Ideologie

Condividi su:

di Marco Tarchi

Fonte: Diorama letterario

Le avevano date per morte, o perlomeno tramontate. Incapaci di esercitare sulle menti umane la presa di un tempo, di mobilitare entusiasmi ed energie, di spingere al sacrificio o all’abiezione – come era accaduto nell’arco di più di due secoli, perlomeno dalla nascita dell’Illuminismo in poi.

Le avevano date per morte, o perlomeno tramontate. Incapaci di esercitare sulle menti umane la presa di un tempo, di mobilitare entusiasmi ed energie, di spingere al sacrificio o all’abiezione – come era accaduto nell’arco di più di due secoli, perlomeno dalla nascita dell’Illuminismo in poi. Si pensava che sopravvivessero soltanto in microscopiche nicchie destinate a una lenta progressiva estinzione, dove conventicole di fanatici si intestardivano a celebrare i loro riti fuori dal tempo, a farsi coraggio a vicenda per superare il crescente isolamento, a coltivare rabbiosi e utopici sogni di rivalsa. Insomma, per le ideologie si era intonato il de profundis, in un primo momento in modo ancora circospetto, quasi sottovoce, poi con toni sempre più alti, fino a giungere – dopo la svolta avviata dal memorabile autunno 1989 – ad un coro possente alimentato dai proclami paralleli di politici ed intellettuali (specialmente da quelli che, nell’uno e nell’altro campo, più avevano creduto e fatto credere nella loro benefica insostituibilità e che adesso, con atti di pubblica contrizione più o meno sincera ed esibita, si dichiaravano pentiti e convertiti).

Nata, come tutte le mode culturali del secondo dopoguerra, negli Stati Uniti d’America con il libro del 1960 The End of Ideology, una raccolta di scritti di Daniel Bell, un sociologo che, per dare ulteriore credibilità a quanto sosteneva non esitava a definirsi «socialista in economia, liberale in politica e conservatore nella cultura», la tesi della scomparsa dei sistemi di credenze politico-sociali dall’orizzonte della contemporaneità – che lo stesso Bell avrebbe definito una dozzina di anni dopo, con innegabile acume, «postindustriale», è stata ovviamente a lungo contrastata, spesso con una malcelata irritazione, dai teorici del marxismo e delle sue varie derivazioni. Quando queste ultime hanno subìto la dura replica della storia, ha dilagato senza trovare ostacoli, banalizzandosi fino a diventare un luogo comune spacciato senza ritegno nei salotti televisivi come nelle aule o nei convegni universitari.

In questo percorso, della tesi sono andati smarriti, o sono rimasti sottotraccia, alcuni dei connotati originari fondamentali. Bell infatti aveva sostenuto che ad essere in via di esaurimento erano le vecchie “ideologie umanistiche” sviluppatesi nel corso del diciannovesimo e della prima metà del ventesimo secolo, ma che altre credenze, di raggio più limitato (parochial), ne avrebbero preso il posto. E quella sua intuizione trovava a suo avviso conferma, come sostenne nell’introduzione alla nuova edizione del 2000 della sua più nota opera, nel fiorire di conflitti ispirati a rivendicazioni di carattere etnico e/o religioso che allora si manifestavano soprattutto all’interno degli Stati dell’ex-blocco sovietico (e che, da allora in poi, si sono estesi a molte altre aree del pianeta). Una visione che aveva non poche somiglianze, se non coincidenze, con quella espressa nel troppo spesso mal (o non) letto e frainteso lavoro di Samuel Huntington su Lo scontro delle civiltà.

Se dunque non si può far carico a Bell della distorsione del suo punto di vista, o dell’attribuzione di intenzioni che il suo studio non aveva, questa colpa va attribuita a molti di coloro che sul tema da lui sollevato hanno ricamato, in buona o in mala fede, per diffondere la convinzione che ai nostri giorni i conflitti politici, sociali e culturali che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi abbiano a che fare non più con opposte visioni del mondo ma, più prosaicamente, con divergenze sul modo di risolvere razionalmente problemi di interesse pubblico o con semplici appetiti di potere di individui e/o gruppi mossi da ambizione, avidità o – perché no? – follia o altre patologie psicologiche.

Cavalcando questa lettura, gli scopi che si vogliono raggiungere sono di una duplice natura. Da un lato, si vuol far credere che, una volta lacerato il velo accecante dei “pregiudizi” ideologici, tutte le questioni rilevanti che attraversano le società odierne possano e debbano essere risolte ricorrendo ad argomenti e soluzioni “razionali”, a partire dal paradigma utilitaristico che lega la bontà di ogni azione al rapporto costi/benefici (individuali o collettivi) che la ispira. Dall’altro, si punta a fare dell’”Occidente liberale” il luogo esclusivo di elezione e applicazione di questa razionalità, e quindi a fare dei criteri di ragionamento e di comportamento a questa ispirati il modello unico ideale a cui ogni governo, ogni uomo politico, ogni intellettuale – ma, in fondo, ogni individuo – dovrebbe in qualunque frangente ispirarsi e piegarsi. Detta più sinteticamente e in altri termini, dietro questa apparente negazione del ruolo svolto dalle ideologie nella nostra epoca c’è la precisa volontà di far crescere ulteriormente giorno dopo giorno, con tutti gli strumenti del soft power, l’unica ideologia che la ruling class considera proficua ed ammissibile: l’occidentalismo.

Va detto, ad evitare fraintendimenti, che – pur poggiando su alcuni pilastri indiscutibili, che nella loro essenza derivano dalla “rivoluzione moderna” attivata dalla predicazione illuministica – questa ideologia non presenta la stessa monoliticità e fissità delle ideologie del passato recente, provviste di padri fondatori e “testi sacri”. Nelle espressioni concrete dimostra una capacità di adattamento ed evoluzione notevole, che le permette di declinarsi in forme distinte e persino in taluni casi in apparenza contrastanti, allargando la platea potenziale dei suoi destinatari. Se l’individualismo, l’universalismo, il materialismo e il cosmopolitismo sono i suoi caratteri di fondo irrinunciabili, il repertorio delle sue incarnazioni può variare lungo l’intera vasta gamma di opzioni offerta dalle varianti del liberalismo, dalle versioni più conservatrici alle più progressiste, passando per gli ibridi socialdemocratici. E soprattutto può assumere il travestimento più efficace, presentandosi come un sinonimo di democrazia e innalzando il vessillo delle libertà (formali e individuali) come paravento, pur liquidando contemporaneamente il popolo – quel demos cui la parola attribuisce il kratos – come un mito, un’entità introvabile, una mera finzione, o, peggio, un veicolo di demagogia dietro cui spunta l’ombra dell’autoritarismo. Perché non al popolo, ma all’individuo – che è l’unica entità reale riconosciuta in quest’ottica – questa ideologia attribuisce il primato.

Se si è capaci di identificarla, o meglio di smascherarla, oltrepassando la cortina fumogena delle manipolazioni dei suoi divulgatori, questa ideologia occidentalista – spesso definita, con minore precisione, pensiero unico, pensiero dominante, politicamente corretto – si mostra oggi in tutta la sua aggressività in tutti i campi della vita collettiva. Nelle versioni progressiste è alla base del forte slittamento della “sinistra” dalla difesa dei diritti sociali all’affermazione dei diritti individuali – laddove i primi erano e sono definiti da oggettive condizioni economiche condivise da cospicue frazioni della popolazione, le (un tempo) cosiddette classi subalterne, mentre i secondi si basano sulla pretesa di riconoscimento giuridico di desideri soggettivamente coltivati da minoranze (come nella maggioranza delle rivendicazioni Lgbtq+, dai matrimoni e dalle adozioni omosessuali alla possibilità arbitraria di “cambiare genere” a prescindere dalla propria configurazione cromosomica e, più in generale, biologica). Nelle versioni conservatrici determina sia la progressiva rimozione dei limiti all’espansione planetaria delle grandi concentrazioni economico-finanziarie, con tutte le connesse conseguenze sulle delocalizzazioni industriali, le strategie di dumping, la sostituzione del lavoro umano con l’impiego di macchine guidate dall’”intelligenza artificiale”, e in definitiva il trionfo della logica capitalistica e consumistica più brutale, sia l’adesione incondizionata, a volte supina ma non di rado entusiasta, al progetto di ulteriore rafforzamento dell’egemonia planetaria degli Stati Uniti d’America, che dell’ideologia occidentalista sono la culla, il fulcro e la garanzia.

È in obbedienza agli imperativi di questa ideologia che oggi assistiamo a campagne di propaganda senza precedenti – in apparenza distinte e persino remote, ma di fatto convergenti – volte a vincere ogni residua resistenza al dilagare della way of life occidentalista. Non c’è alcun bisogno di credere, come è tipico di taluni ambienti marginali ed infantilmente estremisti, ad un complotto ordito in segrete stanze per fa trionfare il Nuovo Credo dell’era globalizzata. Come in tutti i casi in cui si è assistito al dilagare di febbri ed infezioni ideologiche, è la saldatura fra presupposti empirici e suggestioni teoriche a fare da veicolo delle convinzioni indotte che via via si impongono. Quando i mezzi d’informazioni impiegano l’arma psicologica del ricatto fondato sulla commozione e sulla compassione per giustificare l’accesso indiscriminato delle masse migratorie in Europa o per fare del conflitto russo-ucraino l’emblema della lotta finale tra il Male e il Bene, oppure si sforzano di giustificare gli atti di vandalismo degli “ecologisti radicali” o degli iconoclasti attivisti della cancel culture, o le pretese di chi, in nome dell’antirazzismo o della “letta contro le discriminazioni”, mira a promuovere un razzismo di segno inverso e ad imporre un senso di colpa generalizzato a tutti coloro che hanno il “difetto” di essere nati con la pelle bianca e di sesso maschile, non ci si può stupire se i loro messaggi trovano ascolto in considerevoli settori della popolazione, specialmente fra i più giovani, che hanno ormai da tempo abbandonato la lettura e la riflessione per concedere a tv e “social” la possibilità di plasmare e deformare le loro menti.
Se questa è la situazione che ci troviamo dinanzi, è bene che quanti non intendono restare inerti a contemplarla e desiderano, invece, combatterla si rendano conto che alle suggestioni dell’ideologia non si può far fronte che con la forza di credenze alternative in grado di reggere il confronto. E che un primo passo indispensabile per ostacolare seriamente la penetrazione sempre più invadente dei dogmi occidentalisti è l’elaborazione di una visione coerente e sistematica che abbia alla sua base i principi simmetrici a quelli proclamati dagli avversari: comunitarismo e visione olistica della società, radicamento nelle identità plurali delle culture che regalano al mondo la ricchezza della sua diversità, richiamo alle tradizioni popolari, riscoperta del Sacro, giustizia sociale, accettazione dell’esistenza di un ordine naturale.

È questa la strada che abbiamo intrapreso quasi mezzo secolo fa e che abbiamo costantemente percorso malgrado gli ostacoli, le incomprensioni, i boicottaggi, le irrisioni e le diffamazioni a cui abbiamo dovuto far fronte. È il motivo per cui, fin dall’inizio, abbiamo valorizzato il contributo di riflessione che ci veniva da chi, come noi, perseguiva gli stessi obiettivi in altri paesi – Alain de Benoist in primo luogo –, senza complessi di inferiorità e senza nascondere, quando ci sembrava necessario, qualche divergenza, ma sforzandoci di promuovere un proficuo interscambio di idee. Ed è anche la ragione che ci ha portato, e ci porta, non solo a rifiutare gli inutili e controproducenti richiami a modelli del passato inadatti al confronto con la nostra epoca, ma anche i compromessi opportunistici con il pensiero dominante. Abbiamo scelto la via metapolitica, e abbandonato quella politica, perché la sapevamo più efficace e libera dalle tentazioni dell’abiura. E, ancora una volta, facciamo appello a coloro a cui giunge la nostra voce perché vogliano condividere questa nostra scelta in vista degli obiettivi comuni, scartando scorciatoie, nostalgie, ipocrisie. Solo così si potrà lanciare una sfida efficace alla sola egemonia ideologica oggi esistente, quella dell’occidentalismo liberale.

(l’editoriale di Diorama Letterario 373)

Pellegrinaggio a Loreto 2023 – video e foto

Condividi su:
Segnalazione del Centro Studi Federici
Omelia di don Ugolino Giugni al pellegrinaggio di Loreto (21/05/2023)
 
Fervorino di don Ugo Carandino al sacrario di Castelfidardo (21/05/2023)
 
Foto del pellegrinaggio a Loreto 2023
Per cancellarsi dalla lista di distribuzione:  

La festa del Corpus Domini

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Il giovedì dopo la festa della SS. Trinità, la Chiesa celebra la festa del Corpus Domini: auguri a tutti.

 
Catechismo Maggiore di San Pio X – Della festa del Corpus Domini
 
Funzioni dell’Istituto Mater Boni Consilii
 
Preghiera di Sant’Alfonso per la Comunione spirituale
“Gesù mio, io credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a te; non permettere che mi abbia mai a separare da te.”

In difesa di mons. Umberto Benigni

Condividi su:

Segnalazione del Centro Studi Federici

Avviso ai nostri lettori. Sodalitium n° 74 numero speciale
Il numero 74 di Sodalitium è un numero speciale della nostra rivista: si tratta di un numero monografico, scritto da don Ricossa, in difesa di mons Umberto Benigni. Questo numero ripercorre la storia del modernismo durante la prima metà del novecento permettendo al lettore di comprendere meglio come questa terribile eresia abbia potuto affermarsi nella Chiesa a causa del Concilio Vaticano II.
Si tratta di un lavoro corposo, un vero libro di 180 pagine che ha costi di stampa e spedizione triplicati rispetto al solito. Per questo motivo il numero è disponibile per tutti scaricabile dal nostro sito in formato PDF, sarà spedito in formato cartaceo soltanto ai lettori “attivi” cioè che inviano regolarmente offerte per l’abbonamento e distribuito gratuitamente a tutti nelle nostre chiese ed oratori nelle varie città. Chi non l’avesse ricevuto, e desidera riceverlo in formato cartaceo, lo può ordinare sul nostro sito al prezzo forfettario di € 10,00 comprensivo delle spese postali.
Editoriale
Cari lettori di Sodalitium, nell’editoriale dello scorso numero della rivista (il n. 73, quindi) annunciavo che avrei dedicato alla “difesa di mons. Benigni” (di cui già avevo parlato nel n. 70-71, specie alle pagine 5-6, e poi nel n. 72 alle pagine 52-53) un libro a parte o un numero speciale della rivista. La soluzione “libro” era già stata scelta in due occasioni: con la pubblicazione de “Cristina Campo o l’ambiguità della Tradizione” (2005) e de “La vergogna della tradizione” (2018). Anche in quelle due occasioni, quelli che dovevano essere degli articoli di Sodalitium divennero, strada facendo, dei volumi a parte.
Questa volta, ho preferito invece pubblicare la mia risposta alla serie di articoli contro la memoria di mons. Benigni e dei cattolici integrali che collaborarono con san Pio X nella lotta al modernismo in un numero monografico di Sodalitium che possa essere letto da tutti, nel nostro sito, in formato pdf, oppure ricevuto su semplice richiesta nella versione cartacea (con una auspicabile libera offerta per le notevoli spese sostenute). Non troverete quindi in questo n. 74 le consuete rubriche (come la “Vita dell’Istituto”) e tanti articoli di nuovi o vecchi collaboratori della rivista che saranno pubblicati, a Dio piacendo, nel prossimo numero.
Al di là del motivo occasionale che mi ha spinto a prendere la penna in difesa, appunto, di mons. Benigni e, con lui, di san Pio X, il presente articolo è un’occasione per approfondire lo studio, da un punto di vista storico, del diffondersi dell’eresia modernista nella Chiesa (e contro la Chiesa) sotto tre pontificati: quelli di san Pio X, di Benedetto XV e di Pio XI. Assieme alla recensione che trattava dei prodromi della crisi sotto Leone XIII (Sodalitium n. 72, pp. 36-43), possiamo dire di aver dato una valutazione complessiva della crisi modernista dal punto di vista del nostro Istituto.
Mi rendo conto del fatto che non tutti i nostri lettori saranno interessati ai temi trattati e potrebbero essere delusi da questo numero speciale: un po’ di pazienza, e riceveranno il nuovo numero ove ognuno potrà trovare un argomento più confacente ai propri interessi; ma confido anche nel fatto che per alcuni le considerazioni di queste pagine saranno importanti, e prima di tutto per i membri del nostro Istituto.
Affido quindi questo lavoro al patrocinio di san Pio X e dei patroni celesti dell’antico Sodalitium Pianum: Maria Ausiliatrice, i santi Pietro e Paolo e san Pio V; che si degnino di benedirlo e di renderci degni eredi di chi ci ha preceduto nella stessa lotta per il trionfo del cattolicesimo romano integrale contro tutti i nemici – interni ed esterni – della Chiesa.
Don Francesco Ricossa
 
Per cancellarsi dalla lista di distribuzione:  

Inflazione e caro vita erodono i depositi nei conti correnti

Condividi su:

Segnalazione di Wall Street italia

di Pierpaolo Molinengo
9 Giugno 2023

Diminuiscono le somme depositate sui conti correnti dalle famiglie. I risparmiatori sono sempre più condizionati dalle scelte effettuate dalla Banca Centrale europea, che ha letteralmente frantumato il potere d’acquisto.

L’inflazione e l’aumento dei tassi hanno costituito, senza dubbio, un mix perfetto che sta letteralmente spazzando via la ricchezza accumulata nel corso di questi anni dai risparmiatori. In estrema sintesi, questo è quanto emerge dalla recente ricerca realizzata da Fabi (Federazione Autonoma Bancari Italiani), “L’inflazione e la forbice dei tassi d’interesse: i rialzi della Bce e i vantaggi delle banche”. 

I prezzi che aumentano sempre di più, i prestiti sempre più onerosi e la continua perdita del potere d’acquisto sono alcuni dei meccanismi che stanno minando dalle fondamenta il tesoretto costruito nel corso degli anni dagli italiani.

Solo per avere un’idea, nel periodo compreso tra dicembre 2021 e marzo 2023, il saldo totale dei conti correnti delle famiglie e delle imprese è calato di oltre 61 miliardi di euro, passando dai 2.076 miliardi a 2.015 miliardi. Nell’arco dei tre mesi compresi tra dicembre 2022 e marzo 2023 il saldo negativo sui conti correnti è stato pari a 50 miliardi di euro.

Conti correnti sempre più vuoti

Le famiglie per far fronte alle spese devono sempre di più utilizzare i risparmi depositati sui conti correnti. Cos’è che sta determinando questa forte emorragia di risparmi?

Nel corso degli ultimi due anni le famiglie e le imprese sono state obbligate a far ricorso ai salvadanaio per far fronte al caro vita e all’inflazione, che come riporta Fabi nel suo report “non solo hanno invertito la tendenza al risparmio delle famiglie, pressoché prossima allo zero nei primi cinque mesi (in media pari allo 0,2% da gennaio a maggio) e con tassi di decrescita crescenti nel restante semestre, ma hanno dunque cominciato a erodere le riserve accumulate dal sistema produttivo italiano (per una percentuale pari all’1,4% ovvero 4,4 miliardi di euro), privo ormai di risorse finanziarie da devolvere agli investimenti”.

Se si vanno ad analizzare le giacenze sui conti correnti, tra il mese di dicembre 2021 e marzo 2023 sono stati saccheggiati qualcosa come 61 miliardi di euro: fondi utilizzati per far fronte ai danni economici subiti per l’inflazione e il ridotto potere d’acquisto.

Si utilizzano sempre di più i risparmi

Le famiglie e le imprese fanno sempre uso di quanto depositato sui conti correnti per far fronte alle spese quotidiane. Il report Fabi mette in evidenza che “il saldo complessivo di depositi e conti correnti a dicembre 2021 era di 2.076,8 miliardi di euro, contratto a 2.065,5 miliardi già a dicembre del 2022, per poi diminuire ulteriormente a scarsi 2.000 miliardi alla fine del primo trimestre del 2023”.

Un vero e proprio allarme rosso sui conti correnti delle famiglie viene registrato nel corso del primo trimestre 2023: in questo periodo diventa quanto mai difficile per i consumatori far fronte alla sfrenata risalita dei prezzi con la propria capacità reddituale. Per poter tenere il passo con l’aumento dei prezzi devono continuare ad erodere pesantemente la liquidità depositata sui conti correnti. Secondo Fabi, a fine marzo dell’anno in corso, i depositi delle famiglie si contraggono del 2,14% – raggiungendo il valore di 1.149 miliardi di euro – e quello delle imprese di un 7,56%, attestandosi a scarsi 390 miliardi.

Le conseguenze

I risparmi continuano a diminuire per far fronte al caro vita e all’inflazione. Sicuramente la prima conseguenza di questa situazione è il rischio che le famiglie non abbiano da parte un gruzzoletto sufficiente a far fronte a delle spese impreviste.

Secondo Lando Maria Sileoni, segretario generale della Fabi, il protrarsi di questa situazione potrebbe avere una conseguenza pesante:

vedere aumentare le disuguaglianze sociali. Il potere d’acquisto degli stipendi, purtroppo, è tornato indietro di 25 anni. La soluzione va quindi cercata nel rinnovo dei contratti collettivi di lavoro, alcuni scaduti anche da più di cinque anni, con importanti aumenti economici. Chi ha liquidità sul proprio conto corrente è particolarmente colpito perché i suoi soldi valgono sempre meno. Per questo è fondamentale che le banche, che hanno beneficiato dell’aumento del costo del denaro, adesso restituiscano alla clientela una parte di quei benefici alzando i tassi d’interesse sui conti correnti. Sono argomenti importanti per la collettività e ne parleremo da lunedì 12 giugno, al nostro congresso nazionale, quando avremo l’occasione di confrontarci con gli amministratori delegati di tutti i più importanti gruppi bancari italiani e con i rappresentanti dell’Abi.

Bce verso la fine dei rialzi ai tassi? Previsioni e scenari

Condividi su:

Segnalazione Wall Street Italia

di Luca Losito
9 Giugno 2023 

Francoforte tirerà dritto ancora un po’ sugli aumenti dei tassi nel contrasto all’inflazione, anche se pare che l’era restrittiva possa avere vita breve. Vediamo nell’analisi quali possono essere le prossime mosse della BCE e gli scenari che potrebbero prospettarsi nell’Eurozona.

Le mosse della BCE

Secondo numerosi esperti, non siamo ancora giunti al picco ma il rialzo dei tassi ufficiali da parte della Banca centrale europea si avvia verso la fine. La maggior parte degli analisti nella riunione del 15 giugno prevede un altro rialzo di 25 punti base, mentre nel meeting del 27 luglio si attende uno stop.

Ma non è detto che si tratti della fine del ciclo rialzista. Considerato che le decisioni sui tassi producono effetti sul mercato dopo sei-nove mesi, l’istituto di Francoforte potrebbe prendersi una pausa – probabilmente tutta l’estate – per saggiare l’impatto delle misure fin qui adottate. Anche perché, se è vero che per statuto la Bce ha come obiettivo quello di portare l’inflazione in prossimità del 2%, quindi meno di un terzo rispetto a oggi, è pur vero che nuove strette rischiano di aggravare il ciclo economico, avvicinando il Vecchio Continente verso la recessione.

Al momento in cui scriviamo l’Eurozona è appena scivolata in recessione tecnica (ovvero due trimestri di fila a crescita sottozero). Secondo le stime Eurostat, infatti, il pil europeo si è contratto nel passaggio tra il 2022 e il 2023: -0,1% nel quarto trimestre dell’anno scorso, -0,1% nel primo di quest’anno. Siamo ancora ben distanti dalla recessione, che scatta nel momento in cui c’è una variazione tendenziale superiore al -1% su base annua, ma è un primo campanello d’allarme a cui prestare attenzione per non sprofondare in una vera e propria crisi economica.

Gli scenari futuri

Il primo banco di prova è per fine mese, quando verrà pubblicato il dato sull’inflazione nell’Eurozona.

Allora si capirà se il rimbalzo registrato dai prezzi ad aprile rispetto a marzo è stato un episodio limitato o se, invece, davvero il trend discendente che aveva caratterizzato il semestre precedente si è fermato. Le ultime stime della Bce sono per un’inflazione intorno al 3% a fine anno (5,3% nell’intero 2023), con un ritorno all’obiettivo del 2% intorno a metà 2025.

Quanto ai dati italiani l’inflazione, salita quasi al 9% nel 2022, scenderà al 6,5 nel 2023 e si porterà al 2% nel 2025, secondo quanto previsto dalla Banca d’Italia. Tutto questo nella consapevolezza che siamo calati in uno scenario in continua evoluzione, all’interno del quale ogni previsione rischia di avere un corto respiro. Secondo gli analisti di Berenberg, l’inflazione “potrà scendere sotto il 3% nel quarto trimestre (di quest’anno, ndr), con volatilità sui dati mensili”, ma sempre che non vi siano nuove tensioni particolari in campo geopolitico.

Gli impatti sui mutui e sui risparmiatori

Dunque, l’estate potrebbe portare con sé la fine dei rialzi ai tassi d’interesse in Europa.

Un fatto positivo sia per i mutuatari attuali (a tasso variabile) e quelli futuri (senza distinzioni), sia per chiunque acceda a un mutuo o finanziamento.

Una frenata che potrebbe far riaccelerare gli investimenti della aziende e che potrebbe aiutare l’economia dell’Eurozona, dando un nuovo impulso a una crescita che al momento è di fatto bloccata (secondo la stima flash preliminare di Eurostat il PIL è cresciuto dello 0,1% nella zona euro nel primo trimestre del 2023).

La view di Lagarde

Interessante a supporto dell’analisi sono le ultime dichiarazioni di Christine Lagarde.

“Le pressioni inflazionistiche nell’area euro rimangono alte, e non ci sono prove chiare che l’inflazione di fondo abbia raggiunto il picco. L’inflazione al netto di energia e alimentari è scesa al 5,3% a maggio dal 5,6% di aprile. Gli ultimi dati disponibili suggeriscono che gli indicatori delle pressioni inflazionistiche di fondo rimangono elevati e, sebbene alcuni mostrino segni di moderazione, non vi è alcuna chiara evidenza che l’inflazione di fondo abbia raggiunto il picco. Siamo pienamente impegnati a combattere l’inflazione e siamo determinati a raggiungere il suo tempestivo ritorno al nostro obiettivo a medio termine del 2%. I nostri aumenti dei tassi si stanno trasmettendo con forza alle condizioni di finanziamento delle imprese e delle famiglie, come si può vedere dall’aumento dei tassi sui prestiti e dal calo dei volumi dei prestiti. Allo stesso tempo, iniziano a concretizzarsi tutti gli effetti delle nostre misure di politica monetaria”.

Tutti gli interventi per la mitigazione delle alluvioni rimasti solo sulla carta: ecco il modello Pd in Emilia-Romagna

Condividi su:

di Francesca Totolo

 

Roma, 29 mag – Secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), il 5,4 per cento del territorio italiano presenta un elevato rischio alluvioni. Ciò significa che quasi 2,5 milioni di persone sono minacciate da un’elevata pericolosità derivante dal dissesto idrogeologico. L’Emilia-Romagna è la Regione con la più alta pericolosità idraulica. L’11,6 per cento del territorio regionale presenta un rischio elevato di alluvioni, il 45,6 per cento un rischio medio. Quindi, ben il 70 per cento della popolazione deve convivere con questa spada di Damocle sulla testa.

 

Il piano nazionale Italia Sicura di Renzi

Nel maggio del 2014, il governo di Matteo Renzi lanciò il piano nazionale contro il dissesto idrogeologico Italia Sicura, poi smantellato nel 2018 dal governo Conte 1 e sostituito da ProteggItaliaNel 2017, fu presentato dal governo di Paolo Gentiloni il rapporto che elencava i progetti e il piano finanziario della struttura istituita da Renzi: 11.108 cantieri di cui 1.340 con lavori in corso, per un fabbisogno finanziario complessivo di circa 29 miliardi di euro di cui 12,9 miliardi già programmati tra fondi europei, nazionali e regionali. In Emilia-Romagna, fu il presidente Stefano Bonaccini a essere designato come Commissario straordinario delegato per la realizzazione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico. Nel 2017, come si legge nel rapporto, i 226 interventi avviati in Emilia-Romagna per la mitigazione delle alluvioni avevano ricevuto il 78 per cento dei finanziamenti necessari per la loro realizzazione, circa 550 milioni di euro. Però, tre anni dopo il lancio di Italia Sicura, solo 5 interventi erano in fase di attuazione, 5 progetti erano arrivati allo stato di progetto esecutivo e 11 a quello di progetto definitivo. Ben 112 interventi erano ancora allo studio di fattibilità, 76 erano fermi al progetto preliminare e 17 alla fase istruttoria.

Rapporto Italia Sicura 2017
Il rapporto dell’Ispra inchioda la Regione Emilia-Romagna

Per verificare lo stato di avanzamento attuale dei progetti nella regione alluvionata, è possibile consultare il Repertorio nazionale degli interventi per la difesa del suolo (Rendis) dell’Ispra che, il 25 maggio scorso, ha censito un totale di 529 interventi per la mitigazioone del dissesto idrogeologico in Emilia-Romagna, dei quali l’85,3 per cento di competenza finanziaria del ministero dell’Ambiente: 379 risultano conclusi, 49 in esecuzione, 55 in progettazione, 33 da avviare e 13 definanziati o sostituiti.

Faenza, il fiume Lamone prima e dopo l’esondazione

Per quanto riguarda le zone colpite dall’ultima alluvione, i progetti riguardanti il fiume Lamone, dalla città Faenza alla sua foce, sono ancora in fase di progettazione. Ad esempio, rimangono ancora sulla carta il “Progetto per la manutenzione straordinaria e messa in sicurezza idraulica” del fiume nel Comune di Bagnacavallo (Ravenna) e il “Progetto di messa in sicurezza delle località Mezzano, Villanova, Traversara”. In queste zone, il Lamone è esondato sommergendo Bagnacavallo e le altre località indicate negli interventi.

Ancora in fase di progettazione, sono le “casse di espansione del torrente Senio nei comuni di Brisighella, Faenza e Riolo Terme”. Questo intervento era stato oggetto nel 2017 di un’interpellanza del gruppo regionale del M5S dove si chiedeva un quadro aggiornato dei finanziamenti e dei tempi di realizzazione vista la situazione di rischio in aumento a causa dell’aumento dei sedimenti depositati nell’alveo del Senio. Nel quinto atto integrativo dell’accordo di programma tra ministero dell’Ambiente e Regione Emilia-Romagna, si legge che, nel 2018, quel progetto aveva già ricevuto un finanziamento da 8,5 milioni di euro dal ministero.

Nella delibera 64 della giunta della Regione Emilia-Romagna datata 24 gennaio 2022, dove figura come vicepresidente Elly Schlein che deteneva la delega alla transizione climatica e al “patto per il clima”, si legge che l’intervento a Forlì riguardante “sistemazione e riqualificazione tra via Emilia e Magliano” del fiume Ronco era stato completamente finanziato. Ancora oggi, secondo Rendis, il progetto è fermo alla fase di progettazione.

Nella stessa delibera, viene evidenziato che un altro intervento aveva ricevuto già la copertura economica necessaria dell’importo di 4,4 milioni di euro erogati dal Mite. Si tratta della “messa in sicurezza e dell’adeguamento a protezione di Cesena” del torrente Cesuola. Il progetto è ancora in fase di progettazione.

Rimane ancora sulla carta il progetto di “adeguamento sezioni di deflusso tramite svasi, con estrazione di materiale e ripristino ambientale” del torrente Idice tra Budrio e Castenaso. Durante l’ultima alluvione, il ponte della Motta che Budrio a San Martino in Argine è crollato a causa dell’esondazione dell’Idice.

 

Anche uno degli interventi riguardanti il torrente Sillaro, responsabile dell’esondazione che ha sommerso Conselice, è ancora nella fase di progettazione. Anche San Prospero è stata invasa dall’acqua: dal 2014, il piano di “ripristino dell’officiosità idraulica del torrente Santerno nel Comune di Imola” è annoverato tra i progetti non ancora eseguiti.

Conselice allagata
Il cambiamento climatico usato come attenuante per non assumersi le responsabilità

Questi interventi mai realizzati dalla Regione Emilia-Romagna, sommati al fatto che soltanto un bacino di laminazione su due funziona e che è la prima Regione in Italia per cementificazione in aree alluvionali, sono i maggiori responsabili dell’alluvione. E non si invochi il cambiamento climatico per scrollarsi di dosso le responsabilità: nel 2018, in Veneto, si registrarono 700 millimetri di pioggia caduta in poche ore, in Emilia-Romagna 300 millimetri, ma la Regione del presidente Luca Zaia ha realizzato opere per proteggere il territorio dalle alluvioni in seguito alle esondazioni del 2010.

 

articolo completo: Tutti gli interventi per la mitigazione delle alluvioni rimasti solo sulla carta: ecco il modello Pd in Emilia-Romagna (ilprimatonazionale.it)

NUOVO ORDINE MONDIALE: UNA RELIGIONE, POLITICHE E IDEOLOGIE ARTIFICIALI

Condividi su:

di Matteo Castagna

 

“Buongiorno,

augurandomi di far cosa gradita, inoltro il mio Editoriale odierno, pubblicato dai media online “InFormazione Cattolica” e “2diPicche.news”, nonché in fase di traduzione per la pubblicazione sulle riviste dell’America Latina “Voces del Periodista” e “Info Hispania”.

Colgo l’occasione per ringraziare dell’affetto e della vicinanza gli oltre 100mila visitatori unici dei miei articoli settimanali, che, dall’Italia alla Spagna, dal Messico all’Argentina sono divenuti affezionati lettori, ed alcuni interagiscono con passione e coraggio. Non solo. Assieme all’amico di tante battaglie Avv. Gianfranco Amato, Presidente dei Giuristi per la Vita, vi ringraziamo per il successo del libro “Patria e Identità” (Matteo Castagna e Gianfranco Amato, ed. Solfanelli, 2022, eu. 12,00) che sta per giungere alla terza ristampa e che si può acquistare su tutti gli store librari online, tramite il sito delle edizioni Solfanelli, tramite il sito www.agerecontra.it o, su ordinazione, in ogni libreria.

Il proselitismo, missione di ogni cattolico, si fa anche attraverso la testimonianza e l’analisi della realtà, alla luce della Fede, con lo spirito dei “servi servorum Dei”, come direbbe San Tommaso d’Aquino. A noi la semina, a Dio la raccolta. Perciò la diffusione dell’Editoriale è consentita.

Viva Cristo Re!

MC”

 

Il NWO vuole una religione, politiche e ideologie artificiali – Il giornalista investigativo di fama internazionale Leo Zagami, pur tra mille tentativi di censura, sta lavorando da anni per smascherare, attraverso prove concrete, coloro che sostengono il progetto di un Nuovo Ordine Mondiale. Lo denuncia come un progetto criminale, pericoloso, disumano e transumano. Nella sua ampia letteratura si possono trovare molte riflessioni interessanti, così come guardare istruttivi video YouTube. Finché la democratica mannaia non li taglierà.

 

L’Esule News

Lunedì 22 Maggio 2023, sulla sua piattaforma online “L’esule News” ha trasmesso le ultime scioccanti rivelazioni di Yuval Noah Harari, filosofo del Forum Economico Mondiale. Storico e saggista israeliano, sionista laburista, insegna World History all’Università ebraica di Gerusalemme. Harari vive col marito Itzik Yahav.  Insieme hanno risposto al blocco dei fondi americani deciso da Trump, versando un milione di dollari all’Organizzazione mondiale della sanità. E’ ovviamente animalista e vegano. Il capo di Netflix, Reed Hastings ha scritto di Hariri, sul New York Times, che “…vediamo in lui quello che vorremmo davvero essere”.

CONTINUA SU: https://www.2dipicche.news/il-nwo-vuole-una-religione-politiche-e-ideologie-artificiali/

 

L’INFORMAZIONE CATTOLICA:

 

Il “Nuovo Ordine Mondiale” vuole una religione, politiche e ideologie artificiali

di Matteo Castagna

LE VOLONTA’ DEL N.W.O. (NEW WORLD ORDER)

Il giornalista investigativo di fama internazionale Leo Zagami, pur tra mille tentativi di censura, sta lavorando da anni per smascherare, attraverso prove concrete, coloro che sostengono il progetto di un Nuovo Ordine Mondiale. Lo denuncia come un progetto criminale, pericoloso, disumano e transumano. Nella sua ampia letteratura si possono trovare molte riflessioni interessanti, così come guardare istruttivi video Youtube. Finché la democratica mannaia non li taglierà. CONTINUA SU: https://www.informazionecattolica.it/2023/05/29/il-nuovo-ordine-mondiale-vuole-una-religione-politiche-e-ideologie-artificiali/

«Cancelliamo Natale e Pasqua. Al loro posto un giorno di festa Lgbt o della laicità»

Condividi su:

di Mauro Zanon

Éric Piolle, sindaco ecologista di Grenoble, propone di abolire i riferimenti religiosi per sostituirli con quelli laici: per la Repubblica, la rivoluzione, l’abolizione della schiavitù

Parigi. Era il 31 agosto 2015 quando Éric Piolle, sindaco ecologista di Grenoble, rilasciò un’intervista al settimanale cattolico francese La Vie, spiegando fino a che punto il Vangelo fosse importante per la sua vita pur essendo non credente. «Non credo in Dio, ma sono un compagno di strada della Chiesa cattolica (…). Sono animato da valori umanistici e da una ricerca spirituale, in cui il Vangelo occupa uno spazio importante».

Nel colloquio, l’esponente dei Verdi francesi ribadiva inoltre quanto aveva affermato alla rivista gesuita Études, ossia che «il Vangelo è un motore spirituale» della sua “azione politica”. Ma di quel Piolle sensibile alla spiritualità cristiana, oggi, non c’è nemmeno l’ombra. Anzi: fa di tutto per contrastare tutto ciò che è legato al cristianesimo.

Cancellare i riferimenti religiosi

L’ultima uscita del primo cittadino di Grenoble fa rabbrividire. «Cancelliamo i riferimenti alle feste religiose nel nostro calendario repubblicano: dichiariamo giorni festivi le feste laiche che segnano il nostro attaccamento comune alla République, alle rivoluzioni, alla Comune, all’abolizione della schiavitù, ai diritti delle donne e delle persone Lgbt», ha twittatoPiolle mercoledì 24 maggio, in risposta alla decisione presa dal ministro dell’Interno Gérald Darmanin di «valutare il tasso d’assenteismo constatato nelle classi in occasione dell’Id al-Fitr» (la festa che segna la fine del mese di Ramadan).

Il messaggio, insomma, è di abolire il Natale, la Pasqua, l’Ascensione, la Pentecoste, cancellare le radici cristiane della Francia “figlia primogenita della Chiesa”, per adattarsi alle nuove mode e sensibilità contemporanee, laiciste e Lgbt.

Le reazioni

La conversione robespierrista di Piolle ha suscitato reazioni stizzite da parte del mondo politico e intellettuale francese. Marine Chiaberto, vice presidente di Reconquête, il partito della destra identitaria guidato da Éric Zemmour, ha parlato di un attacco «alle radici cristiane millenarie del nostro paese». «Questo wokismo che vuole cancellare tutto ignora la nostra storia e la nostra identità. È tempo di decostruire i decostruttori!», ha aggiunto Chiaberto.

Jean Messiha, presidente del circolo intellettuale Vivre français, ha reagito con toni ironici alle dichiarazioni del giacobino Piolle. «Cancelliamo la Francia e i francesi. Trasformiamo il nostro paese in esopianeta vergine e pronto a essere colonizzato da tutte le identità. Cancelliamo tutto ciò che siamo e le nostre origini e ricominciamo tutto da un anno zero».

Memoria nazionale

Non è la prima volta che un rappresentante politico della gauche francese solleva la questione delle feste cristiane in Francia, invocando, come i giacobini durante la Rivoluzione, la tabula rasa. Laurent Hénard, ex sindaco di Nancy, suggeriva per esempio di cancellare le festività cristiane «per rilanciare l’economia», anche se la sua era semplicemente una crociata laicista.

Éric Piolle, aspirando a rimpiazzare Natale e Pasqua con un giorno di festa Lgbt o della laicità, segue le stesse orme. «Dispiace per il sindaco di Grenoble, ma i giorni festivi del nostro calendario non sono dei giorni di celebrazione comunitaria, bensì permettono di scolpire nel marmo del calendario le tradizioni e i luoghi della nostra memoria nazionale», ha commentato il sito di opinioni liberali Boulevard Voltaire.

Il burkini in piscina

Non è la prima volta che Piolle si fa notare per le sue esternazioni woke. Nel giugno del 2021, ha accolto nella sua città il “mese decoloniale”, raduno “anti razzista” dove l’uomo bianco era sul banco degli imputati. Un mese dopo, nel quadro delle primarie per diventare il candidato degli ecologisti alle presidenziali del 2022, disse di essere «educato, rieducato, decostruito e ricostruito dalle lotte femministe» e di vergognarsi dei suoi “privilegi” di maschio bianco eterosessuale.

Nell’estate del 2022, in barba a qualsiasi principio di laicità, autorizzò nelle piscine pubbliche l’utilizzo del burkini, il costume da bagno islamico che lascia scoperto soltanto l’ovale del viso, le mani e i piedi. Come rivelato dal settimanale Le Point pochi giorni fa, non pago, ha deciso di finanziare degli stage immersivi di “decostruzione maschile”, di rimozione della “mascolonità tossica”, organizzati dall’associazione goscista La Capsule.

Articolo completo: «Cancelliamo Natale e Pasqua. Al loro posto un giorno di festa Lgbt o della laicità» – Tempi

 

Alluvione in Romagna, due lezioni dalla Storia

Condividi su:

di Gianfranco Amato

Una lapide a Ravenna ricorda la tremenda alluvione che sommerse la città – per oltre due metri – nel 1636. In risposta, lo Stato Pontificio inaugurò un grande piano di interventi idraulici, di cui si beneficia ancora oggi. Basta dunque con la propaganda sul clima. E si faccia prevenzione.

Nella sua opera De Oratore, il grande Cicerone ci insegnava che la Storia è maestra di vita. Una delle lezioni oggi più inascoltate di quel famoso giurista. La Storia, in realtà, non è soltanto un parametro per educarci a vivere. Serve anche per capire la realtà e leggere la cronaca in maniera intelligente. Riesce pure a smentire le sesquipedali balle che vorrebbe imporre l’ideologia ecologista a proposito di global warming e crisi climatica.

Prendiamo ad esempio la recente alluvione romagnola. Proprio a Ravenna, capitale simbolica di quell’area d’Italia, all’incrocio tra via Cavour e via Salaria è possibile fare un tuffo nel passato andando a leggere una piccola lapide nella quale si trova la seguente iscrizione: «Addì 28 maggio 1636 sin qui l’acqua arrivò». È il ricordo della peggiore inondazione della città, avvenuta proprio la notte tra il 27 e il 28 maggio di 387 anni fa, quando l’acqua dei fiumi Ronco e Montone sommerse la città per oltre due metri, dopo sei giorni ininterrotti di pioggia. Il livello delle acque raggiunse il secondo piano delle case, e le strade si trasformarono in veri e propri fiumi, tanto da dovere costringere i soccorritori a mettere in salvo gli abitanti caricandoli su barche. Le cronache dell’epoca raccontano con il linguaggio di quel tempo: «Quando cominciò apparire il giorno si videro le povere famiglie con li loro figlioli su li tetti delle loro case; et si sentiva voce rauche e lamentevole chiamare aiuto, dal cielo e dalla terra; era cosa di straordinario terrore». Sembra la descrizione di quanto accaduto nel maggio dell’Anno del Signore 2023.

Quel cataclisma indusse l’allora governo pontificio, di cui la Romagna faceva parte, ad avviare un grande piano di interventi idraulici, che previdero, tra l’altro, la riunificazione dei due fiumi che causarono l’inondazione e la costruzione di un canale di congiungimento della città al mare (ultimato verso il 1737), cui venne dato il nome dell’allora papa Clemente XII, al secolo Lorenzo Corsini. Come si vede, lo Stato della Chiesa era in fondo molto più illuminato e moderno di quanto gli storiografi risorgimentali hanno fatto credere nei loro testi. Va peraltro ricordato che se Ravenna si è salvata dal totale allagamento della città durante l’attuale alluvione, lo si deve proprio agli interventi idraulici disposti dall’allora legato apostolico in Romagna, il cardinale piacentino Giulio Alberoni (1664-1752). Circostanza che, a onor del vero, ha ricordato lo stesso sindaco di Ravenna, Michele de Pascale, in un videomessaggio dei giorni scorsi rivolto ai suoi cittadini in cui ha descritto nei dettagli la dinamica degli allagamenti.

In questo caso la Storia ci insegna due cosePrimo, che non bisogna attendere gli eventi catastrofici ma occorre intervenire per realizzare opere di prevenzione, esattamente come fece l’allora legato apostolico cardinal Giulio Alberoni, che non si limitò a pregare e sperare nella Provvidenza né a prendersela, come si direbbe oggi, con i capricci di madre natura.

La seconda lezione ci dice che forse è arrivato davvero il tempo di smetterla con la tiritera del clima che è cambiato. Quanto è accaduto nel 2023 in Romagna è la replica esatta di ciò che è successo nel 1636, e ciclicamente nei secoli precedenti, con buona pace di Greta Thunberg , dei gretini, e degli ecovandali imbrattatori. Con buona pace anche dei politici a caccia di pretesti.

La Storia si è incaricata di rendere ancora più risibile e patetica la giustificazione addotta in Consiglio regionale dal presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, per ottenere la mozione con cui è stata chiesta la sua nomina a Commissario straordinario per la ricostruzione delle zone colpite dall’alluvione. In quell’occasione, infatti, lo stesso Bonaccini ha fondato il presupposto della sua pretesa sul «cambiamento climatico globale con cui dobbiamo fare i conti». Bisognerebbe ricordare al caro presidente che i conti, forse, è meglio farli con la Storia.

 

Articolo completo: Alluvione in Romagna, due lezioni dalla Storia – La Nuova Bussola Quotidiana (lanuovabq.it)

 

Suor Micaela, San Carlo Lwanga e il gender fluid

Condividi su:

Di Raffaele Amato

 

Suor Michela, San Carlo Lwanga e il gender fluid – Le cronache di oggi ci riportano l’appello della Presidente dell’Unione delle Superiore maggiori d’Italia, suor Micaela Monetti, fatto nel corso di un’intervista all’Osservatore Romano.

La religiosa spiega che: “La questione del gender è un tema che sta a me particolarmente a cuore. C’è un mondo sempre più̀ fluido. Bisogna accogliere l’invito che fa il Papa ad ascoltare prima di giudicare e incasellare”. Parole che rimandano all’espressione bergogliana: “Chi sono io per giudicare?” pronunciata proprio a proposito della questione omosessuale. Prosegue suor Micaela: “È un campo che ci sta interpellando con domande forti e certamente disorientanti. Io non ho le risposte ma è necessario abitare questa realtà̀ e cercare insieme il progetto di Dio. Non possiamo bypassare questa realtà, occorre prossimità”.

Non si tratta di giudicare le singole persone, compito che spetta solo a Dio, ma i comportamenti e le condotte. Non si tratta di condannare gli individui, ma di assisterli, instradarli, accompagnarli verso la retta Via ed il Sommo Bene.

Ripartire dai fondamentali

È la distinzione tra peccato e peccatore, da sempre patrimonio del Magistero, che dovrebbe fare da guida. Le risposte che Lei dice di non avere, suor Micaela, non c’è bisogno di cercarle chissà dove, sono nel Catechismo della Chiesa cattolica, che recita: “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati… Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati”.

San Carlo Lwanga

Tesoro di questo insegnamento ne fece la straordinaria figura di San Carlo Lwanga, che si festeggia il 3 giugno e che vale la pena di ricordare, sia pure brevemente. Alla fine del 1800, il re Mwanga II, sovrano di territori che oggi fanno parte dell’Uganda, era al potere anche grazie al sostegno dei cristiani, che si erano opposti al tiranno musulmano Kalema.

Ma Mwanga era tutt’altro che un re illuminato. Di scarsa intelligenza, al punto da non essere riuscito ad imparare a leggere e scrivere, amava abbandonarsi a vizi ed eccessi, in gran parte conosciuti da mercanti europei. Alcol, droghe ma anche pratiche omosessuali a cui faceva ricorso disponendo di un harem costituito da paggi e dignitari di corte.

Ben presto il rapporto tra Mwanga e i cristiani si incrinò, sia perché tanto i cattolici che i protestanti condannavano le sue orge omosessuali, sia perché il sovrano si lasciò influenzare dall’astio degli stregoni e dei sacerdoti delle religioni tribali, che avevano visto precipitare la loro importanza sociale per l’affermarsi del cristianesimo.

La persecuzione

Iniziò un’autentica persecuzione. Il 15 novembre 1885 Mwanga fece decapitare il maestro dei paggi e prefetto della sala reale, Giuseppe Mkasa Balikuddembè, cattolico e catechista che aveva osato rimproverare al re le sue avances sessuali ai paggi.

Venne sostituito nel prestigioso incarico da Carlo Lwanga, anch’egli cattolico, sin da subito vittima delle attenzioni morbose del monarca. Ribellatosi, Lwanga venne condannato a morte. Dopo un percorso di 27 miglia a piedi, durato otto giorni, in cui lui e altri cristiani furono tormentati al fine di farli abiurare, il 3 giugno 1886 venne arso vivo insieme ai correligionari superstiti a Namugongo. Carlo Lwanga e gli altri 12 cristiani affrontarono stoicamente il martirio pregando sino all’ultimo respiro, senza emettere un solo gemito di dolore.

Benedetto XV li proclamò beati, saranno poi canonizzati nel 1964.

Stare nel mondo, non essere del mondo

Cara Suor Micaela, le risposte che cerca, oltre che nel catechismo, le può trovare nelle vite dei santi, come San Carlo Lwanga. Che, da Santo, scelse di stare NEL mondo ma non di essere DEL mondo, come il Vangelo ci chiede di fare (Gv, 15, 18-21). Quel “mondo sempre più fluido” che rifiuta Cristo e che La disorienta, Suor Michela, al punto da farle invocare una “prossimità”.

 

Articolo completo: Suor Micaela, San Carlo Lwanga e il gender fluid – (2dipicche.news)

Meloni si è mossa bene…perché ha cambiato posizione su tutto

Condividi su:

di Matteo Castagna

Oramai in Italia è quasi più facile cambiare sesso che cambiare posizione sull’Europa

La prestigiosa rivista americana Geopolitical Futures del mese di Aprile ha pubblicato un interessante articolo del suo fondatore, Prof. George Friedman, ungherese, naturalizzato statunitense, che conosce da anni le dinamiche del potere, di cui si occupa anche come insegnante di scienze politiche e scrittore di testi particolari, inerenti il mondo e i suoi sviluppi.

“Il sistema politico americano non è più in grado di gestire le crisi domestiche. Mai nella storia le faglie socio-economiche e istituzionali sono esplose insieme. Ci salverà l’innovazione tecnologica. E la strategia resterà centrata sul potere navale“. Per quanto Cina e Russia siano Paesi molto importanti, il perno del mondo è l’America. Gli Stati Uniti hanno la più grande economia del pianeta, la più potente forza militare e rimangono i leader nell’innovazione tecnologica. Gli avvenimenti degli ultimi anni, in particolar modo l’impennata della tecnocrazia, a prescindere dalla ricaduta sui popoli, sono la cinica diretta conseguenza del collasso interno a stelle e strisce.

Negli USA è in corso una crisi sociale, seguita da un’enorme crisi economica, di cui non si ricordano precedenti, quanto alla crisi sistemica in atto, che ha messo in ginocchio la Superpotenza anche con una crisi politica e una grave crisi istituzionale a livello federale. Friedman osserva, acutamente, che, mentre, in passato, le questioni sociali si attenuavano prima che emergessero guai letali nel sistema economico, oggi le rivendicazioni sociali sono al massimo della loro intensità, sul piano religioso, morale e culturale. Stanno divenendo logoranti, più perdurano. I fallimenti bancari si sommano a questi problemi, non riuscendo più a metterli a tacere. L’incapacità di attenuare le questioni sociali, inclusa l’esplosione fallimentare della società multirazziale ed il fenomeno gender fluid, i problemi economici e gli attriti tra le istituzioni federali rendono il quadro odierno molto diverso rispetto al XX secolo. La rabbia e l’odio tra americani, cui assistiamo, ogni giorno, sono un’anomalia. Noi europei dobbiamo considerare le proporzioni: negli Stati Uniti ci sono 335 milioni di abitanti, ovvero oltre 5 volte e mezza la popolazione italiana.

Il Prof. Friedman ritiene che questa situazione non reggerà oltre le prossime elezioni. L’impatto del conflitto in Ucraina sarà probabilmente amplificato. Certamente il prossimo Presidente dovrà affrontare il fallimento sistemico interno, prendendo le mosse dalla sua mole e gravità. Il professore si fida della politica statunitense basandosi sulle capacità dimostrate dai vari presidenti di risollevare il Paese dopo le batoste degli anni Trenta del XIX secolo con Andrew Jackson, poi dopo la crisi succeduta alla guerra civile con Rutherford Hayes; come dimenticare Franklin Delano Roosvelt che assecondando il rifinanziamento del sistema bancario rimise in piedi la società. E Reagan, invertendo la strategia di Roosvelt, aumentò la moneta in circolazione per gli investimenti delle imprese, contenendo l’inflazione e dando una spinta fondamentale alle Aziende. Senza ironia, il Prof. Friedman dice che sono i Presidenti a dettare la linea e che, male che vada, “anche se uno di essi fosse un idiota senza speranza, avrebbe comunque a disposizione una serie di istituzioni e consiglieri a tenerlo sotto controllo” (cfr. Limes – Aprile 2023).

Il Prof. Friedman è convinto che la prossima innovazione, grazie alla quale l’America troverà il modo per rialzarsi, sarà legata alla medicina e alla demografia. Effettivamente, da almeno due anni tutti i segnali sembrano andare verso queste due direzioni. Non è detto che ogni innovazione venga messa a disposizione del bene comune, perché nel machiavellico sistema democratico occidentale, il fine è il bilancio degli Stati, il mezzo è la tecnologia e l’uomo esiste per accidens, se può essere complementare al Sistema di potere e riassetto economico. Altrimenti si butta via e, magari lo si sostituisce con l’Intelligenza Artificiale. O, ancor peggio, se ne tiene quanto serve alla produzione e l’altra parte si lascia morire in qualche modo. col classico e satanico disprezzo per la Vita e per il Creatore che ha sempre caratterizzato la politica dei Principi di questo mondo, avidi e corrotti.

E la nostra amata Italia? Come si muove Giorgia Meloni nello scenario predetto? Leggere Luigi Bisignani, in questi momenti, è sempre utile, perché non vi è alcuno più informato di lui sulle vicende di Palazzo Chigi e dintorni. “Sì è mossa bene. – risponde l’editorialista de Il Tempo – Contro ogni previsione”. Ma se ha cambiato posizione su tutto??? “Appunto! Non poteva fare altrimenti. Il governo sarebbe durato una settimana. E’ proprio per come ha gestito queste metamorfosi che è stata brava. Oramai in Italia è quasi più facile cambiare sesso che cambiare posizione sull’Europa”. Siamo nel gender fluid. “E di conseguenza anche nel politics fluid”. …”Si sta costruendo come “regina degli scacchi” e sarà determinante nella scelta dei prossimi vertici delle istituzioni Ue. […] Le nomine in Europa per Meloni saranno una passeggiata rispetto al rodeo di quelle italiane. Metsola vuole fare la presidente della Commissione, Von der Leyen vuole andare alla NATO, Gentiloni punta a fare il presidente del Consiglio europeo. Chiaro e semplice”. (I Potenti al tempo di Giorgia, L. Bisignani e P. Madron, ed. Chiarelettere, maggio 2023) Non per il popolo, che delle spartizioni non è interessato, ma osserva che di “bene comune” non si parla mai. Brutta parola? Certissimamente – risponderebbe Cetto Laqualunque – perché di quella cosa lì, a noi politici non ce ne frega.

 

articolo completo: Meloni si è mossa bene…perché ha cambiato posizione su tutto – Affaritaliani.it

Articolo ripreso anche da www.2dipicche.news di Domenica 4 giugno e da InFormazione Cattolica di lunedì 5 giugno 

Sorpresa, gli americani si sono stufati della propaganda Lgbt: ecco i dati che smascherano l’ipocrisia correct

Condividi su:

Di Valerio Savioli

 

Roma, 5 giu – Il 71% degli americani è convinto che ci siano solo due generi. Maschile e femminile, per chi fosse distratto. Questo dato è da considerarsi sorprendente soltanto se si rimane nell’ottica comunicativa predominante, quella del cosiddetto comparto mainstream, ossia del conglomerato mediatico che riassume in sé tutti i principali dogmi – perché di questo si tratta – del sistema progressista politicamente corretto. I dati raccolti dal prestigioso ente di ricerca Rasmussen dimostrano, ancora una volta, quanto possa essere efficace l’operazione di distorsione della realtà, o del suo percepito. Sono dati che ci rivelano quanto la propaganda Lgbt non piaccia ai cittadini americani.

Propaganda Lgbt, le risposte ai quesiti svelano il volto nascosto: quello della realtà

Alla domanda “sei d’accordo che esistano due generi. Uno maschile e uno femminile?” il 71% degli intervistati ha risposto affermativamente, rispetto al 23% in disaccordo, di cui solo il 10% di quest’ultimi in netto disaccordo. Dato impressionante rispetto a quanto propagandato quotidianamente dall’intero apparato mediatico, culturale, politico ed economico americano-occidentale.

Il sondaggio si fa sempre più interessante man mano che si scava. Se il responso è pressoché equivalente tra uomini e donne, è tra i più giovani che arrivano riscontri a sorpresa: nella fascia che va dai 18 ai 39 sono ben il 63% a concordare che esistano, solo, due generi, mentre a discordare sono il 29% e di questi soltanto il 16% è fortemente renitente ad accettare che esistano solo due generi.

Molto interessante anche il riscontro legato alle appartenenze politiche dichiarate. Se tra i repubblicani vince nettamente (72%) l’opinione di coloro che sostengono che esistano due generi, quello che dovrebbe far travalicare l’intero apparato progressista è il riscontro dell’elettorato democratico: il 67% è sulla stessa linea dei repubblicani.

Terapia ormonale e cambio di sesso per i minori

La questione del cambio di sesso dei minori è un altro terreno di scontro negli Usa, dove molti stati hanno deciso di bandire la pratica dalla loro giurisdizione. Si pensi al solo caso del Tennessee, di cui abbiamo parlato, e alla successiva strage di Nashville, ad opera della transessuale Audrey Hale della quale ancora stiamo aspettando la pubblicazione del famoso manifesto, ad oggi nelle mani dell’FBI.

Al quesito “alcuni stati hanno recentemente approvato leggi che rendono illegale la somministrazione della hormone replacement therapy (erapia ormonale per bloccare la pubertà spesso utilizzando il farmaco Triptorelin) ai minori. Siete d’accordo o in disaccordo con queste decisioni?” Il 59% degli intervistati si è detto concorde a fronte del 37% del campione. Ma la cosa più interessante è che lo stesso quesito era stato posto anche a febbraio e la quota di intervistati a favore delle leggi che rendono illegale la terapia è salita del 5% in soli quattro mesi.

Secondo Mark Mitchell, capo analista della Rasmussen Report, la ragione potrebbe stare anche nell’iniziativa di boicottaggio ai danni della campagna pubblicitaria iperprogressista della birra Bud Light la quale, come noto, ha assunto il trans Dylan Mulvaney. Insomma, per ironia della sorte sembra essere la stessa campagna pubblicitaria delle grandi corporation pro-trans come la titanica Anheuser-Busch (e la recentissima Target) a sortire, nell’elettorato americano, un immediato riscontro di rigidità e repulsione nei confronti delle “sorti magnifiche e progressive”.

L’istituto sondaggistico continua ad affondare le mani nella melma e vuole saperne di più in merito alle operazioni chirurgiche per il cambio di sesso. “Alcuni stati hanno approvato leggi che rendono illegale il cambio di sesso, tramite intervento chirurgico, per i minori. Siete d’accordo o in disaccordo con queste leggi?” Il 62% degli intervistati è favore delle suddette leggi restringenti, rispetto a un 30% sfavorevole. Una maggioranza schiacciante. Anche in questo caso, rispetto a quattro mesi prima, il balzo in favore del restringimento giuridico è di ben quattro punti. Estrapolando i dati di affiliazione partitica, anche in questo caso, si nota la preponderante presa di posizione dei repubblicani (73%) e il sorprendente 56% dei democratici. A fronte di tutto questo solamente il 20% dell’elettorato liberal è fortemente contrario alla messa fuori legge delle operazioni di cambio sesso per i minori.

Il concetto di libertà personale, come ben noto, è un caposaldo costituzionale ed esistenziale dell’americano medio e le istanze progressiste hanno portato al centro anche la questione del consenso genitoriale di fronte all’incedere dell’agenda gender entro le scuole. E’ sempre Rasmussen a offrirci una prospettiva disvelatrice. Al quesito “le scuole e gli insegnanti dovrebbero essere autorizzati a consigliare gli studenti sulla loro identità sessuale e di genere senza la conoscenza e il consenso dei genitori?”, il no prevale per il 60%. Anche in questo caso la doppia faccia dei liberal si svela: il 44% dei democratici è contraria. Pietra tombale finale sull’ipocrisia di un mondo che, ad ogni latitudine, è ancora convinto di una inconcepibile superiorità morale. Ci si chiede chi o cosa li abbia mai convinti. Complessi di inferiorità ed egemonia economico-culturale potrebbero giocare un ruolo decisivo. Restiamo in attesa di un sondaggio Rasmussen in merito.

Infine, è molto interessante il dato etnico-razziale in cui si evince che il 64% dei neri è nettamente contrario alla propaganda LGBTQ+ nelle scuole, a fronte di un esiguo 16% a favore. Il discorso cambia tra i bianchi in cui a fronte di un compatto 60% contrario, risulta essere più nutrita la componente favorevole: 26%.

Stiamo assistendo a un evidente cambio della pubblica opinione americana riguardo il transgenderismo. Difficile dire quanto questo irrigidimento possa durare, che il combinato disposto di wokeness e interessi economici, nel suo bulimico incedere, possa aver sortito un effetto imprevisto rientra nell’ordine naturale delle cose, rimane da capire come l’intero comparto neo-progressista radicale voglia riposizionarsi. Una cosa è certa: la realtà non è un film della Disney. Indipendentemente dalle favole che ci raccontano.

 

Articolo completo: Sorpresa, gli americani si sono stufati della propaganda Lgbt: ecco i dati che smascherano l’ipocrisia correct (ilprimatonazionale.it)

Dolomiti pride, nessun giudizio, ma semplici constatazioni.

Condividi su:

di Emilio Giuliana

 

Mantra degli attivisti gay (da non confondere con gli omosessuali) morte al patriarcato, causa di omofobia e discriminazione!

Per i gay, tra i riferimenti “scientifici” Sigmund Freud! Quest’ultimo così come il movimento gay non faceva mistero del proprio odio verso Cristo e la Chiesa Cattolica! Affiliato alla setta massonica B’nai B’rith, Sigmund Freud: << i nazisti non li temo. Il nemico è la religione, la Chiesa Cattolica>>.

Eppure, contrariamente all’odio vomitato dai gay contro il PADRE, Sigmund Freud, in quei pochi barlumi di onestà, esplicitò il suo pensiero preciso, in merito al ruolo “salvifico” del PADRE nelle società.

….Finché non avvenne il crollo del 4 novembre 1918, fu leale e fedele suddito dell’Impero austro-ungarico e della dinastia asburgica. Freud forse intuiva che la fine di quella Monarchia cattolica sovranazionale e paternalistica ma in fondo tollerante avrebbe costituito la causa di guai ben peggiori per gli uomini.

D’altronde la sua concezione del patriarcato come una forma di evoluzione rispetto alle precedenti “orde nomadi”, amori promiscui e civiltà matriarcali, gli faceva concepire la forma monarchica come la migliore, in quanto riproducente sulla più vasta scala dello Stato l’organizzazione paternalistica della famiglia. Così la figura di Francesco Giuseppe era quella tipica del Sovrano “padre” dei suoi popoli i quali nei suoi riguardi concepivano impulsi, magari “ambivalenti”, di natura filiale. Le società democratiche prive di autorità e gerarchia sono infatti quelle “primitivistiche” e selvagge. Infatti in “Totem e Tabù”, a proposito degli aborigeni dell’Australia, forse la razza più arretrata del mondo, Freud osserva: “Non riconoscono né Re né Capi: le decisioni sugli affari di interessi comuni spettano all’assemblea degli uomini maturi”. E: “E’ possibile che l’eredità per via materna sia dappertutto la forma originaria che sia stata sostituita da quella paterna soltanto in epoca successiva”.

La famiglia patriarcale fu infatti il risultato del superamento di quella ibrida istituzione matrimoniale che fu il “matrimonio di gruppo” che oggi vorrebbero reintrodurre alcuni esponenti degenerati della nostra sinistra intellettuale. Inoltre, per quanto ateo e per quanto non riesca a spiegare il fenomeno razionalmente, Freud ammette l’aristocrazia di un potere taumaturgico di tutti gli antichi Re, almeno fino a Carlo II d’Inghilterra, seppure limitato a determinate malattie come la scrofolosi.

Sigmund Freud: <<Non riesco a pensare a un bisogno nell’infanzia forte come il bisogno di protezione del padre>>!

Sigmund Freud : <<l’omosessualità è una mancata maturazione della sessualità>>!

STORIA DELLA DERUBRICAZIONE DELL’OMOSESSUALITA’ DAL DSM

Uno degli argomenti del movimento gay per affermare che l’omosessualità sarebbe “normale” è l’affermazione secondo la quale l’APA, nel 1973, ha cancellato l’omosessualità dal suo manuale diagnostico, il DSM (       Diagnostic and Statistic Manual); sulla scia di questa decisione, l’OMS ( Organizzazione Mondiale della Sanità) l’ha cancellata dal suo manuale diagnostico, l’ICD ( International Classification of Disease),nel 1991. Pochi però spiegano che questa decisione non è stato il frutto di un dibattito scientifico, ma di una operazione ideologica.

L’omosessualità fu derubricata dai manuali statistici grazie a una votazione “per corrispondenza” (5.816 voti a favore e 3.817 contro)! Il noto psichiatra Irving Bieber commentò la votazio­ne del 1973: «Non si può davvero sostene­re che la nuova posizione ufficiale riguardo l’omosessualità sia una vittoria della scienza. Non è ragionevole votare su questioni scien­tifiche come se si trattasse di mettere ai voti se la terra sia piatta o rotonda».

È interessante la posizione di Robert Spitzer, che nel 1973 era presidente della “Commissione Nomenclatura” dell’APA. Egli, in seguito a una ricerca compiuta nel 2001 e confermata nel 2003 sull’efficacia delle terapie riparativa, afferma di aver cambiato idea in merito alla possibilità di cambiamento dell’orien­tamento sessuale. In una dichiarazione rila­sciata al “Wall Street Journal” il 23 maggio 2001, egli afferma: «Nel 1973, opponendomi all’opinione prevalente dei miei colleghi, appoggiai la rimozione dell’omosessualità dalla lista ufficiale dei disordini mentali. Per questo motivo ottenni il rispetto dei liberals e della comunità gay, anche se ciò fece in­furiare molti dei miei colleghi[…]. Ora, nel 2001, ho mutato opinione e questo ha fat­to sì che venissi presentato come un nemico della comunità gay e così la pensano in molti all’interno della comunità psichiatrica e acca­demica. lo contesto la tesi secondo cui ogni desiderio di cambiamento dell’orientamento sessuale di un individuo è sempre il risulta­to della pressione sociale e mai il prodotto di una razionale motivazione personale…».

In sintesi: non si tratta in questa sede di sta­bilire se l’omosessualità sia o no una malat­tia, un disturbo o un disordine, se sia giusta una denominazione piuttosto che un’altra, ma di mettere in guardia dalle affermazioni totalizzanti di coloro che sostengono trion­falmente che l’omosessualità, in base ai crite­ri “scientifici” sanciti dal DSM, non è più una malattia. Il rischio di questa affermazione è che essa possa diventare una “giustificazione scientifica” per sostenere ulteriori manipola­zioni ideologiche.

 

articolo completo: Dolomiti pride, nessun giudizio, ma semplici constatazioni. (emiliogiuliana.com)

Corruzione Biden? Il documento esiste, ma l’FBI non lo consegna al Congresso

Condividi su:

di Federico Punzi

Il direttore Wray rischia l’accusa di oltraggio. Fonte “altamente credibile”, informazioni non smentite e indagine ancora in corso. Presunta tangente da uomo d’affari ucraino

Vi avevamo già parlato di un documento non classificato in possesso dell’FBI in cui è descritto per filo e per segno uno schema di corruzione pay to play (scambio di soldi per decisioni politiche) in cui sarebbe stato coinvolto l’attuale presidente Joe Biden, all’epoca dei fatti vicepresidente, con un cittadino straniero.

L’esistenza di questo documento, un modulo FD-1023 (quello che viene utilizzato per raccogliere le dichiarazioni di “fonti umane riservate”), era stata resa nota dal presidente della Commissione vigilanza della Camera, il Repubblicano James Comer, che aveva immediatamente emesso un mandato per obbligare l’FBI a fornire il documento al Congresso, anzi tutti gli FD-1023 che contenessero la parola “Biden” e relativi allegati.

Ma finora l’FBI si è rifiutata. Lunedì scorso il presidente Comer ha spiegato che sebbene l’FBI gli abbia mostrato il documento, tuttavia ha “nuovamente rifiutato” di consegnarlo, non rispettando quindi la citazione della Commissione. Ora, ha annunciato, “avvieremo il procedimento di oltraggio al Congresso” nei confronti del direttore dell’FBI Christopher Wray. Le udienze inizieranno già giovedì.

Informatore affidabile

L’FBI però ha confermato a Comer che (1) il documento, non classificato, secondo cui l’allora vicepresidente Biden era coinvolto in uno schema di corruzione da 5 milioni di dollari con un cittadino straniero, esiste; (2) la fonte delle informazioni è un informatore “altamente credibile”; (3) le sue affermazioni non sono state smentite e, anzi, l’indagine è ancora aperta, nonostante siano trascorsi tre anni.

“Oggi i funzionari dell’FBI hanno confermato che il documento non classificato non è stato smentito e che le informazioni in esso contenute sono attualmente utilizzate in un’indagine in corso”, ha affermato Comer. “La fonte umana confidenziale che ha fornito informazioni sull’allora vicepresidente Biden coinvolto in un piano di corruzione criminale è un informatore affidabile e altamente credibile, utilizzato dall’FBI per anni”.

“Data la gravità e la complessità delle accuse contenute in questo documento, il Congresso deve indagare ulteriormente“, ha dichiarato Comer, aggiungendo che “gli americani hanno perso la fiducia nella capacità dell’FBI di far rispettare la legge in modo imparziale e chiedono risposte, trasparenza e responsabilità. La Commissione deve seguire i fatti per il popolo americano e assicurarsi che il governo federale sia ritenuto responsabile”.

Denaro dall’Ucraina

Lo schema di corruzione riguarderebbe l’Ucraina, dove il figlio del presidente, Hunter Biden, aveva ottenuto nel 2014, mentre il padre era vicepresidente, un redditizio posto nel board di una importante società energetica, Burisma, ed è stato portato a conoscenza dell’FBI per la prima volta nel 2017, cioè all’inizio della presidenza Trump, ha spiegato lo stesso Comer al giornalista John Solomon.

“Sì, si tratta dell’Ucraina”, ha confermato Comer a Just the News: “Questo modulo 1023 coinvolge un uomo d’affari ucraino, che avrebbe inviato una tangente, una tangente sostanziosa all’allora vicepresidente Biden”.

Poi l’informatore, ritenuto affidabile e ben pagato dall’FBI, ha ribadito le sue affermazioni una seconda volta, e ancora una terza nel rapporto del giugno 2020.

Comer ha riferito che l’accusa principale è che un uomo d’affari ucraino avrebbe pagato 5 milioni di dollari alla famiglia Biden in cambio di una decisione politica degli Stati Uniti su cui Joe Biden poteva avere influenza.

Comer ha inoltre affermato di avere forti motivi per credere che l’FBI non abbia mai indagato adeguatamente su queste accuse, allo stesso modo in cui il Dipartimento del Tesoro di Obama non indagò quasi per nulla sulle segnalazioni di attività sospette associate a transazioni di Hunter Biden e soci.

 

Articolo completo: Corruzione Biden? Il documento esiste, ma l’FBI non lo consegna al Congresso (nicolaporro.it)

 

1 21 22 23 24 25 26 27 863