Post-uomini o post-umani?

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di Aleksandr Dugin

Quando un uomo smette di essere un uomo, non diventa una donna. Quando un uomo smette di essere un uomo, non diventa una bestia.

Qui la questione è assai complicata. Chi tradisce il proprio sesso cade al di sotto della linea critica, il confine che delimita entrambi i sessi.

Il post-maschio tradisce entrambi i sessi contemporaneamente. Abbiamo a che fare con un mostro, un degenerato pericoloso e imprevedibile, che non è affatto una “donna”, anche solo pensarlo è un insulto.

Con una donna, però, è un po’ diverso. La vera struttura del suo sesso è particolare e poco compresa, e concetti come lealtà/tradimento (che descrivono abbastanza chiaramente l’atteggiamento maschile) non si applicano direttamente a lei. Esiste (dovrebbe esistere) un linguaggio speciale per descrivere le donne e la loro logica, un linguaggio segreto, o non ancora scoperto. Non esistono post-donne. Sono state inventate dai post-uomini, e non ci sono femministe, ci sono vittime di un esperimento pericoloso e cinico. Vengono semplicemente compatite, come il corvo zoppo.

Ci sono i post-uomini e la colpa di ciò che fanno e di ciò che diventano è loro. Tutto intorno a loro inizia a marcire, a decadere, a scivolare nella dissoluzione. Quando sono pochi, possono ancora avere un posto nella cultura: nella marginalità esotica, nell’eccentricità, nella stravaganza, ma non appena la post-mascolinità diventa una tendenza seria, si trasforma in un virus mortale altamente contagioso. Se gli viene dato libero sfogo, distruggeranno tutto ciò che li circonda.

Qualcosa di simile accade a chi perde la propria immagine umana. Qui è ancora più evidente. Tali persone non si trasformano in bestie: le bestie, anche se predatrici o repellenti, sono organiche, armoniose e non fanno mai nulla che non sia giustificato e predestinato dalla loro natura. In questo sono belle, anche quando sono estremamente pericolose o fastidiose. Lo riconosciamo rispettando gli animali, sia domestici che selvatici. I post-umani, invece, sono molto diversi. tagliano i ponti con il nostro archetipo, ma non stipulano un contratto ontologico con le bestie. L’uomo non può diventare una bestia, ciò è al di là dei suoi poteri e soprattutto non ha e non può avere l’innocenza insita in ogni bestia. Ecco perché gli esseri post-umani sono anche mostri, pervertiti e degenerati. Nell’antichità venivano chiamati “chimere” o “sheddim”. Esiste una versione secondo la quale sono gli antenati delle scimmie, ma le scimmie sono armoniose, organiche e affascinanti. Credo che questa versione sia falsa. Non offendiamo le scimmie.

I post-umani minano l’essere umano proprio come i post-uomini tradiscono il sesso – il sesso in quanto tale. I post-umani, cedendo agli umani, stanno facendo danni irreparabili anche alla natura delle bestie.

Gli ambientalisti (principalmente ecologisti profondi nello spirito dello steampunk o del cyber-femminismo, Cthulhuzen di Donna Harraway) sono un tipo di post-umano. Non potendo essere umani, cercano di diventare topi o taccole, ma così facendo insultano roditori e uccelli. Gli ambientalisti sono nemici degli animali e nascondono il volto di maniaci sovvertiti sotto le vesti di protettori degli animali.

I liberali di oggi sono composti principalmente da post-uomini e post-uomini. Il liberalismo è una sorta di post-ideologia in cui il pensiero, l’idea e la moralità sono tutti scesi al di sotto della linea critica, ecco perché i liberali moderni danno tanta importanza alla politica di genere e all’ecologia profonda. Stanno trascinando l’umanità nell’oceano della degenerazione a tutto gas. Se hanno bisogno di una guerra nucleare per creare mostri di rifiuti di cellophane, alghe e circuiti di computer, prima o poi la faranno. Quello che c’è nella mente di un sodomita o di un ambientalista digitale va oltre i criteri di normalità. Da qui le mutazioni imposte dalle élite globali attraverso l’infosfera, i comici, la virtualità, i social media, le droghe, il moderno stile di vita urbano (l’urbanesimo è uno dei più importanti strumenti di degenerazione forzata di massa).

Considerate questo: in Georgia, un governo moderato ha proposto una legge sugli agenti stranieri, proprio come negli Stati Uniti. Gli agenti stranieri si sono immediatamente ribellati perché temevano di non essere gli unici a decidere chi è un agente e chi no. Lo stesso vale per i post-uomini e i post-uomini: avendo preso il potere, sono loro stessi a imporre i criteri di ciò che è la norma, di ciò che è woke e di ciò che non lo è, e di ciò che dovrebbe essere abolito (cancellare). Oggi, ciò che ieri era la norma in materia di genere in molti Paesi europei, è già un reato, domani la violazione dei diritti di un computer o di una formica spettatrice potrebbe essere motivo di vera e propria detenzione, e le grida più forti sui diritti umani provengono da coloro che odiano gli esseri umani. Allo stesso modo, il femminismo è solo una versione aggressiva ed estremista della misoginia radicale. La situazione è complicata dal fatto che la prossima svolta della storia richiede una vera e propria apologia dell’uomo (del genere in generale) e dell’essere umano in quanto tale, per rimanere almeno dove siamo.

Oggi, tuttavia, questo è esattamente ciò che è categoricamente vietato dalle élite, anche nella nostra società, tanto che i post-uomini e i post-umani vi si sono radicati e contrariamente ai “valori tradizionali” sanciti dal Decreto n. 809, i liberali dominano ancora in Russia come legislatori del paradigma dominante, l’episteme. Di fatto, l’élite russa sta sabotando direttamente le decisioni del Presidente in merito al ritorno alla normalità e senza questa inversione di tendenza, non ci potranno essere scuse vere e proprie.

Questo è ciò che stiamo affrontando in questo momento. Siamo in guerra con una civiltà liberale e globalista, ma rimaniamo quasi interamente sotto il suo controllo ideologico. La guerra è al suo secondo anno e c’è un sabotaggio totale, contrariamente a quanto il Presidente ha detto e fatto. Questo è il problema. Forse non si tratta di come vincere, ma di come iniziare una vera guerra.

La guerra è un affare di uomini. La guerra è un affare degli uomini. Prima di tutto, entrambi devono essere giustificati e mettere l’altro al suo posto.

Cercate l’uomo! Cercare l’uomo, questo è ciò che dobbiamo assolutamente fare.

Ma sentite come suona inquietante?! Abbiamo già inserii in noi dei programmi mentali che non ci permettono nemmeno di pensare in questa direzione e stanno funzionando. Siamo attivamente e intensamente demascolinizzati e disumanizzati e chi resiste viene relegato ai margini, agli oscurantisti, bollato con le etichette più disgustose e poi ucciso.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Per la lettura dell’articolo: https://www.geopolitika.ru/it/article/post-uomini-o-post-umani

 

La Russia, tra provocazioni ed etica

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di Matteo Castagna

IL PRESIDENTE RUSSO È RICERCATO IN 123 PAESI DEL MONDO, MA NON NEGLI STATI UNITI ED IN UCRAINA!

La Corte Penale internazionale ha emesso un mandato di arresto contro Putin per la deportazione dei bambini ucraini. La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha dichiarato: “La Russia non è parte dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale e non ha alcun obbligo ai sensi di esso. La Russia non collabora con questo organismo e le possibili ‘ricette’ per l’arresto provenienti dalla Corte internazionale di giustizia saranno legalmente nulle per noi”.

Il Presidente russo è ricercato in 123 Paesi del mondo, ma non negli Stati Uniti ed in Ucraina. L’atto farebbe già ridere così, ma giunge al grottesco con la dichiarazione del magistrato italiano Cuno Tarfusser, già procuratore di Bolzano, sostituto procuratore generale a Milano e, soprattutto per undici anni, dal marzo 2009, alla Corte penale internazionale, della quale è stato anche vice presidente: “Putin non sarà mai formalmente processato”.

Sul piano politico, è facile dedurre che una simile farsa sia solamente l’ennesima provocazione nei confronti del leader russo, che si riverbera in Occidente come una barzelletta. Poiché il sistema mediatico leccapiedi degli americani non racconta la verità, c’è, chi, conoscendola, non teme di dirla. E’ il caso del senatore USA Roger Marshall, che ha affermato pubblicamente: “Non sono Iran, Russia, Cina o Corea del Nord a rappresentare una minaccia per l’America, ma il debito di 31 trilioni di dollari del governo USA”.

Proprio per questo il sistema americano cerca una guerra, e poiché Putin lo sa, non gli fa questo favore. Osserva con acume Doug Bandow sulla rivista Limes: “Assuefatti al soccorso americano via NATO, gli europei condannano Mosca con forti riserve e scarse risorse. L’escalation è disastrosa anche per gli USA. Le ipocrisie occidentali. Kiev dovrebbe scegliere: continuare la guerra senza di noi o finirla, presto, con il nostro aiuto”.

Il filosofo Aleksandr Dugin ha parlato di cosa esattamente gli Stati Uniti e l’Europa stiano sbagliando nel costruire le relazioni con il resto del mondo. L’Occidente sta commettendo due errori fondamentali, persino logici. In primo luogo, dice che noi [l’Occidente] siamo la civiltà e voi [la Russia] non siete la civiltà. In altre parole, Washington e Bruxelles si arrogano il diritto di definire gli altri Stati e le altre nazioni e nel frattempo sono sicuri di essere l’unica civiltà del pianeta. Il secondo errore è che le autorità americane ed europee, le élite globaliste, cercano di sostituire esclusivamente a se stesse un concetto così vasto come quello di “Occidente”.

La moderna civiltà occidentale liberale e globalista non è la stessa cosa della civiltà occidentale in senso lato. Il secondo concetto implica qualcosa di completamente diverso: negando i valori tradizionali, tuttavia, i globalisti sferrano un colpo sia a noi che all’Occidente. Noi russofili siamo sostenitori del vero Occidente, non vogliamo affrontare la russofobia che ci viene riversata addosso con l’odio per l’Occidente, amiamo la cultura occidentale, lo sappiamo, ma ciò che viene imposto oggi dalla moderna élite liberale non ha alcuna relazione con i profondi valori occidentali, greco-romani, cristiani medievali, così come con la filosofia e la cultura in generale”, ha concluso l’interlocutore.

Questa affermazione è talmente vera e sotto gli occhi di tutti che fa venire alla mente la forte affermazione della Lettera di S. Paolo agli Efesini (6:11-12): “Rivestite l’intera armatura di Dio, affinché possiate resistere alle astuzie del diavolo, perché la nostra lotta non è contro gli esseri umani, ma contro i poteri e le autorità, contro i governanti di questo mondo oscuro…”.

Un aneddoto adeguato riguarda la risposta che diede il grande matematico arabo Al-Khawarizmi sul valore dell’essere umano. “Se ha Etica [ovvero la dottrina dei costumi, il diritto naturale e quello divino, n.d.r.], allora in suo valore è 1. Se in più è intelligente, aggiungete uno zero e il suo valore sarà 10. Se è ricco aggiungete un altro zero e il suo valore sarà 100. Se, oltre a tutto ciò, è una bella persona, aggiungete un altro zero e il suo valore sarà 1000. Però se perde l’uno che corrisponde all’Etica, perderà tutto il suo valore perché gli rimarranno solo gli zeri. Poiché la saggezza è, anch’essa multipolare, il matematico arabo conclude il suo ragionamento con queste parole: “E’ molto semplice: senza valori Etici né principi solidi non rimane nulla. Solamente delinquenti, corrotti e cattive persone”.

Per la lettura dell’articolo: https://www.informazionecattolica.it/2023/03/20/la-russia-tra-provocazioni-ed-etica/ 

 

Il mondo questa settimana

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dettaglio_putin_potere_820Dettaglio di una carta di Laura Canali. Per la versione integrale clicca qui

Il riassunto geopolitico degli ultimi 7 giorni: il mandato di cattura contro Putin, la risposta della Cina al patto Aukus, il piano Ue per la decarbonizzazione e le materie prime, la riforma delle pensioni in Francia, il nuovo accordo tra Argentina e Fmi, le elezioni in Nigeria…

MANDATO DI CATTURA PER PUTIN [di Mirko Mussetti]

La Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aia ha emesso un mandato d’arresto per il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin e il suo commissario per i diritti dei bambini Marija L’vova-Belova per deportazione illegale di minori ucraini. Secondo i giudici istruttori, vi sono «ragionevoli motivi per ritenere che i sospettati siano responsabili del crimine di guerra di deportazione illegale di popolazione dalle aree occupate dell’Ucraina alla Federazione Russa, a danno dei fanciulli ucraini». Si stima che i bambini ucraini deportati dall’inizio dell’invasione russa siano circa 6 mila. I giudici hanno preso in considerazione l’emissione di un mandato segreto, ma infine hanno optato per il mandato pubblico per «contribuire a prevenire l’ulteriore commissione di reati».

Il mandato di cattura spiccato contro Putin avviene a pochi giorni dalla pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite che non classifica le azioni belliche della Russia come “genocidio”. La commissione indipendente dell’Onu conferma però la commissione di reati da parte delle forze di occupazione e definisce il trasferimento illegale di bambini al di fuori dell’Ucraina come “crimine di guerra”.

Mosca ha immediatamente bollato come insignificante la decisione della Corte. Infatti, al pari degli Stati Uniti (e della stessa Ucraina), la Russia non riconosce la giurisdizione della Cpi, non avendo mai ratificato lo statuto di Roma del 1998. Per questo genere di questioni, Mosca ritiene preminente la Corte internazionale di giustizia (Cig), che è organismo delle Nazioni Unite con sede anch’esso all’Aia (Paesi Bassi). L’atto ha valore simbolico ma è poco significativo in concreto. Tanto per cominciare, il presidente Putin dovrebbe essere catturato. Cosa piuttosto improbabile vista la sua riluttanza a uscire dai confini della Federazione. Inoltre anche in Russia è radicata la convinzione che a stabilire ciò che è crimine di guerra non sia un giudice terzo, bensì il vincitore. Ecco perché il Cremlino non se ne cura: la storia è scritta dai vincitori e la Russia confida nella vittoria definitiva in Ucraina. Le autorità ucraine hanno comunque salutato con favore la decisione della Cpi, che oltre a complicare i viaggi all’estero di Putin conferma la rottura diplomatica/istituzionale tra Occidente e Russkij Mir (mondo russo).

Non deve stupire il basso profilo adottato dagli Stati Uniti sulla questione. Il dipartimento della Difesa si è mostrato riluttante a condividere le prove di possibili crimini di guerra russi con la Cpi e il presidente Joe Biden non ha agito per risolvere le controversie che contrappongono il Pentagono ad altre agenzie, dipartimento di Stato in primis. Washington vuole infatti evitare di contribuire a creare un precedente. Un domani la stessa America potrebbe essere chiamata a rispondere dei crimini commessi nelle guerre condotte negli ultimi trent’anni.


🎨 Carta inedita della settimana: La rotta del grano


LA CINA CONTRO AUKUS [di Giorgio Cuscito]

L’aspra replica del ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese all’ufficializzazione dei dettagli dell’accordo tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia sui sottomarini a propulsione nucleare (il patto Aukus) conferma l’apprensione di Pechino circa il consolidamento della tattica di contenimento americano nell’Indo-Pacifico.

Contenimento che il governo di Xi Jinping vorrebbe scardinare tramite il presidio dei Mari Cinesi, il controllo di Taiwan (se necessario da conseguire manu militari), la penetrazione in Oceania con investimenti infrastrutturali nell’ambito delle nuove vie della seta e accordi securitari come quello concluso con le Isole Salomone.

Aukus mina questo progetto perché contribuisce alla proiezione militare dell’Australia in direzione della Repubblica Popolare (poco conta il fatto che i cinesi abbiano rimosso le restrizioni alle importazioni di carbone australiano) e getta le basi per nuove collaborazioni tra Canberra, Washington e Londra. Basti pensare al possibile sviluppo congiunto di missili ipersonici, vettore che Pechino sta testando da alcuni anni. Oppure alle molteplici iniziative militari e accademiche promosse da Usa, Australia, Giappone e India per allacciare il Dialogo quadrilaterale di sicurezza (Quad) alla Nato e favorire la collaborazione tecnologica tra rivali della Repubblica Popolare.

Il consolidamento del fronte anticinese in tale ambito – che coinvolge pure Taiwan – è una delle ragioni che nel 2023 spingerà Pechino a intensificare gli sforzi per perseguire la cosiddetta “autosufficienza” nel campo dei semiconduttori, cruciali a loro volta per il potenziamento del proprio arsenale militare. Non a caso i due obiettivi sono stati messi per iscritto durante le riunioni plenarie del Congresso nazionale del popolo e della Conferenza politica consultiva del popolo cinese. Cioè le “due sessioni” che hanno confermato Xi Jinping capo di Stato per la terza volta.


IL PIANO UE PER LA DECARBONIZZAZIONE [di Fabrizio Maronta] Net Zero Industry Act. Questo il nome del piano, presentato giovedì dalla Commissione europea, per incentivare e rafforzare le industrie europee a impatto carbonico neutro (cioè compensato, oltre che ridotto in partenza). Il piano, afferma Bruxelles, mira a “rendere il nostro sistema energetico più sicuro e sostenibile”, facendo sì che “le tecnologie a impatto carbonico neutro raggiungano almeno il 40% della capacità manifatturiera europea entro il 2030”. Ciò senza compromettere, anzi incentivando, “competitività, impieghi di qualità, indipendenza energetica”.
Il pregio del piano, o almeno delle sue intenzioni, è mettere da subito in chiaro il nesso ormai inscindibile tra problematica ambientale e suoi risvolti sociali e geopolitici. Sull’onda di Covid-19, guerra in Ucraina e scontro tecnologico Usa-Cina, perseguire la transizione energetica senza tener conto del contesto strategico e dei costi socioeconomici implica gettare alle ortiche la tanto decantata “sostenibilità”, relegando la decarbonizzazione al novero delle occasioni mancate.
Un assaggio del problema, meglio dei suoi possibili esiti si è avuto recentemente con l’iniziativa tedesco-italiana volta a ritardare la messa al bando dei motori endotermici, per comprare tempo a un’industria dell’auto che deve ripensare completamente filiere e tecnologie.
Due i nodi principali del piano europeo. Primo: i soldi. La Commissione europea stima in 400 miliardi di euro all’anno i costi per raggiungere i propri obbiettivi di decarbonizzazione entro il 2050. Ma tutto questo denaro nel piano non c’è, anche perché l’Ue manca di capacità fiscale propria. E in molti dubitano che i capitali privati possano mobilitare un simile volume d’investimenti per un periodo così ampio.
Il paragone immediato è con l’America, che gioca la sua partita di reindustrializzazione/decarbonizzazione a suon di incentivi pubblici: il Chips and Science Act stanzia 280 miliardi di dollari per promuovere ricerca e produzione interne dei semiconduttori; l’Inflation Reduction Act ne destina 369 all’energia pulita; il precedente Build Back Better mette sul piatto mille miliardi per rinnovare le infrastrutture nazionali. Non abbastanza, ma molto più di noi.
Il secondo problema sono le materie prime. La recente scoperta, nell’Artico svedese, di un grande deposito di terre rare da parte della società mineraria Lkab ha fatto il giro del mondo. Ma ci vorranno anni e – di nuovo – investimenti enormi per approssimare un’autosufficienza europea in questo settore critico per le tecnologie elettriche e informatiche. L’estrazione è solo il primo passo di una filiera (raffinazione, riciclo) su cui l’Europa è molto indietro. Al pari dell’America, certo, ma senza gli spazi fisici di questa dove ospitare siti vasti, altamente energivori ed ecologicamente impattanti.
Cruciale sarà poi capire quanto questo sforzo economico sia compatibile con l’aiuto alla ricostruzione ucraina, che sia annuncia tremendamente oneroso. Non stupirebbe se i paesi europei giungessero alla conclusione che i due compiti si elidono a vicenda, optando per concentrarsi (quasi) esclusivamente sul primo. Con quali conseguenze sulla stabilità ucraina e sulla relazione transatlantica, sarebbe tutto da vedere.

Carta di Laura Canali - 2022

Carta di Laura Canali – 2022


IL 49.3 CHE HA FATTO TRABOCCARE IL VASO [di Agnese Rossi]

In Francia, il ricorso all’articolo 49.3 della costituzione ha permesso a Emmanuel Macron di far passare l’impopolare disegno di legge sulla riforma del sistema pensionistico senza discussione parlamentare. Il presidente, che non dispone di una maggioranza assoluta in Assemblea nazionale (la camera bassa del parlamento), ha preferito non esporre il progetto al voto, dunque al rischio di una bocciatura. I deputati hanno accolto l’annuncio della premier Élisabeth Borne fischiando e intonando la Marsigliese. Le forze di opposizione hanno quindi depositato venerdì una mozione di sfiducia transpartisan sottoscritta da 91 deputati di cinque gruppi politici che potrebbe portare allo scioglimento del governo (verrà esaminata lunedì). Nel pomeriggio di giovedì e nella notte seguente si sono registrati violenti focolai di protesta in diverse città della Francia, a partire da quello nella capitale in Place de la Concorde, la stessa che ha ospitato la ghigliottina nella stagione rivoluzionaria aperta dal 1789 e che ieri è stata teatro di aspri scontri tra le forze di polizia e migliaia di manifestanti.

La partecipazione popolare ampia e trasversale di ieri e delle precedenti giornate di mobilitazione rivela in primo luogo il valore simbolico e identitario che lega i cittadini della République al proprio sistema di protezione sociale, che fissa l’età pensionabile a 62 anni – una delle più basse in Europa – contro i 64 previsti dalla riforma. Ma anche una diffusa disponibilità alla violenza al fine di preservarlo nella forma attuale. Il sistema pensionistico dell’Esagono, cui viene tributato il 14,5% del pil, è in effetti uno dei più dispendiosi: il suo impianto generale risale al secondo dopoguerra, quando solo un terzo della popolazione viveva fino all’età della pensione. Le aspettative di vita sono negli anni gradualmente aumentate, ragion per cui tutti i presidenti da Mitterand in poi l’hanno riformato. Neanche il ricorso all’articolo 49.3 è di per sé inedito: si calcola che sia stato impiegato 100 volte nella storia della Quinta repubblica, l’ultima in ottobre per far passare la legge di bilancio. Inusitata è stata in proporzione la rabbia sociale manifestata dai cittadini francesi, alimentata dal rifiuto di Macron di confrontarsi con i sindacati. L’impopolarità del piano si comprende meglio alla luce del preesistente scontento nei confronti dell’inquilino dell’Eliseo, che ha fatto della riforma una missione personale.

Il secondo mandato è infatti per il presidente francese l’ultima occasione per consolidare la propria eredità politica. In questa chiave va letta non solo la riforma delle pensioni ma anche la parallela e altrettanto contestata riforma della diplomazia, su cui proprio ieri – nel mezzo del tumulto – Macron è tornato a insistere e che lo scorso giugno ha portato al raro spettacolo di uno sciopero al Quai d’Orsay (il ministero degli Esteri transalpino). Se Macron verrà ricordato come un abile riformatore o come un Giove distante e sordo alle esigenze reali del paese dipende anche dalle evoluzioni di questa vicenda. Che sembra comunque aver compromesso parte della sua legittimazione politica e popolare, aprendo allo spettro di una nuova ondata di malcontento.


L’ARGENTINA TRA FMI ED ECUADOR [di Federico Larsen]

Il Fondo monetario internazionale (Fmi) e l’Argentina hanno raggiunto un nuovo accordo di revisione degli obiettivi pattuiti nel 2022 per il piano sul debito da 45 miliardi di dollari contratto da Buenos Aires nel 2018. Si tratta dell’aiuto più consistente mai elargito nella storia del Fmi, criticato dallo stesso staff tecnico del Fondo in un documento di revisione nel dicembre 2021: secondo quel rapporto, il supporto elargito è evidentemente troppo oneroso per essere restituito nei tempi pattuiti e buona parte dei fondi sono stati usati per sostenere artificiosamente il tipo di cambio col dollaro, invece di puntellare la debole economia argentina. Un mea culpa che spiega in parte certa flessibilità mostrata dall’organismo durante le negoziazioni con Buenos Aires e la disposizione a rivedere gli obiettivi stabiliti due anni fa, tenuto conto dei drastici cambiamenti del panorama economico mondiale e locale.
Ritoccati gli obiettivi sull’accumulo delle riserve dai 9,8 miliardi di dollari previsti originalmente per il 2024 a solamente 2 miliardi, l’Fmi rilascerà un nuovo pacchetto da 5,3 miliardi per coprire una tranche del debito del fallito piano di salvataggio dell’allora presidente Mauricio Macri, ma in cambio di nuovi tagli ai sussidi sull’energia e del raggiungimento della meta fiscale già accordata, che prevede di non sforare il 1,9% di deficit per quest’anno. Un traguardo che la maggior parte degli esperti in Argentina considera irraggiungibile. Solo nei mesi di gennaio e febbraio la siccità ha causato riduzioni nelle esportazioni agricole che significheranno una perdita di 15 miliardi di dollari per il fisco, mentre l’inflazione su base annua ha ormai superato il 100%, obbligando il governo a rivedere anche gli accordi salariali con i dipendenti pubblici e quindi ad aumentare le spese più del previsto.
Debito, inflazione e crisi sociale stanno facendo sfumare le già poche speranze di rielezione per l’attuale coalizione di governo e si moltiplicano le voci che propongono la dichiarazione di un nuovo default (bancarotta). Tra le soluzioni al drastico tracollo argentino si torna a parlare di Brics+: se hanno mantenuto gli scambi commerciali con la Russia nel pieno delle sanzioni per la guerra in Ucraina, perché non sostenerli con un’Argentina in bancarotta e tagliata fuori dal sistema di Bretton Woods?
Nemmeno le relazioni diplomatiche sembrano attraversare un momento del tutto positivo. Mercoledì il governo dell’Ecuador ha annunciato l’espulsione dell’ambasciatore argentino dopo che si è scoperto che l’ex ministra dei Trasporti – María de los Ángeles Duarte, condannata in patria a otto anni di prigione per corruzione e rifugiatasi nell’ambasciata argentina a Quito – era riuscita a raggiungere Caracas, dove ha chiesto lo status di rifugiata alla locale sede diplomatica argentina. Il governo di Guillermo Lasso accusa Buenos Aires di aver permesso la fuga di Duarte, che aggirando tutti i controlli delle autorità ecuadoriane ha messo in ridicolo l’esecutivo. Il presidente dell’Ecuador ripropone la vecchia dicotomia tra liberali e populisti in America Latina per alleviare le proprie responsabilità: così il suo omologo argentino Alberto Fernandez sarebbe complice dell’ex presidente della sinistra ecuadoriana Rafael Correa nel garantire l’impunità a Duarte d’accordo con il presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Un intreccio degno forse del passato protagonismo continentale dell’Argentina, che oggi sembra davvero molto lontano.


ELEZIONI IN NIGERIA [di Luciano Pollichieni]

Entrambi i partiti sconfitti alle elezioni presidenziali in Nigeria hanno annunciato di voler fare ricorso contro i risultati delle votazioni che hanno sancito la vittoria di Bola Tinubu.
Lo svolgimento delle elezioni in Nigeria non è stato lineare. Del resto, come avrebbe potuto essere altrimenti? Con le regioni del nord-est oggetto delle scorribande di gruppi criminali, quelle nordoccidentali colpite dall’insurrezione dello Stato Islamico e violenze politiche diffuse, nessuno può biasimare la commissione elettorale indipendente (Inec) per non aver mantenuto gli standard garantiti. In secondo luogo, paradossalmente i ricorsi annunciati da Atiku Abubakar (candidato del People’s Democratic Party che ha raccolto il 29% dei voti) e da Peter Obi (Labour Party, 25,40% dei voti) non sono altro che il proseguimento per via giudiziaria di quella frammentazione geopolitica e identitaria che il processo elettorale ha semplicemente messo in luce.
Salvo colpi di scena, sempre dietro l’angolo nella politica nigeriana, sembra difficile che la Corte suprema possa ribaltare il risultato delle urne per almeno due motivi: primo, le obiezioni da parte degli sconfitti sono poco chiare, contraddittorie o molto generiche, come nel caso di Obi che ha denunciato un complotto ordito contro il suo partito senza spiegare da chi; secondo, l’imminenza delle prossime elezioni regionali. La Nigeria è chiamata sabato 18 marzo a eleggere 28 dei 36 governatori federali, incluso quello dello Stato di Lagos – feudo del presidente eletto Tinubu – e una pronuncia contro il risultato elettorale potrebbe generare una pericolosa reazione a catena di ricorsi anche nell’ambito delle regionali che getterebbero il paese nello stallo istituzionale, polarizzando ulteriormente l’elettorato.
Tra le numerose crisi interne e la richiesta ad Abuja da parte dei partners regionali e globali di un ruolo più proattivo nella geopolitica continentale e dell’Africa Occidentale, l’idea di un paese paralizzato per un mese in vista della pronuncia della Corte suprema non appare incoraggiante. Le elezioni vanno avanti, ma della nuova classe dirigente non c’è ancora traccia.

Carta di Laura Canali - 2017

Carta di Laura Canali – 2017


ALTRE NOTIZIE DELLA SETTIMANA

Fonte: https://www.limesonline.com/notizie-mondo-questa-settimana-guerra-ucraina-russia-putin-cpi-ue-terre-rare-francia-cina-aukus-argentina-fmi-nigeria/131529

 

Sondaggi, la sorpresa su Schlein (e il dato che va visto davvero) e le uscite di Zaia…

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La rilevazione nei sondaggi Ipsos: cresce il Pd della Schlein, cala il centrodestra di Meloni. Ma c’è un grosso “però” da considerare

sondaggi vanno sempre presi con beneficio di inventario, soprattutto quando sono così lontani da una tornata elettorale. E poi casa sondaggistica che vai, risultato che trovi: variazioni percentuali, saliscendi, gradimenti che si muovono anche in base ai temi del momento. Eppure l’ultima rilevazione realizzata da Ipsos per il Corriere della Sera qualche indicazione la dà.  La prima l’avevamo esternata anche nella Zuppa di Porro di ieriElly Schlein alla fine della fiera, nonostante fosse sfavorita alle primarie, non solo ha vinto la sfida delle urne ma sta pure convincendo gli elettori di centrosinistra. Piace a quel circolo di giovani, meno giovani e anziani che vedono nella cancel culture, nel progressismo ambientalista e nel movimentismo emo-lesbo-trans-femminista il futuro della sinistra. Beati loro, vien da dire. Ma la democrazia funziona così. Funziona che fino a l’altro ieri Giuseppe Conte sembrava il sol dell’avvenire della sinistra (“un punto di riferimento fortissimo per i progressisti”, ebbe a dire Nicola Zingaretti) e adesso annaspa dietro Elly. Una Schlein che oltre al vantaggio di essere “nuova” è pure donna. E nella sfida con Meloni la cosa certo di male non fa.

I sondaggi su Elly Schlein

Lo si capisce dai sondaggi sul partito della Schlein. Il Pd è salito di due punti rispetto alla settimana del 23 febbraio 2023: rispetto al 17% cui era crollato, è risalito al 19%. Direte: “Fico”. Ed è vero. Però va anche notato un altro dettaglio: si tratta di una rincorsa affannata se si considera che alle politiche del 2022 il Partito Democratico di Enrico Letta, uscito bastonato dalle urne, raccolse il 19,1%. Cioè più di quanto valgono oggi i dem con Elly. Certo aver recuperato in così poco tempo il terreno perso non è cosa da poco, ma va anche detto che al momento il computo finale dei potenziali elettori dem non è “cresciuto” rispetto all’ultima tornata politica. Staremo a vedere nelle prossime settimane se la crescita di Schlein nei sondaggi continuerà con questi ritmi o se sarà solo la fiammata iniziale. L’obiettivo – alle prossime europee – sarà fare meglio di quel 22,7% raccolto nel 2019 dai suoi predecessori. Al momento mancano ancora 3,7 punti percentuali. Tanti.

Cala il centrodestra, ma…

E arriviamo agli altri partiti. Mentre il Pd cresce, il M5S scende: dal 17,5 di due settimane fa siamo arrivati al 16,8% con un saldo negativo di -0,7%. In negativo anche tutti i partiti di centrodestra: -0,7% per Meloni, -0,6 per Salvini, -0,2 per Berlusconi e -0,2 per Noi Moderati. Occhio anche qui, però: il dato riguarda la differenza rispetto all’ultimo sondaggio del 23 febbraio. Ma se osserviamo la differenza col risultato elettorale alle Politiche del settembre 2022, scopriamo che Meloni sta al 30,3% rispetto al 26% di cinque mesi fa mentre gli alleati annaspano (Lega: 8%, Forza Italia: 7,2%).

Per approfondire:

Le coalizioni: chi vince?

Interessanti anche i numeri sulle coalizioni, che poi a ben vedere è la partita dove si gioca il governo del Paese. Al momento Ipsos assegna al centrodestra il 46,5% dei voti e al centrosinistra il 24,5%. La distanza è netta, anche aggiungendo al centrosinistra la probabile alleanza col M5S (totale giallorossi: 41,3%). Guardiamo il dato rispetto alle elezioni del 2022: quando Meloni scoprì di essere la prima donna premier d’Italia, il contatore delle coalizioni diceva centrodestra al 43,8% (oggi il dato è maggiore del +2,7%), il centrosinistra al 26,1% (oggi il dato è inferiore del -1,6%) e l’eventuale alleanza giallorossa al 41,5% (esattamente come oggi). Cosa significa? Significa che al momento, al netto delle oscillazioni mensili e del calo nelle ultime settimane, la distanza tra centrodestra e centrosinistra non è cambiata. Per ora vince ancora Meloni. Domani, chissà.

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NOTA DI “CHRISTUS REX”: E’ innegabile, in questo contesto, che le dichiarazioni del Governatore leghista del Veneto Luca Zaia, favorevole al centro per il cambio di sesso all’ospedale di Padova, così come quelle del deputato Centinaio che apre alle unioni di fatto tra persone dello stesso sesso, sono assist di grande aiuto alla politica della Shlein che il segretario Matteo Salvini non può permettersi di liquidare con un semplice “non è una priorità”, riferito al concetto fluido di civiltà di Zaia. L’orizzonte valoriale dei conservatori deve essere differente da quello dei progressisti, altrimenti si alimentano l’astensionismo e la confusione. Restando, comunque, ciascuno libero di cambiare strada, percorso e…partito.

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GLI AMICI DELLA RUSSIA SI RIUNISCONO CONTRO LA RUSSOFOBIA LIBERALE

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Si è tenuto a Mosca il congresso di fondazione del Movimento Internazionale Russofilo (IRM). Si è trattato del primo congresso di questo tipo, al quale hanno partecipato circa 90 rappresentanti di 42 Paesi, tra cui gli Stati della CSI, gli Stati Uniti, l’UE, l’Asia e l’Africa, ecc.

Lo scopo del congresso, nel contesto dell’operazione militare speciale in corso e della pressione delle sanzioni, è stato quello di dimostrare che l’interesse per la cultura, le tradizioni e la visione del mondo russi non fa che crescere nonostante i tentativi di isolamento internazionale e culturale a vari livelli. Nell’ambito del forum, le persone che condividono l’amore e l’interesse per la Russia hanno avuto l’opportunità di scambiare opinioni e contatti. È importante, anche a livello simbolico, che i MDR abbiano scelto il Museo Statale Pushkin come luogo di incontro. Museo Statale Pushkin, in segno di protesta contro l’abolizione della cultura russa in diversi Paesi del mondo.

Ai massimi livelli

L’evento è stato sostenuto ai massimi livelli in Russia. Alla vigilia della cerimonia di apertura, il Presidente russo Vladimir Putin ha inviato un telegramma di saluto ai partecipanti al congresso: secondo lui, “in molti Paesi si fomenta deliberatamente l’isteria antirussa, si perseguitano i nostri connazionali e coloro che simpatizzano con loro, si impongono divieti e restrizioni persino sulle opere dei grandi classici russi che appartengono al tesoro della cultura mondiale”.

Il messaggio di Sua Santità il Patriarca Kirill di Mosca e di tutte le Russie è stato letto da Konstantin Malofeev, vice capo del Consiglio Mondiale del Popolo Russo. Il Primate della Chiesa ortodossa russa ha benedetto i partecipanti al congresso, esortandoli a “stare insieme per la verità che consiste nel diritto di una persona di rimanere se stessa e di preservare la fede e le tradizioni dei suoi antenati”.

Il Ministero degli Esteri russo ha sostenuto la creazione del nuovo movimento internazionale. Il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov è intervenuto alla cerimonia di apertura del congresso, aggiungendo la geopolitica al tema della cultura. Secondo il ministro, la Russia e i suoi amici non sono mai “amici contro qualcuno” e non costringono gli altri ad adottare la loro posizione. Il ministro degli Esteri russo ha sottolineato che nell’attuale confronto con l’Occidente, la Russia non impone nulla a nessuno e tratta gli altri poli dell’emergente mondo multipolare come pari.

“I Paesi del Sud globale, la maggioranza del mondo, sono in grado di trarre conclusioni da soli”, ha detto il diplomatico, “Siamo tutti adulti, non trattiamoci con un atteggiamento arrogante – come fanno i nostri partner occidentali”.

Il ministro degli Esteri ha osservato che la civiltà occidentale sta degenerando perché è “ossessionata dalla sua grandezza” e dal suo “eccezionalismo”. Secondo il ministro, l’Occidente sta combattendo fino alla morte per mantenere la sua sfuggente egemonia sulla scena mondiale.

Il ministro degli Esteri ha inoltre definito la visita degli ospiti stranieri “un atto di coraggio” in un momento così difficile.

Il senatore Konstantin Kosachev e Leonid Slutsky, capo della fazione del Partito liberaldemocratico della Russia, hanno parlato a nome del Consiglio della Federazione e della Duma di Stato.

L’arcivescovo Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico (ambasciatore del Vaticano) negli Stati Uniti, si è rivolto al Congresso dei russofili con un messaggio di benvenuto.

Tra coloro che si sono riuniti a Mosca il 14 marzo c’erano rappresentanti di famiglie aristocratiche, ex capi di governo, ex e attuali parlamentari, diplomatici e filosofi, giornalisti e rappresentanti di movimenti sociali.  Uno degli ospiti più brillanti del congresso è stato Steven Seagal, attore americano e inviato speciale del Ministero degli Esteri russo per le relazioni umanitarie con gli Stati Uniti e il Giappone.

Superare ostilità e disinformazione

Uno dei principali promotori dell’evento e autori del manifesto è stato Nikolai Malinov, leader del movimento nazionale russofilo bulgaro. Per le sue posizioni russofile, Malinov è stato inserito nelle liste di sanzioni degli Stati Uniti e del Regno Unito ed è stato anche accusato di “spionaggio” nel suo Paese. Il 14 marzo è stato eletto dai delegati del congresso come leader del Movimento russofilo internazionale.

Intervenendo al congresso del MDR, ha sottolineato che in Europa gli atteggiamenti russofili dominano gli atteggiamenti delle élite e sono diffusi attraverso i media, e lo scopo dell’evento è quello di ricordare l’amore per il popolo russo a livello internazionale. Secondo il manifesto, i partecipanti mostreranno come “l’ostilità, la disinformazione e la sfiducia possono essere superate nell’attuale mondo di conflitti”.

“Vedo il nostro movimento come un fronte separato che mostra che ci sono forze nel mondo che combatteranno, attraverso la diplomazia popolare, la russofobia che vieta ai gatti russi di partecipare alle competizioni, che cancella Pushkin, che vieta il discorso russo”, ha detto Malinov. Secondo lui, il compito della comunità russofila è quello di dimostrare che esistono forze capaci di resistere nonostante “gli strumenti finanziari e l’aggressione”.

Necessità di movimento

Come hanno notato i media, Nikolai Malinov parla da tempo del progetto di creare un movimento russofilo internazionale. L’operazione militare speciale della Russia iniziata il 24 febbraio 2022 è diventata un catalizzatore dei processi di divisione nel mondo. La divisione tra sostenitori dell’egemonia occidentale e i suoi oppositori. I sostenitori di un mondo libero multipolare, della diversità delle civiltà e delle culture, per il quale il pensiero russo, a partire da N.Y. Danilevskij, ha sempre sostenuto, e i sostenitori di un mondo unipolare liberale totalitario, in cui l’unica forma di libertà è la libertà di seguire lo standard liberale occidentale, sempre più limitato e ristretto.

La Russia negli ultimi anni per molti in Europa, Asia e Africa, America Latina e anche negli stessi Stati Uniti è diventata un simbolo della Tradizione, un’”arca di salvezza”, il centro del movimento internazionale per un giusto ordine mondiale basato sul multipolarismo e sul rispetto dei valori tradizionali dei Paesi e dei popoli.

Oltre a queste persone, ci sono anche molti nel mondo che semplicemente amano la cultura e l’arte russa, hanno legami familiari con la Russia e i russi. Tuttavia, anche queste persone esteriormente apolitiche sono ora vittime della “cultura della cancellazione”. Il 14 marzo, il giorno in cui si è svolto il primo congresso del Movimento Internazionale dei Russofili, la Russia ha portato la questione della russofobia al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La Procura generale russa aveva proposto in precedenza di equiparare la russofobia all’estremismo.

Un anno fa, il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha ammesso che la russofobia era diventata mainstream nel suo Paese e ha invitato altri Paesi europei a unirsi all’odio per la Russia in Polonia. Nell’ultimo anno, rappresentanti dell’Ucraina e dei Paesi occidentali hanno apertamente chiesto la “decolonizzazione” e la disintegrazione della Russia. In Ucraina, la lingua russa è stata vietata e non può essere insegnata nelle scuole, nemmeno come lingua straniera. I russi sono perseguitati negli Stati baltici. In Polonia, tutti i laureati del MGIMO sono stati licenziati dal Ministero degli Esteri. Nel Regno Unito, il numero di “incidenti di aggressione contro i russi e gli abitanti di lingua russa” è raddoppiato nell’ultimo anno, come ha rilevato l’ambasciata russa in quel Paese. Anche i media europei mainstream sono costretti a riportare i numerosi casi di aggressione contro i russi di lingua russa nei Paesi della NATO.

“Noi russi e i russofili vinceremo sicuramente”

Il presidente della Società di Tsargrad Konstantin Malofeev ha sottolineato che “i russofili sono coloro che amano prima di tutto il loro Paese, coloro che amano la Russia e i russi come riflesso del loro sogno di libertà e indipendenza. Con queste persone costruiremo un mondo molto migliore di quello con cui siamo entrati nel XXI secolo. Un mondo multipolare di popoli liberi e di valori tradizionali, piuttosto che la dittatura di un solo Paese che impone abomini anticristiani, antiumani e satanici. Sono sicuro che noi russi e russofili vinceremo sicuramente. Perché Dio è con noi!

Gli ospiti del congresso provenienti dall’estero sono persone coraggiose, ha sottolineato il filosofo Alexander Dugin. “Le persone che vengono qui dai Paesi dell’UE o dall’America e dicono: sì, amiamo comunque la Russia, la amiamo come cultura, come civiltà, come identità, la amiamo come religione, come tradizione, come arte – dimostrano davvero un atto di eroismo”.

Anche Pierre de Gaulle, presidente e fondatore della Fondazione per la Pace, l’Armonia e la Prosperità dei Popoli della Svizzera e nipote del leggendario fondatore della Quinta Repubblica, Charles de Gaulle, è intervenuto al congresso. Ha sottolineato l’importanza del fattore ideologico nel conflitto tra Russia e Stati Uniti: “Il conflitto attuale è un conflitto ideologico in difesa dei nostri valori tradizionali, della famiglia, della religione. Il nostro compito, il mio dovere è quello di difendere i valori, di difendere il benessere del mondo e dell’Europa”.

“Così come l’Occidente ha creato un’icona nella persona della Principessa Diana, noi dobbiamo creare i nostri ideali”.

Da parte sua, la Principessa Vittoria Alliatta di Villafranca, nota ricercatrice italiana dell’Oriente, traduttrice e figura culturale, ha sottolineato che l’Occidente non si sottrae ai metodi terroristici, ricordando l’omicidio della filosofa e giornalista Daria Dugina.

“Uno dei principali strumenti che vengono sempre utilizzati in questa battaglia sono le donne. Eppure quando Daria Dugina, una filosofa, una scrittrice che rappresentava il meglio che l’Europa aveva da offrire, dalla filosofia greca antica al pensiero imperiale russo, è stata uccisa, nessuno ha detto una parola. Ma quando una povera ragazza iraniana ha avuto un infarto in una stazione di polizia, allora tutti sono scesi in strada e hanno cercato di rovesciare il regime al potere in Iran”, ha detto l’italiano fornendo un esempio dell’ipocrisia occidentale.

Ha suggerito che un metodo per combattere l’ideologia occidentale è quello di sottolineare l’importanza dei nostri eroi e delle nostre eroine, soprattutto delle donne. “Penso che dovremmo concentrarci sui nostri eroi. Così come l’Occidente ha creato un’icona nella persona della Principessa Diana, noi dovremmo creare i nostri ideali. Le donne sono il nostro patrimonio, dobbiamo dare loro la forza di difendersi. Non ogni donna è un’eroina, ma ogni donna può dare un pezzo del suo amore per rendere il mondo un posto migliore”, ha concluso la principessa.

Manifesto del MDR

Il congresso ha adottato un manifesto per il nuovo movimento, in cui i partecipanti promettono di promuovere la cultura russa, aiutare gli amici russi, sostenere la diffusione di informazioni accurate sulla Russia, contrastare la russofobia e rafforzare la “diplomazia del popolo”. Come primo passo, Malinov ha proposto di raccogliere un milione di firme per revocare le sanzioni alla Russia, di creare un’istituzione per combattere la russofobia, di rilanciare l’idea del “russofobo dell’anno”, di creare un’alternativa all’Eurovision e così via.

Una parte importante del nuovo movimento sarà la lotta alla russofobia nei media. Pepe Escobar, noto giornalista internazionale, ha definito ciò che sta accadendo nel mondo “una guerra di soft power, una guerra culturale e di informazione contro la Federazione Russa”.  “Le persone che gestiscono tutto non sono Sunak, Nuland o Soros”, ha spiegato l’esperto, “Tutto viene deciso non a Bruxelles, ma in riunioni private. Si tratta di alcune famiglie che possiedono molto denaro e non si mostrano in pubblico. Qualche anno fa è stato deciso che la Russia deve essere presa in mano, per appropriarsi delle sue risorse, che la Russia presumibilmente non merita. Ora è il momento di reagire”. Inoltre, gli organizzatori hanno dichiarato che il movimento si impegnerà anche su questioni legali, difendendo i diritti dei russi e degli amici della Russia all’estero.

Una scelta escatologica

Il Movimento Internazionale dei Russofili ha un grande futuro. Il NWO e le precondizioni per la transizione del conflitto tra Russia e Occidente a una guerra inter-civile su larga scala rendono la divisione tra i sostenitori della Russia e dell’Occidente moderno una scelta escatologica. È una lotta tra due versioni antagoniste del futuro. È in questa lotta che tutto il potere, le forze e i significati della cultura russa assumono un significato veramente storico-mondiale. L’aggressore in questo conflitto è l’Occidente; la Russia può dimostrare la giustezza del suo modo di procedere, in una competizione e in un dialogo pacifici con il mondo occidentale, se è pronta al dialogo e rinuncia alle sue pretese di esclusività totalitaria e alla sua giustezza a priori. Per definizione, i russofili sono i sostenitori del dialogo, coloro che cercano di creare un ponte tra le loro culture e le loro politiche e la Russia. Coloro che vi si oppongono non sono interessati a tali ponti e al dialogo. Pertanto, i russofili sono anche combattenti per la pace, per un mondo giusto in cui l’identità dei popoli e delle culture sia rispettata, e i tentativi di “abolire” la Russia non provocherebbero altro che una condanna universale.

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/gli-amici-della-russia-si-riuniscono-contro-la-russofobia-liberale

Il limite della pazienza russa

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QUINTA COLONNA

di Alexandr Dugin

La storiella del Tribunale dell’Aia è simbolica. La Russia non si è mai chiesta prima che tipo di istituzione sia. In realtà, fa parte dell’attuazione del Governo Mondiale, un sistema politico sovranazionale creato sugli Stati nazionali che sono invitati a cedere parte della loro sovranità a favore di questa struttura. Ciò include la Corte europea dei diritti dell’uomo e la stessa UE, ma anche la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale, l’OMS, ecc. La Società delle Nazioni, e in seguito l’ONU, è stata concepita come un’altra fase preparatoria sulla via dell’istituzione di un governo mondiale.

La verga del liberalismo

Trattiamo del liberalismo nelle relazioni internazionali, componente dell’ideologia liberale nel suo complesso. I liberali considerano la legge del “progresso” irreversibile, la cui essenza è che il capitalismo, il mercato, la democrazia liberale, l’individualismo, l’LGBT, i transgender, le migrazioni di massa, ecc. si stanno diffondendo in tutta l’umanità. Nella dottrina liberale delle relazioni internazionali, per “progresso” si intende la transizione da Stati nazionali sovrani a istanze di potere sovranazionali. L’obiettivo di questo “progresso” è l’istituzione di un governo mondiale. È dichiarato esplicitamente e inequivocabilmente nei libri di testo di Relazioni Internazionali. Tutti i Paesi che non vogliono il “progresso” sono, secondo questa teoria, nemici del “progresso”, “nemici di una società aperta”, quindi sono “fascisti” e devono essere giudicati (al Tribunale dell’Aia) e distrutti (“infliggere loro una sconfitta strategica” – Blinken) e al posto dei leader sovrani mettere dei liberali – preferibilmente transgender.

Questa è la posizione ideologica su cui si reggono il Partito Democratico statunitense, l’amministrazione Biden e la maggior parte delle élite europee. Anche tutte le forze dei Paesi non occidentali, che sostengono l’Occidente collettivo e i globalisti americani, giurano su questa ideologia. Ed è proprio questa l’ideologia: radicale, rigida, totalitaria.

La sfida è accettata

È un po’ sorprendente che la Russia, da 23 anni sotto un leader pienamente sovrano, non si sia preoccupata di affrontare il liberalismo e abbia, fino a un certo punto, accettato la legittimità delle sue regole, strutture e istituzioni.

Non sono loro a cambiare, la Russia è cambiata con l’avvio della SMO, e ne è seguita una legittima escalation da parte dei liberali globali. Non c’è nulla di casuale: è solo liberismo. Finché non rovesceremo questa ideologia, sia internamente che esternamente, l’escalation non potrà che aumentare.

Non possiamo semplicemente andare oltre senza la nostra ideologia.

La decisione del Tribunale dell’Aia di arrestare il presidente russo Vladimir Putin e l’ombudsman per i diritti dei bambini Maria Lvova-Belova è così oltraggiosa che è semplicemente impossibile non rispondere. È un insulto al Paese, al popolo, alla società, a ogni persona, a ogni donna russa, a ogni madre, a ogni bambino. Come si può rispondere a tutto questo con dignità?

A mio parere, ci sono dei veri colpevoli in tutta questa situazione e non sono a Washington o all’Aia: sono nella stessa Russia. Si tratta di un gruppo di liberali che da 23 anni convincono in tutti i modi possibili il Presidente che l’amicizia con l’Occidente è d’obbligo, che è l’unica via di sviluppo e che l’adozione dell’ideologia liberale, così come l’integrazione nelle strutture e nelle istituzioni liberali globaliste internazionali (compreso il riconoscimento della Corte penale internazionale, della CEDU, dell’OMS, ecc.) non hanno alternative. Hanno anche screditato il campo patriottico, sia di destra che di sinistra, convincendo il capo dello Stato che si starebbe solo sognando di inscenare un “Maidan”. In realtà, i patrioti, sia di destra che di sinistra, sono il popolo e il principale sostegno di Putin. Sono il suo sostegno, i suoi strenui sostenitori, ma i liberali al potere hanno sempre lodato l’Occidente e diffamato i patrioti. Questo accade da 23 anni, da quando Putin è salito al potere.

L’ora della resa dei conti

Siamo logicamente arrivati al punto in cui il lodato Occidente si è rivelato una struttura terroristica che ci assassina, fa esplodere i gasdotti, ruba i soldi, e noi, dopo essere stati ai suoi ordini per così tanto tempo, ci siamo ritrovati in una dipendenza umiliante; 23 anni fa avremmo dovuto seguire la rotta per stabilire la nostra civiltà russa eurasiatica.

Putin ha puntato sulla sovranità. Si presumeva – proprio sotto l’influenza dei liberali – che l’Occidente avrebbe accettato questa sovranità a patto che Mosca rimanesse nel contesto generale della civiltà occidentale, a patto che venisse coinvolta nelle sue strutture e istituzioni, a patto che accettasse i valori occidentali (capitalismo, democrazia liberale, digitalizzazione, cultura dell’annullamento, “wokismo”, cioè l’obbligo di denunciare chiunque non sia d’accordo con il liberalismo, LGBT). Si è trattato di un inganno fin dall’inizio e suddetto inganno ha degli individui specifici: il blocco liberale nella cerchia ristretta del Presidente. Sono loro che hanno contribuito a ciò che sta accadendo oggi, che hanno ostacolato il risveglio patriottico, che hanno fatto tutto il possibile per separare il Presidente dal popolo, dal nucleo russo, dai portatori della coscienza patriottica.

È arrivato il momento di regolare i conti. O sta per arrivare. Non so cos’altro debba accadere perché i liberali al potere siano chiamati al tappeto e interrogati severamente. Forse manca anche qualcos’altro, ma in ogni caso non ci vorrà molto. La spada della vendetta è sulla testa dei liberali russi al potere e nulla può impedire la naturale punizione, si può ritardare un po’ ma non si può evitare.

I liberali russi devono rispondere di tutti i loro crimini. Senza questo non ci sarà purificazione né vittoria.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione – Fonte: https://www.ideeazione.com/il-limite-della-pazienza-russa/

19 marzo 2023

Il valore del Santo Sacrificio della Messa

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Segnalazione del Centro Studi Federici

“Con Te mi offro anch’io”, di don Piergiorgio Coradello (Sodalitium n. 73, pagg. 57 n- 68).
Con questo articolo cercheremo di spiegare perché l’assistenza alla Messa è così importante e non è solo un’opera comandata dalla Chiesa nei giorni di festa.
Per la lettura dell’articolo: https://www.sodalitium.biz/sodalitium_pdf/73.pdf  pagg. 57 – 68

Geopolitica e immigrazione di massa

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di Andrea Zock

Come ampiamente previsto il tema della pressione migratoria si sta ripresentando con forza. Naturalmente in questa rinnovata salienza gioca un ruolo anche l’opportunità di mettere le promesse del governo Meloni alla prova dei fatti, ma questo rientra nel legittimo gioco politico delle opposizioni (e dell’esteso apparato mediatico che ne rispecchia le posizioni).
Tuttavia il punto di fondo è che ogni crisi degli equilibri internazionali si ripercuote più severamente sugli anelli più deboli, e il doppio colpo Covid + Guerra Russo-Ucraina rappresenta la più pesante crisi dalla Seconda Guerra Mondiale. Ora arriva semplicemente il conto relativo.
In Italia gli anni esplosivi dell’immigrazione sono stati quelli tra il 2011 e il 2017, e seguono la combinazione tra effetti mondiali della crisi subprime (dal 2008) e avvio delle cosiddette “primavere arabe” (dal 2010).
Il tema migratorio è il primo tema che ha esplicitato l’inadeguatezza dell’Unione Europea al ruolo di cui era stata accreditata.
Si tratta infatti di uno dei pochi temi in cui l’appello ad un’azione europea coordinata sembrerebbe la strada maestra per una soluzione, ed è parimenti un tema in cui si è manifestato nel modo più chiaro il carattere meramente predatorio e opportunista dell’UE, che si è presentata non come una potenza geopolitica, ma come un club dello scaricabarile (“beggar-thy-neighbour” policies).
In ogni singolo momento della gestione migratoria (come per ogni altro tema di rilevanza economica) abbiamo assistito ad un penoso balletto di singoli paesi o alleanze ad hoc, per sfruttare a proprio favore alcune condizioni contingenti, e lasciare gli altri “partner europei” con il cerino in mano. (Il sistema degli accordi di Dublino è esemplare a questo proposito, in quanto mirava a utilizzare i paesi di primo sbarco come “barriera naturale” per quelli interni, impedendo che si spostassero dai paesi d’arrivo a quelli più ambiti del Nord Europa.)
Il fallimento europeo peraltro è tutto tranne che inaspettato. I rapporti europei rispetto all’Africa seguono precisamente il medesimo indirizzo che informa i rapporti interni e in generale tutti i rapporti internazionali nella visione dei trattati europei: si tratta di un modello neoliberale di sfruttamento, massimizzazione del profitto e acquisizione di vantaggi competitivi a breve e medio termine. Non c’è qui nessuna visione politica, salvo la responsività alle lobby economiche interne, che in un’ottica neoliberale sono i più legittimi rappresentanti dell’interesse pubblico.
Così, i rapporti con l’Africa sono sempre stati improntati ad una politica di aiuti ad hoc, che permettevano di tenere le elité africane a catena corta, e ad una politica di trattati di scambio ineguale, che permettevano a questo o quel paese europeo di ritagliarsi un accesso favorevole ad una qualche area di risorse naturali.
E’ però importante capire qual è stata la natura specifica del fallimento europeo nella politica verso l’Africa (e più in generale verso i paesi in via di sviluppo).
Ciò che l’UE ha mancato di fare è stato di subentrare al sistema degli equilibri della Guerra Fredda, cercando di costruire nuovi rapporti di alleanza di lungo periodo.
Alla faccia degli storici della domenica che ti spiegano come “le migrazioni ci sono sempre state e sempre ci saranno”, bisogna osservare come l’epoca delle migrazioni di massa in Europa dall’area del mediterraneo inizia con la caduta dell’URSS e quindi con il trionfo nella Guerra Fredda dell’Occidente a guida americana.
Per l’Italia la data simbolica dell’inizio del “problema migratorio” è il 1991, con il grande sbarco degli albanesi nel porto di Bari.
Questo non è un caso. La Guerra Fredda, forma rudimentale di multipolarismo, cercava di contendersi i paesi in via di sviluppo, e lo faceva in vari modi, talora in forma cruenta (Corea, Vietnam), più spesso in forma di collaborazione. Questa situazione, per quanto precaria, coltivava l’interesse per una conservazione degli equilibri regionali. Nessuna “primavera araba” sarebbe potuta venire alla luce in quel contesto, perché tutti sapevano che eventuali sommovimenti interni ad un paese sarebbero stati nient’altro che mosse di uno dei due blocchi per finalità proprie. Questo equilbrio, cinico e ostile fin che si vuole, stimolava comunque l’interesse di entrambi i blocchi alla conservazione tendenziale degli equilibri nelle aree in via di sviluppo.
Con il venir meno di questo fattore equilibrante, cioè con il venir meno dell’URSS, il mondo in via di sviluppo (e anche buona parte di quello sviluppato) divenne libero terreno di caccia dei paesi in cima alla catena alimentare capitalistica (USA in testa).
A questo punto l’equilibrio regionale era molto meno importante per i decisori politici delle occasioni di profitto create dagli squilibri.
Ecco, questa prospettiva ci consente di vedere da che punto di vista potrebbe arrivare, nel medio periodo, una soluzione alla colossale questione dei processi migratori (per l’Europa).
A fronte della pelosa impotenza dell’UE, i cui colonnelli sono tutti indaffarati ad accaparrarsi piccoli vantaggi per questa o quella multinazionale di riferimento, subentrerà (sta già subentrando) una forma di competizione geopolitica simile alla Guerra Fredda.
Russia e Cina stanno già operando in questo modo verso molti paesi in via di sviluppo, soprattutto in area africana. Naturalmente non lo fanno per “umanitarismo” (diffidate sempre quando uno stato afferma di muoversi per “ragioni umanitarie”). Lo fanno perché hanno una visione strategica di lungo periodo, in cui associazioni stabili con stati che siano davvero “in via di sviluppo” – e non semplicemente “condannati ad una sfrutttabile arretratezza” – è nel loro interesse.
Russia e Cina si muovono oggi come attori sovrani su uno scenario geopolitico di lungo periodo, e questo è sufficiente a rovesciare il tavolo alla cultura da “robber barons” del neoliberalismo occidentale e a instaurare un nuovo equilibrio (per quanto intrinsecamente precario).
Dunque alla fine, se qualcosa ci salverà dall’essere travolti da una migrazione incontrollata, questo sarà probabilmente proprio l’insediarsi di un nuovo equilibrio multipolare, la cui alba abbiamo davanti agli occhi.

Memento vivere

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di Livio Cadè

Fonte: EreticaMente

“Aspirate alle cose di lassù e non a quelle che sono sulla terra”

La vita è sogno?

“Ogni causa si decida sulla parola di due o tre testimoni”, prescrive il Deuteronomio. Anche un solo testimone, secondo Crisostomo, è però sufficiente, se è degno di fede e se testimonia non di materia estranea ma di ciò che ha in sé. Poniamo dunque che mille persone, senza rapporto tra loro, mi dicano d’aver visto uno strano animale, e tutti concordino nel descriverne le dimensioni, la forma, i colori, il modo di muoversi ecc.. È più logico credere che quell’animale esista o che tutti costoro stiano mentendo, o che siano tutti vittime di un’allucinazione? Credo che concedere un assenso preliminare sarebbe la soluzione più intelligente.

Mi appoggio a questa premessa in relazione alle testimonianze di coloro – ormai migliaia –  che (come quell’Er di cui narra Platone) hanno avuto un’esperienza di morte e l’hanno potuta raccontare. Si parla, in questi casi, di premorte, di prossimità al morire, convenzionalmente NDE, acronimo di Near Death Experiences. Espressioni incongrue, visto che si tratta di persone clinicamente morte per alcuni minuti, alcune ore, in certi casi addirittura alcuni giorni. Ma l’ambiguità terminologica vorrebbe lasciare uno spiraglio alle spiegazioni razionali. Di fatto, alcuni di questi soggetti sembrano misteriosamente resuscitare. Altri, tornando dal regno dei morti, si trovano inspiegabilmente guariti da patologie gravissime. I medici, che non credono ai miracoli, attribuiscono tali eventi straordinari al ricorrere di minime probabilità statistiche.

Questi casi, un tempo rarissimi, stanno diventando grazie alle moderne tecniche di rianimazione sempre più frequenti. L’aspetto singolare è che alcuni dei soggetti riportati in vita non riemergono da uno stato di assenza mentale (che sembrerebbe ovvio, vista la mancanza di attività cerebrale), ma dicono d’aver vissuto esperienze meravigliose, stati di coscienza straordinari. Di solito ne parlano dopo lunghe reticenze, temendo d’esser presi per pazzi. La ‘scienza’ cerca di darne una spiegazione in termini fisiologici (carenza d’ossigeno, accumulo di anidride carbonica nel sangue, scompigli neuronali) o psicologici (fantasie, immagini che il cervello elaborerebbe in extremis per rimuovere l’idea della morte). Questo è coerente con una neurologia che assimila la mente al sistema nervoso (come se un Corale di Bach stesse nelle corde di budello d’un violino) e con una psicologia che rinnega la psiche, ossia con i dogmi di scienze ostili a ogni prospettiva metafisica.

Tali esorcismi razionalistici hanno qualcosa di assurdo e insieme di maligno. Sembrano ispirati dalla volontà di negare ogni trascendenza, ogni realtà dello spirito, come se evocare Dio o l’anima minacciasse la Weltanschauung bio-meccanicista e la sua trionfale marcia verso il futuro. Sintomi di una follia, che vorrebbe dimostrare e misurare l’essere con strumenti scientifici. V’è però chi cerca di conciliare le NDE con le nuove prospettive della fisica, magari usando “informazione quantistica” invece di termini compromettenti come anima o spirito. Ma anche dietro questa apparente apertura è chiara l’intenzione di rimettere il problema all’onnipotente Dea Ragione.

V’è poi chi relega le testimonianze di premorte – insieme ad avvistamenti Ufo, sedute medianiche, fantasmi e altri fenomeni detti ‘paranormali’ – in una sub-cultura indegna di rientrare negli interessi di una mente colta e razionale. Alcuni anzi sembrano avere come missione nella vita il dimostrare l’inconsistenza o la falsità di tutto ciò che non può addurre ‘prove scientifiche’ o che esce dalle maglie del sedicente ‘metodo scientifico’ (creando di fatto una nuova superstizione).

Sulla scorta della mia premessa, io parto invece dal presupposto che la NDE sia un’esperienza spirituale, come afferma chi l’ha vissuta. Certo è probabile che esistano narrazioni contraffatte, ma le persone coinvolte mi sembrano in genere degne di fede  e sicuramente non parlano di materia estranea ma di qualcosa che hanno in sé (non c’è niente che ci è più nostro della nostra anima, dice Aristotele). Gli scettici diranno che dar peso a questi racconti è una forma d’escapismo, di fuga dalla realtà  (la loro idea di realtà) o un credere ai sogni. Ma può un morto sognare? O non è al contrario la morte un ridestarsi? I protagonisti della NDE affermano proprio questo: il morire induce in loro ex abrupto la sensazione di un risveglio, una consapevolezza più vivida e convincente di ogni altra. Come quando si apron gli occhi al mattino e si sa d’aver dormito, così l’anima, uscendo dal garbuglio delle vicende terrene, capisce che la vita era un sogno.

Mentre i sogni son guazzabugli d’immagini diverse per ciascun dormiente, le NDE presentano una uniformità, una coerenza interna e una vasta serie di concordanze. Non hanno affatto l’aria di allucinazioni prodotte da un soggettivo disordine cerebrale. Sembrano piuttosto il resoconto obiettivo di un viaggio in uno stesso luogo. Raccogliendone i contenuti, si potrebbe organizzare una sorta di scienza tanatologica. Inoltre, a differenza di esperienze prodotte da droghe e da farmaci, la NDE induce quasi sempre nel soggetto una riforma spirituale. Molti riscoprono il valore della preghiera, del meditare, dell’aiutare gli altri. Se ci accostiamo a queste narrazioni senza pregiudizi, potremmo di fatto trovarvi conferme empiriche di un viaggio iniziatico e di una philosophia perennis. E chi non può credervi, la prenda come una ricca allegoria dell’ignoto.

Indistruttibilità dell’essere

La morte è un argomento difficile, specie per una cultura come la nostra, che fa della morte un mero decesso biologico, che spinge a evacuarne il senso, ad alienare l’uomo dal suo morire. Ognuno si pone di fronte alla morte come evento limite e teorico, che non lo riguarda personalmente. Sa razionalmente d’esser mortale, ma intimamente lo nega. La morte è qualcosa che riguarda gli altri. Solo gli altri muoiono – io non sono un altro – io non muoio. Questo rifiuto istintivo toglie valore alla vita stessa, diviene il viatico di un’esistenza banale e dimentica. Ma è in fondo il riflesso, lontano e deformato d’una verità. Perché v’è un altro sillogismo, latente nel profondo d’ogni uomo, che dice: l’essere non può morire – io sono – quindi io non posso morire. Del resto, sarebbe strano essere anime eterne e non saperlo.

Questo io sono è un’evidenza segreta e indimostrabile. Non ci serve la testimonianza di nessuno. Se rientrassimo in noi stessi – nuotando contro la corrente del pensiero dominante – vedremmo che la vita è il tocco dell’essere e che il corpo è solo lo strumento con cui il sé si esprime, un mezzo e insieme un limite che comprime la coscienza entro strutture biologiche. Tutto ciò che esiste occupa uno spazio. Ma non è difficile capire che questa coscienza non è in nessun luogo. E dunque, come dell’anima di cui parla Eraclito, non possiamo trovarne i confini. Tuttavia, la coscienza è sempre associata a organi e funzioni. Quindi, finché dimora in un corpo terreno, può percepire la realtà solo per quel tanto che un cervello umano ne può cogliere. Non è perciò impossibile che, svincolata dai suoi limiti fisici, faccia esperienza di un aldilà, forse attraverso gli organi di un corpo più sottile.

Qualcuno ha sottolineato le coincidenze delle NDE col Bardo Thodol, Libro Tibetano dei morti, dove la casistica del dopo-morte è ampiamente trattata. Ma anche nella storia occidentale, fin dall’antichità, abbiamo testimonianze di mistici che escono dal proprio corpo (“l’anima, spogliatasi della carne, cominciò a contemplare il suo corpo che giaceva immoto sul letto”, scrive Alpais di Cudot, mistica del XII secolo) e comunicano con esseri ultraterreni, vedono cose sorprendenti, attingono a una conoscenza divina. Rapiti in cielo, assorbiti in una luce e in un amore ineffabili. Come se il mistico anticipasse, nella sua estasi, l’esperienza della morte.

Sappiamo che da sempre la dimensione mistica si scontra con l’impotenza delle parole. Così, anche chi ha una NDE incontra difficoltà nel tradurla in concetti umani. Si svolge in un regno dove non valgono più le nostre leggi di tempo e di spazio né i nostri automatismi logici, dove l’intelligenza si allarga, i sensi sembrano acuirsi e intensificarsi. Così, alcuni narrano di indicibili policromie e iridescenze, profumi inebrianti, musiche celestiali, giardini e paesaggi meravigliosi, sorta di Campi Elisi. Tutto si direbbe circonfuso di un’aura primaverile, di dolci brezze. La coscienza è colpita da una bellezza oltremondana che appaga il suo senso estetico più pienamente di ogni bellezza terrena. Ogni cosa sembra emanare un fluido risanante e riparatore. Il buono e il bello si fondono in uno stato di grazia. Anche la sete di conoscenza sembra abbeverarsi in solenni edifici simili a scuole o biblioteche in cui è raccolta ogni forma di scibile. Alcuni  contemplano l’universo, con le sue stelle, le sue galassie, le sue strutture matematiche, ne intuiscono la fonte soprannaturale. A volte hanno premonizioni o rivelazioni sul futuro, visitano epoche remote, vedono antiche civiltà (“l’anima mia si eleva fino all’altezza del firmamento, in aure mutevoli e diverse, e si estende a popolazioni molteplici, in spazi e paesi amplissimi e lontani da me” scrive Hildegard).

La stessa sfera affettiva pare dilatarsi. L’anima non solo ritrova coloro che ha amato (“è impossibile che la morte cancelli dal cuore quello che l’amore vi ha impresso” diceva Angela da Foligno) ma fa anche conoscenza di esseri luminosi – sorta di tutori e maestri che qualcuno definisce angeli o spiriti guida – che la accolgono e la accompagnano, figure sprigionanti amore e comprensione. Fin qui, tutto coincide con ciò che diremmo ‘paradisiaco’. Più rare, ma non meno significative, sono le visioni di ripugnanti figure demoniache, laghi di fuoco, abissi spaventosi in cui brulicano anime cieche e straziate, o altre situazioni ‘infernali’.

È facile supporre che queste descrizioni riflettano gli sfondi culturali, religiosi e immaginativi dei soggetti coinvolti. Se vediamo qualcosa di anomalo o di incomprensibile siamo infatti inclini a ricondurlo entro modelli a noi noti. Come potrebbe un uomo primitivo che vedesse un aereo o un computer descriverli ai suoi simili? Il confine tra un ‘fatto obiettivo’ e la sua ‘interpretazione’ è labile. Questa non è un’obiezione alla sincerità di tali esperienze. È però plausibile che tali rappresentazioni siano trasposizioni su un piano corporeo di realtà immateriali e forse intraducibili, e non vadano prese rigidamente alla lettera.

Un identico cielo può apparire diverso a molteplici occhi. Come dice Dionigi, “è impossibile che il raggio divino brilli per noi altrimenti che avvolto da molteplici veli”. Non sappiamo quali di questi veli la morte sollevi e se altri ne cali su di noi. E la memoria, una volta rientrata nella coscienza fisica e rimessi i suoi vecchi abiti, potrebbe anche alterare involontariamente i dati della sua esperienza nell’aldilà. Tuttavia, questi argomenti han poco peso di fronte alla massiccia sistematicità dei racconti e alle loro regolari consonanze.

Invariabili del morire

Volendo tracciare un canovaccio delle NDE e dei suoi elementi costanti, occorre senz’altro partire dall’uscita dell’io dal corpo fisico al momento della morte (“come una mano si sfila dal guanto” dice la Bhagavad Gita). L’anima – o ‘corpo eterico’ – si ritrova a fluttuare nell’aria, vede e ode le altre persone, percepisce i loro pensieri, le loro emozioni, cerca di comunicare con loro, ma esse non vedono e non sentono lei. Scopre di possedere una forma eterea, che può attraversare i solidi, volare, muoversi nello spazio alla velocità del pensiero. Questa separazione dello psichico dal fisico sembra confermare il sostanziale dualismo sostenuto anche da alcuni studiosi del cervello, cioè l’idea che corpo e mente sono entità distinte, benché connesse, e che la coscienza non è materia neurologica.

Ricorrente è anche l’esperienza di un tunnel attraverso il quale l’anima pare scivolare rapidamente dalla dimensione terrena a quella ultraterrena e al fondo del quale brilla una luce. Secondo gli scettici, il tunnel sarebbe una reviviscenza postuma dell’utero materno da cui si esce al momento della nascita, o effetto di una contrazione pupillare. La luce lontana dipenderebbe invece dall’illuminazione dell’ambiente, lampade, riflessi ecc. Direi che possiamo tranquillamente ignorare simili farfugliamenti (una volta esisteva una scienza ermetica, oggi purtroppo ve n’è una emetica).

Alcuni, non molti, vengono attirati in una zona grigia, desolante e angosciosa, in cui vedono frotte di ombre trascinarsi in un’esistenza larvale, incombere come immateriali vampiri sui corpi viventi, assetate ancora di esperienze terrene, in preda a parossismi di disperazione e di collera per l’incapacità di godere di quei piaceri di cui la morte li ha privati. Succede talvolta che tali spettri sfoghino la loro impotenza maligna sul nuovo arrivato o cerchino di aggregarlo alla loro compagnia di sventura. Risolutivo, in questi casi, sembra essere il potere della preghiera o l’intervento di entità benigne, forti e protettive, che disperdono i fantasmi e conducono l’anima nella sua vera dimora.

Un leit-motiv frequente, e assai più rasserenante, è il senso di ritorno a casa provocato dal morire. “I fiumi ritornano al luogo da dove sono nati”. Così, l’anima, alla morte del corpo, par ritrovare il suo habitat naturale, rientrare in patria dopo un esilio più o meno lungo. Alcuni, pur restando consapevoli, godono di uno sperdimento cullante, assoluta pace vuota di immagini. Altri si sentono beatamente sospesi in una tenebra divina (“vidi Dio in una tenebra … perché egli è un bene più grande di quanto si possa pensare o capire” dice ancora Angela da Foligno) o godono di visioni beatifiche. Ognuno secondo le sue possibilità attinge qualcosa di eterno e infinito.

È una sensazione di totale benessere e libertà, tanto che nessuno vorrebbe più regredire alla claustrofobica dimensione terrena. Anche il ricordo dei figli, del coniuge, delle persone più care, sembra scivolare nella dimenticanza, senza far nascere alcuna nostalgia. Rientrare nel corpo non è quasi mai una scelta spontanea, ma l’adempimento di un dovere, obbedienza a un’autorità tenera e inflessibile insieme. Tutti descrivono la rianimazione, l’esser trascinati indietro, come un’esperienza penosa. Questo però non implica una svalutazione gnostica della fisicità. Il corpo non è visto come prigione dell’anima. Non è neppure il “frate asino”, da bastonare e mortificare. Appare piuttosto lo strumento di cui l’anima dispone per compiere il suo viaggio terreno, sorta di interfaccia tra lo spirito e il mondo, riflesso psicosomatico di entrambi.

Bisognerà dunque vedere cosa l’anima ha fatto di questo strumento, quali suoni ne ha tratto. E difatti la maggioranza delle NDE riferisce di una sorta di anamnesi rituale, prammatico esame della vita passata, cui bisogna sottoporsi par quasi per burocratica necessità, come nel Libro egiziano dei morti si pesa il cuore del defunto. L’anima rivede fatti, pensieri, sentimenti spesso completamente dimenticati, e diviene consapevole delle loro conseguenze. Ancor più, prova in sé quello che i suoi comportamenti hanno causato in altre creature viventi. Quindi, se ha fatto del male a qualcuno ne sentirà la sofferenza, anzi la avvertirà in forma immensamente amplificata, perché è nuda, spogliata di ogni armatura protettiva. Per alcuni è un momento di grande sofferenza, di interiori lacerazioni.

Questo giudizio postumo che l’anima dà di sé stessa pone una questione cruciale. Noi pensiamo che l’universo sia retto da leggi fisiche. Qui invece ci vien detto che non solo la nostra vita ma lo svolgersi dell’intera vicenda cosmica è regolata da un’etica trascendente, e da un sistema retributivo – lo si chiami karma, contrappasso, giudizio divino – che ripaga ognuno con la sua stessa moneta. Ogni nostro minimo atto ci ritorna come un’eco, moltiplicato. Saremmo quindi particelle di un universo morale, alla cui base non v’è una rotazione di protoni e di elettroni ma una fisica del bene e del male.

Una questione controversa riguarda la metempsicosi, concetto naturale per una mente orientale ma che mal si concilia coi dogmi della nostra educazione religiosa. Durante la NDE alcuni hanno visioni delle loro vite passate, anche remote, e viene loro mostrato come l’anima debba passare attraverso varie nascite, morti e rinascite, in un incessante processo di apprendimento e purificazione. Il tunnel che si attraversa dopo la morte è detto esser lo stesso che si ripercorrerà in senso contrario per rientrare in un utero materno. E pare sia l’anima stessa a decidere, prima di reincarnarsi, quale sarà la sua missione, il suo compito nella vita, a definire una sorta di progetto esistenziale che spesso verrà drammaticamente dimenticato e tradito.

La reincarnazione è una dottrina basilare in molte culture, benché nelle stesse filosofie orientali  l’idea di una continuità personale tra vita e vita presenti aspetti controversi. Questa difficoltà è ovviamente inevitabile in quelle dottrine che negano l’esistenza di un sé personale, o atman. La NDE sembra tuttavia avvalorare un concetto popolare di trasmigrazione, dimostrando come l’anima sia un’entità distinta dal corpo fisico, dal quale può sia uscire che entrare. È dunque plausibile che, a tempo debito, l’anima si possa introdurre in un nuovo embrione e rinascere. Secondo le antiche teorie buddhiste, è l’atto sessuale che attira e trascina l’anima nel grembo femminile. Francamente, non so come questa idea si possa armonizzare con lo sviluppo delle nuove tecnologie fecondative, con feti prodotti in laboratorio, magari congelati e impiantati artificialmente in un utero (che forse diventerà meccanico).

Accettare la reincarnazione significa dissolvere il nostro senso di una costante identità corporea (o forse dovremmo definirlo il nostro miraggio, dato che le cellule del corpo muoiono e rinascono in continuazione). Potremmo però ammettere la continuità di un “corpo spirituale”, per usare l’espressione paolina. L’ipotesi di un progetto vitale che l’anima elaborerebbe prima di riprendere forme fisiche, assommato all’influsso delle sue esistenze pregresse, con il loro retaggio karmico, spiegherebbe ciò che comunemente chiamiamo ‘destino’ o casualità. Non saremmo costretti ad attribuire disuguaglianze di vario tipo all’arbitrio di una natura ingiusta o di una cieca fortuna. Ma forse è meglio dubitarne. Chissà che il dubbio non sia una regola del gioco.

La luce vivificante

Il ogni caso, cuore delle NDE mi pare l’incontro con la Luce, da tutti descritto come esperienza di immersione beatifica in un amore incondizionato (“son così posta e sommersa nella fonte del suo immenso amore”, dice Caterina da Genova delle sue estasi). Questo splendore caldo, avvolgente, assume a volte forma umana, a volte quella di globo o caligine, nube lucente. In certi casi ha natura particolare, come nel caso dei cosiddetti angeli, in altri è un oceano luminoso, un Sole spirituale. Ogni cosa, dall’atomo alla stella, ogni realtà fisica o spirituale, sembra una sua emanazione. Si ha qui l’impressione di toccare il ne plus ultra di ogni possibile conoscenza.

Qual è la natura propria di questa luce? Una volta ancora si è costretti a parlar per metafore e approssimazioni. È “abisso della chiarità” nel quale l’anima è inghiottita, per usare le parole dello Pseudo-Agostino. Per Dionigi è “raggio sovrannaturale”. Non è una luce fisica, ci vien detto. È viva, pulsante, intelligente, e non ha altra fonte che sé stessa. “La luce è una sola, e quella luce è coscienza … ed è la vera natura di Shiva. Quella luce nel suo splendore non dipende da null’altro che da sé stessa”, scrive Abhinavagupta, filosofo tantrico del X secolo.

La dialettica tra la Luce e lo sguardo varia nelle NDE secondo i casi. La luminosità è ora sentita come una realtà esterna e indipendente dal soggetto, ora come un’effusione della sua interiorità. Nel primo caso permane una separazione, nel secondo il soggetto confluisce nella luce, in una crasi ontologica. Alcuni sembrerebbero convalidare la formula di Meister Eckhart, secondo cui “l‘occhio nel quale io vedo Dio è lo stesso occhio in cui Dio mi vede”. Vedere Dio ed essere Dio coincidono. Altri ricordano il Prologo di Giovanni: “la luce risplende nelle tenebre”. La tenebra è complemento della luce come l’ignoranza lo è della sapienza, è infatti il buio a permettere che la luce brilli. Questa necessaria oscurità è secondo me la superficie opaca dell’io, che riceve la luce e ne viene illuminata. Questa rifrazione produce un’espansione della coscienza individuale, la rischiara. L’io, tuttavia, è libero di non accogliere la luce, di chiudersi nella sua natura oscura, infera.

Un altro aspetto essenziale è l’identità tra Luce e verità. Essa è quindi una via di conoscenza e di perfezione intellettuale. Ma è anche forza da cui emana spontaneamente e incessantemente il tutto, matrice e cibo della vita. Alcuni identificano questo bagliore immateriale col Cristo, col mistero trinitario, col Logos. Ma, più che farne argomento metafisico, coloro che contemplano la Luce la vivono in sé come esperienza di amore assoluto, un abbraccio che li colma di ineffabile pace e felicità. Direbbe Agostino che “esperimentano la dolcezza delle cose divine”.

Presi nell’amplesso spirituale, vedono che la vita non nasce da una serie di casuali reazioni fisico-chimiche ma da questo amore sorgivo, il cui fine è la beatitudine. “Vi dico queste cose perché la vostra gioia sia completa”. Ma non può esservi gioia dove non c’è amore, né gioia completa dove non vi sia un amore perfetto. Dio è Colui che ti cerca e che vuol essere amato. Perciò Gesù incalza Pietro: “tu mi ami?”, “tu mi ami?”. Il verbo che usa, agapáō, è la traduzione greca di un ebraico‘ahàv, dall’aramaico chàv che significa “accendersi, prendere fuoco”. “Chi è vicino a me è vicino al fuoco” dice Cristo nel vangelo di Tommaso. L’intero cosmo, immensa sfera pulsante di indistruttibile coscienza, appare dunque il fiammeggiare di un impulso creativo in cui conoscenza e amore sono inseparabili, come luce e calore nel fuoco.

Si può pensare che identificare la Luce con Dio, con tutto ciò che questo termine comporta, soddisfi un preconcetto religioso. Anche ‘amore’ è un termine ambiguo, che evoca un ampio, eterogeneo spettro di associazioni. Potremmo forse tradurlo con ‘compassione’ o ‘empatia’, emarginando quegli aspetti erotici e sessuali che non sempre implicano cura e affetto dell’altro.  È ancora una volta un problema di parole. In realtà, la luce rappresenta un Mistero incomunicabile, “al di là dell’essere, del divino, del bene”, citando Dionigi. La si potrebbe credere nella sua essenza incomprensibile, e pensare che si riveli ad alcuni come Persona, ad altri come Idea, Forza o Vuoto fecondo, secondo le loro inclinazioni soggettive.

Ma in sostanza, indipendentemente dal fatto che prima della NDE fosse ateo, agnostico o bigotto, ognuno sperimenta in Sua presenza un puro, illimitato, indefettibile Amore. In Lei non v’è né giudizio né condanna. Non si acciglia di fronte alle debolezze umane ma le comprende, a volte ne sorride. Questo Oltre-divino che tutto perdona, tutto ama, anche i peggiori criminali, può deludere chi crede in un Dio maestoso e terribile, Dio degli eserciti, vendicativo e giustiziere. Inoltre, come conciliare tale infinita misericordia con le moltitudini di anime che vediamo scontare nell’aldilà pene spaventose? Alcuni credono che siano tormentate dalle loro stesse passioni, condannate dal loro rifiuto dell’amore divino. Del resto, se si ammette che certe patologie del corpo fisico, anche gravi, dolorose e mortali, abbiano origine in inconsci conflitti, a maggior ragione è concepibile che coscienze incorporee si auto-torturino, ostinate nel male, recalcitranti davanti alla medicina del perdono.

Carattere epifanico della morte

Dice Hildegard di Bingen che la visione mistica non insegna a parlar da filosofi. Le parole ispirate non sono umane, ma somiglianti “a una fiamma che oscilla”. Qualcuno cerca nelle NDE risposte teologiche o la conferma di posizioni confessionali o dogmatiche. Volendo vi potremmo trovare un’escatologia comune, un’apologetica dell’amore come destino ultimo dell’universo. Ma in una prospettiva ultraterrena pare non esistano religioni migliori di altre. Vengono considerate vie per avvicinarsi a Dio, alla Verità. Hanno valore strumentale, come la zattera usata per traghettarsi all’altra riva e poi abbandonata, secondo la nota metafora buddhista. Questo può certo dispiacere a chi trova nell’essere cristiano, induista o maomettano motivo di distinzione e superiorità.

Le NDE presentano una sorta di trascendente unità delle religioni, distillazione e semplificazione delle varie dottrine. Il loro messaggio ce ne dà una sintesi, un promemoria: siamo esseri liberi, spirituali ed eterni, la cui essenza è amore. Non siamo macchine o prodotti di un’evoluzione senz’anima; ogni forma secolare deve intonarsi alla volontà divina; scopo della vita non è sopravvivere, fare carriera o arricchirsi ma coltivare compassione e saggezza. E la morte non esiste. Cose già dette, che già sapevamo, ma che il mondo ci fa dimenticare.

Perciò i casi di NDE sembrano costituire un’aurorale epifania dello spirito. Invitano l’uomo a uscire dal suo soffocante immanentismo e riaprire un dialogo vivente con Dio, con l’oltremondano. Son parte di quei segni per ora minimi, seminali, quasi inavvertibili, dell’avvicinarsi di un’alba che dissiperà la tenebra del vecchio mondo. L’uomo di oggi ha bisogno d’una nuova rivelazione, di una metanoia che lo salvi dalle sue febbri vaneggianti, dalla totale alienazione e dall’autodistruzione. Lo spirito cerca dunque di parlargli ancora, di ricordargli antiche verità, ma la nostra epoca non favorisce certo il nascere di maestri e di profeti. Quindi si serve di morti, persone portate di là, istruite e rimandate di qua come stupefatti protagonisti di una abduction metafisica.

È forse un tentativo di curare le nostre follie. Forse ci vuol dire che il transumano verso cui tendere non è fatto di mostri bio-meccanici, dei deliri del Metaverso o della polisessualità, ma è un umano che realizza la sua interiore trascendenza. Insegnare che in ognuno di noi c’è un valore che tende all’infinito, che vuol esprimersi in forme sempre più compiute. Perciò non addita nel morire una fine ma uno sconfinato procedere. Non v’è alcun “essere per la morte”. Nulla può morire, ovvero, solo il nulla può cessare d’esistere, come svanisce un miraggio. Nascita e morte sono solo il battere e il levare di una vibrazione ritmica, sistole e diastole di un incessante flusso vitale. Un ampliarsi e un rinnovarsi inesauribile della visione, una tensione fra l’abisso luminoso che è in noi e le zone buie della nostra immanenza, attrito da cui sprizza ogni fiamma creativa. Ora l’essere si restringe in una forma corporea, si fa nervi e sangue, ora si dilata nel respiro dell’anima liberata dalla carne. È un’alternanza di contrazioni ed espansioni, ruota samsarica che attende forse un definitivo nirvana, quella dissoluzione d’ogni vincolo che rende la meditazione della morte meditazione della libertà.

Esiste dunque un’inscindibile solidarietà tra cose ultime e cose prime. E questo legame si manifesta nel pensiero rammemorante dell’essere. L’uomo non può chiudersi in un orizzonte finito senza perdere la sua umanità. Si è detto che la civiltà contemporanea congiura contro il silenzio e il raccoglimento. È vero, ma io direi anche che tesse trame oscure a danno della memoria. Non intendo semplicemente la memoria storica dei fatti, ma il ricordo di sé. La società produce in noi un’esiziale amnesia dell’essere, impigliandoci in una rete di apparenze, di realtà esteriori. Allora, solo morendo puoi ricordare. Il memento mori diventa un memento vivere. Non perché un retorico sensus finis ci permetta di godere più voluttuosamente dei piaceri della vita. Non v’è alcun bisogno di stimolare un simile edonismo. È piuttosto un richiamo alla serietà della vita: ricordati che sei eterno e che devi vivere secondo la dignità del tuo spirito.

L’uomo contemporaneo, tecnologico, è condannato a un vivere nella dimenticanza, a un’esistere la cui memoria è delegata ad algoritmi, a processori elettronici o a meccaniche informazioni neuronali. Ma i ricordi non sono semplici archivi, sono pulsazioni di una coscienza vivente, messaggeri di immortalità. L’anima accoglie in sé fatti mortali e li impregna di una sostanza ideale, immune al morire. Così, tutto – volti, affetti, dolori –  sopravvive in lei. Non è solo flusso di rievocazioni coscienti, è il formarsi di un centro, di un cuore che è continuità personale di memorie e di attese. “Io sono stato – io sono – io sarò”, certezza silenziosa che si incarna in Questo, ma affonda le sue radici in Quello da cui eternamente rinasce.

 

La Silicon Valley Bank è fallita, e non è un episodio accidentale

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di Andrea Zhok

La Silicon Valley Bank è fallita. Se si trattasse di un episodio accidentale di mala gestione potrebbe essere un fatto secondario.
Tuttavia, come segnalato da molti analisti, questo fallimento dipende in modo critico dall’inasprimento della linea monetaria promosso dalla FED per rispondere all’inflazione (esogena).
L’inflazione statunitense non è tanto dovuta all’aumento dei costi delle materie prime (come avviene in Europa), quanto ad un processo mondiale generale di vendita degli asset in dollari (ad una ridotta domanda di dollari corrisponde un minor valore della moneta, che si traduce in inflazione).
Questo processo ha evidenti motivazioni geopolitiche e rende esplicita la riconduzione dell’egemonia americana ai suoi limiti “naturali” post-1945: gli asset in dollari vengono ceduti da quei paesi che, sulla scorta della guerra in Ucraina, hanno percepito l’occasione di disfarsi della onerosa tutela americana.

Un passo estremamente importante nella stessa direzione si può vedere nella strategia di normalizzazione dei rapporti, promossa dalla mediazione cinese, tra Iran e Arabia Saudita (cioè tra il maggior governo sciita e il maggior governo sunnita). Il successo diplomatico esprime il nuovo ruolo della Cina rispetto al vasto mondo islamico.
Tutto lascia pensare che questo movimento sia semplicemente ai suoi inizi.
Ricordiamo che il ruolo del dollaro come valuta rifugio era finora anche la principale ragione tranquillizzante per gli USA rispetto alla traiettoria del loro debito pubblico. Gli USA hanno infatti raggiunto il loro massimo debitorio nella storia (125% del PIL) con un rapporto deficit/Pil che si attesta quasi al 16%. Finché il dollaro è una valuta rifugio, i titoli del tesoro americano hanno acquirenti garantiti, ma quanto meno si presenta tale ruolo dominante, tanto più è facile che gli acquisti di titoli si riducano.

Il problema all’orizzonte non è, naturalmente, un possibile “default” del debito americano, bensì un’operazione “restrittiva” sulle spese interne (data per certa) e operazioni di dismissione e liquidazione di asset esteri. In sostanza, arrivati a questo punto, per non smentire la propria politica tradizionale, gli USA potrebbero finire per alimentare una grande contrazione economica, che per le aree del mondo più legate agli USA si configura come una forte pressione recessiva.
Come abbiamo già visto nella crisi del 2008, gli scricchiolii dell’impero americano possono facilmente finire per scaricarsi senza mediazione sugli “alleati” (meglio sarebbe chiamarli “ammortizzatori”) europei.

Quando i grembiulini cinguettano

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Segnalazione del Centro Studi Federici

I “tweet” del Grande Oriente d’Itala sono molto significativi, poiché ricordano l’affiliazione o comunque la stretta vicinanza alla Massoneria di numerosi personaggi della storia italiana dell’800 e del ‘900 e le loro opere ispirate ai principi massonici.
Per esempio nelle ultime settimane sono stati ricordati:
• Gabriele d’Annunzio (“Tratti massonici sono ben evidenti nei valori inclusi nella “Carta del Carnaro” da lui rielaborata”, “A Zoppola (PN) esiste una nuova Loggia del GOI che porta il suo nome”);
 • il massone Edmondo de Amicis, autore del libro “Cuore” (“bestseller intriso di valori laici e massonici che formò generazioni di italiani”);
•  Giuseppe Mazzini (“il cui pensiero è vicino ai princìpi e ai valori massonici al di là di una sua formale iscrizione all’Ordine. In questa data il GOI commemora anche i Fratelli passati all’Oriente Eterno”);
•  Giordano Bruno (“già condannato per eresia è arso vivo sul rogo a Campo de’ Fiori a Roma per ordine del Papa. Per la Massoneria è maestro e martire del Libero Pensiero che non si è piegato all’intolleranza e al dogmatismo”);
• il massone Giosuè Carducci (“Massone del 33° grado RSAA, per sua espressa volontà indossò le insegne massoniche per il suo funerale a cui partecipò una grande folla”).
E la triste lista potrebbe continuare a lungo.
Chi si ispira al cattolicesimo integrale – che è antimassonico e antimodernista – ovviamente non può nutrire nessuna simpatia per questi personaggi e per le loro opere.

La riforma fiscale

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Segnalazione Wall Street Italia

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Un florilegio sulla grandezza di san Giuseppe

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Il 19 Marzo si festeggia San Giuseppe, Patrono della Chiesa Cattolica, padre putativo di Gesù. Giungendo quest’anno la festa di Domenica, la Messa di San Giuseppe viene celebrata domani (non di precetto). Lo si dice sommessamente per non urtare la suscettibilità di chi non crede. San Giuseppe la urta lo stesso con l’esempio della Sua vita di padre esemplare, vergine e gran lavoratore, che ha aderito pienamente alla difficile chiamata del Signore.

Segnalazione Redazione I Tre Sentieri

Dal Vangelo: Giuseppe da Nazareth, figlio di Davide, uomo giusto, marito di Maria, padre di Gesù, salvatore della vita del Salvatore. 

Dalla liturgia: Certa speranza della nostra vita, sostegno del mondo, illustre per meriti, ministro della nostra salute, padre del Verbo, vincitore dell’inferno, servo fedele e prudente, quasi padre del Re, padrone della sua casa e principe di ogni sua possessione, procuratore della Chiesa di Dio. 

Da Origene: Giusto nella legge, nelle parole, nei fatti, nel giudizio della grazia; umilissimo, stimasi indegno di stare con Maria.

Da sant’Eusebio di Cesarea: In lui un esimio pudore, una modestia e una prudenza somma; eccellente nella pietà verso Dio, splendeva di una meravigliosa bellezza anche nel sembiante. 

Da sant’Ilario di Poitiers: La sua vita è tipica: egli fu come gli Apostoli, alle cui cure fu affidato Cristo, perché lo portassero traverso il mondo; perciò esemplare e figura degli uomini apostolici.

Da sant’Efrem il Siro: Paradiso di delizie, sollievo della Madre di Dio. Pare di sentirlo: « E donde a me questo, ch’io sia sposo alla Madre del mio Dio? Donde a me che il Figlio di Dio sia diventato mio figlio? Ecco che mi è stata resa la corona di Davide, dal momento che il Signore di Davide è venuto nelle mie mani!»

Da san Basilio Magno: Qual Angelo o Santo meritò di essere padre del Figlio di Dio? Solo Giuseppe. Quindi egli è «Fatto tanto più grande degli Angeli, quanto più di loro ha ereditato un nome sovraeccellente!» (Cf Ebr 1, 4).

Da san Gregorio Nisseno: I sacerdoti d’Israele furono guidati divinamente nello scegliere Giuseppe a sposo di Maria. 

Da sant’Epifanio: Grande tra gli uomini, fedele nei costumi, pio nello stesso suo sembiante.

Da san Giovanni Crisostomo: Era colmo di straordinaria riverenza per il Bambino Gesù, e, quando Maria lo poso nella mangiatoia, Giuseppe s’inchino a contemplarlo, il suo cuore fu inondato di gioia, ma non osò toccarlo. Insigne in tutto, fornito d’ogni sorta di virtù, sapiente oltre la legge, era sempre intento alla meditazione dei Profeti.

Da san Girolamo: Più custode che marito per Maria, dovette essere vergine per poter essere chiamato padre del Signore. Intanto fu il Salvatore dell’onore della Madre di Dio.

Da sant’Agostino d’Ippona: Vero marito di Maria, benché vergine; e vero padre di Gesù, benché non l’abbia procreato: se, adottando un figlio di una donna qualsiasi, avrebbe avuto diritto di dirsi suo padre, tanto più allevando come suo il Figlio della sua consorte! Chi dice non doversi chiamare padre Giuseppe per non avere generato Gesù, cerca nel procrear figli più la libidine che l’affetto: Giuseppe ottenne colla carità meglio assai di quel che altri colla carne; e anche quelli che adottano figli, castamente li procreano coll’affetto meglio che colla carne. Come Cristo morente non affidò che a un vergine la sua Madre Vergine, così nemmeno l’avrebbe data in sposa a Giuseppe, se questi non fosse stato più che vergine! Onore della verginità e guardiano della castità, adunque!

Da san Pier Crisologo: È detto «giusto» per il pieno e perfetto possesso di tutte le virtù.

Da san Gregorio Magno: L’unico tra gli uomini trovato degno di essere sposo di Maria!

Da sant’Isidoro di Siviglia: È la creatura più d’ogni altra amata da Gesù e da Maria.

Da san Giovanni Damasceno: A lui, solo fra tutti gli uomini, fu dato il nome di padre del Figlio di Dio, e fu dato liberamente, con tutti gli affetti e l’autorità di padre !

Da san Pier Damiani: È fede della Chiesa che Dio non si contentò di una Madre Vergine, ma vergine volle anche colui, che doveva figurare suo padre.

Da Ruperto di Mästricht: Giuseppe, paradiso di voluttà, in cui c’erano tutte le delizie!

Da san Bernardo di Chiaravalle: Senza dubbio dovette essere uomo ben buono e fedele questo Giuseppe, a cui fu sposata la Madre del Salvatore; fedele servo, cui Dio costituì sollievo di sua Madre, nutrizio della carne di Dio, solo in terra coadiutore fedelissimo del gran consiglio; figlio di Davide, per santità, fede e devozione; il più fedele cooperatore dell’Incarnazione, signore e padrone della Sacra Famiglia, consolatore di Maria nelle sue prove e tribolazioni. Quale felicità per lui nel portare Gesù, carezzarlo, baciarlo!

Da Ssant’Alberto Magno: Modello ai sacerdoti e ai prelati, che governano la Chiesa di Dio!

Dal Gersone: Chi non predicherà la più pura e perfetta pudicizia di Giuseppe, che, vergine, sposò una vergine e la custodì vergine? Primo tra gli uomini, egli insegnò a praticare nel matrimonio un santo e intero celibato. In lui il fomite del peccato originale fu estinto o almeno smorzato, perché l’avvenente aspetto della Vergine non fosse pregiudizievole alla sua virtù. Ci fu chi lo disse santificato nel seno materno. È la terza persona della trinità terrestre. Quale dignità, o Giuseppe, che Maria ti chiami suo signore e il Dio fatto Uomo suo padre! O gloriosa trinità terrena! nulla di più grande, di più buono, di più eccellente. E anche in cielo, quando il padre prega il Figlio, la preghiera vien presa come un comando.

Da san Bernardino da Siena: Per operazione di virtù, doveva essere somigliantissimo alla Vergine; perciò io lo penso mondissimo nella castità, profondissimo nell’umiltà, ardentissimo nella carità, altissimo nella contemplazione, per essere un aiuto simile alla Vergine: con tutto l’affetto del cuore Maria l’amava sincerissimamente e dal tesoro del suo cuore davagli quanto egli ne poteva ricevere. A lui poi è debitrice la Chiesa per avere egli ordinatamente e onestamente introdotto nel mondo il Divin Redentore; onde, se la Chiesa onora Maria, per averci dato il Cristo, dopo che a Maria, tanto devesi a Giuseppe. È la chiave del Vecchio Testamento, in cui la dignità dei Patriarchi e dei Profeti consegue il frutto promesso: egli solo corporalmente possedette Colui, che ad essi era stato promesso. Non si può dubitare che Cristo continui in cielo a lui quella famigliarità, riverenza e sublimissima dignità accordatagli in terra: anzi è da credere che in cielo compia e perfezioni tutte queste cose.

Da san Giovanni d’Avila: Capo della immensa moltitudine dei tribolati! 

Da santa Teresa di Gesù: Io non capisco come si possa pensare a Maria tutta occupata nelle sue cure al Bambino Gesù, senza ringraziare san Giuseppe per tutti gli aiuti, che presto in quel tempo alla Madre e al Figlio! San Giuseppe è maestro d’orazione e di vita interiore: chi non ha chi gl’insegni a pregare, prenda per maestro questo glorioso Santo, e non fallirà la strada. Egli è il mio avvocato e protettore, padre e signore!

Da san Pietro Canisio: Caro a Dio e agli uomini (Eccles., XLI, I). Poiché rifulse per eminente virtù, è giusto che a tutti venga proposto in esempio da imitare per vivere bene e santamente.

Dal padre Suarez: Tre privilegi ebbe san Giuseppe: essere santificato nell’utero materno, essere insieme confermato in grazia, essere perciò esente dagli stimoli della concupiscenza. L’opinione che superi tutti i Santi in grazia e in gloria, io non credo che sia avventata e improbabile, bensì. Il suo ministero, nella sua qualità, fu più perfetto di quello dell’apostolato, perché appartiene all’unione ipostatica.

Da san Francesco di Sales: Non è solo patriarca, ma corifeo dei patriarchi; non è solo confessore, ma più che confessore, perché nella sua confessione sono racchiuse la dignità dei vescovi e la generosità dei martiri e di tutti gli altri Santi. Quale unione tra san Giuseppe e Maria! Per questa unione Nostro Signore, come apparteneva a sua Madre, apparteneva anche a san Giuseppe, non secondo la natura, ma secondo la grazia; perché questa unione lo faceva partecipe di tutto ciò che apparteneva alla sua Sposa: Maria, quasi specchio, riceveva nella sua anima i raggi del Sole eterno di giustizia, e l’anima di Giuseppe, quasi altro specchio, anch’essa di faccia a Maria ne raccoglieva perfettamente i raggi riflessi. Più perfetto degli Angeli nella verginità, eminentissimo in sapienza, compitissimo in ogni sorta di perfezione, anch’egli morì di amore, non altrimenti della Vergine sua Sposa, e, com’Essa, fu sollevato in anima e corpo al cielo.

Da Cornelio a Lapide: Giuseppe è più un angelo che un uomo in tutta la sua condotta!

Dal venerabile Olier: Fu dato alla terra per esprimere visibilmente le adorabili perfezioni di Dio Padre. Nella sola sua persona egli portava la bellezza, la purità, l’amore, la sapienza e la prudenza, la misericordia e la compassione di Lui. Un Santo solo è destinato a rappresentare Dio Padre, mentre che un’infinità di creature, una moltitudine di Santi sono necessari per rappresentare Gesù Cristo; poiché tutta la Chiesa non opera se non per manifestare le virtù e le perfezioni del suo adorabile Capo: il solo san Giuseppe rappresenta il Padre Eterno! Tutti gli Angeli insieme sono creati per rappresentare Dio e le sue perfezioni: un uomo solo rappresenta tutte le grandezze di Lui! Egli è perciò l’essere più grande, più celebre, più incomprensibile e, in proporzione, come Dio Padre, nascosto e invisibile nella sua persona, incomprensibile nel suo essere e nelle sue perfezioni: sotto questo riguardo, è incomparabile e costituisce un ordine a parte.

Da Paolo Aresi di Tortona: Da tutte le Persone della Santissima Trinità ebbe privilegi singolarissimi: dalla prima, di essere padre del Verbo Incarnato; dalla seconda, di essere giusto e figlio di Davide; dalla terza, di essere sposo di Maria. Quand’anche non fosse stato santo, lo sarebbe diventato sposando Maria, secondo la parola dell’Apostolo (1 Cor 7,14). Dovette essere poi somigliantissimo a Cristo e nella bellezza del volto e nella gentilezza del tratto; e l’arguisco da questo che, avendo Cristo voluto passare per suo figlio, la gente doveva riscontrare in Lui le fattezze di Giuseppe per crederlo suo vero padre, benché non lo fosse.

Dal padre Paolo Segneri: Fu niente per sé, ma tutto per Cristo. Fu sposo della Vergine, solo quanto ciò doveva valere a salvare l’onore di Gesù; del resto, la lasciò intatta, come fa l’olmo, che si sposa alla vite, ma non ha parte alcuna nel suo frutto, che pure aiuta a portare. Fu padre a Cristo, ma solo di affetto e assistenza per la sollecitudine, che gli doveva prestare: del resto, non doveva vederne la gloria, e anche delle sue azioni solo doveva sapersi quanto era necessario a lumeggiare Gesù, e anche dopo morte per dei secoli rimase incognito e inglorioso.

Dal Bossuet: Fatto custode dei tre più preziosi depositi -la Verginità di Maria, la Persona di Gesù, il Mistero dell’Incarnazione Divina- li custodi fedelmente. Nessun dubbio perciò che sia stato fornito delle tre virtù necessarie a custodire tali depositi: purità, fedeltà, umiltà. Se fu la verginità di Maria, che trasse dal cielo in terra il Verbo, Giuseppe è a parte di questo miracolo, perché la purità di Maria è deposito di Giuseppe, anzi bene suo, per il matrimonio e le cure, con cui la custodì; tanta parte quindi ha ben anche nel frutto di Lei. Cristo aveva un Padre in cielo, che l’avrebbe poi abbandonato sulla Croce, e anche da quando venne in terra sembrò abbandonarlo, viceversa L’affidò a Giuseppe, qual padre terreno; e Giuseppe raccolse il mandato e non visse più che per Gesù, tutto viscere di padre; ciò che non è per natura, lo è per affetto, poiché Dio gli ha mutato il cuore, come a Saul (1 Re 10, 9), onde non è meraviglia che comandi e tutto si sacrifichi per Lui. La sua missione è diversa da quella degli Apostoli: Gesù è loro rivelato, perché lo predichino; a Giuseppe invece per celarlo. Quelli sono fiaccole, che Lo mostrano al mondo; questi un velo, che Lo copre: velo misterioso, che coprì la verginità di Maria e gli splendori del Figlio di Dio. Giuseppe vide Gesù e tacque; Lo godette e non parlò; adempì la sua vocazione di ministro e compagno della vita nascosta.

Da san Leonardo da Porto Maurizio: Come Maria è Regina degli Angeli e dei Santi, così per legge san Giuseppe suo sposo è re degli Angeli e dei Santi: onde, se onorate Maria con questo titolo, così anche si deve dire a san Giuseppe: «Re degli Angeli, re dei Santi, prega per noi!» Dio volle che S. Giuseppe fosse protettore speciale d’ogni classe di persone e intercessore universale, perché tutti possano sentirsi protetti da lui.

Da sant’Alfonso M. de’ Liguori: Non si deve dubitare che Giuseppe, vivendo con Cristo, crebbe tanto in meriti e santità da sorpassare tutti i Santi. Egli è speciale protettore dei moribondi, perché la sua intercessione presso Gesù è più potente di quella d’ogni altro Santo, e perché ha maggior potere contro i demoni, e perché fu assistito in morte da Gesù e Maria. Da Giuseppe ottiene più grazie chi più lo prega: la più grande grazia, che fa ai suoi devoti, è un tenero e ardentissimo amore a Gesù.

Da Pio IX: È il Patrono della Chiesa Cattolica. Per la grande dignità e posizione concessagli da Dio, la Chiesa lo tiene nel più alto onore e massima considerazione, dopo Maria, e con preferenza a lui rivolge le sue preghiere nelle sue necessità.

Da Leone XIIIS’avvicina in grandezza, grazia, santità e gloria a Maria quanto nessun altro mai, e non meno grandeggia quale custode e padre putativo di Gesù. Modello ai padri di famiglia, ai coniugi, ai vergini, ai nobili, ai ricchi, ai proletari, operai o poveri: è cosa conveniente e sommamente degna di lui, che, come già la Sacra Famiglia, Egli copra e difenda col suo patrocinio la Chiesa di Cristo. 

Da San Pio X: Qual era la professione di S.Giuseppe? San Giuseppe, benché fosse di stirpe reale di David, era povero, e ridotto a guadagnarsi il vitto colla fatica delle sue mani.

Da Benedetto XV: Col fiorire così della devozione dei fedeli verso san Giuseppe, aumenterà insieme, per necessaria conseguenza, il loro culto verso la Sacra Famiglia di Nazareth, di cui egli fu l’augusto Capo, sgorgando queste due devozioni l’una dall’altra spontaneamente. poiché per san Giuseppe noi andiamo direttamente a Maria, e per Maria al fonte di ogni santità, Gesù Cristo, il quale consacrò le virtù domestiche colla sua obbedienza verso san Giuseppe e Maria. A questi meravigliosi esemplari di virtù Noi quindi desideriamo che le cristiane famiglie si ispirino e completamente si rinnovellino.

Da Pio XI: Ecco un santo che entra nella vita e si spende interamente nell’adempimento d’una missione unica da parte di Dio, la missione di custodire la purezza di Maria, di proteggere nostro Signore e di nascondere, con la sua ammirabile cooperazione, il segreto della redenzione. Nella grandezza di questa missione ha le sue radici la santità singolare e incomparabile di san Giuseppe, poiché una tale missione non fu affidata a nessun altro santo… è evidente che, in virtù d’una missione così alta, Giuseppe possedeva già il titolo di gloria che è suo, quello di patrono della Chiesa universale. Tutta la Chiesa, infatti, è già presente presso di lui allo stato di germe fecondo.

Da Pio XII: È facile dunque, è dolce rappresentarci questa santa Famiglia di Nazareth all’ora della consueta preghiera. Nell’alba dorata o nel violaceo crepuscolo della Palestina, sulla piccola terrazza della loro bianca casetta, rivolti verso Gerusalemme, Gesù, Maria e Giuseppe sono in ginocchio; Giuseppe, come capo della famiglia, recita la preghiera ma è Gesù che la ispira, e Maria unisce la sua dolce voce a quella grave del santo Patriarca. Futuri capi di famiglia! Meditate e imitate questi esempio, che troppo uomini oggi dimenticano.

 

LA SANTITA’ DI MAMMA MARGHERITA, LA MADRE DI DON BOSCO

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Segnalazione di Redazione BastaBugie

Margherita Occhiena non è protagonista di eventi straordinari, quanto piuttosto ebbe una vita umile e nascosta vissuta al fianco dello straordinario figlio
di Fabio Arduino

Non è cosa semplice tracciare un breve profilo biografico di questa semplice donna, genitrice di un grande santo quale Giovanni Bosco. La santità di Margherita Occhiena non è infatti frutto di eventi straordinari, quanto piuttosto di una vita umile e nascosta vissuta in armonia con l’insegnamento evangelico.
Nacque il 1° aprile 1788 a Capriglio, sulle colline astigiane, ed il giorno stesso venne battezzata nella chiesa parrocchiale del paese. Qui rimase sino al matrimonio con Francesco Bosco, amico di famiglia, già vedovo e padre di un figlio. Il matrimonio fu celebrato a Capriglio il 6 giugno 1812. La coppia si stabilì ai Becchi, frazione di Castelnuovo d’Asti (odierna Castelnuovo Don Bosco), sul colle ove oggi sorge la grande basilica, nella casa del mezzadro Francesco. Iniziò così per Margherita una nuova vita. Il marito aveva un sogno: diventare un piccolo proprietario, con le proprie terre e la propria casa. Per questo acquistò alcuni campi, una striscia di vigna, e una casupola che trasforma in stalla per i due buoi e la mucca che già possedeva. Il 17 aprile 1813, nacque Giuseppe, il primo figlio di Margherita e Francesco. Il 16 agosto 1815 nacque poi il secondo figlio, Giovanni, che diventerà il celeberrimo Don Bosco.
Ancora due anni di rustica serenità, poi morì il padre, come Don Bosco narrò nelle sue Memorie: “Non avevo ancora due anni, quando Dio misericordioso ci colpì con una grave sventura. Mio papà era nel pieno delle forze, nel fiore degli anni, ed era impegnato a darci una buona educazione cristiana. Un giorno, tornando dal lavoro madido di sudore, scese senza pensarci nella cantina sotterranea e fredda. Fu assalito da una febbre violenta, sintomo di una grave polmonite. In pochi giorni la malattia lo stroncò. Nelle ultime ore ricevette i santi Sacramenti e raccomandò a mia madre di avere fiducia in Dio. Cessò di vivere a 34 anni. Era il 12 maggio 1817”.

GIOVANE VEDOVA
Alla prematura morte del marito, la ventinovenne Margherita si trovò ad affrontare da sola la conduzione della famiglia in un momento di grande carestia, ad assistere la suocera ed il figliastro Antonio, nonchè ad educari i due figli nati dal matrimonio: Giuseppe e Giovanni. Donna forte, dalle idee chiare, determinata nelle scelte, con un regime di vita sobrio, nell’educazione cristiana è severa, dolce e ragionevole. I tre ragazzi avevano un temperamento assai diverso, ma Mamma Margherita non livellò e non mortificò mai nessuno. Costretta a fare scelte talvolta drammatiche, quale l’allontanamento da casa del figlio minore per non rompere la pace e per farlo studiare, era solita assecondare con fede, saggezza e coraggio le propensioni dei figli, aiutandoli a crescere nella generosità e nell’intraprendenza.
All’età di nove anni, il piccolo Giovannino ebbe un sogno che lo guidò verso il suo futuro di educatore di una immensa schiera di giovani. Con il passare degli anni si consolidò in lui il desiderio di diventare sacerdote, ma mancavano in famiglia le possibilità economiche per un tale passo e l’unica via percorribile sarebbe stata diventare francescano. Questa idea fu anche comunicata dal parroco a Mamma Margherita, che allora chiese al figlio: “Il parroco è stato da me per confidarmi che tu vuoi farti religioso. È vero?”. Giovanni rispose: “Sì, madre mia. Credo che voi non avrete nulla in contrario”. Allora la madre lo ammonì sapientemente: “Io voglio solamente che tu esamini attentamente il passo che vuoi fare e poi segui la tua vocazione senza guardar ad alcuno. La prima cosa è la salvezza della tua anima. Il parroco voleva che io ti dissuadessi da questa decisione in vista del bisogno che potrei avere in avvenire del tuo aiuto. Ma io dico: in queste cose non c’entro, perché Dio è prima di tutto. Non prenderti fastidio per me. Io da te voglio niente; niente aspetto da te. Ritieni bene: sono nata in povertà, sono vissuta in povertà, voglio morire in povertà. Anzi te lo protesto. Se ti decidessi per lo stato di prete secolare, e per sventura diventassi ricco, io non verrò neppure a farti una sola visita, anzi non porrò mai piede in casa tua. Ricordalo bene”.

LA SANTA IGNORANZA
Toccò proprio a Margherita accompagnare con particolare amore il figlio sino al sacerdozio e poi, lasciando la cara casetta dei Becchi, lo seguì nella sua missione tra i giovani poveri e abbandonati di Torino. In una sera piovosa del maggio del 1847, Mamma Margherita e Don Bosco accolsero a Valdocco il primo ragazzo, dando così inizio alla loro opera. Illetterata, parlava solamente in lingua piemontese, ma piena di quella sapienza che viene dall’alto poté essere d’aiuto a tanti poveri ragazzi di strada, figli di nessuno. Pose sempre Dio innanzi a tutto, consumandosi per Lui in una vita di povertà, di preghiera e di sacrificio.
Qui, per ben dieci anni, la sua vita si confuse con quella del figlio e con gli albori dell’opera salesiana: Mamma Margherita fu così la prima e principale Cooperatrice di Don Bosco ed estese la sua maternità allo stuolo di ragazzi che affollarono il celebre oratorio di Valdocco. Con bontà fattiva divenne l’elemento materno del “sistema preventivo” e senza saperlo fu vera “cofondatrice” della Famiglia Salesiana, sarta che da una buona stoffa seppe creare grandi santi come Domenico Savio e Michele Rua.
Una sera Margherita sussurrò al figlio: “Giovanni, sono stanca. Lasciami tornare ai Becchi. Lavoro dal mattino alla sera, sono una povera vecchia, e quei ragazzacci mi rovinano sempre tutto. Non ce la faccio proprio più”. Don Bosco guardò il volto di sua madre e sente un nodo alla gola. Non trova parole potenzialmente capaci di consolare quella povera donna. Si limitò allora a fare un gesto: le indicò il Crocifisso appeso alla parete e la vecchia mamma capì in silenzio.
Il 29 ottobre 1854 arrivò all’oratorio Domenico Savio, un ragazzino di Mondonio. Mamma Margherita, sempre più frequentemente faceva qualche pausa durante il suo pesante lavoro e per riprendere fiato si recava nella nuova chiesa di San Francesco di Sales, tirava fuori la corona del Rosario e la sgranava lentamente. Un giorno osservò con Don Bosco: “Tu hai tanti giovani buoni, ma nessuno supera la bellezza del cuore e dell’animo di Domenico Savio”. Don Bosco le chiese il perché e lei riprese: “Interrompe i giochi per venire a trovare Gesù nel tabernacolo. Sta in chiesa come un angelo”. Fu dunque lei la prima persona ad accorgersi della santità di quel ragazzo al quale un giorno un papa avrebbe concesso l’aureola dei santi.

EROICA ANCHE NELLA VECCHIAIA
Nell’autunno del 1856, Mamma Margherita non usciva ormai quasi più dalla cucina. Ad ottobre, Don Bosco si recò come sempre ai Becchi per la festa della Madonna del Rosario, portando con sé i ragazzi migliori. Ma per la prima volta Mamma Margherita restò a casa. Per alcuni giorni rimase a letto, tormentata da una tosse insistente. Sopraggiunse poi una febbre alta. Don Bosco chiamò il medico e la diagnosi fu “polmonite”. SI avvicinava dunque la sua morte, vista che per gli anziani quelle era una malattia fatale. Don Bosco pensò che questa sarebbe stata una gravissima perdita per l’oratorio e specialmente per lui. Sua madre gli aveva insegnato a vivere, ad essere prete, ad educare i ragazzi, tutto ciò mentre andavano insieme in campagna, quando si confidava con lui alla sera, mentre all’oratorio rimestava la polenta. Gli aveva insegnato la forza di non stancarsi mai, la fiducia nella Provvidenza. Gli aveva regalato, senza che lui se ne rendesse conto, il suo sistema educativo che meravigliò il mondo. Tutto questo fu condensato nella sua vita e può essere riassunto in sei parole: “bontà dolce e forte della madre”.
Don Giovanni Battista Borel, suo confessore, le amministrò gli ultimi sacramenti. Lei disse al figlio: “Quando eri bambino, ti aiutavo io a ricevere Gesù. Ora tocca a te aiutare tua madre. Di’ le parole forte. Io le ripeterò”. Giunse dai Becchi anche l’altro figlio, Giuseppe, con le mani ancora sporche di terra. Con le sue ultime parle lasciò il suo testamente spirituale: “Vogliatevi sempre bene”. Dio la venne a prendere alle 3 del mattino del 25 novembre 1956. Aveva 68 anni di età. L’accompagnano al Cimitero Monumentale di Torino tanti ragazzi che la piansero quale vera “Mamma”.
Purtroppo i suoi resti mortali sono oggi andati perso, ma mai svanì nella Famiglia Salesiana il suo ricordo e la sua fama di santità. Il suo processo di canonizzazione iniziò però solo nel 1995. E’ stata dichiarata “venerabile” nel 2006, nel 150° anniversario della sua nascita al cielo, eroica nell’esercizio “delle virtù teologali della Fede, della Speranza e della Carità, sia verso Dio sia verso il prossimo, nonché le virtù cardinali della Prudenza, della Giustizia e della Temperanza”, come recita il decreto promulgato dalla Congregazione delle Cause dei Santi.

DOSSIER “SAN GIOVANNI BOSCO”
Il santo educatore dei giovani

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Titolo originale: Venerabile Margherita Occhiena Madre di San Giovanni Bosco
Fonte: santiebeati.it

L’Occidente ha provocato la guerra in Ucraina

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2023/03/13/loccidente-ha-provocato-la-guerra-in-ucraina/

SECONDO LO STORICO AMERICANO BENJAMIN ABELOW SONO GLI STATI UNITI E LA NATO A ESSERE I PRINCIPALI RESPONSABILI DELLA CRISI UCRAINA

Venerdì 10 Marzo 2023 il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha dichiarato al programma Big Game di Channel One: “… Contro la Russia si stanno usando un linguaggio, una retorica e delle azioni estremamente aggressive, soprattutto sotto forma di sanzioni illegali e senza precedenti. L’Occidente lo ha deciso da solo che questa è una guerra all’ultimo sangue. […] La filosofia “con noi o con la Russia” è stata alimentata dall’Unione Europea fin dall’inizio della situazione geopolitica, dopo la scomparsa dell’URSS“.

Quando c’è di mezzo una guerra di potere geopolitico, la propaganda di parte domina, perciò sono necessarie letture il più possibile super partes, perché in tali frangenti e, soprattutto, quando qualcuno vincerà, scriverà la storia a modo suo, imponendo un pensiero unico, che, molto spesso è lontano dalla verità. La filosofia “o con noi [Occidente], o con la Russia” non è un’invenzione di Lavrov ma la realtà che viviamo tutti i giorni. L’impressione è che si tratti di un espediente per impedire di ricercare e raccontare i fatti, senza la mediazione della propaganda. Ma non tutti si piegano a questa superficialità, non per essere dei “bastian contrari”, ma perché se i fatti diventano crimini e le menzogne vengono scoperte, il giudizio diventa più realistico.

Nonostante un consenso generale in ascesa, il governo Meloni non trova il sostegno del 57% del popolo italiano, secondo un sondaggio condotto da Iai e Laps, in merito al sostegno militare in Ucraina. Con un debito ormai al 150% del Pil, servito interamente dal risparmio privato mondiale, l’Italia non può permettersi una politica come quella ungherese di Victor Orban, che, invece, ha un debito sovrano al 75% del Pil e vanta la possibilità di praticare una politica monetaria indipendente col 20% di inflazione annuo.

Secondo lo storico americano Benjamin Abelow sono gli Stati Uniti e la NATO a essere i principali responsabili della crisi ucraina. Attraverso una storia trentennale di decisioni politiche sbagliate e di provocazioni, iniziate durante la dissoluzione dell’Unione Sovietica, Washington e i suoi alleati europei hanno posto la Russia in una situazione considerata insostenibile da Putin e dal suo staff militare. Attraverso il libro “Come l’Occidente ha provocato la guerra in Ucraina” (Fazi Editore, Febbraio 2023 eu. 10,00) all’autore bastano 70 pagine per mostrare in modo chiaro e convincente come l’Occidente abbia innescato il conflitto ucraino, mettendo i propri cittadini e il resto del mondo di fronte al rischio reale di una guerra nucleare. Abelow dà voce ad autorevoli analisti politici, militari e funzionari governativi degli Stati Uniti – tra questi John J. Mearsheimer, Stephen F. Cohen, George F. Kennan, Douglas Macgregor – che ci fanno comprendere le ragioni più profonde, mistificate o taciute, della tragedia in corso.

Tutti questi esperti di politica estera sull’ espansione della NATO in Europa orientale dissero al loro grande e superpotente Paese che tale politica avrebbe commesso un pericoloso errore strategico. George Kennan, che si può ritenere il più insigne statista americano del secolo scorso, mise in guardia già nel 1997: “L’allargamento della NATO sarebbe l’errore più fatale della politica americana in tutta l’era post guerra fredda”. Kennan aggiungeva poi, l’anno successivo, in un’intervista a Thomas Friedman: “Ma davvero non lo capiamo? Le nostre divergenze durante la guerra fredda erano con il regime comunista sovietico. E adesso stiamo voltando le spalle proprio alle persone che hanno organizzato la più grande rivoluzione incruenta della storia per rimuovere quel regime”. Fiona Hill, ben inserita negli ambienti di Washington e convinta antirussa, in una intervista pubblicata di recente sulla rivista online “Politico” ammette che gli Stati Uniti hanno commesso dei terribili errori.

Quanto a Putin, la Hill ha specificato: “Penso ci sia un piano razionale e metodico che risale a molto tempo fa, almeno al 2007, quando [Putin] mise in guardia il mondo, e certamente l’Europa, che Mosca non avrebbe accettato un’ulteriore espansione della NATO. E poi, nel giro di un anno, nel 2008, la NATO ha aperto le porte alla Georgia e all’Ucraina. Risale certamente a quel frangente”. Ciò dimostra che già nel lontano 2007, sette anni prima dell’annessione della Crimea, l’intelligence americana era consapevole che esisteva “un rischio reale e concreto” che, in risposta all’espansione della NATO, la Russia annettesse la Crimea, così come sapeva che questa espansione ad est avrebbe potuto innescare una vasta azione militare russa, molto più ampia, estesa all’Ucraina ed alla Georgia.

Abelow analizza, di fatto, una storia controfattuale, ma molto utile a comprendere la situazione: “Se gli Stati Uniti non avessero esteso la NATO fino ai confini con la Russia; se non avessero schierato sistemi di lancio di missili con capacità nucleare in Romania e non li avessero messi in cantiere in Polonia e forse anche in altri Paesi; se non avessero contribuito al rovesciamento del governo ucraino democraticamente eletto nel 2014; se non si fossero ritirati dal trattato ABM e dal trattato sui missili nucleari a raggio intermedio, e non avessero poi ignorato i tentativi russi di negoziare una moratoria bilaterale su tali dispiegamenti; se non avessero condotto esercitazioni a fuoco vivo in Estonia per addestrarsi a colpire obiettivi all’interno della Russia; se non avessero raccordato l’esercito americano con quello ucraino, se gli stati Uniti e i loro alleati NATO non avessero fatto tutte queste cose, la guerra in Ucraina probabilmente non sarebbe scoppiata”. Penso sia una affermazione ragionevole. In una recente intervista, il professore emerito di Politica russa ed europea all’Università del Kent Richard Sakwa ha asserito che Zelensky avrebbe potuto ricercare la pace con la Russia pronunciando solo cinque parole: “L’Ucraina non aderirà alla NATO”. Ha, altresì, fatto il contrario a causa della continua ingerenza di USA e NATO.

“Oggi – conclude Benjamin Abelow – i leader politici di Washington e delle capitali europee, assieme ai mezzi di informazione allineati e codardi che riportano acriticamente le loro sciocchezze, cercano di tirarsi fuori dal fango ma ci sono dentro fino al collo. E’ difficile pensare come coloro che sono stati talmente sciocchi da infilarsi in quel fango possano trovare la saggezza per uscirne prima di affondare del tutto e portare giù con sé tutti noi”.

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