Segnalazione del Centro Studi Federici
Rimini, 3/12/2016, presentazione del libro di Mauro Stenico: “La meraviglia cosmica” (organizzata dal Centro Studi Federici):
Segnalazione del Centro Studi Federici
Rimini, 3/12/2016, presentazione del libro di Mauro Stenico: “La meraviglia cosmica” (organizzata dal Centro Studi Federici):di Paul Craig Roberts

Fonte: Comedonchisciotte
Cosa intendevano ?
Prima di dare una spiegazione, assicuriamoci di sapere bene cosa essa sia. Una spiegazione non è una giustificazione. La decadenza del sistema educativo statunitense è cosi grave che molti americani, specialmente i più giovani, non sanno distinguere tra una spiegazione e una difesa, giustificazione, o scusa per quello che viene considerato un colpevole, persona o partito. Se una spiegazione non è probante di ciò di cui sono convinti, o non lo è in un grado soddisfacente, viene interpretata come una scusa per ciò che è oggetto del loro disprezzo. In America ragione e oggettività, hanno fatto un passo indietro rispetto all’emotività.
Non sappiamo che significato abbiano le nomine eccetto, come ha scoperto Trump non appena si è confrontato con il compito di formare un governo, che non c’è scelta, se non tra gli affiliati. Nella maggior parte dei casi è così. I nuovi nominati sono poca cosa per gli affiliati, che sono soliti mangiarseli vivi. La squadra dei californiani di Ronald Reagan fu niente in confronto agli affiliati di George H.W.Bush . La parte di governo formata dagli uomini di Reagan ci mise un sacco di tempo a partorire i risultati che sperava.
Un altro limite all’abilità di un presidente a formare un governo è la conferma da parte del Senato alle nomine presidenziali. Dal momento che il Congresso è in mani repubblicane, ciò significa che esso rimane nelle mani di senatori con particolari interessi, che mirano a proteggere i loro piani da possibili nomine ostili. Di conseguenza, sebbene Trump non si scontri con una diretta opposizione del Congresso, deve comunque fronteggiare speciali interessi, quali i fondi della campagna elettorale. Continua a leggere
di Marco Milioni

«I rovesci che hanno colpito Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Le infiltrazioni e la colonizzazione delle mafie. Uno smottamento generalizzato sul piano ambientale, con l’affaire Pfas tanto per dirne una. La corruzione trasversale a partire dal caso Mose con tutto il firmamento che gli ruota attorno, sino a giungere ai continui casi di elusione ed evasione fiscale, per non parlare d’una più generale illegalità diffusa sono la cifra di una classe dirigente veneta che mi fa pensare con grande preoccupazione al 2016 che si chiude e al 2017 che comincia a breve». È questo uno dei passaggi chiave di una intervista allo scrittore Massimo Carlotto che ho realizzato per Vvox.it e che è stata pubblicata pochi minuti fa. Gli spunti forniti dall’autore padovano sono particolarmente interessanti per molti versi; ma soprattutto perché Carlotto con parole semplici ed efficaci mette in relazione alcune questioni cruciali per il Veneto e non solo per il Veneto: dalla perdita del peso della cultura come fattore centrale del dibattito pubblico fino alla necessità da parte della società di ridefinire in modo saggio «l’elenco delle priorità».
LEGGI L’INTERA INTERVISTA SU VVOX.IT
http://marcomilioni.blogspot.it/2016/12/la-crisi-veneta-la-parola-carlotto.html?m=1 Continua a leggere
La politica moderna, si sa, è piena di sorprese. Soprattutto ha ritmi veloci e non si può catalogare con degli schemi matematici. Tutti parlano di un “Renzi 2” con la maschera, ma è sufficiente come analisi? Due milioni di NO al referendum hanno permesso le dimissioni di Matteo e soprattutto hanno rallentato l’avanzata delle politiche di un governo lanciato su tutti i fronti peggiori, da quello etico a quello economico. E’ stato il primo grido di rabbia di un popolo, fatto con la matita, che ha, comunque ridimensionato equilibri e ambizioni. Sul fronte del centrodestra, Berlusconi ha più ragione di Salvini: volere davvero il voto subito significa ragionare con la pancia e consegnare l’Italia a un Renzi legittimato dalla volontà popolare o a un grillino, perché l’opposizione senza un successore di Silvio, giovane, credibile ed all’altezza, che ancora non è stato presentato, non è competitivo. Alternativa? Piazze colme, col rischio della rivolta.
«La cattiveria dei buoni è pericolosissima», diceva Giulio Andreotti, nume tutelare della prima repubblica di corso democristiano. E forse Matteo Renzi, a cavallo tra la seconda e la terza, dovrebbe stamparselo, questo tweet ante litteram del Divo Giulio, i cui aforismi sono le uniche parole attraverso cui si può raccontare questa crisi non crisi nata all’indomani di un referendum perso e un voto di fiducia incassato in Parlamento. Perché è tra le pieghe dei sorrisi, degli sguardi bonari e melliflui sotto gli occhiali squadrati modello pentapartito che si annidano le trame scudocrociate.Fiammelle accese sotto la bacinella in cui nuota la rana. Che prima ne apprezza il tepore e poi, senza accorgersene, un grado alla volta, finisce bollita.
Prendete ad esempio il governo Gentiloni, già ribattezzato governo fotocopia, o governo bis senza Renzi. Roba da imbarazzare il premier uscente per lo zelo con cui il neopremier e Mattarella hanno garantito continuità con il suo esecutivo. Eppure, a ben vedere, Renzi aveva chiesto una sola cosa: che Luca Lotti, il suo ufficiale di collegamento, stesse a Palazzo Chigi, nel bunker in cui l’ex premier faceva passare ogni dossier, e presidiasse nomine e servizi segreti. E in effetti Lotti è al governo, ma al neonato ministero dello sport, istituito apposta per lui, e comunque si occuperà delle nomine di Eni e Finmeccanica (mantendendo delega al Cipe), oltre che della rielezione di Tavecchio in Figc. I servizi segreti se li tiene Gentiloni: «I miei amici che facevano sport sono morti da tempo», avrebbe commentato Andreotti.
Invece nel governo fotocopia il cane da guardia di Renzi sarà Maria Elena Boschi, fedelissima del giglio magico. Quasi come Lotti. Capofila di quel plotone di ministre che pareva dovesse sparire in una nuvola di fumo per far spazio a Denis Verdini e al plotoncino dei ministri di Ala, la stampella del governo Renzi nelle sue ultime settimane di vita. E invece rimane fuori, il gran commis toscano, e con lui tutti gli altri esponenti di transfughi del centro destra e superstiti di Scelta Civica.
E mentre loro aspettano in anticamera e annunciano di sfilarsi dalla maggioranza di governo, nella foto di gruppo della Sala dei Galeoni entrano il dalemiano Marco Minniti, al posto di Angelino Alfano, (che va alla Farnesina) e Valeria Fedeli, ex sindacalista della Cgil, al posto di Stefania Giannini, colpevole di essere quella della Buona Scuola, evidentemente, una della riforme icona del governo Renzi, la prima a essere parzialmente disconosciuta. L’asse si sposta un po’ più a sinistra di un paio di gradi.
Il governo Gentiloni è già stato ribattezzato governo fotocopia, o governo bis senza Renzi. Eppure, a ben vedere, l’ex premier aveva chiesto una sola cosa: che Luca Lotti, il suo ufficiale di collegamento, stesse a Palazzo Chigi, nel bunker in cui l’ex premier faceva passare ogni dossier, e presidiasse nomine e servizi segreti. E in effetti Lotti è al governo, ma al neonato ministero dello sport, istituito apposta per lui, e si occuperà anche delle nomine di Eni e Finmeccanica, oltre che della rielezione di Tavecchio in Figc
Certo, la continuità è totale. Quasi totale. «Come si può vedere dalla sua composizione, il governo proseguirà nell’azione di innovazione del governo Renzi», sottolinea Gentiloni nel suo primo discorso da premier. E però, lo storytelling post 4 dicembre suona già un po’ diverso: «Vi sono sacche di disagio tra il ceto medio, soprattutto nel Mezzogiorno. Il lavoro sarà la vera priorità dei prossimi mesi», afferma. Quasi a dire che sinora di quel disagio non se n’è accorto nessuno? O che la priorità non sarà la legge elettorale, da licenziare prima possibile per poi andare al voto? Giammai. Però.
Quel che tutti danno per certo è che il governo Gentiloni non duri fino alla fine della legislatura: «È inconcepibile», scandisce il presidente del Pd Matteo Orfini e tutti o quasi la pensano come lui. Tra i palazzi del potere si comincia anche a sussurrare una data, quella del 4 giugno, giorno di ballottaggi per le prossime amministrative in cui si potrebbe accorpare anche il voto politico per il rinnovo delle Camere, alla faccia delle pensioni che maturano a settembre.
Finale scontato? Quasi, anche stavolta. In effetti, gli unici a non aver posto limiti alla legislatura, sinora, sono i due presidenti, Mattarella e Gentiloni. Consapevoli, probabilmente, delle difficoltà nel trovare un accordo sulla nuova legge elettorale tra le forze politiche. Ma anche della marea di dossier aperti da affrontare, primo fra tutti quello del Monte dei Paschi di Siena, buon ultima la prossima legge di bilancio di ottobre.
E intanto Renzi e convoca l’Assemblea Nazionale, e poi le primarie-congresso, e nel mezzo annuncia che girerà l’Italia, di nuovo, per provare a riconquistare i giovani, il Sud. Si scalda, o forse qualcuno sta scaldando l’acqua in cui nuota: «In politica i tempi del sole e della pioggia sono rapidamente cangianti», chioserebbe Andreotti-Belzebù. Anche quando le nuvole sembrano ferme. Quasi ferme.
Il neo-Ministro alla “disintegrazione familiare”
Segnalazione di Denis Pittolo
A proposito del gender a scuola, e in generale dell’insinuarsi dell’ideologia gender nel linguaggio e quindi in ogni ambito sociale, non solo nella scuola, è interessante l’analisi puntuale che fa Giovanni Lazzaretti, dell’ Osservatorio Internazionale Cardinale Van Tuan, del ddl Fedeli.
Una lettura da fare con calma, e meditare.
Vale la pena di analizzare il DDL Fedeli quando l’educazione di genere sembra ormai essersi infilata di straforo nel sistema scolastico, attraverso il voto di fiducia sulla cosiddetta “Buona Scuola”? Vale certamente la pena di analizzarlo.
Esaminiamolo dando innanzitutto il titolo esatto: “Introduzione dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università”.
Porta la firma di Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato; i firmatari sono in tutto 40: 35 senatori del PD, 1 dei “Conservatori, Riformisti Italiani”, 1 del PSI-Autonomie, 1 del gruppo Misto-SEL, 2 del gruppo Misto. Continua a leggere
A lato lo storico stellone che esce dall’ arena in Piazza Brà, davanti al Municipio
di Redazione
Arriva Santa Lucia! E si festeggia soprattutto in Sicilia (era di Siracusa) e a Verona:
I banchéti de Santa Lùssìa, fiera dalle radici antichissime, ancora oggi si tiene nei giorni precedenti il 13 dicembre, giorno dedicato al culto della santa siciliana, in Piazza Brà.
Nel XIII secolo, in città, in particolare tra i bimbi, era scoppiata una terribile ed incurabile epidemia di “male agli occhi”: la popolazione decise allora di chiedere la grazia a S. Lucia, con un pellegrinaggio alla chiesa di S. Agnese.
Con il freddo i bambini non avevano nessuna intenzione di partecipare al pellegrinaggio. Allora i genitori promisero loro che, se avessero ubbidito, la Santa avrebbe fatto trovare, al loro ritorno, nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, tanti doni.
Tutta la famiglia è coinvolta nei preparativi dell’arrivo della Santa. In ogni casa, soprattutto dove c’è un bambino, non devono mai mancare cibo e acqua per lei e il Gastaldo, fido collaboratore, e anche per l’asinello, che da sempre l’accompagnano nella sua missione notturna!
Ora la chiesa di Sant’Agnese non esiste più dalla prima metà del 1800, ma l’usanza del cosiddetto “piatto di leccornie” per grandi e piccini è un’usanza popolare sempre in voga e molto sentita. I Cattolici, prima di tutto pregano la Santa, fanno un piccolo pellegrinaggio in una chiesa del centro, visitano i banchetti e tornano a casa col piatto pieno.
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Preghiera composta da san Pio X: O Santa, che dalla luce hai nome, a Te piena di fiducia ricorriamo affinché ne impetri una luce sacra, che ci renda santi, per non camminare nelle vie del peccato e per non rimanere avvolti nelle tenebre dell’errore. Imploriamo altresì, per tua intercessione, il mantenimento della luce negli occhi con una grazia abbondante per usarli sempre secondo il divino beneplacito, senza alcun detrimento dell’anima.
Fa, o Santa Lucia, che dopo averti venerata e ringraziata, per il tuo efficace patrocinio, su questa terra, arriviamo finalmente a godere con Te in paradiso della luce eterna del divino Agnello, il tuo dolce sposo Gesù. Così sia.
E’ uscito il secondo libro nell’arco di un anno circa (l’altro è quello su Fatima di Arai Daniele) scritto da nostri collaboratori. Stavolta l’autore è Raimondo Gatto, con “Zingari”, che sarà presentato prossimamente, ovviamente a Verona. Presto i dettagli.
di Raimondo Gatto
Vi è una data che segnala l’inizio dell’espansione rivoluzionaria in Italia, ed è il 5 aprile 1794, quando l’esercito francese entrò nel territorio della Repubblica di Genova per aggredire il Regno di Sardegna passando il confine di Ventimiglia, territorio della Serenissima.
Gli eserciti dell’Assemblea nazionale avevano già occupato la Savoia e la Contea di Nizza, in omaggio al risibile pretesto dei “sacri confini stabiliti dalla natura”, e della “lingua comune”. Ci volle
molto tempo perché il “principio di nazionalità” entrasse nel bagaglio della rivoluzione; fu Napoleone III nel 1856, a consacrarlo alla vigilia dell’intervento a fianco del Piemonte, per giustificare la guerra contro l’Austria, distruggendo quello di legittimità.
Utilizzando questi motivi i rivoluzionari entrarono nella penisola italiana allo scopo di sconfiggere l’esercito piemontese che unitosi agli austriaci dopo la dichiarazione di Pilnitz tentò di erigere una diga per fermare gli aggressori; al Regno di Sardegna e all’Austria si uni la Prussia, che però si tirò fuori dalla mischia poco tempo dopo.
Il fratello di Robespierre, Agostino aveva tentato di fermare il Piemonte, chiedendo in cambio di Nizza Savoia e della Sardegna, mano libera sulla Lombardia e sugli ottantasette feudi imperiali del tortonese che dipendevano da Vienna. Vittorio Amedeo III rifiutò lo scambio e si accinse a consolidare la sua alleanza con l’Austria.
Per entrare in Piemonte bisognava passare per il territorio della Repubblica di Genova, poiché il piano prevedeva di transitare attraverso la valle del Tanaro e della Bormida, attaccando l’esercito austriaco che vigilava sulla Lombardia; chiave di volta era la fortezza sabauda di Saorgio, che una volta occupata non avrebbe trovato altra resistenza a guardia della pianura padana; nel giugno del 1793, i piemontesi riuscirono a bloccare i francesi sul colle dell’Authion e del Raus; un altro obiettivo dei francesi era di occupare il porto sabaudo di Oneglia, dove le navi del regno contrastavano
quelle dei rivoluzionari. Continua a leggere
Sagace e mai banale. Non serve essere d’accordo su tutto con lui. Noi non lo siamo, infatti, perché parte da presupposti atei, ma alcune sue riflessioni sono molto più interessanti e fanno pensare più di certi intellettuali cattolici, o presunti tali. (N.d.R.)
di Massimo Fini

Fonte: Massimo Fini
Intervista di Maurizio Caverzan
Dalle finestre della casa di Massimo Fini si ammirano le torri della zona ex Varesine di Milano. «Una bella vista», butto lì accorgendomi subito di aver fatto una gaffe: «Una vista che non mi fa stare tanto tranquillo», è la replica, «con questo grattacielo a banana che ha tutta l’aria di venirmi addosso…». L’antimodernismo di Fini è anche architettonico e urbanistico. E in effetti, vista da qui, l’eccentrica curva della Torre Diamante che si allarga dall’asse delle fondamenta può risultare un tantino incombente. Per recuperare esterno il mio compiacimento di trovarmi lì a intervistare lo scrittore che molti dei direttori per i quali ho lavorato avrebbero voluto tra le firme dei loro giornali. «È vero, Maurizio Belpietro, Vittorio Feltri e anche Mario Giordano mi hanno chiesto più volte di scrivere, ma ho sempre declinato (per la presunta incombenza dell’editore Silvio Berlusconi ndr). Forse a causa del fatto che sono più individualisti e liberi, i giornali di destra sono più attenti al mio lavoro. Fosse stato per L’Espresso e La Repubblica non sarei esistito. Non tanto per un fatto strettamente ideologico, quanto perché sono delle confraternite, enclavi impenetrabili».
A differenza del Fatto quotidiano per il quale scrivi?
«Al Fatto ho un rapporto più che ottimo con Marco Travaglio, il quale mantiene un atteggiamento di grande riguardo verso di me. Chissà quanti pezzi non condivide tra quelli che gli mando, ma li pubblica ugualmente da vero liberale montanelliano».
E tu condividi tutto del Fatto?
«Travaglio ha gettato tutto il giornale a corpo morto sulla linea del No, mentre io non vado a votare. Ho anche perso la scheda elettorale».
Ma sull’argomento hai scritto. Continua a leggere

di Maurizio Blondet

“Brutale machtkampf in den Usa”, brutale lotta di potere in Usa: così il Deutsche Wirtschaft Nachrichten titola l’attacco della Cia a Donald Trump, il presidente non ancora insediato. Il Washington Post – punta di lancia di questa lotta senza esclusione di colpi – ha ‘rivelato’ che secondo un rapporto Cia, persone legate a Mosca hanno fornito a Wikileaks le email piratate dalla posta elettronica di John Podesta, direttore della campagna elettorale di Hillary, che hanno mostrato i più loschi retroscena del potere della candidata, del marito, della Clinton Foundation riempita mazzette di donatori (Arabia Saudita, Katar…) mentre la signora ricopriva la carica di segretaria di Stato; dei legami di Huma Abedin con i Fratelli Musulmani; degli strani rapporti con la “artista” satanica Abramovic, da cui ha origine il sospetto di certi sottofondi pedofili. Tutto ciò avrebbe provocato la sconfitta della Clinton.
A leggere l’articolo del WaPo, invero, non vi si trova alcun dato di fatto che dia corpo alle accuse: anzi anonimi esponenti della Cia ammettono che non dispongono di alcuna prova che dimostri che il Cremlino abbia trasmesso o ordinato ad intermediari di spifferare le email a Wikileaks. Tuttavia, il fatto stesso che tutti i “grandi” media occidentali abbiano ripreso e strillato questa chiara infondata menzogna (la Botteri si è naturalmente distinta nella bisogna) mostra che la lotta dell’Establishment contro Trump è entrata in una fase nuova, appunto brutale e letale.
Chi ha passato le e-mail compromettenti a Wikileaks? Se i nostri quattro lettori sono stati attenti, lo sanno già: glielo ha detto in vari video Steve Pieczenik, l’uomo di antiche “operazioni” del Dipartimento di Stato. Egli ha dichiarato che sono stati ambienti dell’intelligence a fornire ad Assange le mail, allo scopo di impedire un “golpe” dei Clinton, e perché disgustati del potere del denaro saudita nella politica estera Usa. Pieczenik ha anche ventilato punizioni sulla cosca pedofila; ha anche elogiato Assange come un eroe che si è prestato al contro-colpo con sacrificio personale. Continua a leggere
Segnalazione di L.M.
Secondo il professore di Harvard, Oliver Hart, l’Unione europea ha eccessivamente centralizzato i poteri: “Se non cambia potrebbe fallire”
Bruxelles – L’euro è stato “un errore” e per sopravvivere l’Unione europea deve restituire potere agli Stati oppure rischia il fallimento. È il parere netto di Oliver Hart, professore di Harvard e vincitore, insieme a Bengt Holmström, del premio Nobel per l’Economia nel 2016. Intervistato dall’agenzia spagnola Efe, Hart non ha nascosto le critiche nei confronti della direzione assunta dal progetto europeo e in particolare della moneta unica: “L’euro è stato un errore”, si è detto convinto Hart, che ha riferito di avere questa opinione fin da quando si è cominciato a parlare di moneta unica. Per questo “non sarei affatto triste se in futuro l’Europa si liberasse dell’euro”, ha continuato il premio Nobel, secondo cui “i britannici furono molto furbi a restare fuori” dalla valuta comune. La sparizione dell’euro, secondo Hart, significherebbe che ai governi ritornerebbe “qualche autorità” in materia di politica monetaria.
La critica principale che Hart muove all’Unione è in effetti una eccessiva concentrazione di poteri. “Credo che la parola chiave sia decentralizzazione”, è convinto il premio Nobel, secondo cui “forse l’Ue è andata troppo oltre nel centralizzare il potere”. In Europa, ha sottolineato lo studioso, “abbiamo visto una preoccupazione sui diritti di decisione che sono strati trasferiti dai Paesi verso il centro, a Bruxelles, e credo che la forma da seguire adesso sia devolvere questa capacità di decisione ai singoli Paesi”. Se questo sarà fatto “l’Unione europea può sopravvivere e prosperare, ma in caso contrario, potrebbe fallire”, è stata la previsione di Hart, che considera gli stati Ue “non sufficientemente omogenei” per essere “una sola unità” che è quindi “un vero errore tentare di crearla”.
Fonte: http://www.eunews.it/2016/12/09/premio-nobel-per-leconomia-2016-leuro-e-stato-un-errore/73938 Continua a leggere
Ecco l’esempio dell’idolo dei conservatori conciliari che amano chiamarsi tradizionalisti, delle “vedove ratzingeriane” e parrocchianume vario… (N.d.R.)
Segnalazione del Centro Studi Federici
La Santa Messa tridentina “non una cum” della III Domenica di Avvento è stata celebrata anche alle 18.00 ad Abano Terme (VI)
A cura dell‘ Oratorio Sant’Ambrogio di Milano
L’Omelia tenuta da don Ugolino Giugni domenica 11 Dicembre 2016 – terza domenica d’Avvento – è disponibile per l’ascolto ->
Fonte: https://oratoriosantambrogiomilano.wordpress.com/2016/12/11/omelia-della-iii-domenica-davvento/ Continua a leggere
Dio sia lodato!
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Segnaliamo l’ultimo necessario studio pubblicato solo sul sito: Breve ricerca sulla laicità e sulla separazione fra Chiesa e Stato.
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