Madre Vendola, moralista capovolto – Marcello Veneziani

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di Marcello Veneziani

 

Era molesto il moralismo bacchettone delle vecchie zie e delle bigotte di una volta. Ma è insopportabile il moralismo delle nuove vecchie zie – mamme adottive grazie all’utero in affitto – che impartiscono lezioni morali, infliggono condanne, decidono censure a chi non la pensa e non vive come loro. E’ il caso di Nichi Vendola, apparso l’altro giorno in versione missionaria ai Caraibi nei soliti talk show della 7 a bacchettare “il plebeismo piccolo-borghese” che avrebbe preso piede col governo Meloni. Il suo predicozzo era rivolto innanzitutto a Ignazio La Russa, di cui chiedeva le dimissioni, naturalmente prima di appurare le ipotetiche responsabilità sue oltreché di suo figlio. Ma si estendeva a episodi, battute, intemperanze, peccati di parola, citazioni “sgarbate” e all’uso maldestro della parola da quando c’è la destra al governo. Gli episodi citati erano pretesti per una etno-censura ideologica.
Lo stile era quello delle vecchie zie bigotte di cui si diceva prima, ma la morale impartita era esattamente invertita: alla fine risulta immorale, agli occhi del nuovo presbitero dell’omo-religione, tutto ciò che fino a ieri era vita reale, senso comune, consuetudine storica e naturale. Ero lo stesso Vendola a dire che non voleva fare il moralista, per prevenire la netta percezione di chi lo ascoltava.
Conosco Nichi Vendola da quando era un ragazzo di Terlizzi, intratteniamo minimi ma civili rapporti, e pur agli antipodi del suo comunismo, lo considero una persona intelligente, sensibile, colta, animata in origine da una passione ideale. Confesso che lo preferivo comunista piuttosto che madre-coraggio dell’omoreligione, apostolo dell’infanzia e della maternità in affitto. E comunque non viene meno il rispetto, anche per i suoi affetti.
Trovo però allucinante che su quella scelta di vita, che non condivido affatto ma che rispetto, almeno fino a che non si abusa della vita altrui, si possa poi erigere un insopportabile moralismo, dando lezione agli altri, parlando da una posizione di superiorità. Traendo lo spunto da qualche parola greve, qualche giudizio affrettato, Vendola generalizza e delinea un’antropologia becera della gente di destra, come un’etnia protonazista e fascista.
Vorrei ricordargli che la realtà è esattamente invertita rispetto alla sua predica: non sta irrompendo una nuova, volgare protervia sessista e squadrista, favorita dall’avvento del governo Meloni, che viola la sua “morale” certificata come l’unica, sola, vera, degna morale. Ma perdura nella società quella visione della vita, della realtà, dei rapporti umani esattamente opposta alla sua che proviene dai nostri avi, le nostre famiglie, le nostre genti. Quel modo di essere, di vivere e pensare tramandato nel tempo, nutrito da una visione religiosa e dal senso comune, si chiama tradizione e forma nel bene e nel male la base della nostra civiltà. In quel grumo di riti, pratiche, pregiudizi, si annidano anche aspetti negativi, alcuni inaccettabili almeno ai nostri occhi; ma in quella civiltà, tra quei pregiudizi, fiorivano e in parte fioriscono modelli comunitari ed esempi di vita ammirevoli: dedizione alla famiglia, ai figli, ai vecchi e ai bambini, cura e premura, fede, rispetto e carità, spirito di comunità, senso del sacrificio, gioia di vivere insieme. C’era pure, è vero, un diffuso maschilismo patriarcale, un rifiuto dell’omosessualità e altre cose oggi inaccettabili. Magari in quella società uno come Vendola si sarebbe fatto prete…
Un conservatore non nasconde il lato b della società tradizionale, ma rispetta la civiltà e l’umanità da cui proviene e non solo perché onora la memoria storica e le generazioni che l’hanno preceduto, i suoi padri e le sue madri, ma perché ritiene che i pregi, le virtù, i legami di quel mondo fossero preferibili al cupio dissolvi della società nichilista, soggettivista, ego-omo-narcisista di cui è vescovo e matriarca Nichi Vendola. Meglio, di gran lunga, con tutti i suoi difetti, la morale tradizionale – magari aggiornata, rinnovata – che la società nichi/lista. Ora la società tradizionale e i conservatori che la difendono non possono essere ridotti alle caricature che ne fa Vendola.
Ciò detto, è legittimo che una parte della nostra società si riconosca invece nella predica e nella pratica di Vendola. La cultura e la politica dovrebbero essere i regni del confronto che prevede sia lo scontro, purché civile, sia l’incontro, cioè la mediazione.
Per essere rispettosi della realtà bisogna partire da ambo i versanti dall’umiltà di dire che nessuno ha la verità in tasca, non c’è da una parte il Bene assoluto e dall’altra il Male assoluto, viviamo in un mondo diviso; e valutando i pro e i contro, c’è chi si riconosce in una visione della vita e chi nell’altra, più infinite gradazioni intermedie.
Vendola, invece, come quasi tutti gli imam e i settari, ritiene di avere la verità nella sua testa e considera barbari, incivili, bestiali quelli che non si riconoscono nel suo nuovo catechismo. In altri tempi sarebbe stato un inquisitore, ne ha l’indole e la facondia. Applica lo stesso zelo fanatico alla sua causa e demonizza un diverso modo di vedere le cose e di stare al mondo. Per lui nulla contano secoli di civiltà con valori opposti ai suoi. Vendola si fabbrica una storia mistificata, ideologica, da cui risulta che la “morale” vigente è la sua e chi non vi si riconosce non è figlio legittimo e naturale di un’antica civiltà e di una millenaria tradizione ma è frutto barbarico di un nuovo squadrismo immoralista.
Poi, ricordandosi di essere stato comunista, innaffia il suo moralismo con il vecchio pauperismo; e cita gli immigrati sfruttati che raccolgono per due soldi i pomodori. Certo, loro non possono permettersi gli agi dei borghesi ma non potrebbero nemmeno affittare un utero e comprarsi un figlio; anzi rischiano di essere quelli che gli uteri e i figli li vendono ai benestanti o “figli di papà” di cui sopra. Meglio rossi, meglio neri, che anime morte.

La Verità – 23 luglio 2023

 

Articolo completo: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/madre-vendola-moralista-capovolto/

Perché il salario minimo non ha senso (spiegato facile)

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di Gabriele Fava

La proposta della sinistra, Schlein in testa, è inutile e ridondante. E gli effetti potrebbero rivelarsi un boomerang

Al centro del dibattito ormai da alcuni mesi, la proposta di legge volta all’introduzione nel nostro Paese del salario minimo, sembrerebbe non considerare assolutamente le moltissime variabili di un mercato così complesso come quello del lavoro.

La Direttiva Ue, relativa a salari minimi adeguati nell’Unione europea, non ha previsto, come si vorrebbe far credere, un obbligo di introduzione del salario minimo nei Paesi che ancora non lo prevedono ma impone agli Stati membri in cui la copertura della contrattazione collettiva non raggiunga almeno il 80% dei lavoratori, di prevedere un quadro per la contrattazione collettiva e di istituire un piano d’azione per promuoverla per garantire che i salari minimi siano fissati ad un livello adeguato.

L’Italia è fra i Paesi europei con la più alta copertura contrattuale, già oggi superiore a quanto la direttiva in discussione indica come obiettivo per il futuro.

Nel nostro paese minimi salariali sono già previsti dalla contrattazione collettiva in coerenza con il dettato costituzionale (art. 41).

Ci sembra davvero necessario introdurre un salario minimo per legge? Andando a demandare completamente quello che è il ruolo del Sindacato e Corpi intermedi nonché della contrattazione collettiva?

La Costituzione stabilisce che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro”. Gli stessi padri costituenti hanno dunque chiarito che le variabili sono: la qualità e la quantità del lavoro svolto; lasciando poi il mercato libero di stabilire tale minimo salariale tramite la contrattazione collettiva.

Nessun settore in Italia risulta sprovvisto di contratto collettivo. In Italia in passato gli stessi sindacati si erano mostrati contrari a una misura di tal genere.

Per approfondire

Ciò in quanto una legge che impone un minimo legale va – inevitabilmente – a contrastare con la libertà negoziale che i medesimi sindacati hanno sempre voluto e preteso. Senza contare che, nella maggior parte dei contratti vigenti, il minimo salariale è di gran lunga superiore al minimo proposto di 9 euro lordi all’ora. È evidente quindi che la soglia minima di 9 euro lordi all’ora fissata per legge porterebbe ad uno schiacciamento salariale al ribasso dei salari medi. A conferma di ciò, il CCNL dei rider, siglato da Assodelivery, stabilisce un compenso di 10 euro lordi all’ora, una somma, quindi, più alta rispetto a quanto previsto con il salario minimo.

Una misura del genere avrebbe quale unica conseguenza l’aumento del tasso di disoccupazione, l’incentivazione del ricorso al lavoro irregolare nonché il rischio che molte attività marginali svolte dalle imprese italiane possano cessare per far fronte all’aumento di costi quale diretta conseguenza dell’introduzione del salario minimo legale.

L’introduzione di un salario minimo legale potrebbe avere poi quale effetto diretto un aumento dell’inflazione: infatti, non appare remota la possibilità che le imprese riversino i maggiori costi del lavoro sui consumatori, determinando un aumento dei prezzi ulteriore rispetto a quello che già si è già di recente verificato. Quindi a ben vedere, il salario minimo, qualora venisse introdotto, finirebbe per danneggiare proprio coloro che si propone di aiutare, ovvero i lavoratori stessi.

Senza contare che, al fine di introdurre un salario minimo il più possibile congruo, occorrerebbe ex ante porre in essere una analisi dell’effettivo costo della vita in Italia, analisi che non potrebbe non tenere conto dell’estremo divario che sussiste tra il Nord e il Sud Italia.

La conclusione porta inevitabilmente alla conferma della inutilità e/o ridondanza del fantomatico salario minimo, soprattutto alla luce del fatto che le proposte sul tavolo rischiano di creare un sistema che, benché sembri incentrato su principi di uguaglianza, finirebbe per garantire i lavoratori solo dal punto di vista formale ma non sostanziale.

Gabriele Fava, 19 luglio 2023

 

Articolo completo: https://www.nicolaporro.it/perche-il-salario-minimo-non-ha-senso-spiegato-facile/

 

 

 

 

 

 

 

The sound of freedom: perché Hollywood non vuole che lo guardiate

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di Valerio Savioli

 

OCCORRE MANDARE UN SEGNALE ALL’ATTUALE INDUSTRIA DELLO SPETTACOLO, DISTRARSI DALLA MELMA DI GUANO IPER-POLITICAMENTE CORRETTA E INTRISA DI OGNI VENATURA CANGIANTE DI CANCEL CULTURE PROPINATA DA HOLLYWOOD & CO

Guardare The sound of freedom è cosa buona e giusta e lo è per mandare un segnale nei confronti dell’attuale industria dello spettacolo, ma anche per distrarsi dalla melma di guano iper-politicamente corretta e intrisa di ogni venatura cangiante di Cancel culture propinata da Hollywood & co.

È notizia di questi giorni che la pellicola, uscita in USA non casualmente il quattro luglio (Independence Day), con quasi quattro milioni di spettatori stia registrando incassi record, umiliando all’esordio, i blockbuster dai budget astronomici come Indiana Jones and the Dial of Destiny, Spider-Man: Across the Spider-Verse e Transformers: Rise of the Beasts e Elemental, quest’ultimo di Pixar e Disney.

Una soddisfazione nella soddisfazione.

Certo, ci vuole fegato per guardare un film del genere, una volta terminato desidererete fare di tutto per riportare la vostra coscienza all’ordinarietà della vostra quotidianità e convincervi che quello che avete visto sia tutto frutto di fantasia, in verità, The Sound of Freedom non porta sul grande schermo un episodio storico che, per la sua lontananza temporale potremmo considerare archiviato, ma sbatte in faccia allo spettatore la cruda realtà di quanto accade quotidianamente. Non sarete più quelli di prima.

La trama di una storia vera

La trama è, tutto sommato, semplice e lineare sebbene col passare dei minuti si stratifichi sempre più. Il film esordisce raccontando la storia di un padre onduregno che viene indotto da una prominente figura femminile, la quale si dice essere rappresentante di un’agenzia di giovani talenti capace di garantire ai piccoli un futuro radioso nel mondo dello spettacolo.

L’offerta sinistramente seducente – perché il male tenta lì dove si è più fragili – propinata da una donna, ben conscia del destino di quei piccoli, ferisce lo spettatore nel profondo delle sue (residue) certezze attuali.

Purtroppo, l’esca funziona alla perfezione, anche facendo leva sui due fratellini – spiccano, in particolar modo in questo film gli occhi e in questo frammento sono quelli della sorellina a sognarsi star – il genitore capirà troppo tardi di aver offerto su un piatto d’argento i suoi piccoli al peggiore dei destini possibili: l’agenzia, infatti, risulta essere una copertura per trafficanti di bambini.

Qui entra in gioco l’agente Tim Ballard, impersonato dall’eccellente Jim Caviezel, già noto per aver recitato ne La Passione di Mel Gibson (e vedrete quanti fili si ricongiungono man mano). È con Ballard, agente speciale del Department of Homeland Security, che la pellicola comincia a tratteggiare le varie sfumature di bene e male, di giusto e sbagliato.

Balza subito all’occhio quanto sia potenzialmente distruttivo per Ballard – e lo sarebbe per chiunque – combattere il traffico di piccoli innocenti e lo sforzo interiore è uno dei pilastri simbolici.

È visivamente eloquente una delle scene iniziali in cui all’agente viene chiesto di esaminare le VHS in cui sono registrati violenze perpetrate ai danni di bambini, di cui uno di appena tre anni.

“Hanno abusato dei ragazzi fino a quando i loro corpi non sono stati spezzati”, questo nelle parole e soprattutto negli occhi – resi brutalmente veri dalla recitazione di Caviezel – di Ballard, il quale distrutto da quelle scene avverte la necessità atavica di rientrare in contatto con qualcosa di sano: la sua numerosa famiglia (nella vita reale ha nove figli, di cui due cinesi adottati).

In quel contesto di compensazione riequilibratoria che tanto evoca la vestizione delle armi di omerica memoria, Ballard abbraccia (anche) simbolicamente i suoi figli per poi venire consolato dalla moglie Katherine, la cui sottile ma implacabile presenza simboleggia l’armatura imprescindibile che il protagonista deve indossare nei confronti del putridume che lo attende, la stessa Katherine che nella realtà sarà colei che incoraggerà Ballard a lasciare l’incarico di agente speciale e dedicarsi, anima e corpo, ma come privato a combattere il traffico di minori.

 

Contro il relativismo imperante: la necessità del ritorno delle categorie di male e di bene

Immergersi in tutto quell’orrore, fronteggiare il lato oscuro e incrociare lo sguardo del distillato più puro del male – un impatto paragonabile al PTSD, il disturbo da stress post-traumatico reperibile nei veterani di guerra – può provocare due reazioni contrapposte: o quella di desistere, ed è il caso del collega di Ballard, o farne una questione di principio e ripudiare indefessamente la complice indifferenza e questa, come immaginerete, è la storia di Ballard che trovandosi al cospetto di tutto quel che di più bieco ci si possa immaginare, affronta lo scontro senza che egli a sua volta si tramuti in malvagio.

Uno dei passaggi più potenti dell’intero film è racchiuso in un passaggio di rara intensità spirituale: alla domanda “Tim, perché fai tutto questo?” il protagonista risponde “Perché i figli di Dio non sono in vendita.”

L’elefante nella stanza

Il film è quindi basato sulla storia vera dell’agente Tim Ballard, i fatti, tra cui alcuni secondi di autentici rapimenti catturati dalle telecamere di sicurezza, ricostruiti nella pellicola non sono frutto dell’immaginazione ma è quanto accade ogni giorno, un brutale risveglio per chi si crogiola quotidianamente nel soporifero e indottrinante circo di consumi indotti e non si cura più di tanto dell’esistenza del male.

Il volto di Ballard, dopo aver lavorato sotto copertura per più di un decennio ed essendo ormai diventato noto a livello planetario, non è più spendibile per le delicate operazioni a cui si era prestato e, dopo aver lasciato il suo storico impiego, l’ex agente nel 2013 ha fondato O.U.R. (Operation Underground Railroad) che annovera tra i donatori maggiori anche Tony Robbins. L’organizzazione è stata coinvolta in ben 4.000 operazioni che hanno portato 6.500 arresti.

Tutta quell’attenzione ha attirato l’attore e produttore messicano Eduardo Verástegui, che ha voluto fortemente trasformare la storia eroica di Ballard in un film.

 

Uno sponsor d’eccezione e un elemento ancora più scomodo: Mel Gibson e la fede

Una delle voci che più si è spesa attraverso i social per la promozione di Sound of Freedom è quella del celebre attore Mel Gibson: “Uno dei problemi più disturbanti nel mondo di oggi è il traffico umano e nello specifico il traffico di bambini. I bambini sono il nostro futuro. Ora, il primo passo per eradicare questo crimine è la consapevolezza. Andate a vedere Sound of Freedom.

Mel Gibson cadde – o meglio fu gettato – nel dimenticatoio nel 2006 a causa di alcune note inveterate, con tutta probabilità alterate dai fumi dell’alcol, ma con assoluta certezza dell’evidenza in base alle conseguenze che ne sono seguite per l’attore, dirette contro il vero potere, ossia quello che non devi osare criticare.

 

 

Inoltre, in questi giorni è tornata popolare una clip del 1998 in cui lo stesso Gibson tocca i tasti evidentemente proibiti di quel mondo dello spettacolo su cui tanto si specula; l’attore esordisce sostenendo di avere avuto “strani sospetti paranoici su Hollywood quando è arrivato. Poi pensai, no, mi sbagliavo. È un pensiero folle. Sono solo paranoico. Ho immaginato quella roba. Non potrebbe essere questo il motivo per cui il tal dei tali si comportava così, vero? E poi scopri più tardi che eri esattamente sulla buona strada con molte di queste cose che alcuni dei tuoi peggiori incubi erano reali in quel momento, e pensi…”. La faccia dell’attore si esibisce in una smorfia di shock.

A Mel Gibson è direttamente collegato Jim Caviezel che dopo aver recitato ne La Passione di Cristo, tornerà a recitare nei panni di Gesù Cristo ne La Resurrezione, la cui produzione è attesa per fine anno o al massimo per il 2024.

E qui c’è un altro aspetto interessante dei tre protagonisti della nostra storia: hanno tutti la fede e sono tutti cristiani; nello specifico Mel Gibson e Jim Caviezel, cattolici. L’afflato spirituale gioca un ruolo fondamentale e il protagonista non ne fa mistero nel film e anzi, ritiene che sia proprio la fede stessa a dargli la forza per perseverare e combattere il male attraverso gli strumenti del bene.

L’esatto opposto degli eroi hollywoodiani che per sconfiggere il male si sentono in diritto di avvalersi del lato oscuro. Una curiosa via d’uscita per giustificare l’essere malvagi.

 

Le porte chiuse di Disney & co. Business is Business non è una regola sempre valida 

Secondo The Blaze le riprese del film erano terminate nel 2018 ma la Disney (un tempo sembrava avesse a cuore i più piccoli), che aveva reperito il materiale dalla 20th Century Fox, decise di non distribuire e parcheggiare momentaneamente (shelved) la pellicola che fui poi acquistata dalla Angel Studios di Ohio.

Oltre alla Disney tante altre porte sono state chiuse alla pellicola, come ha ricordato in un’intervista l’attore e produttore Eduardo Verástegui: “Molte porte ci sono state chiuse in questi anni; Disney, Netflix, Amazon e altre case di distribuzione hanno detto ‘no, questo film non fa per noi, non è un buon affare, nessuno vedrà un film sul traffico di bambini”.

Ci sono comunque voluti anni per trovare chi si occupasse della distribuzione, ossia l’Angel Studio, a cui va anche il merito di aver pubblicato il film.

Per non farci mancare nulla, anche Verástegui ha quel curriculum perfetto a renderlo inviso, per usare un altro eufemismo, a Hollywood e all’intero sistema politicamente corretto, prodigandosi da anni, in America Latina, per conto dei movimenti pro-vita (pro-life), alla fine del 2019 ha girato tutto il Messico per promuovere la versione spagnola di Unplanned.

Ad oggi The Sound of Freedom è campione d’incassi al botteghino. Sicuramente non un buon affare, un ottimo affare, soprattutto se si considera che sia stato proiettato in sole 2.600 sale, riuscendo a superare Indiana Jones che invece è stato proiettato in 4.600 sale il giorno dell’esordio. Il primo giorno il film ha incassato 14 milioni di dollari, mentre il film Disney con Harrison Ford ne ha incassati 11.

Un successo clamoroso che ha appena cominciato il suo percorso: ci sarà infatti un sequel, in cui ritroveremo Tim Ballard impersonato da Jim Caviezel e sarà ambientato ad Haiti.

 

Che cos’è l’economia della pedofilia. Alcuni (impressionanti) dati: Stati Uniti in testa alla classifica

È interessante cominciare con le dichiarazioni di Ballard in merito al poroso, per usare un eufemismo, confine tra USA e Messico: “Ho trascorso 10 anni su 12 al confine meridionale e per sapere cosa sta succedendo, devi capire l’economia della pedofilia. Gli Stati Uniti sono il consumatore numero uno al mondo di video di stupri infantili. Ora siamo tra i primi uno o due per la produzione. Una volta era [un fenomeno] più diffuso all’estero.” Dichiarazioni a dir poco scottanti che devono aver infastidito qualcuno.

Gli atroci video che Ballard ha dovuto visionare come agente hanno avuto un incremento, solamente negli ultimi due anni, del 5000%. E ancora una volta fanno rabbrividire le parole di chi quell’orrore l’ha visto coi suoi occhi, ossia il nostro agente Ballard, il quale dopo aver enfatizzato sulla sorprendete quantità di pedofili e sul materiale (Ballard parla di milioni di pedofili, gran parte di questi dall’aspetto completamente insospettabile, un mercato di altrettante foto e video) che vengono sequestrati ha sostenuto: “la prima persona che vedete arrestare nel film è una persona vera, a lui sono state sequestrate due milioni [tra foto e video] a casa sua… essere messi di fronte a milioni di persone che si vogliono sbizzarrire a guardare bambini di cinque anni violentati sessualmente… guardare il corpo di quei bambini spezzarsi nell’atto della violenza sessuale, in situazioni che la tua mente non potrebbe mai evocare, nemmeno se ci provi ma è così vero da cambiare la tua vita per sempre. Dico spesso alle persone che mi sembra di avere un milione di buchi neri nel cervello, perché ho dovuto vedere migliaia di ore di quel materiale. Gli occhi di Jim Caviezel che vedete nella scena iniziale, sono stati i miei per dieci anni.”

Ma accenniamo ad alcune cifre: il giro d’affari della tratta minorile globale ammonterebbe a circa 150 miliardi di dollari e i bambini coinvolti sarebbero milioni di cui – ci teniamo a ribadirlo – il mercato con la domanda più elevata è quello americano, paese dal quale arriva anche la notizia, sollevata dai senatori repubblicani Marsha Blackburn e Josh Hawley della sparizione nel nulla di 85.000 immigrati minorenni solamente negli ultimi due anni.

Perché una dosa di cocaina la si può vendere una sola volta, mentre un bambino è vendibile dalle cinque alle dieci volte al giorno. Per dieci anni.

 

Una storia altrettanto vera: l’inquietante reazione dei media liberal

Se c’è una cosa che provoca sconcerto, di fronte al successo di The Sound of Freedom, è la reazione compatta del comparto mediatico liberal – progressista. Una viscida operazione di screditamento ed etichettatura che rappresenta la vera medaglia per tutti coloro che hanno reso possibile questo film.

Il progressista The Guardian ha definito il film “un thriller vicino a QAnon”, mentre Jezebel ha fatto anche di peggio etichettandolo come un “fantasy anti-tratta adatto a QAnon”.

La versione di Rolling Stone, rivista patinata e ultra-liberal passa direttamente all’offesa e parla di un “film di supereroi per papà con i vermi cerebrali”. Il giornalista Mike Rothschild (sic!) ha dichiarato alla CNN: “Questi tipi di film sono creati da panico morale… ‘Sound of Freedom’ in particolare sta esaminando i concetti QAnon di questi giri di traffico di bambini”.

La stessa Rolling Stone che, come si evince da uno sconcertante articolo di marzo scorso riportato da NPR, tramite la manina dell’editor in chief Noah Shachtman avrebbe depennato, da un articolo a firma di Tatiana Siegel, le vere motivazioni dietro un raid dell’FBI ai danni del celebre giornalista James Gordon Meek. La Siegel, infatti, si sarebbe vista rimuovere dal suo articolo la natura dell’investigazione ai danni del noto giornalista: pornografia minorile.

Di fronte a tutto questo la risposta di Ballard non si è fatta attendere e infastidito ha dovuto specificare: “Questo film non è stato progettato per essere politico. Sound of Freedom è un messaggio sulla protezione dei bambini dai cartelli del traffico di bambini”. E ancora: “Non posso spiegare, e nemmeno loro. In ogni spettacolo che ho visto, a loro piace solo buttare fuori la parola, ‘QAnon’. Non fanno alcun collegamento con la storia vera. È molto difficile stabilire questa connessione quando in realtà è basata su una storia vera.” E infine: “[…] Questa è solo un’altra agenda… chi vorrebbe interferire con pedofili e trafficanti di esseri umani? Questa è la domanda più importante in tutto questo. Perché mentire per promuovere un’agenda il cui obiettivo è tenere i bambini in cattività? È [una cosa] malata.”

Capito?! Una produzione cinematografica capace di mostrare il vero volto dell’oscena e immensa tratta dei minori, secondo i media politicamente corretti sarebbe frutto della paranoia tipicamente destrorsa (con tutto l’assortimento di aggettivi che vi viene in mente) la quale, in preda alla sua proverbiale ossessione e alla intrinseca e naturale propensione nei confronti del cosiddetto complottismo, avrebbe attinto a piene mani dalla narrazione di QAnon (e similare); il richiamo polemico allo scandalo Pizza Gate sembra evidente, mentre sullo scandalo Epstein e relativa isola privata frequentata dalla crème dell’intrattenimento e non solo, chissà se si saprà mai la verità.

 

Che dire poi dell’emittente televisiva CBS che nel 2014 applaudiva il lavoro di Tim Ballard e della U.O.R. (poi ripreso dal film) contro il traffico di bambini. A distanza di dieci anni gli stessi media definiscono “paranoico” il film ispirato al suo lavoro.

Altrettanto palese è il tentativo di quel processo già in atto da decenni, ossia la normalizzazione della pedofilia: se abbiamo avuto modo di scrivere tante volte in merito agli eventi Drag Queen nelle scuole americane e alla sessualizzazione dei minori: su quest’ultima pratica va menzionata la scena del film in cui i bambini adescati vengono truccati e imbellettati, impossibile non pensare a Cuties, pellicola al centro di un’aspra polemica sulla sessualizzazione dei più piccoli e indovinate da che parte stavano i professionisti dell’informazione?

 

 

Il tentativo di cambiare la percezione generale del pedofilo, termine considerato “eccessivamente stigmatizzante”, ha recentemente portato ad altre sconcertanti proposte di iniziative linguistico-cognitive come quelle di definirlo M.A.P, ossia persona attratta da minori, con lo scopo di desensibilizzare l’opinione pubblica rispetto all’odioso fenomeno. Va ad Allyn Walker il merito di aver diffuso il termine, grazie al suo testo A Long, Dark Shadow. Minor-attracted people and their Pursuit of Dignity.

Tutto questo, senza menzionare lo scontro sulle pratiche di transizione sessuale dei minori (chi voglia sprofondare nell’orrore di questa pratica cerchi, tra le tante, la storia di Chloe Cole), spesso incoraggiate dalle scuole e con l’ambiguo ruolo dello Stato, sempre e solo nel nome della santa inclusività.

Insomma, se tutto questo mondo non vuole che si guardi The Sound of Freedom, allora guardarlo è assolutamente doveroso.

Questi sono giorni in cui tutta la produzione del film è sotto la luce dei riflettori ma, tra le tante dichiarazioni, ce n’è una dello stesso Caviezel che aiuta a collegare i puntini: “Ovviamente, voi capirete il contenuto del film. Una volta che il mondo vedrà questo film, una volta che le persone vedranno le navi che trasportano i bambini avanti e indietro… non ci sono altri film come questo. La nostra industria [dell’intrattenimento] non può produrre un film del genere al momento, per la ragione che troppe persone sono coinvolte [nel traffico minorile] in tutto il mondo e molte di loro sono famosissime.”

Attori, comparse e finali già scritti: la verità ha sempre un prezzo

Siamo immersi nella Società dello Spettacolo, un presente ribaltato che pretende ci si batta contro quella schiavitù che ormai la storia ha definitivamente archiviato e che si chiudano gli occhi su quella schiavitù ancora vergognosamente in essere, un tempo svuotato nella sua proiezione, fissato nell’unica miseria possibile, quella del presente sostanzialmente repellente a qualsivoglia valore condiviso, una comoda vacuità in cui sono le star della dissoluzione in stile Kardashian e tutte le relative filiazioni mostruose ad essere idolatrati e seguite da milioni di persone (?), di cui il 99% non è e soprattutto non ha nessuna intenzione di venire a conoscenza di questa orrenda tratta e di personalità come Tim Ballard.

Ed è nauseante nella sua tranquillizzante ridondanza la massima di Bertold Brecht “sventurata la terra che ha bisogno d’eroi, vero velo di Maya di un’epoca che ne avrebbe invece disperata necessità.

Con tutta probabilità, maneggiando con la massima cura possibile religione e psicologia, è solo guardando negli occhi il male e affrontandone il lacerante peso che si acquisisce il senso ultimo dell’esistenza e del suo scopo.

Scrollarsi di dosso il comodo torpore allucinatorio è quindi una questione di credo, coraggio e volontà, per tutto il resto The Show Must go On.

 

Articolo completo: “The Sound of Freedom”: Tutto sul film che Hollywood non vuole che guardiate – informazionecattolica.it

 

Beatrice Venezi sistema i miserabili

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di Raffaele Amato

 

Beatrice Venezi sistema i miserabili – L’Inquisizione antifascista è sempre attiva e non si lascia sfuggire occasione per tentare di mettere a tacere le voci libere.

Uno dei suoi nuovi obiettivi è Beatrice Venezi, direttore d’orchestra e pianista di altissimo livello oltre che, cosa gravissima, consigliere del Ministero della Cultura del governo Meloni.

Per di più la musicista ha rifilato un sonoro schiaffone agli sceriffi del politicamente corretto quando ha dichiarato di voler essere chiamata “direttore” piuttosto che “direttrice” d’orchestra. Era il 2021, ma pare che la Boldrini stia riprendendosi soltanto adesso.

I motivi abbondano

Insomma, i motivi per far schiumare di rabbia i neopartigiani in servizio permanente effettivo abbondano.

E così una decina di manifestanti l’ha contestata lo scorso aprile a Limoges, cantando Bella Ciao e Bandiera rossa – quest’ultimo, noto inno di tolleranza, di pace e di amore -.

In seguito alcune associazioni antifasciste hanno chiesto al sindaco di Nizza di annullare un suo concerto, previsto per il prossimo Capodanno.

Monumentale la replica della Venezi: “Il talento non si inchinerà mai davanti a dei miserabili”.

Potevano restare inattivi i compañeros di casa nostra, già inviperiti per il governo meloniano? Giammai!

Celebrazioni pucciniane

Ecco quindi scattare le bande – non musicali – dei partigiani del terzo millennio, direzione le celebrazioni pucciniane iniziate a Lucca, in piazza Napoleone, lo scorso 11 luglio, con un concerto dell’orchestra Carlo Felice di Genova diretta da Venezi.

Con eroismo degno di tal nobile causa, il sindaco di Viareggio, Giorgio Del Ghingaro, ha annunciato il proprio forfait, motivandolo con la presenza nel programma dell’Inno a Roma, evidentemente pericolosissimo per la democrazia.

L’inno fu scritto da Puccini nel 1919, quindi ben prima del regime mussoliniano, ma durante questo fu abbondantemente eseguito e divenne successivamente una delle colonne sonore delle manifestazioni del MSI.

Sacrilegio, quindi!

Per i benpensanti che hanno chiesto alla Venezi di non suonarlo, ecco la risposta:” L’ho sempre eseguito e continuerò a farlo. Stiamo facendo una guerra all’intenzione di Puccini. I tedeschi allora cosa dovrebbero fare con la musica di Wagner? Mi sembra che loro abbiano fatto pace con la loro memoria storica. Puccini lo scrive nel 1919, è un inno patriottico. Continuare a leggere queste cose sotto un profilo ideologico lo trovo vetusto e superato”.

Insuperabile Beatrice

Insomma, un’artista ma anche una donna straordinaria, che non si lascia intimidire e non le manda a dire. Ce ne vorrebbero tante di Beatrice Venezi.

E sarebbe il caso che tanti esponenti di questo centrodestra tremebondo, di questo centrodestra fatto di troppi don Abbondio, imparassero da lei come si risponde all’arroganza e al sopruso.  Ci piace particolarmente la risposta data ai miserabili di Nizza.

Ci piace l’uso di quel termine, “miserabili”, che identifica ottimamente e senza ipocrisie gli appartenenti a quel mondo, che pretende di essere il solo custode del bene e di annullare gli altri. Miserabili e ignoranti, incapaci di capire l’arte, la cultura, la bellezza, il pensiero. Capaci solo di odiare.

Miserabili.

Raffaele Amato

 

Articolo completo:Beatrice Venezi sistema i miserabili – (2dipicche.news)

L’Assedio dell’Alcàzar di Toledo

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di Matteto Castagna

 

L’uomo della modernità ha perso la Fede e non riconosce più la figura dell’eroe. Mentre nel mondo classico quest’ultima nutriva grande rispetto, se non venerazione, per la sua audacia nel compiere il bene, guidata da una sua fede nella benevolenza degli dèi, in epoca cristiana trovò nei Santi, martiri per la Fede in Gesù Cristo, il suo modello d’eroe da imitare. L’eroe della tradizione combatteva per il prossimo senza un secondo fine. Era il popolo che gli attribuiva la gloria conforme all’azione compiuta. Il cristiano rifuggiva la gloria che gli aumentava l’orgoglio, accrescendo, così, con l’umiltà, il suo spirito eroico.

Come ha detto il fisico Sheldon Cooper: “Il vero eroe non cerca l’adulazione, combatte per la verità e la giustizia solo perché quella è la sua natura”. Oggi gli ideali seguiti dagli “eroi” contemporanei sono tremendamente distorti rispetto all’antichità: tutto si fa, spesso, per fini economici ed encomiastici; eppure, anche se ci sono soggetti come loro, ciò non vuol dire che non si possa scorgere traccia di eroicità in coloro che combattono per una giusta causa.

E’ il caso dello spagnolo José Moscardó Ituarte. Egli nacque a Madrid il 26 Ottobre del 1878, nel periodo del declino dell’Impero di Madrid. Venne descritto come uomo molto religioso e risoluto. Le truppe al suo comando, ad ogni pausa delle battaglie, si raccoglievano in preghiera, si confessavano e assistevano alla Santa Messa celebrata da uno dei diversi cappellani militari.

Il 21 Luglio 1936, a quattro giorni dallo scoppio della Guerra Civile, iniziò l’assedio dell’Alcazar (dall’arabo al-qasr, fortezza) di Toledo, città sotto il comando di Ituarte, che disponeva di un migliaio di soldati e di qualche centinaio di civili per difendere il suo territorio. Il 23 Luglio, le forze armate Repubblicane riuscirono a catturare il figlio di Ituarte, Luis Moscardò, minacciando di fucilarlo, se Josè non si fosse arreso.

Così, egli disse al figlio: “raccomanda la tua anima a Dio, grida “¡Viva España!” e muori con onore”. Luis, con grande compostezza e lo sguardo fiero, si fece fucilare da eroe. La battaglia continuava, i bombardamenti pure, le morti si intensificavano ma all’Alcazar si resisteva. Le truppe repubblicane non riuscivano a sfondare, nonostante i loro ottomila uomini.

 

L’assedio dell’Alcazar di Toledo fu uno dei momenti più unici della guerra civile spagnola. Durante la rivolta dei generali in diverse città, vi furono rastrellamenti da parte dei comunisti e dei repubblicani che colpirono i monarchici, falangisti, militari, clero, e guardia civil, comprese le famiglie. A Toledo il colonnello Moscardò concentrò la guardia civil, i cadetti e un certo numero di falangisti, con oltre 500 civili, nella vecchia fortezza dell’Alcazar e, spinto da una fede eroica riuscì a resistere fino allo stremo delle forze. Il 22 agosto un SM-81 dell’Aviazione legionaria (ossia italiano) sorvolò l’Alcazar e lanciò degli involti contenenti viveri e volantini con scritto: “L’esercito saluta i prodi difensori dell’Alcazar. Stiamo marciando in vostro aiuto. Le nostre colonne avanzano rompendo ogni resistenza. Viva gli eroici difensori delll’Alcazar! Arrìba España ! Il comandante dell’Armata Africa, generale Francisco Franco”.

Franco, infatti, a capo dell’esercito nazionalista, deviò verso Toledo, mise in fuga i repubblicani e interruppe l’assedio, ricongiungendosi con le truppe di Moscardò. Vittoria!

Salutati i difensori, Franco si rivolse ai giornalisti presenti. «Adesso la guerra è vinta» dichiarò. «La liberazione dell’Alcázar è stata la vittoria più importante della mia vita». Tre giorni dopo, Franco veniva nominato capo del governo e capo dello Stato spagnolo, nonché generalissimo delle forze armate di terra, di mare e dell’aria. Il mito del «Caudillo» sorgeva fra le rovine della ormai celebre fortezza, che all’insaputa degli indomiti belligeranti legittimisti e controrivoluzionari spagnoli, veniva raccontata, giorno dopo giorno, come un’eroica impresa, ai limiti del romanzo epico, dai mezzi di informazione.

 

Altri orrori Lgbt, “Stiamo arrivando per i tuoi bambini”: l’inquietante canto al NY Pride (Video)

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di Valerio Savioli

 

Roma, 3 ug — Il pride month è finalmente terminato; per tutta la durata del mese dedicato all’orgoglio arcobalenico in occidente abbiamo assistito alle solite parate colorate e all’ormai collaudata presa di posizione cromatica delle principali multinazionali. Un coro che canta più o meno all’unisono ma dal quale qualche voce, o qualche strofa, stona più delle altre: “We’re Here, We’re Queer, We’re Coming For Your Children”. “Siamo qui, siamo queer, stiamo arrivando per i tuoi bambini”.

“Stiamo arrivando per i tuoi bambini”: al NY Pride non potevano essere più chiari

Questo il canto filmato in una clip dal giornalista e inviato Tim Cast, già noto per una serie di importanti reportage tra cui quelli provenienti dai prodigi della Scandinavia multiculturale e soprattutto da quella Svezia, sogno bagnato dei progressisti nostrani, capace di stare sul podio delle nazioni con più stupri al mondo.

Ma torniamo all’argomento principale di questo scritto, i 21 secondi filmati da Tim Cast sono già stati visti da più di cinque milioni di persone. Nel breve video, effettuato durante la parata di New York del 24 giugno tenutasi in occasione dell’anniversario dei moti di Stonewall del 1969, data a cui si fa risalire la nascita del movimento di liberazione gay, si può chiaramente sentire scandito il canto dei manifestanti: “We’re Here, We’re Queer, We’re Coming For Your Children”. La notizia è stata ripresa da NBC e da altri media mainstream, con il tentativo di minimizzare l’episodio, uno sforzo però malriuscito.

“Solo” parole?

NBC, ad esempio, ha contattato Brian Griffin, il cui nome d’arte da drag queen è Harmonie Moore, l’originale organizzatore della NYC Drag March, il quale però, con una certa spavalderia, tra una battuta sui peli pubici e sex toys rincara la dose andando apparentemente fiero di quanto lui stesso ha cantato in passato in altri pride: “Uccidi, uccidi, uccidi, veniamo a uccidere il sindaco” e ancora: “Le persone alla Drag March cantano regolarmente ‘Dio è lesbica. Sono solo parole’, è tutto presentato per soddisfare i loro peggiori stereotipi su di noi.”

Già, solo innocenti parole e sottili provocazioni utilizzate nei confronti dei cattivoni reazionari, minacce di morte incluse, che però, come lo stesso Griffin sostiene, pensate come pungolo per controbattere certi stereotipi affibbiati alla comunità LGBT, guarda caso gli stessi stereotipi di cui si lagnano ritenendoli infondati e… stereotipizzanti!

Quelli del Pride convertiranno i tuoi bambini… ma solo per scherzo

Ma veniamo al canto in oggetto, quello che la folla festosa newyorchese intona gaiamente con quelle parole per nulla inquietanti: “Siamo qui, siamo queer, stiamo arrivando per i tuoi figli”: non si può non ricordare quando il San Francisco Gay Mens Chorus pubblicò una canzone nel luglio 2021 canticchiando che “convertiremo i tuoi figli” e che quella era “l’agenda gay”; nello specifico: “Convertiremo i tuoi figli. Succede a poco a poco. Silenziosamente e sottilmente. E lo noterai a malapena”.

Secondo la NBC, che avrebbe interpellato “partecipanti di lunga data” dei pride e delle drag march, la suddetta strofa sarebbe stata usata per anni durante gli stessi pride: nel 1990 il canto era “We’re here, we’re queer, we’re not going shopping” ma le manifestazioni si erano tenute presso i centri commerciali e lo scopo era quello di attirare fondi per fronteggiare la crisi da Aids.

Provocazioni a targhe alterne

Gli intervistati avrebbero sostenuto quello che dice anche Griffini ossia “che [quel canto sui bambini N.D.A.] è una delle tante espressioni provocatorie utilizzate per riprendere il controllo degli insulti contro le persone LGBTQ”, stracciandosi però le vesti, al tempo stesso, per la stigmatizzazione del video da parte degli attivisti di destra americani. Chiaramente sono dichiarazioni privi di qualsivoglia sostenibilità logica, non si capisce per quale ragione una comunità che non voglia essere etichettata o stereotipata delle peggiori accuse – negli USA divisi dalle culture wars e dalle identity politics che oppongono visioni radicalmente ed esistenzialmente opposte e inconciliabili, le destre più radicali fanno spesso uso del termine groomers, adescatori -, faccia di tutto per rinforzare gli stessi stereotipi.

 

Articolo completo, clicca sulla foto.

 

Altri orrori Lgbt, “Stiamo arrivando per i tuoi bambini”: l’inquietante canto al NY Pride (Video)

COPPIE OMOSEX: IL RICONOSCIMENTO DELLA DOPPIA GENITORIALITÀ SAREBBE IN LINEA CON LA COSTITUZIONE?

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Segnalazione del Centro Studi Livatino

di Pietro Dubolino

Ecco i perché della risposta negativa.

1.  In una intervista comparsa il 1 luglio scorso sul quotidiano “La Repubblica” il prof. Giuliano Amato, già presidente della Corte costituzionale, ha sostenuto che, fatta eccezione per il caso di nascita derivante da “maternità surrogata” (il ricorso alla quale, com’è noto, in Italia ed in numerosi altri paesi è previsto come reato), nulla impedirebbe, a livello costituzionale, che venisse riconosciuta, per legge, la piena genitorialità di entrambi i componenti di una coppia “omoaffettiva” i quali abbiano fatto ricorso, per ottenere la nascita di un figlio, alla fecondazione eterologa, ora consentita, in Italia, soltanto a coppie formate da soggetti di sesso diverso.  In sostanza, si tratterebbe di far comparire, nell’atto di nascita, come genitori, accanto a quello che ha fornito il “materiale biologico” utilizzato per la fecondazione eterologa, anche quello c.d. “intenzionale”, che si è limitato ad esprimere il proprio consenso all’utilizzazione di quel materiale, nella prospettiva, però, di considerare e trattare come figlio anche proprio quello che, a seguito della fecondazione eterologa, sarebbe poi nato. A sostegno di tale posizione si richiama il noto ed indiscusso principio secondo cui, in materia familiare, la “stella polare” (per così dire) alla quale deve farsi riferimento tanto nella legislazione quanto nella prassi applicativa, è quella costituita dal “miglior interesse” di chi, in un modo o nell’altro, viene messo al mondo. Principio, questo, che, in effetti, risulta solennemente affermato in numerose Convenzioni   internazionali, tra le quali, in particolare, la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, resa esecutiva in Italia con legge n. 176/1991 (all’art.3) e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, o “Carta di Nizza” (all’art. 24).  E, nella visione del prof. Amato e di quanti condividono la sua posizione, il “miglior interesse” del figlio nato da fecondazione eterologa decisa nell’ambito di una coppia “omoaffettiva” sarebbe indubbiamente quello di vedersi riconosciuta la piena genitorialità di entrambi i componenti di detta coppia. Ciò nel chiaro – ancorchè inespresso – presupposto che avere due genitori, anche se dello stesso sesso, sia sempre e comunque meglio che averne uno solo.

2. Ma è proprio a partire da tale presupposto che l’intera costruzione logico-giuridica finora sommariamente illustrata inizia a mostrare le sue crepe. Non sempre, infatti, il risultare ufficialmente figlio di entrambi i genitori, anche nell’ambito della genitorialità eterosessuale, è da ritenersi per ciò solo rispondente all’interesse del minore. Basti ricordare, al riguardo, che proprio la Corte costituzionale, con la sentenza n. 341 del 1990, ebbe a dichiarare l’illegittimità costituzionale dell’art. 274 cod. civ., nella parte in cui  non prevedeva che l’azione per la dichiarazione giudiziale di paternità o maternità promossa dal genitore esercente la potestà su di un minore degli anni 16 nei confronti dell’altro (presunto) genitore fosse ammessa solo se “ritenuta dal giudice rispondente all’interesse del figlio”; interesse che, quindi, non poteva darsi per automaticamente scontato. E anche nel caso di un minore degli anni 14 (originariamente degli anni 16) già riconosciuto da uno solo dei genitori, il riconoscimento da parte dell’altro genitore può avvenire, in base all’art. 250 cod. civ., soltanto se, a fronte dell’eventuale opposizione da parte del primo, il giudice lo trovi effettivamente rispondente all’interesse del minore.  Se, dunque, anche nel caso di genitorialità eterosessuale, non è sempre detto che il riconoscimento da parte di entrambi i genitori sia nel “miglior interesse” del minore, a maggior ragione deve ritenersi che ciò valga anche nel caso in cui trattisi di genitorialità da attribuirsi a quello, fra i due “partners” di una coppia omosessuale, che, a differenza dell’altro, non ha neppure un rapporto biologico con il preteso figlio; rapporto che, invece,  si presume esistente per entrambi i genitori in una coppia eterosessuale.

D’altra parte, è stata ancora la Corte costituzionale ad affermare (si vedano, in particolare, le sentenze nn. 221/2019 e 230/2020), che non può considerarsi, di per sé, “arbitraria ed irrazionale” l’idea che «una famiglia ad instar naturae – due genitori, di sesso diverso, entrambi viventi e in età potenzialmente fertile – rappresenti, in linea di principio, il “luogo” più idoneo per accogliere e crescere il nuovo nato». Il che significa, in buona sostanza, che, anche nella visione della Corte, è quanto meno ammissibile ritenere che il “miglior interesse” del minore sia quello di avere, appunto, una famiglia rispondente al modello di società naturale scolpito in Costituzione; modello al quale non può in alcun modo ritenersi che sia “sic et simpliciter”, assimilabile quello costituito dalla “famiglia” omogenitoriale. Anzi, dal momento che tale modello si discosta dall’altro non su aspetti marginali, ma su un punto essenziale, che è quello della diversità di sesso dei genitori, appare logico desumerne che esso sia da considerare come radicalmente contrario a quell’interesse. Del resto, se così non fosse, la Corte costituzionale, nel dichiarare, con le sentenze nn. 162/2014 e 96/2015, la parziale incostituzionalità degli artt. 4,9 e 12 della legge n. 40/2004 sulla procreazione assistita, nella parte in cui vietavano in assoluto il ricorso alla fecondazione eterologa, senza escludere dal divieto, in presenza di determinate condizioni, le coppie eterosessuali, non avrebbe avuto ragione di limitare solo a queste ultime l’operatività dell’esclusione e, quindi, la possibilità di ricorrere alla suddetta pratica; possibilità che, non a caso, è stata subordinata alla riscontrata esistenza di “una patologia che sia causa di sterilità o infertilità assolute ed irreversibili” ovvero alla circostanza che si tratti di “coppie fertili portatrici di malattie genetiche trasmissibili, rispondenti ai criteri di gravità di cui all’art. 6, comma 1, lettera b), della legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza), accertate da apposite strutture pubbliche”. Anche dalla puntuale e precisa specificazione di tali condizioni si comprende, quindi, come la Corte abbia volutamente inteso escludere ogni rilevanza costituzionale alle eventuali aspettative di genitorialità congiunta da parte di coppie omosessuali che, pure, volendo, nulla le avrebbe impedito di prendere in considerazione, per giungere quindi ad una diversa e più ampia declaratoria di illegittimità costituzionale delle norme in questione.

Di qui una prima conclusione, e cioè che una legge in base alla quale dovesse riconoscersi la genitorialità congiunta dei componenti di una coppia omosessuale rispetto al figlio concepito mediante ricorso alle tecniche della fecondazione eterologa, non sarebbe certo in sintonia con le richiamate pronunce della Corte costituzionale ma si porrebbe, piuttosto, con esse in stridente contrasto.

3. Una legge del tipo anzidetto, stando a quanto si desume dalle parole di Giuliano Amato, dovrebbe peraltro applicarsi soltanto al caso della coppia omosessuale che abbia fatto ricorso alla fecondazione eterologa, rimanendo invece escluso quello in cui abba fatto ricorso alla c.d. “maternità surrogata”. Ciò in adesione, tra l’altro, a quanto ritenuto dalla Corte costituzionale che, con la sentenza n. 33/2021, ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 12, comma 6, della legge n. 40/2004 (che prevede come reato la suddetta pratica) e di altre norme ad esso collegate, «nella parte in cui non consentono, secondo l’interpretazione attuale del diritto vivente, che possa essere riconosciuto e dichiarato esecutivo, per contrasto con l’ordine pubblico, il provvedimento giudiziario straniero relativo all’inserimento nell’atto di stato civile di un minore procreato con le modalità della gestione per altri (altrimenti detta “maternità surrogata”) del c.d. genitore d’intenzione non biologico» (questi i termini in cui la questione era stata sollevata dalla prima sezione civile della Corte di cassazione). A sostegno di tale decisione la Corte, in sintesi, ha osservato che, da una parte, deve ritenersi meritevole di tutela “l’interesse del minore al riconoscimento giuridico del suo rapporto con entrambi i componenti della coppia che non solo ne abbiano voluto la nascita in un Paese estero in conformità alla lex loci, ma che lo abbiano poi accudito esercitando di fatto la responsabilità genitoriale”; dall’altra, che una tale tutela, nel caso di nascita da “maternità surrogata”, dovrà “essere assicurata attraverso un procedimento di adozione effettivo e celere, che riconosca la pienezza del legame di filiazione tra adottante e adottato, allorché ne sia stata accertata in concreto la corrispondenza agli interessi del bambino”; procedimento che può anche essere quello della c.d. “adozione in casi particolari”, previsto dall’art. 44, comma 1, lett. d), della legge n. 184/1983, da disciplinarsi, però – dice ancora la Corte – in modo da renderlo “più aderente alle peculiarità della situazione in esame”. Ciò in quanto (sempre secondo la pronuncia in discorso) la non riconoscibilità dell’atto straniero nel quale figurino, come genitori del bambino, entrambi i componenti della coppia omosessuale che abbia fatto ricorso alla pratica della “maternità surrogata”, trova una sua giustificazione in quella che viene definita la “legittima finalità di disincentivare il ricorso a questa pratica”. E analogo concetto risulta espresso nella sentenza n. 38162/2022 pronunciata dalle sezioni unite civili della Corte di cassazione, secondo cui la non riconoscibilità risponde soltanto all’intento, ritenuto legittimo, di “scoraggiare i cittadini dal ricorso all’estero ad un metodo di procreazione che l’Italia vieta nel suo territorio perché ritenuto lesivo di valori primari”.

A ben vedere, però, tutto il ragionamento si basa sul presupposto, chiaramente enunciato nella sentenza della Corte costituzionale e presente anche in quella delle sezioni unite della Cassazione, che anche il genitore c.d. “d’intenzione” si sia preso cura, unitamente a quello “biologico” del bambino, tanto da rendere configurabile l’interesse di quest’ultimo a vedersi riconosciuta, se non la genitorialità, quanto meno una forma di legame giuridicamente rilevante quale, appunto, quella derivante dall’adozione “in casi particolari”. Ma un tale presupposto sarebbe, all’evidenza, del tutto assente qualora, per legge, il rapporto di genitorialità “intenzionale” dovesse essere riconosciuto fin dal momento della nascita. E, d’altra parte, l’esistenza di un rapporto di genitorialità, quale che esso sia, non può che essere affermata con riferimento alla situazione esistente all’atto del concepimento (anche se, in ipotesi, riconosciuta ex post), e non mai con riferimento ad una situazione che si sia maturata in un tempo successivo. E’ quindi giocoforza ammettere che un’ipotetica legge che prevedesse l’automatica attribuzione della genitorialità anche al genitore “d’intenzione” non potrebbe farlo se non basandosi, appunto, su quanto già verificatosi all’atto del concepimento, e cioè soltanto sull’avvenuta prestazione del consenso all’utilizzazione del materiale biologico del “partner”, magari con l’aggiunta (per quanto possa valere) dell’impegno ad adempiere, di fatto, una volta avvenuta la nascita, ai doveri derivanti dalla genitorialità. Ciò comporterebbe, però, il dare per scontato che il “miglior interesse” del minore sarebbe appunto, in ogni caso, quello di vedersi riconoscere, come genitori, tanto quello “biologico” quanto quello “intenzionale”. Il che, oltre a non avere riscontro nella realtà (per le ragioni già illustrate in precedenza), renderebbe difficilmente giustificabile la mantenuta soccombenza di detto interesse rispetto a quello – quando la nascita sia avvenuta mediante ricorso alla vietata pratica della “maternità surrogata” – di “disincentivare” o “scoraggiare” (come si è visto) quanti vi ricorrono recandosi a tal fine nel territorio di Stati nei quali nei quali essa è consentita. Se è vero, infatti, che – come affermato dalla Corte costituzionale, sia pure ad altri fini, nella sentenza n. 272/2017 e ripreso, poi, in altre pronunce della stessa Corte e della Corte di cassazione, tra cui la già citata sentenza delle sezioni unite n. 38162/2022 – il divieto della suddetta pratica trova giustificazione nel fatto che essa “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane”, è altrettanto vero che la produzione di tali effetti, quando il divieto venga violato, non è certo addebitabile al soggetto che, a seguito di detta violazione, sia stato messo al mondo. Una qualsiasi limitazione dei suoi diritti rispetto a quelli riconosciuti alla generalità dei nati a seguito di concepimento realizzato in tutti gli altri possibili modi equivarrebbe quindi ad attribuirgli le stigmate di quelli che una volta, ai tempi della deprecata “morale borghese”, si chiamavano “i figli della colpa”. Il che, per quanti si ritengono e vogliono accreditarsi come animati da spirito “progressista” dovrebbe costituire causa di un qualche imbarazzo.

Fonte: https://centrostudilivatino.us18.list-manage.com/track/click?u=36e8ea8c047712ff9e9784adb&id=0e2d44c7cd&e=d50c1e7a20

Il 25 luglio nacque dalle bombe del 19 luglio

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di Marcello Veneziani

L’Italia si sfasciò, in ogni senso, tra il 25 luglio e l’8 settembre di ottant’anni fa. Ma prima ci fu il 19 luglio, un antefatto che di solito non viene collegato alla caduta del regime fascista. Che successe il 19 luglio? Roma fu pesantemente bombardata dagli americani; dai tempi delle invasioni barbariche, e poi del sacco di Roma di cinque secoli fa, a opera dei Lanzichenecchi, non era stata messa a ferro e fuoco in quel modo. Tremila morti nella popolazione, di cui la metà nel solo quartiere di San Lorenzo, migliaia di feriti, case distrutte, terrore. Cinquemila bombe sganciate sulla capitale da cinquecento bombardieri, un secondo bombardamento fu effettuato il 13 agosto. La fatidica immagine del Papa Pio XII a San Giovanni in Laterano che allarga le braccia in un atto estremo di paternità e soccorso; la Città Eterna ormai si raccomanda a Dio, avendo perso l’incrollabile fiducia nella storia e nella sua gloriosa incolumità.
Di solito si collega allo sbarco angloamericano in Sicilia iniziato pochi giorni prima, la spinta decisiva alla svolta del 25 luglio. Ma si sottovaluta l’impatto emotivo, la paura e la percezione di vulnerabilità che il bombardamento del 19 luglio ha procurato nell’establishment, tra le gerarchie militari e sulla stessa Corona. Tutti, dal Re ai capi e capataz avvertono di essere ormai in balia degli eventi, esposti alla tragedia, ormai insicuri fin dentro casa, nei palazzi del potere romano…
Il fatidico 25 luglio, spartiacque nella storia del novecento italiano e punto di svolta nella seconda guerra mondiale, ebbe però un significato storico proverbiale e paradigmatico nella storia d’Italia. Se non fosse per la galoppante amnesia che ci prende ormai da anni e cancella rapidamente pagine e pagine di storia e memoria, dovremmo ricordare gli ottant’anni del 25 luglio perché è una data “fondativa” che rivela l’indole italiana ed è soprattutto il tormentone della storia d’Italia, il suo archetipo.
Il giorno in cui cadde il regime fascista, per voto democratico del Gran Consiglio, quando il Re Vittorio Emanuele III passò da Imperatore per grazia del Duce a carceriere del Duce medesimo, diventò la data ufficiale dello sbandamento e dello sdoppiamento nazionale. Il 25 luglio è il paradigma di tutte le cadute dei capi, di tutti i conflitti tra poteri e di tutti i voltafaccia e i tradimenti, i passaggi di campo. Ogni leader deposto nella nostra repubblica ha subito la sindrome del 25 luglio: da Craxi a d’Alema, da Berlusconi a Bossi, da Letta a Renzi, fino a Salvini e perfino Di Maio, solo per dire dei più recenti. Forse fa eccezione Giuseppe Conte, che si tradì da solo, e non fu, come un film biblico famoso, “Giuseppe venduto dai fratelli”.
Per i missini la replica del 25 luglio era la scissione di Democrazia Nazionale dal Msi, compiuta dai “migliori” della classe dirigente missina nel 1976; Giorgio Almirante ripeteva a loro proposito che era stato coniato dopo il 25 luglio un verbo in inglese, To Badogliate, per indicare il tradimento, usando come verbo il nome del Maresciallo Badoglio, colui che assunse la guida del governo dopo la caduta di Mussolini. Poi venne il caso Fini, divenuto in Alleanza Nazionale il nuovo Badoglio per antonomasia.
Il 25 luglio fu un mezzo golpe, come del resto era stato ventun anni prima la Marcia su Roma. Metà istituzionale e metà atto di forza, ma incruenti in ambo i casi, all’inizio e alla fine del regime fascista nel XXI anno della sua era (per essere un’era, durò pochino). Il 25 luglio è anche un evento paradossale: un dittatore va al Gran Consiglio consapevole del destino che lo attende, cade democraticamente, con voto di maggioranza, rimette il suo mandato nelle mani del Re e poi si fa arrestare senza alcuna reazione, forse concordando il suo esautoramento e perfino scegliendo la destinazione della sua prigionia. Perfino Donna Rachele, che non era un raffinato politologo ma una vivace donna del popolo, aveva capito il tranello e lo aveva scongiurato di non andare a quella seduta. Lui invece ci va, come se volesse quel che poi accadde; era un modo per dimettersi e per lasciare che l’Italia avesse le mani libere dall’alleato tedesco. Seguono due anni di orrori ma non sono solo legati ai campi di sterminio, alle esecuzioni naziste e fasciste ma ai bombardamenti americani sulle città e sulle popolazioni, alle migliaia di ragazze stuprate dai marocchini francesi e agli eccidi partigiani (foibe incluse).
Il 25 luglio ad abbattere il regime fascista sono i suoi quadrumviri superstititi della Marcia su Roma, Emilio De Bono e Cesare Maria De Vecchi (Italo Balbo e Michelino Bianchi erano morti), le migliori intelligenze del regime, da Dino Grandi a Giuseppe Bottai, personalità di valore come l’economista Alberto de’ Stefani, il giurista Alfredo de Marsico, il sindacalista Edmondo Rossoni, il nazionalista Luigi Federzoni; quella che si potrebbe chiamare la destra del regime, sotto l’egida del Re, più qualche spurio. Con il Duce al Gran Consiglio restano in pochi. Mussolini è stanco e sfiduciato, non ama la prospettiva di andare al rimorchio dei tedeschi, magari voterebbe anche lui per la caduta del regime… Poi con l’8 settembre verranno le tragedie, da Salò al processo di Verona, gli eccidi rossi, i rastrellamenti tedeschi, la guerra civile, il tentativo di riprendere con la Repubblica sociale, con Mussolini metà prigioniero di Hitler e metà intenzionato a creare uno Stato cuscinetto, come dissero alcuni storici come Renzo De Felice, per impedire che i tedeschi, i nazisti prendessero il diretto controllo del nord d’Italia e si accanissero sugli italiani. Ma il Paese spaesato e decapitato, con la classe dirigente che si squaglia e va a vendersi l’Italia, comincia in quel dì, il 25 luglio (salvo antichi precedenti). Il 25 luglio, facendosi poi 8 settembre, non finì più, diventò un black friday in cui compiere periodicamente la svendita del magazzino morale e istituzionale del nostro Paese.

La Verità – 19 luglio 2023

Anticiclone africano: perché porta caldo rovente

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REALISMO VS TERRORISMO CLIMATICO

La spiegazione del meteorologo Mario Giuliacci sulle ondate di caldo che in questo periodo colpiscono l’Italia

L’attuale ondata di caldo sulla nostra penisola è dovuta alla presenza di un’alta pressione che dal Nordafrica si allunga verso il Mediterraneo. Tale situazione barica è in effetti quella più favorevole per la comparsa di ondate di caldo sull’Italia per i seguenti motivi:

• la serenità del cielo che caratterizza le alte pressioni favorisce una forte insolazione al suolo;

• nelle alte pressioni predominano lenti moti discendenti, dell’ordine di pochi centimetri al secondo – un fenomeno noto come subsidenza – che però impediscono che il calore e il vapore emanati dal suolo possano diluirsi su uno strato più profondo verso l’alto. Di conseguenza, finché l’alta pressione resiste, calore e vapore restano intrappolati in prossimità del suolo in un sottile strato di poche centinaia di metri, con conseguente progressivo accumulo giorno dopo giorno, facendo in tal modo aumentare non solo i valori della temperatura letti al termometro, ma anche la sensazione di caldo aggiuntivo portato dall’aumento di umidità. Ad esempio, con una temperatura termometrica di 32°C e umidità del 40%, il corpo avverte una temperatura effettiva di 33°C. Ma se l’umidità relativa aumenta fino al 60%, la temperatura effettivamente percepita sale a 38°C;

• nelle alte pressioni i venti sono molto deboli e pertanto il calore e il vapore acqueo accumulato in loco al suolo non possono essere nemmeno diluiti orizzontalmente verso le regioni adiacenti;

• nelle alte pressioni con centro sul Nordafrica i venti più veloci a quote superiori a 1000-2000 metri sospingono al di sopra del nostra penisola masse d’aria già inizialmente calde le quali poi, nei lenti moti discendenti da subsidenza, vengono ulteriormente surriscaldate per compressione, contribuendo così ad aumentare ancor più la temperatura in prossimità del suolo.

Colonnello Mario Giuliacci, 22 luglio 2023 (www.meteogiuliacci.it)
www.meteogiuliacci.it 

Insistono…

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di Alfio Krancic

Nonostante quello che è accaduto in Francia e in altri paesi, Elly ha di nuovo messo sul tavolo la questione dello Ius Soli, ossessione della Sinistra-Ong-Globalista. Nella loro testolina vuota non vogliono capire (o forse capiscono benissimo) che i disegni che perseguono porteranno le nazioni europee nel caos totale. A meno che la musica non cambi. Da Mahmood a, per esempio, a Wagner.

Il falò delle vanità

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di Alastair Crooke*

Fonte: Come Don Chisciotte

L’arroganza consiste nel credere che una narrazione artificiosa possa, di per sé, portare alla vittoria. È una fantasia che ha attraversato tutto l’Occidente, soprattutto a partire dal XVII secolo. Recentemente, il Daily Telegraph ha pubblicato un ridicolo video di nove minuti in cui si sostiene che “le narrazioni vincono le guerre” e che le battute d’arresto in uno scenario bellico sono un fatto accidentale: ciò che conta è avere un filo narrativo unitario articolato, sia verticalmente che orizzontalmente, lungo tutto lo spettro – dal soldato delle forze speciali sul campo fino all’apice del vertice politico.

Il succo è che “noi” (l’Occidente) abbiamo una narrativa irresistibile, mentre quella della Russia è “goffa”, quindi, è inevitabile che gli Stati Uniti vincano.

È facile deriderla, ma possiamo comunque riconoscere in essa una certa sostanza (anche se questa sostanza è un’invenzione). La narrazione è ormai il modo in cui le élite occidentali immaginano il mondo. Che si tratti dell’emergenza pandemica, del clima o dell’Ucraina, tutte le “emergenze” sono ridefinite come “guerre”. E tutte sono”guerre” che devono essere combattute con una narrazione unitaria e obbligatoria di “vittoria”, contro la quale è vietata ogni opinione contraria.

L’ovvio difetto di questa arroganza è che richiede di essere in guerra con la realtà. All’inizio il pubblico è confuso, ma, man mano che le menzogne proliferano e si stratificano, la narrazione si separa sempre di più dalla realtà, anche se le nebbie della disonestà continuano ad avvolgerla. Lo scetticismo del pubblico si fa strada. Le narrazioni sul “perché” dell’inflazione, sul fatto che l’economia sia o no sana, o sul perché dobbiamo entrare in guerra con la Russia, iniziano a perdere colpi.

Le élite occidentali hanno scommesso tutto sul massimo controllo delle “piattaforme mediatiche”, sull’assoluto conformismo dei messaggi e sulla spietata repressione delle proteste come loro progetto per continuare a mantenere il potere.

Eppure, contro ogni previsione, i media mainstream stanno perdendo la loro presa sul pubblico statunitense. I sondaggi mostrano una crescente sfiducia nei confronti dei media statunitensi. Quando è apparso il primo show “anti-messaggio” di Tucker Carlson su Twitter, il rumore delle placche tettoniche che si scontravano è stato imperdibile, mentre più di 100 milioni di americani (uno su tre) ascoltavano l’iconoclastia.

Il punto debole di questo nuovo autoritarismo “liberale” è che i suoi miti narrativi chiave possono essere infranti. Basta poco; lentamente, la gente inizia a parlare della realtà.

Ucraina: come si vince una guerra che non si può vincere? La risposta dell’élite è stata la narrazione. Insistendo, contro la realtà dei fatti, che l’Ucraina sta vincendo e la Russia sta “cedendo”. Ma questa arroganza alla fine viene smontata dai fatti sul campo. Anche le classi dirigenti occidentali si rendono conto che la loro richiesta di un’offensiva ucraina di successo è fallita. Alla fine, i risultati militari sono più potenti delle chiacchiere politiche: Uno schieramento è distrutto, i suoi molti morti diventano la tragica “forza” per rovesciare il dogma.

Saremo in grado di estendere all’Ucraina l’invito ad aderire all’Alleanza quando gli alleati saranno d’accordo e le condizioni saranno soddisfatte… [tuttavia] a meno che l’Ucraina non vinca questa guerra, non c’è alcun problema di adesione da discutere” – ha dichiarato Jens Stoltenberg a Vilnius. Così, dopo aver esortato Kiev a gettare altre (centinaia di migliaia) di uomini nelle fauci della morte per giustificare l’adesione alla NATO, quest’ultima volta le spalle alla sua protetta. Dopotutto, si trattava di una guerra non vincibile fin dall’inizio.

L’arroganza, ad un certo livello, risiede nel fatto che la NATO contrappone la sua presunta “superiorità” in termini di dottrina militare e di armamenti alla deprecata rigidità – e “incompetenza” – militare russa di stampo sovietico.

Ma le operazioni militari sul campo hanno rivelato la dottrina occidentale per quel che è – arroganza – con le forze ucraine decimate e le armi della NATO ridotte a carcasse fumanti. È stata la NATO ad insistere sulla rievocazione della Battaglia del 73 Est (nel deserto iracheno, ma ora trasportata in Ucraina).

In Iraq, il “pugno corazzato” aveva facilmente perforato le formazioni di carri armati iracheni: si trattava infatti di un “cazzottone” che aveva messo al tappeto l’opposizione irachena. Ma, come ammette francamente il comandante statunitense di quella battaglia di carri armati (il colonnello Macgregor), il suo risultato contro un’opposizione demotivata era stato in gran parte fortuito.

Tuttavia, il “73 Easting” è un mito della NATO, trasformato in dottrina generale per le forze ucraine – una dottrina strutturata sulla circostanza unica dell’Iraq.

L’arroganza – in linea con il video del Daily Telegraph – sale tuttavia in verticale per imporre la narrazione unitaria di una prossima “vittoria” occidentale anche sulla sfera politica russa. È una vecchia storia che la Russia sia militarmente debole, politicamente fragile e incline alle spaccature. Conor Gallagher ha dimostrato con ampie citazioni che era stata esattamente la stessa storia anche nella Seconda Guerra Mondiale, si trattava di un’analoga sottovalutazione della Russia da parte dell’Occidente – combinata con una grossolana sopravvalutazione delle proprie capacità.

Il problema fondamentale del delirio è che l’uscirne (se mai succede) avviene ad un ritmo molto più lento degli eventi. Questo disallineamento può definire gli esiti futuri.

Potrebbe essere nell’interesse del Team Biden supervisionare un ritiro ordinato della NATO dall’Ucraina, in modo da evitare che diventi un’altra debacle in stile Kabul.

Perché ciò avvenga, il Team Biden ha bisogno che la Russia accetti un cessate il fuoco. E qui sta il difetto (ampiamente trascurato) di questa strategia: semplicemente, non è nell’interesse della Russia “congelare” la situazione. Ancora una volta, l’ipotesi che Putin “prenderebbe al volo” l’offerta occidentale di un cessate il fuoco è un modo di pensare arrogante: i due avversari non sono congelati nel senso basilare del termine – come in un conflitto in cui nessuna delle due parti è riuscita a prevalere sull’altra e sono bloccate.

In parole povere, mentre l’Ucraina è strutturalmente sull’orlo dell’implosione, la Russia, al contrario, è del tutto plenipotente: Dispone di forze ingenti e fresche, domina lo spazio aereo e ha quasi il dominio dello spazio elettromagnetico. Ma l’obiezione fondamentale ad un cessate il fuoco è che Mosca vuole che l’attuale collettivo di Kiev se ne vada e che le armi della NATO siano fuori dal campo di battaglia.

Quindi, ecco il problema: Biden ha un’elezione, e quindi sarebbe adatto alle esigenze della campagna democratica avere un “disimpegno ordinato”. La guerra in Ucraina ha messo in luce troppe carenze logistiche americane. Ma anche la Russia ha i suoi interessi.

L’Europa è la parte più intrappolata dall’”allucinazione”, fin dal momento in cui si è gettata senza riserve nel “campo” di Biden. La narrazione dell’Ucraina si è interrotta a Vilnius. Ma l’amour propre di alcuni leader dell’UE li mette in conflitto con la realtà. Vogliono continuare ad alimentare il tritacarne ucraino, a persistere nella fantasia di una “vittoria totale”: “non c’è altro modo che una vittoria totale – e sbarazzarsi di Putin… Dobbiamo correre tutti i rischi per questo. Nessun compromesso è possibile, nessun compromesso“.

La classe politica dell’UE ha preso così tante decisioni disastrose in ossequio alla strategia statunitense – decisioni che vanno direttamente contro gli interessi economici e di sicurezza degli europei – che ha molta paura.

Se la reazione di alcuni di questi leader sembra sproporzionata e irrealistica (“Non c’è altro modo che una vittoria totale – e sbarazzarsi di Putin”) – è perché questa “guerra” tocca motivazioni più profonde. Riflette il timore esistenziale di un disfacimento della meta-narrazione occidentale che farà crollare la sua egemonia e, con essa, la struttura finanziaria occidentale.

La meta-narrazione occidentale “da Platone alla NATO, è quella di idee e pratiche superiori le cui origini risalgono all’antica Grecia e che, da allora, sono state raffinate, estese e trasmesse nel corso dei secoli (attraverso il Rinascimento, la rivoluzione scientifica e altri sviluppi presumibilmente unicamente occidentali), cosicché oggi noi occidentali siamo i fortunati eredi di un DNA culturale superiore“.

Questo è ciò che probabilmente avevano in mente gli autori del video del Daily Telegraph quando avevano insistito sul fatto che “la nostra narrativa vince le guerre”. La loro arroganza risiede nella presunzione implicita che l’Occidente, in qualche modo, vince sempre – è destinato a prevalere – perché è il destinatario di questa genealogia privilegiata.

Naturalmente, al di fuori della comprensione generale, è accettato che la nozione di “Occidente coerente” sia stata inventata, riproposta e utilizzata in tempi e luoghi diversi. Nel suo nuovo libro, The West, l’archeologa classica Naoíse Mac Sweeney contesta il “mito del padrone”, sottolineando che era stato solo “con l’espansione dell’imperialismo europeo d’oltremare nel XVII secolo che aveva iniziato ad emergere un’idea più coerente di Occidente, utilizzata come strumento concettuale per tracciare la distinzione tra il tipo di persone che potevano essere legittimamente colonizzate e quelli che potevano essere legittimamente i colonizzatori”.

Con questa invenzione dell’Occidente era arrivata anche l’invenzione della storia occidentale, un lignaggio elevato ed esclusivo che ha fornito una giustificazione storica per la dominazione occidentale. Secondo il giurista e filosofo inglese Francis Bacon, nella storia dell’umanità ci sono stati solo tre periodi di apprendimento e civiltà: “uno tra i Greci, il secondo tra i Romani e l’ultimo tra noi, cioè le nazioni dell’Europa occidentale“.

Il timore più profondo dei leader politici occidentali – complice la consapevolezza che la “Narrazione” è una finzione che raccontiamo a noi stessi, pur sapendola essere di fatto falsa – è che la nostra epoca sia stata resa sempre più e pericolosamente dipendente da questo meta-mito.

Se la fanno sotto non solo a causa di una “Russia potente”, ma piuttosto per la prospettiva che il nuovo ordine multipolare guidato da Putin e Xi, che si sta diffondendo in tutto il mondo, faccia crollare il mito della civiltà occidentale.

Fonte: www.strategic-culture.org
Link: https://strategic-culture.org/news/2023/07/17/a-bonfire-of-the-vanities/

Scelto e tradotto da Markus per www.comedonchisciotte.org

*Alastair Crooke CMG, ex diplomatico britannico, è fondatore e direttore del Conflicts Forum di Beirut, un’organizzazione che sostiene l’impegno tra l’Islam politico e l’Occidente. In precedenza è stato una figura di spicco dell’intelligence britannica (MI6) e della diplomazia dell’Unione Europea.

Perché Kiev si rifiuta di indagare sul massacro di Maidan 2014?

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Fonte: Come Don Chisciotte

di Christina Sizova, reporter moscovita che si occupa di politica, sociologia e relazioni internazionali.

La fase attiva delle ostilità in Ucraina dura da più di 500 giorni. Durante questo periodo, sono morte decine, forse centinaia di migliaia di persone.

Nel frattempo, i governi occidentali hanno speso miliardi per sostenere la guerra e in Russia è iniziata una discussione concreta sulla possibilità di utilizzare armi nucleari.

Ivan Katchanovski, un ricercatore canadese di origine ucraina, ritiene che la prima tessera del domino sia caduta quasi dieci anni fa, quando le proteste di massa – oggi note come “EuroMaidan” – scoppiarono nella capitale ucraina.

In un giorno, a Kiev rimasero uccise più di 100 persone, tra manifestanti e polizia. La leadership ucraina, i politici occidentali e i media incolparono la forze speciali di polizia Berkut, ma molti fatti suggeriscono che i manifestanti potrebbero essere stati uccisi da altri “compagni oppositori”.

Nel suo articolo ‘Il processo e le rivelazioni dell’inchiesta sul massacro di Maidan: implicazioni per la guerra e le relazioni tra Ucraina e Russia‘, Katchanovski mostra come l’incapacità di indagare correttamente su crimini decennali abbia contribuito a portare le relazioni internazionali allo stato attuale.

Il massacro di Maidan: i risultati dell’indagine

Gli eventi in questione iniziarono il 21 novembre 2013, quando il governo ucraino sospese i preparativi per la conclusione di un accordo di associazione con l’Unione Europea. Intorno alle 22 dello stesso giorno, le prime proteste – sostenute dai principali leader dell’opposizione dell’epoca – scoppiarono nella piazza principale di Kiev.

Inizialmente, il raduno non attirò molte persone. Nel primo giorno, parteciparono tra i 1.000 e i 1.500 attivisti. Tuttavia, dopo alcuni giorni, quelli più estremisti  eressero una tendopoli in piazza Maidan. Alla fine si impadroniranno di diversi edifici amministrativi,  formato “forze di autodifesa” armate e sarebbero poi entrati in conflitto diretto con le forze dell’ordine.

Gli eventi raggiunsero il culmine tra il 18 e il 20 febbraio 2014, quando cecchini non identificati aprirono il fuoco sulla Maidan. Di conseguenza, furono uccise più di cento persone, tra cui manifestanti e agenti della forza speciale di polizia Berkut, parte del Ministero degli Affari Interni dell’Ucraina. Secondo l’Ufficio del Procuratore Generale, 2.442 persone rimasero ferite durante l’Euromaidan. Qualcuno doveva essere ritenuto responsabile del massacro e coloro che sono saliti poi al potere a seguito del colpo di stato hanno trovato rapidamente i presunti “colpevoli”.

Fu aperto un procedimento penale contro l’ex Presidente Viktor Yanukovych, che era fuggito dal Paese. Fu accusato di omicidio di massa di civili. Anche le forze speciali di polizia Berkut furono accusate dei crimini di Maidan, tra cui l’uso di armi contro i civili.

La grande bugia dell'Ucraina: perché Kiev si rifiuta di indagare sul massacro di Maidan 2014?Le persone depongono fiori e rendono omaggio al monumento ai manifestanti antigovernativi uccisi negli scontri con la polizia in Piazza Indipendenza il 23 febbraio 2014 a Kiev, Ucraina. © Brendan Hoffman / Getty Images

I capri espiatori

A febbraio 2015, i procuratori affermarono che 25 agenti del corpo Berkut e altri individui non identificati erano stati coinvolti nell’uccisione dei manifestanti. Due anni dopo, il capo del Dipartimento di Indagini Speciali dell’Ufficio del Procuratore Generale, Sergei Gorbatyuk disse che i membri del Berkut avevano ricevuto illegalmente dei bonus tra i 3.000 e i 5.000 grivna (337 e 562 dollari, all’epoca) per aver usato la forza contro i manifestanti.

I procedimenti giudiziari contro gli ex agenti di polizia iniziarono in tutto il Paese, spingendo molti agenti del Berkut a trasferirsi in Russia. La narrativa che implica che gli omicidi di Maidan del febbraio 2014 siano stati commessi dal Berkut non è mai stata messa in discussione dai funzionari ucraini, né dai loro sponsor occidentali.

Tuttavia, l’indagine continua ancora oggi. Nel febbraio dello scorso anno, il Procuratore Generale Irina Venediktova ha dichiarato che i tribunali ucraini avevano inflitto condanne a 50 persone per reati legati agli eventi di Maidan. Ha anche notato che su 518 accusati, 248 sono stati i rinvii a giudizio, mentre 372 persone sono state giudicate colpevoli.

Molte domande, tuttavia, rimangono senza risposta. Gli omicidi dei primi ‘attivisti’ di Maidan rimangono irrisolti. Anche il già citato “caso dei cecchini” rimane aperto – coloro che hanno sparato ai manifestanti e alle forze dell’ordine non sono stati toccati. I crimini contro la polizia non sono nemmeno oggetto di indagine, anche se secondo l’Ufficio del Procuratore Generale, 721 di loro sono stati feriti durante gli eventi di Euromaidan.

“La narrazione dominante in Ucraina e in Occidente attribuisce il massacro dei manifestanti di Maidan al governo di Yanukovych e per lo più ignora le uccisioni della polizia. Con alcune eccezioni, i media occidentali e ucraini non hanno riportato le rivelazioni del processo e dell’inchiesta sul massacro di Maidan, riguardanti i cecchini negli edifici controllati da Maidan”, afferma Ivan Katchanovski.

Cosa è successo veramente?

La versione degli eventi che accusano le forze di polizia Berkut è sempre stata priva di prove a sostegno. L’avvocato Alexander Goroshinsky ha dichiarato a RIA Novosti, nel 2019, che la mattina del 20 febbraio 2014, 39 poliziotti e militari sono stati feriti e quattro sono stati uccisi. Alla sera dello stesso giorno, 63 persone erano state ferite.

“Qualcuno ha sparato metodicamente contro gli ufficiali di Berkut e i soldati e gli ufficiali delle truppe interne”, ha affermato.

Nell’aprile 2014, l’emittente statale tedesca ARD/Das Erste TV ha condotto un’indagine giornalistica e ha concluso che la narrazione approvata dalla Procura ucraina era incoerente. Il giornalista Stephan Stuchlik ha presentato le prove che i manifestanti erano stati colpiti alle spalle dai loro stessi compagni.

Rimangono aperte diverse questioni importanti. Una di queste è se, quel 20 febbraio, gli oppositori sono stati davvero colpiti alle spalle.

Questo è importante perché proprio dietro di loro si trovava l’Hotel Ukraina, controllato dall’opposizione. Ciò significa che potrebbero essere stati colpiti dalla loro stessa gente. Abbiamo parlato con testimoni oculari, esperti di tiro e specialisti di balistica a questo proposito. Sostengono che sì, sicuramente [le persone] sono state colpite alla schiena”, ha detto il giornalista.

La possibilità che il massacro sia iniziato quando i manifestanti hanno sparato alla polizia è stata sollevata anche in un’inchiesta della BBC. Un uomo di nome Sergey ha dichiarato all’emittente statale britannica che, insieme ad un altro uomo, ha sparato dei colpi contro la polizia da un edificio che era poi sotto il controllo dei manifestanti. Secondo lui, i colpi sparati contro gli agenti del Berkut hanno costretto la polizia a ritirarsi.

SITU Research ha anche osservato che “è chiaro dalle prove forensi che le persone sono state colpite alla schiena” e “qualcuno sparava dai tetti”.

Questi rapporti sono stati confermati dal militante Ivan Bubenchik. Nel 2016, parlando nel film documentario ‘Brantsi‘ (‘Prigionieri’), diretto da Vladimir Tikhy, ha ammesso di aver sparato agli agenti di polizia del Ministero degli Interni con una mitragliatrice. “Dicono che li ho uccisi colpendoli alla nuca, ed è vero. Erano in piedi con le spalle rivolte a me. Non ho avuto la possibilità di aspettare che si girassero. Ho sparato dalla finestra più lontana dal Maidan, dietro le colonne del terzo piano. Da lì, potevo vedere chiaramente la polizia con gli scudi, posizionata vicino alla Stele”, ha detto Bubenchik.

La grande bugia dell'Ucraina: perché Kiev si rifiuta di indagare sul massacro di Maidan 2014?Manifestanti antigovernativi trasportano i feriti durante i continui scontri con la polizia in Piazza dell’Indipendenza, nonostante la tregua concordata tra il Presidente ucraino e i leader dell’opposizione, il 20 febbraio 2014 a Kiev, Ucraina. © Jeff J Mitchell / Getty Images

1.000 ore di riprese video, decine di testimoni

Queste sono solo alcune delle testimonianze oculari disponibili pubblicamente nel caso degli omicidi di Maidan. Katchanovski ha basato la sua indagine su circa 1.000 ore di filmati ufficiali del processo per il massacro di Maidan, del processo per tradimento di Yanukovych e dell’indagine su questi eventi in oltre 2.500 sentenze giudiziarie disponibili nel database ufficiale online.

Katchanovski nota che il filmato che mostra le forze di polizia Berkut sparare ai manifestanti è stato presentato al processo.

Tuttavia, l’ora e la direzione degli spari nel video non coincidevano con il momento delle sparatorie a Maidan. Ritiene che i video e le altre prove presentate durante il processo abbiano confermato che tre manifestanti sono stati uccisi (in via Institutskaya) prima che la polizia arrivasse e aprisse il fuoco.

Allo stesso tempo, gli avvocati di Berkut hanno sottolineato che l’ora e la direzione del colpo sparato da un manifestante con un fucile da caccia (come si vede nel video e nella foto) coincidevano con l’ora e la direzione del colpo che ha ucciso un ufficiale delle forze speciali, come stabilito dagli esperti forensi dello Stato.

Katchanovski sostiene che il tiratore di Maidan è stato identificato ma non è stato accusato.

Al processo sono stati mostrati anche video inediti registrati dal canale televisivo belga VRT. Il filmato mostra un manifestante che avverte gli altri di non avanzare perché i cecchini posizionati all’interno dell’Hotel Ukraina stavano sparando ai manifestanti, e che aveva visto i lampi dei colpi sparati. Il video VRT mostra anche un proiettile che colpisce un albero in direzione di un gruppo di manifestanti. Questi si girano, indicano l’hotel e gridano ai cecchini, chiedendo loro di non sparare.

Circa 51 dei 72 manifestanti di Maidan feriti, che la polizia Berkut è accusata di aver attaccato il 20 febbraio, e la cui testimonianza è stata resa nota, hanno affermato durante le indagini e al processo di essere stati colpiti dai cecchini da luoghi e edifici controllati dagli attivisti di Maidan. Hanno testimoniato di aver visto personalmente i cecchini o di averne sentito parlare da altri manifestanti. Un totale di 31 manifestanti feriti hanno detto di essere stati attaccati dall’Hotel Ukraina, dalla banca Arkada, dal Palazzo Ottobre, dagli edifici di Museyny Lane e di Gorodetsky Street, tutti edifici e territori allora controllati dalle forze di opposizione.

Cecchini georgiani

Secondo una narrazione, coloro che hanno sparato ai manifestanti non erano cittadini ucraini, ma mercenari stranieri, anche dalla Georgia. Questo è stato dichiarato per la prima volta dall’ex comandante dell’unità d’élite dell’esercito georgiano “Avaza”, il generale Tristan Tsitelashvili, che ha affermato di sapere che i georgiani avevano partecipato agli eventi del Maidan.

La grande bugia dell'Ucraina: perché Kiev si rifiuta di indagare sul massacro di Maidan 2014?Manifestanti antigovernativi camminano tra detriti e fiamme vicino al perimetro di Piazza dell’Indipendenza, nota come “Piazza Maidan”, il 19 febbraio 2014 a Kiev, Ucraina. © Brendan Hoffman / Getty ImagesNel febbraio 2018, diversi cittadini georgiani hanno ammesso in un’intervista a RIA Novosti di aver sparato ai manifestanti. Koba Nergadze, un ex militare dell’esercito georgiano, ha detto che i cecchini erano venuti a Kiev con l’aiuto di Mamuka Mamulashvili, un ex consigliere dell’ex presidente georgiano Mikheil Saakashvili. Nergadze e il suo gruppo hanno ricevuto 10.000 dollari e hanno promesso altri 50.000 dollari dopo il ritorno da Kiev. Sono entrati in Ucraina con passaporti falsi. A Kiev, il gruppo aveva sede in via Ushinsky e ogni giorno partecipava agli eventi di Maidan.

Nella sua indagine, Katchanovski ha notato che, nelle interviste rilasciate ai media statunitensi, italiani, israeliani, macedoni e russi, i cecchini georgiani avevano affermato di aver ricevuto l’ordine, insieme a gruppi di cecchini degli Stati baltici e ucraini associati a movimenti di estrema destra, di sparare sia ai manifestanti che alla polizia, per impedire a Yanukovych e ai leader di Euromaidan di firmare un accordo di pace.

Nessun accusato

Nonostante i numerosi fatti, l’esame delle prove, le registrazioni video e le testimonianze oculari, Katchanovski è scioccato dal fatto che nessuno sia stato condannato o arrestato per l’omicidio e il ferimento degli agenti di polizia.

Ritiene che ciò sia dovuto al fatto che l’Ufficio del Procuratore Generale sia stato diretto da politici dei partiti di estrema destra Svoboda e Fronte Popolare, che hanno partecipato direttamente agli eventi del 2013-2014, o da stretti collaboratori dei successivi Presidenti Petr Poroshenko e Vladimir Zelensky.

“Il fatto che membri di spicco dei partiti Svoboda e Fronte Popolare siano stati scelti per dirigere l’Ufficio del Procuratore Generale, anche se questi partiti sono stati accusati da altri attivisti di Maidan e dalle confessioni dei membri georgiani dei gruppi di cecchini di Maidan, di essere stati direttamente coinvolti nel massacro, suggerisce un insabbiamento e un ostruzionismo”, afferma Katchanovski.

Ha anche sottolineato che il processo ha portato alla luce casi di manomissione delle prove. I proiettili dei manifestanti presumibilmente morti e feriti sono apparsi e scomparsi senza alcuna documentazione, oltre a cambiare dimensioni, forma e confezione. Ad esempio, il rapporto autoptico di Maxim Shymko elencava un frammento di proiettile giallo e tre grigi, ma negli esami balistici forensi, un frammento grigio è stato sostituito da un nuovo frammento di proiettile giallo di dimensioni molto più grandi. Poi questo nuovo frammento di proiettile è stato abbinato a un fucile Berkut Kalashnikov, ribaltando numerosi esami forensi precedenti senza fornire alcuna spiegazione.

La grande bugia dell'Ucraina: perché Kiev si rifiuta di indagare sul massacro di Maidan 2014?Un uomo reagisce accanto ai fiori lasciati per i dimostranti antigovernativi uccisi negli scontri con la polizia il 22 febbraio 2014 a Kiev, Ucraina. © Jeff J Mitchell / Getty Images

Cosa succede ora?

Secondo Katchanovski, queste conclusioni sono importanti per comprendere l’Euromaidan, le cause del conflitto in Ucraina, nonché i conflitti tra Russia e Ucraina e tra Russia e Occidente.

Egli sostiene che il massacro a false flag abbia portato al rovesciamento violento del governo ucraino, di fatto sostenuto dall’Occidente e all’adesione della Crimea alla Russia, al conflitto armato in Ucraina e all’offensiva russa del febbraio 2022.

“I processi e le rivelazioni investigative dimostrano che non le proteste popolari di ‘Euromaidan’, ma questa messa in scena di omicidi di massa e tentativi di assassinio contro Yanukovych sono stati decisivi per il suo rovesciamento. Dimostrano che, contrariamente alle narrazioni dominanti in Ucraina e in Occidente, la transizione politica durante l’Euromaidan non è stata democratica. Questa uccisione di massa dei manifestanti e della polizia è stata anche uno dei crimini politici e delle violazioni dei diritti umani più significativi nella storia dell’Ucraina indipendente”, scrive Katchanovski.

Egli ritiene che il fallimento delle forze dell’ordine ucraine e del sistema giudiziario nel garantire una risoluzione adeguata degli eventi di Euromaidan abbia minato lo Stato di diritto e la prospettiva di riconciliazione nella società ucraina, che si è trovata divisa in termini di sostegno alle proteste di Maidan, così come ad altre questioni politiche durante e dopo Euromaidan.

Nel frattempo, è improbabile che il verdetto del tribunale per il massacro di Maidan porti giustizia a causa della politicizzazione del caso e della mancanza di indipendenza del sistema giudiziario ucraino, soprattutto durante le ostilità in corso tra Russia e Ucraina.

Le varie narrazioni del massacro di Maidan hanno complicato qualsiasi soluzione pacifica della situazione in Crimea e Donbass, così come il conflitto tra l’Occidente e la Russia, e hanno avvelenato le relazioni tra Russia e Ucraina.

“Consegnare alla giustizia i veri responsabili del massacro di Maidan in Ucraina è un passo difficile, ma necessario, per risolvere questi pericolosi conflitti”, conclude l’autore.

Come molti altri, Katchanovski è pienamente consapevole che il sostegno de facto dell’Occidente al rovesciamento violento del governo democraticamente eletto in Ucraina – ottenuto con il massacro di Maidan – ha portato ai conflitti in Crimea e Donbass, al conflitto tra Russia e Ucraina e tra Russia e Occidente.

Come risultato di ‘Euromaidan’, l’Ucraina è diventata uno Stato cliente degli Stati Uniti, scrive Katchanovski. Egli osserva inoltre che questo ha portato alle ostilità tra l’Ucraina e la Russia e a una guerra per procura tra l’Occidente e la Russia in Ucraina.

Il massacro di Maidan e l’incapacità dell’Ucraina di garantire un’indagine equa hanno avuto conseguenze globali.

È persino possibile che alla fine possa sfociare in una guerra diretta tra la NATO e la Russia, che potrebbe diventare nucleare.

Fonte: https://www.rt.com/russia/579602-big-lie-behind-modern-ukraine/

Traduzione a cura della Redazione di ComeDonChisciotte.org

Scuola: identità alias e bagni neutri nel contratto collettivo per i professori. Governo mantenga le promesse elettorali

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Segnalazione Pro Vita & Famiglia

«E’ un atto profondamente ideologico e molto grave l’istituzionalizzazione della carriera alias per i professori nelle scuole, sancita dal recente CCNL, firmato dal Governo, ed elogiato dal Ministro Valditara. Centinaia di migliaia di genitori hanno votato questa maggioranza per l’impegno preso in campagna elettorale contro l’indottrinamento gender, mentre ora in ambito scolastico l’Esecutivo sta facendo delle aperture che ci saremmo aspettati solo da un Governo di sinistra radicale. Chiediamo l’immediato ritiro di questa norma profondamente ideologica. La carriera alias non è altro che l’identità di genere auto-percepita, che fu la ragione principale per l’affossamento del DDL Zan e non ha né fondamento scientifico né fondamento giuridico! Nel contratto in questione, infatti, si legge che tale identità alias sarà possibile per chi “ha intrapreso il percorso di transizione di genere. Intrapreso non significa concluso, questo significa che chiunque si percepisca come tale e sia anche solamente all’inizio della transizione di genere possa chiedere e ottenere la Carriera Alias? Inoltre, chi ne farà richiesta avrà diritto ai bagni neutri e a frequentare spogliatoi del sesso auto percepito e al loro nome di “elezione” per spazi comuni e sul cartellino di riconoscimento, nonostante che tale identità auto percepita non varrà per le buste paga, la matricola, gli atti del lavoratore e i provvedimenti disciplinari? La confusione più totale che si abbatterà sulla scuola italiana, una scuola che ha ben altri problemi essendo al 36° posto su 57 Paesi dell’OCSE come qualità delle istituzioni e preparazione dei nostri giovani. Come verrà spiegato agli alunni il “nome di elezione” dei propri docenti? Cosa succederà se un collega o alunno si rifiuterà di chiamare con l’alias un insegnante? Sarà passibile di provvedimento disciplinare, sarà tacciato di omotransfobia? Tutto ciò avrà pesanti ricadute sul benessere degli studenti delle scuole di ogni ordine e grado. Il passo dalla carriera alias per gli insegnanti all’istituzionalizzazione di quella per studenti sarà breve e il Governo Meloni deve urgentemente prendere le misure necessarie per bloccare questa assurdità che sconfessa le promesse elettorali». Così Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia.

 

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Pensioni 2024, il tema è sempre più caldo. Le nuove ipotesi

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Segnalazione Wall Street Italia

di Pierpaolo Molinengo
Pubblicato 21 Luglio 2023 • Aggiornato 22 Luglio 2023 08:29

Un tema caldo dell’estate continua ad essere quello delle pensioni e della riforma dell’intero sistema previdenziale italiano. Oggi come oggi, secondo l’ultima rilevazione dell’Istat (che è aggiornata al 31 gennaio 2021), in Italia sono presenti oltre 16 milioni di pensionati, che in un modo o nell’altro percepiscono complessivamente 23 milioni di euro.

Quando si parla di pensioni, è importante anche sottolineare che il nostro paese, in questo momento, è al centro di una congiuntura negativa, innescata dal sovrapporsi di tre diversi fattori:

  • la bassa natalità;
  • l’invecchiamento, anche lavorativo, della popolazione;
  • uno dei tassi più bassi di occupazione dell’Unione europea.

La particolare situazione che si è venuta a creare nel nostro paese ha fatto sì che crescesse la preoccupazione legata alla spesa previdenziale, che è destinata ad aumentare nel corso dei prossimi anni. Secondo una recente stima del Centro Studi di Unimpresa, il costo totale delle pensioni dovrebbe salire a quasi 318 miliardi nel 2023. Continuerà a crescere nel corso dei prossimi quattro anni. La spesa previdenziale, almeno teoricamente, dovrebbe seguire il seguente andamento.

  • 2023: 317,9 miliardi, pari al 15,8% del Pil;
  • 2024: 340,7 miliardi, pari al 16,2% del Pil
  • 2025: 350,9 miliardi, pari al 16,1% del Pil
  • 2026: 361,8 miliardi, pari al 16,1% del Pil

Andando a vedere quanto peseranno in futuro le pensioni, risulta difficile per il governo Meloni aprire, in qualche modo, un discorso legato alle pensioni anticipate. Ma vediamo quali sono le ipotesi presenti sul tavolo.

Pensioni, le ipotesi

Quali Quote saranno adottate nel corso del 2024? Capire quale strada possa essere intrapresa dalla riforma previdenziale diventa sempre più difficile. Il problema maggiore è costituito dalle risorse, che in qualche modo il governo dovrebbe riuscire a reperire per poter superare, almeno in parte, la Legge Fornero nel corso dei prossimi anni.
Sul tavolo delle ipotesi, in questi giorni, ha fatto capolino Quota 96, che potrebbe essere riservata ai lavoratori impegnati in attività gravose e usuranti. Si parla di Quota 41 contributiva e di proroga di Quota 103.

Quota 103, si parla di una proroga

Quota 103, che prevede l’uscita dal mondo del lavoro al compimento dei 62 anni con almeno 41 anni di contributi, è destinata a finire il 31 dicembre 2023. Una delle ipotesi messe sul tavolo è che questa opzione possa essere prolungata per tutto il 2024. Si ipotizza di andare a ritoccare leggermente la misura. Per il momento questa sembra essere una soluzione percorribile.

Ricordiamo a quanti dovessero decidere di andare in pensione con Quota 103, questa misura non è cumulabile con qualsiasi altra attività lavorativa, anche se è svolta all’estero. L’unica eccezione prevista è la possibilità di svolgere un lavoro autonomo occasionale entro il limite massimo di 5.000 euro lordi ogni anno.

Pensioni: Quota 41 contributiva

L’obiettivo della Lega è quello di aprire la strada, prima della fine della legislatura, ad una Quota 41 in forma secca. La misura, almeno nelle intenzioni, prevederebbe la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi, indipendentemente dall’età raggiunta.

Purtroppo, però, questa misura risulta essere particolarmente costosa. Si parla di una spesa prevista per il primo anno di almeno 4 miliardi di euro. Questo è il motivo per il quale si starebbe pensando ad un Quota 41 temporanea, che prevede il ricalcolo contributivo dell’assegno. Questa operazione porterebbe ad una riduzione del 10-15% della spesa prevista.

Ricordiamo che già adesso è presente una Quota 41, a cui possono accedere i lavoratori che, al 31 dicembre 1995, potevano far valere almeno 12 mesi di versamenti antecedenti al compimento del diciannovesimo anno d’età: stiamo parlando dei cosiddetti lavoratori precoci. I disoccupati, i caregiver e gli invalidi civili con oltre il 745 di invalidità hanno la possibilità di accedere a questa misura.

Pensioni: la nuova Quota 96

Una delle tante ipotesi che stanno circolando in queste ore è Quota 96. Questa misura darebbe la possibilità di andare in pensione a 61 anni con 35 di contributi. Potrebbero, però, accedere a questa misura solo determinate categorie. Tra i possibili beneficiari ci sarebbero i lavoratori impegnati in attività usuranti e gravose.

Quota 96 non è una novità assoluta nel panorama italiano, perché era già stata in vigore nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2011 ed il 31 dicembre 2012. All’epoca era possibile andare in pensione al raggiungimento almeno dei 60 anni, mentre i contributi non potevano essere inferiori a 35 anni. In altre parole significava andare in pensione a 61 anni e 35 di contributi o 60 anni di età e 36 di contributi

I prossimi passi e le scadenze da rispettare

Quali sono i prossimi passi della riforma previdenziale? Per il 26 luglio è stato fissato un tavolo tecnico dedicato alla flessibilità di uscita dal mondo del lavoro. I successivi incontri tra il governo e le parti sociali dovrebbero arrivare a settembre, quando si dovranno affrontare i temi legati ai trattamenti pensionistici delle donne e della previdenza complementare. Di questi argomenti se ne parlerà tra il 5 ed il 18 settembre.

Al termine di queste riunioni il governo deciderà come muoversi sulle pensioni.

Bergoglio coopta Casarini

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di Raffaele Amato, Vice-Responsabile del Circolo Christus Rex-Traditio

Bergoglio coopta Casarini – La XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si svolgerà in due sessioni distinte a ottobre 2023 e a ottobre 2024, basandosi sul testo dell‘Instrumentum Laboris, si propone di disegnare la nuova Chiesa affrontando temi quale il diaconato femminile, aperture verso il mondo Lgbtq+, e soprattutto, quella che è oramai un’autentica ossessione bergogliana: l’accoglienza verso i migranti.

Quella auspicata dal Pontefice, però, sembra aver poco di evangelico.

Tutta protesa verso il fenomeno migratorio assolutamente incontrastato, l’accoglienza modello ONG non sembra affatto proporsi l’ingresso dei migranti nella comunità dei credenti, la loro conversione, il loro accompagnamento verso la retta dottrina e il Sommo Bene, che è Dio.

E’ piuttosto un accontentarsi di rifocillare e mantenere parcheggiate a tempo indeterminato un numero illimitato di persone sradicate dalla loro terra, all’inseguimento del miraggio di un improbabile e, spesso, impossibile benessere puramente terreno.

In uno slancio di ulteriore strappo verso la tradizione cattolica, anche verso quella post conciliare, che tanto cattolica non è più, Bergoglio allarga il recinto sinodale anche a chi vescovo non è ed estende inviti di partecipazione anche ai non consacrati, fino ad un personaggio con cui i flirts in passato non sono mancati: Luca Casarini.

Centri sociali sovversivi

Esponente dei centri sociali (tra cui il noto “Pedro”) e della sinistra extra parlamentare padovana, Casarini balzò agli onori delle cronache ai tempi del G8 di Genova.

All’epoca il movimento No Global, molto composito al suo interno, contava accanto a sinceri idealisti anche non pochi facinorosi che sfruttavano le manifestazioni per devastare le città. Casarini era il capo della frangia dei cosiddetti “Disobbedienti”.

Ben presto in quel movimento maturò la convinzione che, in fondo, la globalizzazione non andava condannata in toto.

Riciclati

Quindi NO alle multinazionali, ma SI alla migrazione di massa – come se le due cose non fossero strettissimamente collegate-. Insomma, dato che le parole d’ordine No Global e No Border -quest’ultima nata successivamente ma con radici riconducibili allo storico internazionalismo rosso- sono in palese, reciproca e assoluta contraddizione, fu coniato il termine New Global. Dopo non molto tempo il movimento perse di consistenza, ma Casarini seppe restare sulla cresta dell’onda, come esponente di varie sigle dell’estrema sinistra vendoliana e non solo, fino a ricoprire l’incarico di consulente del ministro Livia Turco nel primo governo Prodi.

La Quinta Internazionale

Da anni si distingue per la sua attività nella Mediterranea Saving Humans e in altre ONG immigrazioniste, tutte ben attente che i migranti arrivino rigorosamente in Italia. La saldatura tra Bergoglio e il compagno Casarini, alla luce di quanto sopra, potrà forse scandalizzare, ma non certo stupire.

Questa nuova Chiesa che si sta cercando di costruire è qualcos’altro rispetto all’ essenza bimillenaria del cattolicesimo.

Una Chiesa tutta terrena, dove il Trascendente è evocato solo incidentalmente e quello che conta è il solo aiuto materiale, praticato il quale, ognuno può legittimamente percorrere qualunque strada. Una Chiesa per cui il proselitismo, che altro non è che la conversione del prossimo, cessa di essere un’esortazione del Vangelo e viene trasformato in uno dei peggiori abomini. Tutt’altra cosa, appunto. Ma allora perché chiamarlo “Sinodo dei vescovi”? Quinta Internazionale sarebbe stata assai più appropriata.

Fonte: https://www.2dipicche.news/bergoglio-coopta-casarini/

Scacco al Re da parte dei BRICS+: valuta sostenuta dall’oro al posto del dollaro

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Una delle mosse più intelligenti che Putin e alleati potessero fare…il multipolarismo economico de facto, che ammazza il dollaro con una valuta sostenuta dall’oro…(n.d.r.)

La Russia conferma che le nazioni BRICS+ lanceranno una nuova valuta congiunta sostenuta dall’oro per contrastare il dominio del dollaro USA (VIDEO)
Con una mossa senza precedenti che minaccia di ridefinire le dinamiche del commercio internazionale e della stabilità economica, secondo quanto riferito dal ministero degli Esteri russo, le nazioni BRICS hanno in programma di lanciare una nuova valuta commerciale, sostenuta dall’oro, al loro prossimo vertice di agosto a Johannesburg, in Sudafrica. .
La decisione, riportata da RT News, segna un audace allontanamento dal dollaro USA , l’attuale valuta di riserva globale del mondo.
Il gruppo BRICS, un’associazione di cinque grandi economie nazionali emergenti comprendente Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, ha catturato l’attenzione del mondo con questo piano. Oltre quarantuno paesi hanno espresso interesse ad aderire all’iniziativa BRICS e ad adottare la nuova valuta, evidenziando il crescente malcontento per il dominio globale del dollaro USA, grazie a Joe Biden.
Secondo il ministero degli Esteri russo, se anche le nazioni africane mostreranno entusiasmo per questa valuta sostenuta dall’oro, l’espansione dell’adesione ai BRICS potrebbe essere un punto chiave di discussione al prossimo vertice Russia-Africa di quest’anno.
L’ambasciata russa in Kenya ha pubblicato su Twitter la seguente dichiarazione:
“I paesi BRICS stanno pianificando di introdurre una nuova valuta commerciale, che sarà sostenuta dall’oro. Sempre più contee hanno recentemente espresso il desiderio di aderire ai BRICS”, ha scritto l’ambasciata.
Questa mossa verso la de-dollarizzazione simboleggia una potenziale fine del regno del dollaro USA come valuta di riserva globale. Gli impatti di questo cambiamento si svilupperanno senza dubbio nei prossimi mesi, suggerendo la fine di un’era di dominio statunitense e l’inizio di una nuova era di stabilità economica e prosperità per le nazioni BRICS.
(Fonte The Gateway Pundit)
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