979 intitolato Droga e legge penaleMiti e realtà di una repressione, l’ex ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Maria Flick, coinvolto oggi nel processo di depenalizzazione, scriveva:

«Una prima alternativa e ipotesi di lavoro è rappresentata dalla possibile liberalizzazione totale del fenomeno droga in senso ampio […]. L’ipotesi non è forse così paradossale e aberrante, come potrebbe sembrare a prima vista, per la possibilità di prospettare una serie di argomentazioni non trascurabili a favore di essa. In effetti, ove si abbiano presenti le motivazioni poc’anzi accennate del ricorso alla droga in chiave, in ultima analisi, di ricerca di una propria identità e autenticità, si affaccia quanto meno il dubbio sull’accettabilità di una repressione delle manifestazioni di tale ricerca […]. Da un lato, il ricorso alla sostanza stupefacente o psicotropa può, di per sé e in linea di principio, considerarsi una espressione di autodeterminazione (ancorché più o meno cosciente) e quindi in ultima analisi una espressione di libertà morale. Alla libertà morale si legano infatti le prospettive di un diritto allautenticità e alla propria identità, riconducibili in senso ampio al problema della droga […]La droga è espressione di libertà morale […], una scelta individuale di ricerca del piacere, di rifiuto della sofferenza, di sottrazione alle convenzioni» 34.

 

Nonostante poi in altri punti della sua opera ribalti i concetti qui espressi, essi risultano comunque significativi per conoscere quali fossero allora i principî in nome dei quali si invocava da più parti la liberalizzazione, principî che in qualche modo «affascinavano» anche un futuro Ministro della Giustizia. Il tema della legalizzazione è oggi portato avanti anche da alcune riviste New Age, pure qui dunque in nome di principî ideali che abbiamo già visto operativi nel Sessantotto: l’assunzione di piante e funghi

«induce nell’uomo profondi stati emotivi, intuitivo-visionari, illuminanti, rivelatori […]. Questi vegetali come strumenti per trascendere la realtà ordinaria e per comunicare con il mondo degli spiriti […]. Questi vegetali vengono detti allucinogeni o psichedelici o enteogeni (che rivelano la divinità che è in te 35.

 

Sopra: una tossicodipendente mostra sul volto gli effetti devastanti dell’eroina. Dall’espressione non si direbbe che questa droga stia rivelandole la divinità che è in lei… ma che si stia auto-distruggendo.

Il loro effetto è esaltato accanto alle pratiche buddhiste dei mantra, agli stati di trance, alle pratiche sciamaniche… La Repubblica, ad esempio, annuncia a tutta pagina un convegno di sciamani a Pavia, dove sarà presente lo stregone peruviano A. Vasquez, alla base delle cui tecniche di guarigione c’è «la somministrazione dell’estratto di ayahuasca, una pianta allucinogena», il cui effetto, a suo dire, consiste in «tre ore di visioni, poi due ore di grande torpore» 36.

Quanti degli attuali antiproibizionisti sono influenzati da queste idee, avendole già a suo tempo vissute e condivise? Oggi Alberoni, Galli, Melluzzi, Maiolo, Giulio Savelli (1941-2020) 37, Mellini, solo per fare i nomi di qualche sessantottino e di uno degli esponenti più in vista del Partito Radicale, sono più o meno vicini al New Age, e del resto sono i Verdi e l’Ulivo che stanno approntando un riconoscimento legislativo per i gruppi New Age, nonostante molti pareri contrari 38.

La legalizzazione è un principio, e non il metodo per risolvere il problema spaccio-criminalità, anche per il Partito Radicale che ha annoverato fra le fila del suo movimento, benedetto anche da Franco Battiato, l’ex pornostar Ilona Staller, che nella 10ª legislatura perseguì un disegno di annientamento della famiglia, e Fernanda Pivano (1917-2009), colei che ha fatto conoscere agli italiani, tramite le sue traduzioni ed entusiaste introduzioni, Kerouac, Ginsberg e Burroughs 39.

Sopra: l’ex pornostar Ilona Staller (in arte Cicciolina), eletta nel 1985 tra le fila del Partito Radicale, manifesta in favore dell’anti-proibizionismo.

Il Corriere della Sera titolava: «Lo spinello libero invade Londra. Pannella in corteo con migliaia di giovani, punk ed ex sessantottini» 40. Si descrive un corteo per la legalizzazione dell’hashish, cui ha partecipato appunto un giulivo Pannella, corteo da cui «salivano ampie volute di fumo» e slogan del tipo: «Il piacere non è reato»«Diciamo grazie ai trafficanti di hashish che rischiano la vita per il nostro piacere». Organizzato dalla direttrice dell’Independent on Sunday Rosie Boycott, che dice: «Mi arrotolai la prima canna in un giugno rovente in Hyde Park nel 1968». Continua l’articolo:

«Nostalgie di sessantottini perciò. Così anche la lista delle personalità che hanno appoggiato la campagna, da Anita Roddick, a Sir Paul McCartney, l’ex beatle, dal drammaturgo Harold Pinter all’imprenditore della prestigiosa casa discografica Virgin, Richard Brandson…».

 

Sopra: 16 gennaio 1980. L’ex beatle Paul McCartney viene

arrestato in Giappone per possesso illegale di cannabis.

Come fiancheggiatori, sicuramente, gli Oasis, sostenitori della legalizzazione della droga in virtù delle sue «grandi doti allucinogene» 41. Infine, accanto alla Fondazione Playboy – e anche questo è eloquente – esistono altri motori della legalizzazione: le riviste Altrove e Cannabis.

Sopra: Hugh Hefner (1926-2017), fondatore della famosa rivista pornografica softcore statunitense Playboy e dell’omonima Fondazione. Quest’ultima, ha giocato negli Stati Uniti un ruolo significativo nella campagna per il diritto di abortire, per i diritti degli omosessuali o per il diritto di drogarsi (cfr. Conservative Digest, agosto 1986, pagg. 21-22). Il nome di Hefner, insieme a quello del Presidente della Playboy Fundation Burton M. Joseph, compare anche nel Consiglio direttivo della N.O.R.M.L., l’organizzazione nazionale americana per la riforma delle leggi sulla marijuana.

Ancora una volta non si fanno riferimenti, se non magari di sfuggita, ai complicati discorsi sulla sconfitta dello spaccio e così via, ma si danno consigli sulle coltivazioni e sull’uso della canapa, se ne esalta il «piacevole rintronamento» e si insiste particolarmente, per nobilitarlo, sull’uso di droghe fatto dai vari Sigmund Freud (1856-1939), Friedrich Nietzsche (1844-1900), Baudelaire.

Sull’«estasi, la trance, la possessione, la meditazione», e sulla funzione sacra attribuita alle droghe dagli sciamani, dagli inni vedici… da tutte quelle forme di religiosità che in Occidente hanno avuto la loro diffusione soprattutto a partire dal ’68 con la nascita contemporanea della cosiddetta Nuova Era. Sulla rivista Cannabis si chiede:

«Depenalizzazione della coltivazione della canapa da fiore e per la cessione di piccole quantità ad uso individuale o comunitario […]. Depenalizzazione di tutti i reati (minori) per lo più connessi all’uso o piccolo spaccio di qualsiasi droga esistente sul mercato […]. Scarcerazione di tutti i malati di AIDS detenuti nelle galere […]Distribuzione/legalizzazione controllata delle varie droghe dette pesanti» 42.

 

Questo è anche il programma del governo italiano, proposto proprio nello stesso mese (nel 1998), appesantito però da ipocrite e farisaiche giustificazioni. Il governo di centro-sinistra ha proposto la depenalizzazione del

«consumo di gruppo, autoproduzione e cessione gratuita di droghe leggere (cannabis), incompatibilità dei malati di AIDS con il regime detentivo […]; abolire alcune misure come, ad esempio, il ritiro della patente…» 43.

Poco dopo, il ministro Flick, di cui si è già visto, propone la «non punibilità del consumo domestico di cannabis: la cosiddetta marijuana sul davanzale» 44.

Verrà finalmente in Italia la «libertà di droga», potremo finalmente cannarci con i nostri figli, fumarci qualche bella sigaretta all’hashish, senza nessun problema, come ci rassicura il senatore verde, responsabile della giustizia, Saro Pettinato: «Glielo dice uno che in fatto di nicotina e di spinelli è un vero esperto». Non ne dubitavo, fa anche lei parte dei sessantottini al potere con il filantropico intento di farci fare a tutti, magari senza ostacoli e a poco prezzo, le stesse esperienze che avete fatto voi?

 Conclusione

Continua così, passo dopo passo, l’appropriazione del potere e dello Stato, e la realizzazione dei progetti e delle «libertà», da parte di chi proclamava che «lo Stato non si cambia, si abbatte»; che il «potere è operaio», e non ha mai indossato una tuta da metalmeccanico, o che la Polizia è il nemico, «serva del sistema», e se ne è servito contro gli allevatori nella vicenda delle quote-latte… (D’Alema).

Noi ci auguriamo solo che la «libertà» di abortire, la «libertà» di drogarsi e la «libertà» dalla famiglia, gli ideali insomma dei «porci con (o senza) le ali» – a seconda dei punti di vista – non portino alla disperazione definitiva quanti se ne sono voluti ubriacare. Quella sorta di istinto di morte e di autodistruzione di cui parlano Pannella e Burroughs, quella volontà di annullarsi di cui racconta Ginsberg, quel sentimento di disgusto, di vuoto nichilista e necrofilo provato da molti «rivoluzionari del ’68», ha già fatto troppe vittime.

Sopra: Kurt Cobain (1967-1994), devastato dall’eroina, morto suicida all’età di 27 anni. Ecco i paradisi artificiali che vorrebbero proporci gli «apostoli» della droga libera: una spirale di morte che porta all’auto-distruzione!

Ha già visto l’alcolismo suicida di un Jim Morrison (1943-1971) o di un Kerouac; ha già visto innumerevoli drammi di droga; ha già visto il fiorire di tesi, valutazioni e apprezzamenti sul suicidio, proprio in quegli anni: i discorsi sul suicidio e sul filosofo francese Albert Camus (1913-1960) di Curcio, il tentato suicidio di Rostagno, il suicidio di Franco Accascina, più tardi quello di un ex leader di Lotta Continua come Alexander Langer (1946-1995)… quello del fratello del regista Marco Bellocchio. Quest’ultimo riconoscerà poi che «il suicidio di mio fratello è ricollegabile al ’68, e alla crisi che ha indotto» 45.

Articoli correlati:

 

 Aleister Crowley e la rivoluzione della droga
 La Scuola di Francoforte
 La controcultura in Italia

Note

Pro manuscripto, 1998.

2 Ed. Mediterranee, 1984.

3 Cfr. Cannabis, nº 4, aprile 1998.

4 La frase «Fa ciò che vuoi» è anche il motto iniziatico del mago nero inglese Aleister Crowley (1875-1947). Dedito a pratiche di magia sessuale (derivanti in buona parte dal tantrismo tibetano), nonché grande consumatore di ogni genere di droga, a causa della sua figura ribelle e anticonformista, Crowley è ritenuto da molti suoi seguaci come l’ispiratore sotterraneo e l’eroe non celebrato del movimento hippie e della rivolta sessantottina.

5 Cfr. Sette, nº 15, 1988. Ne è direttore il sessantottino Andrea Monti.

6 Cfr. «Cinque lezioni sul ’68», supplemento al nº 34 di Rossoscuola, Torino 1987.

7 Wilhelm Reich fu uno psicanalista e fisiologo austriaco. Originariamente vicino al gruppo di Sigmund Freud, ruppe con il movimento psicanalitico ortodosso ed emigrò negli Stati Uniti nel 1939. In questo periodo sviluppò la sua teoria sull’«energia orgonica», che pervaderebbe l’Universo e che gli esseri umani rilascerebbero durante l’attività sessuale. L’energia bloccata, secondo Reich, sarebbe alla base dello sviluppo della nevrosi. Dal 1957, egli entrò in conflitto con le autorità statunitensi per le sue ricerche sulla
natura bioelettrica dei fenomeni sessuali. Accusato di ciarlataneria, rifiutò di comparire in giudizio e fu condannato a due anni di reclusione; morì in carcere.

8 Cfr. Il Giornale, del 9 maggio 1998.

9 Lo scrittore statunitense Jack Kerouac fu il primo a usare la definizione beat generation in riferimento ad un gruppo di scrittori statunitensi degli anni Cinquanta, di cui egli stesso fece parte, e che manifestò il rifiuto della società tradizionale attraverso scritti anticonformisti e stili di vita alternativi. Morì vittima della droga e dell’alcool.

10 Il poeta americano Allen Ginsberg è considerato il portavoce della beat generation degli anni ’50. Egli usò nei versi toni informali, discorsivi e immediati che, insieme al trattamento esplicito delle tematiche sessuali e al richiamo alle religioni orientali, ne fecero, per quegli anni, una figura trasgressiva.

11 Cfr. J. Lennon. Pace, amore e musica. Scritti autobiografici, Ed. Blues Brothers, Milano 1996, pagg. 76, 102, 132, 36.

12 Cfr. A. Ricci, I giovani non sono piante, Ed. SugarCo, Milano 1978.

13 Si tratta di ministri, di onorevoli, di professori universitari, di giornalisti come Mauro, direttore di La Repubblica, Lucia Annunziata, direttore del TG3, Flores D’Arcais, direttore di Micro Mega. Fra questi, i più propendono per la liberalizzazione delle droghe leggere, come Luigi Manconi, portavoce dei Verdi, gli onorevoli Paissan e Boato, Dario Fo, premio Nobel, Fabio Mussi, grande amico di D’Alema dai tempi del ’68 ed oggi capogruppo alla Camera, Rutelli, sindaco di Roma, l’onorevole Maiolo, ex Lotta Continua, ecc… D’Alema, Veltroni e Cacciari sono i massimi rappresentanti di un partito compattamente schierato per la liberalizzazione e per la depenalizzazione…

14 Ibid. Rostagno inoltre ricorda. «Avere l’aria del debosciato è bello, non lavorare mai. L’aria di quello che non lavora, “andate a lavorare”, ci dicevano per strada…» (pag. 134).

15 Cfr. A. Ricci, op. cit., pagg. 276, 156, 277. Vedi anche A. Bolzoni-G. D’Avanzo, Rostagno: un delitto tra amici, Ed. Mondadori, Milano 1997, pagg. 28, 34.

16 Ibid., pagg. 278, 281, 146, 200.

17 Nome commerciale dell’anfetamina.

18 Cfr. F. Alberoni, Classi e generazioni, Ed. Il Mulino, Bologna 1970, pag. 118.

19 Cfr. A. Ginsberg, Urlo e Kaddish, Ed. Il Saggiatore, Cuneo 1997, pagg. 135, 381, 135.

20 Aldous Leonard Huxley fu un romanziere, saggista, critico e poeta britannico. Membro della sètta dionisiaca dei «Figli del Sole», amico del mago Aleister Crowley, nel 1929 Huxley fu introdotto da quest’ultimo in una sètta massonica particolare detta Golden Dawn («Alba d’Oro») dove venne iniziato alla mescalina. Il suo libro Le porte della percezione (1954) e il suo seguito Paradiso e inferno (1956), oltre che il romanzo Isola (1954), sono una testimonianza delle sue esperienze con gli allucinogeni. Fu la sua opera Le porte della percezione (The Doors of Perception) a suggerire al rocker-sciamano Jim Morrison il nome da dare al suo gruppo (The Doors, appunto).

21 Lo scrittore statunitense William Burroughs fu tra i rappresentanti della beat generation. Dopo aver studiato a Harvard e a Vienna, nel 1944 conobbe a New York, dove si era trasferito un anno prima, Allen Ginsberg e Jack Kerouac, con i quali diede origine al movimento letterario della beat generation. Le sue amicizie, il vagabondare nel mondo, l’omosessualità, l’esperienza della droga e l’uccisione accidentale della compagna Joan Vollmer Adams (1951) condizionarono fortemente la sua scrittura, che egli viveva come atto di ribellione. I suoi romanzi, che mescolano visionarietà e satira sociale, sono costruiti con particolari tecniche stilistiche, come ad esempio il cut-up, una sorta di collage applicato alla prosa che consiste nel ritagliare testi di altre opere, o trasposizioni discorsive di impressioni sensoriali, e ricomporli inserendoli nella struttura narrativa, e sono fortemente influenzati dalle «mitologie pop» (una forma di magia del caos), ovvero dai miti creati attingendo alla cultura popolare. La sua opera più nota resta Il pasto nudo, primo volume di una tetralogia che nella sperimentazione stilistica trasfigura l’esperienza della droga. In alcuni Stati americani il romanzo fu colpito dalla censura per il linguaggio e le immagini sessualmente esplicite mescolate a inquietanti visioni allucinate.

22 Sostanze capaci quindi di rivelare la divinità latente nell’uomo.

23 Cfr. J. Webb, Il sistema occulto, Ed. SugarCo, Milano 1989, pag. 314.

24 Cfr. F. Battiato, Tecnica mista su tappeto, E. D. T, Torino 1992, pagg. 12, 14, 15, 69, 70. Non a caso, Battiato, oltre ad essere un appassionato di misticismo sufi e del New Age, è anche un seguace dell’esoterista russo Georges Gurdjieff (1866-1949) e un ammiratore dell’Alto Iniziato francese René Guenon (1886-1951) (cfr. P. Baroni, I prìncipi del tramonto. Satanismo, esoterismo e messaggi subliminali nella musica rock, Ed. Il Cerchio, Rimini 1997, pag. 146).

25 Cfr. Specchio, del 21 marzo 1998.

26 Cfr. A. Mangano, Le culture del Sessantotto, Centro Documentazione Pistoia, Fondazione Micheletti, Comune di Pistoia 1989, pagg. 237-238.

27 Cfr. A. Bolzoni-G. D’Avanzo, op. cit., pag. 61 e ss.

28 Cfr. A. Valcarenghi, Underground: a pugno chiuso, con la prefazione di Marco Pannella, Ed. Arcana, Roma 1973.

29 Stupisce constatare che, invece di un approccio oggettivo e cauto a rockstar come Battiato e Dylan, o a «ideologi» della (e dalla) vita bruciata come Kerouac, spesso uomini di Chiesa si abbandonino alla demagogia e alle mode, com’è avvenuto, ad esempio, con il concerto in Vaticano di Battiato (18 marzo 1989); con quello di Dylan (27 settembre 1997) in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale tenutosi a Bologna; con l’affermazione di rappresentanti della Santa Sede che la beat generation e Kerouac abbiano rappresentato «istanze di giustizia e di libertà», e vadano quindi riabilitati (cfr. La Repubblica, del 29 aprile 1998). Sono queste affermazioni gravi, che propongono la legittimazione di quel concetto di «libertà» senza freni, libertà di droga, di sesso, dalla famiglia e dal pensiero che Kerouac e compagni non solo hanno praticato, ma anche diffuso, spesso morendone, e facendo morire. Accostare poi i viaggi di Sulla strada di Kerouac al pellegrinaggio cristiano, come hanno fatto i succitati rappresentanti della Santa Sede, è paragone in malafede, o, senza fede…

30 Cfr. Il Giornale, del 26 febbraio 1998.

31 Cfr. Cannabis, nº 4, 1998.

32 Cfr. La Repubblica, del 14 gennaio 1998. Vale la pena citare anche un passo di Bruno Frick apparso su Alto Adige, del 7 gennaio 1998: «Il disastro droga nell’Europa centrale è iniziato con le manifestazioni del ’68, aggravate sullo stesso sfondo ideologico negli anni di piombo. A tal proposito si può ricordare ciò che in una recente intervista Cohn Bendit ha voluto precisare: Alexander Langer (ex europarlamentare verde; N.d.A.) faceva parte di Lotta Continua. E ai fautori della liberalizzazione della canapa sia detto subito che questa allora diventò il simbolo per la protesta contro la società tardo-capitalista». Sta comunque di fatto che attualmente i vari antiproibizionisti italiani, come Fo, Manconi, Bonino, don Ciotti, e quelli stranieri, sono finanziati dal «re della speculazione monetaria» e del capitalismo americano, quel George Soros cui si attribuiscono il crollo della Lira e della Sterlina nel 1992, e delle valute asiatiche, con tutto ciò che ne è conseguito in drammi, sociali e personali (cfr. La Repubblica, dell’11 ottobre 1998; Corriere Economia, del 10 giugno 1998).

33 Cfr. Sette, nº 18, 1998, pag. 36. Saremmo contenti se Folena potesse collocare, coram populo, l’anima che fa riferimento a Il Manifesto, quotidiano comunista cui è legato il «Forum droghe» antiproibizionista e governativo di Grazia Zuffa e Gloria Buffo, e di cui sono stati direttori anche i citati Rossana Rossanda e Mauro Paissan. Per esempio, che rapporto c’è fra gli articoli sulla legalizzazione della marijuana e la depenalizzazione del consumo di droghe apparsi su Il Manifesto a firma di Giancarlo Arnao e quelli dello stesso autore apparsi su Cannabis? Oppure, è un caso che su Il Manifesto, oltre che su L’Unità, sia apparsa, a partire da marzo 1998, una campagna per la liberalizzazione delle droghe che, a parte qualche piccola controindicazione, sembra quasi esaltarne le capacità «illuminanti»? Come quando si scrive: «Sigmund Freud: genio o drogato»?«Verlaine ha cambiato la poesia moderna. Cambia sapere che era un drogato»?; «Grandi artisti e filosofi consumavano droghe, anche pesanti…».

34 Cfr. G. M. Flick, Droga e legge penale. Miti e realtà di una repressione, Giuffré Editore, Milano 1979.

35 Cfr. Il Manifesto Extra, del 30 dicembre 1995.

36 Cfr. La Repubblica, dell’8 giugno 1998.

37 Giulio Savelli è stato editore di diverse opere sul ’68, fra cui Agenda Rossa 1978, in cui si connettono le esperienze di un decennio di rivolte, a cura di Gad Lerner, Luigi Manconi e Marino Simbaldi.

38 Cfr. La Repubblica, del 3 aprile 1998; Il Giornale, del 3 aprile 1998.

39 In Le città delle notti rosse (Ed. Arcana, Padova 1997), di Burroughs, con prefazione della Pivano, si legge: «Questo libro è dedicato agli Antichi, al Signore delle Abominazioni […], Angelo Oscuro di tutto ciò che è escrezione e corruzione, Signore della Decomposizione […], a Ix Tab […] Patrona di coloro che si impiccano […], al Distruttore […], Signore degli Assassini. Niente è vero. Tutto è permesso».

40 Cfr. Il Corriere della Sera, del 29 marzo 1998.

41 Cfr. Alto Adige, del 25 ottobre 1997.

42 Cfr. Cannabis, nº 4, aprile 1998, pag. 5.

43 Cfr. Il Corriere della Sera, del 24 aprile 1998.

44 Cfr. La Repubblica, del 22 maggio 1998.

45 Cfr. AA.VV., 68: venti anni dopo, Editori Riuniti, Roma 1988.

 

http://www.centrosangiorgio.com/piaghe_sociali/droga/pagine_articoli/chi_vuole_la_droga_libera.htm

Il principe, le pecore e la leadership

Condividi su:

QUINTA COLONNA

In un mondo in cui tutti sembrano voler comandare, ritenendosi capaci di farlo, troviamo interessante proporre questo articolo ed altri in link in fondo, che sono consigli utili. Anche a rassegnarsi, se non si possiedono troppi di questi requisiti e anche se i vari sistemi pongono persone inadeguate in posti di comando o di rilievo, perché l’umiltà non è mai troppa e fare un passo indietro non è sempre un segnale di debolezza ma di maturità… (n.d.r.)

di Edoardo Lombardi

Ecco un breve racconto stimolante sulla leadership che dovresti leggere per cominciare un percorso che potrà portarti a essere un manager migliore.

PICCOLA STORIA INSEGNA

C’era una volta un importante regno, che era governato da un principe, il quale ereditò lo scettro dopo la morte di suo padre.

Dopo alcuni mesi del suo governo, le cose cominciarono a metterlo seriamente alla prova. La siccità causò gravi perdite agli agricoltori, uccise molti animali, uccelli e piante preziose nella foresta. E seguì poi una epidemia sconosciuta che tolse la vita a molte persone.

Poi, trascorso del tempo, le cose iniziarono lentamente a migliorare. Ma, prima che potessero riprendersi completamente, un re nemico aggredì il regno, ne prese il controllo, uccidendo alcune persone e imprigionandone molte. Il giovane re riuscì in qualche modo a fuggire e cercò di incontrare un suo amico d’infanzia che era re di un regno vicino.

Nel mentre, rifletteva su come tutte queste cose negative potessero essergli successe. Era nato e cresciuto per essere un re di un regno potente e ricco, ma ora aveva perso tutto. Si convinse di avere avuto molta sfortuna perché nulla di simile era successo a suo padre o a qualunque altro re che egli conoscesse.

Al suo re amico raccontò tutte le cose che gli erano accadute. Dopo aver ascoltato la sua storia, il re amico ordinò di dargli un gregge di 100 pecore. Il giovane re fu sorpreso perché si aspettava molto di più. Non voleva fare il pastore. Ma non avendo alternative accettò l’offerta.

La sorte però gli era chiaramente avversa e dopo alcuni giorni, mentre pascolava il suo gregge, un gruppo di lupi lo assalì e uccise tutte le pecore. Mentre i lupi attaccavano, il giovane re scappò da quel luogo.

Tornò dal suo amico re e chiese aiuto. Questa volta ricevette 50 pecore. Ma di nuovo non riuscì a proteggerle dai lupi. La terza volta, gli furono date solo 25 pecore. Adesso il giovane re si rese conto che, se non trovava un modo di proteggere il suo gregge dai lupi, non avrebbe ricevuto più alcun aiuto dal suo amico.

Allora studiò attentamente il posto in cui il gregge risiedeva e individuò le aree di attacco dei lupi. Aggiunse recinzioni e pose guardie all’intorno. Poi continuò a monitorare i luoghi e a parlare con tutte le persone con esperienza per imparare i trucchi per proteggere il gregge. Dopo qualche anno, il suo gregge era diventato di 1000 pecore.

Con tanta soddisfazione andò a incontrare il re suo amico e gli raccontò che cosa aveva realizzato. Dopo averlo ascoltato, il re amico ordinò ai suoi ministri di affidargli un intero Stato da governare. Sorpreso da tutto questo, allora chiese: “Perché non mi hai dato lo Stato da governare quando sono venuto da te per la prima volta a chiedere aiuto?”

Il re amico rispose: 

La prima volta che sei venuto da me per chiedere aiuto, la tua mentalità era quella di essere nato e cresciuto per essere un leader. In realtà tu eri assolutamente lontano dal comportarti come tale. È vero che sei nato nella ricchezza e hai conosciuto orgoglio e potere, ma non sei mai stato adeguatamente istruito e addestrato per guidare il tuo patrimonio e la tua gente. Quindi, quando ti ho dato il gregge, ho aspettato che imparassi come gestire gli altri. Caro amico, solo ora credo che tu sia pronto a guidarli!

MORALE DELLA STORIA: Nascere in una famiglia potente o essere un manager in una posizione elevata non ti rende automaticamente un leader. 

Ma essere responsabile di altri come re di uno stato o manager di una squadra o CEO di un’azienda e non fare nulla per guidare le persone a te affidate non ti rende un capo da seguire. Ti suggerisco di conoscere meglio la tua gente e di conquistare i loro cuori e le loro menti: e allora sarai anche un leader.

LEZIONI DA IMPARARE

Un primo passo verso il miglioramento della tua leadership

Quando Niccolò Machiavelli nel 1513 scrisse per primo sul tema del rischio e della difficoltà di esercitare il ruolo di guida di uomini (“Il Principe”), forse non si sarebbe mai aspettato che l’argomento sotto il nome anglosassone di “leadership” avrebbe avuto la diffusione che ha oggi.

Oggi infatti il significato della parola “leader” è universalmente conosciuto, o nei semplici termini dell’Oxford Dictionary: “il leader è una persona che gli altri seguono”, o nel modo più esauriente prescelto dal Prof. R.J. House, uno degli studiosi americani più noti in materia, il quale lo definisce come

“un leader è un individuo capace di mettere in condizione gli altri di contribuire al successo dell’organizzazione di cui tutti loro fanno parte”.

L’importanza della leadership nei nostri giorni si manifesta prepotentemente in un’ampia gamma di gruppi e di strutture, dalle aziende alle famiglie, nella politica come nello sport; e può essere:

  • “formale” in virtù del possesso di un ruolo riconosciuto, o
  • “informale” sulla base di legami e relazioni personali.

Tutti noi, in un modo o nell’altro, abbiamo la possibilità e talvolta la necessità di esercitare la leadership.  

E la leadership è considerata uno degli ingredienti più importanti del successo. Anche se è opportuna una precisazione: il successo è variegato e va da quello nel “fare” a quello nel “far fare”.

Se ci guardiamo attorno, notiamo che gli atleti più dotati non sempre riescono a essere poi allenatori di grido, un grande violinista o pianista non necessariamente diventerà un buon direttore di orchestra. Ci riusciranno solo quelli dotati di “leadership”, cioè di una serie di attributi e di qualità comportamentali che permettono di guidare gli altri nella realizzazione della performance, piuttosto che realizzare personalmente la performance medesima.

Questi attributi spesso sono innati mentre le qualità comportamentali il più delle volte sono apprese. Perciò è importante capire:

  1. da un lato, se una persona è dotata per “esercitare la leadership”
  2. e dall’altro, “quali qualità deve apprendere” per essere un buon leader.

John Pepper, che per 16 anni è stato ai vertici di Procter&Gamble (Presidente, CEO e Chairman), ha fatto un’apprezzabile selezione di questi aspetti, individuando sei Attributi Chiave e cinque Qualità Comportamentali, che sono determinanti al fine di essere “leader”.

I 6 Attributi Chiave del Leader secondo John Pepper

  1. Possedere un forte carattere personale, partendo dall’integrità.
  2. Credere profondamente e appassionatamente negli scopi dell’organizzazione.
  3. Impegnarsi a fondo e dare sempre un forte contributo personale.
  4. Questionare costantemente lo status quo e cercare sempre il miglioramento.
  5. Coltivare la fiducia e il rispetto per gli altri e il desiderio del loro sviluppo.
  6. Perseguire e difendere ciò in cui crede con saggezza, coraggio e perseveranza.

Leggendoli appare chiaro che questi attributi sono in buona parte da ritenersi “innati” o generati nel corso dei primi anni di vita.

Le 5 Qualità Comportamentali del Leader secondo John Pepper (le 5 “E”)

  1. Immaginare in modo chiaro il futuro come se lo avesse davanti a lui. (Envision: “prevedere ciò che sarà per adattare ad esso il modello di business”)
  2. Riportare all’attività e o alla vita qualcosa, latente o fermo nel suo sviluppo. (Energize: “ispirare e ricaricare i collaboratori”)
  3. Rendere gli altri capaci di conseguire i risultati. (Enable: “realizzare le condizioni necessarie all’organizzazione per raggiungere i suoi obiettivi”)
  4. Instaurare relazioni e collaborazioni di qualità. (Engage: “costruire rapporti di lavoro basati sulla fiducia e il rispetto”)
  5. Realizzare completamente ciò che esiste nei piani. (Execute: “portare a compimento ciò che si è programmato”)

Esse sono prevalentemente acquisibili con un impegno costante e, soprattutto, con la pratica.

LESSON LEARNED

Concludo citando una efficace sintesi di tutto ciò, attribuita a John C.Maxwell, un famoso autore americano che ha molto approfondito il tema della leadership:

Un leader è uno che conosce la strada, segue la strada e mostra la strada“.

Questo e altri contenuti per la crescita personale e manageriale su V+, il magazine dedicato alle Pmi. Scarica il tuo numero qui:

 

Leggi anche:

 

Sta cambiando la narrazione sulla sindemia?

Condividi su:

di Thomas Fazi

Fonte: Thomas Fazi

L’ultima settimana è stata veramente ricca di notizie e di “inversioni a U” in materia di Covid e di gestione pandemica, al punto che possiamo ipotizzare che sia in corso un decisivo cambio di rotta nella narrazione mainstream. Vediamo di passare in rassegna le notizie principali:
– La notizia principale è senza dubbio la netta presa di posizione sia dell’OMS che dell’EMA contro i booster, ovverosia contro la politica dei richiami vaccinali ravvicinati permanenti. L’OMS ha dichiarato che è ormai evidente che i vaccini esistenti hanno un bassissimo impatto sulla prevenzione dell’infezione e della trasmissione, soprattutto nei confronti di Omicron, e che «andrebbero sviluppati vaccini contro il Covid-19 che abbiano un alto impatto sulla prevenzione dell’infezione e della trasmissione oltre che sulla prevenzione di malattie severe e morte». Fino a quel momento, secondo l’OMS, non ha senso continuare ad effettuare richiami con i vaccini esistenti. «Una strategia di vaccinazione basata su richiami ripetuti» dei vaccini attuali «non appare né appropriata né sostenibile», ha concluso l’OMS¹.
– Sull’incapacità del vaccino di fermare la trasmissione, da segnalare l’ennesimo studio, apparso su “The Lancet”, che conferma che «l’impatto della vaccinazione sulla trasmissione delle varianti circolanti di SARS-CoV-2 non risulta essere significativamente diverso dall’impatto tra le persone non vaccinate». Una cosa che già si sa da tempo ma repetita iuvant².
– Sempre su questo punto, interessante la netta presa di posizione di Crisanti, secondo cui: «Come misura per bloccare la trasmissione i non vaccinati hanno un contributo marginale, la maggior parte dei casi, di questi 120.000 magari o di più, sono i vaccinati, sono loro che contribuiscono in maniera elevata a diffondere il virus. Per me c’è stato un corto circuito di comunicazione da parte del governo che ha sbagliato, è pur vero che i non vaccinati si ammalano e occupano posti in terapia intensiva, ma non sono loro la maggiore causa di trasmissione del virus, bensì i vaccinati»³.
– Sulla stessa linea dell’OMS, come si diceva, l’EMA, il cui capo della strategia vaccinale, Marco Cavaleri, ha dichiarato: «Sta emergendo una discussione sulla possibilità di somministrare una seconda dose booster con gli stessi vaccini attualmente in uso: non sono ancora stati generati dati a sostegno di questo approccio. Se l’uso dei richiami potrebbe essere considerato parte di un piano di emergenza, vaccinazioni ripetute a brevi intervalli non rappresenterebbero una strategia sostenibile a lungo termine. Non possiamo continuare con booster ogni 3-4 mesi»⁴.
– Sempre su questo tema abbiamo anche l’interessante dichiarazione di Sergio Abrignani, membro del Comitato Tecnico Scientifico (CTS), secondo cui un regime di vaccinazione ravvicinata permanente potrebbe addirittura avere effetti negativi in termini di immunizzazione: «Se si vaccina ogni 2-3 mesi per stimolare continuamente la risposta “effettrice”, dopo un po’ potrebbe ottenersi l’effetto contrario. Il sistema immunitario si potrebbe “anergizzare”. Si rischia l’effetto paradossale di “paralizzare” la risposta immunitaria»⁵.

– In controtendenza Pfizer (strano, eh?), che ha invece ha ribadito la sua opinione del tutto disinteressata secondo cui la variante Omicron necessaria rende necessaria quanto prima anche la quarta dose di vaccino (in seguito alla quale, è lecito supporre, si “renderà necessaria” la quinta dose e poi la sesta, e così via)⁶.
– L’altra notizia della settimana, poi, è la legittimazione, a livello di discorso mainstream, di quello che certi “cospirazionisti” dicono fin dal primo giorno: ovverosia che il numero dei ricoverati e dei decessi Covid è falsato dal fatto che, fin dall’inizio della pandemia, viene registrato come paziente/decesso Covid chiunque risulti positivo al momento dell’ospedalizzazione e/o del decesso, a prescindere dal reale motivo dell’ospedalizzazione e/o del decesso. Attenzione: qui non stiamo parlando del dibattito, piuttosto sterile, se una persona con patologie pregresse che muore perché il virus ha esacerbato le patologie in questione sia da considerarsi un morto per o con Covid. Qualcuno che avrebbe verosimilmente vissuto più a lungo nel caso in cui non avesse contratto il virus è da considerarsi un morto per Covid, per quanto mi riguarda (al netto della necessità di fare corretta informazione sulle fasce di età di età e sulle categorie che rischiano veramente dal Covid). No, qui stiamo parlando di una persona che entra in ospedale con una gamba rotta o che muore perché cade dal decimo piano di palazzo e che viene classificato come paziente/decesso Covid solo perché positivo al momento dell’ingresso in ospedale o della morte. Cosa nota fin dall’inizio ma che non si poteva dire fino all’altro giorno, quando la Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (FIASO) ha sganciato la bomba, ammettendo che «un numero significativo di pazienti che arrivano in ospedale per altre malattie (traumi, tumori, scompensi cardiocircolatori) all’atto del ricovero, che prevede il tampone, vengono diagnosticati come casi positivi asintomatici e questo aumenta la pressione nelle aree Covid delle strutture sanitarie»⁷.

Sempre la FIASO ha poi specificato che addirittura più del 30 per cento dei “pazienti Covid” non manifestano segni clinici, radiografici e laboratoristici di interessamento polmonare: ovverosia sono stati ricoverati non per il virus ma con il virus⁸. La diagnosi da infezione da SARS-CoV-2 è dunque occasionale.
– Una volta che questa verità di pulcinella è diventata di dominio pubblico e non più negabile, le virostar più intelligenti si sono affrettate a riposizionarsi. Tra questi anche Bassetti, da sempre in prima fila nell’alimentare la psicosi da Covid, che ha dichiarato: «Nei nostri reparti siamo ben oltre il 35 per cento di ricoverati che con il Covid-19 non c’entrano nulla. Non hanno della malattia nessun sintomo, ma solo la positività al tampone per l’ingresso in ospedale. Anzi, dirò di più, questo avviene anche nella registrazione dei decessi: se il paziente entra in ospedale per tutt’altro, ma è positivo e muore, viene automaticamente registrato sul modulo come decesso Covid. Sono numeri assolutamente falsati»⁹. È piuttosto curioso che Bassetti se ne accorga solo ora ma meglio tardi che mai, come si suol dire.
– Si arriva poi al caso della Lombardia, che ha addirittura dichiarato che da venerdì 14 comincerà a distinguere ufficialmente tra pazienti ammessi per e con Covid. In una nota, ha specificato che: «Si definisce affetto da malattia Covid solo il soggetto che positivo al test antigenico o molecolare presenti sintomatologia e diagnostica compatibile con la malattia Covid. I ricoverati per altra patologia che si positivizzino al Covid, ma senza sintomi di malattia Covid, attualmente devono essere isolati secondo le vigenti norme, ma non dovrebbero essere conteggiati come malati Covid»¹⁰.
– Sorprende che ci si siano voluti due anni per riconoscere un fatto così ovvio. Considerando che ogni giorno in Italia muoiono in Italia all’incirca 2.000 persone, è normale che una parte di questi risulti anche positiva. Il vero dato per capire l’impatto (diretto o indiretto) del Covid sui tassi di mortalità è quella della mortalità in eccesso rispetto agli anni pre-pandemia. Da questo punto di vista, al momento, per fortuna, la mortalità in Italia risulta essere più o meno in linea con quella del 2019, come si può verificare sul sito di EUROMOMO¹¹.
– Questo è senz’altro merito della protezione dalla malattia grave offerta dal vaccino nelle fasce di età e nelle categorie a rischio, ma anche della progressiva endemizzazione e “influenzizzazione” del Covid. Particolarmente interessante la dichiarazione del premier spagnolo Pedro Sanchez, che ha reso nota l’intenzione della Spagna di cominciare a trattare il Covid come una «normale influenza» , rinunciando a tracciare e confinare chiunque risulti positivo al test ma monitorando la situazione controllando alcune zone a campione. Dato lo scarto che ormai si sta scavando tra numero di contagi e numero di morti per Covid, secondo Sanchez ci sono le condizioni per passare da un quadro di «pandemia» a uno di «malattia endemica» come è appunto l’influenza stagionale¹².
– Anche su questo punto si è subito accodato Bassetti, sempre attento a come tira il vento, che ha dichiarato che la nuova variante è più contagiosa ma causa meno ricoveri ordinari e in terapia intensiva, non solo per chi ha due dosi e booster, anche per chi non ne ha nessuna. In entrambi i casi, ha detto, siamo davanti a «una sorta di forma influenzale, un raffreddore». Ci sono due quadri, ha spiegato Bassetti, «con la Delta che nel vaccinato doppia dose o tripla dose causa una forma influenzale e di raffreddore rinforzato, e la Omicron sembra fare lo stesso nel non vaccinato»¹³.
– Infine, una pillola di ottimismo dall’estero, che però dà il senso del baratro politico e culturale in cui sia sprofondato il nostro paese. Ecco la comunicazione del governo giapponese ai propri cittadini in materia di vaccinazione anti-Covid: «Anche se incoraggiamo tutti i cittadini a ricevere la vaccinazione Covid-19, essa non è obbligatoria o forzata. La vaccinazione sarà eseguita solo con il consenso della persona da vaccinare dopo le informazioni fornite. Si prega di farsi vaccinare per decisione propria, comprendendo sia l’efficacia nella prevenzione delle malattia che il rischio di effetti collaterali. Nessuna vaccinazione sarà effettuata senza consenso. Per favore, non costringete nessuno sul vostro posto di lavoro o coloro che vi circondano ad essere vaccinati, e non discriminate coloro che non sono stati vaccinati»¹⁴. Che dire? Esistono ancora dei paesi in cui la civiltà è sopravvissuta alla pandemia.

– Alla luce di tutto questo, cosa fa il governo italiano? Cambia narrazione? Chiede scusa ai propri cittadini per il colossale fallimento della sua gestione pandemica? Figurarsi: continua ad inasprire le regole. È di questi giorni, infatti, la notizia di persone non vaccinate che non riescono a lasciare le isole per raggiungere la terraferma per curarsi o di persone che non riescono a tornare a casa sulle isole perché sprovviste di green pass¹⁵. Infine, un’altra previsione “cospirazionista” che rischia di divenire realtà. Come riporta il “Corriere della Sera”, dall’1 febbraio i non vaccinati rischiano di perdere il reddito di cittadinanza a meno che non si vaccinino o non si sottopongano a tamponi regolari. Dall’articolo in questione: «Chi percepisce il reddito di cittadinanza è obbligato a frequentare i Centri per l’impiego. Pena la decadenza del diritto all’assegno. Ma per entrare nei CPI bisogna esibire il green pass. Dunque, di fatto, i percettori del reddito di cittadinanza che non si sono vaccinati si vedranno negare il sostegno, a meno che non facciano un tampone»¹⁶.
Per oggi dal Draghistan è tutto. Per fortuna il resto del mondo sembra andare in una direzione diversa dalla nostra.

¹ https://www.ansa.it/…/loms-servono-vaccini-nuovi-non….
² https://www.thelancet.com/…/PIIS1473-3099(21…/fulltext.
³ https://www.notizie.com/…/esclusiva-crisanti-non-sono…/.
⁴ https://www.agi.it/…/ema-avverte-non-possiamo…/.
⁵ https://www.corriere.it/…/contro-covid-serviranno….
⁶ https://www.corrieredellosport.it/…/_tre_dosi_non….
⁷ https://www.fiaso.it/…/Monitoraggio-ospedali-sentinella….
⁸ https://www.ansa.it/…/fiaso-34-positivi-ricoverati-non….
⁹ https://www.quotidiano.net/…/morti-covid-italia….
¹⁰ https://www.quotidianopiemontese.it/…/DEFINIZIONE….
¹¹ https://www.euromomo.eu/graphs-and-maps.
¹² https://www.corriere.it/…/spagna-vuole-trattare-covid….
¹³ https://www.iltempo.it/…/variante-omicron-matteo…/.
¹⁴ https://www.mhlw.go.jp/stf/covid-19/vaccine.html….
¹⁵ https://ildiariometropolitano.it/…/52042-lipari-le….
¹⁶ https://www.corriere.it/…/reddito-cittadinanza-green…

 

Medio Oriente

Condividi su:

di Salvo Ardizzone

Fonte: Italicum

Intervista a Salvo Ardizzone, autore del libro “Medio Oriente”, Arianna Editrice 2021, a cura di Luigi Tedeschi

D. 1) L’epoca dei regimi del socialismo arabo è ormai tramontata. Furono regimi autocratici che, con tutti i loro fallimenti, le loro conflittualità e le loro contraddizioni evidenti, emersero da movimenti che si dimostrarono comunque determinanti nella lotta per l’indipendenza dei popoli arabi e conferirono una identità politico – culturale ai nuovi stati sorti dalla decolonizzazione. Contribuirono inoltre alla emancipazione e alla modernizzazione di popoli già emarginati dalla storia. Al crollo dei regimi autocratici, hanno fatto seguito solo il caos politico generalizzato e conflitti – etnico religiosi senza sbocchi. Con la fine del socialismo arabo, non è scomparso un modello di riferimento, senza alcuna prospettiva di nuovi equilibri geopolitici nell’area mediorientale e nordafricana?

R. I movimenti che si intestarono il processo di decolonizzazione, Baath, nasserismo, lo stesso Fln algerino, seppero liquidare le dominazioni coloniali in quanto esse erano anacronistici fenomeni antistorici, ma nessuno di essi riuscì (né, in realtà, ci provò seriamente) a costruire sistemi politici capaci d’interpretare le aspirazioni delle popolazioni musulmane che pur, nelle fasi iniziali, tributarono a essi un forte consenso, e si evolsero tutti in regimi duri, alcuni durissimi.

Le identità politico – culturali che conferirono ai nuovi stati furono spesso distanti da quelle autenticamente espresse dai popoli che ci vivevano, insomma, sovrastrutture velleitarie; basta far cenno alla pretesa del Baath, che rinnegava i singoli stati definiti regioni, di riconoscersi in un’unica nazione araba, o i velleitari tentativi di Nasser di “unioni a freddo”, vedi la R.A.U. con la Siria (degli esperimenti estemporanei di Gheddafi è inutile parlare).

La ragione prima di questa distonia fu che le leadership di quei movimenti provenivano da ambienti intellettuali o militari che si erano formati in Occidente, imbevendosi di dottrine positiviste che, seppur filtrate da una certa elaborazione politica, finivano per suonare ostiche o irricevibili al sentire profondo delle masse. Per cui, più che autentici interpreti dei propri popoli, finivano per essere pur sempre emanazione della cultura politica occidentale. Lo stesso Nasser riscosse un consenso plebiscitario grazie a posizioni populiste, impregnate da un nazionalismo panarabo eterodosso, ma ebbe la sorte di morire prima che il completo fallimento del suo modello (che di fallimenti ne aveva già collezionati tanti) sbriciolasse l’idolo che rappresentava per le masse.

Il socialismo arabo non è dunque finito, ma ha semplicemente fallito in quanto, pur avendo dinanzi masse più che disponibili a un radicale cambiamento, metteva in campo (quando lo faceva) dottrine non in linea con i paesi presso cui si è sviluppato, con leadership avulse dal sentire delle masse (di cui non si curavano più di tanto, anzi, disprezzavano i valori profondi espressi della gente e, quando li assecondavano, lo facevano per raccogliere consenso). In definitiva, i regimi forti che ha originato avevano lo scopo primario di mantenere al potere oligarchie e, se un certo sviluppo hanno originato, è stato un modo di comprare l’appoggio di taluni ceti assai più che mirare a una crescita armonica delle società.

È poi da sottolineare che è stato l’Occidente (e/o i suoi alleati arabi) a segnare la fine di quelle esperienze, con attacchi diretti (vedi Guerre del Golfo) o indiretti (vedi varie “primavere”). Quando quei regimi sono crollati, hanno lasciato dietro di sé il nulla; il caos che ne è seguito è stato conseguenza diretta della loro natura: oligarchie che avevano occupato il potere, ponendo le società sotto una cappa. Quanto poi ai conflitti che ne sono conseguiti, non sono stati conflitti etnici, malgrado tensioni si fossero accumulate, meno che mai religiosi, ma indotti da precisi disegni di destabilizzazione che hanno fatto leva sulle linee di faglia di quelle società per sgretolarle.

A tal proposito, nel mio ultimo libro (Medio Oriente. Dall’egemonia Usa alla Resistenza Islamica) dedico diverse pagine alle Dottrine Bernard Lewis e Yinon, con le loro teorie di scomposizione dello scenario mediorientale, fatte proprie da think-tank e decisori politici statunitensi e israeliani, e alle dinamiche distruttive che sono state sviluppate.

Che poi quei regimi potessero essere un modello di riferimento personalmente non direi, erano regimi che non esito a definire iniqui; riferimento lo erano semmai per le potenze occidentali, che li hanno giostrati a seconda dei propri interessi, Usa in testa.

Quando potranno sorgere nuovi equilibri? Dall’osservazione dei fatti, è mia convinzione che nel MENA sia in corso da molto tempo uno scontro fra i vecchi assetti, che intendono mantenere il controllo sulla regione, e i nuovi, che combattono per liberarsi. In altre parole, una lotta fra oppressori e oppressi, fra il Vecchio e il Nuovo Medio Oriente che vuole emergere. È questo il filo rosso che lega e spiega gli eventi.

Alla luce di ciò, i nuovi equilibri cominciano già a intravedersi, in alcune vaste aree sono ormai delineati, ovvero dove l’antico sistema oppressivo è ormai in crisi irreversibile e combatte le ultime battaglie prima di prendere atto della sconfitta (come sta avvenendo in Iraq, Yemen e nello stesso Libano, ma anche altrove).

D. 2) L’Islam ha costituito un valore identitario di coesione e di riscatto politico – culturale per i popoli arabo – islamici. L’Islam ha rappresentato un valore spirituale universale unificante, per popoli diversi suddivisi in stati artificialmente creati in base alle spartizioni coloniali delle potenze europee dominanti nei secoli scorsi. L’Islam dovrebbe dunque essere un elemento identitario di contrapposizione al dominio imperialista dell’Occidente americano. Tuttavia, date le conflittualità interconfessionali esistenti e le nuove eresie sanguinarie islamiche diffusesi negli ultimi decenni, l’Islam è divenuto un fattore di destabilizzazione dell’area mediorientale e nordafricana. Anzi, i fanatismi diffusi hanno fornito una sovrastruttura ideologica necessaria per le guerre d’aggressione condotte dagli imperialismi vecchi e nuovi. L’Islam quindi, da valore spirituale unificante, non si è trasformato in uno strumento della “strategia del caos” e di dissoluzione degli stati?

R. Prima di risponderle, devo necessariamente ribattere ad alcune affermazioni che precedono la sua domanda: nell’Islam non ci sono sostanziali conflittualità interconfessionali e le eresie sviluppatesi negli ultimi decenni non hanno a che vedere con l’Islam più di quanto Michele Greco, con le sue improbabili citazioni dei Vangeli nei processi, ne aveva con il Cattolicesimo.

L’Islam non è un fattore destabilizzante del MENA né, tantomeno, è uno strumento della “strategia del caos”, semmai è stato vittima di una gigantesca operazione di disinformazione finalizzata alla costruzione di un “Nemico”, che giustificasse gli interventi di destabilizzazione tesi a realizzare gli interessi egemonici degli Usa e dei suoi alleati.

Andiamo con ordine: negli anni Novanta del secolo scorso, fra i think-tank “neocon” americani si affermarono le tesi elaborate anni prima da Bernard Lewis, uno studioso britannico ex collaboratore dei Servizi, e ciò in assonanza con quanto già formulato dal giornalista Odet Yinon in Israele.

Come ho già accennato, secondo tali dottrine Usa e Israele avrebbero dovuto decomporre gli stati mediorientali, facendo leva con qualsiasi mezzo sui loro punti critici, al fine di destrutturare l’area e ricomporla secondo i loro interessi o, in alternativa, determinando quel “caos creativo” (copyright by Hillary Clinton) che inibisse quelle aree a chi era giudicato un avversario (con ciò facendo espresso riferimento all’Iran e, soprattutto, alla proiezione della Rivoluzione Islamica).

Terzo pilastro del progetto era l’Arabia Saudita, giudicata essenziale per la creazione, il controllo e l’indirizzo dei gruppi che avrebbero dovuto destabilizzare la regione, replicando il ruolo interpretato con successo al tempo dell’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Un simile progetto avrebbe dato il via a un ciclo di guerre ma, se centri di potere e complessi militari-industriali erano entusiasti di una tale prospettiva, l’opinione pubblica Usa non ne era per nulla interessata; occorreva “qualcosa” che la sintonizzasse su quel programma e giustificasse una politica d’aggressione dinanzi al mondo. In altre parole, occorreva un “Nemico” contro cui gli Usa (e i loro alleati) potessero dichiarare una guerra permanente con il consenso generale.

Il “qualcosa” accadde l’11 settembre e il “Nemico” esisteva già da anni, perché creato dalle Intelligence americana e saudita al tempo dell’invasione sovietica dell’Afghanistan e, da allora, mai perso di vista. Da quel momento gli Usa scesero in guerra contro il “Terrore”, ovvero contro chiunque l’Amministrazione del momento ritenesse conveniente.

La riuscita di una tale strategia è stata resa possibile da una colossale operazione di “framing” operata dal sistema mediatico americano e avallata dai media dell’intero Occidente; in “Medio Oriente” dedico più pagine a spiegare come essi si prestarono a una sistematica narrazione dei fatti distorta, lacunosa e faziosa, realizzando una gigantesca disinformazione collettiva.

Fulcro di questa operazione è stata una campagna contro l’Islam: descrivere quella religione e quella cultura nel modo più distorto, accreditando di esse l’immagine oscurantista e fanatica del wahabismo, vicino ai gruppi terroristici nati grazie alle manovre saudite e gli aiuti Usa, è servito a creare il “Nemico” e giustificare gli interventi militari.

A conclusione di quanto detto, ribadisco che il sedicente “scontro di civiltà” sia strumentale, evocato per motivare un vasto programma d’aggressione, come pure, assimilare all’Islam alle farneticazioni dei takfiri (così vengono chiamati dai veri islamici), o ritenerli parte di esso, sia una mistificazione fuorviante. Affermare dunque che siano stati i fanatismi in qualche modo presenti nell’Islam a fornire il pretesto per le guerre d’aggressione è invertire i ruoli, avallando la narrazione bugiarda del mainstream.

Allo stesso modo, insistere nella convinzione che sia in corso uno scontro interconfessionale fra sunniti e sciiti è falso, il nocciolo della questione è politico: l’Iran è la potenza guida della Rivoluzione Islamica che guida la Resistenza contro il sistema di potere che ha oppresso e opprime quella regione; le petromonarchie del Golfo e gli altri potentati locali fanno parte di quel sistema e per questo si oppongono con ogni mezzo al cambiamento. È tutto qui il discorso e il fatto che taluni stati siano a maggioranza sciita e altri sunnita non è affatto il cuore del problema.

Alla luce di quanto detto, spero sia chiaro che l’Islam non sia in alcun modo uno strumento della “strategia del caos”, ma sia stato così dipinto dall’interessata vulgata occidentale. Piuttosto, per i suoi principi correttamente intesi, è invece la fonte di un progetto di liberazione rivolto a tutti gli oppressi; sciiti, sunniti, anche cristiani, non fa differenza.

D. 3) Con la nascita della Repubblica Islamica si è affermato un nuovo sistema politico di natura identitaria islamica e antimperialista nei confronti dell’Occidente. La rivoluzione iraniana fu concepita da Khomeyni come un evento che avrebbe potuto estendersi a tutto il mondo islamico. tuttavia tale rivoluzione rimase circoscritta all’Iran. Anzi, l’Iran fu aggredito e combattuto da altri stati islamici. Si è inoltre rivelata insanabile la frattura interna all’Islam fra sciiti e sunniti, tuttora coinvolti in uno stato di guerra permanente. Quali sono le cause che hanno impedito al modello iraniano di espandersi e universalizzarsi?

R. La Rivoluzione Islamica non è rimasta affatto circoscritta all’Iran, al contrario, e la continua espansione dell’Asse della Resistenza è lì a dimostrarlo. In Libano, Iraq, Yemen, Palestina, Bahrein, e ora anche in Afghanistan e persino in Pakistan, in tante parti del mondo si sta radicando, anche in Nigeria, dove ne sentiremo parlare presto. Da questa proiezione, che minaccia sistemi di dominio e antiche egemonie, nascono le tante guerre scatenate prima per soffocarla (vedi la Guerra Imposta provocata da Saddam Hussein con l’appoggio degli stati del Golfo e dell’Occidente) e poi per frenarla (vedi i lunghi conflitti in Siria, Iraq, Yemen, Libano e Palestina).

In ormai cinquant’anni, malgrado repressioni selvagge, guerre, aggressioni d’ogni tipo, sanzioni, non è mai capitato che movimenti ispirati alla Rivoluzione Islamica siano stati sradicati, al contrario, essi si sono sempre sviluppati, accrescendo il radicamento nelle rispettive società. Ed è la Storia che lo afferma, non è un’opinione. È per questa riconosciuta capacità che la Dottrina della Resistenza è considerata un pericolo esiziale sia dalle tante monarchie assolute della regione, che in essa vedono la fine dei propri privilegi, sia dalle potenze che traggono utili (enormi) da questo stato di cose (Usa in primis).

Come ho già detto, se l’Iran è stato aggredito e combattuto da altri stati islamici, non è accaduto certo in nome della religione, ma a causa della dottrina di liberazione che da esso si proiettava; una dottrina che era una minaccia mortale per i poteri assoluti (e le ricchezze) d’un pugno di famiglie regnanti.

Per questo, lo ripeto ancora, è strumentale parlare di frattura interna all’Islam fra sunniti e sciiti, una frattura evocata per coprire lo scontro fra chi vuole mantenere un iniquo sistema di sfruttamento sulla regione e chi lotta per liberarsi da esso. E ribadisco che in questa lotta di liberazione c’è posto per tutti: sunniti, sciiti, cristiani, drusi, curdi, yazidi e ogni altra etnia o confessione, tutte largamente rappresentate nelle formazioni della Resistenza Islamica. Malgrado tutti gli sforzi di quello che in “Medio Oriente”, con un neologismo, ho chiamato per semplicità Fronte dell’oppressione, non c’è stato modo d’impedire alla Rivoluzione Islamica di espandersi.

Ancora una notazione: quando lei evoca un “modello iraniano” bisogna intendersi; è un errore pensare che la Rivoluzione Islamica sia un modello rigido e la sua applicazione uguale in ogni paese in cui si radichi; per sua costituzione essa si adatta alle condizioni culturali, storiche, sociali ed economiche di ogni popolo, per cui, dagli stessi principi, ispirati ai medesimi valori, deriveranno modelli diversi di Società della Resistenza. In poche parole, il modello iraniano non sarà replicato in Yemen, come quello libanese non lo sarà in Iraq, ma ognuno ne avrà uno proprio.

D. 4) L’area geopolitica mediorientale dal secondo dopoguerra in poi, è sempre stata un teatro di scontro tra le grandi potenze mondiali. Gli USA hanno voluto sostituirsi agli imperi coloniali europei nel dominio geopolitico dell’area. Dopo il crollo dell’URSS, l’unilateralismo americano, con il sostegno di Israele, dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi, ha messo in atto la “strategia del caos” con la destabilizzazione interna e l’aggressione degli “stati canaglia”. Alla strategia imperialistica americana, non hanno però fatto riscontro i successi politici programmati, in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia. La supremazia militare ed economica americana non si è tradotta in primato geopolitico globale. Gli americani non hanno quindi realizzato un dominio senza egemonia? Gli Usa non sono dunque una potenza imperialistica congenitamente incapace di divenire un impero?

R. Gli Usa sono divenuti egemoni di metà del mondo quando l’Europa si suicidò e l’URSS emerse come loro antagonista; con l’implosione del blocco sovietico gli Stati Uniti rimasero l’unica superpotenza e per qualche tempo s’illusero che la Storia fosse finita, consacrandoli egemoni del mondo. Ma, malgrado i tanti decisori politici che l’hanno creduto, rischiando di auto avverare quella strampalata teoria, la Storia non è finita affatto e lo dimostra l’emergere di un multipolarismo che è nei fatti prima ancora che nelle teorie geopolitiche, e che ha posto crescenti limitazioni al potere a Stelle e Strisce.

Tuttavia, se un dominio globale stringente è nei fatti precluso agli Usa (neanche loro hanno i mezzi e, meno che mai, le capacità per mantenerlo), ritengo necessario soffermarci sulla natura dell’egemonia americana, che pur esiste.

A mio parere quello americano è un impero, ma di natura talassocratica e ora finanziaria, assai diverso da quelli che l’hanno preceduto, solo in qualche modo simile a quello britannico dell’Era Vittoriana, ma anni luce lontano da ciò che era l’URSS e dal modo che essa aveva di esercitare il potere. Ciò che muove i centri che controllano l’enorme macchina federale (costituita da Pentagono, Dipartimento di Stato, Intelligence e Agenzie varie) è il conseguimento degli interessi di cui essi sono terminali, e la forza è solo uno, e neanche il più usato né, alla prova dei fatti, il più efficace, degli strumenti adoperati per realizzarlo.

La forza del biglietto verde, a tutt’oggi misura e strumento della stragrande maggioranza degli scambi commerciali, e il controllo delle istituzioni finanziarie mondiali (Banca Mondiale, Fondo Monetario, Club di Parigi, etc.), uniti al più forte e pervasivo sistema finanziario del globo, danno a quell’impero una leva enorme.

A ciò s’aggiunge un vantaggio troppo spesso trascurato: possedere il più grande e, piaccia o no, influente sistema di media esistente, capace di determinare il pensiero mainstream e influenzare in modo decisivo le opinioni pubbliche di tutto il mondo. È un soft-power, certo, ma enorme; basti pensare alla copertura che ha dato alle guerre imperialistiche degli Usa, alla creazione del “Nemico”, alla capacità di “vendere” la società americana, basata sulla disuguaglianza e lo sfruttamento più iniquo, come un sogno, alla demonizzazione di tutto ciò che è contrario al sistema Usa e, dunque, ai suoi interessi.

Non è un caso che il sistema statunitense sia il padre della globalizzazione, ciò che gli interessa realmente è che: i traffici marittimi funzionino coerentemente al suo tornaconto (e l’US Navy è ancora la vera padrona dei mari); il dollaro rimanga arbitro di commerci, investimenti e transazioni; il mondo intero sia costretto a sostenere il biglietto verde nei suoi momenti critici, sottoscrivendo in massa i titoli di stato americani per evitare il collasso dell’economia globale (vedi le stratosferiche emissioni di debito Usa, che hanno accollato al mondo intero i danni della crisi originata da Lehman Brothers).

Per il resto, al Deep State americano, vero depositario del potere con buona pace delle Amministrazioni che passano e che esso, al bisogno, sa ingabbiare (vedi le feroci limitazioni imposte a Trump su temi giudicati sensibili, come le relazioni con la Russia), basta che in nessun quadrante del mondo si affermi un vero egemone capace di tenergli testa in quell’area. Certo, molto ci sarebbe da dire sui punti fermi dello Stato Profondo Usa e sul come (non) riesca a ottenere i risultati che si aspetta, ma ci porterebbe troppo lontano.

Concludendo, ritengo che gli Usa siano una potenza certamente imperialista, con una netta vocazione imperiale del suo sistema resa tuttavia sempre più riluttante da una crescente fetta di opinione pubblica interna tagliata fuori dai benefici dell’impero (di qui la base del successo di Trump, riscosso fra i “forgottens” della globalizzazione).

D. 5) La causa palestinese è oggi priva di rilevanza internazionale. Dopo gli insuccessi bellici degli stati arabi contro Israele susseguitisi dal 1948 al 1973, il fallimento politico dell’OLP e il moltiplicarsi degli insediamenti israeliani nei territori occupati, la nascita di uno stato palestinese è, allo stato attuale, da considerarsi un evento assai improbabile. La causa palestinese è stata sempre strumentalizzata dagli stati arabi per loro fini politici, salvo poi espellere o addirittura massacrare i profughi palestinesi al pari d’Israele. Con i nuovi equilibri geopolitici mediorientali e il riconoscimento di Israele da parte di alcuni stati arabi, la causa palestinese è da ritenersi ormai esaurita? Mancando gli alleati di riferimento, quale futuro si prospetta per i palestinesi? L’affermazione di Hezbollah in Libano, quale influenza può esercitare sul destino politico della Palestina?

R. È una domanda che per l’ampiezza necessiterebbe di un’intervista a parte, proverò a sintetizzare anche se mi rendo conto che alcuni temi possano apparire sorprendenti alla luce del pensiero mainstream attuale, focalizzato su ciò che non è e assai distante dalla realtà dei fatti sul campo. In realtà, l’interesse della comunità internazionale per la causa palestinese non è servito a molto, il massimo che ha saputo produrre è stata la beffa degli Accordi di Oslo, ovvero la svendita della Palestina a Israele, con tutti intorno ad applaudire, e la straordinaria ipocrisia del conferimento di due Nobel per quella truffa.

Nei fatti nessuno, in Occidente come nei paesi arabi che pur davano mostra di agitare quella causa, ha preso in seria considerazione la nascita di un vero stato palestinese, era invece la finzione di uno stato-non-stato che serviva a tutti: a Israele, che dinanzi al mondo metteva la pietra tombale su una crisi fastidiosa, senza rinunciare a nessuno dei suoi programmi espansionistici; ad Arafat e la sua cerchia corrotta che, con l’ANP, si vedevano riconoscere da interessati attori esterni un ruolo e una legittimazione che avevano ormai perso fra la loro gente; ai paesi arabi, che spazzavano sotto il tappeto una causa divenuta troppo scomoda.

Tuttavia, se la via indicata da Oslo si è rivelata da subito impraticabile, perché nessuno di chi l’ha sottoscritta era interessato a uno sbocco concreto (anzi, il contrario), l’eventualità di una nascita di un vero stato palestinese, seppur non ancora alle porte, non è mai stata più probabile.

Sgombrati dal tavolo i falsi riferimenti, che mai hanno fornito appoggio vero ai palestinesi, sul campo e fra la gente la causa della Palestina è stata presa in mano da un unico soggetto, la Resistenza Islamica, a cui oggi tutte le formazioni della militanza palestinese fanno riferimento e in cui si riconoscono, sia pur con sensibilità e sfumature diverse, ma seguendo un unico coordinamento. Per chi conosce la realtà di quelle terre, si tratta di un evento straordinario, mai accaduto: oggi, un’unica sala di comando dirige tutti i gruppi della Resistenza a Gaza, nel West Bank e perfino all’interno di Israele.

Alla nuova e crescente unità dei palestinesi, corrisponde uno sfarinamento della società israeliana, sempre più spaccata fra “tribù” (definizione del presidente israeliano Reuven Livlin), componenti separate da interessi, opinioni e visioni dello stato ferocemente contrapposte, causando una lacerazione del tessuto sociale che il passare del tempo rende più radicale e avvelenata.

Laici ashkenaziti, tradizionalisti-nazionalisti sefarditi, ultraortodossi haredim e, da ultimi, gli arabi israeliani, sono inconciliabilmente divisi su tutto. La dimostrazione ultima c’è stata in occasione della crisi del maggio scorso: il successo politico dell’Operazione “Spada di Gerusalemme”, lanciata dalla Resistenza Palestinese, e lo speculare fallimento dell’Operazione “Guardiano delle Mura”, intrapresa da Tsahal, ne sono la dimostrazione (come ammesso senza mezzi termini dalla stampa israeliana).

A maggio Israele ha dovuto interrompere la sua azione militare perché non era in grado di entrare a Gaza, una striscia di appena 365 chilometri quadrati, ma, soprattutto, per l’insurrezione degli arabi israeliani che ha messo fuori controllo le città stesse di Israele e frantumato la sua coesione interna. Illuminante in tal senso è il numero 5 della rivista Limes a ciò dedicata e il lungo editoriale del suo direttore Lucio Caracciolo.

Tra l’altro, non è corretto affermare che ai palestinesi ora manchino alleati di riferimento, è più esatto dire che in passato hanno avuto accanto sciacalli che si sono ingrassati sulle loro sciagure o che, dietro al loro nome, hanno svolto i loro mercimoni (e i risultati si sono visti); oggi la Resistenza Palestinese partecipa a pieno titolo all’Asse della Resistenza, è unita come non mai, ha consapevolezza di sé e della situazione, ha archiviato i dirigenti discutibili e dispone ora di leadership credibili e di un progetto di liberazione come non ha mai avuto.

Che poi alcuni stati arabi abbiano normalizzato le relazioni con Israele non sposta affatto le equazioni geopolitiche, è solo l’emersione delle reali posizioni già esistenti, spinta e pagata in moneta sonante dall’Amministrazione Trump, venduta agli interessi israeliani dietro lauto compenso (in primis al Presidente stesso e al genero Jared Kushner).

In tutto questo, da molti anni Hezbollah ha pazientemente svolto (e svolge tutt’ora) un ruolo centrale di guida, riferimento, supporto ed esempio oltre che di forte deterrenza nei confronti di Israele, che lo considera il nemico più temibile (copyright by Stato Maggiore di Tsahal). È evidente che la deflagrazione di una crisi in Palestina, quando nel West Bank la preparazione della Resistenza ormai unita sarà giudicata sufficiente, vedrà in Hezbollah un attore primario, come lo saranno le altre formazioni dell’Asse della Resistenza dal Golan.

Questi non sono affatto vaneggiamenti o fantapolitica, questo è l’incubo più volte manifestato apertamente dalle Forze Armate israeliane, che ai più alti livelli hanno manifestato seri dubbi sulla capacità di tenuta di Israele, ripreso da una stampa inquieta. Mi rendo conto che questa sia una rappresentazione “eretica” della realtà in Palestina, ma è quella che farebbe qualsiasi analista od opinionista di media accreditati (e indipendenti) della regione, come Al-Mayadeen o Al-Manar.

 

Medio OrienteMedio Oriente – Libro

 

Bonus IMU 2022: cos’è e chi può averlo

Condividi su:

Segnalazione di Wall Street Italia

di Alessandra Caparello

Favorire lo sviluppo turistico e contrastare la desertificazione commerciale e l’abbandono  dei  territori è l’obiettivo del bonus Imu, un contributo per il pagamento dell’Imu introdotto per alcune categorie di soggetti dalla legge di Bilancio 2022.

Bonus IMU: di cosa si tratta

Il bonus IMU è un contributo previsto per gli esercenti con attività di commercio al dettaglio o artigiani che lavorano in Comuni delle aree interne con popolazione fino a 500 abitanti. La misura sperimentale vale per gli  anni 2022 e 2023, in relazione allo svolgimento dell’attività nei Comuni interessati.

Ad essere interessati dal bonus IMU sono:

  • gli esercenti con attività di commercio al dettaglio
  • gli artigiani che iniziano, proseguono o trasferiscono la propria attività in un comune con popolazione fino a 500 abitanti delle aree interne, come individuate dagli strumenti di programmazione degli interventi nei relativi territori

Queste categorie di persone potranno beneficiare di un contributo per il pagamento dell’imposta municipale propria per gli immobili “posseduti e utilizzati dai soggetti” per l’esercizio dell’attività economica. Il bonus Imu si applicherà esclusivamente sugli immobili strumentali ossia quelli posseduti ed utilizzati per l’esercizio della propria attività. I criteri e le modalità attuative del contributo saranno definiti da apposito decreto del Ministero della Cultura, con quelli dello Sviluppo economico, dell’Economia e dell’Interno.

Il governo ha stanziato per questa misura una cifra di 10 milioni di euro per il 2022, e altri 10 per il 2023.

Accanto al Bonus la legge di bilancio 2022 introduce inoltre un ulteriore beneficio per artigiani e commercianti, prevedendo che Stato ed enti pubblici locali potranno concedere in comodato d’uso i propri beni immobili, non utilizzati per fini istituzionali, da destinare ad attività di commercio al dettaglio ed artigianali.

Il comodato d’uso gratuito avrà durata massima di 10 anni, e saranno a carico del comodatario tutte le spese per interventi di manutenzione necessari a garantire la funzionalità dell’immobile allo scopo indi

Le altre misure per le imprese nella legge di bilancio 2022

Oltre al bonus IMU, nella legge di bilancio 2022 entrano una serie di misure dedicate alle imprese per favorire la competitività del sistema produttivo del Paese. Dal sostegno alle imprese attraverso investimenti legati alla transizione digitale e green alle norme antidelocalizzazioni che puntano a tutelare i lavoratori senza penalizzare gli imprenditori, vediamo quali sono in breve.

  • Norma antidelocalizzazioni: la manovra ha introdotto misure per i lavoratori di aziende in crisi con l’istituzione di un fondo speciale di 100 milioni di euro per favorire il prepensionamento ma anche la decontribuzione totale per chi assume a tempo indeterminato questi lavoratori. Previste inoltre agevolazioni per l’acquisto di immobili da imprese in crisi. La norma antidelocalizzazione si applicherà alle aziende con più di 250 dipendenti che non risultano in crisi ma che decidono di chiudere una sede, licenziando più di 50 dipendenti.
  • Contratti di sviluppo: rifinanziato con 450 milioni di euro lo strumento di politica industriale dei Contratti di sviluppo per agevolare i progetti di investimento a sostegno della competitività.
  • Patent box: la misura agevolativa passa dal 90% al 110%, escludendo dall’ambito dei beni agevolabili i marchi di impresa e limitandolo quindi ai brevetti o ai beni comunque giuridicamente tutelati. Allo stesso tempo, elimina il divieto di cumulo tra il Patent box e il credito di imposta per ricerca e sviluppo e ridisegna il regime transitorio.
  • Nuova Sabatini e Fondo di Garanzia: rifinanziate anche la Nuova Sabatini con 900 milioni di euro complessivi dal 2022 al 2026 e il Fondo di garanzia con un incrementato complessivo di ulteriori 3 miliardi fino al 2027.
  • Fondo transizione industriale: istituito al Mise il fondo per la transizione industriale con una dotazione di 150 milioni di euro dal 2022, che ha l’obiettivo di favorire l’adeguamento del sistema produttivo nazionale alle politiche europee in materia di lotta ai cambiamenti climatici attraverso agevolazioni alle imprese finalizzate alla realizzazione di investimenti per l’efficientamento energetico, per il riutilizzo e l’impiego produttivo di materie prime e di materie riciclate.
  • Investimenti 4.0 e per internazionalizzazione: incremento delle risorse a sostegno dell’internazionalizzazione delle imprese e la proroga dei crediti d’imposta per investimenti 4.0 in ricerca e sviluppo, transizione ecologica e innovazione tecnologica.
  • Sgravio contributivo per contratti apprendistato: sgravio contributivo al 100% per tre anni a favore delle micro imprese per i contratti di apprendistato di primo livello per giovani under 25. La norma prevede un’esenzione per tre anni per i contratti di apprendistato di primo livello firmati nel 2022 dalle piccole imprese fino a 9 dipendenti.
  • Credito d’imposta per collocamento in Borsa Pmi: prorogato a fine 2022 il credito d’imposta pari al 50% delle spese di consulenza per le piccole e medie imprese che si collocano in Borsa in un paese dell’Unione europea.
  • Stop Irap per autonomi e professionisti: cancellata l’Irap per le ditte individuali, gli autonomi e i professionisti. La misura riguarderà 835 mila autonomi e professionisti con partita Iva, pari al 41,2% della platea complessiva (2 milioni circa), e avrà un costo stimato di poco più di un miliardo nel 2022 e di 1,2 miliardi dal 2023.
  • Cartelle esattoriali ed esenzione Tosap/Cosap: rinvio fino a sei mesi per il pagamento, senza interessi di mora, delle cartelle esattoriali notificate dal primo gennaio al 31 marzo 2022. Infine è stata prorogata per tre mesi l’esenzione Tosap/Cosap per esercenti e ambulanti.

 

Fonte: https://www.wallstreetitalia.com/bonus-imu-2022-cose-e-chi-puo-averlo/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:%20Wall%20Street%20Italia&utm_content=bonus-imu-2022-cose-e-chi-puo-averlo&utm_expid=24d0ca8f6aa04e501a1696e2bb16eb15a1464a4f6d2645e107c1efc8f8ee3e0f

Bill Gates: quando Omicron passerà, il Covid sarà come un’influenza stagionale

Condividi su:

di Alessandra Caparello

La variante Omicron del Covid si sta espandendo in tutto il mondo a un ritmo da record, ma c’è qualcuno che vede speranza all’orizzonte come Bill Gates. E non un qualcuno qualsiasi perché parliamo di Bill Gates, il fondatore di Microsoft, uno degli uomini più ricchi del mondo che oggi è un famoso filantropo e investe insieme alla Fondazione creata con l’ex moglie Melinda anche in ricerca sanitaria e vaccini.

Bill Gates, le sue previsioni su Omicron

“Una volta che l’attuale ondata si attenuerà, i paesi possono aspettarsi di vedere “molto meno casi” nel resto dell’anno 2022” così ha scritto Bill Gates durante un Twitter Q&A con Devi Sridhar, professore di salute pubblica globale presso l’Università di Edimburgo. “Una volta che ciò accade, ha continuato Gates, “il Covid molto probabilmente può “essere trattato più come l’influenza stagionale”.

Il co-fondatore di Microsoft e filantropo miliardario, forte sostenitore della salute pubblica che interviene regolarmente nella risposta alla pandemia di Covid, non è il primo a fare previsioni simili. Alcuni esperti dicono che la rapida diffusione di Omicron, anche se certamente pericolosa, contagiando tantissime persone, potrebbe farci raggiungere la cosiddetta “immunità naturale” aiutando così a guidare la pandemia di Covid in una fase “endemica” molto meno grave.

Gates ha parlato di questo scenario nel suo Twitter Q&A, prevedendo che “Omicron creerà molta immunità, almeno per il prossimo anno”. La tempistica è importante: se gran parte della popolazione può mantenere un certo livello di immunità simultanea contro il Covid, sia indotta dal vaccino o altro, la circolazione del virus potrebbe rallentare abbastanza a lungo da far passare la pandemia alla fase endemica.
Una volta che il Covid diventa endemico, ha aggiunto Gates, “potremmo dover fare iniezioni annuali per il Covid per qualche tempo” un po’ come le iniezioni annuali per l’influenza.

Le prospettive relativamente ottimistiche di Gates potrebbero anche essere deluse da una nuova variante di Covid che emerge sulla scia di Omicron, soprattutto se è più grave o trasmissibile di qualsiasi altra variante fino ad oggi.
Il miliardario ha scritto che lo scenario è forse improbabile – ma certamente non impossibile. “Una variante più trasmissiva non è probabile”, ha detto Gates su Twitter, “ma siamo stati sorpresi molto durante questa pandemia”.

Una volta divenuta endemico, il Covid non influenzerà la nostra vita quotidiana come ha precisato poco tempo fa proprio Gates. Le malattie endemiche sono sempre in circolazione in alcune parti del mondo, ma tendono a causare malattie più lievi perché più persone hanno l’immunità da infezioni o vaccinazioni passate.
Si potrà avere la tosse e il raffreddore, ma se si sarà in regola con le vaccinazioni, si sarà abbastanza protetti da evitare malattie gravi o addirittura il ricovero. Come altri virus respiratori, ci saranno periodi dell’anno in cui le infezioni da Covid raggiungono il picco – molto probabilmente i mesi autunnali e invernali più freddi, il che significa che le stagioni di Covid e influenza potrebbero regolarmente coincidere in futuro.
Se il virus diventa più stagionale come l’influenza, potrebbe diventare la norma indossare la mascherina nei luoghi affollati, come sui mezzi di trasporto e potenzialmente anche negli uffici come sottolinea Shaun Truelove, epidemiologo di malattie infettive alla Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health.

Altre strategie di prevenzione familiari, come lavarsi regolarmente le mani e divieti di assembramento in ambienti ad alto rischio, potrebbero anche restare in vigore.

Come vanno i contagi negli Usa

Intanto gli Stati Uniti hanno riportato un record di 1,5 milioni di nuovi casi di Covid lunedì, mentre hanno anche registrato un nuovo record di ricoveri. Ma il dottor Anthony Fauci, il principale consigliere medico del presidente Joe Biden, ha previsto che l’attuale ondata di casi di omicron avrà il suo picco negli Stati Uniti entro la fine di gennaio. E la scorsa settimana, il Centers for Disease Control and Prevention ha detto che si aspetta un “precipitoso declino” dei casi una volta che omicron sarà passato.

“Omicron, con il suo grado di trasmissibilità senza precedenti, alla fine troverà tutti. I vaccinati e coloro con la terza dose saranno esposti” alla variante e molti di loro “saranno probabilmente infettati ma, molto probabilmente, non finiranno in ospedale e non moriranno”.

Così Fauci mentre secondo l’Oms “oltre il 50% della popolazione della Regione europea sarà contagiata” dalla nuova variante “nelle prossime 6-8 settimane”.

Fonte: https://www.wallstreetitalia.com/bill-gates-quando-omicron-passera-il-covid-sara-come-uninfluenza-stagionale/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:%20Wall%20Street%20Italia&utm_content=bill-gates-quando-omicron-passera-il-covid-sara-come-uninfluenza-stagionale&utm_expid=24d0ca8f6aa04e501a1696e2bb16eb15a1464a4f6d2645e107c1efc8f8ee3e0f

Una recensione sul dibattito vaccinale

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Segnaliamo una recensione di don Francesco Ricossa al libro di Roberto De Mattei: “Sulla liceità morale della vaccinazione…”, pubblicata sulla rivista Sodalitium (n. 72, Natale 2021). Il Circolo Christus Rex- Traditio ha sempre tenuto, fin da principio, la posizione che viene espressa in maniera cristallina da don Francesco in questa recensione e, per gli stessi motivi, ha mantenuto un basso profilo:
“Io constato piuttosto che si tratta di una questione divisiva tra i veri fedeli cattolici. Sono favorevoli ai vaccini dei cattolici anche tradizionalisti alla De Mattei come pure degli scientisti e degli increduli. Sono contrari ai vaccini dei cattolici tradizionalisti, come pure ogni sorta di adepto “new age” nemico aprioristico della “scienza ufficiale”; la “medicina alternativa” furoreggia negli ambienti esoterici, teosofici ecc., come pure l’adorazione della “scienza moderna” è dogma di tanti atei senza Dio. Sono le due facce della stessa medaglia massonica: razionalismo naturalista ed esoterismo”.
 
Il dibattito sui vaccini 
 

Sanremo: ecco l’ospite ‘Gender’

Condividi su:

Segnalazione di Toni Brandi

“Sono una madre di 3 figli che segue Sanremo, ho letto che quest’anno salirà sul palco un uomo travestito da donna… non lo conosco e volevo sapere da voi se è un modo per diffondere l’ideologia Gender e Lgbt. Voglio proteggere i miei figli! Grazie, Maria S.

Sì, visti i precedenti c’è il reale pericolo che il Festival di Sanremo si trasformi nell’ennesima occasione per fare propaganda ideologica Gender e LGBT, approfittando della presenza davanti alla tv di milioni di famiglie coi loro bambini.

Rcordi quando i cantanti mostrarono il nastro arcobaleno per sostenere il Ddl Cirinnà sulle unioni civili e i baci gay di Achille Lauro? Per non parlare della blasfema sceneggiata di Fiorello con la ‘corona di spine’!

Amadeus ha invitato sul palco l’attore Gianluca Gori, che si traveste da donna per interpretare “Drusilla Foer”, una signora di terza età dal fare aristocratico un po’ snob.

Una performance artistica contro cui – sia chiaro – non abbiamo nulla: viva lo spettacolo, viva l’arte (ma nei limiti della decenza…).

Ecco il pericolo:

Gianluca Gori ha già “usato” il personaggio di Drusilla Foer per promuovere e sostenere le battaglie LGBT come ‘matrimoni’ e adozioni gay e il Ddl Zan, che voleva mettere a tacere Pro Vita & Famiglia e che il Pd vuole rilanciare nel 2022.

Quindi, il pericolo che Sanremo 2022 si trasformi nell’ennesimo escamotage per diffondere messaggi politici ideologici e dannosi è REALE.

Perciò ti chiedo di firmare: Sanremo non si trasformi, ancora, in un megafono pro Gender e LGBT [firma ora cliccando qui]

‘Ndrangheta al Nord: il regalo dello Stato ai clan calabresi

Condividi su:

Segnalazione di Mario Spezia

Mandati al confino nei piccoli centri del Settentrione, gli uomini delle ‘ndrine replicano riti e strutture di potere dei piccoli paesi d’origine. Oggi gli amministratori pubblici e la ricca borghesia aprono le porte ai clan. E la metastasi si estende

di Claudio Cordova

Invaso, colonizzato, depredato: sono solo alcuni degli aggettivi che vengono utilizzati per definire il Nord in relazione alla presenza della ‘ndrangheta e delle mafie in generale. Da Roma in su, la criminalità organizzata fa i soldi veri. Un po’ perché l’economia che conta, nel nostro Paese, si svolge nelle grandi città e non nel depresso Meridione. Un po’ perché, per anni, su quei territori, le organizzazioni malavitose hanno potuto agire quasi indisturbate. Ricreando le stesse dinamiche della casa madre.

L’ultima inchiesta

Appena qualche giorno fa, 13 ordinanze di custodia cautelare emesse dal G.I.P. del Tribunale di Milano nei confronti di altrettanti soggetti. Alcuni di loro sarebbero contigui a storiche famiglie ‘ndranghetiste originarie di Platì radicatesi tra le province di Pavia, Milano e Monza Brianza nonché nel Torinese.

Le cosche della Locride, soprattutto (ma non solo), in quei territori hanno riproposto il modus operandi dell’entroterra calabrese. Dalle estorsioni all’infiltrazione nei lavori pubblici, passando per gli investimenti tipici – grande distribuzione, edilizia, slot machine – e persino la guardiania.

«Ti ammazzo come i cani»

Fa specie, con riferimento all’ultima inchiesta sulla famiglia Barbaro, leggere le intercettazioni: «L’ho presa e l’ho messa sul tavolo (l’arma, ndr) … gli ho detto … vedi che ti ammazzo … come ai cani ti ammazzo … e me ne sono andato». Così si esprimeva, intercettato, Rocco Barbaro, 30 anni, arrestato assieme al padre Antonio, 53 anni, nell’inchiesta della Guardia di finanza di Pavia e del pm della Dda milanese Gianluca Prisco. Non ci troviamo nei “classici” luoghi di ‘ndrangheta. Ma al Nord.

Incensurato ma pericoloso

Nonostante la sua «formale incensuratezza», scrive il gip sulla posizione di Rocco Barbaro, «la pericolosità dell’indagato è emersa chiaramente nell’analisi della presente indagine» come «costante coadiutore del padre Antonio nella gestione del narcotraffico e nelle attività criminali ad esso strumentali (armi ed estorsioni)».

Terra di conquista

Il Nord, quindi, da decenni, è la zona prediletta dalle cosche per fare investimenti, ma anche per condizionare la vita economica e sociale. La borghesia lombarda, quella piemontese o ligure, si sono “vendute” con una facilità forse maggiore rispetto a quanto accaduto in CalabriaComuni sciolti per infiltrazione mafiosa, appalti truccati, sanità condizionata attraverso gli uomini giusti nelle Asl. Ma anche sangue e omicidi.

Fin dagli anni ’70, i De Stefano, insieme a Franco Coco Trovato, investivano ingenti capitali nel Nord Italia. In particolare nella zona di Milano, dove spartiscono il traffico degli stupefacenti con altre cosche della ‘ndrangheta e con i clan della camorra e della mafia. Nel 1990, Coco Trovato ingaggia per circa sei mesi una sanguinaria faida con i Batti, camorristi, che decidevano di mettersi in proprio e contrattare direttamente la compravendita di eroina con i turchi.

E parte dall’omicidio del boss scissionista Nunzio Novella, avvenuto nel Milanese, la maxi-inchiesta “Crimine-Infinito” che, circa 15 anni fa, svelò a tutta Italia come la ricca Brianza, ma non solo, fosse un’importante e potente succursale. Della Locride quanto della Piana di Gioia Tauro o di centri chiave nella storia delle ‘ndrine, come Guardavalle.

Personaggi come Coco Trovato, ma anche Pepè Flachi, i fratelli Papalia, il gruppo Sergi-Morabito, i fratelli Ferraro danno vita a fusioni, creano nuovi schieramenti, stringono nuove alleanze e mutano fronte. La “Milano da bere” necessita di droga. E la ’ndrangheta al Nord gliela fornisce.

Il Nord come la Calabria

Franco Coco Trovato assurge ben presto a soggetto di estrema rilevanza nell’ambito criminale della Lombardia. Anche perché, come da tradizione della ’ndrangheta, può contare su una serie ampia di “colletti bianchi” piegati alle esigenze dei clan. Così, il gruppo Flachi-Coco Trovato diviene una validissima articolazione milanese sia del gruppo reggino dei De Stefano-Tegano sia degli Arena-Colacchio di Isola Capo Rizzuto.

Le attività criminali dei clan spaziavano dai delitti contro il patrimonio (in specie estorsione, usura, furti, ricettazioni) a quelli relativi a traffici di stupefacenti e armi. Una lista a cui aggiungere anche gli omicidi di appartenenti a organizzazioni avversarie per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione e/o il controllo di attività economiche. In particolare di ristoranti, bar, pizzerie, esercizi commerciali operanti nel campo dell’abbigliamento, dell’arredamento, del movimento terra, distributori di benzina e autolavaggi, palestre, società finanziarie ed immobiliari, imprese di costruzione e/o di gestione immobili, di demolizione auto e commercio rottami, di trasporto).

Un mucchio di soldi per acquisire la proprietà di beni immobili (edifici, appartamenti, terreni etc.) e di beni mobili di valore. E per procurare profitti ingiusti (anche derivanti dal controllo e dalla gestione di bische clandestine) a sé o ai propri familiari. Il passo precedente è stato però quello di occupare l’Italia: nel senso letterale del termine. E questo avviene grazie a una delle (tante) scelte sbagliate mosse contro le cosche. Pensando di poterle affrontare solo sotto il profilo repressivo.

La colonizzazione

Tra i primi a occuparsene, lo storico Enzo Ciconte, che, da decenni, tenta di studiare il fenomeno sotto il profilo storico, ma anche sociale. Ebbene, la ‘ndrangheta non ha “scelto” il Nord. Almeno non all’inizio. Col tempo ha capito che fare affari lì era più conveniente, forse anche più “facile”. Ma l’arrivo (e quindi la colonizzazione) di quelle ricche aree del Paese avviene grazie a un “favore” fatto dallo Stato alle cosche: «Tale scelta è relativamente recente perché matura a partire dalla metà degli anni Cinquanta del Novecento. Inizialmente gli ‘ndranghetisti arrivarono al Nord non per scelta, ma perché inviati al confino da una legge dello Stato» scrive Ciconte nel suo libro Ndrangheta.

Insomma, con il crescente aumento dei crimini della ‘ndrangheta (e delle mafie in generale) nei territori meridionali, la strategia dello Stato è quella di eradicare le organizzazioni criminali. Ancora dallo studio di Ciconte: «In quegli anni si fece avanti l’idea che, per recidere i legami del mafioso con il suo ambiente d’origine, fosse necessario adottare la misura del soggiorno obbligato che imponeva al sospetto mafioso di risiedere per un determinato numero di anni – dai 3 ai 5 – fuori dal suo comune di origine». Una scelta clamorosamente sbagliata.

Gli abbagli dello Stato

Del resto, che la strategia dello Stato contro le mafie, oggi come ieri, sia stata spesso fallimentare è ormai nei fatti. Basti pensare che, all’articolo 416 bis del Codice Penale, quello che punisce le associazioni mafiose, la parola ‘ndrangheta entra solo pochi anni fa, nel 2010. Per anni la criminalità organizzata calabrese viene e verrà sottovalutata. Considerata una mafia stracciona, di serie B.

Ancora dal libro di Ciconte: «Ci furono abbagli nei confronti della ‘ndrangheta molto clamorosi. È stata considerata come una società di mutuo soccorso o espressione diretta e filiazione del brigantaggio. La ‘ndrangheta si presentò come una variante del ribellismo meridionale, come una delle espressioni del riscatto calabrese e come una necessità dettata dal bisogno di sostituire uno Stato lontano, inesistente e disattento».

Nessuno, tranne i sindaci dei comuni dove arrivarono i soggiornanti, si accorse della pericolosità di quelle presenze o previde gli effetti che avrebbero potuto determinare. Scrive ancora Ciconte: «I sindaci si opposero, ma le loro proteste non furono ascoltate dai governi dell’epoca. E così, nella sottovalutazione più generale, la ‘ndrangheta mise piede in quei territori».

Nel libro-conversazione con Antonio NicasoLa malapianta, il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, afferma: «Per molti anni la ‘ndrangheta, ma anche le altre organizzazioni criminali infiltrate in Lombardia sono state sottovalutate. Nel 1989 l’allora sindaco di Milano Paolo Pillitteri ne negò l’esistenza e due anni dopo il procuratore generale Giulio Catellani fece la stessa cosa, sostenendo che nel distretto di Milano non c’erano sentenze passate in giudicato per il reato di associazione mafiosa».

La ‘ndrangheta sottovalutata

Solo negli ultimi anni, dopo la strage di Duisburg in particolare, si è iniziato a parlare in maniera più strutturata della ‘ndrangheta. Anche maxiprocessi come l’attuale “Rinascita-Scott” continuano ad avere poco appeal per i media nazionali. A fronte di quanto ancora tirino i “brand” di Cosa nostra e camorra. Nonostante la criminalità organizzata calabrese abbia, probabilmente, indirizzato alcuni snodi cruciali della storia d’Italia, la prima relazione organica della Commissione Parlamentare Antimafia sulla ‘ndrangheta arriva solo nel 2008 con la presidenza di Francesco Forgione.

In quel testo, Forgione parla di “mafia liquida”, mutuando il concetto di “società liquida” di Zigmunt Bauman. E sottolinea come una grossa mano alla ‘ndrangheta, paradossalmente ed inconsapevolmente, ma di certo con poca lungimiranza, è stata data proprio dallo Stato italiano, negli anni ’50. In quegli anni i mafiosi, dapprima siciliani e poi via via campani e calabresi, vengono inviati nelle regioni del Centro e del Nord, in comuni possibilmente piccoli e comunque lontani da centri che avessero stazioni ferroviarie e o strade di grande comunicazione.

«Fu in tale contesto che si fece strada nelle ‘ndrine l’idea di seguire l’ondata migratoria (più o meno forzosa) e di trapiantare pezzi delle famiglie mafiose al centro-nord. Dapprima fu una necessità, poi diventò una scelta strategica che coinvolse alcune fra le famiglie più prestigiose della ‘ndrangheta, le quali intuirono le enormi possibilità operative di una simile proiezione (che divenne vera e propria occupazione, in alcuni casi) verso le ricche e sicure terre del centro e del nord Italia» –  scrive Forgione nella relazione del 2008.

Il paradosso

Se il soggiornante non poteva spostarsi dalla sua sede, non c’era nulla che vietasse o impedisse che altri lo raggiungessero nelle sedi del soggiorno. E così le riunioni di ‘ndrangheta iniziano a tenersi nei luoghi del soggiorno obbligato. Sono questi i primi passi per ricreare al Nord le medesime dinamiche della casa madre.

Buccinasco, ma anche Bardonecchia, oppure Volpiano e Leinì, diventano luoghi simbolo dell’infiltrazione ‘ndranghetista al Nord. E, oggi, comandano quelli di sempre: dai Saffioti ai Marando, passando per i D’Agostino, i Crea, gli Alvaro, i Mancuso, i Bonavota, i Barbaro, i Morabito-Bruzzaniti-Palamara, i Vrenna, gli Ursino-Macrì. E, ovviamente, soprattutto a Milano città, casati storici come i De Stefano o i Piromalli. Ma tutto nasce in quegli anni.

Ancora dalla relazione della Commissione Parlamentare Antimafia: «Il piano di colonizzazione della ‘ndrangheta fu inconsapevolmente favorito dalle scelte di politica sociale ed urbanistica degli amministratori settentrionali che concentrarono i lavoratori meridionali nelle periferie delle grandi città, in veri e propri ghetti, dove fu facile per gli esponenti delle ‘ndrine ricreare il clima, i rituali e le gerarchie esistenti nei paesi d’origine. In alcune realtà il controllo della ‘ndrangheta divenne asfissiante».

Dapprima fu una necessità, poi una scelta. Che ci porta all’attualità: la ‘ndrangheta è l’unica organizzazione mafiosa ad avere più sedi. Quella principale, in Calabria, le altre nei comuni del Centro-Nord dell’Italia oppure nei principali Paesi stranieri, snodi fondamentali per i traffici di droga. E in queste sedi si riprodurrà la stessa struttura organizzativa presente in Calabria.

Fonte: https://icalabresi.it/fatti/ndrangheta-nord-il-regalo-dello-stato-ai-clan-calabresi/

 

Vorremmo una donna a capo dello Stato… ungherese!

Condividi su:

IL 2022 È UN ANNO DI SFIDE ELETTORALI IMPORTANTI PER DIVERSI PAESI MEMBRI DELL’UNIONE EUROPEA. A QUESTE SI AGGIUNGE L’ELEZIONE DEL NUOVO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA D’UNGHERIA, LA CUI PRINCIPALE CANDIDATA È LA CATTOLICA E PRO-LIFE KATALIN NOVÁK

Le più attese sfide elettorali dei prossimi mesi sono il voto anticipato in Portogallo (30 gennaio), le presidenziali francesi (10 aprile) e le elezioni politiche in Slovenia (24 aprile) in Ungheria (maggio).

Uno dei passaggi che ci riguarda più da vicino geograficamente parlando è l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica di Ungheria, che avverrà da parte del Parlamento magiaro ad aprile. Mentre in Italia il rinnovo dell’inquilino del Quirinale sarà esito di giochi politici, accordi e alleanze tra le varie forze parlamentari, il cui risultato potrebbe accontentare il Palazzo ma non il popolo italiano, in Ungheria tutto sommato politici e popolo potrebbero concordare sulla figura presentata dal partito conservatore Fidesz per la presidenza del Paese, ovvero Katalin Novák, 44 anni, madre di tre figli, che ha ricoperto fino a pochi giorni fa il ruolo di Ministro della famiglia nel Governo Orbán (incarico dal quale si è dimessa per meglio prepararsi alla sfida per il più alto seggio statale). La Novák si è infatti detta pronta, con uno zelo tipicamente femminile, a «rappresentare l’Ungheria ed a servire l’intera nazione con fede, anima e cuore» (About Hungary, 22/12/2021).

Di elevata preparazione culturale (parla inglese, francese e tedesco ed ha studiato Economia e Giurisprudenza), nel 2014 la Novák è diventata Sottosegretario di Stato per la Famiglia e la Gioventù, divenendo Ministro nell’autunno del 2020. Dal 2017 è vicepresidente del partito di maggioranza che, dal 2018, governa il Paese in coalizione con il Partito del Popolo Cristiano Democratico (KNPD).

Da Ministro della famiglia ha realizzato diversi interessanti progetti per contrastare la denatalità e sostenere la famiglia, misure non gravate, come accade invece in Italia, da una burocrazia che scoraggia l’accesso agli aiuti governativi e da un favor verso gli immigrati. Il Governo Orbán, infatti, ha puntato su progetti per le giovani coppie sposate e aiuti economici specifici per aiutare la formazione della famiglia come il piano CSOK (Prestito agevolato per l’acquisto della prima casa), bonus bebè, integrazione dei mutui, creazione di nuovi asili pubblici, esenzione dalle tasse e prestiti a interessi ridotto per i nuovi nuclei. Forte di questa esperienza la Novák si è dimessa dal suo incarico per prepararsi nel migliore dei modi.

«Se sarò eletta come prima  presidente donna dell’Ungheria cercherò di rappresentare con onore l’intera nazione», ha dichiarato in una recente intervista riportata sul blog About Hungary. Aggiungendo anche: «Per me è importante poter contribuire a restituire il pianeta Terra ai nostri figli e nipoti migliore di come lo abbiamo ereditato […] ma, per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo avere figli e nipoti!».

Inoltre la Novák ha detto che essere madre di tre figli la aiuta anche a capire l’importanza di dare il buon esempio e, «la carica di presidente della Repubblica significherebbe comportarsi in un certo modo e rappresentare quei valori che altri potrebbero seguire». Se dovesse essere eletta a Capo dello Stato il Governo a guida Fidesz potrebbe approfittarne per promuovere con altri Stati il concetto naturale di famiglia nell’Unione Europea.

Commentando una recente visita del presidente francese Emmanuel Macron a Budapest, la Novák ha affermato che, nonostante alcune divergenze di opinione, si potrebbero anche con l’Eliseo ritrovare punti di vista comuni quali l’interesse verso l’energia nucleare e l’importanza di proteggere i confini europei, sebbene «l’approccio della Francia alla migrazione – ha aggiunto –, a causa della sua storia, è completamente diverso da quello adottato dell’Ungheria» (fonte BT/MTI).

Determinazione, idee chiare e competenza sono quindi già presenti nella figura di questa brillante donna politica. E sappiamo tutti che la virtù femminile per eccellenza è la pazienza. Se Katalin Novák sarà eletta, nel lungo termine, si potranno forse riscrivere gli equilibri e le tendenze politiche di fondo del vecchio continente. E, forse, anche in nome di un “trittico” di valori che sta a cuore di tutti noi, ovvero famigliavitaeducazione!

DA

Vorremmo una donna a capo dello Stato… ungherese!

Vaccini e booster, Oms ed Ema iniziano a dubitare

Condividi su:

L’ALLARME DI EMA E OMS: NON SI PUÒ ANDARE AVANTI ALL’INFINITO CON LE DOSI BOOSTER. E CHIEDONO NUOVI VACCINI

La domanda è: siamo sicuri che la terza dose con questi vaccini sarà abbastanza? Dopo che la copertura vaccinale è scesa da 12 a 6 a 4 mesi, dopo che il Ceo di Moderna ha fatto capire che con ogni probabilità il booster non durerà a lungo, dopo che Big Pharma ha promesso “vaccini aggiornati” entro marzo, ora è l’Oms a calare il carico da 11. Orizzonti bui: servino nuovi prodotti anti-covid, dice l’Organizzazione, secondo cui ripetere booster a gogo non è ad oggi una strategia praticabile.

Durante una conferenza stampa, l’Oms si è detta scettica nella possibilità di trattare il Covid come una malattia influenzale, come invece vorrebbe fare la Spagna. E tra i motivi ci sarebbe proprio una certa delusione verso la durata dei vaccini. Per l’Organizzazione Pfizer&co. non sono sufficienti a stroncare del tutto la pandemia, tanto che andrebbero sviluppati nuovi prodotti “che abbiano un alto impatto sulla prevenzione dell’infezione e della trasmissione, oltre che sulla prevenzione di malattie gravi e morte”. Il che significa, ci par di capire, che quelli attuali non vadano del tutto bene.

E qui casca l’asino. Secondo Oms continuare a ripetere richiami e dosi booster con i vaccini esistenti non è utile. Anche l’Ema (l’Agenzia del farmaco Ue) predica cautela, visto che “vaccinazioni ripetute a brevi intervalli non rappresentano una strategia sostenibile a lungo termine”. Va detto che l’Oms non ha mai visto di buon grado la terza dose, preferendo prima dirottare le risorse sui Paesi poveri, ma questa frenata sul fronte booster da parte delle più importanti autorità sanitarie del mondo è di certo una novità.

Il capo della strategia vaccinale dell’Ema, Marco Cavaleri, ha fatto notare che la possibilità di somministrare un secondo booster, in sostanza la quarta dose, utilizzando gli stessi vaccini oggi in uso, si scontra col fatto che “non sono ancora stati generati dati a sostegno di questo approccio”. Magari si potrà fare in emergenza, qualora dovessero tornare a salire i ricoveri o i decessi, e di sicuro per immunodepressi e persone fragili, “ma vaccinazioni ripetute a brevi intervalli non rappresenterebbero una strategia sostenibile a lungo termine“. “Non abbiamo ancora dati sulla quarta dose per poterci esprimere – ha concluso Cavaleri – ma ci preoccupa una strategia che prevede di andare avanti con le vaccinazioni a distanza di poco tempo”.

 

DA

Vaccini e booster, Oms ed Ema iniziano a dubitare

Occhio all’anagrafe immobiliare: cosa è e come funziona

Condividi su:

Antiriciclaggio e intelligenza artificiale: ecco la nuova riforma sull’anagrfe tributaria che verrà discussa in Parlamento. L’obiettivo è un archivio degli atti notarili contro il riciclaggio

Nel 2022 cambia anche l’anagrafe immobiliare: si va verso la creazione di una banca dati che raccolga, tutte insieme, le informazioni catastali e quelle delle proprietà immobiliari.

Cosa cambia

In questo modo, le amministrazioni regionali ma soprattutto quelle locali potranno essere a conoscenza, in maniera più snella, di tutti i dati urbanistici dei residenti che sono titolari di un bene immobile e usufruiscono dei diritti previsti dalla legge. È questa la proposta inoltrata al Senato dalla bicamerale sulla vigilanza dell’Anagrafe tributaria. Qualora andasse in porto, sarà con la nuova banca dati che si potranno mettere le basi per la nuova riforma del catasto proposta dal Governo nella legge delega che si sta discutendo in Senato. La proposta, però, mantiene vivo il dibattito politico con i vari schieramenti ancora molto divisi.

Si vuole cercare di dare la possibilità di aumentare gli accessi sia ai Comuni che alle compagnie di assicurazione così come la gestione del contenzioso fiscale e l’accesso alle sentenze che disciplinano gli accertamenti dell’amministrazione finanziaria. Basato sul modello spagnolo, la commissione di vigilanza vorrebbe introdurre una banca dati centralizzata che abbia finalità antiriciclaggio dove far confluire i dati di tutti gli atti notaril per evitare che si possano stipulare più atti con soggetti diversi finalizzati alla realizzazione di operazioni di riciclaggio perchè nessuno dei notai coinvolti potrebbe avere una visione complessiva dell’operazione messa in piedi da chi tenta il raggiro.

L’uso dell’intelligenza artificiale

Come riporta IlSole24Ore, poi, i politici vorrebbero realizzare anche altri interventi quali, ad esempio, introdurre l’intelligenza artificiale per automatizzare le procedure degli atti di accertamento del Fisco. Senatori e deputati non vorrebbero, però, utilizzarla come strumento autonomo decisisorio fondato sul machine learning e l’esclusione totale dell’uomo. Come avevamo visto sul Giornale.it, si tratta dello studio di algoritmi informatici che costruiscono un modello basato su dati campione noti come “dati di addestramento”, al fine di effettuare previsioni o decisioni senza essere esplicitamente programmati per farlo: verrebbe meno, di fatto, l’attività manuale e fisica di un funzionario, quindi anche una possibile contrazione dell’impiego di alcuni dipendenti dell’Agenzia delle Entrate. È proprio questa situazione che si vuole evitare.

Ad accedere alle banche dati statali potrebbero essere gli stessi Comuni, che oggi sono costretti a chiedere “permesso” al Garante della privacy. Si potrebbe consentire l’uso dei dati “rendendo visibile il solo dato del rapporto finanziario esistente e capiente rispetto ai dati dei debitori“. Per riscuotere, invece, le società incaricate di intascare i tributi dovrebbero poter consultare direttamente e gratuitamente i servizi Siatel (Sistema di interscambio anagrafe tributarie enti locali) per poter migliorare gli incassi dei crediti dei Comuni. Sono tante le riforme sul tavolo, vedremo cosa deciderà di mettere in campo il governo in questo 2022.

DA

https://www.ilgiornale.it/news/economia/spunta-lanagrafe-immobiliare-cos-e-funziona-2001585.html

la Cina contro gli USA anche nella politica monetaria

Condividi su:

La Cina sta aprendo i cordoni della propria borsa monetaria e sta fornendo uno stimolo all’economia, soprattutto al settore immobiliare, molto elevato e chi va in contrasto con la stretta in preparazione negli Stati Uniti. I segnali di questo movimento sono almeno tre:

1. La Cina ha fornito maggiore sostegno al mercato immobiliare. I responsabili politici hanno chiesto alle banche di aumentare i prestiti immobiliari nel primo trimestre e hanno allentato una restrizione chiave del debito per gli immobiliaristi. Questo fa parte del più ampio cambiamento politico volto a dare la priorità alla stabilità economica quest’anno. Sebbene il mercato del credito rimanga fragile, i titoli immobiliari sono saliti ai massimi da luglio

Ad

Scarpe artigianali, fatte con cura.Velasca

2. L’allentamento della Cina è in contrasto con gli Stati Uniti, dove la Fed ha intrapreso una delle svolte restrittive  della storia recente. I Treasury statunitensi, i titoli di stato a stelle e strisce, hanno avuto il peggior inizio di un anno da decenni, poiché i verbali della Fed hanno suggerito che la banca centrale potrebbe liquidare il proprio bilancio subito dopo aver alzato i tassi.

Il rapporto sul lavoro USA  di venerdì ha mostrato che il tasso di disoccupazione è sceso al di sotto del 4%, cementando le aspettative per il primo aumento dei tassi a marzo. Il rapporto sull’inflazione di questa settimana potrebbe aumentare la vulnerabilità del mercato obbligazionario. La divergenza politica tra Stati Uniti e Cina ha portato il loro differenziale di rendimento al livello più basso dal 2019. Questo perché la fine del QE spinge i tassi americani verso l’alto, mentre la politica espansiva monetaria cinese li spinge verso il basso, portandoli quasi allo stesso livello.

3. La rigida strategia anti Covid di Pechino aggiunge rischi al ribasso per l’economia. Essendo una delle ultime tattiche che tendono al “Covid Zero” al mondo, la Cina ha adottato misure rigorose per frenare la diffusione del virus, incluso il blocco di circa 13 milioni di residenti a Xi’an. I viaggi sono stati penalizzati, con un calo dei passeggeri aerei durante il lungo weekend dell’1-3 gennaio in calo del 27% rispetto a un anno fa, secondo quanto riportato dall’emittente statale CCTV. Questo quindi rende probabile è necessaria la prosecuzione della politica monetaria espansiva da parte della banca centrale cinese (PBOC).

Fonte: https://scenarieconomici.it/la-cina-contro-gli-usa-anche-nella-politica-monetaria/

Il boom economico italiano è l’inflazione

Condividi su:

di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Quest’anno gli italiani sacrificheranno fino al venti percento delle loro entrate al caro-prezzi e al caro-energie. Un’impennata senza precedenti, lo dicono tutti. Tutti meno i giornaloni, le tv pubbliche, l’informazione di regime, che da un verso esaltano l’exploit economico dell’Italia, addirittura “senza precedenti” e dall’altro si commuovono ad annunciare che sulle mascherine risparmieremo qualche centesimo, perché le ffp2 sono state calmierate a 75 centesimi l’una. Bene, risparmieremo nei prossimi tre mesi qualche decina di euro per coprirci il volto, mentre rimetteremo per tutto l’anno qualcosa come tremila euro tra gas, luce, benzina, utenze e generi alimentari, compresi quelli di prima necessità, che saranno il volano di altri rincari in ogni altro genere. Aumenti di bollette non del 5,10 %, ma del 30, del 40 %, mai visti finora in un colpo solo.
Ma credete davvero che l’Italia stia vivendo una ripresa economica senza precedenti? O piuttosto stiamo subendo una crisi energetica di quelle serie? Non ho competenza in materia, ma osservo la realtà e la situazione effettiva degli italiani. Non c’è bisogno di essere economisti per vedere un paese in serie difficoltà, con tante attività e aziende che non hanno più riaperto dopo il covid, o che versano ancora in gravi condizioni; e con una depressione generale in cui tutto ci pare di vedere meno che il presunto boom economico annunciato dagli sbandieratori del Palio di Draghi. L’unica, robusta, dose di sostegno saranno i famosi fondi europei per la ripresa, che sono in larga parte ulteriori debiti pubblici e che dovranno finanziare il nostro rilancio. Ma le voci di spesa sembrano non sostenere i settori più delicati, sofferenti e nevralgici del Paese, se si considera che i maggiori investimenti rientrano nei capitoli di spesa sulla trasformazione digitale, la transizione ecologica, e poi l’inclusione e la coesione; e buona parte degli investimenti previsti per la sanità, correggetemi se sbaglio, andranno all’industria farmaceutica per farmaci e vaccini. Quel piano che sul piano fonetico somiglia a una pernacchia, il Pnrr, non ci sembra che affronti le priorità del paese, le povertà e le urgenze della crisi nei suoi snodi cruciali; e temo che in molti casi – come è già accaduto in precedenza – serva più a sostenere i circuiti bancari e finanziari che l’economia reale. Ma uso verbi cauti, come temere, sembrare, perché – lo ripeto – non oso giudicare campi in cui mi dichiaro incompetente.
Ma quando osservo la vita reale degli italiani e dall’altro la confronto con la rappresentazione mediatica che ogni giorno ne danno gli organi di regime, mi accorgo di una divergenza così vistosa da suscitare rabbia e indignazione. C’è malafede, c’è menzogna sfacciata, e la denuncia si aggrava se si considera che la situazione di semi-libertà vigilata in cui viviamo, la dispersione di ogni focolaio di opposizione e di critica, rende il ruolo dei media, soprattutto televisivi, ancor più decisiva fonte d’informazione per la gente, isolata in casa, in quarantena effettiva o prudenziale, comunque in ritirata da partecipazioni pubbliche e confronti d’opinione. Vedere ogni giorno i tg somministrare la solita overdose di terrore sul covid, le solite prediche sui vaccini, le solite interviste finte, ubbidienti e ottimiste ai cittadini ammaestrati e irregimentati o tagliate in modo da apparire tali, o limitate a banali ovvietà augurali o atmosferiche; e poi vedersi aprire un capitolo euforico, entusiasta, sui miracoli economici del Paese, lo straordinario balzo in avanti – ma dove, ma quando, ma chi? ̶  e il rilievo eroico e storico al risparmio di qualche centesimo sulle mascherine mentre passa sotto voce l’aumento effettivo record di ogni genere e utenza – dà l’idea di una orchestrazione della menzogna e della falsa rappresentazione come nei regimi dispotici. Una totale divaricazione dalla realtà che stiamo vivendo nei giorni.
Se poi a questo aggiungiamo la svolta monocratica in atto nel Paese: tutto-Draghi, tutto-Mattarella (e vorrei dire tutto-Amadeus, sul piano dello spettacolo, tanto per rispecchiare la monocrazia anche nell’intrattenimento), si ha davvero l’idea che stia avvenendo qualcosa d’inquietante nel nostro Paese.
La perdita della libertà e della democrazia si accompagna alla perdita del potere d’acquisto, ai rincari e dunque a periodi di ristrettezze economiche. Non hanno pane? Che mangino ffp2, sembrano ripetere le finte marie antoniette filo-governative. Stiamo arrivando per vie diverse a una situazione simile alla Grecia di qualche anno fa, considerando che prima o poi dovremo restituire anche i cospicui ultimi debiti accordati; ma con la strana percezione di andare incontro a chissà quale ripresa economica del Paese.
Mi rendo conto che Draghi premier da questo punto di vista è per l’Italia un ombrello, una protezione; i trattamenti cambiano se a gestire le situazioni ci sono eurocrati e insider come lui o trovatelli e outsider. Ma spaventa vedere che il Video Univoco esige dai telespettatori “A me gli occhi” sul covid e sui vaccini, e intanto il Paese viene gravato da un’onda insostenibile di rincari, con la promessa che stiamo vivendo una formidabile ripresa, siamo i primi, siamo i migliori… Finitela coi giochi di prestigio e le prese per i fondelli, scambiate per iniezioni di fiducia. Siamo stanchi di sentirci inoculare di tutto.

1 69 70 71 72 73 74 75 863