Perche sui barconi non arrivano “questi”?

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Perche sui barconi non arrivano “questi”?

“Caro Blondet, la foto che allego è di guerriglieri del Sud Sudan nella prima guerra di indipendenza. Individui in zona di guerra e di carestia hanno questo aspetto. Delle foto scattate questa è l’unica rimasta non cancellata dalle muffe tropicali.

I guerriglieri mi avevano pregato di non pubblicarle per non fare vedere agli Arabi del Nord Sudan in che condizioni fossero. Infatti, ho fatto vedere solo foto di guerriglieri piuttosto in carne, almeno all’epoca degli scatti.

Mangiavamo al giorno una ciotola di manioca, o di durra, provenienti dall’Uganda, condita con una sugo di arachidi al peperoncino rosso. Mai insalata e verdura e carne. I pochi appezzamenti coltivati venivano individuali dai soldati del Nord e bruciati dagli elicotteri sovietici col napalm.

Io integravo la mia alimentazione con un po’ di latte in polvere e con ottima carne in scatola della Nuova Zelanda, (che ricordavo come la stessa che ci davano i Polacchi dopo il passaggio del fronte nelle Marche), che spartivo con i due ufficiali del mio gruppo.

 

Oggi, osservo che i fuggitivi dalle guerre e dalla carestie (quali guerre e quali carestie? non ce lo dicono) sono in carne, come lo sono i bambini che salviamo.

Pure al mio amico Tullio Moneta, alto ufficiale del 5 Commando anglosassone in Congo contro i Simba, e successivamente nell’intelligence sudafricana e occidentale anticomunista, operante per cinquanta anni in tutto il territorio africano, nei Balcani, in Medio Oriente, Afghanistan, eccetera, l’aspetto dei clandestini appare piuttosto sospetto.

Sono troppo in carne. Per cui pensa, come lo penso io, che gatta ci cova. Forse molti di questi Africani già stavano il Libia all’epoca di Gheddafi.

Altri ci arrivano oggi, sapendo per passaparola che in Italia si è accolti bene e si mangia a sbafo. Li stiamo ingannando. Da giovane sentivo la parola d’ordine “l’Africa agli africani”, e “ora dateci con una mano ciò che ci avete rubato con l’altra”. Hanno avuto indipendenza e aiuti. Purtroppo la democrazia non si esporta e la formazione di una classe dirigente non la si inventa a tavolino.

Lo sapeva bene John Garang, che non ho conosciuto, ma Tullio Moneta sì, che avrebbe voluto un Sud Sudan confederato con il Nord, in quanto il Sud non era pronto ad avere una benché minima forma di amministrazione. Perciò è stato fatto fuori con un attentato all’elicottero che lo riportava nel Sud dall’Uganda. Abbiamo creato miti come Mandela, astutissimo nell’abbandonare il potere per non fare la fine di un Nyerere o, peggio, di un Mugabe, per diventare così padre della patria. Ma, delle carneficine di immigrati dello Zimbabwe da parte dei neri sudafricani non si parla. Delle ricchezze accumulate da Zuma e dai nipoti di Mandela e da un altro milione di neri sudafricani, mentre tutti gli altri neri sono nell’indigenza, non si parla.

Abbiamo sbagliato a dare l’indipendenza a quelle popolazioni tribali senza prima pensare a formare una classe politica e amministrativa.

Me ne accorsi in Congo, all’epoca della ribellione Simba: avevamo dato l’indipendenza a povera gente incapace di gestirsi oltre la visione tribale. Quindi, pronta a cadere in mano ad astuti opportunisti, ladri e sanguinari.

Lo stesso sta avvenendo nel Sud Sudan indipendente: la fazione Dinka contro la fazione Nuer, per prendere i potere e i proventi del petrolio. I miei amici Ferdinando Goi, Joseph Oduho, padre Saturnino Lohure, e il carissimo capitano Manasse Atot, che mi salvò la vita portandomi a spalla per chilometri, sono morti invano… E, ciò che è peggio, noi Occidentali siamo incapaci di rimanere un faro verso cui indirizzare le popolazioni del pianeta bisognose di aiuto.

Esiste qualcuno che riesce a spiegare cosa nasconde effettivamente questo esodo africano e musulmano verso l’Italia?

La gente comune sta mordendo il freno e non vorrei che il branco scaricasse la rabbia su immigrati, mentre la responsabilità è di questa politica inetta e sottomessa.

Cordialmente, Giorgio Rapanelli.

 

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Sono piuttosto in carne

 

 

 

Adesso, caro Maurizio, siamo nel bel mezzo di una guerra sotterranea, non dichiarata, ma esistente. Leggo sul Foglio di Ferrata una articolo in apertura di Giulio Meotti dal titolo “Sei contro le nozze arcobaleno? Rischi il posto e l’obbrobrio morale.

Arriva la dittatura  morbida  della gay colture”.

Siamo all’inizio di una Grande Persecuzione. A cosa serve la proposta di legge Scalfarotto? A tapparci la bocca.

Io sono alla base della gente e ascolto ogni giorno la disperazione della gente, che non ci capisce più nulla. Ma, lei, che è in ambienti di cerniera, può aiutare a trovare una strada, a svelare qualcosa di nascosto?

 

Caro Maurizio, ho l’impressione che stiamo sulla piana di Armagedon. Ciò che avveniva in Alto, adesso si è sposato in Basso. Non siamo più alla Rivoluzione Protestante, né al Nazismo. Siamo a qualcosa di troppo esteso. Toccherà a noi bere l’amaro calice che ci siamo preparati. Va bene, siamo in ballo e balliamo.

Sa quale è lo stato d’animo che porta quella povera gente sui barconi, rischiando la vita? E’ il fatalismo. Rischiano; sanno di rischiare; forse per volere di Dio ce la faranno. E’ ciò che si prova stando in Africa. In Congo stavo per essere fucilato, insieme a due missionari e ad un belga ferito, e non provavo nulla. E’ come se non riguardasse te. Ne parlavo con Tullio Moneta proprio stasera. Mi diceva che quando arrivavano ad ondate i Simba e li abbattevano a venti metri da loro, egli e i suoi soldati non pensavano a ieri e al domani, ma all’attimo fuggente. Se era destino che un colpo di kalashnikov li colpisse, voleva dire che così doveva andare. Lo stesso avviene per quelli dei barconi. Ma io mi getterei in mare per salvarli, perché forse affogare insieme potrebbe rappresentare per entrambi la salvezza.

 

Chi mi ha scritto questa lettera è Giorgio Rapanelli, classe 1937. Uno che è stato iscritto al PCI, che ha passato decenni in Africa prima come documentarista, e poi  – visti gli orrori, il caos e le violenze seguiti alla de-colonizzazione – come combattente. In Congo, negli anni 1964-66,  ha visto la rivolta d ei “Simba” (leoni in swaili), giovanissimi guerriglieri fanatizzati dai loro stregoni, che li convincevano di essere invulnerabili alle pallottole che si abbandonavano ad ad inenarrabili orrori, eccidi, stupri ed atti di cannibalismo. Il Tullio Moneta di cui parla, è stato un comandante del 5 Commando, un corpo di contractors – militari veri – inquadrati nella Armée Nationale Congolaise, che debellò l’orrore dei Simba. Moneta,  nativo di Fiume, passaporto sudafricano, oggi ha 78 anni.

Rapanelli ha sostenuto attivamente la causa dei sudanesi del Sud massacrati dal governo di Khartoum fino a diventare il rappresentante in Italia dell’Azania Liberation Front; nel 1970, è stato con i combattenti del Southern Sudan Liberation Front (guerriglieri anya-nya) del colonnello Joseph Lagu.

Sono nomi, eventi e tragedie che ai giovani non diranno nulla, e che si stingono nella memoria anche degli anziani come me; eventi che restano marchiati a fuoco nella memoria dei bianchi che “ci sono stati”,  con le armi in mano, mossi – molto più di quanto si voglia far credere – da uno strano miscuglio di avventura ed idealismo,  di mal d’Africa e di  volontà di  fare qualcosa, di arginare l’orrore  demoniaco degli inenarrabili tribalismi, crudeltà senza nome, carestie e morti che l’abbandono dell’Africa da parte dell’uomo bianco aveva prodotto.  Quel miscuglio  è stato ben reso nel film “I Quattro dell’Oca Selvaggia”, con Richard Burton, ispirato proprio alle imprese del 5 Commando.

“Mi son reso subito conto”, rievoca Rapanelli, “che concedere l’indipendenza alle popolazioni africane, impreparate a gestire il potere in forme democratiche occidentali, è stato un crimine”.

E’ dunque uno che conosce l’Africa da dentro, Rapanelli. Uno che vi è affondato dentro per anni, e non   l’ha vista da un hotel Hilton. Io sono affondato molto   meno in quell’orribile buco nero.   Non ho molti ricordi. Una intervista sul fiume Giuba al “generale” Aidid   che parlava di politica internazionale in politichese italiano, e tutt’attorno bambini prossimi alla morte per denutrizione, vecchi  sccheletrici  dai piedi piagati perché avevano fatto decine di chilometri per la razione   di pappa dell’Onu, e il corpo di una nonnetta tutta ossa, che i cani avevano già cominciato a rosicchiare. Un campo profughi di angolani nello Zambia ridotto alla fame per quella che il funzionario delle Nazioni Unite chiamò “the donor’s fatigue”, dopo tanti anni i “donatori” occidentali si stancano di dare, e le razioni in questi campi profughi si riducono a nulla – alla fame. Ricordo le bambine cacciate dalla famiglia perché avevano “fatto il malocchio” allo zio infettandolo di AIDS (lo zio le aveva violentate), e raccolte da suore francesi che le salvavano dalla fame – nessuno nutriva delle “streghe”. Ricordo la popolazione di Luanda abitare su montagne, vere e proprie montagne di spazzatura marcita e incancrenita, stratificata nei decenni – e Luanda  era famosa nelle statistiche per essere la città più cara del mondo, dove la vita era più costosa, perché le major petrolifere erano tutte lì coi loro bianchi in bungalows e compound, a fare la bella vita.

In questi ricordi c’è un denominatore comune, per cui mi associo alla domanda di Giorgio, il vero esperto:

Perché gli africani che arrivano sui barconi sono così in carne?

Migrants from sub-Saharan Africa rest inside a detention center in the Libyan capital Tripoli on June 4, 2015. Authorities, acting on a tip off, stormed a hideout where more than 500 illegal migrants, mostly men from African, were waiting for people smugglers to take them to boats to Europe, migration officials in Tripoli said. AFP PHOTO / MAHMUD TURKIA

 

Perché non sono come i guerriglieri che Giorgio ha ritratto nel 1970 ad Adodi, Sud Sudan?

Sud Sudan 1970 villaggio di Adodi, guerriglieri.

 

Ci dicono che fuggono da guerre e carestie: quali guerre? Quali carestie?

Guardate la foto scattata da Giorgio ai guerriglieri del Sud Sudan.  Quelli sono gli africani che ho visto nel buco nero. Gente che mangia una volta al giorno una ciotola di qualche   polenta innominabile condita con peperoncino, che non vede mai verdura, mai carne. Dico mai.  Sono africani del tipo che, nemmeno con la colletta tra i familiari della famiglia più allargata, sono in grado di raccogliere i 3 o 4 mila dollari per pagarsi il passaggio lungo il Sahara su autocarri, né tantomeno gli scafisti in Libia.

Come mezzo di trasporto hanno solo le  loro gambe; e come vedete, sono così filiformi che non li portano tanto lontano.

Questo è l’africano che ha bisogno di aiuto. L’africano che appena scoppia qualche guerra civile, o qualunque altro scontro tribale,   subito si vede ridotta la ciotola  dell’unico pasto  quotidiano,   già insufficente, della metà; che non ha una gallina ovaiola, che non ha altro che salsa di arachidi col peperoncino per condire la polenta di kassava, di valore nutritivo zero..questo è l’Africa, questo è il buco nero.

Non questi giovanotti con lo smartphone, non queste   belle mammine in carne con bambini pasciuti. Perché ci dicono che sono “siriani”   quando sono eritrei, e ancor più spesso africani equatoriali, gabonesi, ivoriani? Il presidente d ella Costa d’Avorio, si chiama Ouattara, in 4 anni di potere ha ammassato 27 miliardi di dollari.. il Buco Nero  è anche questo ed evidentemente non è cambiato. D’accordo, ma se ne occupino i francesi; è amico di Sarkozy.

Per questo odio e mi rivolta lo stomaco la “cultura dell’accoglienza”, il pietismo bavoso   sugli “Immigrati” che rischiano la morte sui barconi e vanno curati, vestiti, alimentati, forniti di scheda SIM perché possano telefonare a casa…perché non è solo falso, ma malvagio. Quelli che “accogliamo” non sono i poveri; sono gli intraprendenti,  e persino – sulla misura africana – ricchi. In questa nostra “carità”, non comprendiamo mai quegli africani con le gambe filiformi, che non hanno smartphone né tremila dollari, anzi nemmeno mezzo – che dico – nemmeno dieci centesimi per comprarsi un uovo. E che hanno veramente bisogno, loro, che basterebbe solo mezzo euro per migliorare la loro  razione.  A casa loro.

Li ho visti e lo so. Odio la nostra pelosa  e viscida  “carità” mediatica, clericale, sinistrista.

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«TEORIA DELL’INVOLUZIONE CLERICALE»: DA SAN PIO X A PIO XII?

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meditation

L’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

LIBRO DI ARAI

Al meditare la frase di Gesù “Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?” (Lc 18, 8), ci si trova davanti a due certezze. Infatti, essa rimanda al tempo della fine di un mondo e alle difficoltà crescenti, che si potrebbe dire fatali, per la sopravvivenza di quella fede per cui l’uomo è stato creato.

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Quelli che a sinistra…

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SOLO A SX

Segnalazione Quelsi

by William Grandonico

Sono ormai ridotti all’osso, non hanno idea di come pubblicizzare la loro festicciola. Sarà che evitano, a causa delle politiche che silenziosamente approvano, ma moralmente, dentro le proprie menti, con la loro coscienza sono convinti di non condividere, che oggi, in stile A.Moretti sono obbligati anche ad evitare i simboli, a cercare di neutralizzare un’idea che nasceva da salde radici, ma che a causa di politiche buoniste hanno dovuto lasciare, colorare la propria bandiera di quel rosso sbiadito che ambisce alla politica della prima repubblica, quella che amava gli amici degli amici, la stessa del “mangiamo e beviamo”, la politica che i giovani adolescenti italiani stanno pagando sulla propria pelle, quello sporco gioco che porta tanti giovani a studiare e lavorare all’estero. A loro non interessa la socialità e la solidità di uno stato, non guardano affatto al welfare, ma solo alla vita privata di qualcuno, non potendo ambire a gradini più alti della classe politica italiana, da sotto la piramide, cercano di aggrapparsi alle “brache” di alcuni, vorrebbero strapparle e togliere dai giochi, solo per orgoglio personale, quell’immagine che tutto il mondo conosce e quella personalità che il resto del continente rispetta.

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“Per i divorziati un prete-tutor ed eucarestia solo a Pasqua”

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PAPAPAPAPA

È chiaro che questa non può essere la Chiesa Cattolica:       

In un volume pubblicato dalla Santa Sede la proposta di un percorso penitenziale per i risposati. I teologi che hanno partecipato al seminario a porte chiuse: “Non è un cedimento ma il riconoscimento di un nuovo inizio”

di PAOLO RODARI

CITTÀ DEL VATICANO. Un percorso penitenziale ad-hoc, chiamato “via discretionis”, che consenta di far accedere i divorziati-risposati ai sacramenti dell’eucarestia e della riconciliazione. È la proposta emersa durante un seminario internazionale di tre giorni a porte chiuse convocato dal Pontificio Consiglio per la Famiglia in vista del prossimo Sinodo dei vescovi di ottobre. Tre giorni di lavoro, nel febbraio e marzo scorsi, i cui risultati sono stati pubblicati dalla Libreria Editrice Vaticana all’interno di un corposo volume intitolato “Famiglia e Chiesa. Un legame indossolubile” e curato da Andrea Bozzolo, Maurizio Chiodi, Giampaolo Dianin, Pierangelo Sequeri e Myriam Tinti. Al seminario hanno partecipato teologi, moralisti, giuristi ecclesiastici e laici italiani ed esteri che da sempre si dedicano agli studi del matrimonio e della famiglia. Nessun vescovo, dunque, ma soltanto studiosi che hanno espresso posizioni eterogenee e insieme concrete, molte in difesa dell’indissolubilità del matrimonio e, in scia alle ultime udienze generali di Francesco, dell’importanza della famiglia fondata sul matrimonio stesso. Insieme, anche posizioni più aperte, con l’ipotesi di una strada che possa andare a lenire, per quanto possibile, le sofferenze di chi ha fallito. Il tutto assecondando quanto già emerso nella sessione straordinaria del Sinodo dello scorso ottobre quando Francesco, chiudendo i lavori, chiese di “trovare soluzioni concrete a tante difficoltà e innumerevoli sfide che le famiglie devono affrontare”.

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Argentina: il “cardinal” Ravasi partecipa attivamente ad un rito di adorazione della divinità pagana Pacha Mama, la dea Madre Terra: un atto di idolatria ed apostasia

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domenica 19 luglio 2015
Scandalo in Argentina: il “cardinal” Ravasi partecipa attivamente ad un rito di adorazione della divinità pagana Pacha Mama, la dea Madre Terra: un atto di idolatria ed apostasia
“Colui che offre un sacrificio agli dèi, oltre al solo Signore, sarà votato allo sterminio” (Es. 22, 19)
“… i sacrifici dei pagani sono fatti a demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni” (1 Cor. 10, 20-21)

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Dal rimpatrio delle salme dei Reali dall’Egitto, all’esaltazione di “Sciaboletta” come eroe…

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VITTORIO EMANUELA III

Segnalazione e commento di Maurizio-G. Ruggiero

http://www.corrispondenzaromana.it/riportiamo-in-patria-gli-ultimi-re-ditalia/

Io sono favorevole al ritorno delle salme in Italia, per un atto di carità; e non ho mai nascosto umana simpatia per Umberto II, il migliore della usurpativa dinastia sabauda al suo tramonto; ma da qui alla santificazione di Vittorio Emanuele III, in odore di massoneria e traditore 2 volte (della Triplice Alleanza prima, della Germania e degl’italiani poi, nonché artefice della catastrofe dell’8 settembre per passare armi e bagagli con gl’invasori alleati) ne corre assai.

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I partigiani contro il bar fascista «La questura deve intervenire»

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NO ANPI

…E mentre l’Italia va a rotoli a causa di una crisi artefatta, strozzata dalle tasse, senza lavoro e invasa dall’immigrazione clandestina, i partigiani pensano ai gadgets fascisti. Ecco svelate le loro priorità.

L’assessore alla Sicurezza: «È il locale che causa meno guai e gli immigrati ci vanno»

di Fabio Paravisi

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Se lo Stato si schierasse contro gli italiani

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sindacati sbirri

Non si era mai visto i sindacati di polizia condannare ripetutamente il ministro dell’Interno e dicano di vergognarsi perché vengono obbligati a usare il manganello contro gente perbene

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Viaggio tra i veneti infuriati: “Siamo invasi dai profughi”

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Non solo Quinto di Treviso: anche Eraclea e Portogruaro stanno per esplodere sotto il peso dei nuovi arrivi

È Portogruaro, in provincia di Venezia ma a una manciata di chilometri dal Friuli, il palcoscenico dell’ultimo, demenziale capitolo della gestione schizofrenica dell’emergenza immigrazione. Ai primi di luglio la prefettura ha assegnato all’Istituto tecnico commerciale “Gino Luzzatto” una quindicina di profughi da sistemare in palestra. Della logistica si sarebbe occupata la cooperativa “Solaris” di Carpi, nel Modenese, già al lavoro nel Triveneto in altri contesti analoghi.

I profughi, che ormai sono più di sessanta, dormono su materassi buttati per terra nella palestra di ginnastica, un lenzuolo per detergere il sudore, i vestiti bagnati stesi ad asciugare sulle spalliere a muro.

 

Portogruaro, i profughi nella scuola 2Portogruaro, i profughi nella scuola 3

 

Portogruaro, i profughi nella scuola 6Portogruaro, i profughi nella scuola 7

Già dopo la prima notte, dieci immigrati su quindici erano scappati. “Da allora, però, continuano ad aumentare di numero – dice sconsolata la preside Michela Borin – Io dovrei essere in ferie, ma do una mano volentieri. La disorganizzazione però è totale: io stessa ho portato mobili e suppellettili private per sopperire alle prime necessità”.

Il problema, però, sta a monte: la struttura è priva di acqua calda e il ricambio d’aria, specie in questi giorni di canicola, non esiste. Domenica l’Ulss ha comunicato che la palestra è inadeguata e che entro quarantotto ore la prefettura avrebbe dovuto trovare un’altra sistemazione. A metà giornata di lunedì, però, al “Luttazzo” nessuno crede seriamente che se ne andranno e anzi la preside teme per la ripresa delle attività scolastiche a fine agosto: “Mi hanno detto che per il 15 se ne sarebbero andati, ma io non ci credo. Si figuri che del rapporto dell’Ulss l’ho saputo dal telegiornale perché nessuno si era preso la briga di avvisarmi…”

A Eraclea la situazione è anche peggiore

Trenta chilometri più a ovest, sul mare, va in scena un’altra commedia dell’assurdo. Nel residence “Le Mimose” di Eraclea Mare sono stati ospitati circa 250 migranti, perlopiù africani e bengalesi. La frazione, d’inverno, non conta più di duecento abitanti.

I profughi sono alloggiati in 64 appartamenti affittati dalla “Solaris” per otto anni. L’obiettivo è quello di fare del residence una sorta di hub del sociale, che in futuro possa ospitare anche disabili, famiglie in difficoltà economica e ogni genere di soggetti a rischio.

Un progetto osteggiato dai quei proprietari che nei mesi scorsi avevano comprato un appartamento alle Mimose e che ora vedono crollare vertiginosamente il valore del proprio investimento. Sabato è arrivato qui Matteo Salvini e mille persone, giunte anche dai paesi vicini, hanno protestato contro la decisione della prefettura.

Dalla coop, però, affermano che più che la presenza dei profughi ad allontanare i turisti è l’allarmismo leghista. “I ragazzi sono contenti di stare qui e il rapporto con la popolazione locale è buono”, ci spiegano impiegati e volontari.

Quando ci incamminiamo verso l’interno della struttura, però, veniamo seguiti a trenta passi da un impiegato della Solaris: hanno il terrore che possiamo vedere o ascoltare le storie sbagliate.

Sinistra allo champagne, segni particolari: femmina, piddina, classista

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ALESSANDRA MORETTI

Segnalazione Quelsi

by Stefania Elena Carnemolla

Alessandra Moretti, ex candidata Pd alla Regione Veneto, dove gli elettori le hanno preferito ancora una volta il leghista Luca Zaia, è sbroccata. Non per il caldo estivo, che pure quello contribuisce, per carità, ma perché, insomma, lei ha perso, e si capisce, le hanno remato contro, a Roma il governo Renzi che ti piazza quelle riforme in piena campagna elettorale, pure quella sindacalista, la Susanna Camusso, “venuta in Veneto” chiedendo di “votare scheda bianca”, cose mai viste.

Le feste del Partito Democratico, dove i fratelli coltelli – quelli che si vantano d’essere “forza responsabile” del paese – tirano fuori dalla bisaccia le boccette con la bile, sono ormai uno sfogatoio di rancori. E così anche Alessandra Moretti s’è sfogata.

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Dopo le “nozze gay” arriva in Irlanda il Gender Recognition Bill

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GENDER

Segnalazione di Corrispondenza Romana

di Lupo Glori

Mercoledì 15 luglio 2015, sull’onda del successo del referendum sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, gli attivisti LGBTirlandesi hanno ottenuto un’altra importante vittoria con l’approvazione del cosiddettoGender Recognition Bill. Grazie a tale legge le personetransgender potranno infatti vedere riconosciuto legalmente il proprio “status sessuale” mediante una semplice auto-certificazione.

Se fino ad oggi era infatti necessario l’intervento ufficiale di un medico o dello Stato, con la normativa appena introdotta, ognuno potrà dichiarare il proprio “sesso percepito” in maniera libera ed autonoma.

Attualmente, la maggior parte dei paesi europei prevede che le persone transgender, per poter ottenere il riconoscimento legale del proprio sesso “psicologico” diverso da quello biologico, si sottopongano ad operazione chirurgica e sterilizzazione o siano diagnosticati con disturbi mentali riguardo la propria sessualità. La nuova legge sull’auto-riconoscimento delgender, che fa salire l’Irlanda sul podio europeo dei diritti transgender, dietro la Danimarca e Malta, stabilisce invece che qualsiasi cittadino o residente irlandese, compiuti i 18 anni di età, sarà libero di assegnarsi legalmente il proprio genere sessuale senza bisogno di alcun intervento o parere medico.

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Sentenza di Strasburgo: il vero pericolo è la “normalizzazione”

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corte europea

Segnalazione di Corrispondenza Romana

di Alfredo De Matteo

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare di tre coppie omosessuali, che da anni vivono insieme in una relazione stabile. Come forma di risarcimento lo Stato italiano dovrà versare la somma di 5.000€ a ciascuna delle tre coppie gay che hanno presentato e vinto il ricorso.

Per la Corte di Strasburgo l’Italia deve introdurre una qualche forma di riconoscimento legale per le unioni omosex in quanto «la protezione legale disponibile attualmente a coppie dello stesso sesso non solo non garantisce i bisogni fondamentali per una coppia che sia in una relazione stabile, ma non dà neanche sufficienti certezze».

La sentenza della Corte europea diverrà definitiva tra 3 mesi se i ricorrenti o il Governo non chiederanno e otterranno un rinvio alla Grande Chambre per un nuovo esame della questione. C’è da considerare che sulla testa dell’Italia pendono altri quattro ricorsi riguardanti la registrazione di matrimoni contratti all’estero e uno concernente un mancato ricongiungimento familiare di un cittadino italiano col suo compagno neozelandese.

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Schio: arrivano i profughi, tolta madonnina per non “turbarli”? – VIDEO REPORTAGE

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Come si nota nel video, nella nicchia non c’è più la madonnina. La nostra è solo una domanda, non un’affermazione. Certo la casualità è molto strana

SCHIO / VALLI DEL PASUBIO – L’amministrazione del sindaco Valter Orsi è entusiasta di accogliere una quarantina di clandestini nello stabile dell’ex colonia alpina “Città di Schio” di Valli del Pasubio, di proprietà del Comune di Schio, sulla Provinciale 46 tra Sant’Antonio del Pasubio e Pian della Fugasse. Collaborazionista.

Gli ospiti saranno gestiti da – rullo di tamburi – cooperativa “Con Te” di Quinto Vicentino. Dove c’è business, ci sono le coop.

Prima del loro arrivo, lavori di pulizia e arredo all’ex colonia : l’Ulss 4 Alto Vicentino ha donato a spese dei contribuenti letti e mobilia

“Ringrazio l’Ulss 4 e la dg Daniela Carraro – commenta Valter Orsi – che ha regalato frigoriferi, mobiletti, tavoli e sedie per una fornitura idonea a rendere accogliente la struttura”.

Ma che cavolo ringrazi la tua amica Daniela, i soldi per i ‘mobiletti’ li hanno messi i cittadini, mica lei.

Anche Armando Cunegato, sindaco di Valli del Pasubio, è entusiasta: “I sindaci non dovrebbero essere bypassati, ma informati comunque sugli accordi tra Prefettura e privati sull’ospitalità dei profughi che è gestita da cooperative. Come sindaci della comunità montana ora incontreremo il Prefetto, per dare la nostra disponibilità ma proporremo un tetto massimo di profughi per Comune”.

Se doveste irrigidirvi sul no ai profughi?

“Saremmo obbligati a riceverne comunque, quindi con la Prefettura è utile trovare un accordo”.

Per quanto riguarda i 40 profughi assegnati a Schio, ma di fatto spuntati a Valli? “ll sindaco Orsi mi ha contattato e parlato della questione. Li aspettiamo”.

ECCO IL VIDEO DI ALEX CIONI PROPRIO DAL RESIDENCE CHE OSPITERA’ I PRESUNTI PROFUGHI

In riferimento all’arrivo ulteriori di profughi nell’alto vicentino (già presenti a Santorso, Valli del Pasubio e Torrebelvicino), breve filmato all’ex colonia al Passo Pian delle Fugazze. Struttura messa a disposizione della Prefettura vicentina per gentile concessione del Comune di Schio al fine di impedire – dicono da Palazzo Garbin – l’inserimento di oltre 150 immigrati presso la struttura sanitaria (in parte in disuso) della città capoluogo dell’alto vicentino…

Fonte: http://voxnews.info/2015/07/22/schio-arrivano-i-profughi-tolta-madonnina-per-non-turbarli-video-reportage/

 

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