Intervista all’Ambasciatore russo in Italia Sergey Razov

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Sergey Sergeyevich, l’ultimo periodo del suo lavoro in Italia ha coinciso con una delle fasi più difficili delle relazioni tra i nostri Paesi. Ritiene ora che l’Italia sia interessata a mantenere le relazioni con la Russia? È possibile preservare i canali di comunicazione bilaterali che sussistono da tempo?

💬 Com’è noto, non siamo noi a scegliere il nostro tempo, ma è il tempo a scegliere noi. L’ultimo anno e mezzo è stato effettivamente molto difficile per le relazioni tra i nostri Paesi. Tuttavia, ci sono stati tempi peggiori: ricordiamo il coinvolgimento dell’Italia fascista nell’aggressione all’URSS. Sono certo che arriveranno anche tempi migliori, più consoni agli interessi vitali delle nostre due nazioni, alle esigenze di cooperazione economica e di interazione culturale. Tutto sommato, guardo alla situazione con filosofia. Non mi stancherò mai di ripetere: le crisi vanno e vengono, ma gli interessi restano. Negli anni in cui ho lavorato in Italia, sono cambiati sette governi di diverso orientamento politico, con le loro sfumature nella percezione della Russia e i loro approcci specifici alle relazioni con il nostro Paese. Tuttavia, anche nell’ambito della mutevole congiuntura politica, noi qui abbiamo sempre percepito l’atteggiamento gentilmente amichevole degli italiani comuni nei confronti dei nostri cittadini che hanno ricambiato con reciproca simpatia.

Torno alla Sua domanda. Vengono mantenute relazioni interstatali: diplomatiche, economiche, consolari e di altro tipo. Si conservano i canali bilaterali di comunicazione, anche se su scala notevolmente più limitata rispetto al passato.

❓ Recentemente il Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri italiano A. Tajani durante un incontro con i media stranieri, ha dichiarato che Lei starebbe andando un po’ al di là dei Suoi compiti di Ambasciatore e, non essendo il Ministro degli Esteri, starebbe dando valutazioni politiche. Cosa ne pensa?

💬 I miei compiti di Ambasciatore sono sanciti dalla legge federale russa in materia. Cito: “L’ambasciatore è il più alto rappresentante ufficiale della Federazione Russa accreditato nello Stato ospitante che assicura, con i mezzi della diplomazia e del diritto internazionale, l’attuazione della politica estera della Federazione Russa”. Nei miei 30 anni di attività come Ambasciatore in vari Paesi, mi sono attenuto rigorosamente a questi requisiti, che implicano direttamente, ne converrà, anche le relative “valutazioni politiche”.

A giudicare dalle dichiarazioni dei rappresentanti della leadership italiana, l’Italia è diventata uno dei leader della UE nel congelamento delle proprietà e dei beni degli uomini d’affari russi. Qualche imprenditore nazionale si è rivolto a voi per chiedere aiuto? E come valuta le prospettive di una loro azione legale su questo problema?

💬 La stampa italiana, citando fonti ufficiali, ha comunicato il sequestro di beni russi in Italia per un valore di 2,8 miliardi di euro. Se questo è vero, l’Italia occuperebbe davvero una posizione egemonica in materia. È difficile valutare come queste azioni illegali possano conciliarsi con le garanzie giuridiche dei diritti alla proprietà privata sancite dalla Costituzione italiana. A quanto pare, le decisioni della UE in materia di sanzioni collettive sono prevalenti rispetto alle leggi italiane.

I cittadini russi non chiedono l’assistenza dell’Ambasciata in questo campo. Sono i loro avvocati a occuparsi di questi casi. Non mi pronuncio sulle prospettive di risarcimento che dipendono dalle circostanze di ogni singolo caso e, naturalmente, dalla situazione politica generale.

❓ La situazione del turismo è notevolmente peggiorata, ma l’imprenditoria italiana continua a lavorare in Russia e a mostrare interesse per gli investimenti nel nostro Paese? Quanto gravi sono gli ostacoli posti dalla burocrazia europea per farlo?

💬 Nei migliori anni “pre-covid”, sono arrivati in Italia fino a 800.000 cittadini russi. L’anno scorso questa cifra è scesa di un ordine di grandezza.

Le sanzioni imposte dalla UE alla Russia hanno esercitato un impatto negativo sullo stato generale della cooperazione commerciale, economica e finanziaria  tra i nostri Paesi e sull’attività della comunità imprenditoriale italiana. Alcune aziende hanno lasciato la Russia, ma molte sono rimaste, non volendo perdere le opportunità di un’attività operativa molto redditizia sul mercato russo né i legami costruiti nei decenni con i partner russi. Di conseguenza, le esportazioni italiane in Russia sono in calo. Le importazioni dalla Russia, che fino a poco tempo fa fino all’80% erano costituite dalle forniture energetiche, sono le più colpite dalle misure restrittive collettive della burocrazia europea. La quota di gas naturale russo, che rappresentava il 40% del fabbisogno d’importazione italiano, è scesa al 10%.

❓ Lei è Ambasciatore della Russia in Italia da quasi 10 anni. Come è cambiato questo Paese in questo periodo? Come si sente all’idea di lasciarlo? Come ricorderà l’Italia: come uno Stato all’avanguardia nella politica delle sanzioni occidentali o come un Paese in cui molti cittadini amano ancora la Russia, il suo popolo e la sua cultura?

💬 Quando si parla del volto del Paese, emerge un quadro a mosaico. Le bellezze naturali, il ricco patrimonio storico e culturale, la cucina caratteristica, la tradizionale apertura e ospitalità degli italiani attraggono decine di milioni di persone da tutto il mondo. Ma ci sono anche molti problemi: il debito nazionale, elevato rispetto agli standard europei, il deficit di bilancio, l’inflazione, l’afflusso di immigrati clandestini, il calo della natalità, ecc. Anche se, agli occhi di un osservatore esterno, la prima parte supera certamente la seconda. E dunque il ricordo dell’Italia nella mia memoria non sarà uniforme. Un Paese che ha aderito incondizionatamente alle sanzioni distruttive contro la Russia e alle forniture di armi all’Ucraina (contro la volontà di metà della popolazione). Al contempo, un Paese i cui cittadini amano la Russia, la sua cultura e hanno un’incrollabile simpatia per i russi. In questo caso è probabilmente la seconda a prevalere sulla prima.

Come spesso accade prima di una partenza, provo un misto di sentimenti: una leggera tristezza per la separazione da numerosi amici e conoscenti italiani e la soddisfazione per il ritorno in patria.

Articolo completo: https://telegra.ph/Risposte-dellAmbasciatore-della-Federazione-Russa-nella-Repubblica-Italiana-Sergey-Razov-alle-domande-di-agenzie-stampa-RIA-Novo-04-19

Catechismo Maggiore di san Pio X – Della settimana santa

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di Istituto Mater Boni Consilii, Centro Librario Sodalitium

 

Catechismo Maggiore di san Pio X – Della settimana santa

§ 3. – Della settimana santa in generale

45 D. Perché l’ultima settimana di Quaresima si dice santa?

R. L’ultima settimana di Quaresima si dice santa, perché in essa si celebra la memoria dei più grandi misteri operati da Gesù Cristo per la nostra redenzione.

46 D. Di qual mistero si fa memoria nella domenica delle Palme?
R. Nella domenica delle Palme si fa memoria dell’entrata trionfante che Gesù Cristo fece in Gerusalemme sei giorni avanti la sua passione.

47 D. Per qual causa Gesù Cristo valle entrare trionfante in Gerusalemme avanti la sua passione?
R. Gesù Cristo avanti la sua passione volle entrare trionfante in Gerusalemme, come era stato predetto:
1.    per animare i suoi discepoli dando loro in tal maniera una chiara prova che andava a patire spontaneamente;
2.    per insegnarci che colla sua morte egli trionferebbe del demonio, del mondo e della carne, e che ci aprirebbe l’entrata in cielo.

48 D. Qual mistero si celebra nel giovedì santo?

R. Nel giovedì santo si celebra l’istituzione del santissimo Sacramento dell’Eucaristia.

49 D. Qual mistero si ricorda nel venerdì santo?
R. Nel venerdì santo si ricorda la passione e morte del Salvatore.

50 D. Quali misteri si onorano nel sabato santo?
R. Nel sabato santo si onorano la sepoltura di Gesù Cristo e la sua discesa al limbo e dopo il segno del Gloria si comincia ad onorare la sua gloriosa resurrezione.

51 D. Che cosa dobbiamo noi fare per passare la settimana santa secondo la mente della Chiesa?
R. Per passare la settimana santa secondo la mente della Chiesa dobbiamo fare tre cose:
1.    unire al digiuno un maggior raccoglimento interno, e un maggior fervore di orazione;
2.    meditare di continuo con ispirito di compunzione i patimenti di Gesù Cristo;
3.    assistere se si può, ai divini uffici con questo medesimo spirito.

§ 2. – Di alcuni riti della settimana santa.

52 D. Perché la domenica della settimana santa si dice delle Palme?

R. La domenica della settimana santa si dice delle Palme a cagione della processione che si fa in questo giorno, in cui si porta in mano da’ fedeli un ramo d’olivo o di palma.

53 D. Perché nella domenica delle Palme si fa la processione portando rami d’olivo o palme?
R. Nella domenica delle Palme si fa la processione portando rami di olivo o palme per ricordare l’entrata trionfante di Gesù Cristo in Gerusalemme, incontrato dalle turbe con rami di palma in mano.

54 D. Perché nel ritorno della processione delle Palme si batte tre volte alla porta della Chiesa prima che si apra?
R. Nel ritorno della processione delle Palme si batte tre volte alla porta della Chiesa, prima che si apra, per significare che il paradiso era chiuso pel peccato di Adamo, e che Gesù Cristo ce ne ha meritato l’ingresso colla sua morte.

55 D. Chi furono quelli che andarono incontro a Gesù Cristo allorché entrò trionfante in Gerusalemme?
R. Allorché Gesù Cristo entrò trionfante in Gerusalemme, gli andò incontro il popolo semplice ed i fanciulli, non già i grandi della città; così disponendo Iddio per farci conoscere che la superbia rese questi indegni di aver parte nel trionfo di nostro Signore, che ama la semplicità di cuore, l’umiltà e l’innocenza.

56 D. Perché non si suonano le campane dal giovedì santo al sabato santo?
R. Dal giovedì sino al sabato santo non si suonano le campane in segno di grande afflizione per la passione e morte del Salvatore.

57 D. Perché si conserva nel giovedì santo un’ostia grande consacrata?
R. Nel giovedì santo si conserva un’ ostia grande consacrata:
1.    affinché si tributino speciali adorazioni al sacramento dell’ Eucaristia nel giorno in cui venne istituito;
2.    perché si possa compiere la liturgia nel venerdì santo, in cui non si fa dal sacerdote la consacrazione.

58 D. Perché nel giovedì santo dopo la Messa si spogliano gli altari?
R. Nel giovedì santo dopo la Messa si spogliano gli altari per rappresentarci Gesù Cristo spogliato delle sue vesti per essere flagellato e affisso alla croce; e per insegnarci che per celebrare degnamente la sua passione dobbiamo spogliarci dell’uomo vecchio, cioè d’ogni affetto mondano.

59 D. Perché si fa la lavanda dei piedi nel giovedì santo?
R. Nel giovedì santo si fa la lavanda dei piedi:
1.    per rinnovare la memoria di quell’atto di umiliazione con cui Gesù Cristo si abbassò a lavarli ai suoi Apostoli;
2.    perché Egli medesimo esortò gli Apostoli e, in persona di essi, i fedeli ad imitare il suo esempio;
3.    per insegnarci, che dobbiamo purificare il nostro cuore da ogni macchia, ed esercitare gli uni verso degli altri i doveri della carità ed umiltà cristiana.

60 D. Perché nel giovedì santo i fedeli si recano alla visita del Santissimo Sacramento in più chiese pubblicamente nelle processioni, o privatamente?
R. Nel giovedì santo i fedeli si recano alla visita del Santissimo Sacramento in più chiese in memoria de’ dolori sofferti da Gesù Cristo in più luoghi, come nell’orto, nelle case di Caifa, di Pilato e di Erode, e sul Calvario.

61 D. Con quale spirito si devono fare le visiti nel giovedì santo?
R. Nel giovedì santo si devono fare le visite non per curiosità, per abitudine o per divertimento, ma per sincera contrizione dei nostri peccati, che sono la vera cagione della passione

e morte del nostro Redentore, e con vero spirito di compassione delle sue pene, meditandone i vari patimenti; per esempio nella prima visita quel che soffri nell’orto; nella seconda, quel che soffrì nel pretorio di Pilato; e così dicasi delle altre.

62 D. Perché nel venerdì santo la Chiesa, in modo particolare, presa il Signore per ogni sorta di persone, anche per i pagani e per i giudei?
R. La Chiesa nel venerdì santo, in modo particolare, prega il Signore per ogni sorta di persone per dimostrare che Cristo è morto per tutti gli uomini e per implorare a beneficio di tutti il frutto di sua passione.

63 D. Perché nel venerdì santo si adora solennemente la croce?
R. Nel venerdì santo si adora solennemente la Croce, perché essendovi Gesù Cristo stato inchiodato ed essendovi morto in quel giorno, la santificò col suo sangue.

64 D. L’adorazione si deve al solo Dio, perché adunque si adora la Croce?
R. Si deve adorazione al solo Dio, e però quando si adora la Croce, la nostra adorazione si riferisce a Gesù Cristo morto su di essa.

65 D. Qual cosa è da considerarsi specialmente nei riti del sabato santo?
R. Nei riti del sabato santo è da considerarsi specialmente la benedizione del cero pasquale e del fonte battesimale.

66 D. Che cosa significa il cero pasquale?
R. Il cero pasquale significa lo splendore e la gloria, che Gesù Cristo risuscitato apportò al mondo.

67 D. Perché si benedice nel sabato santo il fonte battesimale?
R. Nel sabato santo si benedice il fonte battesimale, perché anticamente in questo giorno, come ancora nella vigilia della Pentecoste, si conferiva il Battesimo solennemente.

68 D. Che cosa dobbiamo fare mentre si benedice il fonte battesimale?
R. Mentre si benedice il fonte battesimale, dobbiamo ringraziare il Signore d’averci ammessi al Battesimo, e rinnovare le promesse che allora abbiamo fatto.

 

Segui l’articolo completo: https://www.sodalitium.biz/catechismo-s-pio-x-settimana-santa/

L’Occidente liberale è anestetizzato, succube di un potere che può fare ciò che vuole

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di Matteo Castagna

 

L’articolo è stato pubblicato anche su Arianna Editrice di ieri e su “Il 2 di Picche” di oggi.

 

TRE MILIONI DI FRANCESI SI SONO RIVERSATI NELLE STRADE E HANNO MESSO A FERRO E FUOCO LE CITTÀ

Tre milioni di francesi si sono riversati nelle strade e hanno messo a ferro e fuoco le città, incendiando il municipio di Bordeaux, in un moto rivoluzionario che, per numeri, durata e modalità, non si hanno ricordi. Tutti contro Macron ed il governo che ha innalzato di due anni l’età pensionabile. Sappiamo bene che l’Occidente liberale è anestetizzato, succube di un potere che può fare ciò che vuole, imporre regole assurde, rubare e metterci le mani nel conto corrente, imporre leggi folli e giustificare i rincari spaventosi delle bollette e dei beni di prima necessità con una grottesca richiesta di sacrifici a pensionati e lavoratori già oberati dalla pressione fiscale più alta d’Europa.

Riescono, addirittura, con un abile utilizzo della comunicazione pubblica, a propinarci che l’energia ed il cibo abbiano costi da capogiro per colpa di Putin, che ha chiuso i rubinetti e voluto la guerra. Sappiamo, invece, che la responsabilità è delle sanzioni che l’Ue ha imposto alla Russia, ma che, di fatto, pagano i cittadini dei Paesi membri, tramite inflazione e rincari. Noi siamo sempre pronti a cedere. Ci fanno andare in pensione a 67 anni e non a 62 come in Francia, ma da noi i sindacati cosa fanno e a cosa servono? Noi italiani ce lo confidiamo al bar, oppure lo scriviamo sui social. I francesi si spingono oltre. Si ribellano. E noi, sempre con quello spirito disincantato e malinconico, siamo, subito, pronti al confronto piagnone: perché nel Belpaese le persone tartassate ed umiliate stanno sul divano, pur subendone di ogni sorta da una Ue sanguisuga, che ci sta indebitando e dettando un’agenda spaventosa?

Il problema è antropologico. Non abbiamo alle spalle quei secoli di monarchia unitaria e di abitudine a vivere insieme che formano, secondo Renan, la base psichica di una nazione. “Nei “paesi della fiducia”, la critica può spingersi fino a bruschi trapassi e terremoti elettorali. I “paesi della sfiducia” sono immobili, stagnanti, il loro voto è lento, “vischioso”, come si dice da noi. Li spazzano a tratti ondate di furore nichilista, meglio vi prospera il disordine. A un Nord di libera iniziativa e democrazia fondamentalmente sana, si contrappone un Sud perpetuamente in bilico tra miasmi anarchici e tentazioni autoritarie, con economie zoppicanti e le più basse percentuali di popolazione attiva: l’Italia, la Spagna, il Portogallo, il carnevale dell’America Latina. […]

La riflessione di Leopardi, “Gl’italiani non scrivono né pensano sui loro costumi”, resta, per la nostra classe politica, attualissima. A differenza dai colleghi francesi, nessuno dei nostri capi di Stato, di governo o di partito, sembra preoccuparsi profondamente, al di là dei discorsi ufficiali ed elettorali, dell’Italia come motivo di riflessione, di indagine, di affetto. Alla nave dello Stato in pericolo, Orazio si rivolgeva come ad una persona cara. Mentre i nostri capi di governo e ministri non dedicano all’Italia una indagine, uno studio, un pensiero. Se sono docenti, scrivono trattati scolastici, dispense. Andreotti, il solo ministro con la fama di uomo “colto”, ha gl’interessi di un canonico dell’Ottocento. Un ministro socialdemocratico scrive romanzetti per coprire di immondizie la sua giovinezza fascista. E basta.

Non voglio dire che i ministri francesi scrivano e siano colti, e i nostri no. Poco m’importa di queste gare. Dico che là c’è gente che pensa, e studia, e soffre e s’interroga sulle sorti di quella che, incontestabilmente, e per tutti, è la Patria. E qua, dove nessuno adopera questo nome obsoleto, tutti parlano sciattamente di un “Paese”, che sarà laboratorio di nuove formule, arengo di chiacchiere, forziere da saccheggiare, ma a nessuno viene in mente di farne oggetto di studio di riflessione, di cura affettuosa.

Se è vero (è sempre Leopardi) che “il popolaccio italiano è il più cinico dei popolacci”, è vero anche che gli corrisponde la più cinica delle classi dirigenti che mai si siano viste in Europa. E ciò spiega tante cose”. Questo virgolettato che sembra scritto oggi, è stato pubblicato su “Il Giornale” del 18 gennaio 1980 e firmato da Piero Buscaroli. Abbiamo avuto anche noi gente che pensava e amava la Patria. Ora, stretti dalla svogliatezza borghese o indifferenti per il nichilismo strisciante, oppure perché “tanto non cambia nulla” siamo tutti più o meno consapevolmente un po’ Fantozzi e un po’ Tafazzi. E il Sistema ride, mentre noi che guardiamo solo al nostro piccolo orticello, siamo troppi ad esser convinti che agisca per il nostro bene.

 

Per la lettura completa: https://www.informazionecattolica.it/2023/04/03/loccidente-liberale-e-anestetizzato-succube-di-un-potere-che-puo-fare-cio-che-vuole/

E se il flop del Pnrr non fosse un peccato, ma una benedizione?

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di Musso

 

Dice che il Pnrr sta per fallire. Cioè, che l’Italietta non è capace di farne uso. Ah sì?! Ma è poi un peccato?

Tutto subito e dopo niente

191,5 miliardi da spendere in pochissimi anni. Ad esempio, sarà pure stata una idea simpatica invitare i Comuni a spendere 15,05 miliardi per “la resilienza del territorio”. Ma, se quei Comuni sono stati tenuti a stecchetto da almeno 11 anni … eh beh non si vede come possano improvvisamente spendere l’impossibile a comando. Specie se si tratta di un comando transitorio: “ieri non dovevi spendere, oggi devi spendere un sacco, domani dovrai tornare a non spendere”.

Praticamente, mancano i tecnici ed offrire posti a tempo non funziona. E mancano pure le imprese ma,  per lavorare soli tre anni, nessuna si prende il rischio di assumere.

E fa ridere il ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti (già entusiasta del Pnrr), sabato ridottosi a ventilare un ennesimo “provvedimento per migliorare l’organizzazione della struttura della pubblica amministrazione per il Pnrr”.

In generale, la macchina dello Stato italiano è stata educata, sin da Tangentopoli, a non investire: solo un ingenuo poteva immaginare essa potesse, improvvisamente, mettersi a farlo.

Gretinismo trionfante

191,5 miliardi da spendere gretinate. La voce più grossa sono i 59,46 miliardi in “rivoluzione verde e transizione ecologica”. Ad esempio, il “rafforzamento mobilità ciclistica” … che sta all’incremento del Pil come la proverbiale buca nella sabbia di Keynes.

Oppure, “sviluppo infrastrutturale ricarica elettrica” … la quale manifestamente non sta in piedi da sola. Nonché “sviluppo biometano” … senza che nessuno si domandi perché dovremmo incentivare una fonte energetica più cara di quelle delle economie libere dalla Ue e nostre concorrenti. Cioè nuovi costi, strutturali, che strutturalmente ridurranno la futura crescita del Pil.

Ed ancora, “flotte bus e treni verdi” … senza essersi prima assicurati che vengano prodotti, almeno in gran parte, in Italia: così creando una dipendenza da fornitori collocati in Paesi esteri, plausibilmente sul territorio dei nostri cari “alleati” leuropei.

Ed ancora, 15,36 miliardi in “efficienza energetica degli edifici” … come se a Messina facesse il freddo di Helsingør. Ed ancora, altri soldi per la “promozione” di campi off-shore innovativi, come se sul Tirreno soffiasse il vento del Mare del Nord.

Come diavolo abbiano fatto fior di economisti a scambiare tale mangiatoia per un strumento di crescita strutturale, lo sa solo Dio.

Ora e sempre contribuenti netti

191,5 miliardi, dei quali 122,6 sotto forma di prestiti … certamente da rimborsare. I restanti 68,9 sotto forma di “sovvenzioni”: inizialmente detti “a fondo perduto” … in effetti anch’essi da rimborsare con contributi futuri alla Ue. Certo, con un margine positivo di forse 15-20 miliardi … ma basterà usare meno del 90-95 per cento del fondo, per annullare tale margine e ritrovarsi nella consueta condizione di contribuenti netti.

Solo un ingenuo poteva pensare che i Leuropei fossero improvvisamente divenuti disposti a trasferirci più fondi di quanti ne versiamo.

Un Pnrr da buttare

Con tutto ciò, non si vuole sostenere che un programma di investimenti sia cosa mala, anzi: l’Italia ne ha un disperato bisogno. Ma di investimenti scaglionati negli anni … non tutti subito. Essendosi prima dotati delle strutture necessarie … non rincorrendo collaborazioni improvvisate. Pensati a Roma o a Brisighella … non a Bruxelles. Indirizzati in modo da sollecitare la produzione nazionale … non quella tedesca.

Meglio ancora se finanziati da Roma o Brisighella … non attraverso un portage brussellese. Ma, di quest’ultimo aspetto, per ora siamo convinti solo noi che siamo sovranisti. In ogni caso il Pnrr, così com’è, è da buttare. Che stia per fallire, non è affatto un peccato, bensì una benedizione.

Meloni sembra essersene accorta

Di qualcosa deve essersi accorta Giorgia Meloni, se è vero che sta cercando almeno di ridestinare i fondi in funzione della sopravvenuta crisi energetica. Magari a beneficio del nascituro hub italiano del gas.

Ed ancora venerdì ribadiva: “un Pnrr che non abbiamo scritto noi e che va reso compatibile anche con le priorità nuove per la nostra nazione”.

Pure Confindustria sembra essersene accorta

Di qualcosa si è accorto persino il Carlo Bonomi di Confindustria. La cui conversione troviamo riflessa dal Fubini.

In primo luogo, da cambiare sarebbe la destinazione dei fondi: “gli stadi di Firenze e Venezia non hanno niente a che fare con la logica del Recovery … La sperimentazione del trasporto su gomma all’idrogeno non sembra praticabile. I trattori o treni all’idrogeno, non ne parliamo. Anche i campi eolici off-shore nel Mediterraneo sono idee audaci, non progetti realizzabili a costi competitivi”. A beneficio degli investimenti gasieri, sembrerebbe.

In secondo luogo – aggiunge altrove il Fubini – da cambiare sarebbe pure il metodo di erogazione: “più emerge che il Pnrr è ormai una palude, più penso che il modo di non sprecarlo sia usarlo per crediti d’imposta alle imprese che investono in tecnologie e energia verde”. Come si vede, non è solo Meloni a pensare che è tutto sbagliato, tutto da rifare.

Il catalogo degli errori della sinistra

Resta da capire come sia possibile che il presidente Sergio Mattarella, e gli ex premier Gonde e Draghi abbiano accettato una simile sconcezza. Le possibilità sono quattro.

(1) L’inconsapevolezza. La stessa ancor oggi mostrata da Mattarella, per il quale “l’Italia, in questo momento, è protagonista di un importante cambiamento, reso possibile tramite i programmi che l’Ue ha propiziato con il Next Generation EU”.

Concetto ripreso da Elly Schlein: “Il Pnrr [tel quel, così com’è] non è patrimonio di un partito o di una forza politica e non è patrimonio solo del governo”. Spiegato Gentiloni: “la transizione c’è e non si può essere l’ultimo vagone del treno che cerca di trattenere gli altri, perché così non si va da nessuna parte”.

Ed elaborato da De Benedetti che, parlando accanto alla Schlein, ha negato che ridestinare i fondi a beneficio dell’hub europeo del gas possa recare alcun vantaggio al Paese. Per evitare che le risorse vengano dirottate via dagli investimenti gretini, ci si mette pure Landini col suo attacco al nuovo Codice degli appalti.

Se non bastasse, da chissà dove intervengono episodi quali la vandalizzazione della fontana di Piazza di Spagna. Ma è un errore, per tutti i motivi che abbiamo sin qui esposto.

(2) La debolezza finanziaria. Dovuta ai vincoli finanziari legati alla appartenenza alla moneta unica: “meglio un piano di investimenti che fa schifo, che nessun piano di investimenti”, qualcuno può aver pensato.

Ma è un errore: presto ci troveremo contribuenti netti di un piano di investimenti che fa schifo. Cioè, ancora più indebitati ed in cambio di niente.

(3) La strumentalità. Il Pnrr non serve ad investire, bensì a costringerci a fare le riformeh. Infatti, Draghi fa scrivere al fido Giavazzi che: “non è la presunta lentezza il punto di contrasto con la Commissione europea … ma, ad esempio, alcune norme sulla concorrenza come la durata delle concessioni dei porti che è stata estesa fino al punto di renderle di fatto permanenti. Ma qui torniamo ai balneari e al catasto, temi sui quali la maggioranza non sembra voler recedere dalla difesa di rendite indifendibili”.

Coerentemente, lo stesso Mattarella si è spinto a manifestare il desiderio di mettere il Paese “alla stanga” … intendendosi, con tale espressione, un richiamo all’obbedienza del governo e del popolo sovrano che lo ha eletto, equiparati ad una bestia da soma che deve solo obbedire al padrone leuropeo. Ma è un errore, in quanto la bestia è da soma ma non scema. E il padrone nulla può, se essa si rifiuta.

(4) La fede cieca. L’illusione che il Pnrr abbia costituito una svolta istituzionale nella storia dell’Ue: sognano che esso possa essere ripetuto con altri programmi, che magari facciano meno schifo.

Ancor oggi, Gonde blatera “dell’idea di un’Europa solidale”. E Gentiloni ne delira: “si esce avendo politiche di bilancio meno universali e più mirate e usando le risorse europee”. Ma è un errore: grazie a Dio, i tedeschi rifiutano assolutamente il bis.

Una disfida del tutto politica

È per l’insieme di questi motivi che il presidente Mattarella considererebbe il fallimento dell’attuale Pnrr come “un disastro, uno scenario che il Quirinale vuole assolutamente evitare”. Ancora oggi e contro ogni evidenza.

Abbastanza per intuire come la discussione non sia solo burocratica. Bensì anche profondamente politica. Dalla quale può discendere una delle seguenti tre conseguenze:

– o Meloni si arrende e la destra italiana aderisce al Pd;

– oppure, Bruxelles rinuncia al proprio gretinismo. Ed allora vedremo le nuove proposte italiane materializzarsi: gasiere, anzitutto. In tal caso, la crisi definitiva de Leuropa sarà rinviata di un altro giro;

– oppure, Bruxelles rimane gretina e a Roma resterà l’unica alternativa di recuperare forza ed autonomia finanziaria, per poi decidere noi dove e come ci piacerà spendere i nostri soldi. Ciò che si può fare solo imponendo il controllo movimenti capitali, per poi avviarsi serenamente all’uscita da Leuro.

Come si vede, a capire cos’è il Pnrr Meloni ci è arrivata. Non è del tutto escluso che, prima o poi, comprenda anche il resto.

 

Per la lettura completa: https://www.nicolaporro.it/atlanticoquotidiano/quotidiano/politica/e-se-il-flop-del-pnrr-non-fosse-un-peccato-ma-una-benedizione/

Cosa guadagnano gli Usa dalla guerra (e cosa perde l’Europa)

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di Giacomo Gabellini

Fonte: DiariodelWeb

Le posizioni oltranziste del fronte Nato, contrarie a qualsiasi forma di trattativa con l’invasore russo, hanno cambiato il volto della guerra nel corso dei mesi. L’hanno resa più sanguinosa per gli ucraini, inducendo la Russia ad aumentare l’intensità e la violenza dei propri attacchi. Ma l’hanno resa anche economicamente più dispendiosa per noi europei, che ne stiamo pagando il prezzo industriale e sociale, mentre gli alleati statunitensi paiono lucrarci grandemente. Eppure anche Washington ha scommesso una posta così alta sulla roulette del conflitto che, in caso di sconfitta, rischia di perdere addirittura il suo predominio geopolitico, militare e finanziario sul mondo. Al DiariodelWeb.it l’analisi dello scrittore e ricercatore indipendente Giacomo Gabellini.Giacomo Gabellini, al di là della propaganda, qual è stato il reale andamento del primo anno di guerra in Ucraina?
Penso che in Europa si sottovaluti la situazione, o quantomeno manchino gli strumenti interpretativi per capire cosa c’è in ballo.

E cosa c’è in ballo?
L’obiettivo originario della Russia, quando ha avviato la cosiddetta operazione militare speciale, era quello di condurre una specie di trattativa armata. Cioè richiamare l’attenzione degli interlocutori occidentali sulle sue richieste, presentate mesi prima, in merito alla costruzione di un’architettura di difesa euro-atlantica che garantisse la tutela dei loro interessi di sicurezza.

Cosa glielo fa pensare?
Le modalità stesse con cui è stata condotta inizialmente l’operazione, con un corpo d’invasione era molto ridotto. I manuali teorizzano che l’aggressore debba avere un rapporto di forze di tre volte superiore rispetto a chi si difende: in questo caso era esattamente l’opposto. Segno della disponibilità russa ad affiancare alle operazioni militari anche il canale diplomatico. E nei primi mesi questo modus operandi sembrò dare dei risultati.

Quali?
I primi colloqui bilaterali, con delle aperture da parte di Zelensky e dei suoi collaboratori alla possibilità di un accordo. Senonché, tra fine marzo e inizio aprile 2022, la colonna corazzata di mezzi russi che sembrava dirigersi verso Kiev, un po’ alla volta si ritirò. Non in seguito a una sconfitta, ma per una manovra diversiva. Che però fu artatamente sfruttata dagli Usa e dalla Gran Bretagna per indicare la debolezza militare russa.

Un grave errore.
Si pensò che ci fosse la possibilità di infliggere a Mosca una sconfitta strategica. Che magari avrebbe potuto portare al rovesciamento di Putin o, perché no, addirittura alla balcanizzazione della Federazione russa, obiettivo che le potenze anglosassoni perseguono da sempre. Quindi si è assistito a un diluvio di armi, finanziamenti e forniture d’intelligence all’Ucraina, che le hanno permesso di reggere l’urto.

E hanno costretto anche la Russia a modificare, in corso d’opera, il suo modo di combattere.
Ha iniziato a bersagliare sistematicamente le infrastrutture a doppio uso, cioè utilizzabili sia a fini militari che civili: centrali energetiche, sotto-stazioni, ferrovie, strade, linee di trasporto… con grandi disagi per la popolazione. Ha intensificato gli scontri e a un uso forsennato dell’artiglieria, come arma principale. Si parla di 40-50 mila colpi al giorno, in pratica battaglie da seconda guerra mondiale. E persino le colossali forniture inviate dalle potenze occidentali si sono rivelate insufficienti a compensare il divario tra Ucraina e Russia.

Ma Mosca ha cambiato anche il suo target?
Per un po’ ha proseguito la trattativa armata. Dopo i referendum a Lugansk e Donetsk, ha riconosciuto anche l’indipendenza di Zaporizhzhia e Kherson. Ha alzato ulteriormente l’asticella delle richieste: non rinuncerà in ogni caso alle regioni che ha formalmente inglobato. Ma, anche di fronte a questa escalation, il fronte euro-atlantico non ha dato disponibilità a intavolare una trattativa seria. E quindi, a un certo punto, Putin ha dato mandato ai suoi generali di condurre lo sforzo bellico fino a che fosse necessario, cioè fino al conseguimento degli obiettivi.

Quali?
La demilitarizzazione dell’Ucraina, che comporta brutalmente l’eliminazione di tutti gli arruolabili. Stiamo arrivando a questo risultato. Il conflitto ha assunto le caratteristiche di una guerra lenta, di logoramento. E più si protrae, più il numero delle vittime sale. Fonti neutrali, come il Mossad, hanno stimato mesi fa a un giornale turco che gli ucraini avevano già perso 150 mila uomini, a fronte di 20 mila caduti russi. A spuntarla è chi ha più resistenza, più disponibilità di risorse a cui attingere.

Ma i Paesi occidentali fin quando possono permettersi di rimanere coinvolti in questa guerra di logoramento, pagando anche loro un cospicuo prezzo in termini economici e sociali?
Gli Stati Uniti sono molto distanti, quindi anche molto più sicuri. Per noi europei il pericolo è alle porte di casa. Inoltre, per gli Usa la Russia non è mai stato un partner commerciale di rilievo, mentre per l’Europa la guerra ha distrutto legami strutturati. L’afflusso di energia e materie prime da Mosca era la stampella su cui la nostra industria, in particolare quella tedesca, basava la propria potenza mercantile. Le fonti alternative che siamo stati costretti a ricercare hanno prezzi di gran lunga superiori.

Quali sono queste fonti?
Il Qatar e soprattutto gli Stati Uniti. Con il loro gas naturale liquefatto estratto tramite il fracking, tecnica spaventosamente inquinante. Ma, a quanto pare, i discorsi ecologisti in questo caso non contano più.

Gli Usa si sono quindi sostituiti alla Russia come principale fornitore di energia, pur a costi molto più alti.
E non basta. In questo clima di perdita di competitività dell’industria europea si è innestata l’iniziativa statunitense dell’Inflation Reduction Act: una legge, approvata lo scorso agosto, che prevede l’erogazione di sussidi pubblici alle aziende straniere disposte a rilocalizzare alcune produzioni sul territorio Usa. E i risultati si sono visti. Volkswagen, Bmw, Mercedes, Basf, Bayer hanno annullato progetti di potenziamento delle loro strutture nel vecchio continente per pianificare la costruzione di nuovi impianti al di là dell’Atlantico.

Ci vogliono fregare anche l’industria, in altre parole.
Gli Stati Uniti stanno sfruttando le dinamiche innescate dalla guerra per la propria reindustrializzazione, a spese della nostra deindustrializzazione. Già che ci sono, colgono l’occasione per aumentare anche il proprio export di armi, visto che tutti i parlamenti europei hanno votato l’aumento delle spese militari. E infine c’è pure un altro elemento interessante.

Ce lo dica.
Con lo scoppio della guerra si è assistito a una fuga di capitali dall’Europa agli Stati Uniti. Così imponente che Washington, in sei mesi, ha ridotto il suo passivo di circa duemila miliardi di dollari.

Capitali, armi, stabilimenti ed energia: la guerra è un bell’affare per gli Stati Uniti. Molto meno per l’Europa.
La capacità che avremo di sostenere il costo di questa guerra mi sembra molto ridotta. E sarà sempre più ridotta alla luce di queste dinamiche. Per noi questo conflitto è un’operazione perdente su tutta la linea.

Eppure anche dagli Usa cominciano a levarsi voci contrarie al conflitto. Ad esempio quella di Trump.
E non solo lui: anche nel Pentagono si annidano fronde molto ostili a questa deriva bellicosa. Per due ragioni fondamentali. Primo, perché anche se riuscissero a capovolgere le sorti del conflitto a favore dell’Ucraina, e secondo me non ci riusciranno, l’effetto sarebbe quello di spingere la Russia con le spalle al muro. Mentre sta combattendo una guerra che percepisce come esistenziale per il futuro del proprio Paese, cioè che non può perdere. Dunque, di fronte alla prospettiva di una sconfitta, non esiterà a ricorrere a tutte le sue risorse, che comprendono anche le armi nucleari.

Uno scenario da brividi.
I politici forse non se ne rendono conto, ma i militari sì. Da qui deriva la contrarietà di buona parte del Pentagono. Lo stesso capo di Stato maggiore Milley ha affermato più di una volta che questa guerra si deve concludere con una trattativa.

E la seconda ragione?
Lo schieramento occidentale si è giocato tutto sulla vittoria dell’Ucraina. Se dovesse spuntarla la Russia, che cosa ne sarebbe della Nato e della sua credibilità? Per un verso questo comporterebbe l’allentamento, forse decisivo, dei legami all’interno dell’alleanza atlantica. Per l’altro eroderebbe il predominio statunitense sul sistema finanziario mondiale.

Questo sta già accadendo.
Paesi come l’India non solo non hanno aderito alle sanzioni, ma si sono trasformati nei principali acquirenti di petrolio russo, che utilizzano per sé e rivendono in giro per il mondo, costituendosi in circuiti economici alternativi a quello Usa.

Per non parlare della de-dollarizzazione negli Emirati Arabi.
Esattamente. Oltretutto, la confisca delle riserve monetarie della Russia presso le istituzioni occidentali è un provvedimento sanzionatorio mai preso in passato, nemmeno contro la Germania di Hitler. E il congelamento dei beni di singoli cittadini russi, associati in maniera arbitraria al Cremlino, ha avuto un effetto controproducente terribile per gli stessi occidentali.

Cioè?
Ha reso manifesto agli occhi di tutti gli altri Paesi del mondo che, se avessero assunto posizioni contrarie agli interessi statunitensi, le loro riserve sarebbero state confiscate con un clic. E gli arabi, i cinesi, gli africani hanno cominciato a guardarsi attorno e a cercare altre soluzioni. Secondo me anche le difficoltà delle banche svizzere è significativa.

Sotto che profilo?
La Svizzera ha rinunciato alla sua storica neutralità per aderire alla campagna sanzionatoria nei confronti della Russia. E questo ha comportato il ritiro massiccio dei conti dei ricchi di tutto il mondo. Forse non è un caso se oggi il Credit Suisse si ritrova in questa situazione…

Insomma, si assiste a un indebolimento generale del fronte euro-atlantico.
E a un’ascesa complementare dell’Asia e dei Paesi che hanno rifiutato di aderire alle sanzioni contro la Russia. Anche in questo caso, credo che noi europei siamo i primi perdenti.

a cura di Fabrizio Corgnati

“Pugni e colpi alla testa. Pd? Non pervenuto”. Parla il padre del 16enne pestato dai centri sociali

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di Francesca Galici

 

Esprimiamo massima solidarietà all’amico Emilio Giuliana, al figlio e alla famiglia. (n.d.r.)

 

Picchiato da un “compagno” dei centri sociali, parla il padre: Emilio Giuliana, ex consigliere di An a Trento, ci racconta l’aggressione del figlio.

l rientro la domenica a casa, dopo la partita del Trento giocata nello stadio di casa lo scorso 5 marzo, e l’aggressione subita senza un apparente motivo. Questo è quanto accaduto al figlio di Emilio Giuliana, ex consigliere di An nel capoluogo trentino, picchiato su lungadige Apuleio. “Fascista di m…”, “Skinhead di m…”, “Ti ammazzo”: questi gli epiteti rivolti al 16enne mentre subiva la furia dell’aggressore. Anche grazie alla prontezza di riflessi del ragazzo, che ha fotografato l’auto dell’assalitore, la Digos della questura di Trento, coordinata dalla procura, ha rintracciato il presunto autore del pestaggio, individuandolo in un 23enne “compagno” del centro sociale “Bruno”. Abbiamo raggiunto telefonicamente l’ex consigliere di Trento.

Cosa è successo quel pomeriggio?

Al termine della partita di calcio Trento Lecco, P. lascia mia moglie e i due fratelli per fare ritorno a casa. All’inizio di lungadige Marco Apuleio, via dove abitiamo, mio figlio è stato aggredito alle spalle. Un uomo di 23 anni attraversa il marciapiede, dove aveva parcheggiato la sua Lancia Phedra, per raggiungere il marciapiede opposto, percorso da mio figlio. L’aggressore ha raggiunto mio figlio alle spalle, lo ha preso dal collo, urlando ‘Skinhead di merda’, ‘Trento anti fascista’, ‘Fascista di merda’, ‘Ti ammazzo’, tempestandolo di colpi alla testa e facendolo stramazzare rovinosamente in terra. P. ha compiuto 16 anni da qualche mese, essendo nato a dicembre. Ci sono 7 anni di differenza rispetto al suo aggressore.”

Perché il centro sociale Bruno parla di suo figlio come di un “provocatore” che avrebbe aggredito per primo?

“Un vecchio adagio popolare recita: “Peggio la pezza del buco”. Infatti, il loro comunicato è un’ammissione di colpa. Comunque, la loro versione rispecchia ciò che distingue la galassia della sinistra dalla fine della guerra ad oggi, ossia l’arte della manipolazione dei fatti e del linguaggio, sono professionisti del pianto che paga. Sfortunatamente per loro, all’aggressione hanno assistito molte persone e uno di questi ha testimoniato in questura.”

Ha ricevuto solidarietà da parte degli ambienti di sinistra di Trento?

“Spesse volte, al di là degli schieramenti politici, esistono persone di nobili principi, capaci di distinguersi dalla plebaglia ideologizzata, tra essi alcuni assessori comunali, ed il sindaco (a Trento la giunta comunale è di sinistra), oltre a dichiarazioni di condanna e solidarietà rilasciate e riportate da quotidiani locali, mi hanno contattato telefonicamente. Il Partito democratico non è pervenuto.”

Crede possa essere realistico che il vero obiettivo fosse lei, come sostiene qualcuno?

“Ad oggi continuo a farmi domande, perché mio figlio non appartiene e non è riconducibile a nessun gruppo politico, neanche aggregazioni ludiche come quella dei tifosi. Contrariamente a quel che alcune testate giornalistiche hanno pubblicato, il giorno dell’aggressione P. non aveva nessun simbolo di riconoscimento calcistico, nessuna sciarpa al collo. P. è un ragazzo educato secondo una visione del mondo naturale tradizionale, è cattolico (no modernista), è fiero di essere italiano, ama la sua famiglia lontana dal modello Cesaroni! Non è da escludere che abbiano colpito lui per fare un torto al padre, cioè me.”

Qualche anno fa le sono state rivolte pesanti minacce, di recente ci sono stati altri episodi sospetti?

“Sono anni che non ricevo minacce, l’ultima, una scritta sul muro del palazzo dove abito, è stata: ‘Morte al clero e a Giuliana‘. Ho iniziato ad interessarmi alla politica da ragazzino, più o meno a 14 anni, perché non mi convinceva ciò che insegnavano a scuola. Le lezioni le percepivo come un indottrinamento, lontane dall’istruzione. Molto presto, ho iniziato ad essere vittima di perquisizioni promosse dalle procure, attenzionato dalle frange organizzate di movimenti e partiti globalisti, con relative aggressioni e scontri. Non sono ipocrita, non mi sono mai tirato indietro.”

Cosa ne pensa del clima che si sta sviluppando in Italia?

“Nulla di nuovo sotto il sole, ma la responsabilità non è da attribuire solo alla galassia della sinistra, ma soprattutto all’incapacità della ‘destra’ di rompere l’accerchiamento di menzogne storiche, culturali imperanti. Non solo la destra lascia in piedi il castello di bugie costruito dalla sinistra, ma vergognosamente le asseconda.”

Stiamo davvero andando incontro a un remake degli anni Settanta secondo lei?

“A mio modesto avviso non esiste un remake. Dal giorno dell’armistizio a Cassibile ad oggi e per il futuro, la narrazione è e sarà sempre la stessa, cambiano solo gli attori. Dopo tutto, l’Italia è priva di sovranità, e il deep state la fa da padrone, il resto solo comparse ubbidienti, scodinzolanti prezzolati!”

Oggi come sta il ragazzo?

“Mi permetta, l’immodestia, buon sangue non mente… Sta bene, ciò che ti ferisce ti fortifica, e lui ne è uscito fortificato. Amo P., amo i miei figli e mia moglie, siamo una bella ed invidiabile corazzata, e con l’aiuto di Dio andiamo avanti serenamente, senza paura.”

 

Per leggere l’articolo completo: https://www.ilgiornale.it/news/interni/pugni-e-colpi-testa-pd-non-pervenuto-parla-padre-giovane-2132749.html

Usa, non solo Nashville: ben quattro sparatorie compiute da trans negli ultimi anni

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di Francesca Totolo

Roma, 31 mar – Il 27 marzo scorso, Audrey Hale, una ragazza di 28 anni che sui social si identificava come trans, utilizzando i pronomi maschili (he-him), è entrata in un piccolo istituto privato cristiano di Nashville, la “Covenant School”, sparando e uccidendo tre bambini e tre adulti. Questo però non è l’unico episodio del genere che vede come protagonista un persona trans e non binaria. Secondo l’americano Centers for Disease Control and Prevention, i trans rappresentano lo 0,6 per cento della popolazione negli Stati Uniti. Ciò ha incendiato il dibattito riguardante i disagi psichici che molte volte si accompagnano alla disforia di genere e i rischi per la salute mentale conseguenti alla somministrazione di farmaci per la transizione di genere.

Non solo Nashville: la strage di Colorado Springs

Era la sera del 19 novembre del 2022, quando il 22enne Anderson Lee Aldrich entrava nel locale gay Club Q di Colorado Springs, in Colorado, e uccideva a colpi di armi da fuoco cinque persone.

Anderson Lee Aldrich

Gli atti depositati in tribunale dagli avvocati di Aldrich affermavano che il 22enne fosse una persona non binaria e si riferivano a lui usando i pronomi “they/them”. Per questo motivo, veniva citato come “Mx. Aldrich”.

La sparatoria nella scuola di Denver

Era il 7 maggio del 2019, quando due adolescenti, Devon Erickson e Maya Alec” McKinney, entrarono alla Stem School Highlands Ranch di Denver, sparando agli studenti e uccidendone uno. La 16enne McKinney si identificava come maschio e affermò di volersi vendicare con le persone che la prendevano in giro per la sua identità sessuale. Durante gli interrogatori, McKinney dichiarò anche di aver sentito delle voci, di aver sofferto di pensieri omicidi e suicidi, e di aver rifiutato di assumere farmaci.

Devon Erickson e Maya “Alec” McKinney

Devon Erickson e Maya “Alec” McKinney sono stati condannati entrambi all’ergastolo.

La strage di Aberdeen

Nel settembre del 2018, la 26enne Snochia Moseley sparò a sei colleghi, uccidendone tre, in un magazzino della Rite Aid di Aberdeen, nel Maryland. Suicidatasi dopo la sparatoria, la Moseley si identificava come trans e da tempo soffriva di problemi di salute mentale causati dalla sua identità sessuale.

Snochia Moseley

Dopo Nashville: l’addetta stampa del governatore dem dell’Arizona vuole sparare ai transfobi

A distanza di 12 ore dalla strage di Nashville messa a segno dalla trans Audrey Hale, l’addetta stampa del governatore dem dell’Arizona Katie HobbsJosselyn Berry, ha pubblicato su Twitter un immagine di una donna armata di pistole (l’attrice Gena Rowlands nel film “Gloria” del 1980) con il commento: “Noi quando vediamo i transfobi”.

Il tweet di Josselyn Berry e la Berry con la governatrice Katie Hobbs

Il giorno successivo, la Berry si è dimessa dall’incarico anche per le pesanti pressioni dei repubblicani e dell’opinione pubblica. “L’incarico dell’addetta stampa non rispecchia i valori dell’amministrazione. Il governatore ha ricevuto e accettato le dimissioni dell’addetta stampa”, così in una nota dell’ufficio del governatore dell’Arizona venivano ufficializzate le dimissioni di Josselyn Berry.

Francesca Totolo

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/usa-non-solo-nashville-ben-quattro-sparatorie-compiute-trans-ultimi-anni-259171/

I conti mai fatti col fascismo

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di Massimo Fini

 

ARIANNA EDITRICE

Fonte: Massimo Fini

Claudio Anastasio, Presidente della 3-I, società pubblica, è stato massacrato (“apologia del fascismo” secondo il Pd e il quotidiano La Repubblica che ha fatto il presunto scoop) e quindi costretto a dimettersi perché in una mail interna inviata ai componenti del Consiglio di Amministrazione assumendosi la responsabilità dell’andamento dell’azienda, ha parafrasato, ripeto: parafrasato, il discorso con cui Benito Mussolini il 3 gennaio 1925 si era attribuito la responsabilità politica e morale dell’assassinio di Giacomo Matteotti. Riferimento, quello di Anastasio, certamente inopportuno, sempre che sia stato voluto, ma nulla più. Winston Churchill replicò il famoso discorso di Catilina ai soldati prima della battaglia copiando letteralmente l’ultima frase: “vi prometto solo lacrime e sangue”. Non per questo Churchill può essere segnato a dito come un eversore dello Stato come lo fu Catilina. Si è andati a ravanare nel passato di Anastasio, si è scoperto che nel 1997 aveva curato un programma sulla storia del Duce. Forse che in Italia è proibito rifare, seguendo le proprie opinioni, giuste o sbagliate che siano, la storia di Mussolini e della sua famiglia? E allora mettiamo in galera anche Renzo De Felice che, come storico, ha chiarito dati alla mano che il Fascismo ebbe un largo consenso fra gli italiani (“gli anni del consenso”).
Polemiche sepolcrali come quelle sul fascismo e l’antifascismo possono esistere, a 75 anni dalla fine della guerra, solo in Italia. Il fatto è che noi italiani non abbiamo fatto i conti con la nostra storia recente assumendo come buona la sciagurata interpretazione di Benedetto Croce secondo il quale il Fascismo era stato “solo una parentesi della nostra storia”. Invece il Fascismo fa parte a pieno titolo della nostra storia nel male ma anche nel bene che pur ci fu. Montando la leggenda partigiana, e lo dico con il massimo rispetto per gli uomini e le donne che partigiani lo furono davvero e non solo dopo il 25 luglio, come ho rispetto dei ragazzi che andarono a morire per Salò in nome di altri valori, l’onore e la lealtà, che a quei tempi erano moneta corrente (non ho aspettato Luciano Violante per riconoscere pari dignità ai ragazzi che andarono a morire per Salò), noi abbiamo fatto finta di aver vinto una guerra che avevamo invece perso nel più sciagurato dei modi, tradendo, in una lotta per la vita e per la morte, l’alleato che ci eravamo scelti e schierandoci, come avevamo già fatto nella Prima guerra mondiale, col vincitore. In realtà la lotta partigiana, pur benemerita, fu marginale in quella tragica epopea che fu la Seconda guerra mondiale. I protagonisti furono altri: gli americani, gli inglesi, i russi sovietici da una parte (la Francia si è seduta arbitrariamente al tavolo dei vincitori, tanto che oggi conserva un seggio nel Consiglio di sicurezza dell’ONU avendo avuto una Resistenza ancor più marginale di quella italiana, una correità col governo filo nazista del maresciallo Pétain e un’adesione della popolazione a quel regime filofascista maggiore di quella italiana) i nazisti tedeschi, gli italiani fascisti, i giapponesi dall’altra.
Fra le benemerenze di Mussolini si può mettere, paradossalmente, che fu il miglior alleato degli Alleati: “spezzeremo le reni alla Grecia” e dovette intervenire la Wermacht per salvarci, il Duce aprì il fronte africano di cui Hitler non voleva sapere e ci fu la sconfitta nella battaglia di El Alamein in cui gli italiani si portarono benissimo come ammise lo stesso Rommel, sconfitta scontata data la disparità delle forze in campo.
Uscendo dal paradossale fu Mussolini, come abbiamo già ricordato, a resistere alla crisi di Wall Street del ’29 creando l’IRI, e poi ci furono leggi economiche di tutto rispetto e un’attenzione all’istruzione con il  liceo classico curato da Giovanni Gentile, che è stato valido fino agli anni ’60 del dopoguerra e in qualche misura lo è ancora oggi (“il classico mi sta aiutando a cercare me stesso, a capire da dove vengo e chi devo diventare, fornendomi una preparazione versatile e multiforme” ha scritto al Corriere il sedicenne Flavio Maria Coticoni, che sia fascista anche lui?). Ci sono poi cose minori, molto irrise, come la divisa. Mi ha detto qualche anno fa una vecchia signora che fu ragazza durante il regime e che indossò quella divisa: “per noi ragazze e per i ragazzi la divisa nascondeva le differenze sociali fra chi può permettersi ed ostentare le griffe e chi no” come è storia di oggi. Ci sono le attività sportive imposte alla gioventù, anche se poi Starace, col salto nel ‘cerchio di fuoco’, rendeva ridicolo ciò che invece aveva un suo senso: tenere allenata la nostra gioventù, invece di accontentarsi di andare a vedere le partite di calcio.
E veniamo agli errori ed anche agli orrori di cui primo responsabile fu Benito Mussolini. Il primo fu quello di far entrare l’Italia in guerra assolutamente impreparata (“ci basteranno poche migliaia di morti per sederci al tavolo della pace”, abbiamo visto) e fu la tragedia dell’Armir. Ci sono poi il delitto Matteotti, l’assassinio a Parigi dei fratelli Rosselli, aver tenuto in galera per una decina di anni Antonio Gramsci il vero leader del Partito comunista (“dobbiamo impedire a questa mente di funzionare”). Anche se bisogna pur dire che fra tutti i totalitarismi di quei tempi nazismo, stalinismo, Mao Tse-tung, il Fascismo fu certamente il meno sanguinario.
C’è infine l’adesione alle leggi razziali che i nazisti non ci avevano nemmeno chiesto. Questa, sotto il profilo etico, è la colpa più grave oltre che grottesca. Se c’è un popolo che, “per fortuna o purtroppo” per dirla con Gaber, non può vantare alcuna purezza raziale è quello italiano che, conquistato di volta in volta da questo o da quello, è un crogiolo di etnie diverse (“Franza o Spagna purché se magna”).
Ma anche la questione semitismo/antisemitismo ha fatto il suo tempo. Gli ebrei non sono più i perseguitati di un tempo, appartengono anzi, grazie alla finanza internazionale, all’élite che governano il mondo. Si riconoscono in uno Stato, Israele, che un giorno sì e uno no ammazza bambini palestinesi solo perché palestinesi. Nella striscia di Gaza tengono un popolo in un lager a cielo aperto, proprio loro che dei lager furono le prime, anche se non le sole, vittime.
Gli emarginati oggi sono altri. Sono i migranti, in genere dell’Africa subsahariana, che vengono a morire sulle nostre coste e che Salvini, e tutti i razzisti alla Salvini, vorrebbero tener lontani così che anneghino in mare o siano respinti nell’inferno della Libia che proprio noi, francesi, americani, italiani, abbiamo creato, violando tutte le leggi internazionali a cui oggi siamo molto attenti nella guerra russo-ucraina, aggredendo uno Stato sovrano, come sovrani erano la Serbia e l’Iraq, e macellando il colonnello Muhammar Gheddafi in una maniera che disgusterebbe anche i ‘tagliagole’ dell’Isis.

 

Per approfondimenti: https://ariannaeditrice.musvc2.net/e/t?q=4%3dFd8VI%26F%3d4%26E%3dCY8X%26x%3dU6RF%26O%3djK3Ju_IZwR_Tj_LStY_Vh_IZwR_SoQyN.jLk2wHc6mCvIr7g.03_LStY_Vh21Nk4xFk_IZwR_SoC-eFwNk-DjC-h22j5c3Nk-4xH-kC-o5u4rMoF%26m%3dGwJ574.EnN%26kJ%3dEZ4U&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt

 

Asse Mosca-Pechino 2.0

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di Alexandr Dugin

 

Fonte: Ideazione

La visita del capo della Repubblica Popolare Cinese a Mosca è percepita in tutto il mondo come simbolica. Non è un caso che i leader di Cina e Russia abbiano preceduto questo incontro con articoli di programma. Putin ha descritto come vede le relazioni con la Cina, Xi Jinping ha dato la sua valutazione. In generale, le posizioni dei due leader mondiali coincidono: Cina e Russia sono partner strategici stretti che rifiutano l’egemonia dell’Occidente moderno e sostengono coerentemente un mondo multipolare. Sia Xi Jinping che Putin danno nei loro testi un quadro completo del mondo: il mondo è già multipolare, con la Cina, la Russia e l’Occidente collettivo come poli più consolidati; allo stesso tempo, entrambi i leader sottolineano che né la Cina né la Russia cercano di imporre il proprio modello agli altri popoli, riconoscendo il diritto di ogni civiltà di svilupparsi secondo la propria logica, cioè di diventare un polo a pieno titolo con un sistema di valori sovrano. L’Occidente aderisce all’atteggiamento esattamente opposto e non rinuncia alla speranza di salvare il modello unipolare, che si è completamente screditato – con un’unica ideologia (liberale), con il sistema delle politiche di genere, le migrazioni illimitate, la totale mescolanza delle società e il postumanesimo. Russia e Cina rifiutano unanimemente l’egemonia occidentale e dichiarano la loro incrollabile volontà di costruire un mondo multipolare democratico e veramente libero.
Lo stesso incontro tra Xi Jinping e Putin a Mosca sarà una sorta di sigillo, che suggella un documento sull’era del multipolarismo.
Entrambi i leader hanno sottolineato il significato positivo del piano proposto da Pechino per risolvere il conflitto ucraino e Xi Jinping ha ricordato ancora una volta la necessità della pace e Putin ha riconosciuto le proposte cinesi come ragionevoli e razionali. Un’altra cosa è che l’Occidente e il regime nazista di Kiev hanno rifiutato categoricamente il piano di Xi Jinping senza nemmeno iniziare a discuterlo o a prenderlo in considerazione. Pertanto, è improbabile che abbia una grande importanza, ma la sua stessa esistenza e l’accordo di principio da parte delle due grandi potenze è già un grosso problema.
Sia il conflitto in Ucraina che l’escalation intorno a Taiwan sono generalmente interpretati dai leader di Russia e Cina allo stesso modo, attribuendo la colpa alla politica aggressiva e provocatoria dell’Occidente.
Ora è opportuno spendere qualche parola su come la visita viene percepita a Mosca. Il punto di vista prevalente è generalmente coerente con le affermazioni programmatiche dei nostri leader. Si tratta di una dichiarazione di un mondo multipolare, basato sulla più stretta alleanza geopolitica e di civiltà tra Cina e Russia, pronta a respingere le pressioni dell’Occidente egemone e che offre l’ingresso nel club multipolare alle altre civiltà – islamica, indiana, africana, latinoamericana e, in futuro, allo stesso Occidente – se le élite occidentali rinunceranno al globalismo e all’unipolarismo.
Anche l’accordo su un piano per la risoluzione pacifica del conflitto in Ucraina sottolinea la vicinanza delle nostre posizioni, anche se, dato che l’Occidente e il regime di Zelensky ignorano completamente il progetto cinese, è improbabile che esso abbia una dimensione reale nel prossimo futuro.
Per Mosca, la visita del presidente Xi in un momento così difficile è molto importante. Dimostra che la grande potenza cinese non è affatto solidale con i tentativi di isolare la Russia sulla scena internazionale, come cerca di fare l’Occidente, e che le relazioni tra Paesi e popoli sono a un picco storico.
Questo è più o meno il modo in cui la comunità di esperti russi responsabili vede la visita di Xi Jinping. Si tratta di un gesto simbolico dell’affermata multipolarità rappresentata da due leader mondiali che concordano pienamente tra loro sui principali parametri del futuro.
Tuttavia, in Russia si sentono anche altre voci si sente l’opinione che la Cina stia facendo il proprio gioco, che non abbia intenzione di aiutare la Russia nel suo confronto frontale con l’Occidente e che sia pronta ad avviare negoziati separati con Washington. Ciò è tanto più possibile in quanto l’economia cinese è troppo dipendente dai mercati occidentali e la Cina stessa non è ancora pronta per un conflitto frontale con l’Occidente e cercherà di rimandarlo il più possibile o di evitarlo del tutto, ma nel frattempo la Russia potrebbe essere caduta in difficoltà. L’argomento principale di questi timori è la mancanza di disponibilità della Cina a fornire assistenza militare alla Russia.
Dal mio punto di vista, questi timori si spiegano con il fatto che molti in Russia non comprendono la peculiarità della politica cinese, che consiste in un calcolo deliberato di molte opzioni diverse e si basa principalmente sulla protezione degli interessi nazionali della Cina come Stato. Gli osservatori russi, che temono un tradimento da parte della Cina, non comprendono la strategia cinese stessa, il sogno cinese, che mira alla prosperità del sistema socialista, all’impero confuciano e alla costruzione di un sistema armonioso di relazioni internazionali. La Russia si trova oggi in un confronto più diretto con l’Occidente. La Cina è ben consapevole che la Russia si fa pagare il contraccolpo da se stessa, cioè che la nostra guerra è la sua guerra, o meglio l’assenza di guerra, il suo rinvio. Il sogno cinese è possibile solo con la piena sovranità geopolitica e civile della Cina, e quindi è incompatibile con l’egemonia occidentale e la dittatura liberale. Pertanto, la Cina sarà dalla parte della Russia non solo per ragioni opportunistiche, dalle quali potrebbe ritirarsi in qualsiasi momento se la situazione dovesse cambiare, ma per il suo orientamento strategico verso la piena indipendenza. Allo stesso tempo non ci si deve aspettare che la Cina compia passi troppo drastici nel sostenere militarmente la Russia. Sarebbe del tutto anti-cinese, ma ci sono molti altri modi per aiutare l’amico in una situazione difficile.
Il secondo tipo di critica alle relazioni Russia-Cina deriva dal fatto che la Cina è un gigante economico e demografico. Un riavvicinamento con la Russia la trasformerebbe automaticamente in un partner minore e dipendente, le cui terre e risorse potrebbero sembrare una facile preda per la Cina in rapido sviluppo. Questo timore è logico, ma in pratica si riduce al fatto che insieme la Cina farebbe meglio a preferire l’Occidente. E qui finisce la logica. Siamo in guerra con l’Occidente, ma siamo amici della Cina e l’Occidente nelle sue relazioni con la Russia insiste sulla sua completa subordinazione alle élite liberali occidentali e ai loro rappresentanti russi. La Cina, invece, non impone nulla e la sua strategia è completamente trasparente e razionale.
La risposta a questo timore sarebbe quella di rafforzare la propria identità russa, di compiere una netta svolta nell’economia e nell’industria e di perseguire una politica demografica intelligente. La Russia rischia di diventare un vassallo della Cina solo se si indebolisce completamente e perde la propria sovranità; tuttavia Putin, al contrario, sta cercando di rafforzare la sua sovranità. Pertanto, tutte le proporzioni di uguaglianza e mutuo vantaggio nelle relazioni russo-cinesi saranno rispettate. Il resto dipende solo dalla Russia: la Cina si comporta in modo coerente, prevedibile e aperto. Non ha piani imperialistici nei confronti della Russia (e di altre nazioni).
In ogni caso, la visita di Xi Jinping a Mosca apre una nuova pagina nelle relazioni internazionali. Si tratta di un punto cruciale nello sviluppo del dialogo e della cooperazione non solo tra due grandi Stati, ma anche tra due Civiltà, non è un caso che sia Xi Jinping che Putin abbiano menzionato la necessità di sviluppare la cooperazione umanitaria, progetti educativi, culturali e scientifici comuni. Per conoscersi meglio, è importante che cinesi e russi non si limitino a commerciare ma siano anche amici, proprio come lo sono i popoli e le culture, interessati l’uno all’altro e impegnati a capirsi. L’amicizia personale tra Xi Jinping e Putin è un modello, un archetipo, ma è importante che l’asse Mosca-Pechino 2.0 non si limiti alla comunicazione dei leader di Stato, ma coinvolga anche l’élite intellettuale, i creatori, gli artisti, gli scienziati e la gente comune. Per molti versi, l’Occidente si è chiuso alla Russia. D’altro canto, la Cina, che sta uscendo da una pandemia, sta aprendo le porte ai russi.

ALEKSANDR DUGIN (Mosca, 1962), filosofo e sociologo. Fondatore della scuola geopolitica russa e del Movimento Eurasiatico. Dugin è considerato uno dei più importanti esponenti del pensiero conservatore russo moderno in linea con la tradizione della corrente filosofica, politica e letteraria degli slavofili. Dugin è dottore in Sociologia e Scienze Politiche, PhD in Filosofia e Sociologia. Per 6 anni (2008 – 2014) è stato a capo del Dipartimento di Sociologia delle Relazioni Internazionali della Facoltà di Sociologia dell’Università Statale di Mosca. È autore di oltre 40 libri. Dal 2018 insegna all’Università Fudan​ di​ Shanghai.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

 

Per approfondire: https://ariannaeditrice.musvc2.net/e/t?q=5%3dTaDWW%26C%3d0%26F%3dQVDY%26B%3dRBST%26L%3dpLGG1_JntX_Ux_IYum_Sn_JntX_T3N5O.xIq3AEi7102J64m.AG_IYum_Sn3EKq5BCq_JntX_T321K2-DwKz2-x7z3x2i9qFB-S-H%266%3d0L1NzS.v7G%2601%3dXSSB&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt

 

Il nascituro reificato e la sovversione dell’ordine naturale

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di Matteo Castagna

 

ARIANNA EDITRICE – 26/03/2023

Il nascituro reificato e la sovversione dell’ordine naturale

Fonte: Matteo Castagna

L’utero in affitto deve diventare un reato universale. In Italia è un crimine dal 2004. Pene previste sono la reclusione da 3 mesi a 2 anni, e una multa pesantissima da seicentomila a un milione di euro.
Non esiste il reato di istigazione, che eventualmente potrebbe rientrare nel generico “istigazione a delinquere”, ma nessuno finora l’ha mai applicato ai sinistri individui che lo propugnano pubblicamente, forse per evitare la gogna mediatica “arcobalenga”.
“Il ricorso all’utero in affitto offende contemporaneamente la natura, il buon senso, la saggezza e il diritto” – scrive il noto psichiatra Alessandro Meluzzi nel libro “Attacco alla Famiglia” (Ed. Altaforte, 2020). L’ideologia fuorviante dell’affettività produce una abominevole confusione tra diritto e desiderio. La natura ha stabilito che la famiglia sia formata da un uomo e una donna perché solo la loro unione può determinare la nascita di un figlio. Senza l’ausilio di tecniche mediche, non è possibile concepire per una coppia omosessuale. Questa affermazione non ha alcun intento discriminatorio ma è un dato di fatto, meramente biologico.
La volontà, il capriccio o il desiderio di due uomini o di due donne di comprare un figlio sono ferocemente egoistici e non tengono conto dei diritti del bambino. Se esistesse un po’ di buon senso offenderebbe anche chi lo pratica. Il ricorso alla maternità surrogata può essere pericoloso per la mamma affittata e, ancor di più, per il piccolo innocente. Meluzzi, con saggezza, si chiede quale sarà lo sviluppo psico-affettivo di questi nuovi nati? Se, da un lato è realistico pensare a stigmatizzazione sociale, emarginazione, discriminazione, dall’altro, forse ancora più importante, prevede che “ci sia sicuramente una tendenza all’emulazione dei genitori, perciò la scelta omosessuale sarà quasi obbligata” (Abbie E. Goldberg, assistente universitaria presso il Dipartimento di Psicologia della Clark University di Worcester, nel Massachusetts, Omogenitorialità, Erickson, Trento, 2015). La mercificazione del corpo offende la dignità della donna, nonostante vi siano femministe incallite che lo ritengano addirittura un diritto. E se lo scopo, come suggerisce sempre il Prof. Alessandro Meluzzi, fosse “portare via i figli alle famiglie povere e darli a comunità, case famiglia dove poi vengono erogati fino a 400 euro al giorno per ogni minore, oppure a coppie benestanti, se possibile omogenitoriali”? Questi eventi sono mostruosi e diabolici. Assistiamo ad un cortocircuito letale. La crisi della famiglia genera quella dell’uomo e la crisi delle prospettive dell’umano nei suoi orizzonti genera la crisi della famiglia, con un’identità debole, che tende all’instabilità, alla paura, all’alienazione, alla fluidità.
La Sovversione dell’ordine naturale è sempre graduale nel tempo. Il suo tratto demoniaco, che mira alla disintegrazione dei legami, ci svela come, al contrario, il diritto naturale sia armonioso, stabile, forte, sicuro, realistico, granitico, tradizionale. La teologia Morale ci insegna che per giudicare dell’imputabilità di un dato atto passionale occorre vedere se il suo insorgere sia antecedente o conseguente all’atto di volontà. La patologia derivante da gravi problematiche dovute ad una affettività disordinata va considerata sotto due aspetti differenti: a) la morbosa variazione del tono affettivo; b) l’azione morbosa esercitata dalle emozioni sull’organismo. Il politicamente corretto, che spinge all’edonismo ed alle passioni più sregolate, anche quando si nasconde sotto forma di buonismo, chiama Amore ciò che non può essere altro che attrazione, sentimentalismo, piacere momentaneo e fugace. Amare è volere il bene dell’altro. Come si può amare inducendo l’altro al peccato mortale, quindi all’inimicizia con Dio e le Sue leggi eterne? Oppure provocando possibili ripercussioni gravissime a dei minori?
La scrittrice Susanna Tamaro, nonostante si dicesse favorevole alle adozioni per coppie omosessuali (cfr.Greta Privitera, in Vanity Fair, 17 settembre 2016)  si è così espressa: “L’utero in affitto è forse la più sofisticata e atroce forma di schiavismo inventata dalla modernità, uno schiavismo in cui il volto della iena è nascosto dietro il sorriso del benefattore, uno schiavismo che furbescamente si ammanta dell‘amore’. Un amore che non si riferisce in alcun modo al bene di chi nasce ma soltanto ai desideri dei singoli individui”.
Agghiacciante la testimonianza di Sheela Saravanan dall’India: “Le nostre madri surrogate sono stressate a livello fisico e psichico anche se ricevono soldi; alla base ci sono povertà, analfabetismo, sottomissione. Vivono in stanzoni durante la gestazione e vengono nutrite molto per far crescere il bambino”. Il prezzo del neonato infatti sale con il peso. Il cesareo è obbligatorio. E i disabili, sono un “prodotto difettato”, perciò abortiti o abbandonati in strada. Paradossale l’ipocrisia in Germania: “La Gpa è vietata dentro il Paese ma se vanno a farla all’estero va bene”.

Per approfondire: https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-nascituro-reificato-e-la-sovversione-dell-ordine-naturale

Utero in affitto: diritto e amore o crimine e capriccio?

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di Matteo Castagna

 

Buongiorno,

sperando di far cosa gradita, questa settimana inoltro una riflessione ricca di particolari, sulla questione dell’utero in affitto.

Buona lettura.

MC

 

L’EDITORIALE DEL LUNEDÌ

di Matteo Castagna per InFormazione Cattolica:

L’UTERO IN AFFITTO DEVE DIVENTARE UN REATO UNIVERSALE

L’utero in affitto deve diventare un reato universale. In Italia è un crimine dal 2004. Pene previste sono la reclusione da 3 mesi a 2 anni, e una multa pesantissima da seicentomila a un milione di euro.

Non esiste il reato di istigazione, che eventualmente potrebbe rientrare nel generico “istigazione a delinquere”, ma nessuno finora l’ha mai applicato ai sinistri individui che lo propugnano pubblicamente, forse per evitare la gogna mediatica “arcobalenga”.

“Il ricorso all’utero in affitto offende contemporaneamente la natura, il buon senso, la saggezza e il diritto” – scrive il noto psichiatra Alessandro Meluzzi nel libro “Attacco alla Famiglia” (Ed. Altaforte, 2020). L’ideologia fuorviante dell’affettività produce una abominevole confusione tra diritto e desiderio. La natura ha stabilito che la famiglia sia formata da un uomo e una donna perché solo la loro unione può determinare la nascita di un figlio. Senza l’ausilio di tecniche mediche, non è possibile concepire per una coppia omosessuale. Questa affermazione non ha alcun intento discriminatorio ma è un dato di fatto, meramente biologico.

La volontà, il capriccio o il desiderio di due uomini o di due donne di comprare un figlio sono ferocemente egoistici e non tengono conto dei diritti del bambino. Se esistesse un po’ di buon senso offenderebbe anche chi lo pratica. Il ricorso alla maternità surrogata può essere pericoloso per la mamma affittata e, ancor di più, per il piccolo innocente. Meluzzi, con saggezza, si chiede quale sarà lo sviluppo psico-affettivo di questi nuovi nati? Se, da un lato è realistico pensare a stigmatizzazione sociale, emarginazione, discriminazione, dall’altro, forse ancora più importante, prevede che “ci sia sicuramente una tendenza all’emulazione dei genitori, perciò la scelta omosessuale sarà quasi obbligata” (Abbie E. Goldberg, assistente universitaria presso il Dipartimento di Psicologia della Clark University di Worcester, nel Massachusetts, Omogenitorialità, Erickson, Trento, 2015).

La mercificazione del corpo offende la dignità della donna, nonostante vi siano femministe incallite che lo ritengano addirittura un diritto. E se lo scopo, come suggerisce sempre il Prof. Alessandro Meluzzi, fosse “portare via i figli alle famiglie povere e darli a comunità, case famiglia dove poi vengono erogati fino a 400 euro al giorno per ogni minore, oppure a coppie benestanti, se possibile omogenitoriali”?

Questi eventi sono mostruosi e diabolici. Assistiamo ad un cortocircuito letale. La crisi della famiglia genera quella dell’uomo e la crisi delle prospettive dell’umano nei suoi orizzonti genera la crisi della famiglia, con un’identità debole, che tende all’instabilità, alla paura, all’alienazione, alla fluidità.

La Sovversione dell’ordine naturale è sempre graduale nel tempo. Il suo tratto demoniaco, che mira alla disintegrazione dei legami, ci svela come, al contrario, il diritto naturale sia armonioso, stabile, forte, sicuro, realistico, granitico, tradizionale.

La teologia Morale ci insegna che per giudicare dell’imputabilità di un dato atto passionale occorre vedere se il suo insorgere sia antecedente o conseguente all’atto di volontà. La patologia derivante da gravi problematiche dovute ad una affettività disordinata va considerata sotto due aspetti differenti: a) la morbosa variazione del tono affettivo; b) l’azione morbosa esercitata dalle emozioni sull’organismo. Il politicamente corretto, che spinge all’edonismo ed alle passioni più sregolate, anche quando si nasconde sotto forma di buonismo, chiama Amore ciò che non può essere altro che attrazione, sentimentalismo, piacere momentaneo e fugace. Amare è volere il bene dell’altro. Come si può amare inducendo l’altro al peccato mortale, quindi all’inimicizia con Dio e le Sue leggi eterne? Oppure provocando possibili ripercussioni gravissime a dei minori?

La scrittrice Susanna Tamaro, nonostante si dicesse favorevole alle adozioni per coppie omosessuali (cfr.Greta Privitera, in Vanity Fair, 17 settembre 2016)  si è così espressa: “L’utero in affitto è forse la più sofisticata e atroce forma di schiavismo inventata dalla modernità, uno schiavismo in cui il volto della iena è nascosto dietro il sorriso del benefattore, uno schiavismo che furbescamente si ammanta dell‘amore’. Un amore che non si riferisce in alcun modo al bene di chi nasce ma soltanto ai desideri dei singoli individui”.

Agghiacciante la testimonianza di Sheela Saravanan dall’India: “Le nostre madri surrogate sono stressate a livello fisico e psichico anche se ricevono soldi; alla base ci sono povertà, analfabetismo, sottomissione. Vivono in stanzoni durante la gestazione e vengono nutrite molto per far crescere il bambino”. Il prezzo del neonato infatti sale con il peso. Il cesareo è obbligatorio. E i disabili, sono un “prodotto difettato”, perciò abortiti o abbandonati in strada. Paradossale l’ipocrisia in Germania: “La Gpa è vietata dentro il Paese ma se vanno a farla all’estero va bene”.

 

Per approfondire: https://www.informazionecattolica.it/2023/03/27/utero-in-affitto-diritto-e-amore-o-crimine-e-capriccio/

Russia e Cina contribuiscono al rafforzamento del mondo multipolare

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di Giulio Chinappi

La visita di Xi Jinping in Russia mostra il cammino della giusta strada da intraprendere nelle relazioni internazionali, rafforzando il mondo multipolare in contrasto con le spinte egemoniche di altre potenze, e perseguendo la pace in luogo del conflitto.

La visita ufficiale del presidente cinese Xi Jinping in Russia rappresenta certamente un evento di grande importanza dal punto di vista delle relazioni internazionali, come dimostra l’attenzione mediatica che ha suscitato in tutto il mondo. L’incontro tra Xi e il suo omologo russo Vladimir Putin costituisce un fulgido esempio di come coltivare relazioni amichevoli tra Paesi, segnando un punto in favore del rafforzamento del mondo multipolare. Al contrario di altre potenze che vanno alla ricerca dell’egemonia, infatti, Russia e Cina promuovono relazioni volte al mutuo vantaggio e nel rispetto reciproco.

“Nel complesso, la nostra interazione sulla scena internazionale contribuisce indubbiamente a rafforzare i principi fondamentali dell’ordine mondiale e del sistema multipolare”, ha affermato Putin nel corso del suo incontro con il leader cinese.

“È per me un grande piacere mettere piede ancora una volta sul suolo della Russia, nostro vicino e amico, e fare una visita di Stato nella Federazione Russa su invito del presidente Vladimir Putin”, ha detto Xi Jinping al suo arrivo a Mosca. “A nome del governo e del popolo cinese, desidero porgere calorosi saluti e auguri al governo e al popolo russo”, ha aggiunto. “Cina e Russia sono vicini amichevoli e partner affidabili collegati da montagne e fiumi condivisi”, ha sottolineato ancora il presidente cinese.

“Negli ultimi dieci anni, i nostri due Paesi hanno consolidato e ampliato le relazioni bilaterali sulla base della non alleanza, del non confronto e del non prendere di mira terze parti, e hanno dato un ottimo esempio per lo sviluppo di un nuovo modello di relazioni tra i principali Paesi caratterizzato rispetto reciproco, convivenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per tutti”, ha spiegato Xi Jinping nel corso del suo intervento.

In risposta alle ipocrite critiche occidentali, Xi Jinping ha spiegato che “consolidare e sviluppare positivamente le relazioni Cina-Russia è una scelta strategica che la Cina ha fatto sulla base dei propri interessi fondamentali e delle tendenze prevalenti nel mondo”. Un esempio che dovrebbero cogliere anche i Paesi europei, che invece preferiscono obbedire supinamente ai dettami provenienti dall’altra sponda dell’Oceano Atlantico, anche sacrificando i propri interessi nazionali.

Nonostante il difficile momento a livello internazionale e l’intricata situazione ucraina, le relazioni bilaterali tra Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese sono oggi ai massimi storici. La visita dI Xi Jinping non potrà dunque che portare benefici ad entrambi i Paesi e ai rispettivi popoli, promuovendo la pace e lo sviluppo nella regione e nel mondo. Alla vigilia della sua partenza per Mosca, Xi Jinping ha pubblicato un articolo sulla stampa cinese, nel quale afferma che “Cina e Russia hanno trovato la giusta via delle interazioni tra Stato e Stato. Questo è essenziale affinché la relazione resista alla prova delle mutevoli circostanze internazionali, una lezione confermata sia dalla storia che dalla realtà”.

La Cina e la Russia stanno dando vita ad un nuovo modello per le relazioni internazionali, che respinge la mentalità del conflitto tipica delle potenze imperialiste occidentali, a partire dagli Stati Uniti. In coerenza con i fondamenti teorici della propria politica estera, Pechino si impegna a coltivare relazioni basate su rispetto reciproco, equità, giustizia e cooperazione vantaggiosa per tutti. “L’esperienza che Cina e Russia hanno sperimentato e accumulato in una cooperazione amichevole e reciprocamente vantaggiosa a lungo termine non sarà minata e disintegrata da pressioni esterne. Essa ha anche un significativo effetto dimostrativo positivo sull’esplorazione del modello delle relazioni tra i principali Paesi basate sulla coesistenza pacifica, sulla stabilità generale e sullo sviluppo equilibrato”, si legge in un editoriale pubblicato dal Global Times.

Dopo lo storico successo ottenuto nella mediazione per l’accordo tra Iran e Arabia Saudita, la Cina dimostra ancora di essere portatrice di pace, promuovendo la fine delle ostilità in Ucraina. Gli esperti hanno infatti affermato che il viaggio di Xi non mira solo ai legami bilaterali, ma cercherà anche di portare speranza per una soluzione pacifica della complicata crisi in corso. Neppure un mese fa, la Cina ha rilasciato la sua posizione sulla soluzione politica della crisi ucraina, suscitando le reazioni negative da parte degli Stati Uniti, che hanno immediatamente respinto la proposta di pace formulata da Pechino. Tuttavia, persino l’Ucraina, coinvolta direttamente nel conflitto, ha dimostrato di apprezzare la proposta cinese. In una telefonata con il consigliere di Stato cinese e ministro degli Esteri Qin Gang, il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha affermato che il documento di posizione della Cina mostra la sua sincerità nel promuovere un cessate il fuoco e la fine del conflitto.

Li Haidong, professore presso l’Istituto di relazioni internazionali dell’Università Cinese degli Affari Esteri, ha messo in evidenza l’ipocrisia della posizione statunitense: “Il cessate il fuoco mira a fermare lo spargimento di sangue e porre fine al dolore sia per il popolo ucraino che per quello russo, nonché a porre fine alla paura che sta oscurando il continente europeo. Nessuno si aspetta che il cessate il fuoco metta immediatamente fine a ogni problema, ma è la precondizione affinché Mosca e Kiev risolvano i loro problemi con i colloqui, non con la guerra. A cosa si oppongono effettivamente gli Stati Uniti e perché?”. “L’opposizione degli Stati Uniti a un cessate il fuoco e la richiesta della Cina per esso dimostra la differenza più evidente tra l’intenzione egoista e viziosa degli Stati Uniti, che riflette solo l’interesse della forza che beneficia del conflitto mortale, e il comune desiderio di speranza condiviso dalla stragrande maggioranza della comunità internazionale”, ha aggiunto l’accademico cinese.

Dopo il già citato successo dell’accordo tra Iran e Arabia Saudita, la Cina è oggi l’unica potenza che ha la credibilità internazionale necessaria per mediare tra Russia e Ucraina, in quanto Paese che ha mantenuto una posizione neutrale dall’inizio del conflitto. Certamente non si può dire lo stesso degli Stati Uniti, che continuano a sostenere spudoratamente Kiev, perdendo ogni tipo di credibilità agli occhi della comunità internazionale.

Pubblicato su World Politics Blog

 

E meno male che la Cina aveva abbandonato Putin

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di Matteo Milanesi

Xi è volato a Mosca per incontrare Putin e saldare i rapporti. Anche questa volta, i media occidentali hanno fatto cilecca

È terminata la prima giornata in territorio russo del leader della Repubblica Popolare cinese, Xi Jinping. Alle 16.30 di ieri (ora di Mosca), il dittatore comunista ha incontrato Vladimir Putin al Cremlino, per un colloquio durato quattro ore e mezzo. Relazioni sino-russe, rapporti commerciali e naturalmente guerra in Ucraina sono i tre macro-argomenti analizzati, che accompagneranno la visita di Xi in Russia fino il prossimo 23 marzo.

Come riportato ieri sulle colonne del sito nicolaporro.it, Putin ha più volte ringraziato il capo del Dragone per il sostegno di questi ultimi mesi, in particolare dallo scoppio del conflitto tra Kiev e Mosca. Dall’altro lato, Xi sembra aver voluto saldare (almeno a parole) il particolare legame che oggi sussiste tra le due potenze, parlando esplicitamente di “cooperazione strategica a livello globale”. Subito è arrivata la dura reazione degli Stati Uniti, i quali hanno intimato al governo ucraino di non accettare piani di pace proposti dalla Cina, in quanto salderebbero le conquiste compiute dai russi fino a questo momento.

Per approfondire:

Il progressivo avvicinamento tra Pechino e Mosca presenta almeno due notizie negative per il mondo occidentale. La prima: le sanzioni atlantiche sono state decisamente sovrastimate. Al momento del primo pacchetto di sanzioni, i leader del Vecchio Continente parlavano apertamente di un pericolo imminente per l’economia russa, che sarebbe potuto sfociare addirittura nel fallimento. Eppure, a distanza di oltre un anno dall’inizio della guerra, il Pil di Mosca ha segnato “solo” un -2 per cento, ben lontano dalle previsioni pessimistiche sia dei media occidentali, che di quelli della stessa Russia.

La seconda notizia riguarda necessariamente (l’ennesimo) buco nell’acqua dei media mainstream degli Stati atlantici. Pochissime settimane fa, infatti, era la stessa Repubblica a scrivere dell’imbarazzo di Xi Jinping, al momento dell’inizio della “operazione speciale” di Putin in Ucraina, intervistando Shi Yinhong, professore di Relazioni internazionali all’Università Renmin di Pechino, conoscitore della politica estera cinese. Quest’ultimo specificava come la Cina non avesse altra scelta che “stare un po’ più lontana da Putin“. Ora, invece, La Stampa ci racconta come l’amicizia tra i due Paesi sia ormai “senza limiti”.

Si badi bene: entrambe le formule sono profondamente errate. Da una parte, i rapporti sino-russi non possono ancora definirsi un’alleanza (quale può essere, invece, quella tra Usa e Europa), ma un’amicizia fondata sulla seguente formula: il nemico del mio nemico è mio amico. Insomma, un rapporto segnato da un unico fattore in comune: l’odio verso l’Occidente. Entrambe le potenze, infatti, si sono avvicinate per convenienza. La Cina per garantirsi la presenza della prima potenza nucleare al suo fianco, e distrarre gli Stati Uniti dal fronte taiwanese; la Russia in quanto obbligata a causa delle serrande abbassate dagli Stati europei ed atlantici. Dall’altro lato, è quindi evidente che un conflitto a bassa intensità possa avvantaggiare, sia economicamente che strategicamente, il ruolo della Cina, riuscendo a far entrare nella propria sfera anche la Federazione Russa, rendendola nei fatti subordinata al miliardo e mezzo di consumatori cinesi.

La sintonia con il Cremlino serve per presentarsi dinanzi agli Usa da una posizione di vantaggio, ma l’idea di Xi non è sicuramente quella di farsi intrappolare da Putin. Quest’ultimo, però, non vuole accettare l’idea di essere alla guida di una semplice Nazione e non di un impero, cercando quindi di rinnegare un proprio ruolo di stampella rispetto all’ascesa della superpotenza cinese. Nel mezzo, quindi, rimane un quadro ben più complesso rispetto a quello narrato dal mainstream, che negli ultimi mesi ha spaziato dal sostenere le tesi più disparate sul rapporto vigente tra Mosca e Pechino, dalle freddure agli avvicinamenti, dall’abbandono alla possibile fornitura militare del Dragone a Putin. Ed anche la visita di Xi al Cremlino ne offre l’ennesima prova: l’informazione ha fatto cilecca.

Matteo Milanesi, 21 marzo 2023

Per approfondire l’articolo: https://www.nicolaporro.it/e-meno-male-che-la-cina-aveva-abbandonato-putin/

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