Italia, Gran Bretagna e clandestini: ecco cosa si sono detti Meloni e Sunak

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di Alberto Celletti

 

Roma, 28 apr – Il vertice di Londra tra Italia e Gran Bretagna non ha riguardato solo i clandestini, sebbene l’immigrazione sia stato un punto importante del discorso imbastito tra i capi dei rispettivi governi, Giorgia Meloni e Rishi Sunak.

Italia e Gran Bretagna, “partenariato strategico”

La definizione è esattamente quella. “Partenariato strategico” tra Italia e Gran Bretagna, allo scopo di contenere l’immigrazione e favorire una cooperazione internazionale per scoraggiare i traffici illegali di esseri umani. Entrambi i Paesi definiscono la questione un’emergenza e sull’argomento dichiarano di avere una certa identità di vedute. In effetti, sotto questo profilo, il governo britannico ha promosso leggi ben più dure e discriminanti di quanto non abbia fatto quello italiano, anche piuttosto contestate dai “soliti” organismi internazionali. Il premier italiano, dal canto suo, fa finta che le cose in Italia si stiano facendo davvero: “La lotta ai trafficanti e all’immigrazione clandestina è qualcosa che i due governi stanno facendo molto bene”. Insomma, cara Meloni…non possiamo parlare per quello britannico, ma sull’esecutivo italiano – purtroppo – non abbiamo alcun riscontro positivo.

Non solo clandestini

Il “Memorandum of understanding”  è il documento firmato da Meloni e Sunak, diviso in molti punti e in sette capitoli, preceduti da una premessa sui valori condivisi tra i due Paesi. La comune appartenenza al G7 e alla Nato, ovviamente, è stata ribadita in più occasioni. Nel testo, anche sezioni sulla collaborazione in politica estera e sulla sicurezza globale, sulla scienza, sull’innovazione e sulla politica economica. L’obiettivo, secondo quanto dichiarato ufficialmente almeno, è quello di fafforzare il dialogo e la cooperazione strategica tra Italia e Regno Unito in coerenza con l’adesione italiana all’Unione europea.

 

Articolo completo: Italia, Gran Bretagna e clandestini: ecco cosa si sono detti Meloni e Sunak (ilprimatonazionale.it)

Video messaggio del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ai partecipanti e agli organizzatori della Conferenza mondiale sul multipolarismo online, Mosca, 29 aprile 2023

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di Sergey Lavrov

 

Cari colleghi,

do un caloroso benvenuto ai partecipanti e agli organizzatori della Conferenza mondiale online sul multipolarismo. È gratificante che il vostro forum abbia riunito rappresentanti di spicco del mondo politico, pubblico e accademico provenienti da diverse decine di Paesi di quasi tutti i continenti del mondo. Non possiamo che accogliere con favore questo interesse per uno scambio di opinioni franco e depoliticizzato.

L’importanza di tali discussioni non può essere sopravvalutata. È ovvio che la “fine della storia” proclamata dopo la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell’URSS non ha avuto luogo. I tentativi di stabilire un modello unipolare dell’ordine mondiale – con il centro decisionale a Washington – sono falliti.

Oggi il movimento verso il multipolarismo globale è un fatto e una realtà geopolitica. Vediamo come i nuovi centri mondiali, soprattutto in Eurasia, Asia-Pacifico, Medio Oriente, Africa e America Latina, stiano facendo progressi impressionanti in vari campi – basandosi sull’indipendenza, sulla sovranità statale e sull’identità culturale e di civiltà. Allo stesso tempo, sono guidati dai loro interessi nazionali e perseguono politiche indipendenti negli affari interni ed esteri. Non vogliono più essere ostaggi di giochi geopolitici alieni ed esecutori di volontà aliene.

I fatti parlano chiaro. La quota degli Stati del G7 nell’economia globale si è notevolmente ridotta negli ultimi tre decenni. E il peso delle economie di mercato emergenti è in costante crescita. Ora la prima potenza economica del mondo – in termini di parità di potere d’acquisto – è la Cina, che combina abilmente meccanismi di mercato e metodi di regolamentazione statale.

Stiamo assistendo al continuo rinnovamento dell’infrastruttura delle relazioni internazionali. Un esempio lampante di diplomazia multipolare sono le attività di nuovi tipi di associazioni multilaterali, come la SCO e i BRICS. Al loro interno, Paesi con sistemi politici ed economici diversi e piattaforme valoriali e di civiltà differenti cooperano efficacemente in una varietà di settori. I BRICS possono essere giustamente definiti una sorta di “maglia” cooperativa che supera le vecchie linee di demarcazione Nord-Sud e Ovest-Est. Non è un caso che sempre più Paesi del Sud globale stiano cercando di stabilire legami con queste associazioni e di diventarne membri a pieno titolo.

Come ha osservato il Presidente russo Vladimir Putin, “la tendenza al multipolarismo nel mondo è inevitabile, non potrà che intensificarsi. E coloro che non lo capiscono e non seguono questa tendenza perderanno”.

Sembra logico che gli sforzi di Washington e dei suoi satelliti per invertire il corso della storia, per costringere la comunità internazionale a vivere secondo un “ordine basato su regole” inventato, stiano fallendo. Citerò solo il completo fallimento della linea degli occidentali di isolare la Russia. Gli Stati della maggioranza mondiale, in cui risiede circa l’85% della popolazione della Terra, non sono disposti a “togliere le castagne dal fuoco” alle ex metropoli coloniali.

Amici,

nel mondo multipolare di oggi, con le sue sfide e minacce transfrontaliere, l’unica alternativa sensata allo scontro, da cui i promotori sono destinati a perdere, è unire gli sforzi dei principali centri mondiali sui principi della Carta delle Nazioni Unite, compreso il rispetto pratico dell’uguaglianza sovrana degli Stati. Oggi dobbiamo tutti riconoscere l’irreversibilità di un ordine mondiale policentrico più equo. È nell’interesse comune garantire che l’architettura multipolare non sia basata su un “equilibrio di paure”, ma su un equilibrio di interessi, su norme universalmente riconosciute di diritto internazionale, su un dialogo reciprocamente rispettoso tra civiltà, religioni e culture diverse.

La Russia rimane in prima linea negli sforzi internazionali per rafforzare i principi multipolari, legali e democratici della comunicazione tra Stati. A tal fine, continueremo a lavorare attivamente all’interno delle Nazioni Unite, compreso il Gruppo di amici in difesa della Carta delle Nazioni Unite. Naturalmente, continueremo a coordinare strettamente i nostri passi con molti amici, alleati e persone che la pensano come noi, compresi quelli della CSTO, della CEEA, della CSI, dei BRICS, della SCO e di altri raggruppamenti regionali del mondo in via di sviluppo.

Fonte: mid.ru

Leggi l’articolo intero: https://www.geopolitika.ru/it/article/video-messaggio-del-ministro-degli-esteri-russo-sergey-lavrov-ai-partecipanti-e-agli

Mostra blasfema all’Ue: ecco il Gesù omosex (tra apostoli sadomaso)

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di Francesco Giubilei

 

Guai a parlare di radici cristiane dell’Europa o chiedere il riconoscimento di simboli e tradizioni del cristianesimo da parte delle istituzioni di Bruxelles ma ben venga una mostra all’Europarlamento raffigurante Gesù Lgbt.

Non sono nuove le provocazioni nei confronti dei cristiani e gli episodi di blasfemia con cui si vogliono far passare raffigurazioni di cattivo gusto come opere d’arte, eppure che a ospitare una mostra offensiva e fuori luogo sia il parlamento europeo è davvero inopportuno.

Qualche giorno fa a tutte le caselle email dell’Europarlamento è arrivata un’email firmata dal deputato europeo Malin Bjork del Partito della sinistra svedese per promuovere una mostra organizzata da «The Left».

«Carissimi – recitava la missiva – in occasione della presidenza svedese del Consiglio europeo, ho invitato l’artista fotografica Elisabeth Ohlson a mostrare alcune delle sue opere. Tutti i pezzi che ha scelto per questo spettacolo hanno un tema LGBTQI o altrimenti inclusivo, dei diritti umani».

Allegato al messaggio, l’invito per l’inaugurazione della mostra con due immagini, una raffigurante una imbarcazione di migranti che si avvicina a una nave con un militare che poggia il piede sul barchino con i migranti e un’altra con Gesù Cristo circondato da apostoli vestiti da schiavi sadomaso.

Come spiega l’europarlamentare della Lega Maria Veronica Rossi, «è legittimo affrontare tematiche di ogni tipo nelle sedi istituzionali, ma strumentalizzare una religione è una intollerabile mancanza di rispetto verso milioni di fedeli in tutta Europa. Altro che approfondimento culturale, questa appare come una provocazione gratuita: perché offendere e mancare di rispetto?».

C’erano numerose possibilità per celebrare il semestre di presidenza svedese del Consiglio Ue e per parlare di diritti umani ma la decisione di affrontare questo tema tirando in ballo la religione, ha un chiaro intento politico.

D’altro canto l’artista Elisabeth Ohlson non è nuova a provocazioni e la sua carriera artistica ebbe una svolta nel 1998 quando espose per la prima volta Ecce Homo, il suo Gesù in chiave Lgbtq+ all’interno di una cattedrale svedese (circostanza che testimonia i cedimenti valoriali di un certo protestantesimo).

In quell’occasione le immagini fecero il giro del mondo e l’ex europarlamentare Marianna Eriksson provò a farli esporre anche al Parlamento europeo. Il contenuto degli scatti fu però in quel caso ritenuto troppo offensivo dai questori dell’Europarlamento che bloccarono l’iniziativa. Venticinque anni dopo, il nuovo tentativo da parte un’altra eurodeputata non sembra aver suscitato lo stesso scandalo e gli scatti della Ohlson saranno così esposti a Bruxelles.

Il problema della sua mostra è però duplice; da un lato riguarda i temi delle sue opere ma, volendo appellarci alla libertà artistica, c’è una seconda criticità e riguarda il luogo in cui verranno esposte le sue opere: l’Europarlamento. Per evidenti ragioni di opportunità una sede istituzionale non è il luogo adatto in cui dare spazio a immagini blasfeme e offensive.

Articolo intero: Mostra blasfema all’Ue: ecco il Gesù omosex (tra apostoli sadomaso) – ilGiornale.it

 

Cina vs USA

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di Katehon think tank

La relazione bilaterale tra Cina e Stati Uniti è una delle più importanti sulla scena mondiale. Le due superpotenze hanno il più grande fatturato commerciale del mondo. Tuttavia, a causa del rapido sviluppo della RPC come uno dei centri di potere, le relazioni di successo di questi Paesi sono a un livello critico. Le ambizioni americane di stabilire un’egemonia globale complicano le relazioni tentando di contenere lo sviluppo della Cina. Le posizioni politiche delle autorità statunitensi e del Partito Comunista Cinese sono molto diverse, il che rende difficile il dialogo bilaterale.

Le relazioni tra i due Paesi sono state a lungo positive in tutti i settori di interazione. Con l’ascesa al potere di Donald Trump, il dialogo tra Stati Uniti e Cina ha cambiato direzione verso il confronto. Inizialmente, la politica di contenimento della Cina da parte dell’America si è concretizzata solo nella sfera economica. La guerra commerciale è stata caratterizzata, da parte occidentale, dall’imposizione di dazi sulle merci cinesi, dal divieto dei sistemi 5G cinesi e dalla cooperazione con Huawei. Inoltre, Donald Trump ha fatto della RPC il principale concorrente strategico del mondo, il che ha portato a un deterioramento delle relazioni.

Tuttavia, quando Joe Biden è entrato in carica, le relazioni sino-americane sono diventate sempre più tese e i Paesi hanno iniziato ad allontanarsi l’uno dall’altro. A questo punto, la Cina ha sempre più oppositori in tutte le parti degli Stati Uniti, ma molti sostenitori, al contrario, suggeriscono la rimozione delle misure restrittive e una politica più amichevole.

Wu Xinbo, direttore del Centro Studi Americani, ha dichiarato: “Gli Stati Uniti hanno commesso un grave errore strategico nei confronti della Cina, agendo contro la RPC. Gli Stati Uniti considerano la Cina come la principale potenza nella loro strategia di base e credono che sia il centro del mondo. La leadership statunitense vuole dominare indiscriminatamente”. La comunità internazionale spera ancora in un miglioramento delle relazioni sino-statunitensi, ma è improbabile, viste le crescenti contraddizioni dei Paesi in quasi tutte le aree di interazione.

Biden non ha ascoltato l’appello di Xi Jinping alla cooperazione pacifica e allo sviluppo attivo delle relazioni bilaterali per soddisfare gli interessi comuni. L’isteria da Covid è stata imposta al mondo e la Cina è stata accusata di aver portato il virus nel mondo dai suoi laboratori. Gli Stati Uniti hanno tentato di destabilizzare Hong Kong riconoscendo Xi Jinping come un “autocrate”, cioè un avversario ideologico. L’amministrazione Biden non solo non ha abolito le barriere protezionistiche di Trump, ma, al contrario, ne ha introdotte di nuove, soprattutto nei settori tecnologici avanzati. Le nuove regole federali, gli ordini esecutivi e la legislazione incompiuta che mirano ai settori high-tech cinesi, iniziati nell’autunno del 2022 e che proseguiranno nel 2023, sono il culmine di anni di dibattiti. Nel loro insieme, rappresentano un’escalation dei dazi e delle dispute commerciali contro Pechino dell’ex presidente Donald Trump, che potrebbe finire per rallentare ulteriormente lo sviluppo tecnologico ed economico della Cina e dividere le due economie.

Gli Stati Uniti hanno iniziato a scaldare la situazione intorno a Taiwan, dove la speaker della Camera bassa del Congresso, Nancy Pelosi, è stata inviata nel 2022. Pechino è stata poi accusata di sostenere il presidente russo Vladimir Putin nella sua speciale operazione militare contro l’Ucraina. L’UE ha iniziato a scagliarsi contro la Cina, dipingendo la RPC come un importante fattore di destabilizzazione dell’ambiente globale e costringendo Bruxelles a sostenere l’imposizione di sanzioni sul settore tecnologico della RPC. La comunità dei servizi segreti statunitensi ha recentemente sollevato il timore che le aziende cinesi stiano acquistando terreni in prossimità delle basi militari statunitensi, che potrebbero essere utilizzati per attività di intelligence.

Lo scorso settembre, dopo l’incontro con il Segretario di Stato americano Anthony Blinken a New York a margine della 77esima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha dichiarato che le relazioni tra i due Paesi sono a un livello critico e ha accusato gli Stati Uniti di minare la sovranità e l’integrità territoriale della Cina. Di conseguenza, ciò ha influito sugli scambi commerciali tra i due Paesi, che sono cresciuti solo dello 0,6% nel 2022, rispetto al 28% del 2021.

Xi Jinping ha recentemente intrapreso una serie di passi che suggeriscono la sua determinazione a rifare l’ordine mondiale che garantisce l’egemonia statunitense. Ha visitato i monarchi del Golfo Persico, lanciando un commercio di petrolio denominato in yuan. Secondo Alastair Crook, analista britannico con sede a Beirut, l’incontro tra il presidente cinese e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman dovrebbe rappresentare “la fine del sistema dei petrodollari”. E il patto si baserà “sui piani russo-cinesi per spostare l’Eurasia in una nuova valuta commerciale diversa dal dollaro”. L’esperto spiega che “gli alleati degli Stati Uniti come l’Arabia Saudita, la Turchia, gli Emirati Arabi Uniti, l’India, il Sudafrica, l’Egitto e gruppi come l’OPEC+ stanno facendo un grande passo verso l’autonomia e la fusione dei Paesi non occidentali in un blocco coerente che agisce nel proprio interesse”. Xi Jinping ha anche riunito i BRICS invitando i suoi protetti dall’Asia e dall’America Latina, in questo modo la Cina rivendica la leadership mondiale, approfittando del ritiro degli Stati Uniti dall’Asia e dai vertici del G-20 a causa della presenza della Russia e della mancanza di una politica economica coerente degli Stati Uniti nella regione.

Tutti i Paesi hanno il compito a lungo termine di resistere alle sanzioni occidentali, come quelle imposte alla Russia, e la dedollarizzazione ha un ruolo enorme da svolgere in questo senso. Inoltre, il presidente cinese ha iniziato a riunire forum alternativi a Davos e a promuovere i propri progetti di integrazione internazionale nelle aree di influenza statunitense.

Mao Ning, portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, ha parlato al briefing del 27 febbraio 2023. “Gli Stati Uniti non hanno il diritto di comandare sulle relazioni russo-cinesi, non tollereremo le pressioni e le minacce da parte americana”, – ha detto il diplomatico commentando gli avvertimenti di alcuni politici statunitensi a Pechino sulle conseguenze in caso di forniture di armi della Cina alla Russia. Mao Ning ha osservato che gli Stati Uniti non solo inviano armi letali sul campo di battaglia in Ucraina, ma violano anche le disposizioni di tre comunicati congiunti sino-statunitensi vendendo costantemente armi avanzate a Taiwan. Il diplomatico ha aggiunto che la Cina sta promuovendo attivamente i colloqui di pace e una soluzione politica alla crisi ucraina. La dichiarazione mostra ancora una volta le crescenti contraddizioni tra gli Stati Uniti e la RPC, sullo sfondo dell’attuale situazione mondiale. Le differenze tra i due Paesi sono molto significative e l’America non ha più il ruolo di egemone e una posizione di potere in queste contraddizioni.

Questa divergenza ha portato alla decisione di entrambe le parti di creare strutture speciali per gestire le relazioni tra Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti sono stati i primi a compiere questo passo e l’11 gennaio 2023 la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione per la creazione di un comitato speciale sulla competizione strategica tra gli Stati Uniti e la RPC. 365 membri del Congresso hanno espresso il loro sostegno al documento, mentre 65 hanno votato contro. La nuova struttura sarà composta da 16 persone, tra cui nove repubblicani e sette democratici. In precedenza il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato di considerare la Cina come il suo unico rivale, che non solo intende cambiare l’ordine mondiale esistente, ma sta costruendo un potere economico, diplomatico, militare e tecnologico per raggiungere questo obiettivo. Gli Stati Uniti ritengono che la loro sicurezza nazionale possa essere minacciata dal PCC, la cui conseguenza è stata la creazione della commissione. Inoltre, il Partito Repubblicano statunitense ritiene che l’amministrazione Biden non stia facendo abbastanza per contenere la Cina.

Nel frattempo, il sottosegretario di Stato americano Wendy Sherman ha promesso che gli Stati Uniti manterranno aperte le linee di comunicazione con la Cina e svilupperanno una relazione bilaterale nel 2023, sulla base dell’incontro di Bali del 2022 tra i leader dei due Paesi. La diplomatica ha aggiunto che Washington e Pechino dovrebbero lavorare insieme “per il bene” dei popoli di tutto il mondo.

Di grande importanza per le relazioni tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese sono le fondazioni e le organizzazioni sino-americane create per rafforzare le relazioni. Fondata nel 1995, la US-China Political Foundation (USCPF) è un’organizzazione imparziale e senza scopo di lucro che promuove una migliore comprensione tra politici, ricercatori e funzionari governativi americani e cinesi. L’USCPF mira a fornire a studenti, ricercatori e operatori di politica estera l’opportunità di interagire in modo più diversificato e sostanziale. L’USCPF conduce inoltre ricerche sulla politica e sulle relazioni tra Stati Uniti e Cina nella regione Asia-Pacifico. La fondazione non promuove alcuna politica né cerca di influenzare le decisioni politiche, ma fornisce informazioni per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle questioni relative alle relazioni tra Stati Uniti e Cina.

Da parte cinese, c’è l’Istituto Confucio, una rete di centri culturali ed educativi internazionali istituita dall’Ufficio di Stato per la promozione della lingua cinese all’estero del Ministero dell’Istruzione cinese in collaborazione con i centri sinologici d’oltremare. Tuttavia, gli Stati Uniti sono stati irremovibili sulle azioni dell’Istituto già nel 2020. Il Dipartimento di Stato ha dichiarato il centro degli Istituti Confucio negli Stati Uniti una missione estera della RPC; secondo Pompeo, l’organizzazione “promuove le campagne di propaganda globale e l’influenza ostile di Pechino” nelle istituzioni educative statunitensi.

Questo tipo di organizzazioni cerca di mantenere relazioni amichevoli tra i Paesi, attraverso la globalizzazione e lo scambio di culture. Sotto l’egida delle organizzazioni si svolgono scambi di studenti, incontri di alto livello, la conclusione di cooperazioni e la promozione delle relazioni USA-Cina per una conoscenza credibile tra i cittadini dei Paesi.

Le relazioni tra gli Stati Uniti e la RPC sono in una fase di attrito da entrambe le parti nella sfera politica, che minaccia la cooperazione in altri settori in cui si è già registrato un grande successo. Il confronto sulle opinioni politiche sta già raggiungendo livelli critici, poiché gli Stati Uniti sono ancora determinati a essere l’egemone indispensabile del mondo, cosa impossibile nell’attuale realtà dei centri di potere multipolari e dell’Oriente emergente.

I recenti sviluppi intorno a Taiwan e le nuove misure restrittive dimostrano che Washington intende continuare l’escalation. La Cina sta reagendo dalla posizione di potenza sovrana.

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/cina-vs-usa

L’Italia muore ma è vietato dirlo

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di Marcello Veneziani

Bella ciao? No, bella addio. L’Italia sta morendo di denatalità, si va estinguendo ma se lo dici sei un razzista. Gli italiani spariranno, dicono gli istituti di statistica che nel giro di pochi anni saremo nove milioni in meno; ma se sei scontento di questa situazione, sei nazista. Passata la buriana, resta il tema vero e drammatico, la cancellazione di un popolo, di una nazione, di una storia e di una civiltà. Mentre il tema fittizio che sostituisce il dramma reale è che se non accetti la morte dell’Italia, vuoi la pulizia etnica contro i migranti. Passato il delirio di queste affermazioni, con le invasate partigiane dell’estinzione, dopo la sinistra mobilitazione contro i fantasmi del passato per rendere un fantasma il nostro avvenire, resta la vera questione: non dobbiamo e non possiamo dir nulla e far nulla sull’estinzione del popolo italiano, dobbiamo rassegnarci alla morte dell’Italia e alla scomparsa progressiva degli italiani?
Sostituzione etnica è un’espressione tecnicamente appropriata ma genera equivoci perché evoca l’idea che ci sia una pianificazione. C’è una letteratura che sostiene l’esistenza di un piano prestabilito per sostituire il popolo italiano, ed europeo, con genti venute da altri mondi, soprattutto dall’Africa. Ci potrà pur essere qualcuno che auspica questa sostituzione e persino qualcuno che si adopera fattivamente per favorirla, ma è fumoso imbarcarsi in questa dietrologia complottista. Basta attenersi alla realtà: un popolo che non fa figli, che non vuole figli, ad eccezione di coloro che non possono averli (come le coppie omosessuali), lascia inevitabilmente spazi vuoti che vengono poi colmati da flussi migratori. Il problema principale non è quello di frenare i flussi, arrestarli o almeno governarli, per evitare il caos. Ma è invertire la tendenza interna, ovvero riuscire a incentivare, favorire la natalità in un paese avaro di nascite. Le ragioni di questa denatalità sono legate da un verso alle oggettive difficoltà di fare famiglia e di mettere al mondo figli, col tipo di vita e di società che si va delineando, coi genitori entrambi impegnati nel lavoro, e con la scomparsa della famiglia veramente allargata dove nonni, zii, parenti e figli più grandi si occupavano dei figli e affiancano i genitori. Dall’altro verso, è il modello di società fondata sul primato assoluto dell’individualismo e dei suoi succedanei (narcisismo, edonismo, egoismo), che è refrattaria a limitare libertà e benessere individuali (o di coppia) per assumersi l’onere di procreare e far crescere dei figli. Il tema dunque è questo: dobbiamo abbandonarci a un cupo fatalismo e accettare come irreversibile e inevitabile questa tendenza o è possibile fare qualcosa, tentare quantomeno di frenare, se non di invertire questa marcia verso l’estinzione?
Da un’opposizione responsabile ci sarebbe da aspettarsi un diverso atteggiamento; piuttosto che accusare di razzismo chi denuncia da posizioni di governo, l’estinzione di un popolo, dovrebbero incalzarli sul piano pratico: oltre che denunciare questa tendenza cosa fate voi, concretamente, al governo per favorire un’inversione di tendenza, avete in progetto una politica per la natalità, una tutela delle coppie e dei loro nascituri? E dunque, l’accusa dovrebbe essere quella di sollevare il problema ma di non adottare nessuna politica conseguente ed efficace per rispondere al problema.
Accade invece che la sinistra sia indifferente alla morte del popolo italiano e favorevole al ricambio di popolo; quel che conta è la società globale e i singoli che la abitano, non i popoli, non le nazioni, non la civiltà, tantomeno le identità. Più che indifferente potrei dire compiaciuta; l’unica natalità che a loro preoccupa è il diritto di affittare uteri per avere figli anche quando non si possono avere, a partire dalle coppie omosessuali. La maternità è un bene solo se è surrogata.
Chi è sempre sistematicamente contro il proprio popolo, la propria nazione, la propria civiltà, la sua identità e sempre dalla parte di chi viene da fuori e da lontano, ha smesso di rappresentare i cittadini del suo paese e di preoccuparsi della loro vita reale. Abita un mondo ideologico parallelo.
E’ un passo in più e in giù anche rispetto al comunismo: penso al nazional-popolare, a Gramsci e Di Vittorio, alla difesa dei proletari italiani, a partire dai più poveri con più figli, alla giustizia sociale. Tutto cancellato. La nuova sinistra, interpretata perfettamente dal fenotipo eletto alla guida del Partito dem, è estranea anche a questa tradizione. Del comunismo eredita solo la parte distruttiva, la cancellazione dei popoli, l’abolizione della realtà, l’internazionalismo come morte delle patrie, la negazione dei sentimenti di appartenenza e dei legami naturali e culturali su cui si fonda un popolo, una nazione, una civiltà. E aggredisce chiunque osi pensarla diversamente e preoccuparsi per la fine del Paese. Ma è un principio naturale e universale di autoconservazione che ogni famiglia, ogni popolo, ogni nazione voglia salvaguardare la sua esistenza. Ritenere che questo sia razzismo, autorizza a dire che chi preferisce l’estinzione di un popolo persegue scientemente il disegno criminale di favorire la morte dell’Italia e degli italiani. Follia per follia, una chiama l’altra, questo è il livello.
Il dramma aggiuntivo a tutto questo è che la nostra politica si ferma solo alle parole, alla demagogia e alla demonizzazione del nemico. Salvo qualche accenno di proposte concrete per aiutare le famiglie con figli (una l’ha fatta Giorgetti). Sarebbe infatti grottesco che dopo questa fumata di odio, non succeda poi nulla, non si tenti coi fatti di fronteggiare l’emergenza denatalità né si oppongano altre strategie. Intanto la politica si limita a sceneggiare lo scontro tra favorevoli e contrari e a capitalizzare consensi e dissensi sul tema. La realtà resta quella ma si vomita odio nella speranza che diventi concime di consenso. Miseria su miseria, porca miseria.

La Verità – 21 aprile 2023

fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/litalia-muore-ma-e-vietato-dirlo/

I giovani di oggi: una generazione in guerra con sé stessa

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di Cristina Gauri

Ad un primo sguardo, i giovani sembrerebbero condannati. E non è colpa loro: non saremo certo noi a raccogliere il testimone dei tromboni boomer in vestaglia, tanto svelti a puntare il ditino al grido di «signora mia dove andremo a finire» e «ai miei tempi», quando a ben vedere sono proprio loro ad aver regalato ai giovani un futuro che li condanna a solitudine, disoccupazione, povertà, dipendenza, immaturità. Non solo consegnano alle nuove generazioni un mondo a pezzi, ma nemmeno sono in grado di fornire loro gli strumenti per ricostruirlo.

Non è un mondo per giovani

Tuttavia, boomer o meno, non si può fingere che il quadro non sia desolante: dati, episodi, vicende mostrano una prospettiva d’insieme davvero poco rosea, e soprattutto una complessiva rassegnazione all’immutabilità dello stato delle cose. Chiusi in una dimensione che, in maniera asfissiante, inizia a combaciare con la narrazione dei social, dello streaming, del narcisismo spinto di un mondo che sembra esigere l’idea dello stare sempre sotto i riflettori per potersi dire vivi.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di aprile 2023

Stritolati tra modelli profondamente sbagliati, superficiali, deteriori, a cominciare da quelli impartiti nei banchi di scuola: suonata la campanella, li aspetta una società che li valuta utili solo in quanto consumatori a cui vendere mode, stili, cavalcando l’enfatica idea del progresso sociale, della coltre dei «diritti» sotto la quale si celano omologazione e spesso morte.

Gli indicatori sono tutti alle stelle: disoccupazioneabbandono scolasticodroghedisturbi alimentari, tendenze autolesionistiche e suicide – come il fenomeno hikikomori ­– o l’aggregazione in gang in contesti urbani sempre più alienanti e degradati; il tutto mentre l’apparato culturale mainstream lancia improbabili allarmi su pseudo «disagi» fabbricati ideologicamente e presuntamente patiti da una fetta insignificante di popolazione.

Gioventù disturbata

Veniamo invece ai disagi veri. Quelli che due anni di restrizioni, per giustificare l’allarme pandemia, hanno fatto impennare drammaticamente, sacrificando almeno due generazioni: segregate, criminalizzate, private del diritto allo sport e alla socializzazione, spaventate da una terrordemia spietata e da genitori ancora più terrorizzati, convinti di agire nell’interesse dei figli. (Spoilerhanno peggiorato la situazione). Stupisce poco il dato dell’Inps, secondo cui, delle oltre 300mila richieste del bonus psicologo offerto dal governo, il 60% arrivava da under 35.

Più di due milioni (quasi tre milioni stimati) e di età sempre più giovane sono gli adolescenti italiani che soffrono di disturbi del comportamento alimentare (Dca), tra cui anoressia e bulimia. Letà di esordio, spiega Annalisa Venditti, psicologa esperta dei disturbi del comportamento alimentare presso il Gruppo Ini-Istituto neurotraumatologico italiano, «è tra i 15 e i 25 anni, anche se sono appunto in aumento i casi dagli 11-12 anni». Rifiuto del cibo o, al contrario, grandi abbuffate seguite da vomito, abuso di lassativi-diuretici o sport estremo di compensazione, restano i problemi più frequenti, «ma ad essere in aumento è anche la risposta maschile della vigoressia, ovvero l’ossessione di un fisico prestante» che «porta i ragazzi a una continua ossessione per il tono muscolare, l’allenamento, una dieta ipocalorica e iperproteica a cui spesso si aggiunge l’uso di sostanze illegali per raggiungere tale obiettivo».

Un profondo disagio personale, radicato spesso nei traumi familiari irrisolti, che convoglia la spinta al miglioramento estetico in una patologia, aggravata dall’utilizzo degli onnipresenti social, che presentano confronti con modelli di bellezza irraggiungibili. Gli ultimi dati diffusi da Jama Pediatric riportano una media globale di 1 giovane su 5 affetto da Dca: l’Italia si classifica drammaticamente oltre il dato mondiale con 1 caso su 3. Il colpo di grazia lo hanno dato le restrizioni Covid. Durante i primi 6 mesi di misure pandemiche, i casi di…

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/giovani-oggi-generazione-in-guerra-con-se-stessa-260701/

In USA si candida Presidente R.F. Kennedy: cooperazione nel mondo multipolare?

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di Matteo Castagna

LA GEOPOLITICA È, OGGI, LA MATERIA PIÙ IMPORTANTE PER COMPRENDERE GLI AVVENIMENTI CHE STANNO COINVOLGENDO I POPOLI DEL MONDO

La geopolitica è, oggi, la materia più importante per comprendere gli avvenimenti che stanno coinvolgendo i popoli del mondo. La guerra in Ucraina ha prodotto anche un nuovo approccio di fronte ai cambiamenti epocali in atto. Per la prima volta, dalla fine della II Guerra Mondiale, si ragiona in termini di gestione del potere in forma multipolare, non più unipolare statunitense.

Oramai, è un processo incontrovertibile costituito da Superpotenze che non trovano, almeno per il momento, alcuna convenienza in un terzo conflitto planetario. L’Occidente si è suicidato in compagnia degli USA perché l’euro ha ucciso la finanza, la Commissione Europea ha annullato la politica, il sistema liberale ha distrutto l’identità socio-culturale e religiosa, sciogliendosi nella sua folle fluidità.

Non occorre una vittoria militare a Kiev, per osservare che Russia, Cina, America Latina e mondo arabo sono già protagonisti e fanno da contraltare multipolare a Biden ed alla sua servitù del Vecchio Continente. per quanto il 75% delle riserve mondiali siano espresse in dollari, il declino americano si palesa se si pensa che fino al 2000 erano oltre il 70% e che oggi è in continua decrescita in accelerazione. I BRICS si sono accordati per utilizzare le loro valute nazionali per i reciproci scambi. Stiamo parlando di economie che pesano un quarto di quella globale. Mosca si sta ben destreggiando con lo yuan cinese ed ha concluso accordi con India, Turchia, Iran, e i Paesi dell’ Unione Economica Eurasiatica. L’egemonia unipolare americana sta volgendo alla fine.

C’è una novità, che i media occidentali hanno riportato come notizia di poco conto, ad eccezione di Stilum Curiae di Marco Tosatti. Robert F. Kennedy, Jr. ha depositato la documentazione per candidarsi alla Presidenza degli Stati Uniti nel 2024. Lo ha annunciato il diretto interessato, il 5 Aprile, cui è seguita un’ intervista molto interessante su “The Epoch Times”. Sta crescendo, in casa Dem, l’anti-Biden, almeno dalle dichiarazioni rilasciate. Kennedy Jr. esordisce con un attacco alla politica del suo Paese: “E mentre i democratici combattono contro i repubblicani, le élite stanno spaccando la nostra classe media, avvelenando i nostri figli e mercificando i nostri paesaggi”. “Robert F. Kennedy, Jr.- si legge sulla pagina della sua campagna – ha lottato contro l’avidità delle aziende e la corruzione del governo per proteggere i nostri figli, la nostra salute, i nostri mezzi di sussistenza, il nostro ambiente e, soprattutto, la nostra libertà”. C’è scritto, inoltre: “Con integrità, coraggio e abnegazione, ha guidato gli americani in una lotta nobilitante per ripristinare il nostro Paese come nazione esemplare e per porre fine alla polarizzazione tossica che ci divide e arricchisce le élite”.

Pur essendo un democratico, Kennedy è noto per la sua opposizione a molte politiche dell’attuale amministrazione, in particolare a quelle relative al COVID-19. Ha fondato l’associazione Children Health Defense, organizzazione no-profit dedicata alla risoluzione delle “condizioni di salute croniche causate da esposizioni ambientali”, e ha parlato dei danni associati ai vaccini COVID-19. Le piattaforme di social media come Instagram hanno censurato Kennedy dal parlare contro i vaccini COVID. Anche i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CDC) hanno preso le distanze da alcune sue affermazioni, ma per lui, nell’industria farmaceutica è molto diffuso il fenomeno delle “agenzie di regolamentazione [che] vengono catturate dalle industrie che dovrebbero regolare”.

Secondo Kennedy, la Central Intelligence Agency (CIA) è diventata “un governo all’interno del nostro governo” e un “tumore” per il sistema americano, e ha proposto di sistemare l’agenzia implementando un organo di controllo separato su di essa. Egli sostiene che l’agenzia di intelligence ha usato tecniche di “controllo mentale” come la “deprivazione sensoriale, le tecniche di tortura, la paura e la propaganda, [e] i messaggi autoritari” per influenzare le persone in tutto il mondo”. Egli ha affermato che la CIA è stata coinvolta in colpi di Stato o tentativi di colpo di Stato tra il 1947 e il 1997 contro un terzo delle nazioni della Terra. “La maggior parte di esse erano democrazie”. Ha suggerito che un modo per riformare l’agenzia sarebbe quello di implementare un organo di supervisione […]”.

“Mio padre voleva sistemare la CIA. Quando si è candidato, la sua intenzione era quella di riportare la CIA a quello che doveva essere, cioè un’agenzia di spionaggio, che significa raccogliere informazioni, fare analisi e fornire quelle informazioni all’esecutivo”, ha detto Kennedy. Nella sua intervista con “American Thought Leaders”, Kennedy ha detto a Jekielek che l’America non è più una democrazia e che le sue elezioni sono controllate da ricchi donatori.

“È più un’oligarchia o una plutocrazia che risponde solo alle esigenze dei ricchi e delle aziende, che pagano i costi elettorali delle lobby dei politici, che poi diventano i loro servi a Capitol Hill”.
Se il denaro non viene tolto dalle elezioni, ha detto Kennedy, l’America è una “corporazione”. Quando ricorda la sua infanzia dice: “Sapevamo che ciò che vedevamo ogni giorno faceva parte della storia del nostro Paese. I miei genitori ci parlavano ogni giorno di storia, letteratura e valori”.

La scommessa di pacifica cooperazione e ritorno ai principi fondamentali della sana civiltà occidentale, in un mondo multipolare, potrebbe iniziare dai Kennedy? Ai posteri la sentenza.

 

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2023/04/10/in-usa-si-candida-presidente-r-f-kennedy-cooperazione-nel-mondo-multipolare/

Femminismo contro vera femminilità

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di Vittoria Alliata di Villafranca

La russofobia come formula di colonizzazione

Un anno fa, quando l’insegnamento di Dostoevskij è diventato un problema nelle università italiane e i più grandi cantanti e direttori d’orchestra russi che ora vivono in Occidente sono stati costretti a rinunciare pubblicamente alla loro patria o a perdere il lavoro, mi sono detto: “Benvenuti a bordo!”.

La russofobia è solo l’ultima delle tante forme di odio deliberatamente create per i moderni metodi e formule di colonizzazione. Il suo manifesto può essere considerato il testamento con cui Cecil Rhodes (l’organizzatore dell’espansione coloniale britannica in Sudafrica alla fine del XIX secolo, l’architetto dell’apartheid, il fondatore della Rhodesia. – Ndr), ha affermato la supremazia degli anglosassoni e il loro diritto a dominare il mondo e a sfruttarne le risorse.

Io stesso provengo dalla Sicilia, un’isola multiculturale del Mediterraneo, che per millenni è stata crocevia di civiltà uniche che hanno prodotto un patrimonio grande e allo stesso tempo davvero vivo. Negli ultimi 70 anni, però, la Sicilia è stata conosciuta soprattutto per le atrocità della mafia, che è stata rilanciata dall’esercito americano, sbarcato sull’isola apparentemente solo per liberare l’Europa dal nazismo.

Sì, i nazisti sono stati il primo ISIS* – un’organizzazione terroristica che commette impunemente terrore in ogni forma e imita una forte religiosità. Ma nonostante i tentativi di eroici siciliani di ogni estrazione sociale di opporsi a questo demonio, l’industria cinematografica occidentale ha creato un’immagine denigratoria del mio Paese, volta a legittimare l’occupazione americana. Con un’enorme base militare che opera ancora in prima linea contro la Russia e il mondo arabo.

Il razzismo anglosassone distrugge i ponti tra Europa e Asia

La stessa forma di campagna d’odio è stata lanciata con successo contro i nativi americani, per giustificare e legittimare la confisca delle loro proprietà e dei loro diritti territoriali attraverso la calunnia sistematica. Un esempio tipico è il film muto britannico del 1899, di stampo genuinamente razzista, Indian Kidnapping.

Le campagne di odio dell’industria cinematografica occidentale divennero – in nome della cosiddetta “civiltà” – uno strumento di occupazione geopolitica strategica. Giustificavano la pulizia etnica, la guerra biologica, la schiavitù e l’assimilazione forzata. Così, nelle parole di Benjamin Franklin, il padre fondatore degli Stati Uniti, “questo è il disegno della Provvidenza: sradicare questi selvaggi per liberare una terra che possa essere coltivata”.

Come studioso di arabo e di islam e come presidente della German-Arab Society, vorrei ricordare i terribili anni successivi agli eventi dell’11 settembre 2001, quando non si potevano leggere giornali arabi in pubblico senza essere sospettati di essere coinvolti con i terroristi. Naturalmente, la proliferazione di stereotipi viziosi e controversi sugli arabi, descritti come pigri e crudeli, sospettosi, creduloni e fraudolenti, ha origini molto più antiche.

Edward Said fa risalire le loro origini all’invasione dell’Egitto da parte di Napoleone nel 1798. Lo studioso palestinese, pioniere degli studi postcoloniali, mostra come l’ideologia dell’orientalismo occidentale affermi la nozione di popoli mediorientali come inferiori, sottomessi e bisognosi di salvezza. Di conseguenza, questi stereotipi razzisti hanno creato una visione del mondo che giustifica il colonialismo occidentale e la distruzione e l’occupazione di interi Paesi, a partire dal Nord Africa e da gran parte dell’Asia occidentale, e poi Iraq, Siria, Afghanistan.

Per non parlare della Palestina, i cui arabi hanno dovuto pagare – con il dramma della Nakba (l’espulsione di centinaia di migliaia di arabi palestinesi dalle loro terre a seguito delle guerre arabo-israeliane. – Ndr) – per il progetto di selezione razziale della Società Eugenetica. Un progetto lanciato dagli anglosassoni razzisti Cecil Rhodes, Arthur Balfour e Alfred Miller e proseguito da Hitler. Che gli anglosassoni nominarono Cancelliere nel 1933, sfruttando la loro influenza sul sistema bancario tedesco per trascinare il Paese in guerra con l’Unione Sovietica e la Francia.

Può sembrare che l’offensiva dell’Occidente contro il mondo arabo e, in generale, islamico fosse finalizzata a impadronirsi illegalmente dei suoi beni economici e strategici. Ma questa è solo una verità parziale. Ad esempio, gli stessi gruppi jihadisti wahhabiti caucasici che hanno creato, addestrato e finanziato, tra gli altri, la guerra in Libia, Siria e Tunisia, dichiarano apertamente che il loro obiettivo è quello di minare la Russia e le ex repubbliche musulmane sovietiche.

Il sistema multipolare religioso ed etnico del Caucaso e dell’Asia centrale è sopravvissuto dall’epoca zarista grazie ai grandi sceicchi della Qadiriya, della Naqshbandiya e di altri ordini sufi, che si sono opposti con forza alla lotta per il cosiddetto “Stato Islamico”. La stessa famiglia imperiale, come il resto della nobiltà russa, era multietnica.

Le popolazioni autoctone di etnia non russa – polacchi, georgiani, lituani, tartari, azeri e tedeschi – hanno sempre costituito un segmento importante della nobiltà. Mia cugina era sposata con il pronipote dello zar Alessandro III, il principe Alessandro Romanov, che ora riposa nel nostro santuario di Palermo.

La distruzione di questi forti ponti che collegano l’Europa e l’Asia attraverso la Russia è un processo pericoloso e suicida, che dobbiamo essere pronti a impedire per il bene della pace e dell’armonia umana.

Il femminismo come principale ariete dell’Occidente

La russofobia non è altro che il prodotto di un progetto a lungo termine: la distruzione della Russia per le stesse ragioni per cui molti Paesi arabi, come il Libano, sono stati distrutti o sono sotto attacco. E queste ragioni non sono solo il petrolio, la ricchezza e le questioni geostrategiche, ma anche la capacità di aderire a modelli diversi di società multiculturali tradizionali.

Uno dei principali strumenti utilizzati per questo progetto sono le donne, le prime vittime dell’”orientalismo” occidentale, che ha generato un’immagine di promiscuità, schiavitù e ignoranza. Questo è ciò che ho scoperto nei miei numerosi lavori sull’argomento, a partire dal mio bestseller del 1980 L’harem. Il successo di quel libro suscitò una dura reazione e fui oggetto di ogni sorta di attacco per aver infranto molti miti vecchi di due secoli e basati sull’arabofobia.

Senza dubbio molti hanno notato come, dopo il brutale assassinio da parte degli israeliani di donne e bambini palestinesi, o persino di una giornalista con passaporto americano di nome Shirin Abu Akle, o di una giovane attivista americana di nome Rachel Corrie, nessuno dei media mainstream del mondo abbia riportato queste tragedie come realmente accadute. Nessuno ha marciato per chiedere giustizia e nessun gruppo della società aperta ha preso d’assalto gli edifici governativi come è successo in Iran quando la sfortunata ragazza è morta in una stazione di polizia a causa di un tumore al cervello.

Quando Daria Dugina, una donna profondamente cristiana e molto bella che rappresentava al meglio l’Europa con la sua capacità intellettuale di combinare l’antica filosofia greca e la tradizione russa, è stata uccisa in un attacco terroristico, nessuna femminista indignata ha chiesto sanzioni internazionali per il crimine o l’ha candidata al Premio per i diritti umani.

Le donne sono la prima e principale forza utilizzata per distruggere le società tradizionali nei Paesi sovrani. Un esempio: il ministro degli Esteri tedesco, Annalena Berbock, è una donna così impopolare sul pianeta che quando è arrivata in India per il G20 è stata accolta solo dal suo stesso ambasciatore. Di recente ha emanato e finanziato una legge sulla “politica estera femminista” da 96 milioni di euro per “divulgare la sensibilità di genere nel mondo”.

L’obiettivo di questo documento, redatto da diverse istituzioni europee, è quello di “decostruire le strutture di potere presumibilmente ‘naturali’… come ingiuste, discriminatorie e oppressive, e di chiedere l’abolizione del patriarcato e l’uguaglianza di genere in tutte le sfere della società”. In un’analisi dettagliata di questa legge, l’Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza spiega che l’obiettivo emancipatorio del femminismo è quello di abolire qualsiasi forma di dominio tra i sessi. Alcuni approcci sostengono che ciò implica l’abolizione del capitalismo. Altre interpretazioni mettono in discussione l’esistenza dello Stato, visto come un apparato repressivo patriarcale. Una concezione inclusiva del femminismo accetta anche altre identità, come quella LGBTQIA+, e rifiuta di fissarsi su uomini e donne cisgender la cui identità di genere corrisponde al sesso assegnato alla nascita.

E quindi?

Ovviamente, la “politica estera femminista” è un altro modo per interferire con le politiche dei Paesi che si rifiutano di approvare tali leggi e intendono proteggere le loro strutture tradizionali. Quindi, per vincere la guerra mediatica contro queste forme di odio, dobbiamo promuovere l’immagine di quelle donne che rappresentano il meglio del mondo tradizionale.

Così come l’Occidente ha creato l’icona della Principessa Diana per la sua eleganza e il suo stile, allo stesso modo dobbiamo fare di Darya Dugina un simbolo di tutte quelle donne che ancora lottano con coerenza per un mondo tradizionale multipolare. Dobbiamo dare loro la forza di farsi valere. Non tutte le donne possono essere un’eroina come Daria Dugina. Ma ogni donna può dare un po’ del suo amore per costruire un mondo migliore.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/femminismo-contro-vera-femminilita

La nuova moneta di Argentina e Brasile

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di Katehon think tank

L’Argentina e il Brasile stanno riprendendo le discussioni per la creazione di una moneta comune per le transazioni finanziarie e commerciali, rilanciando un piano spesso discusso che dovrà affrontare numerosi ostacoli politici ed economici. La nuova valuta si chiamerà “sur” (“sud” in spagnolo). Secondo il Financial Times, altri Paesi dell’America Latina saranno invitati ad aderire al progetto.

Alla vigilia dell’incontro di Buenos Aires, il brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva e l’argentino Alberto Fernandez hanno scritto un articolo congiunto sul quotidiano argentino Perfil, osservando che la condivisione delle loro valute potrebbe favorire il commercio regionale. “Intendiamo superare gli ostacoli al nostro scambio, semplificare e modernizzare le regole e promuovere l’uso delle valute locali. Abbiamo anche deciso di portare avanti le discussioni su una valuta comune sudamericana che possa essere utilizzata per le transazioni finanziarie e commerciali, riducendo i costi delle transazioni e la nostra vulnerabilità esterna”, si legge nel comunicato.

Il Brasile e l’Argentina hanno deciso di portare avanti congiuntamente la creazione di una moneta comune, il Sud. Questa moneta non sostituirà le valute dell’Argentina (“Peso argentino”) e del Brasile (“Real”). Sarà utilizzata solo per gli scambi commerciali tra i due Paesi per ridurre la dipendenza dal dollaro e, secondo il ministro delle Finanze brasiliano, per “aiutare l’Argentina ad acquistare beni brasiliani senza intaccare le sue riserve di dollari”. Lula ha elaborato dei piani per creare una moneta comune a beneficio di entrambi i Paesi, in modo da dipendere sempre meno dal dollaro per le transazioni internazionali.

Particolare attenzione sarà rivolta alla reindustrializzazione delle economie con la creazione di posti di lavoro di qualità e investimenti nell’innovazione. Il commercio tra Argentina e Brasile presenta già un’elevata quota di prodotti industrializzati in settori strategici. L’integrazione tra le catene di produzione aiuta a mitigare gli shock esterni, come quelli sperimentati durante la pandemia. I Paesi potranno evitare di affidarsi a fornitori esterni per avere accesso a forniture e beni essenziali per il benessere delle loro popolazioni.

Contesto dello sviluppo dell’idea e dell’inflazione

L’ultima proposta arriva in un momento in cui l’Argentina sta lottando con l’inflazione più alta degli ultimi trent’anni e molti mercati emergenti sono alla ricerca di alternative al forte dollaro statunitense. L’economia brasiliana è destinata a crescere quest’anno e la nuova amministrazione di Lula intende aumentare significativamente la spesa pubblica per mantenere le promesse elettorali.

Secondo un portavoce del governo brasiliano, i negoziati sono stati avviati dall’Argentina. La moneta surrogata non sostituirà il real e il peso argentino – almeno in un primo momento – e sarà utilizzata accanto ad essi. Secondo Bloomberg, i colloqui sono in una fase iniziale e non c’è una tempistica per raggiungere l’obiettivo.

Le due maggiori economie del Sud America stanno valutando da decenni la possibilità di coordinare le loro valute, spesso per contrastare l’influenza del dollaro nella regione. I persistenti squilibri macroeconomici di entrambi i Paesi, così come i continui ostacoli politici all’idea, hanno portato a pochi progressi pratici.

Nel 1987, i leader dei due Paesi hanno annunciato la creazione di un’unità di conto comune, chiamata gaucho, per misurare il commercio tra i Paesi. L’idea fallì a causa delle differenze e dell’elevata volatilità che interessava i Paesi.

Nel 2019, l’allora presidente brasiliano Jair Bolsonaro dichiarò che Brasile e Argentina si stavano preparando a fare il “primo passo” verso “il sogno di una moneta unica nel blocco Mercosur”. L’idea è stata accolta con scetticismo in Brasile: lo speaker della Camera dei deputati nazionale ha suggerito che il piano potrebbe portare a un indebolimento del real brasiliano e a un ritorno dell’inflazione, e la banca centrale del Paese ha ufficialmente negato qualsiasi discussione su un’unione valutaria.

Nel 2021, il ministro dell’Economia brasiliano Paulo Guedes ha affermato che in una potenziale unione valutaria nel Mercosur, il Brasile potrebbe assumere il ruolo svolto dalla Germania nell’eurozona.

Le due nazioni si trovano ora ad affrontare problemi simili. L’Argentina ha un tasso di inflazione annuale di quasi il 100%, mentre il Brasile è al 5,8%. Anche il rapido deprezzamento del peso rispetto al real e l’autonomia della banca centrale brasiliana, che potrebbe opporsi all’iniziativa, sono ostacoli significativi.

In tutto il mondo, i Paesi stanno cercando modi per aggirare l’uso del dollaro USA e stanno cercando di vendere la maggior parte del loro debito in valute locali. La Russia accetta pagamenti esteri in rubli da quando sono state imposte le sanzioni, in seguito al lancio di un’operazione militare speciale in Ucraina. I Paesi asiatici stanno cercando di espandere l’uso dello yuan cinese. L’India e gli Emirati Arabi Uniti stanno cercando di espandere il commercio in rupie.

Critiche

Il commercio tra Argentina e Brasile sta soffrendo a causa del deficit in dollari dell’Argentina. La maggior parte degli economisti ha interpretato la notizia di una potenziale moneta comune tra Brasile e Argentina come un’iniziativa per creare un’unione valutaria.

Se la maggior parte dei contratti in America Latina e con gli altri continenti fosse denominata in valute regionali, la sostenibilità e l’utilizzabilità di tali valute aumenterebbero. Per le imprese e i cittadini sarà più facile pensare in termini di queste valute regionali. I contratti non saranno più espressi in dollari o in euro.

Anche la diversa sensibilità delle due economie agli shock esterni gioca un ruolo importante. Se un Paese, ad esempio, esporta materie prime i cui prezzi sono in calo, può stabilizzare l’effetto sulla propria bilancia dei pagamenti indebolendo la propria valuta. Ma se un partner dell’unione monetaria non vende queste stesse materie prime, l’indebolimento della sua moneta sconvolgerà al contrario l’equilibrio dei flussi esterni.

La teoria dell’area valutaria ottimale e la pratica dell’area dell’euro suggeriscono che, per il successo di una moneta regionale, i paesi devono essere economicamente e politicamente simili e devono essere importanti partner commerciali e finanziari l’uno dell’altro. Inoltre, devono essere disposti a integrarsi ulteriormente, ad esempio per facilitare i flussi di manodopera e di capitali, attenuare gli shock fiscali e proteggere l’unione monetaria.

La principale difficoltà nel formare un’alleanza di questo tipo è l’instabilità politica tra i Paesi e al loro interno. Le relazioni tra Argentina e Brasile si sono un po’ normalizzate con l’arrivo al potere di governi di centro-sinistra in entrambi i Paesi, ma le dinamiche politiche in America Latina sono tali che è difficile fare previsioni a lungo termine.

Per ora, la creazione di un’alleanza è solo un’idea che è solo a livello di discussione, molto lontana dall’essere realizzata, anche se la regione nel suo complesso ha un buon potenziale per i processi di integrazione.

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha dichiarato che Caracas sostiene l’iniziativa di Brasile e Argentina di creare una moneta unica sudamericana, ha riferito Xinhua.

Opportunità per la ripresa economica congiunta del “cono” nel contesto dell’integrazione comune

I Paesi del Cono Sud avevano grandi speranze con la formazione del MERCOSUR. Ma le aspettative che l’apertura del mercato brasiliano avrebbe dato dinamismo al loro sviluppo economico non sono state del tutto soddisfatte. Per il Brasile stesso, il MERCOSUR sta diventando più un progetto politico, con le considerazioni economiche che passano in secondo piano. La capacità del Brasile di agire come “locomotiva” dello sviluppo economico è limitata. La necessità del Brasile di importare materie prime, ad eccezione dell’energia, sta gradualmente diminuendo grazie alla sua grande dotazione mineraria. Il suo interesse per i partner latinoamericani è inoltre limitato dalla scarsa competitività dei loro prodotti, che impedisce alle multinazionali brasiliane di organizzare catene di produzione con loro. Infine, la capacità del Brasile come fonte di investimenti per i Paesi latinoamericani è insufficiente.

Nell’attuale fase di integrazione latinoamericana, le tendenze centrifughe sono forti, oltre a quelle centripete.

Risultati del Vertice CELAC 2023

I documenti adottati al Vertice della CELAC riflettono in generale una posizione equilibrata e costruttiva dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi sullo sfondo di sfide globali come l’aumento delle tensioni geopolitiche, i crescenti problemi di sicurezza alimentare ed energetica, le conseguenze della pandemia.

Tutti i 33 Paesi partecipanti hanno emesso un documento in 100 punti con 11 dichiarazioni speciali che fanno riferimento alla “necessità di dialogo e integrazione regionale”, nonostante le differenze politiche tra alcuni Paesi della regione. Tutti gli Stati si sono impegnati a progredire nella ricerca di aree di cooperazione sovranazionale per progetti di beneficio comune, in particolare su questioni economiche, sociali e di sicurezza.

Nella discussione sulla democrazia e i diritti umani, gli Stati non hanno raggiunto un compromesso a causa delle diverse posizioni sul tema.

Hanno sottolineato la necessità di cercare progetti di interesse multinazionale nella regione che rafforzino la cooperazione e portino benefici condivisi ai Paesi della regione.

Lula ha sottolineato che il Brasile sta tornando a far parte della CELAC. Questo è importante perché tre anni fa l’ex presidente Bolsonaro ha ritirato il Brasile dalla CELAC. Lula ha ricordato che, quando era al potere dal 2003 al 2010, è stato uno dei promotori della CELAC.

Le relazioni tra Argentina e Brasile e la proposta di creare una nuova moneta

Poco prima della riunione della CELAC del 24 gennaio 2023, i presidenti di Argentina e Brasile si sono incontrati per “promuovere il commercio bilaterale e sviluppare progetti comuni”.

I governi brasiliano e argentino hanno concordato di promuovere congiuntamente la creazione di una moneta comune e di facilitare il commercio bilaterale e lo sviluppo di progetti comuni, tra i quali l’Argentina sta cercando di costruire un gasdotto per esportare gas nel Paese vicino. L’inflazione nel 2022 supera il 95% e l’impossibilità di rivolgersi ai mercati internazionali per i finanziamenti rende difficile la realizzazione di grandi opere pubbliche. Uno dei progetti infrastrutturali più urgenti per il governo argentino è il gasdotto. L’importanza della cooperazione tra i due Paesi, e del progetto del gasdotto in particolare, è data dal fatto che l’Argentina vuole riprendere le esportazioni di gas e non dipendere dal gas della Bolivia.

Il presidente argentino ha ora chiesto al Brasile di finanziare il prolungamento del gasdotto fino al confine condiviso dai due Paesi per poter esportare il surplus. L’Argentina ha smesso di essere un Paese esportatore di gas molti anni fa e ogni inverno deve acquistare gas liquefatto dalla Bolivia. A causa di questo le importazioni devono spendere fino a 1,2 miliardi di dollari al mese durante i mesi più freddi dell’anno. In risposta, Lula ha detto che è possibile che il Brasile proponga delle condizioni per il progetto.

Le conclusioni di questo incontro sono anche in linea con le dichiarazioni rilasciate dopo la riunione della CELAC, in cui 33 Paesi, tra cui Argentina e Brasile, si sono impegnati a cercare progetti comuni a beneficio dei Paesi della regione.

Relazioni Argentina-Stati Uniti

Come ha detto il leader argentino durante i colloqui, il suo Paese si trova in una situazione difficile. L’Argentina vuole liberarsi dalla dipendenza dagli Stati Uniti, dal momento che Buenos Aires ha accumulato un grave debito estero soprattutto a causa di Washington.

Fernandez ha spiegato che per decenni l’economia argentina è stata “molto dipendente dagli Stati Uniti”. La presidente ha aggiunto che “il debito con il FMI è sorto anche a causa di questo rapporto”.

Le difficoltà nella ristrutturazione dell’economia sono state aggravate dal fatto che per diversi anni il Paese è stato al potere a favore dell’integrazione con gli Stati Uniti.

Relazioni tra Brasile e Stati Uniti

Con l’avvento del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, gli Stati Uniti hanno un nuovo partner nella regione che fungerà da interlocutore regionale.

In precedenza, questo ruolo era stato riservato al presidente argentino Alberto Fernández. Ma per gli Stati Uniti il Brasile è un partner strategico di grande importanza, molto più importante dell’Argentina. Biden ha ora un nuovo partner nella regione, Luiz Inácio Lula da Silva, che sembra più adatto a svolgere il ruolo di interlocutore regionale.

Il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden considera il suo omologo brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva un leader mondiale. Una dichiarazione a seguito di una recente telefonata tra i leader statunitensi e brasiliani ha sottolineato che i due hanno concordato di lavorare insieme su questioni quali “il cambiamento climatico, lo sviluppo economico, la pace e la sicurezza”.

Lo stesso leader brasiliano ha poi ammesso di voler discutere con il suo omologo statunitense dei preparativi del Partito Democratico americano per le prossime elezioni presidenziali di due anni, alla luce della crescente popolarità dei repubblicani. Inoltre, ha proposto un’iniziativa per creare un nuovo formato internazionale che aiuti a risolvere il conflitto in Ucraina. Ma finora non è stata sostenuta.

Follia cancel culture: Fratel Coniglietto è razzista, Zio Tom cacciato da Disneyland

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di Matteo Milanesi

Anche le attrazioni di Disneyland finiscono nel mirino della cancel culture e del politicamente corretto

La chiamano cultura della cancellazione, anche se si tratta de facto di cancellazione della cultura. Eppure, si sa, in tempi di politicamente corretto è tutto possibile ormai, financo che Disneyland decida di chiudere, dopo 34 anni di attività, Splash Mountain, l’attrazione ispirata sul film del 1946 I racconti dello zio Tom della Disney. La motivazione è quella di sempre che potete già immaginarla: il film sarebbe una rappresentazione suprematista e razzista, criticato anche per la raffigurazione della vita nelle piantagioni, nonché del rapporto tra schiavi neri e padroni bianchi. Di conseguenza, spazzata via anche l’attrazione.

Non è l’unico e non sarà l’ultimo caso di un fenomeno di ripudio della cultura, che negli States ha trovato il proprio humus prima con l’abbattimento delle statue di personaggi storici e poi con la revisione dei grandi testi letterari occidentali, dalla Divina Commedia di Dante Alighieri fino ad arrivare alla celebre The Tempest di William Shakespeare, per passare addirittura ad Agatha Cristie e financo James Bond. In Italia, il fenomeno è decisamente più contenuto, anche se nel continente europeo, in particolare in Regno Unito, la cancel culture ha già mosso i primi passi qualche anno fa e ora sta letteralmente dilagando.

Per approfondire:

Nelle università britanniche, per esempio, sono stati introdotti dei veri e propri avvisi che i professori devono obbligatoriamente lanciare quando si sta per trattare temi particolarmente “sentiti”. Ecco che, se si parla di crociate o di schiavismo, il musulmano o la persona di colore possono alzarsi e uscire dalla classe, abbandonando in anticipo la lezione ed il dibattito.

Comunque, tornando al caso Disneyland, già qualche mese fa l’allora amministratore delegato, Bob Iger, aveva detto agli azionisti che “il film non sarebbe più stato disponibile su Disney+”. Ed ecco che ieri è arrivato il giorno fatale: Splash Mountain sarà sostituita da Tianàs Bayou Adventure, ispirata al film del 2009 La principessa e il ranocchio, nel quale invece è stato introdotto il personaggio di Tiana, ovvero la prima principessa nera di Disney, sempre in rigoroso rispetto dell’ondata politically correct che sta investendo il mondo atlantico.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/follia-cancel-culture-fratel-coniglietto-e-razzista-zio-tom-cacciato-da-disneyland/

Putin come grande governante e il dopo Putin

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di Aleksander Dugin

Tendenze politiche nel primo anno della SMO

L’analisi delle trasformazioni politiche all’interno della Russia durante il periodo della SMO è abbastanza chiara. Dopo le fluttuazioni iniziali – avanzamento/ritirata – è emersa una tendenza costante e facilmente verificabile sia nei combattimenti stessi che nella politica interna. Il legame tra la campagna militare in Ucraina e nei nuovi territori russi e i processi politici interni alla Russia stessa è evidente. Questo non rientra nella contrapposizione troppo netta “lealtà/traditori” che si riflette nel quadro “avanzata/ritirata”, ma esiste certamente una correlazione diretta tra gli eventi sui fronti e il grado e l’intensità del patriottismo nello Stato e nella società.

In realtà, dovremmo parlare di traditori in senso pieno nella leadership della Federazione Russa con grande cautela, e solo quando sappiamo qualcosa di certo, non quando abbiamo solo alcuni sospetti al riguardo. In condizioni di guerra queste etichette non vengono lanciate in giro. A giudicare dalle fughe di notizie del Pentagono, il nemico è troppo ben informato sullo stato delle cose all’interno della stessa leadership dell’esercito russo per mantenere le cose pulite qui, ma di questo dovrebbero occuparsi altre strutture specificamente progettate per questo scopo, cioè il controspionaggio. Sarebbe più corretto escludere i traditori diretti dall’equazione, almeno in questa analisi della situazione. Certo, ci sono persone al potere, soprattutto i seguaci diretti del percorso di riavvicinamento incondizionato all’Occidente di Gorbaciov-Eltsin, che vorrebbero porre fine alla guerra su qualsiasi base, ma non possono parlarne direttamente e se iniziassero apertamente a fare qualcosa in questa direzione, le conseguenze sarebbero piuttosto dure. Tutti coloro che pensano responsabilmente al potere si rendono conto che è semplicemente impossibile fermare l’Operazione nello stato in cui si trova, per una serie di ragioni. L’Occidente si oppone con veemenza e il regime nazista di Kiev lo percepirebbe come una nostra capitolazione; inoltre, verrebbe inteso dalla società come un completo discredito delle autorità e il sistema politico crollerebbe. Pertanto, solo un traditore, un nemico della Russia – del popolo e dello Stato – vorrebbe la pace in tali circostanze.

Tuttavia, il processo di patriotizzazione della società procede con estrema lentezza e ancora, altrettanto lentamente si sta svolgendo la nostra avanzata verso l’Occidente. C’è un’incredibile interconnessione: l’inizio della SMO – un’ondata di patriottismo, poi i tentativi di ritirarsi – una mobilitazione ritardata, poi una ritirata generale – poi un cambio di PR, poi una svolta (l’accettazione di quattro soggetti in Russia, la mobilitazione, la nomina di Surovikin) e, infine, la stabilizzazione della situazione. Così, dopo un periodo di esitazioni, ritardi e persino arretramenti, dopo più di un anno di SMO abbiamo raggiunto un vettore stabile di patriottismo coerente, anche se ancora estremamente lento e contenuto.

A quanto pare, nel prossimo futuro la Russia dovrà affrontare una prova seria: una controffensiva del regime di Kiev in una o più direzioni contemporaneamente e, naturalmente, dall’interno della tendenza patriottica, è probabile che venga sferrato un colpo simmetrico alla Russia stessa. Una volta che avremo resistito e respinto l’attacco, il processo di patriotizzazione della società e di riforme ideologiche e politiche a tutto campo prenderà piede a un ritmo diverso. È probabile che la nostra offensiva contro il nemico subisca un’accelerazione analoga. Di conseguenza, l’anno decisivo 2023 sarà determinato dall’immagine del nostro futuro: cosa dovrebbe essere la Russia alla prossima svolta della sua esistenza storica.

Le tappe della storia moderna della Russia: da colonia a grande potenza

La Federazione Russa è emersa dalle rovine di una grande potenza nel 1991. Nel primo decennio il Paese è stato sottoposto al controllo straniero e ha iniziato un completo collasso. I peggiori – saccheggiatori, traditori, agenti dell’influenza occidentale, genericamente definiti “liberali” – salirono al potere. Questa è la prima fase della storia recente della Russia.

Putin, salito al potere nel 2000, ha rallentato il processo di disintegrazione e ha insistito sempre più sulla sovranità ed ha lasciato per qualche motivo il nucleo principale dell’élite degli anni ’90, eliminando solo quelli totalmente odiosi e chiassosi. I 23 anni di governo di Putin prima della SMO hanno rappresentato la seconda fase.

Dopo l’inizio della Operazione Speciale, è iniziata la terza fase: una vera e propria svolta patriottica – dalla sovranità dello Stato alla sovranità della civiltà. Putin ha tracciato questo percorso, ma non si è ancora pienamente concretizzato. Maturerà e si affermerà definitivamente dopo la prova di un probabile contrattacco dei nazisti di Kiev. A quel punto le élite saranno inevitabilmente epurate e ruotate, i veri eroi verranno dal fronte e sostituiranno naturalmente il nucleo liberale corrotto.

Il percorso di Putin e i fattori oggettivi: geopolitica, società, civiltà

Molti osservatori hanno l’impressione che sia l’orientamento verso la sovranità statale fin dall’inizio del governo di Putin, sia l’orientamento da lui delineato dopo l’inizio della SMO per affermare l’identità della civiltà eurasiatica russa, siano state decisioni esclusivamente di Putin stesso, Putin come individuo. La sua decisione è stata sostenuta dalla società, dalla maggioranza, e l’élite non ha avuto altra scelta che seguire il Presidente. Alcuni sono fuggiti, altri si sono appostati, sperando di sopravvivere al disastro e di tornare al solito algoritmo, ma la maggioranza ha comunque accettato i termini e ha espresso, alcuni in modo più forte e chiaro, altri in modo più sommesso e confuso – fedeltà al nuovo corso.

Questa personificazione della decisione dell’Operazione ha dato origine a una serie di atteggiamenti politici, sia all’interno che all’esterno della Russia stessa. Se SMO=Putin, allora tutto può essere riproposto dopo Putin, e l’assolutezza del potere di Putin è tale che solo lui sceglie quando arriverà il periodo “dopo Putin”, può rimanere al potere “a tempo indeterminato”, il popolo e la società lo sosterranno solo in questo; ma può anche cedere il potere – e di nuovo a chi vuole. È completamente e totalmente libero di fare ciò che ritiene opportuno. Tale sovranità assoluta del Sovrano Supremo genera un circolo di speranza per il nemico associato all’era “post-Putin”, e all’interno – tra le stesse élite russe – alimenta anche le aspettative, in cui ognuno ripone i propri interessi.

È qui che occorre fare qualche aggiustamento. Sì, Putin è assolutamente e infinitamente libero rispetto al sistema politico russo. Non dipende da nessuno e ha concentrato tutto il potere nelle sue mani, ma non è libero:

– dalle leggi della geopolitica e, in particolare, dalla strategia dell’Occidente che cerca disperatamente di mantenere l’unipolarismo e di privare la Russia del suo status di polo del mondo multipolare,

– così come dalla struttura delle aspettative e dei valori delle grandi masse popolari,

– e dalla stessa logica civilizzatrice della storia russa.

È proprio per questo che Putin sta perseguendo il tipo di politica estera che sta portando avanti, rispondendo simmetricamente con la geopolitica eurasiatica alle pressioni dell’atlantismo geopolitico (NATO, Occidente collettivo). Questo è il primo. Qui non ha pieni poteri, sta disperatamente lottando perché la Russia sia solo uno dei poli del mondo multipolare e non un nuovo egemone, ma anche questo è negato dall’Occidente, il che spiega il consolidamento dei Paesi della NATO (con l’eccezione di Ungheria e Turchia) contro la Russia nella guerra ucraina. E qui non c’è nulla di personale: la geopolitica non è stata inventata da Putin, lui è a capo dell’Heartland, il nucleo della civiltà terrestre, l’Eurasia, ed è obbligato a seguire questa logica. I tentativi di piegarsi all’atlantismo, come abbiamo visto negli anni ’90 durante l’era Eltsin, porterebbero solo a un’ulteriore disintegrazione della Russia. Pertanto, lo Stato russo, che vuole essere un soggetto della geopolitica e non il suo oggetto, non ha altra scelta che confrontarsi con l’Occidente. Putin l’ha già ritardato il più possibile e vi è entrato apertamente all’ultimo momento. Non è stato lui a decidere di avviare un’Operazione Militare Speciale, la Russia è stata costretta a farlo dal comportamento dell’Occidente.

In secondo luogo, Putin non è libero dal sostegno del popolo. Ha conquistato una tale posizione di potere proprio perché la sua linea di governo – almeno in materia di sovranità e patriottismo – è stata del tutto coerente con le principali priorità e aspirazioni delle grandi masse popolari. Certo, il popolo voleva anche giustizia sociale, ma rispetto a Eltsin, dove non c’era né giustizia né patriottismo, c’era generalmente abbastanza interesse. Putin ha calcolato correttamente e razionalmente che affidarsi alle grandi masse gli dà un sostegno incondizionato e gli libera le mani in politica interna, mentre puntare sui liberali, cioè sulla popolazione urbana (soprattutto metropolitana) orientata all’Occidente e sull’oligarchia, lo renderebbe completamente dipendente da gruppi rivali, lobby, segmenti politici e, in ultima analisi, dall’Occidente. Il popolo, invece, non chiede nessuno in particolare, solo domanda legittimamente a Putin di riportare la Russia alla sua indipendenza e alla sua grandezza. Cosa che Putin fa.

Terzo: Putin non governa nel vuoto, ma nel contesto della logica della storia russa e questa suggerisce che la Russia è una civiltà indipendente, non parte del mondo occidentale, cosa che Putin ha parzialmente accettato all’inizio del suo regno. I pensatori conservatori della Russia zarista, dagli slavofili e da Tyutchev agli ideologi dell’Età d’Argento e agli stessi bolscevichi, hanno sempre – sia a destra che a sinistra, per ragioni diverse, ma invariabilmente – contrapposto la Russia all’Occidente. I conservatori insistevano sull’identità della Russia, mentre i bolscevichi insistevano sugli opposti dei due sistemi socio-economici inconciliabili. Non appena Putin cita Dostoevskij o Ilyin, o dice qualcosa di neutro e positivo su Stalin, mentre critica aspramente l’Occidente – fino ad affermare che si tratta di una “civiltà satanica” – appare come un anello legittimo nella catena dei grandi governanti del mondo russo. I tentativi di costruire una politica alternativa – filo-occidentale e liberale – portano a un profondo odio popolare, come si vede nell’atteggiamento dell’opinione pubblica verso Gorbaciov e Eltsin.

Putin non dipende dall’élite russa, dai partiti politici, dai cartelli oligarchici, dai movimenti sociali, dalle istituzioni e da qualsiasi istanza amministrativa all’interno della Russia. Tutti dipendono da lui. Ma dipende sicuramente dalla geopolitica, dal popolo e dalla civiltà, e in linea con le loro aspettative, le loro logiche e le loro strutture di fondo.

Dopo Putin

Con queste premesse, l’orizzonte futuro, che può essere convenzionalmente descritto come “dopo Putin”, assume caratteristiche molto diverse. Lo status di Putin – proprio per la coerenza con i tre fattori critici e sulla base dei passi reali che ha compiuto e dei risultati reali che ha ottenuto – è praticamente incrollabile. Egli risuona talmente tanto con questi parametri oggettivi da esserne in parte libero. Il caso della “giustizia”, che è chiaramente carente anche sotto Putin, la dice lunga: il popolo è disposto a chiudere un occhio anche su questo (anche se lo addolora), a fronte di altri aspetti di principio del governo di Putin. Anche con l’Occidente Putin può calibrare il calore dell’ostilità, perché il pubblico si fida di lui e non ha bisogno di dimostrare ogni volta il suo patriottismo – nessuno ha più dubbi su questo.

Ma “dopo Putin” – e con qualsiasi successore – non sarà così. Il potere di Putin sarà sufficiente per mettere chiunque al suo posto. Ciò sarà accettato da tutti, ma al di là di questo, la figura di tal “dopo Putin” sarà molto meno libera di agire rispetto a lui.

Allo stesso tempo, è assolutamente impossibile immaginare che l’ipotetico successore – chiunque esso sia – cerchi di deviare dal corso geopolitico, dal patriottismo e dall’identità civile della Russia. Putin è ancora un po’ libero anche sotto questo aspetto. Tuttavia, il suo successore non sarà affatto libero. Non appena rallenterà anche di poco i suoi passi in questa direzione, le sue posizioni si indeboliranno immediatamente, la sua legittimità vacillerà e accanto a lui emergeranno naturalmente figure e forze più in linea con le sfide storiche, piuttosto che un successore esitante. Il “post-Putin” deve ancora dimostrare di essere un degno successore di Putin e conquistare la legittimità nella geopolitica, nel patriottismo (questa volta anche nella giustizia sociale) e nella rinascita del mondo russo. Putin ha vinto le sue guerre, o le ha decisamente iniziate. Il “post-Putin”, invece, deve ancora farlo. Il successore dovrà quindi non solo diventare un geopolitico eurasiatico a tutti gli effetti, ma anche vincere la guerra con l’Occidente collettivo in Ucraina in modo decisivo e ad ogni costo, proprio perché nessuno possa mettere in discussione la vittoria. Putin può ancora teoricamente fermarsi da qualche parte (anche se è improbabile che l’Occidente glielo permetta), ma il suo successore non potrà fermarsi da nessuna parte prima del confine con la Polonia.

Lo stesso vale per il popolo. Il popolo accetta Putin, lo ha già accettato. Il “post-Putin” dovrà guadagnarsi questa accettazione ed è qui che non potrà fare a meno di fare qualche passo consistente verso la giustizia sociale. L’influenza del grande capitale, degli oligarchi e del capitalismo in generale è profondamente ripugnante per i russi. Putin può perdonarlo, ma perché dovrebbe farlo il suo successore? Il “dopo Putin” avrà bisogno non solo di patriottismo, ma di un patriottismo orientato al sociale e qui non deve solo mantenere l’asticella, ma solo alzarla. Ciò significa riformare il sistema dei partiti e le strutture di governo. Ovunque, i patrioti, e soprattutto le persone che sono passate attraverso il crogiolo di una giusta guerra di liberazione – veramente di Patria -, assumeranno le posizioni di vertice. Non ci sarà in nessun caso una rotazione completa dell’élite “post-Putin”.

Infine, la civiltà russa. I 23 anni di governo di Putin hanno avuto come obiettivo il rafforzamento della Russia come Stato sovrano. Allo stesso tempo – soprattutto all’inizio – Putin ha ammesso che questa sovranità russa poteva essere difesa e rafforzata nel quadro di una comune civiltà europea occidentale – “da Lisbona a Vladivostok” e in termini di civiltà occidentale – il capitalismo, la democrazia liberale, l’ideologia dei diritti umani, il progresso tecnologico, la divisione internazionale del lavoro, la digitalizzazione, l’adesione al diritto internazionale, ecc. Gradualmente divenne chiaro che non era così, e fu dopo l’inizio della SMO che i suoi discorsi iniziarono a includere parole sulla civiltà russa e sulle sue fondamentali differenze di valore rispetto all’Occidente moderno. Fu firmato il decreto 809 sulla politica statale per la protezione dei valori tradizionali e la nuova versione del concetto di politica estera presentava la Russia non solo come un polo di un mondo multipolare, ma anche come una civiltà completamente distinta e separata dall’Occidente e dall’Oriente. Questo è il mondo russo, ed è esplicitamente menzionato in questo concetto.

Il “dopo Putin” non può nemmeno tornare alla formula dello Stato sovrano, tanto è grande la portata del conflitto con l’Occidente collettivo di oggi e l’ondata di russofobia che vi regna. La strada per un’Europa unita da Lisbona a Vladivostok – almeno fino a un cambiamento rivoluzionario nell’Europa stessa – è interrotta. Il successore di Putin dovrà semplicemente andare ancora più avanti in questa direzione. Ciò richiederà un reset culturale all’insegna del Logos russo.

Da qui in poi le cose si faranno più difficili.

Da ciò possiamo trarre una conclusione paradossale. Esattamente fino a quando Putin sarà al potere in Russia resterà possibile una sorta di accordo con l’Occidente, che rallenti i processi patriottici nella politica e nell’ideologia. L’Occidente ignora completamente che l’unica persona con cui è ancora possibile costruire relazioni è Putin stesso. L’idea maniacale di rimuoverlo, eliminarlo, distruggerlo, testimonia la perdita del senso collettivo della realtà da parte dell’Occidente. Con il “dopo Putin” – ecco con chi sarà impossibile negoziare. Lui – chiunque sia – non avrà nessun mandato, nessun potere per farlo. L’unica cosa che sarà libero di fare è andare in guerra con l’Occidente fino alla vittoria, e non frenare, ma accelerare le riforme patriottiche, forse non nel modo morbido di Putin, ma nel modo duro (Priginsky).

Chiunque Putin nomini come successore – e può nominare chiunque – questo “chiunque” dovrà immediatamente adottare non solo il linguaggio del patriottismo, ma quello dell’ultra-patriottismo, e non ci sarà molto tempo per imparare questo linguaggio, molto probabilmente non ce ne sarà affatto. Da qui emerge un certo schema: molto probabilmente il “post-Putin” sarà colui che ha già acquisito la padronanza di questo nuovo sistema operativo: la geopolitica eurasiatica, il coerente patriottismo di potenza (con un’inclinazione di sinistra nell’economia) e la civiltà russa originale, il Logos russo.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/putin-come-grande-governante-e-il-dopo-putin

Ungheria: l’UE contro la norma che vieta la propaganda LGBT nelle scuole

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di Raffaele Amato

Ungheria: l’UE contro la norma che vieta la propaganda LGBT nelle scuole – L’Europa, o meglio, la sua caricatura chiamata UE, attacca l’Ungheria di Orban per la sua legge sulla protezione dei minori in vigore dal 2021.

L’attacco UE

Cosa prevede questa norma, definita “una vergogna” da Sua altezza Ursula Von der Leyen? Il divieto della promozione dell’omosessualità presso i minori attraverso i media o i programmi scolastici.

Questa misura, che qualunque persona non traviata dall’ideologia più cieca definirebbe di semplice buon senso, viene vista come lesiva dei sacri diritti Lgbt.

Ovviamente a nessuno dalle parti di Bruxelles sembra minimamente sfiorare il dubbio che esistano anche i diritti dei bambini e i diritti delle famiglie. La Commissione Europea, quella sorta di Soviet eletta da nessuno che pretende di controllare le politiche degli Stati e le vite dei cittadini dalla culla alla tomba, ha ritenuto di promuovere un’azione legale contro il paese magiaro, deferendolo alla Corte di Giustizia Europea, in quanto violerebbe i “valori europei”.

Il caso canadese

Non è dato di sapere chi abbia stabilito che tra tali asseriti “valori” si debbano necessariamente includere esibizioni ed insegnamenti di travestiti e drag queen sin dalle scuole elementari, come avviene in alcuni “progrediti” (le virgolette non saranno mai abbastanza) paesi.

Tra questi, ultimamente, si sta distinguendo il Canada, dove, tra le altre cose, lo scorso 4 aprile è stato presentato un disegno di legge che prevede sanzioni fino a 25.000 $ per chi manifesti contro l’ideologia “gender” (la neolingua parla di “propaganda di odio”) all’interno di perimetri di volta in volta stabiliti dalle autorità locali e definite “zone di sicurezza Lgbt”.

Ipocritamente i promotori della proposta si affrettano a dire che, per carità, in nessun modo verrebbe compromessa la libertà di espressione, bontà loro, ma lo scopo sarebbe quello di limitare i “crimini di odio”.

La deriva dell’Occidente

Questo è il modello verso cui l’intero Occidente si sta spingendo a grandi passi e l’UE non intende restare indietro per nulla al mondo. Avremo così sempre più scuole in cui si sanzionano insegnanti che “osano” recitare una preghiera insieme agli scolari – assordante, a questo proposito, il silenzio del governo meloniano – ma che spalancano le porte alle imperdibili lezioni di vita tenute da uomini in tacchi a spillo e piume di struzzo.

L’Ungheria resiste

Di fronte a questa deriva ci sono una nazione e un governo capaci di tenere la schiena dritta, rispondendo alle intimidazioni di stampo mafioso blustellate, attraverso il proprio ministro degli Affari Esteri, Péter Szijjártó: “Non si tratta di una semplice decisione del governo, né di una decisione parlamentare, ma è la volontà del popolo, espressa in un referendum e non conosciamo una decisione di livello superiore in una democrazia. Perciò, ovviamente, ci schiereremo a favore della protezione dell’infanzia e dei bambini ungheresi, indipendentemente dal numero di Paesi che decideranno di unirsi alla causa in corso contro di noi”.

Una lezione di grande dignità, che speriamo siano in tanti a raccogliere.

Raffaele Amato

fonte: https://www.2dipicche.news/ungheria-lue-contro-la-norma-che-vieta-la-propaganda-lgbt-nelle-scuole/

Ci stiamo avvicinando a un movimento attraverso il ciclo – ma prima verrà il disordine

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di Alastair Crooke

L’Occidente collettivo si sta avvicinando alla fine di un ciclo? O siamo ancora a metà ciclo? E potrebbe trattarsi di un punto di inflessione epocale?

La domanda che ci si pone a questo punto è: l’Occidente collettivo si sta avvicinando alla fine di un ciclo? O siamo ancora a metà ciclo? E si tratta di un mini-ciclo di quattro generazioni o di un punto di inflessione epocale?

L’intesa russo-cinese e il malcontento tettonico globale nei confronti dell’“ordine delle regole” – sulla scia di una lunga traiettoria di catastrofi dal Vietnam, all’Iraq, all’Ucraina – sono sufficienti a far passare l’Occidente alla fase successiva del cambiamento ciclico, dall’apice alla disillusione, al ripiegamento e alla stabilizzazione finale? Oppure no?

Un punto di inflessione importante è tipicamente un periodo storico in cui tutte le componenti negative dell’era precedente “entrano in gioco” – tutte insieme e in una volta sola; e quando una classe dirigente ansiosa ricorre a una repressione diffusa.

Elementi di tali crisi di inflessione sono oggi ovunque presenti: profondo scisma negli Stati Uniti; proteste di massa in Francia e in tutta Europa; una crisi in Israele; economie che vacillano e la minaccia di una crisi finanziaria ancora indefinita che gela l’aria.

Eppure, la rabbia esplode alla sola idea che l’Occidente sia in difficoltà; che il suo “momento di gloria” debba lasciare il posto ad altri, e a modi di fare di altre culture. La conseguenza di un tale momento di epocale “in-etweeness” è stata storicamente caratterizzata dall’irruzione del disordine, dal crollo delle norme etiche e dalla perdita di presa su ciò che è reale: il nero diventa bianco, il giusto diventa sbagliato, l’alto diventa basso.

Ecco dove ci troviamo: nella morsa dell’ansia dell’élite occidentale e nella disperazione di far girare le ruote del “vecchio macchinario”, con i suoi cricchetti che si aprono e si chiudono rumorosamente e le sue leve che si incastrano e si spostano, il tutto per dare l’impressione di un movimento in avanti quando, in realtà, praticamente tutta l’energia dell’Occidente è consumata semplicemente per mantenere il meccanismo rumorosamente in alto e non farlo precipitare in un arresto irreversibile e disfunzionale.

Questo è il paradigma che governa oggi la politica occidentale: il raddoppio dell’Ordine delle Regole senza un progetto strategico di ciò che si suppone di ottenere, anzi senza alcun progetto, se non quello di “incrociare le dita” affinché emerga, ex machina, qualcosa di vantaggioso per l’Occidente. Le varie “narrazioni” di politica estera (Taiwan, Ucraina, Iran, Israele) contengono poco di sostanziale. Sono tutte abili linguistiche; appelli alle emozioni, senza alcuna sostanza reale.

Tutto questo è difficile da assimilare per coloro che vivono nei Paesi non occidentali. Infatti, essi non si trovano di fronte alla ripetuta riedizione da parte dell’Europa occidentale dell’iconica riforma laica ed egualitaria della società umana della Rivoluzione francese – con “il timbro, il sapore e l’ideologia specifici” che cambiano a seconda delle condizioni storiche prevalenti.

Altre nazioni che non sono afflitte da questa ideologia (cioè, di fatto, il non-Occidente) trovano tutto ciò perplesso. La guerra culturale dell’Occidente tocca appena le culture al di fuori della propria. Eppure, paradossalmente, domina la geopolitica globale – per ora.

Il “sapore” di oggi è definito “la nostra” democrazia liberale – il “nostro” sta a significare il suo legame con un insieme di precetti che sfugge a una chiara definizione o nomenclatura; ma una, che a partire dagli anni Settanta, è andata alla deriva in una radicale inimicizia verso il tradizionale retaggio culturale europeo e americano.

L’aspetto singolare dell’attuale rievocazione è che, mentre la Rivoluzione francese mirava a raggiungere l’uguaglianza di classe e a porre fine alla divisione tra l’aristocrazia e i suoi vassalli, il liberalismo di oggi rappresenta una modifica dell’ideologia” che, come suggerisce lo scrittore statunitense Christopher Rufo, “dice che vogliamo categorizzare le persone in base all’identità di gruppo e poi equiparare i risultati su ogni asse – prevalentemente l’asse economico, l’asse della salute, l’asse dell’occupazione, l’asse della giustizia penale – e poi formalizzare e applicare un livellamento generale”.

Vogliono un livellamento democratico assoluto di ogni discrepanza sociale, che arrivi fino alla storia, alle discriminazioni e alle disuguaglianze storiche, e che la storia venga riscritta per evidenziare queste antiche pratiche, in modo che possano essere eliminate attraverso una discriminazione inversa.

Cosa c’entra tutto questo con la politica estera? Beh, praticamente tutto (a patto che il “nostro” liberalismo mantenga la sua presa sul quadro istituzionale occidentale.

Tenete a mente questo contesto quando pensate alla reazione della classe politica occidentale agli eventi, ad esempio, in Medio Oriente o in Ucraina. Sebbene l’élite cognitiva si dichiari tollerante, inclusiva e pluralista, non accetta la legittimità morale dei suoi avversari. Ecco perché negli Stati Uniti – dove la guerra culturale è più sviluppata – il linguaggio utilizzato dai suoi operatori di politica estera è così intemperante e incendiario nei confronti degli Stati non conformi.

Il punto è che, come ha sottolineato il professor Frank Furedi, il “timbro” contemporaneo non è più solo conflittuale, ma anche costantemente egemonico. Non è una “svolta”. È una rottura: La determinazione a sostituire altri gruppi di valori con un “ordine basato sulle regole” di ispirazione occidentale.

Essere un “liberale” (in questo senso stretto) non è qualcosa che si “fa”, ma è ciò che si “è”. Si pensano “pensieri giusti” e si pronunciano “discorsi giusti”. In questa visione, la persuasione e il compromesso riflettono solo una debolezza morale. Chiedetelo ai neoconservatori statunitensi!

Siamo abituati a sentire i funzionari occidentali parlare dell’“Ordine basato sulle regole” e del Sistema multipolare come rivali in un nuovo quadro globale di intensa “competizione”. Questo, tuttavia, significherebbe fraintendere la natura del progetto “liberale”. Non sono rivali: Non ci possono essere “rivali”; possono solo essere altre società recalcitranti che hanno rifiutato l’analisi e la necessità di sradicare tutte le strutture culturali e psicologiche di iniquità dai loro domini. (Per questo la Cina è perseguitata per le sue presunte carenze nei confronti degli uiguri).

Il privilegio cognitivo della “consapevolezza” è alla base del “raddoppio” occidentale nell’imposizione di un ordine globale basato su regole: Nessun compromesso. L’impresa morale è più interessata alla sua elevata posizione morale che a fare i conti o a gestire, ad esempio, una sconfitta in Ucraina.

Proprio ieri, la Bank of America di Londra è stata costretta a interrompere una conferenza online di due giorni sulla geopolitica e si è scusata con i partecipanti in seguito all’indignazione espressa per i commenti di un oratore, considerati “filorussi” da alcuni partecipanti.

Cosa è stato detto? Le osservazioni del professor Nicolai Petro durante la sessione in cui ha detto che: “In qualsiasi scenario, l’Ucraina sarebbe stata la più grande perdente della guerra: La sua capacità industriale sarebbe devastata… e la sua popolazione si ridurrebbe con la partenza di persone in cerca di lavoro all’estero. Se questo è ciò che si intende per eliminare la capacità dell’Ucraina di condurre una guerra contro la Russia, allora quest’ultima [la Russia] avrà vinto”. Il professor Petro ha aggiunto che il governo degli Stati Uniti non ha alcun interesse a un cessate il fuoco, perché ha più da guadagnare da un conflitto prolungato.

Non è ammesso alcun compromesso. Parlare così, abitare l’altopiano morale occidentale creando “cattivi”, è chiaramente più importante che fare i conti con la realtà. I commenti del professor Petro sono stati condannati in quanto “riprendono i discorsi di Mosca”.

Tuttavia, questi rivoluzionari culturali si trovano di fronte a un’insidia, scrive Christopher Rufo,

“Il loro non è un compito facile. È molto difficile e, di fatto, credo sia in qualche modo impossibile. Se si guarda anche alla Rivoluzione culturale cinese degli anni ’60… Avevano un programma di livellamento economico e sociale che era più totalitario e più drastico di qualsiasi cosa fosse mai accaduta in passato. [Eppure, dopo il crollo della Rivoluzione, dopo il periodo di ridimensionamento, gli scienziati sociali hanno analizzato i dati e hanno scoperto che una generazione dopo le disuguaglianze iniziali si erano stabilizzate… Il punto è che il livellamento forzato è molto sfuggente. È molto difficile da raggiungere, anche quando lo si fa con la punta di una lancia o di una pistola.”

Il progetto di livellamento, essendo essenzialmente nichilista, viene catturato dal lato distruttivo della rivoluzione – i suoi autori sono così assorbiti dallo smantellamento delle strutture che non si curano della necessità di riflettere sulle politiche, prima di lanciarsi in esse. Questi ultimi non sono abili nel fare politica, nel far “funzionare” la politica.

Così, il malcontento per la serie di fallimenti della politica estera occidentale cresce. Le crisi si moltiplicano, sia per numero che per dimensioni sociali. Forse ci stiamo avvicinando a un punto in cui si comincia a muoversi attraverso il ciclo – verso la disillusione, il ripiegamento e la stabilizzazione; il passo preliminare alla catarsi e al rinnovamento finale. Tuttavia, sarebbe un errore sottovalutare la longevità e la tenacia dell’impulso rivoluzionario occidentale.

“La rivoluzione non opera come un movimento politico esplicito. Opera lateralmente attraverso la burocrazia e filtra il suo linguaggio rivoluzionario attraverso il linguaggio terapeutico, il linguaggio pedagogico o il linguaggio del dipartimento HR aziendale”, scrive il professor Furedi. “E poi stabilisce il potere in modo antidemocratico, aggirando la struttura democratica: usando questo linguaggio manipolativo e morbido – per continuare la rivoluzione dall’interno delle istituzioni”.

Articolo originale di Alastair Crooke

Traduzione di Costantino Ceoldo

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/ci-stiamo-avvicinando-un-movimento-attraverso-il-ciclo-ma-prima-verra-il-disordine

L’ideologia del “medesimo” e gli uomini di troppo

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di Matteo Castagna

VIVIAMO I TORBIDI TEMPI DELLA DISSOLUZIONE CON UN DECADENTISMO COSÌ FORTE DA RASENTARE IL RICONOSCIMENTO DELLA NORMALITÀ DELL’ASSURDO

Viviamo i torbidi tempi della dissoluzione con un decadentismo così forte da rasentare il riconoscimento della normalità dell’assurdo. Il mondo moderno ha messo in minoranza gli uomini della Tradizione. I valori tradizionali sono l’antitesi dei valori borghesi – diceva il filosofo Julius Evola – perché essi sono sostanzialmente liberali, mentre la Tradizione è essenzialmente un Weltanschauung chi fa riferimento al trascendente, allo spirituale e, quindi alla morale comune organicamente accettata.

Nell’estremo oriente si utilizza un detto importante, che è “Cavalcare la Tigre” che esprime l’idea secondo cui, se si riesce a cavalcare una tigre, non solo si impedisce che essa ci si avventi addosso, ma, non scendendo e mantenendo la presa, può darsi che alla fine si riesca ad avere ragione su di essa. Nietzsche aveva predetto il “nichilismo europeo” come un avvenire e un destino “che si annuncia dappertutto per la voce di mille segni e di mille presagi”. “Il grande avvenimento, oscuramente presentito, che Dio è morto”, è il principio del crollo di tutti i valori. Anche il grande Dostojewskij la pensava così: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”.

Continua la riflessione di Evola: “La morte di Dio è un’immagine che per caratterizzare tutto un processo storico. La formula esprime “la miscredenza divenuta realtà quotidiana”, quella desacralizzazione dell’esistenza, quella rottura totale col mondo della Tradizione che, iniziatasi in Occidente nel periodo dell’Umanesimo e Rinascimento, nell’umanità attuale ha sempre più assunto i tratti di uno stato di fatto definitivo ovvio e non reversibile. J. Evola afferma, anche, che l’uomo della Tradizione “è caratterizzato da una dimensione esistenziale non presente nel tipo umano predominante nei tempi ultimi, cioè dalla dimensione della trascendenza”.

Geist ist das Leben, das selber ins Leben scheidet – Spirito è la vita che incide essa stessa nella vita”, ovvero la vita non può procedere dalla stessa vita, ma unicamente da un principio ad essa superiore. Il cattolico trova nella Santissima Trinità il principio superiore e negli insegnamenti di Dio Padre e di Gesù Cristo Figlio, attraverso lo Spirito Santo concretizza, nella carità, il fine ultimo della vita eterna in Paradiso. Per questo non ha bisogno di ideologie. La Fede e le buone opere susseguenti sostituiscono ogni ideologia. Cristo supera di gran lunga le ideologie perché è il Dio che si fa Uomo per la nostra redenzione basta all’umanità, sebbene il decadentismo post-moderno di matrice liberale e socialista riescano a intrappolare le menti di milioni di persone.

Partendo dal presupposto che, come già intuito due secoli fa da Nietzsche “Dio è morto”, ucciso dalla superbia umana che si è voluta sostituire a Lui, osserviamo la nuova ideologia, evoluzione del progressismo politico, del nichilismo filosofico, dell’ateismo pratico: il Medesimo. Secondo questa idea, l’uomo deve divenire un essere intercambiabile che vive la stessa vita ai quattro angoli del mondo. Secondo De Benoist il liberalismo e l’individualismo che ne deriva vogliono fare dell’uomo, creato come animale sociale, un essere fuori dal suolo, sradicato da ogni comunità, quindi intercambiabile. E’ il mondialismo voluto dalla società fluida progressista.

“Ho visto nel corso della mia vita uomini di ogni tipo” – diceva Joseph de Maistre – ma l’uomo in quanto tale non l’ho mai incontrato”. Eppure è a questo che tende l’ideologia del Medesimo in un mondo senza confini, senza distinzioni e senza alterità. Alain de Benoist si impegna a mettere alle strette l’ideologia egualitaria, evidenziando le ovvie contraddizioni che essa presuppone.
Riprendendo innanzitutto la definizione di uguaglianza, l’autore si sofferma sul suo corollario: l’ineguaglianza, termine disprezzato dai sacerdoti di questa religione del Medesimo. L’aspirazione a una perfetta omogeneità di tutti gli uomini, si oppone, infatti, intrinsecamente a qualsiasi distinzione: l’Unico non sopporta l’Altro”. (Barbadillo, 5/11/2022)

Alain de Benoist mostra che questa ideologia passa oggi attraverso il mercato, la cancellazione di tutte le frontiere, e l’ideale del “cittadino del mondo” presentato come un obiettivo da raggiungere per tutti. Una sola norma sembra accettabile per questi egualitari, e si tratta di distruggere tutti quegli “uomini di troppo” che si oppongono al mondo unificato. L’ideologia del Medesimo comporta una colpevole indifferenza e un relativismo assoluto.

Alain de Benoist propone la via dell’alterità che fornisce il bene più prezioso: l’identità. Prendere coscienza di ciò che ci distingue è la prima tappa perché uno scambio sia possibile. Lontano dal multiculturalismo e dal falso pluralismo, egli constata lo sviluppo di una società che a poco a poco si ristruttura in gruppi, reintroducendo l’alterità negli scambi sociali. Sembrerebbe che il concetto di mondo multipolare sia molto simile a quello paventato da De Benoist e dai cattolici identitari.

Invocando Marcel Gauchet, Julien Freund o ancora Carl Schmitt, Alain de Benoist ci spinge a interrogarci sulla necessità di una biodiversità di culture e di popoli che ci permetteranno di ritrovare il senso dell’alterità, e quindi dell’identità. Noi aggiungiamo che gli “uomini di troppo” sono evidentemente gli “uomini della Tradizione”, che per essenza non accettano l’ideologia del medesimo. Nella lotta tra questi due modelli di società, siamo numericamente inferiori disturbatori, ma l’ardire di cavalcare la tigre contro l’immobilismo e l’imbecillità dilagante, contro la società amorale, deve diventare uno stile di vita. Altrimenti, soccomberemo.

Fonte: 

https://www.informazionecattolica.it/2023/04/17/lideologia-del-medesimo-e-gli-uomini-di-troppo/ 

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Sulla questione della “religione civile”

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di Igor Igorevich Murog

L’approccio fenomenologico allo studio della “religione civile

Dal punto di vista della sociologia fenomenologica, il cui fondatore è considerato Alfred Schütz, che ha sviluppato le idee di Edmund Husserl, il mondo oggettivo è conosciuto da una persona specifica. Il mondo che ci circonda è ovviamente oggettivo, ma inizia ad avere importanza per noi solo quando viene percepito ed esplorato dalla nostra coscienza soggettiva. Una direzione speciale della scienza, che studia l’interazione e la comunicazione nella vita quotidiana tra le persone, è chiamata microsociologia.

Così, nel corso della vita, incontriamo molte realtà create dalla scienza, dalla religione o dall’arte, ma la realtà della vita quotidiana, che incontriamo ogni giorno, volenti o nolenti, è quella più rilevante per noi. Questa realtà comprende la “religione civile”, un fenomeno non tanto cattivo o buono quanto inevitabile.

I primi mezzi con cui l’uomo inizia la cognizione sono i sensi: vedere, gustare, odorare, toccare. Ma non sono affatto sufficienti per comprendere il mondo nella sua interezza. Le impressioni ricevute attraverso i sensi sono caotiche e hanno bisogno di essere ordinate. Per questo motivo, l’uomo ha iniziato a organizzare le esperienze sensoriali in fenomeni con caratteristiche comuni. Poiché i fenomeni del mondo circostante sono percepiti da tutti i membri della comunità, l’individuo, dopo averli identificati, entra in interazione con gli altri, sicuro di percepire il mondo allo stesso modo.

In questo modo, è emerso gradualmente un insieme di ciò che viene comunemente chiamato conoscenza di senso comune [18], condiviso da tutti gli esseri umani, che permette loro di coesistere pienamente. Tuttavia, questa categoria non è affatto immutabile, perché man mano che la società si sviluppa e diventa più complessa, emergono nuovi ruoli sociali che, di conseguenza, danno origine a nuove realtà. Così ogni individuo vede il mondo in modo leggermente diverso, con il buon senso che gli permette di capire gli altri.

La particolarità del mondo di oggi è che è molto sfaccettato e i rappresentanti di diversi gruppi sociali costruiscono e ricreano le loro realtà in modi diversi. Il compito dei fenomenologi è quello di dare una rappresentazione il più possibile oggettiva del mondo attraverso la comprensione di altri punti di vista. Nel farlo, non sono molto interessati alle differenze oggettive. L’enfasi è sul modo in cui certi costrutti sociali vengono percepiti a livello di coscienza ordinaria. In questo modo, ogni individuo è, in una certa misura, in grado di influenzare il senso comune sociale su cui si basa la sistematizzazione e la definizione dei concetti oggettivi che costituiscono la conoscenza scientifica.

Tuttavia, l’individuo, in quanto membro di un particolare gruppo sociale, utilizza una scala di valori specifica del suo cosiddetto gruppo di origine e le sue idee sulla realtà sono simili a quelle dei suoi membri. Poiché il suo gruppo sociale non è l’unico esistente, e ce ne sono altri, i loro mondi intersoggettivi possono differire in modo significativo. Vorremmo sottolineare che il mondo intersoggettivo contiene conoscenze che includono credenze ed elementi di credenza, che sono reali nel senso che sono definiti dagli stessi partecipanti all’interazione [12].

È così che emergono gruppi di “noi” e “loro”. Quando interagisce o migra da un gruppo a un altro, un individuo deve almeno essere consapevole che incontrerà un ordine socioculturale diverso, che può portare a situazioni problematiche e persino a conflitti.

Ad esempio, in epoca sovietica, molti cittadini delle repubbliche sovietiche si classificavano come appartenenti al gruppo socio-etnico “russo”, allora considerato prestigioso. Allo stesso modo, oggi alcuni uomini d’affari non sono inclini a identificarsi come imprenditori, ma preferiscono identificarsi con la classe operaia o con gli intellettuali, il che si riflette in ultima analisi nel loro pensiero e nel loro comportamento.

Trovandosi in un certo ambiente socioculturale, l’individuo ne assimila i valori nel corso della comunicazione quotidiana e si forma una certa idea sia del gruppo sociale “di provenienza” sia del proprio posto in esso. Nel processo di socializzazione, l’individuo inizia a confrontare “noi” e “loro”, il che è il punto di partenza per la formazione di un’identità sociale che influenzerà inevitabilmente la scelta delle strategie di vita, nonché la stessa volontà di interagire con i membri di altri gruppi sociali, in un modo o nell’altro.

Lo possiamo osservare ogni volta che qualcuno parla o agisce secondo un certo “noi”. Inoltre, a seconda dei valori socioculturali prevalenti nella società, gli atteggiamenti verso il gruppo “loro” cambiano, e questo si può osservare nelle realtà russe contemporanee. Ad esempio, durante l’epoca sovietica, i colpevoli di tutte le nostre disgrazie erano “loro-borghesi” e “loro-americani”. Ora sono rimasti solo questi ultimi.

Dobbiamo quindi capire dove la società russa e quella americana hanno un terreno comune e dove invece divergono completamente. È importante passare dalla semplice raccolta di fatti alla considerazione di questioni essenziali per la sopravvivenza dell’intera comunità umana, cioè le questioni centrali del rapporto delle persone tra loro e del rapporto dell’uomo con Dio.

Fondamenti religiosi della civiltà del globalismo

Come si è detto, nella società premoderna esisteva un’immagine unitaria del mondo e per il piccolo gruppo di persone che la componeva, come una famiglia o una comunità, era abbastanza facile interagire. In seguito, però, è nata l’esigenza di organizzarsi in comunità più ampie, i cui membri hanno iniziato a comprendere e a costruire un’immagine del mondo circostante a modo loro. Di conseguenza, si è creata una grande quantità di informazioni e la necessità di immagazzinarle per funzionare e cooperare con successo. Così, la percezione olistica del mondo è stata sostituita da una percezione sfaccettata. Nel corso del tempo, i metodi di elaborazione dei dati si sono allontanati sempre più dal pensiero naturale e il loro ruolo è aumentato, portando alla nascita di strutture immaginative.

Grandi gruppi di persone, dalle famiglie alle nazioni, erano in grado di collaborare su larga scala sulla base di un’idea comune che esisteva nelle loro menti e li aiutava a costruire città e persino interi imperi con centinaia di milioni di persone.

La “finzione” comune divenne gradualmente parte della coscienza collettiva. Riproducendola, ripetendo le gesta degli eroi dei miti, compiendo riti, incarnando gli archetipi della loro coscienza in forma simbolica, le persone sacralizzavano il tempo storico, introducendo in esso un certo significato superiore che aiutava le persone ad elevarsi al di sopra dei problemi della vita quotidiana; di conseguenza, la “finzione” (o “mito”) era molto duratura e nel corso del tempo, partendo da semplici leggende e dal folklore locale, si è sviluppata in ideologie nazionalistiche intorno agli Stati moderni. Nacquero così varie credenze, divinità, rituali e infine la prima o le prime religioni. In ambito accademico, tali fenomeni vengono definiti “finzioni”, “costruzioni sociali” e “realtà immaginarie” [15,69]. [15, с. 69]. Questo sembra importante, perché “la mitologia non è definita dalla storia di un popolo, al contrario, la sua storia è definita dalla sua mitologia” [9]. [9].

Tuttavia, i più non sono disposti ad accettare che l’ordine in cui vivono esista solo nella loro immaginazione. Il motivo è che l’ordine immaginato è soggettivo e intersoggettivo, cioè esiste nell’immaginazione compenetrata di milioni di persone. È radicato nel mondo reale: da un lato, la geografia, la flora e la fauna limitano la nostra percezione, mentre dall’altro, l’ordine immaginario stesso, che sembra più vicino alla realtà del mondo reale circostante, la limita e crea la propria realtà. Dà forma ai nostri desideri: nasciamo in un certo ambiente socioculturale; di conseguenza, i nostri desideri emergono sotto l’influenza delle idee prevalenti nella società (romanticismo, capitalismo, umanesimo).

Samuel Huntington, nel suo libro Lo scontro delle civiltà, sostiene che a partire dagli anni Novanta la competizione tra sistemi socio-politici, economici e ideologici è stata sostituita da una competizione tra civiltà [14]. In questo contesto, le civiltà sono i gruppi più grandi che si differenziano tra loro principalmente per la religione. Ma c’è un altro indicatore della macro-cultura delle civiltà: la lingua [2].

Oltre alle ben note civiltà “regionali”, nel XXI secolo si sta formando quella che viene comunemente definita “civiltà universale” o civiltà del globalismo. V.L. Inozemtsev ha addirittura paragonato la “teoria della globalizzazione” alla dottrina religiosa che, a suo avviso, non è altro che l’”occidentalizzazione” iniziata a partire dalla metà del XV secolo, l’”espansione del modello “occidentale” di società e l’adattamento del mondo alle esigenze di questo modello”. [8, с. 58].

Tenendo presente che la cultura è la chiave della rivoluzione, la religione è la chiave della cultura, e anche il fatto che l’uomo è un essere religioso in linea di principio, ogni civiltà, in conformità con i suoi orientamenti di valore, ha una o un’altra forma di religione. La religione, infatti, è ciò che determina in ultima analisi i valori.

Per quanto riguarda gli orientamenti valoriali del globalismo, essi sono il prodotto del culmine dello sviluppo della società e della cultura dell’Europa occidentale, un’estrema semplificazione e un’estrema sminuizione. I bisogni culturali più elevati, gli alti valori e la diversità culturale vengono semplificati fino all’essenziale e sminuiti fino al materiale.

Sua Santità il Patriarca Kirill, nella sua relazione all’apertura delle XXI Letture natalizie internazionali del 2013, ha detto che: “dobbiamo distinguere tra i valori inventati dall’uomo e quelli rivelati da Dio. I primi sono relativi, transitori e spesso cambiano con il corso della storia e lo sviluppo delle leggi della società umana. I secondi sono eterni e immutabili, proprio come Dio è eterno e immutabile”. [6].

Invece di svilupparsi, tali valori portano al degrado, promuovendo attivamente la soddisfazione di bisogni principalmente personali, generando una cultura dell’egoismo, la priorità dei bisogni materiali, il consumo di massa, gli interessi correnti e, di conseguenza, l’oblio storico [17].

Vale la pena notare che nel mondo moderno la maggior parte delle società è caratterizzata dal pluralismo religioso, per cui la base dell’unità della società in esse è inevitabilmente presente la “religione civile”, che è la base della civiltà del globalismo.

Cambiamenti assiologici nel mondo moderno

Esistono religioni teistiche, con Dio al centro, e religioni umanistiche, che mettono al centro l’uomo. In questo contesto, per religione si intende un sistema di valori basato sulla credenza in un ordine superiore indipendente dall’uomo, in base al quale si affermano valori universali assoluti. Come si può notare, questi ultimi sono molto popolari nella nostra epoca. Da questo punto di vista, umanesimo, comunismo, capitalismo, liberalismo e nazismo possono essere definiti una sorta di “religione”.

Così, se parliamo di capitalismo, non si tratta solo di una dottrina economica, ma di un insieme di regole che suggeriscono alle persone come comportarsi, pensare, insegnare ed educare i propri figli. La crescita economica, si sostiene, o il percorso per raggiungerla, è il bene supremo, perché da essa dipendono la giustizia, la libertà e persino la felicità. Il capitalismo si basa sulla convinzione di una crescita economica costante. E mentre nel Medioevo milioni di persone venivano distrutte per “giusta” rabbia dalle “guerre sante”, dalle crociate e dall’Inquisizione, oggi il capitalismo distrugge indifferentemente milioni di persone per convenienza economica o politica.

Se ci rivolgiamo alla famiglia, che tradizionalmente è stata la base dell’ordine sociale, oggi il mercato e lo Stato ne svolgono le funzioni e i compiti, così come quelli della comunità locale. È lo Stato che coltiva e alimenta consapevolmente i valori umanistici liberali in contrapposizione ai valori familiari. L’opinione pubblica, gli psicologi professionisti, i legislatori, tutti tendono a esentare i bambini dalla disciplina e dalla responsabilità in famiglia, dall’obbligo di obbedire agli anziani. La letteratura romantica e ancor più i media spesso ritraggono l’individuo come un combattente contro lo Stato e il mercato, ma in realtà egli esiste solo grazie ad essi. Perché gli ideali che ispirano l’individuo a lottare per i diritti e le libertà sono gli strumenti obbedienti dello Stato e la sua pietra angolare attraverso cui esiste la mitologia statale.

Il rapporto Stato-mercato-individuo non è facile da costruire, ma funziona. La maggior parte dei bisogni materiali è soddisfatta dagli Stati e dai mercati, che coltivano comunità immaginarie e le adattano alle loro esigenze. I due esempi più importanti di comunità statali e di mercato sono la nazione e i consumatori, e il nazionalismo e il consumismo sono le due idee fondamentali che ne derivano.

Ma la liberazione dell’individuo ha delle conseguenze. Poiché ogni individuo è in grado di scegliere il proprio percorso di vita, gli impegni della vita, in particolare quelli familiari, sono sempre più difficili da assumere, in quanto manca una solida base morale. Così, con la tacita approvazione dello Stato, le famiglie e i legami sociali si stanno sgretolando.

La scienza è un’altra “religione” del XXI secolo. Oggi viviamo nell’era della rivoluzione scientifico-tecnologica. Per stabilizzare e unificare la società, la cultura globale moderna ha diffuso la fede nelle tecnologie e nei metodi di indagine scientifica che offrono possibilità inedite di conoscere il mondo. La fede nel potere del progresso tecnologico può per molti versi sostituire anche la verità della religione tradizionale.

Uno dei maggiori punti di forza della scienza moderna è la sua flessibilità rispetto a leggi già apparentemente immutabili; è curiosa e capace di andare “oltre”, il che la distingue da tutte le tradizioni precedenti. La sua disponibilità a scartare rapidamente le teorie fallite le permette di svilupparsi in modo dinamico.

In altre parole, la scienza, ad ogni scoperta, è in grado di riconoscere l’ignoranza collettiva sulle questioni più importanti. Charles Darwin, ad esempio, ipotizzò solo l’origine delle specie e il rapporto tra uomo e scimmia, ma non insistette sul fatto di aver risolto l’enigma della vita, perché si rese conto che i dati della paleontologia erano ancora insufficienti. I fisici stanno ancora cercando di superare l’impasse degli infiniti matematici e di modellare il passato del Big Bang, nonché di spiegare il funzionamento simultaneo delle leggi della meccanica quantistica e della relatività generale nell’universo.

Ogni nuova scoperta porta a dibattiti accesi tra teorie concorrenti. Lo possiamo osservare nei dibattiti sulla gestione più efficiente dell’economia, quando una parte può essere assolutamente sicura dei propri metodi, ma la successiva crisi finanziaria o lo scoppio della bolla del mercato azionario dimostrano il suo fallimento e costringono a rivedere l’intera disciplina.

Capita che su alcune questioni tutti i fatti esistenti siano a favore di un’unica ipotesi esistente, che viene quindi postulata, ma la comunità scientifica è sempre pronta a metterne in dubbio la veridicità alla comparsa di nuove scoperte [11]. Tutto questo ha portato a un problema completamente nuovo che i nostri antenati non hanno dovuto affrontare. Le conoscenze di buon senso accumulate nel corso dei secoli, che hanno già permesso a milioni di persone di interagire efficacemente, possono ora essere messe in discussione.

L’inaffidabilità di questi “miti” comuni ci porta a riflettere su come preservare l’unità della società e come garantire il funzionamento degli Stati e delle istituzioni internazionali in queste condizioni.

Tutti i tentativi contemporanei di stabilizzare l’ordine socio-politico sono costretti a ricorrere a uno dei due metodi più lontani dalla scienza. Il primo è quello di prendere una teoria scientifica e dichiararla come verità finale e assoluta, proprio come fecero i nazisti quando proclamarono che la loro politica razziale era un’estensione dell’impeccabile teoria biologica. La seconda è quella di lasciare stare la scienza e vivere secondo una verità assoluta non scientifica. Questa è la strategia di tutte le religioni mondiali e dell’umanesimo liberale, che si basa su una fede dogmatica nella dignità e nei diritti unici dell’uomo.

D’altra parte, la scienza è costretta ad affidarsi a credenze religiose e ideologiche perché vi attinge per giustificare le sue enormi spese e quindi per ricevere finanziamenti (13). È plasmata da interessi economici, politici e religiosi con i quali è interconnessa, in un modo o nell’altro. La direzione della ricerca è raramente stabilita dagli scienziati stessi. Lo stretto feedback tra scienza, potere e società è stato, e continua ad essere, uno dei principali motori dello sviluppo storico.

Così, la scienza e il capitalismo hanno determinato il destino dello sviluppo mondiale secondo le linee europee. Questa simbiosi, unita alla mentalità “esplora e conquista” dei conquistatori europei, è stata adottata anche nel XXI secolo.

Secondo Robert Bellah, la religione nella società attraversa cinque fasi di sviluppo: primitiva, arcaica, storica, prima moderna e moderna [4, p. 268]. Sembra che la società occidentale sia dominata dalla religione moderna “che afferma il mondo”, con una ricerca di principi etici personali, un crescente soggettivismo e un desiderio di miglioramento continuo dell’intera cultura della società e dei valori del sistema personale, mentre la Russia e l’intera civiltà orientale, se seguiamo la qualificazione di R. Bellah, si trova nella fase religiosa storica. Inoltre, apparteniamo a civiltà diverse. Se esaminiamo attentamente la struttura gerarchica della società occidentale e la confrontiamo con quella orientale, vediamo che la prima è basata sull’individualismo e la seconda sul collettivismo, cioè la civiltà occidentale è basata sull’egocentrismo, mentre quella orientale è basata sulla coscienza comunitaria.

I valori di base e la cultura sono diversi nell’Europa moderna, negli Stati Uniti, nel mondo occidentale in generale e nel mondo orientale, compresa la Russia. Così, ogni americano, a livello di coscienza quotidiana, sa quali sono i valori fondamentali della sua cultura: la libertà, il regno della democrazia e il successo materiale (il sogno americano). Questi valori sono radicati in Europa, perché gli Stati Uniti sono un Paese di immigrati. Tuttavia, gli Stati europei sono relativamente piccoli in termini di territorio e popolazione, quindi, come la maggior parte dei piccoli gruppi etnici, sono caratterizzati dal nazionalismo, che occasionalmente si riversa oltre i loro confini. Per la Germania del XX secolo si tratta della sua forma estrema, il fascismo; per la Gran Bretagna, ex impero coloniale, dell’oppressione passata delle colonie e dello sfruttamento della popolazione indigena; per la Francia, del problema degli immigrati usati come forza lavoro; per la Grecia, della situazione attuale dell’ortodossia mondiale.

Le origini del nazionalismo e del razzismo sono quindi da ricercare nell’individualismo, in un atteggiamento arrogante nei confronti degli “altri” e nella consapevolezza della propria superiorità etnica. Come nelle relazioni interpersonali, quando ci si comporta in modo egoistico e si cerca di imporre il proprio punto di vista trascurando e ignorando le proprie carenze e non cercando di capire o ascoltare l’altra parte, credendo che la propria opinione sia l’unica corretta e spacciandola come verità evidente. Per quanto riguarda gli americani, non possono fare a meno di esportare i loro valori a causa di tutto questo. Eppure, al centro della civiltà europea ci sono il cristianesimo, la famiglia e l’etica del lavoro.

La maggior parte delle persone tende a considerare la gerarchia della propria società come naturale, come l’unica possibile. È composta da molti fattori, poi solidificata e trasmessa di generazione in generazione, mentre alcune persone la modificano di tanto in tanto.

Oggi l’umanità è alle soglie della civiltà globale e le ragioni sono molteplici. Una delle più importanti è la continua espansione della civiltà anglosassone. È difficile sostenere che la vita socioculturale si stia unificando lungo le linee occidentali. Essa porta alla formazione di un nuovo tipo di civiltà globale e, a quanto pare, la religione che la unisce dovrebbe essere universale e missionaria. Si tratta quindi di creare una nuova teologia globale. Sebbene la globalizzazione in quanto tale sia iniziata negli ultimi secoli, l’idea stessa di un ordine universale è nata molto tempo fa. Nel primo millennio erano già emersi tre ordini mondiali universali: economico – il denaro, politico – gli imperi, religioso – le religioni mondiali.

Pertanto, la civiltà emergente non ha una nuova logica. Viene solo rafforzata da nuovi “miti” nel corso del tempo. Crediamo in questo o quell’ordine non perché sia una verità oggettiva, ma perché credere in esso ci permette di interagire e trasformare la società.

La nostra conoscenza dell’ordine delle cose deriva dalla cultura e le basi di questa conoscenza si trovano nella teologia cristiana. Sorge una domanda legittima: non ci sono cristiani che vivono negli Stati Uniti, in Europa, in Russia? Il sogno americano è condiviso da tutti nel desiderio di avere un lavoro che piace, di avere successo e di provvedere dignitosamente alle proprie famiglie. Non c’è nulla di sbagliato in questo. Tuttavia, tutti hanno bisogno di un obiettivo elevato e ciò che sta accadendo ora è un deliberato abbassamento degli standard morali di una persona.

Dal nostro punto di vista, ciò è dovuto al fatto che i valori civici, come la tecnologia moderna, sono sfuggiti al controllo dell’umanità. Prima erano solo uno strumento di social networking, poi è stato inventato il pulsante “Mi piace”, dopodiché è iniziata una vera e propria guerra per l’attenzione delle persone in base alle loro preferenze, il cui scopo era quello di passare più tempo possibile sul proprio gadget e, di conseguenza, guadagnare più soldi possibile da esso (ricordate la fede nella crescita economica). L’uomo non è più in grado di controllarsi, ora è la tecnologia a farlo.

Quasi la stessa trasformazione avviene con i valori civici. R. Bella nei suoi primi lavori ha dimostrato che la “religione civile” è ben istituzionalizzata, pensata ed elaborata con cura. Ma ora che vediamo ciò che sta accadendo nel mondo, è giusto dire che i valori civili non sono più nei limiti del buon senso e della buona volontà, e il protestantesimo, con il suo desiderio di adattare Dio a se stesso rendendolo conveniente, ha avuto conseguenze terribili quando gli europei si trovano di fronte alla cristianofobia e nei loro Paesi sono state approvate leggi contrarie ai canoni biblici.

Essere, non sembrare

Come è già stato detto, la mitologia nazionale è incredibilmente importante perché riproduce l’etnicità [1]. In questo senso, un codice comune di comprensione del bene, del buono e del cattivo è di fondamentale importanza. La Russia ha il vantaggio che la religione nel nostro Paese è ora nella sua fase storica di sviluppo e prevalgono i valori morali tradizionali. Tuttavia, c’è anche uno svantaggio. Avendo un enorme potenziale, non investiamo nelle infrastrutture e si ha l’impressione che la Russia sia un Paese arretrato. Sembra che questo sia dovuto proprio al fatto che la nostra psicologia nazionale non ha l’attitudine a trasformare il mondo che ci circonda attraverso il lavoro professionale.

Allo stesso tempo, per ogni russo è chiaro che i valori fondamentali si imparano in famiglia, e nel caso degli Stati Uniti e dell’Europa moderna questa importante funzione è affidata allo Stato, perché le leggi adottate e i “valori” imposti dall’alto hanno la priorità su quelli che vengono trasferiti di generazione in generazione e cresciuti in famiglia. Questa è la più grande mancanza di libertà di tutti: vivere secondo le leggi imposte dall’alto da una minoranza.

Perché questo è diventato possibile? Perché i cristiani, e non solo i cristiani, la maggior parte delle persone di buona volontà notano come funzionano le cose e hanno opinioni simili. La risposta è questa: ci sono persone al potere o in strutture vicine al potere che, per una ragione o per un’altra, per un motivo o per un vantaggio, accettano e comunicano tali atteggiamenti dall’alto. La questione del perché lo facciano rimane aperta. È possibile ipotizzare che siano guidati dalle passioni e non agiscano per il bene.

Qual è l’alternativa? L’egemonia europea è terminata nel XX secolo, quando la “capitale del mondo” si è trasferita oltreoceano. Guerre come quella del Vietnam e quella d’Algeria hanno dimostrato che anche le superpotenze possono essere sconfitte se trasformano una guerra locale in una questione di portata globale. Nel XXI secolo c’è la possibilità che arrivi la fine dell’egemonia americana.

I cristiani si trovano ad affrontare nuove sfide in ogni epoca, ed è importante capire quale sia la sfida di oggi e come rispondere ad essa. Un esempio emblematico per noi sono i grandi Cappadoci – San Basilio il Grande, San Gregorio il Teologo e San Giovanni Crisostomo – che sono stati in grado di spiegare l’insegnamento del Vangelo nella loro lingua ellenica moderna. Il loro esempio è fonte di ispirazione e può essere ripreso.

La società russa può essere considerata solo nominalmente ortodossa e di chiesa, perché di fatto non è sufficientemente istruita sulle questioni di fede e, come hanno dimostrato alcuni eventi recenti (ad esempio i raduni a favore di Alexei Navalny, le proteste contro la guerra, l’emigrazione), non è politicamente monolitica. Rispetto alla società occidentale, il nostro approccio etico e valoriale è molto diverso. Ad esempio, la maggioranza dei nostri concittadini è contraria alla promozione dell’omosessualità, alla giustizia minorile, ecc. Queste opinioni si basano sulla “mitologia” e sul codice di comprensione del bene e del male caratteristici della comunità territoriale.

Per contrastare l’individualismo e per trovare una sana alternativa alla democrazia e alla libertà nell’interpretazione occidentale, è necessario avere qualcosa di nostro che aiuti a unire non solo i cittadini della Russia, ma che possa essere offerto al mondo intero.

Nella nostra storia, molti studiosi e filosofi hanno cercato di farlo, a partire dal monaco Filoteo con l’ideologia “Mosca è la terza Roma”, proseguendo con il conte S.S. Uvarov, che ha formulato la teoria della nazionalità ufficiale, e successivamente con i filosofi N.A. Berdyaev, I.I. Ilyin e altri [10; 16; 5; 7].

Oggi, tuttavia, c’è un periodo di vuoto ideologico e la Costituzione della Federazione Russa stabilisce che nessuna ideologia può essere riconosciuta come ideologia ufficiale dello Stato. Allo stesso tempo, se ci riferiamo all’esperienza degli Stati Uniti, la “religione civile” americana non è prescritta e non è dogmatica, ma esiste e consolida un enorme Paese multinazionale, multiculturale e multireligioso. E questo è reso possibile dai valori fondamentali della civiltà occidentale, che si adattano perfettamente alla coscienza nazionale e corrispondono alla comprensione comune degli americani del bene e del male.

Sembra che sia giunto il momento di utilizzare l’esperienza storica del nostro Paese e, tenendo conto della sua piattaforma civile e religiosa, di offrire una propria “mitologia”, semplice e comprensibile, che si adatti a tutti i cittadini russi indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa e nazionale. A nostro avviso, valori fondamentali come la fede, la giustizia e la pace potrebbero essere la base. Le definizioni di questi concetti sono già contenute nel documento “Valori fondamentali – la base dell’identità nazionale” [3] adottato nel 2011. [3], adottato nel 2011 in occasione della riunione del Consiglio mondiale del popolo russo, dove:

– La fede è la fede in Dio, la cura per la conservazione delle tradizioni religiose dei popoli, l’incarnazione di queste tradizioni nei fatti, la fedeltà alle convinzioni e ai principi di vita moralmente fondati, compresi quelli delle persone non religiose;

– Giustizia, intesa come uguaglianza politica e sociale, equa distribuzione dei frutti del lavoro, retribuzione dignitosa e giusta punizione, giusto posto di ogni persona nella società e della nazione nel sistema di relazioni internazionali;

– Pace (civile, interetnica, interreligiosa) – risoluzione pacifica dei conflitti e delle contraddizioni nella società, fratellanza dei popoli, rispetto reciproco delle particolarità culturali, nazionali e religiose, conduzione non conflittuale delle discussioni politiche e storiche.

Oggi è importante capire che l’epoca in cui viviamo è caratterizzata dal dinamismo e che tutto sta cambiando molto rapidamente. La propaganda attuale in Russia si concentra sul patriottismo e sulla vittoria, ma il patriottismo da solo e la consapevolezza di essere una nazione vittoriosa nella Seconda guerra mondiale non sono sufficienti. Una generazione si succede all’altra e la storia è soggetta a riconsiderazione e a deliberata distorsione. E l’idea generale, attraverso la replica di elementi culturali e informativi, ci incoraggia a spendere tutte le nostre energie per la sua realizzazione e a mettere in gioco la nostra vita.

Così, oggi, la lotta per i valori morali tradizionali al di fuori della legge divina e del senso comune è il compito prioritario dei cristiani moderni, ed è importante utilizzare a questo scopo tutti i mezzi disponibili, soprattutto tutti i canali culturali e mediatici. Ma non basta parlarne, anche se il problema non è trascurabile. A differenza degli Stati Uniti, dove è sufficiente agire nell’ambito della “religione civile”, nel nostro Paese è importante essere, cioè professare per tutta la vita i suddetti principi, e non solo adempierli formalmente. Questo vale per ogni cittadino del nostro Paese, non importa se musulmano o cristiano, russo, bashkir o tataro.

ARALDO DEGLI SCIENZIATI INTERNAZIONALI N. 4, 2022 (22)

Elenco dei riferimenti:

1. Андерсон Б. Воображаемые сообщества. Размышления об истоках и распространении национализма. М.: Кучково поле, 2016.-416с.
2. Аузан А. А. Культурные коды экономики: как религия влияет на экономический успех. URL: https://www.forbes.ru/forbeslife/441929-kul-turnye- kody-ekonomiki-kak-religia-vliaet-na-ekonomiceskij -uspeh (дата обращения: 15.12.2022).
3. Базисные ценности – основа общенациональной идентичности. URL: http://www.patriarchia.ru/db/text/1496038.html (дата
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Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/sulla-questione-della-religione-civile

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