“Le donne non hanno il pene”. E lo censurano

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L’OVVIO SOTTO ATTACCO NELLA SOCIETA’ FLUIDA E DISTOPICA DEL III° MILLENNIO (N.D.R.)
IL CASO A EDIMBURGO
Graham Linehan escluso dal Fringe di Edimburgo per le sue opinioni sul gender. Il locale: “Non in linea coi nostri valori”. La protesta dei fan

Il dibattito sulla libertà di espressione nella comicità è arrivato ai livelli più alti in seguito alla cancellazione dell’evento del famoso scrittore di Father TedGraham Linehan, al Fringe festival di Edimburgo. Come riportato dal Daily Mail, l’evento è stato interrotto a causa delle sue visioni critiche sulla questione di genere, scatenando indignazione tra i fan e critiche verso il festival stesso. Il locale che doveva ospitarlo, il Leith Arches, ha detto di aver annullato l’evento perché le opinioni dell’artista sulle questioni transgender non erano “in linea con i nostri valori generali”. “Non supportiamo questo comico o le sue opinioni e non gli sarà permesso di esibirsi nella nostra sede”.

La posizione di Linehan sulle questioni di genere

Linehan è famoso per la sua ferma credenza che le donne non possono avere un pene e “chiunque sostenga il contrario è un estremista”. Una posizione molto netta contro la possibilità di “autoidentificazione” del genere. Le sue opinioni però hanno portato all’annullamento del suo spettacolo al Leith Arches di Edimburgo, decisione che Linehan ha deciso di sfidare con una performance all’aperto davanti al Parlamento scozzese a Holyrood. Questa iniziativa ha attirato un considerevole numero di fan e ha suscitato molti commenti, tra cui quello di una spettatrice che ha dichiarato: “È osceno che sia stato cancellato per opinioni che la maggioranza della popolazione ha”.

Linehan contro gli attivisti trans

Nonostante le paure di possibili scontri con gruppi trans, lo spettacolo si è svolto senza intoppi. Linehan ha energicamente dichiarato alla stampa che “gli attivisti per i diritti dei trans devono essere completamente sconfitti”, elogiando i suoi fan per il loro sostegno e rivelando come la pressione su di lui e la sua famiglia l’abbia fatto ricorrere ai farmaci per l’ansia.

La libertà di espressione comica sotto attacco?

Il dibattito sulla libertà di espressione comica si è inasprito quando Andrew Doyle, organizzatore dello spettacolo Comedy Unleashed di Linehan, si è rivolto a Twitter annunciando che anche il locale alternativo aveva cancellato l’evento. Tuttavia, Linehan ha deciso di svolgere comunque lo spettacolo di fronte al parlamento scozzese, dichiarando al termine della performance: “Non ho mai visto nulla di così folle come gli ultimi due giorni”.

Linehan, attraverso le sue azioni, non ha solo sfidato le decisioni del festival, ma ha anche sollevato nuove domande sulla libertà di espressione nel mondo della comicità, mettendo in evidenza la tensione tra le opinioni personali degli artisti e le sensibilità del pubblico.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/le-donne-non-hanno-il-pene-e-lo-censurano/

La disperazione di Zelens’kyj

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di Fulvio Scaglione

Fonte: lettere da Mosca

Non so se si tratti di una sensazione solo mia ma nell’ultima mossa del presidente Zelens’kyj si avverte un senso di disperazione che dovrebbe preoccupare tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’Ucraina. Ricapitoliamo: Zelens’kyj ha annunciato l’intenzione di licenziare tutti i funzionari regionali preposti al reclutamento militare per sostituirli con militari veri e propri. L’accusa del Presidente è: corruzione. Un sistema di arricchimento illecito, realizzato soprattutto con la vendita di false esenzioni dalla leva, che, come dice giustamente Zelens’kyj, in un Paese in guerra “equivale al tradimento”.
Il problema, però, è che questa storia della corruzione (e del tradimento) va avanti da più di un anno, cioè da quando la struttura presidenziale ha avviato una serie di epurazioni che, nel luglio del 2022, presero il via con il licenziamento di Igor Bakanov, l’amico d’infanzia che Zelens’kyj aveva nominato capo dei servizi segreti (SBU) e di Irina Venediktova, l’ex responsabile della sua campagna elettorale nominata Procuratrice generale dell’Ucraina. Anche allora le accuse oscillavano tra corruzione e tradimento. Lo stesso Zelensk’yj disse che tra i dipendenti della Procura erano stati aperti 650 procedimenti penali. In senso politico e amministrativo, una strage.
Già allora si poteva intuire un certo tasso di disperazione: Zelens’kyj, fin dai primi giorni della sua presidenza, ha applicato uno spoil system implacabile. Che rinunciasse a due membri così importanti del suo cerchio magico, per di più distruggendoli con accuse  pesantissime, dava da pensare. Ne ho scritto e raccontato più volte per Limes, in tempi affatto sospetti, e non sto quindi a dilungarmi. Resta il fatto che da allora le purghe non si sono mai fermate e hanno investito tutti i settori decisivi: i dirigenti dell’industria della Difesa, lo stesso ministero della Difesa con lo scandalo delle forniture all’esercito a prezzi gonfiati  costato dimissioni “cosmetiche” al viceministro, gli alti gradi dell’esercito e quelli medi dei servizi segreti, i dirigenti regionali e comunali e così via. Da un certo punto in poi, all’intelligence militare diretta dall’astro nascente Kyrylo Budanov sono stati persino affidati i compiti della ollizia giudiziaria.
Per un po’, tutto è stato giustificato con le dure necessità di un Paese invaso, devastato dai bombardamenti e, di fatto, rimasto in vita per il valore dei suoi combattenti e per i massicci aiuti finanziari e militari ricevuti dall’estero.  E anche, almeno dal mio punto di vista, con il desiderio di Zelens’yj di garantirsi quadri di sua scelta e di presumibile maggiore fedeltà per qualunque evenienza futura. Non bisogna infatti dimenticare che Zelensk’yj aveva trionfato nelle presidenziali del 2019 e, nello stesso anno, aveva portato al trionfo e alla maggiora Enza assoluta dei seggi parlamentari il suo partito Servo del Popolo. Ma nelle elezioni amministrative del 2020 aveva perso ovunque: in ogni centro ucraino di un qualche importanza Servo del Popolo era stato sconfitto. Nella capitale Kiev la candidata di Zelens’kyj, l’attuale vicepremier Vershchuk, era arrivata addirittura quinta. In sostanza: Zelensk’yj aveva un dominio assoluto sul centro e poco o punto controllo sulla periferia. Logico che volesse approfittare della legge marziale per cambiare la situazione.
Adesso, però, il tasso di disperazione è salito ancora. Il licenziamento dei funzionari preposti alla mobilitazione per la leva arriva dopo mesi di voci sul siluramento del ministro della Difesa Reznikov, che avrebbe dovuto lasciare (in agguato, per sostituirlo, il solito Budanov) con il primo scandalo corruzione, e che viene dato per prossimo ambasciatore ucraino nel Regno Unito, ma che è stato salvato dalle faide interne a Servo del Popolo. E, soprattutto, arriva mentre la controffensiva ucraina sembra non produrre risultati e le truppe russe in qualche settore, per esempio quello di Kupiansk, tentano addirittura non di difendersi ma di avanzare.
In ogni caso, il provvedimento deciso da Zelensk’yj come minimo significa due cose. La prima è che, al di là di ogni retorica, il sistema ucraino di reclutamento funziona male e che i giovani cercano di sottrarsi al servizio militare al fronte. La seconda è che, a quattro anni dall’insediamento e con le leggi d’emergenza e poi la legge marziale dalla sua parte, Zelens’kyj controlla sempre meno il Paese. Ha dalla sua le forze armate e gli alti gradi dell’esercito, a partire dal comandante in capo Zaluzhny, e ancor più i servizi segreti, cosa decisiva in un Paese in guerra. Ma il resto, dopo un anno abbondante di purghe, sembra smottargli sotto i piedi. Tutto è tranne che una buona notizia. Per Zelens’kyj e per gli ucraini, ovviamente. Di sicuro per tutti gli ingenui che da due anni scrivono che basta riempire l’Ucraina di armi per risolvere il problema. Ma infine anche per tutti coloro che vogliono veder finire al più presto questa follia: per affrontare le sfide di una tregua e, si spera, di una pacificazione, l’Ucraina ha bisogno non di disperazione ma di una guida salda. Almeno quanto lo è stata quella che l’ha guidata in questo anni e mezzo di guerra.

Piano Mattei, sovranisti finti e altre prese in giro

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di Elena Basile

Fonte: Elena Basile per Arianna Editrice

La parola inglese accountability rende bene il significato di quel che è stato perso nella vita politica italiana. Potrebbe essere tradotta con una perifrasi: “assumersi la responsabilità e dare conto del proprio operato”.
Al cittadino appare chiaro che i politici, le istituzioni, persino i giornalisti e gli operatori culturali sono liberi da un tale fardello essenziale alla civiltà liberale e democratica.
Gli esempi potrebbero essere tanti. I giornalisti che avevano previsto il crollo economico della Russia e un cambio di potere a Mosca pontificano sulla probabile sconfitta militare della Russia, per nulla imbarazzati dalle loro precedenti errate previsioni. Romanzi premiati e pompati dal mercato non rispondono a volte ad alcun requisito letterario, ma le macchine della pubblicità, i critici, le case editrici e gli amichetti continuano indisturbati a distruggere la cultura. Il governo della destra “sovranista” di Meloni attua un programma in politica estera e in Europa che avrebbe potuto essere del Pd e del centrosinistra. Gli elettori restano fedeli nella sconcertante convinzione che la presidente non ha alternative se vuole restare al potere.
Le decisioni sono prese altrove. La finanza, le grandi multinazionali tirano i fili delle marionette politiche. Le indagini sociologiche serie hanno illustrato come il presidente degli Stati Uniti sia eletto grazie all’accordo di tali poteri forti.
Non c’è nulla di automatico e deterministico. L’azione umana è piena di imprevisti. Ma, come l’assenza di partecipazione alla politica se non per interessi settoriali e la stessa astensione dal voto dimostrano, si è rotto quel filo che fino agli anni 80 ha legato società civile e istituzioni.
Prendiamo la politica mediterranea. Diplomatici e nuovi pennivendoli si affannano a illustrare il cosiddetto Piano Mattei. Senza pudore si utilizza un nome mitico. Enrico Mattei si rivolta nella tomba. Il grande imprenditore, che ha pagato con la propria vita il coraggio di perseguire l’interesse nazionale contro quello delle “sette sorelle”, il fine politico che ha creduto nel bene comune di Stati mediterranei e africani, viene strappato alla memoria collettiva e strumentalizzato per le carnevalate odierne. La presidente del Consiglio (ma Draghi o altri di centrosinistra non avrebbero fatto diversamente) si genuflette alle richieste militari ed economiche statunitensi, rinuncia agli interessi commerciali italiani nei rapporti con Pechino, elemosina senza ottenere una politica del Fmi diversa nei confronti della Tunisia, e nomina senza alcun pudore Enrico Mattei per riferirsi al piano energetico tra Italia e l’Africa fornitrice di energia. Nessun giornalista o economista si dà la pena di spiegare come mai decenni di politica mediterranea europea (dal processo di Barcellona 1995 all’Upm 2008) siano falliti nonostante gli sforzi di partnership egualitaria, di codecisione, di approccio olistico e non settoriale. Qualche brillante collega addirittura sostiene che la Nato, data la menzione del Fianco Sud nel prolisso e illeggibile comunicato finale a Vilnius, aprirà le porte a una cooperazione differente con i Paesi nordafricani. Mattei, a partire dal 1958, aveva stipulato con l’Urss accordi energetici favorevoli allo sviluppo economico italiano contro l’oligopolio delle multinazionali. Il governo italiano strumentalizza il suo nome mentre si lega mani e piedi all’energia statunitense venduta a caro prezzo e a frammentate fonti di approvvigionamento con dittature di umore instabile.
Il cittadino ,nel leggere alcuni giornali, prova un terribile senso di presa in giro. Mieli realizza buoni programmi televisivi, recentemente una ricostruzione storica della rivoluzione cubana. Ci propina tuttavia articoli in cui racconta la fine dell’accordo sul grano come una decisione unilaterale del lupo cattivo. Dimentica di elencare le condizioni previste dall’accordo e non realizzate a partire dalla mancata revoca delle sanzioni sui pezzi di ricambio delle macchine agricole russe fino alla negata adesione della banca russa agricola al sistema di pagamenti Swift. Tace sulle percentuali di grano esportate (80% ai Paesi europei, 3% agli africani) che secondo l’Oxfam non risolverebbero i problemi dei Paesi emergenti, ma contribuirebbero a limitare l’inflazione di generi alimentari nei Paesi ricchi.
Quanti intellettuali e rappresentanti istituzionali si prestano a questi giochi in malafede con appelli moralistici a favore dei Paesi emergenti smarrendo la visione oggettiva di quanto accade sulla scena internazionale? La sensazione sconcertante è che le élite al potere in Europa e i loro ‘cani da guardia” abbiano venduto l’anima e che la politica come l’economia e la cultura siano soltanto tecnica. Viviamo ormai in un eterno Barbie, film di visualità sublime privo di contenuti e con uno script demenziale.

Se il mondo va al contrario, è “colpa” del gen. Vannacci

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L’EDITORIALE

di Matteo Castagna

Se il mondo va al contrario è “colpa” del gen. Vannacci, punito perché lo vorrebbe raddrizzato

Polemiche, prese di distanza dell’esercito, un esame disciplinare avviato dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, ma intanto un risultato il generale Roberto Vannacci l’ha ottenuto: il suo libro “Il mondo al contrario”, fra ieri ed oggi, è balzato al primo posto delle vendite su Amazon (la più grande piattaforma di e-commerce al mondo).
Spezzino, 55 anni, il generale ha una meravigliosa carriera nell’Esercito: ex comandante della Task Force 45 durante la guerra in Afghanistan, ex comandante della Folgore, ex comandante del Col Moschin (reparto speciale che compie incursioni strategiche in zone ad alta pericolosità) ed ex comandante del contingente italiano in Iraq, Vannacci, si legge sui siti di informazione specializzati nel mondo militare, è considerato un valoroso “soldato al servizio dello Stato”.  Una brillante ascesa – costellata di onorificenze nazionali e internazionali – che a giugno 2023 lo ha portato alla guida dell’Istituto geografico militare, lo storico ente cartografico di Firenze (Igm) dal quale è stato epurato a causa del libro. Il sen. Pillon, che è avvocato,  si è offerto di difenderlo perché “sa distinguere un maschio da una femmina”. il generale è poliglotta (parla correttamente 6 lingue) ed ha 3 lauree (scienze strategiche, scienze internazionali e scienze militari).
Il gen. Vannacci, descritto come uomo integerrimo, si è inimicato parecchio il potere che conta nel 2020, quando – come riportato da “La Nazione” (18/8/23) – ha denunciato “l’esposizione dei militari italiani all’uranio impoverito in Iraq. La sua denuncia e i due esposti presentati a Roma smentivano, sostanzialmente, i vertici del Ministero della Difesa che, per anni, hanno sostenuto l’inesistenza di tale minaccia per la salute”.
E’ chiaro che questo argomento potrebbe riemergere, in sede di procedimento disciplinare, da parte del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, con esiti che potrebbero diventare un’autentica “bomba”ad orologeria a Palazzo Chigi. Giorgia Meloni, su molti frangenti, si sta muovendo bene. Purtroppo si sta muovendo bene, per rimanere in sella, compiacendo i poteri forti di Bruxelles e i radical chic. Non mi sovviene alcun provvedimento di questo Esecutivo che possa, per ora, essere definito “di destra”. Oramai, è imbarazzata pure la sinistra, che non riesce a fare opposizione perché non sa cosa dire, di fronte all’appiattimento atlantista, all’asservimento al gran Capitale, all’europeismo di Tajani, alla marginalizzazione di Salvini, che, come ha sottolineato l’ex eurodeputato della Lega Mario Borghezio, sulle colonne de Il Foglio di ieri, non è più in grado neppure di cavalcare la battaglia sull’immigrazione, giunta ai massimi livelli, in termini di sbarchi, negli ultimi mesi. Ed ha tuonato: “Temo che i leader del centrodestra stiano commettendo l’errore politico e morale, di cedere al ricatto culturale e mediatico dell’accusa di razzismo o di parafascismo, come nel caso di Meloni. Solo che un conto è essere moderati, l’altro è essere idioti.”
Il Gen. Vannucci, che può aver creato qualche mal di pancia a Crosetto, per il retroscena di cui sopra, ha parlato da uomo “di destra”, o meglio, da Conservatore o Sovranista, che sono termini più in voga, oggi. Ha scritto quello che la maggioranza della gente pensa e, molti hanno paura di dire. La “dittatura delle minoranza” di cui parla il generale è tale perché produce censura, gogna mediatica, insulti e minacce da parte dell’establischment. L’art. 21 della Costituzione, citata sempre a casaccio, non vale per un servitore dello Stato, che si è auto-editato un libro, in cui premette di parlare a titolo personale?
Sullo ius soli, prendendo ad esempio Paola Egonu, sulle coppie arcobaleno, sull’utero in affitto e la genitorialità degli omosessuali, sui cambiamenti climatici, sulle femministe, sugli ecologisti, sulla legittima difesa, il gen. Vannucci ha scritto quello che è da secoli accettato come civiltà occidentale, rappresentando quell’orizzonte valoriale che dovrebbe caratterizzare la cosiddetta “destra”, sia essa di governo che extraparlamentare. Altrimenti, quale sarebbe la differenza col Pd di Shlein? Quale differenza di contenuto, oltre al fisico, tra Crosetto e Frantoianni?
radical chic, fedeli al pensiero progressista contemporaneo, hanno tradito il marxismo per il gran Capitale. Tuttavia, non hanno dimenticato la preziosa lezione di Gramsci sull’egemonia culturale. Essendo la classe operaia scomparsa dai programmi concreti delle sinistre, il consumismo è divenuto, oggi, la religione delle masse. Il controllo totale della cultura modifica l’immaginario collettivo, creando bisogni artificiosi per aumentare i consumi; costruisce ideologie farneticanti, per distruggere la coesione sociale e la libertà. Se anche un governo conservatore contribuisce all’attacco senza precedenti alla nostra civiltà classico-cristiana, colpevolizzando l’uomo biancomettendo in discussione la famiglia naturale, la libertà personale di dissentire dal politicamente corretto, possiamo parlare di appiattimento al narcisismo, al livore, all’odio, alla presunta superiorità politica, culturale e morale della sinistra. Oggi il pericolo non è il fascismo. E’ che i conservatori sono diventati gli zerbini dei radical chic, soprattutto per viltà e poi per la comodità di una poltrona dorata.

Il futuro dell’identità umana

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2023/08/14/il-futuro-dellidentita-umana/ https://www.2dipicche.news/il-futuro-dellidentita-umana/ e in spagnolo, tradotto dall’Ordine dei Giornalisti dell’America Latina: https://vocesdelperiodista.mx/voces-del-periodista/opinion/el-futuro-de-la-identidad-humana/

Il futuro dell’identità umana – San Tommaso d’Aquino affermava che i filosofi si valutano in rapporto alla verità o falsità delle loro argomentazioni; dal confronto tra le tesi della filosofia tomista e di quella rahneriana emerge con evidenza che mentre il tomismo è una filosofia realista, il cui oggetto di indagine è l’analisi della realtà come è in se stessa, quella di Rahner è una filosofia antirealista, di origine cartesiana, che ha posto al centro della riflessione l’io umano e il suo pensiero.

Nell’età moderna, la concezione realista di S. Tommaso appare essere talmente vera, da esser utile a chiunque ad osservare ciò che lo circonda, traendone un pensiero critico. In un certo senso siamo tutti filosofi, se ci atteniamo a questo principio. Il filosofo che si fa chiamare tale, nel III° millennio sembra, invece, solo un furbacchione, che cerca un modo “stimabile” per non lavorare.

La realtà odierna ci fa osservare che, mentre nel passato le strategie, le lobby di potere, gli interessi economici più importanti erano mantenuti in una certa riservatezza, oggi, nell’era digitale e dei social, tutto è di pubblico dominio.

Viviamo nell’era dell’Intelligenza Artificiale.

E così, in libreria troviamo liberamente un testo molto interessante che a “L’era dell’ Intelligenza Artificiale“, sottotitola “il futuro dell’identità umana”.

Anche la casa editrice è prestigiosa: Mondadori, 2023.

“Tre fra i pensatori più autorevoli e lucidi di oggi riflettono sull’intelligenza artificiale e su come stia trasformando il nostro modo di sperimentare la realtà, la politica e la società”.

I tre sono: Henry Kissinger, ex Segretario di Stato americano e consigliere geopolitico dei grandi della Terra; Eric Schmidt, ex amministratore delegato di Google e l’informatico e decano del MIT Daniel Huttenlocher. Essi ci spiegano cosa rappresenta l’IA: “un terreno di gioco fondamentale che determinerà gli assetti geopolitici futuri”.

Non certo una cosa da poco. Curioso che a spiegarci un qualcosa che stravolgerà le nostre vite siano tre distinti signori che immagino seduti in un caffé, a discutere sulle sorti dell’umanità. Per loro, l’Intelligenza Artificiale è un grande fattore di progresso, che viene assimilato a tutti gli altri mezzi tecnologici che nel corso dei secoli hanno caratterizzato la nostra storia.

Essa è un’impresa grandiosa con enormi potenziali vantaggi. “Noi la stiamo sviluppando, ma la useremo per rendere la nostra vita migliore o peggiore?

Reca con sé la promessa di medicine più efficaci, di un’assistenza sanitaria più efficiente e più equa, di pratiche ambientali più sostenibili e di altri progressi.

Allo stesso tempo, però, può distorcere o come minimo aggravare, la complessità del consumo dell’informazione e dell’identificazione della verità, spingendo alcune persone a lasciar atrofizzare la propria capacità di ragionamento e giudizio indipendente” (pag.196 ibidem).

Una “Commissione”

I tre pensatori sognano una commissione composta da figure di massimo livello del governo, dell’imprenditoria e del mondo accademico statunitensi, che abbia almeno due funzioni:

  1. Sul piano nazionale: massima attenzione alla competitività dell’ IA.
  2. Sul piano globale: studio delle implicazioni connesse all’intelligenza artificiale e promozione della consapevolezza verso questa nuova tecnologia.

“L’intelligenza umana e artificiale si stanno incontrando, proprio mentre vengono applicate a obiettivi di scala nazionale continentale e persino globale”.

Servirà, secondo i tre big della strategia mondiale, sviluppare un’etica che ci permetta di orientarci attraverso di essa, col contributo di scienziati, strateghi, statisti, filosofi, religiosi e amministratori delegati.

“È’ ormai giunto il momento di definire tanto la nostra collaborazione con l’IA quanto la realtà che verrà così a formarsi”.

Stiamo parlando quindi di una nuova etica, di cui ancora non conosciamo i contenuti che vada a interagire con l’Intelligenza Artificiale.

Si opera al contrario, dando per buona l’IA e solo dopo creare un’etica tramite una commissione di ignoti.

Solo per questo, potremmo dire che l’IA priva di regole definite è immorale e non andrebbe utilizzata, perché troppo pericolosa.

La teologia morale ci insegna che il problema fondamentale dell’etica filosofica è la ricerca della norma suprema dell’agire umano; e la sua soluzione dipende necessariamente dalle linee generali dei singoli sistemi filosofici.

Il danno del “liberalismo”

Molto difficile, se non impossibile, al mondo d’oggi, avere una “norma suprema dell’agire umano” perché secoli di liberalismo hanno imposto all’Occidente e, poi, al resto del mondo, il relativismo e il soggettivismo come paradigmi della giustizia sociale.

Sperando di essere smentito, credo si voglia sostituire l’uomo con le macchine in molti settori, creando disoccupazione e povertà.

L’unico criterio intrinseco a cui lo sviluppo tecnico-economico risponde è quello dell’efficienza, della massimizzazione dell’utile, sull’altare del quale ogni altro principio o valore deve venir sacrificato in quanto fonte di inerzia, perdite, in una parola: di inefficienza.

Perciò non può esistere alcuna etica in questo processo di sostituzione.

Il futuro pare, dunque, pressoché scritto: le élite sono pronte a sacrificare l’uomo sull’altare della tecnocrazia, mentre l’uomo viene distratto dai tantissimi mezzi di intrattenimento.

La consapevolezza di cui ragiona Kissinger è profondamente diversa da quella nostra. Quando l’umanità anestetizzata e distratta dal Sistema, si accorgerà della realtà, ovvero del predominio delle macchine, sarà troppo tardi, salvo che qualcosa o qualcuno intervengano per fermare l’abisso dell’autodistruzione.

Ecuador, tra massoneria, droga e le profezie della Madonna di Quito

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EDITORIALE

di Matteo Castagna pubblicato su: https://www.2dipicche.news/ecuador-tra-massoneria-droga-e-le-profezie-della-madonna-di-quito/ https://www.informazionecattolica.it/2023/08/13/ecuador-tra-massoneria-droga-e-le-profezie-della-madonna-di-quito/

Ecuador, tra massoneria, droga e le profezie della Madonna di Quito – Il 9 agosto 2023 uno dei candidati alle elezioni presidenziali in Ecuador, il giornalista e attivista politico Fernando Villavicencio, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco. L’uomo, 59enne, secondo quanto riportato dalla stampa locale, è stato raggiunto da numerosi colpi mentre stava uscendo da una scuola della capitale Quito nella quale aveva appena partecipato a una riunione politica.

Stato di emergenza

Le autorità della nazione sudamericana hanno decretato lo stato d’emergenza, per un periodo di sessanta giorni. Il che comporta il dispiegamento sul territorio delle forze armate. Il presidente uscente Guillermo Lasso ha convocato una riunione d’urgenza e, poi, ha detto che questo grave attentato non resterà impunito.

Sindacalista in gioventù, Fernando Villavicencio, fu consulente della federazione dei lavoratori della compagnia petrolifera statale ecuadoriana, ma venne licenziato per la sua affinità con la sinistra. Fu consulente dell’ex deputato del movimento indigeno Pachakutik, Cléver Jiménez, fino al 2017. Con quest’ultimo venne condannato a un anno e mezzo di carcere, per calunnia nei confronti del Presidente Rafael Correa. Fuggì negli Stati Uniti e al suo ritorno in Ecuador, una volta prescritta la pena, denunciò nuovamente Correa per presunte irregolarità nei contratti petroliferi con la Cina, accusandolo inoltre, insieme al suo governo, di corruzione.

Massoneria ecuadoriana

Sin qui, le cronache dei media occidentali. Il notiziario della massoneria in Ecuador, “massonerianoticias.com” ha espresso immediatamente il suo cordoglio per la morte del fratello massone Fernando Villaviciencio.

Continua così il suo necrologio del notiziario della Massoneria: “Al di là del suo impegno politico, Villavicencio ha lasciato un segno notevole nella massoneria ecuadoriana. Iniziato nella Gran Loggia Equator dell’Ecuador, avanzò nel suo cammino verso la saggezza e la fraternità, diventando un membro illustre della Loggia Lautaro”.

Prosegue ancora: “Durante il suo esilio nella giungla ecuadoriana, la Loggia Lautaro della Gran Loggia sudamericana dell’Ecuador gli ha reso un omaggio speciale, riconoscendo la sua dedizione e perseveranza nel promuovere i principi massonici nella sua vita e nella società. […] Anche la figlia, Amanda Villaviciencio faceva parte della Massoneria, essendo un membro della Luminous Spike Lodge No. 2. […] “La Massoneria ecuadoriana si rammarica profondamente della perdita di Fernando Villavicencio e riconosce il suo prezioso contributo sia nella sfera politica che nel suo impegno per i principi massonici”. I funerali si sono svolti venerdì scorso in chiesa.

Guerra tra bande

Fernando Villavicencio non sarebbe diventato presidente dell’Ecuador, alle elezioni previste per il 20 Agosto. Secondo i sondaggi aveva solo il 10%, ma la sua forte campagna contro i cartelli della droga aveva attirato minacce da parte del cartello messicano di Sinaloa. Per “Human Rights Watch”, in Ecuador è in atto una guerra tra bande.

La polizia ecuadoriana ha annunciato di aver fermato sei cittadini colombiani, che si nascondevano in una abitazione a Quito, per un loro possibile coinvolgimento nell’omicidio. Villavicencio aveva detto chiaramente chi lo aveva minacciato: “Fito”, il capo della banda Los Choneros – così chiamata perché originaria della cittadina di Chone, nella provincia costiera di Manabí – legata, come lui stesso aveva denunciato, al Cartello de Sinaloa.

La violenza degli ultimi mesi in Ecuador potrebbe essere il risultato della guerra tra due grandi bande, Los Choneros e Los Lobos, “in alleanza con narcotrafficanti colombiani, messicani e albanesi” per il controllo del territorio.

La Santa Vergine

A Quito la Santa Vergine Maria viene venerata soprattutto per l’apparizione a Madre Mariana de Jesus Torres (1563-1635), la notte del 2 Febbraio del 1594.

La Madonna disse, infatti: “Nel secolo XIX, verrà un Presidente veramente cristiano, un uomo di carattere, al quale il Signore concederà la palma del martirio, sulla piazza antistante a questo mio Convento. Egli consacrerà la Repubblica al divino Cuore del mio amatissimo Figlio e questa consacrazione sosterrà la religione cattolica negli anni successivi, che saranno funesti per la Chiesa”.

Parlava di Gabriel García Moreno, ucciso il 6 Agosto del 1875 dalla massoneria, proprio a Quito, in piazza de la Independencia”.

La profezia

La Madonna del Buon Successo affermò in un’altra apparizione: “Si diffonderanno varie eresie e, sotto il loro potere, la luce preziosa della fede si spegnerà nelle anime, per opera della quasi totale corruzione dei costumi. In quel tempo, vi saranno grandi calamità fisiche e morali, pubbliche e private. Le poche anime rimaste fedeli alla grazia soffriranno un martirio tanto crudele e indicibile quanto prolungato; molte di esse scenderanno nella tomba per la violenza delle loro sofferenze e verranno considerate come Martiri sacrificatisi per la Chiesa”. La Madonna del Buon Successo parlò soprattutto del dilagare del male e della corruzione, delle minacce alla Chiesa: “Satana regnerà quasi completamente, attraverso delle sette massoniche.”

Carriera alias? No grazie!

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Segnalazione di Toni Brandi

un paio di giorni fa, abbiamo ottenuto un’ulteriore vittoria nella nostra battaglia contro l’ideologia gender nelle scuole…

Una grande scuola in Lombardia (non rivelo il nome per proteggerla da eventuali ritorsioni della lobby Lgbtqia), dopo aver ricevuto la nostra diffida legale che chiedeva di annullare la Carriera alias approvata dalla scuola, ha comunicato ufficialmente di aver sospeso la Carriera alias, in attesa di chiarimenti da parte del Ministero dell’Istruzione.

Questa è solo l’ultima di una serie di scuole che hanno annullato o sospeso la Carriera alias dopo l’azione legale di Pro Vita & Famiglia…

È una prova tangibile che il nostro impegno e la nostra azione stanno facendo la differenza!

Questa vittoria dimostra che la nostra campagna, grazie soprattutto al prezioso aiuto dei nostri sostenitori, sta avendo un impatto reale nella difesa dell’identità dei nostri figli e della libertà educativa delle famiglie.

Tuttavia, non possiamo abbassare la guardia. Questa notizia ci obbliga a intensificare la pressione sul Ministro dell’Istruzione Valditara, affinché prenda provvedimenti definitivi contro la Carriera alias e tutte le altre iniziative gender nelle scuole.

Nell’email che ti ho scritto giovedì scorso (puoi rileggerla qui sotto) ti spiegavo che abbiamo soltanto il mese di agosto per preparare e realizzare un forte contrattacco prima dell’apertura delle scuole, perché a settembre – per via degli ultimi sviluppi – la Carriera alias e l’ideologia gender rischiano di dilagare nelle scuole…

L’attivazione della “identità alias” per i docenti rischia di incentivare la diffusione di regolamenti “alias” anche per gli studenti, inclusi i minorenni, con gravi conseguenze per tutta la comunità scolastica.

In Pro Vita & Famiglia, stiamo lavorando instancabilmente per preparare e implementare un piano d’azione incisivo prima dell’apertura delle scuole a settembre. Abbiamo dimostrato che possiamo fare la differenza, ma abbiamo bisogno di te per continuare questa lotta.

Siamo determinati a fare tutto il possibile ma senza il tuo sostegno finanziario, le nostre azioni sono limitate e rischiamo di non essere pronti per la riapertura delle scuole…

Il pensiero di Michela Murgia, un’antropologia piegata sulla volontà soggettiva

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di Francesco Ognibene – 12/08/2023

Il pensiero di Michela Murgia, un'antropologia piegata sulla volontà soggettiva

Fonte: Avvenire

Di quali “diritti” era paladina Michela Murgia? Cosa sono le “famiglie queer”? E perché la notizia della sua morte prematura è stata celebrata dai media con l’enfasi che si dedica a un profeta inascoltato, al difensore di aspirazioni calpestate, quasi ci avesse lasciati un Gandhi scrittore?
Sia chiaro che qui non discutiamo la caratura letteraria e lo spessore intellettuale della scrittrice sarda, ma una volta ancora colpisce molto come la comunicazione sembri sganciare la persona dal personaggio, la donna e l’autrice di romanzi e saggi da ciò che ha finito per rappresentare sulla scena pubblica, specie dopo l’intervista concessa in maggio al Corriere, nella quale oltre a raccontare della sua malattia ormai giunta all’ultima tappa aveva anche parlato della sua “famiglia queer”, definizione ignota ai più ma sufficiente a crearle attorno un alone di avvocata delle cause “scomode”. Una fama che negli anni si era andata consolidando con scritti, interviste e discorsi in cui si era resa protagonista di battaglie per la schwa – la “e” capovolta che al termine di una parola indica l’indifferenza di genere –, sostenendo da tempo con la sua energia argomentativa le campagne sull’eutanasia, il diritto all’aborto e l’omogenitorialità.
Tutto questo ha fatto della Murgia l’icona di un’antropologia centrata sulla volontà personale, ispirata a una libertà di scelta insindacabile e a un’autodeterminazione assoluta, che vede nel soggetto il solo arbitro di sé stesso, senza riferimenti ad alcuna istanza oggettiva che lo precede e che condivide con tutti gli esseri umani. Su di me decido io, ognuno decida per sé. Molto in linea con l’idea oggi dominante sulla pubblica piazza, con la “ribellione” come cifra assai reclamizzata e però smentita da un effettivo allineamento al pensiero corrente. Cosa c’è in fondo di più organico alla mentalità diffusa del sentirci padroni di tutto ciò che ci riguarda, e del far pensare che ogni sistema di pensiero, ogni istituzione e legge che vi si oppone sia espressione di una cultura retrograda che crea infelicità?
Il messaggio che ora prevale nei mezzi di comunicazione è della «scrittrice dei diritti», «libera fino alla fine», «attivista a testa alta», con la sua figura eletta a simbolo della contestazione di un ordine che in realtà appare già sgretolato dal soggettivismo dominante. Un pensiero provocatorio come il suo, e ancor di più l’uso che se ne sta facendo come di una bandiera issata su campagne di opinione attorno ad aspetti nevralgici della famiglia e della vita, ci obbliga a un confronto onesto, come sarebbe piaciuto a lei. E tra i diversi punti che si rinvengono nelle sue parole dette e scritte, specie nell’ultimo periodo, forse quello che più sta incidendo sull’immaginario è proprio quello di “famiglia queer” – la prova è che ila mattina successiva alla sua morte era tra le domande più frequenti rivolte ai motori di ricerca – intesa da Michela Murgia come «una famiglia ibrida, fondata sullo ius voluntatis: perché la volontà deve contare meno del sangue?». Non più famiglia, dunque, ma contenitore a geometria variabile di affetti variamente assemblati.
Se sulla fede della scrittrice sarda nessuno può pronunciarsi, la sua visione della persona va in una direzione opposta a quella personalista e relazionale della dottrina cristiana, che non esenta la volontà da una valutazione etica. Questo sì che oggi è un pensiero “scomodo”.

I legami di sangue insegnano ad amare

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di Antonio Catalano

Fonte: Antonio Catalano

Rubo dal mio romanzo “Già ci sentiamo”.
«…il matrimonio è valore da difendere in un mondo in cui la solidità giorno per giorno cede il passo alla liquida precarietà, come diceva lo scrittore sardo che scriveva di passioni sangue e amori alla presentazione del suo ultimo libro nel suo vestito di velluto. Uno scrittore cabillo? Parlava di un amore coniugale robusto come una quercia, anzi granitico, che si rinnova nel patto della vita contro la morte… parlava di amore coniugale che oggi non vive più di solidità, abnegazione, solidarietà, comprensione, tolleranza mentre un tempo invece teneva uniti specialmente nei momenti più duri e disperati… parlava dell’amore odierno globalizzato omologato plasmonianamente omogeneizzato che tiene uniti col moccio, di amori per i quali basta uno starnuto per mandarli via… parlava di amori fatti solo di egoismo profondo, ma gli egoismi profondi che si incontrano non fanno nascere grandi amori e né mai grandi famiglie… Amore fondato sulla felicità. Mai parola fu più ambigua e ingannatrice, i rapporti solidi non poggiano sulla felicità, sarebbero effimeri, aveva ragione il vecchio Solzhenityn, ormai ignorato dagli stessi che si erano illusi di poterlo usare per i propri meschini giochi, a dire che è sbagliato indirizzare le persone verso la felicità, essa è solo un idolo del mercato, si dovrebbe al contrario indirizzarle verso l’affetto reciproco, perché anche la bestia che mastica la sua preda può essere felice ma solo gli esseri umani possono provare affetto l’uno verso l’altro.»
Lo scrittore sardo cui faccio riferimento è Salvatore Niffoi che scrive di passioni sangue e amore, con quella sua scrittura magica, antica, ancestrale ma così “moderna”, un autore che mi ha profondamente segnato, mai alla ribalta perché schivo e soprattutto non accomodante verso il banale pensiero dominante.
Ho avuto modo di conoscere dal vivo la scrittrice cabrarissa (di Cabras) in un paio di eventi letterari in Sardegna, e di lei ebbi l’impressione di una donna intelligente e piena d’ironia. Della Murgia ho letto “Accabadora”, poi nell’ordine “Viaggio in Sardegna”, “Incontro”, “Chirù, “Presente”. Fino ad “Incontro” la sua prosa mi piaceva, mi sembrava ancora “genuina”, capace a suo modo di raccontare il mondo, la cultura e i sentimenti dell’Isola. Poi con “Chirù” qualcosa è cambiata, in questo romanzo perdeva la precedente freschezza e abbracciava quell’idea di “famiglia elettiva” su cui si è conclusa la sua parabola terrena. Non a caso è questa Murgia a piacere e a diventare icona di quegli intolleranti ambienti dove vige l’ossessione del superamento della “cultura patriarcale”, con le appendici – frutto di marketing politico – di fascistometri e corbellerie simili.  Non a caso a lei si avvicinò quel mondo mediatico, dai Saviano ai Fazio, rappresentanti di quella banalità dell’essere di cui abbonda la nostra contemporaneità occidentale.
Ma ora voglio proporvi la lettura della breve e profonda riflessione del teologo don Salvatore Vitiello letta stamattina. La inserisco sotto nella sezione commenti. Don Salvatore contesta la verità “progressista” della superiorità della “famiglia elettiva”, dove ognuno si sceglie genitori o fratelli. Giustamente (per me, naturalmente) considerato un atto di egoismo e di vana illusione di libertà. All’origine della “famiglia di sangue”, dice don Salvatore, c’è sempre un legame elettivo. Uomo e donna si scelgono, si eleggono e, da quel legame elettivo libero, nasce la famiglia di sangue. Fulcro della riflessione – e qui è la verità di questa riflessione – è che nella la “famiglia di sangue” nessuno sceglie il proprio padre, la propria madre e i suoi propri fratelli. È il primo luogo dato, non soggettivamente scelto, in cui l’uomo (non inteso come maschio) impara a relazionarsi con “altro da se stesso” e non solo con i propri desideri e/o capricci. Se scegliete solo quelli che vi amano, dice don Salvatore, dov’è la vostra vera capacità inclusiva? La vostra apertura dell’altro?

[in ricordo di mia madre, che oggi avrebbe compiuto 99 anni]

In treno verso il nulla, stranieri a casa propria

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di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

L’altra sera ho preso un treno locale tra Foggia e Bari. Ero nella mia terra, dovevo raggiungere il mio paese natale, ho preso l’ultimo regionale della sera. Non ero in prima classe, non leggevo Proust, non ero tra lanzichenecchi, come era capitato ad Alain Elkann ed ero curioso di chi mi stava intorno. Ero l’unico anziano in un treno zeppo di ragazzi, pendolari della movida, che si spostavano per andare a fare nottata in paesi vicini. Ero su una tratta che un tempo mi era famigliare, ma mi sono sentito straniero a casa mia. No, non c’erano stranieri sul treno, come spesso capita nei locali. Ricordo una volta su un locale, ero l’unico italiano tra extracomunitari, in prevalenza neri, con forte disagio perché ero pure l’unico ad avere il biglietto. Stavolta invece ero tra ragazzi dei paesi della mia infanzia e prima giovinezza, eppure mi sentivo più straniero che in altre occasioni.
Li osservavo quei ragazzi e soprattutto quelle ragazze, erano sciami urlanti che agitavano il loro oggetto sacro, la loro lampada d’Aladino e il loro totem, lo smartphone. Si chiamavano in continuazione, la parola chiave per comunicare era “Amò”, ed era un continuo chiedersi dove siete, dove ci vediamo. Era come parlare tra navigatori che si dicevano la posizione.
Le ragazze erano vestite, anzi svestite, scosciatissime, come se fossero cubiste o giù di lì, con corpi inadeguati. Era il loro dì di festa, il loro sabato del villaggio, ma in epoca assai diversa da quella in cui Leopardi raccontava l’animazione paesana che precede la domenica. Dei loro antenati forse avevano solo la stessa pacchianeria prefestiva, ma nel tempo in cui ciascuno si sente un po’ ferragnez e un po’ rockstar. Parlavano tra loro un linguaggio basic, frasi fatte e modi di dire sincopati. Mai una frase compiuta, solo un petulante chiamarsi, interrotto da qualche selfie, si mandavano la posizione e si apprestavano a incontrarsi e poi a stordirsi di musica, frastuono, qualche beverone, fumo, e non so che altro. Li ho visti in faccia quei ragazzi, erano seriali, intercambiabili, dicevano tutti le stesse cose, ciascuno in contatto col branco di riferimento. Cercavo di trovare in ciascuno di loro una differenza, un’origine, un qualcosa di diverso dal branco; ma forse erano i miei occhi estranei, la mia età ormai remota dalla loro, però non ravvisavo nulla che li distinguesse, che li rendesse veri, non dico genuini. Eppure parlavano solo di sé, si specchiavano nei loro video, si selfavano, un continuo viversi addosso senza minimamente preoccuparsi di chi era a fianco, insieme o di fronte. Sconnessi.
Magari è una fase della loro vita, poi cambieranno; magari in mucchio danno il peggio di sé, da soli sono migliori. Però non c’era nulla che facesse vagamente pensare al loro futuro e al loro piccolo passato, alle loro famiglie, ai loro paesi, al mondo circostante; tantomeno alla storia, figuriamoci ai pensieri, alla vita interiore, alle convinzioni. Traspariva la loro ignoranza abissale, cosmica; di tutto, salvo che dell’uso dello smartphone. Anche i loro antenati, mi sono detto, erano ignoranti; ma quella era ignoranza contadina, arcaica e proletaria, carica di umiltà e di fatica, di miseria e di stupore; la loro no, è un’ignoranza supponente e accessoriata, non dovuta a necessità, con una smodata voglia di piacere e vivere al massimo il piacere, totalmente immersi nel momento. Salvo poi cadere negli abissi della depressione, perché sono fragilissimi.
Mi sono detto che i vecchi si lamentano sempre e da sempre dei più giovani, li vedono sempre peggiori di loro e dei loro nonni. Però, credetemi, la sensazione più forte rispetto a loro, era un’estraneità assoluta, marziana: nulla in comune se non il generico essere mortali, bipedi, parlanti. In comune non avevamo più nulla, eccetto i telefonini. Per confortarmi mi sono ricordato di quei rari ragazzi che mi è capitato di conoscere e che smentiscono il cliché: sono riflessivi, pensanti, leggono, studiano con serietà, sanno distinguere il tempo del divertimento dal tempo della conoscenza, hanno curiosità di vita, capiscono l’esistenza di altri mondi e altre generazioni, capaci di intavolare perfino una discussione con chi non appartiene alla loro anagrafe. Però ho il forte timore che siano davvero eccezioni. E mille prove personali e altrui confermano questa impressione. Raccontava un amico che fa incontri nelle scuole che davanti a una platea di trecento ragazzi, chiese loro se leggessero giornali, o addirittura libri, se vedessero qualche telegiornale, se sapessero di alcuni personaggi, non dico storici o i grandi del passato, ma almeno importanti nella nostra epoca. Uno su cento, e poi il silenzio. Hanno perso la loro ultima piazza, il video, ognuno si vede il suo film e la sua serie su netflix o piattaforme equivalenti, segue il suo idolo, ha vita solo social.
Qualunque cosa in chiave politica e sociale, storica o culturale, non li sfiora, non li tocca, non desta il loro minimo interesse. Certo, sono sempre le minoranze a seguire attivamente la realtà o a coltivare una visione del mondo e condividerla con un popolo, un movimento, una comunità. In ogni caso non è “colpa loro”, se sono così. E’ anche colpa nostra; anzi non è questione di colpe. E l’impossibilità di comunicare con loro dipende pure da noi. Però, mi chiedo: cosa sarà tra pochi decenni di tutto il mondo che si è pazientemente e faticosamente costruito lungo i secoli, attraverso scontri, guerre, sacrifici, fede, conoscenza, lavoro, lavoro, lavoro? Nulla, il Nulla. Sono questi i cittadini, gli italiani, di domani? Sono forse diversi, e più nostrani, rispetto agli stranieri extracomunitari che sbarcano da noi a fiumi? Tabula rasa, zero assoluto, il postumano si realizza anche senza manipolazioni genetiche, robot sostitutivi, intelligenze artificiali e mostri prodotti in laboratorio. Quel treno della notte non portava da un paese a un altro, portava solo nella notte.

La crisi della Chiesa

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Abbiamo pensato, su richiesta di molte persone che ci contattano, di riunire in un unico articolo, i numerosi articoli importanti sulla crisi della Chiesa, che sono tutti consultabili sul sito www.crisidellachiesa.it  rimandando ad esso per ogni ulteriore approfondimento, fotografia, o altro. Il sito fa riferimento all’Istituto Mater Boni Consilii di Verrua Savoia (TO): www.sodalitium.biz

«Abbiamo deciso lo Spirito Santo e noi…» (At 1528).

tu es petrus

– Articoli sulla crisi nella Chiesa

– Articoli sulla liturgia

– Articoli sullecumenismo

– Articoli sulle eresie

– Articoli sui movimenti ecclesiali

– Articoli sul problema dell’Autorità

– Articoli sulle apparizioni

 Articoli sul Concilio Vaticano II

– Articoli su Chiesa e Massoneria

– Articoli su Chiesa ed ebraismo

– Articoli su Chiesa e islam

 

In questa pagina è possibile visualizzare diverse immagini che documentano visivamente gli effetti devastanti della rivoluzione conciliare sulla componente umana della Chiesa cattolica.

 

In questa pagina sono disponibili le omelie domenicali o festive dei sacerdoti dell’Istituto Mater Boni Consilii predicate nella chiesa di Albarea (Ferrara).

apostasia postconciliare

 

rudolf steiner - concilio vaticano II

abbé paul roca e il concilio

 

 

vergine addolorata

Perseveriamo nel dedicare il santo Rosario a questa unica intenzione:

riparare alle orribili colpe commesse contro Dio dagli ecclesiastici.

ratzinger o bergoglio?

Di fronte agli atti, alle omissioni e ai discorsi  farneticanti di Jorge Mario Bergoglio, un certo numero di persone (da annoverare tra i cosiddetti «conservatori») ha iniziato a rimpiangere la presunta ortodossia del «papa emerito» Joseph Ratzinger, contrapponendo il suo insegnamento a quello di Francesco. Alcuni sono giunti addirittura ad affermare che Bergoglio non sarebbe il vero papa, ma lo sarebbe Benedetto XVI. Alle «vedove» ratzingerine riproponiamo la lettura di un articolo molto interessante di qualche anno fa (2013) sulla figura dell’ex professore di Teologia dogmatica presso l’università di Tubinga (leggi l’articolo).

la nuova cresima è valida?

 

francesco

«Marco Pannella è una persona […] di cui non si poteva non apprezzare l’impegno totale e disinteressato per nobili cause […]. Lo ricordo con stima e simpatia. Pensando che ci lascia un’eredità umana e spirituale importante».

marco pannella

– Padre Federico Lombardi, portavoce di Francesco I, Radio Vaticana, 19 maggio 2016.

le nobili cause di marco pannella

Sopra: le «nobili cause» per cui Marco Pannella si è battuto per tutta la vita: la legge sul divorzio, la liberalizzazione della droga e l’aborto libero. Davvero «un’eredità umana e spirituale importante»!

 

sincretismo di bergoglio

Il 6 gennaio scorso 2016 è stato diffuso nel mondo intero, in lingua spagnola con sottotitoli in varie lingue, tra le quali l’italiano, un video, detto «video del Papa», come «inziativa globale sostenuta dalla Rete Mondiale di Preghiera del Papa (Apostolato della Preghiera) per collaborare alla diffusione delle intenzioni mensili del Santo Padre sulle sfide dell’umanità». Ecco un commento a questo filmato… (leggi).

Sito online da martedì 6 ottobre 2010

Ultimo aggiornamento: martedì 25 luglio 2017

QUESTO SITO È FORT

 

 

titolo articoli sulla crisi nella chiesa cattolica

SITO È FORTEMENTE SCONSIGLIATO

A CHI HA PAURA A GUARDARE INo FACCIA ALLA VERITÀ

EMENTE SCONSIGLIATO

A CHI HA PAURA A GUARDARE IN FACCIA ALLA VERITÀ

 

Dio li fa, Licio li accoppia

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QUINTA COLONNA

di Matteo Castagna

Paolo Ojetti su “L’Europeo” del 7/01/1977 scrisse che “Il potere temporale della Chiesa si appoggia e si ramifica grazie alle solite complicità: chi porta alle casse della Santa Sede i mezzi per rinsaldare il potere finanziario sono sempre le banche le grandi società immobiliari, le società assicuratrici, il capitale tradizionalmente vicino agli ambienti della Curia […]. E poi chiosò con una stilettata: “tra l’investimento misericordioso e quello redditizio, la Chiesa sceglie tuttora il secondo”.

Agostino Giovagnoli nella prefazione al testo “IOR” di Francesco Anfossi (Edizioni Ares, 2023) dimostra che non è sempre stato così. Fondato da Papa Pio XII nel 1942, lo IOR raccolse un’ eredità di fine Ottocento per garantire il mantenimento dei flussi finanziari alle opere di religione di tutto il mondo, mantenendosi, per volontà dello stesso Santo Padre papa Pacelli un investimento misericordioso di sostentamento del clero e delle sue buone opere di carità. Fu certamente un’intuizione meravigliosa di Papa Pacelli, utilizzata allo scopo di utilizzare il denaro per i nobili scopi dell’evangelizzazione dei popoli, del soccorso alla povertà, del mantenimento dei beni della Chiesa e del clero. In parte, dopo la morte di Pio XII (1958) i fini di questa istituzione non furono all’altezza del compito assegnato.

Nell’ottobre del 1959 il cardinale Domenico Tardini, Segretario di Stato di Giovanni XXIII, convocò per la prima volta una conferenza stampa a Villa Nazareth per illustrare il bilancio della Santa Sede. si trattava di bilanci assai modesti. Anfossi scrive che “si basava molto sui servizi bancari del Banco di Roma, del Santo Spirito e della Cariplo fungendo da cassa del Vaticano”. 

Il “cambiamento climatico” rispetto al periodo di Pio XII, iniziò con la Presidenza dello Ior di Mons. Paul Marcinkus. La strada dello Ior si intrecciò, anzitutto con quella di Michele Sindona ma soprattutto col Banco ambrosiano di Roberto Calvi, di cui Francesco Anfossi parla con particolari inediti conservati nelle carte del cardinale Agostino Casaroli, Segretario di Stato di Karol Wojtyla. Già dagli anni ’70 Licio Gelli, fondatore e Gran Maestro della Loggia massonica P2 continuava a tessere la sua tela massonica internazionale. Iscritti troviamo, dunque, Michele Sindona (tessera n. 1612), Roberto Calvi (tessera n. 1624) e il finanziere Umberto Qrtolani (tessera n. 1622).

Quest’ultimo si inserisce molto bene nella Democrazia Cristiana, intrattenendo rapporti soprattutto con Amintore Fanfani e Giulio Andreotti. Ortolani fonda l’Agenzia di stampa Italia (poi venduta all’ENI) e riesce a farsi eleggere presidente dell’Associazione stampa italiana all’estero. Attraverso le sue conoscenze politiche, lo si vede spesso all’interno delle mura leonine perché fa parte della ristretta cerchia del cardinale Giacomo Lercaro, noto per le sue posizioni ultra-progressiste durante il Concilio Vaticano II, tra i primi religiosi a instaurare il dialogo coi comunisti. le prebende di Lercaro e le frequentazioni politiche di alto livello gli varranno l’insegna del Cavalierato dell’Ordine di Malta e, più tardi, il ruolo di Gentiluomo di Paolo VI, nonché di suo consulente finanziario.

Mentre negli Stati Uniti il duo Gelli-Ortolani rimane piuttosto defilato, ad agire è un terzetto composto da tre finanzieri: il responsabile dello Ior Paul Casimir Marcinkus, Michele Sindona e Roberto Calvi, presidente di un istituto di credito di primaria importanza all’epoca, ossia il Banco Ambrosiano. I tre sono accomunati da caratteristiche molto simili: l’alta frequentazione di ambienti religiosi, la passione per gli affari (non importa di quale tipo)  e da una smisurata ambizione.

La vicenda del Banco Ambrosiano si concluse col suicidio della segretaria di Calvi e la morte a Londra del banchiere, che fu trovato impiccato a un’impalcatura sotto il Blackfriars Bridge. Si trattò di una vicenda oscura, in cui entrarono Licio Gelli e la P2, Umberto Ortolani, Francesco Pazienza e Flavio Carboni. Il Ministro del Tesoro dell’epoca, Beniamino Andreatta disse che “si trattò della più grave deviazione di un’importante istituzione bancaria rispetto alle regole della professione verificatasi in un grande Paese industriale in questi ultimi quarant’anni”. Il democristiano Andreatta afermò che vi era una corresponsabilità dello Ior nella mala gestio della più importante banca privata italiana, chiedendo al Vaticano di pagare 1.159 milioni di dollari. Marcinkus respinse le accuse, dicendo che lo Ior avrebbe concesso solo delle “lettere di patrocinio” a Calvi per frenare ulteriori debiti e finanziamenti alle società. Il riciclaggio era, inoltre, il reato compiuto in gran segretezza per conto di persone molto poco raccomandabili, di tutto il mondo. In particolare, la Commissione d’inchiesta accertò che i soldi sporchi della Banda della Magliana venivano ripuliti in questo sistema finanziario.

M.A. Calabrò, in “Le mani della mafia”, Ed. Associate, Roma 1991, scrive che il quadro del Banco Ambrosiano era disastroso. Calvi, insomma, nei primi anni (1971-1977) passati al vertice dell’Ambrosiano aveva “svaligiato” la banca, e ciò era avvenuto grazie alla filiale di Nassau.

Il “pozzo” senza fondo di miliardi di lire svaniti nel nulla e di acquisizioni societarie incrociate, comprende anche una serie di società scoperte anni dopo la loro costituzione. Risulteranno essere ben 24, tutte cariche di debiti e dislocate tra Panama e l’Europa, poste sotto l’ombrello della capogruppo-schermo, la manic Holding Sa. Attraverso questo fondo, la Loggia P2 controllava segretamente l’Ambrosiano: ciò costituisce uno dei punti fondamentali all’origine del crac della “Banca dei preti”.

Su La Stampa del 6/4/1975, parlando in terza persona, Sindona disse: “[Andreotti] disse che per tre volte aveva chiamato Sindona al capezzale della lira. Mi regalò pure una fontana di Trevi rifatta in argento da una scultrice amica sua”. All’American Club di Roma il banchiere siciliano viene proclamato “uomo dell’Anno 1973”. Ad assegnare il premio al massone piduista, nonché riciclatore di denaro sporo, il suo vecchio amico John Volpe, ambasciatore degli Stati Uniti in Italia. Questo riconoscimento venne inte4rpretato come un doveroso omaggio a un banchiere che, due anni prima, sostenne la rielezione di Richard Nixon alla presidenza USA, devolvendo – stando a varie fonti – un milione di dollari. Una fortuita coincidenza volle l’8 Agosto 1974, Nixon debba dimettersi da presidente in seguito al clamoroso “scandalo Watergate”.

L’edificio del Watergate era stato costruito dalla Genale Immobiliare (ex proprietà del Vaticano), ovvero la stessa degli affari tra Sindona, Marcinkus e l’americano Bludhorn. 

Anche Gelli era ben introdotto negli ambienti politici americani, tanto che fu presente alle cerimonie di insediamento alla Casa Bianca del democratico Jimmy Carter e del repubblicano Ronald Reagan.

E’ grazie a questa complicità ad alto livello che a Sindona arrivano forti sostegni finanziari. Ad accorrere in suo soccorso è il Banco di Roma, istituto a capitale pubblico. Per una finanziaria sindoniana, la Moneyrex, il Banco conduce operazioni r servizi finanziari che avrebbe potuto benissimo realizzare da sola. Nel luglio e nel dicembre del 1974, la filiale di Nissau del Banco di Roma effettuò un prestito a Sindona di 130 milioni di dollari. E il 20 giugno successivo, perché il banchiere possa tamponare le falle della sua disastrosa attività, sempre il Banco di Roma – presieduto da un vertice di nomina andreottiana – gli accordò altri 100 milioni di dollari. Feudo politico della destra DC, la banca romana cercò poi di correre ai ripari: a luglio, i dirigenti distaccarono ben 40 funzionari negli istituti di credito del banchiere siciliano (Banca Unione, Banca Privata Finanziaria e anche Edilcentro-Sgi) per capire che cosa si nascondesse nell’ormai dissestato dissestato universo finanziario sindoniano.

Già da qualche tempo la Magistratura aveva messo sotto controllo le operazioni. Emergerà che Sindona, oltre a sovvenzioni mensili di qualche decina di milioni (dei primi anni ’70) alla DC ha versato un contributo di ben 2 miliardi dell’epoca. Ed emerse pure che il primo “protettore” politico del mafioso bancarottiere era Giulio Andreotti. Per mesi Sindona si dibatte per uscire dalla palude, manda segnali, soprattutto ai politici ed ai massoni amici, tenta ricatti, inscena un finto rapimento coinvolgendo i suoi compari della mafia. Ordinò l’assassinio dell’avv. Giorgio Ambrosoli, che era il suo curatore fallimentare, ma uomo integerrimo nell’onestà.

E Gelli? Come accertò la Commissione d’inchiesta parlamentare sulla Loggia P2, il Maestro venerabile operò a lungo nei traffici sindoniani. Nella relazione di minoranza, il missino Giorgio Pisanò rivolse un’aspra critica ai colleghi di maggioranza della Commissione, che non avrebbero indagato a fondo su certi legami tra i personaggi coinvolti nell'”affaire Sindona”. Finché gli affari del banchiere (affiliato alla massoneria nel maggio-giugno 1974) filavano lisci, il materassaio di Pistoia proseguiva nella sua tessitura massonica a Roma, espandendo i suoi rapporti in Sud America con personaggi di primissimo piano, soprattutto in Argentina.

L’ironia: “soldi santi e affari diabolici”  è più che azzeccata in questo imbarazzante spaccato di storia italo-vaticana. L’intreccio tra una finanza piena di ombre a una gestione da parte di uomini consacrati a Dio grida scandalo agli occhi del mondo, induce a perdere la Fede, nella rabbia che sovviene di fronte al famoso “pecunia non olet”. San Tommaso d’Aquino ha scritto che “l’avidità è un peccato contro Dio, proprio come tutti i peccati mortali, in quanto l’uomo condanna le cose eterne per il bene delle cose temporali”.

Considerate questo avvertimento di San Giovanni Maria Vianney, Patrono dei parroci:

L’avarizia è un amore disordinato dei beni di questo mondo. Sì, figli miei, è un amore regolato in modo malato, un amore fatale, che ci fa dimenticare il buon Dio, la preghiera, i sacramenti, per amare i beni di questo mondo – oro, argento e terre. L’uomo avido è come un maiale, che cerca il cibo nel fango senza curarsi della sua provenienza. Chinandosi al suolo, non pensa ad altro che alla terra; non guarda più il Cielo, la sua felicità non è più lì. L’uomo avaro non fa del bene fino alla morte. Guardate con che avidità raduna ricchezze, con quanta ansia le mantiene, quanto è afflitto se le perde… In mezzo alle ricchezze, non ne gode; è come se fosse immerso in un fiume e tuttavia morisse di sete; sdraiato su un letto di grano, muore di fame; ha tutto, figli miei, e non osa toccare nulla; il suo oro è per lui sacro, lo rende la sua divinità, lo adora…”

Anche la Scrittura è piena di avvertimenti. Dall’Antico Testamento:

“L’occhio dell’avaro non si accontenta di una parte, l’insana cupidigia inaridisce l’anima sua” (Siracide 14, 9).

Allo stesso modo, il Nuovo Testamento avverte:

“E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni»” (Luca 12, 15).

Infine, è sempre bene ricordare ai buonisti di oggi che Gesù cacciò i mercanti dal tempio con la verga contro un sistema economico, politico e religioso economicista, che non può piacere a Dio. Così, profondamente adirato il Signore gridò: «La Scrittura dice: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera, ma voi ne fate una spelonca di ladri». Ebbene, noi dovremmo tremare, di fronte a tanta giusta severità. Eppure Mammona o il Vitello d’Oro, nella nostra società sembrano divenuti i fini di molti, certamente di cinici speculatori, come Soros, i Rothscild, Bill Gates. Invidiare la loro ricchezza è il primo passo verso l’abisso.

Lasceranno, comunque, tutto in questo mondo e dovranno rispondere nell’Altro se: “ Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede” ( 2 Timoteo, 4:7)  

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Cfr: Licio Gelli, Vita, Misteri, scandali del capo della Loggia P2. di Mario Guarino e Fedora Raugei – prefazione di Paolo Bolognesi (Ed. Dedalo, 2016, eu. 21,00)

Cfr.: IOR, Luci e ombre della Banca Vaticana dagli inizi a Marcinkus di Francesco Anfossi (Ed. Ares, 2023, eu. 16,80)

 

“Famiglia e bullismo”

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Cinzia Notaro intervista Gianfranco Amato

“Famiglia e Bullismo”. Un incontro tenutosi di recente presso l’Abbazia di Santa Scolastica in Bari. Emarginazione, umiliazione pubblica, violenze fisiche, psicologiche e verbali, bullismo, cyberbullismo.

Ne sono succubi  secondo gli ultimi dati resi noti da “Terre des Hommes” soprattutto i giovani in età adolescenziale, che finiscono col soffrire nella maggior parte dei casi di ansia sociale, attacchi di panico, disturbi alimentari, depressione, autolesionismo.

Utero in affitto, identità di genere gli altri temi affrontati nel corso del dibattito.

Sono intervenuti: Enzo Fortunato Presidente Europa Benedettina , Manuela Antonacci di ProVita e FamigliaPaolo Scagliarini direttore de “La Fiaccola”, Samuele Lella di Gioventù Nazionale Bari, Michele Picaro Consigliere regionale di Fratelli d’Italia e l’avv. Gianfranco Amato che abbiamo avuto l’onore d’intervistare, Presidente dell’Associazione Giuristi per la Vita,  nominato il 26 giungo 2023 Direttore del Comitato Tecnico Scientifico dell’Osservatorio permanente sulle Famiglie della Regione Siciliana, con decreto assessoriale 103 del 27 giugno 2023: “Ho  ricevuto questa nomina conferitami con decreto dell’assessore regionale alla famiglia, alle politiche sociali e al lavoro – ha specificato – per un ruolo riservato ad “esperti” di comprovata esperienza, competenza e professionalità. Si tratta certamente di un gratificante riconoscimento del lavoro svolto in questi ultimi quindici anni, ma soprattutto di una grande responsabilità. Ho deciso di accettare questa sfida perché sono convinto che la Sicilia possa diventare un laboratorio di politiche volte a valorizzare la famiglia a livello non solo italiano ma anche europeo. L’idea è quella di partire da una legge approvata esattamente venti anni fa – mi riferisco alla legge regionale 10 del 31 luglio 2023 – che aveva proprio come oggetto quello della «valorizzazione e tutela della famiglia». Si tratta di una legge avveniristica per l’epoca in cui fu approvata, e dovuta sostanzialmente alla particolare sensibilità sul tema della famiglia dell’allora presidente della regione Totò Cuffaro. Il punto è che non fu mai pienamente attuata. Credo che oggi ci siano le condizioni politiche a livello regionale e nazionale, per dimostrare che la famiglia non deve essere considerata una sorta di “corpo moribondo” da sostenere con sussidi, sovvenzioni, bonus, ecc., ma una vera e propria risorsa economico-sociale. Bisogna passare dalla logica dell’accanimento terapeutico, che guarda alla famiglia come ad un “peso sociale” da sostenere finanziariamente, alla logica della valorizzazione, che considera la famiglia nella prospettiva indicata dall’art.1 della Legge regionale 10/2003, ovvero quella di un «soggetto sociale di primario riferimento» per le politiche regionali.  La Sicilia può diventare un interessante laboratorio per sperimentare politiche familiari innovative  – ha dichiarato –  e introdurre iniziative volte a tutelare e valorizzare la famiglia, grazie anche all’amplia autonomia legislativa regionale e alle possibilità concesse da una legge avveniristica (L.R. 10/2003) che, dopo vent’anni di congelamento, ora potrà finalmente vedere la sua integrale applicazione. Ci aspetta un grande lavoro”.

Venendo ai temi dell’incontro, l’utero in affitto, rappresenta  un vero e proprio sfruttamento della donna che diventa un mezzo per avere un figlio a tutti i costi ed è pagata per questo, come in qualunque altro rapporto commerciale. Il bambino le viene letteralmente strappato, come se lei fosse solo un contenitore servito alla realizzazione dell’opera. Il mondo delle tenebre non finisce mai di sorprenderci !

L’ho definita una “barbara pratica”. Da giurista, è inconcepibile il fatto che un essere umano possa essere considerato oggetto di un contratto commerciale. Per trovare un precedente simile nella Storia del Diritto occorre ricorrere all’istituto della schiavitù. Non mi sembra un gran precedente. E nemmeno un gran progresso. In realtà le donne sfruttate sono due. Da una si ottengono gli ovociti contenenti il prezioso DNA, mentre l’altra viene semplicemente utilizzata come un contenitore. Infatti, normalmente gli ovociti vengono scelti accuratamente: di solito si tratta di una giovane donna di razza caucasica, bionda, con occhi azzurri, quoziente intellettivo alto, ecc. Mentre il contenitore lo si fa fare ad una donna del terzo mondo. In India esiste un disgustoso traffico di donne che hanno disperatamente bisogno di soldi e si prestano a questa vergogna. I committenti maschi non utilizzano una sola donna – sarebbe più semplice ed economico – perché in questo caso la donna rischierebbe di sentire come proprio il figlio e potrebbe rifiutarsi di farselo strappare via. Così, è preferibile sfruttarne due di donne, senza che nessuna delle due si affezioni troppo all’oggetto del contratto. Alcune femministe balbettano qualche critica, ma quel mondo, soprattutto il mondo omosessualista, è fermamente a sostegno di questa barbara pratica.

Occorre far prevalere il concetto che avere un figlio non è un diritto. Non esiste un diritto al bambino, ma c’è il diritto alla vita riconosciuto dalla Corte Costituzionale, il diritto di conoscere le proprie origini. Seguono poi i diritti ad essere educato dai propri genitori, alle relazioni familiari, e alla sua famiglia. Si può affermare che con la pratica dell’utero in affitto il nascituro è privato dei suoi diritti fondamentali?

Ci sono  importanti documenti a livello internazionale che riconoscono il diritto di un bambino a crescere in un contesto che favorisca il suo sviluppo armonico attraverso l’educazione complementare di un individuo biologico di sesso maschile, il padre, e un individuo biologico di sesso femminile, la madre. Questo è un dato oggettivo derivato dalla natura. Privare un bimbo di una madre o di un padre, è  una forma crudele e spietata di egoismo da parte di due adulti. Nessun bambino vuole nascere orfano. Semmai dobbiamo chiederci che tipo di civiltà è quella che tra il diritto sacrosanto di un essere debole e indifeso, quale  è un bambino, e il desiderio o il capriccio di due adulti, opta per quest’ultimo. È una civiltà dove vige la legge della giungla, in cui prevale il più forte e il più ricco. Qualcosa di molto  diverso dal modello che  per secoli ha caratterizzato  la civiltà occidentale cristiana.

Tornando all’incontro a cui ha partecipato recentemente presso l’Abbazia di S. Scolastica a Bari, la famiglia odierna si prende cura dei propri componenti? Li accompagna a scoprire i propri talenti ? Li porta a riconoscere i veri valori della vita? I genitori danno buon esempio ai propri figli? Ci si rispetta a vicenda? O ci sono muri di silenzio, incomprensioni, mancanza di dialogo? La Tv e i social network  hanno preso il suo posto?

Oggi sembra essere smarrito, non solo nella famiglia ma anche nella scuola, il concetto stesso di educazione. Che cosa significa educare? Tre verbi latini mi pare rendano bene l’idea di questa delicatissima funzione: educĕre/tradĕre/introducĕre. Se, infatti, la stessa derivazione etimologica del termine offre l’idea di “tirar fuori” ed estrarre le potenzialità di un figlio o di uno studente (educĕre), questa idea non può prescindere da altri due aspetti fondamentali.

Il primo è legato alla tradizione (tradĕre), ovvero al compito di “consegnare”, “trasmettere” il patrimonio di sapienza e di fede ricevuto dagli avi. E’ proprio il legame con la tradizione a costituire uno dei fattori originali delle dinamiche dell’evento educativo. La tradizione rappresenta il cuore dell’identità di un individuo, al punto che il suo disconoscimento non solo lo priva di un’origine, ma, scollegandolo dalle generazioni che lo hanno preceduto, lo immerge in un micidiale cocktail fatto di individualismo relativista, di cinico scetticismo e di squallido edonismo. A volte teleguidato da Tv e social network. L’assurdo ripudio della tradizione – falsamente immaginato come emancipazione in funzione di progresso – ha fatto dilagare tale micidiale cocktail nell’attuale sistema educativo e persino nella famiglia, dove insegnanti e genitori, succubi del pensiero unico dominante, hanno timore e addirittura vergogna di tradĕre l’eredità culturale fatta di principi, valori e ideali ricevuti dalle generazioni precedenti. Solo il legame con la Tradizione  può consentire oggi ad un giovane di acquisire un giudizio critico capace di osservare la realtà senza il paraocchi del pregiudizio ideologico e di guardare al di là delle false apparenze. Solo così un giovane può essere veramente libero e far fallire i tentativi di manipolazione che il Potere ininterrottamente mette  in atto – anche attraverso la distruzione della famiglia – per arrivare ad avere davanti a sé un uomo isolato, un pezzo di materia, un cittadino anonimo e privo del senso del destino. Il secondo aspetto concerne la funzione ultima della stessa educazione, ossia quella di introdurre (introducĕre) alla realtà nella totalità dei suoi fattori, proprio perché è insita nel cuore dell’uomo la domanda di senso totale, che non potrà mai trovare risposta in una ragione dimostrativa o scientifica. Ma chi oggi educa più in famiglia al riconoscimento di queste domande fondamentali dell’uomo?

L’istituzione della famiglia e del matrimonio sono stati istituiti prima del cristianesimo, vero?

La prima immagine che noi abbiamo di una famiglia, senza aggettivi (naturale, tradizionale, ecc.), è quella di una semplice famiglia fatta di madre, padre, figli, punto, risalente al periodo preistorico. Nel 2005 ad Eulau, in Germania, gli archeologi hanno scoperto alcune tombe del periodo  neolitico superiore. In una di esse hanno trovato i resti di quattro esseri umani: un uomo, una donna, e due bambini. Attraverso l’esame del DNA è stato dimostrato che si trattava di una famiglia: padre, madre e figli. Li avevano sepolti abbracciati tra di loro, e ciò fa intendere che sarebbero morti nello stesso momento. Gli scienziati hanno ricostruito attraverso un disegno i membri di quella famiglia, un’immagine molto commovente, ma che ci dice qualcosa di molto importante: in quell’epoca non esisteva nessuno Stato, nessun Parlamento, nessuna legge, nessuna Chiesa. Esisteva la famiglia, elemento naturale che precede tutte queste istituzioni. Per questo si dice che la famiglia è un elemento pre-politico e pre-giuridico. Nessuna istituzione umana e nessuna religione ha dato origine alla famiglia.

E che la famiglia fosse ritenuta una cellula della società risale alle più antiche civiltà, così come ha ripetuto più volte durante il suo intervento.

Uno dei primi a teorizzare in maniera “scientifica” questo concetto fu Aristotele nella sua opera Politica. Ci furono, poi, anche altri grandi pensatori del passato, come per esempio Cicerone che nel De Officiis spiega, appunto, che «prima societas ipso coniugio est», la famiglia è la cellula della società. Sempre in quell’opera, Cicerone riteneva la stessa famiglia come «principium urbis», fondamento della società e «seminarium rei publicae» un vivaio dello stato. Il concetto è poi passato nei grandi pensatori della Tradizione cristiana. Pensiamo, per esempio, a Sant’Agostino che ha espressamente definito la famiglia «particula civitatis», ovvero «la cellula della società e il suo principio» (De Civitate Dei, XIX 16). E così tutti gli altri grandi filosofi e teologi del cristianesimo. Sempre Sant’Agostino insegnava che «il primo naturale legame della società è quello tra uomo e donna (De bono coniugali, I, 1), e che «il matrimonio si chiamò così dalla radice etimologica mater» (Contra Faustum manichaeum, XIX 26). Per questo le  unioni contro natura tra persone dello stesso sesso non possono essere qualificate come matrimonio e quindi dare vita ad una famiglia. Del resto lo dice anche la nostra Costituzione all’art. 29, il quale recita che «La Repubblica riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». È interessante anche il verbo utilizzato in quell’articolo : «riconosce». Riconosce significa semplicemente prende atto di una realtà naturale che preesiste allo Stato. Non si dice la Repubblica istituisce la famiglia e ne disciplina le modalità di costituzione ed estinzione. La famiglia naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, ripeto, non è una creazione dello Stato e, quindi, non può essere modificata dallo stesso. Ancora più assurda ritengo la pretesa avanzata da alcuni movimenti omosessualisti di celebrare “nozze” tra persone dello stesso sesso nelle chiese. La libertà religiosa – che ricordiamo è un diritto fondamentale dell’uomo – non può essere conculcato in nome di un desiderio, o meglio di un capriccio di due persone che hanno un particolare orientamento sessuale.

Si può dire che c’è un piano infernale contro la famiglia, contro la fede, contro l’Europa cristiana?

Io ho avuto la grazia e il privilegio di conoscere personalmente, e frequentarlo negli ultimi anni della sua vita, il compianto cardinal Carlo Caffarra. Lui era stato incaricato nel 1981 dall’allora Pontefice di fondare l’Istituto per gli studi sul matrimonio e la famiglia. Caffarra ricordava spesso dalle mani di Suor Lucia di Fatima, una lettera in cui la veggente profetizzava che lo scontro finale tra Satana e il Regno di Cristo sarebbe avvenuto proprio sulla famiglia. Il Nemico dell’uomo non potendo attaccare direttamente il Creatore avrebbe attaccato la creatura, colpendo innanzitutto il luogo in cui essa nasce, cresce, si educa e si sviluppa. Chi ha fede crede a questa chiave di lettura. Non v’è dubbio, poi, che vi sia in atto una vera e propria guerra ideologica e cultura contro le radici cristiane dell’Europa. Basti pensare che lo stesso riferimento a tali radici è stato tolto dal preambolo della bozza della Costituzione europea.

Il fine di questa cultura della morte è annientare l’unica forma di difesa dell’uomo, la famiglia, e  spingerlo all’individualismo per farne un essere debole e fragile, facilmente plagiabile?

La famiglia è l’ultimo, piccolo, angusto spazio di libertà tra la persona e il Potere. Per questo il Potere vuole eliminarlo. Il Potere vuole un uomo solo, isolato, senza un luogo d’appartenenza, senza radici, fragile, indifeso. Un individuo perfettamente manipolabile. Come diceva il grande scritto inglese Chesterton la famiglia è un «test of freedom», un test di libertà, perché «è l’unica cosa che un uomo libero fa da sé e per sé».  Mons. Luigi Giussani, che è stato il mio Maestro, già trent’anni fa insegnava che l’interesse del potere a distruggere la famiglia è duplice: 1) distruggendo questa primordiale unità-compagnia dell’uomo, il potere riesce ad avere davanti a sé un uomo isolato che senza forza, resta un pezzo di materia, un cittadino anonimo, privo del senso del destino, privo del senso della sua ultima responsabilità e che si piega facilmente al dettato delle convenienze. La famiglia è attaccata per far sì che l’uomo sia più solo, privo di tradizioni che gli consentano di veicolare responsabilmente qualcosa che possa esser scomodo per il potere o che non nasca dal potere; 2) distruggendo la famiglia si demolisce  l’ultimo e più forte baluardo che resiste naturalmente alla concezione culturale che il potere introduce, dando spazio ad una realtà in cui il bene sia l’istinto o il piacere, o meglio ancora il calcolo.

A proposito  dell’identità di genere, il relativismo morale impera: un uomo vuole diventare donna, e viceversa. E quello che è più triste è che sono arrivati a provocare disagio anche nei bambini facendogli sorgere dubbi sulla propria identità sessuale. Vogliono distruggere la purezza dei piccoli. Il gender propagato nelle scuole… i piccoli vengono corrotti  ancor prima che prendano consapevolezza della gravità di certi insegnamenti! Non pensa che sarebbe bene far frequentare ai propri figli per difenderli dal male scuole parentali cristiane?

È un tema molto complesso che non può essere liquidato con una risposta da intervista. Quello che posso dire è che la cosiddetta ideologia gender più che una forma di relativismo morale integra un vero e proprio relativismo materiale. Si nega la realtà. È una sorta di delirio collettivo che rischia di distruggere la società, e certamente svuota la base antropologica della famiglia. La cosa più grave è che spesso si assiste ad un indottrinamento ideologico nelle scuole, partendo proprio dai più piccoli, i soggetti più facilmente plasmabili. Del resto ogni regime totalitario utilizza l’indottrinamento scolastico, e l’attuale dittatura del pensiero unico in cui stiamo vivendo non fa eccezione. Ritengo che l’opzione delle scuole parentali sia da prendere in seria considerazione. Continuo a conoscere esperienze disseminate in tutta Italia, davvero edificanti e che aprono una luce di speranza. Avessi dei figli in età scolare, opterei senza dubbio per questa soluzione rispetto all’alternativa di un campo di rieducazione dove giovani sono costretti all’indottrinamento dell’ideologia woke, del politicamente corretto, della cancel culture, della prospettiva omosessualista.

L’era sessantottina ha portato al caos. Da qui la mancanza di rispetto dei figli nei riguardi dei genitori, degli alunni riguardo gli insegnanti, della moglie rispetto al marito. Questa rivoluzione è stata graduale e lentamente ha provocato un vero disastro, quello che vediamo adesso? Com’era la famiglia  decenni fa e com’è oggi? La donna che responsabilità ha nel degrado morale e spirituale attuale? Il suo lavoro fuori casa le impedisce di avere cura del focolare domestico e di svolgere il ruolo fondamentale che Dio le ha affidato nel far crescere in età e grazia i propri figli e di essere accanto al proprio marito per aiutarlo e sostenerlo: Il Signore disse: «Non è bene che l’uomo sia solo, facciamogli un aiuto simile a lui», Gen 2,18.

Su che cosa abbia significato l’esperienza storica che va sotto il nome di “Sessantotto” e su quali siano stati gli effetti esiziali che ancora oggi perdurano, rinvio all’interessante saggio di un mio carissimo e fraterno amico: Giovanni Formicola. Credo che il suo libro intitolato “Sessantotto Macerie e Speranza” sia uno dei testi più illuminanti ed utili per comprendere in profondità quel fenomeno. Senza dubbio una vera rivoluzione che ha preso di mira anche l’istituto della famiglia quale cellula della società, in un’ottica ideologicamente distruttiva.

Assistiamo anche ad una certa manipolazione linguistica: la contraccezione viene descritta come “controllo del proprio corpo”; l’aborto (uccisione del nascituro) come “interruzione volontaria della gravidanza”; gli assassini degli innocenti sono chiamati “pro-scelta” e gli omosessuali “gay”, ovvero gaudenti. Ne consegue che l’arte, la musica sono state stravolte da cambiamenti culturali, che si allontanano da qualsiasi cosa che assomigli alla moralità cristiana.

Anche il regime totalitario in cui viviamo, come tutti i regimi totalitari che si rispettino, utilizza la manipolazione linguistica. Basta ricordare la celebre “neolingua” ipotizzata dallo scrittore George Orwell nel suo romanzo di fantascienza distopica 1984. Agli esempi che ha fatto Lei potremmo aggiungere anche “maternità di sostegno” per indicare la barbara pratica dell’utero in affitto, o la “procreazione medicalmente assistita” per indicare la procreazione artificiale. Cercano sempre di dare una valenza positiva a cose che, in realtà, sono sempre contro natura e contro l’uomo. Vittime dell’imperante totalitarismo ideologico e culturale in atto certamente anche la Storia, l’Arte, la Musica, basti pensare all’inquietante fenomeno noto come “cancel culture”.

Da cosa nasce la disgregazione familiare a livello giuridico, e la Chiesa cattolica è ancora davvero convinta dell’indissolubilità del matrimonio?

È stato il divorzio a rendere le relazioni umane e la società molto più liquide, e la solubilità del matrimonio ha incrinato la stessa stabilità della convivenza civile. Questo lo si deve onestamente ammettere, prescindendo da qualunque valutazione di carattere religioso, sacramentale, teologico. È possibile, infatti, parlare di matrimonio indissolubile anche da un punto di vista squisitamente laico. Se la famiglia è la cellula della società, uno Stato ha interesse a che la cellula sia solida. Una cellula liquida, infatti, rende liquida tutta la società. Non serve la fede, del resto, per comprendere anche la necessità del matrimonio indissolubile per il destino dei figli, il loro sostentamento e la loro educazione. Come ricordava il grande filosofo francese Gustave Thibon, se prima di sposarsi un individuo è consapevole dell’irrevocabilità del matrimonio, è anche indotto a non avventurarsi alla leggera in quel vicolo cieco che ha il muro di chiusura alle spalle; come il conquistatore che brucia i suoi vascelli per togliersi prima della battaglia ogni possibilità di ritirata, i fidanzati che acconsentono a legarsi l’uno all’altro fino alla morte, si procurano da questa “idea-forza” una garanzia preliminare contro tutti gli eventi del destino che minacceranno il loro amore. Al contrario, la sola idea del divorzio possibile prende dimora tacitamente nel profondo dell’anima, come un verme deposto da una mosca in un frutto in formazione e che ne divorerà un giorno la sostanza. L’esperienza ha più volte dimostrato, infatti, che in alcune circostanze, specie quando si tratta di grandi prove, è sufficiente considerare una cosa come possibile perché essa divenga necessaria. Si tratta di un dato psicologico elementare che da solo basta a sfatare, tra l’altro, il mito del cosiddetto “matrimonio di prova”.

Per questo resto basito quando mi riferiscono che ad alcuni “corsi prematrimoniali” è lo stesso parroco a spiegare ai nubendi, che, in fondo in fondo, se poi le cose vanno male, resta sempre aperta l’opzione del divorzio. Non mi addentro in tutte le polemiche sull’interpretazione dell’enciclica “Amoris Laetitia”, e neppure nella triste vicenda dei legittimi “dubia” sollevati da quattro cardinali della Chiesa cattolica (rimasti peraltro senza risposta), ma credo che l’orientamento attuale della Sacra Rota sia sempre più, diciamo, permissivo. È lo spirito del mondo che aleggia dentro la Chiesa.

Fonte: https://www.lafiaccola.it/wp/famiglia-e-bullismo/

VITTORIA E GIUSTIZIA: I PRINCIPI

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di Alexandr Dugin

Nella nostra società sono urgenti cambiamenti assolutamente necessari. Solo questi possono portarci alla Vittoria, e senza la Vittoria non ci sarà la Russia. Oggi tutti lo capiscono. Per salvare il popolo e lo Stato, dobbiamo cambiare e farlo in modo radicale e urgente.

La nostra società manca fatalmente di giustizia. Diamo una risposta chiara: cos’è la giustizia e come raggiungerla.

Idea russa

Abbiamo bisogno di un’ideologia patriottica chiara e accessibile a tutti. L’intera società deve capire chiaramente chi siamo come popolo, da dove veniamo e dove stiamo andando. Smettere di avere paura del russo. Dobbiamo essere orgogliosi di essere russi. L’amore per la Madrepatria non deve farci vergognare. Occorre innalzare l’Idea Russa sul piedistallo e metterla al centro della politica, della cultura, dell’industria – al centro dell’esistenza sociale.

È sulla base dell’Idea russa che vanno costruite le politiche educative, sociali, culturali, l’educazione, il codice di comportamento di tutti gli strati della società, a partire dai vertici del Paese.

Non c’è valore più alto che dare la vita in nome della Patria. Non c’è peccato più terribile e crimine più efferato del tradimento della Madrepatria, la Russia.

L’Idea Russa deve sostituire completamente quella importata dall’Occidente egoista, il liberalismo, idea che è di fatto russofoba e sovversiva del nostro sistema di valori; deve essere eliminata una volta per tutte, porta automaticamente all’atomizzazione, all’alienazione e alla distruzione dell’unità nazionale; inoltre, sotto lo slogan della libertà, i liberali generano nuovi modelli di schiavitù e controllo universale. Questa è la cultura dell’annullamento.

O noi, dai funzionari ai cittadini comuni, giuriamo immediatamente all’Idea russa, o ci aspetta una catastrofe ancora più terribile di quella che abbiamo affrontato di recente.

Ortodossia

Dopo essersi allontanata da Dio, l’umanità ha rifiutato se stessa. L’Occidente moderno lo dimostra con tutto il suo candore. La fede è sconfitta, non ci sono più santuari, ma è con questa che siamo in conflitto mortale. La civiltà atea e materialista combatte contro di noi, ben sapendo che la Russia, anche nella sua forma attuale indebolita e ridotta, rimane l’ultima isola della società tradizionale, una roccaforte dei valori spirituali e, in fondo, della Fede, che le varie ideologie politiche – dal comunismo al liberalismo – non sono riuscite a sradicare dal nostro popolo nel corso dell’ultimo secolo. L’uomo russo rimane un uomo di fede, anche se non se ne rende ancora pienamente conto.

Dio non è, però, nella gerarchia ecclesiastica, non è in un’istituzione. È nella fede, nella tradizione, nei sacramenti della Chiesa, e la Chiesa non è un’istituzione, è il nostro cuore, donato nel rito del Santo Battesimo alla Divinità luminosa e buona, che a sua volta ha dato la vita per la nostra salvezza. La religione è un dono per il Dono e se c’è un Dono, c’è anche Colui che dona.

Dio è il fondamento di tutto, l’inizio e la fine. Egli crea il mondo e lo giudicherà alla fine. Se l’uomo si allontana da Dio, anche Dio può allontanarsi da lui e allora niente potrà salvarci e noi siamo sull’orlo dell’abisso. Non a caso si sentono sempre più spesso le parole minacciose “Apocalisse”, “Armageddon”, ecc.

Basta con le mezze misure. I russi devono tornare al loro Padre celeste. Dopo tutto, stiamo combattendo la Sua guerra, nel Suo nome e per la Sua gloria.

O torniamo immediatamente alla nostra Madre Chiesa, o ci aspetta una catastrofe ancora peggiore di quella che abbiamo affrontato di recente. [il punto è che la Russia dovrebbe tornare alla Santa Madre Chiesa di Roma, sciogliendo le riserve sul “Filioque” e riconoscendo il Primato di Pietro nella città eterna. Oggi non lo può fare realmente perché la Sede è occupata dai modernisti, ma lo può fare almeno idealmente, n.d.r.]

Impero

Il tipo di governo politico più giusto e armonioso è l’Impero. Una parte significativa della nostra storia l’abbiamo vissuta nell’Impero, e fu agli zar russi che passò la corona imperiale di Bisanzio. L’Impero è più di un semplice Stato, è una grande potenza dotata di una missione sacra, un impero non si limita a governare su vasti territori e numerosi popoli; l’impero conduce l’umanità alla meta più alta, alla salvezza e all’unità.

La Russia come impero comprende diversi popoli, culture e confessioni, mentre i russi, gli ortodossi, erano e restano il suo nucleo centrale. Ciò non significa che gli altri popoli siano subordinati. L’Impero apre la strada al governo a tutti coloro che hanno dimostrato con atti, imprese, capacità e lealtà di essere suoi degni figli.

La democrazia liberale, impostaci dall’Occidente, è disastrosa per il Paese, in quanto atomizza la società, lo atomizza, mina la solidarietà e l’unità.

Abbiamo bisogno di un Impero che garantisca la giustizia sociale. Un impero del popolo, libero dall’onnipotenza di oligarchi e rampanti che traggono profitto dalla miseria della gente. Forse non ci sono mai stati imperi ideali nella storia… allora costruiamone uno! L’impero non riguarda il passato, ma il futuro.

Solo un aperto appello all’Impero e alla sua eredità ci darà il diritto ultimo di combattere e vincere la guerra che stiamo combattendo. Nessun piccolo nazionalismo aggressivo può reggere il confronto con la potenza imperiale; di più, per coloro che in Ucraina non hanno ancora perso completamente la testa, un posto nell’Impero e la fedeltà all’Impero possono essere un motivo serio per passare dalla nostra parte.

Altrimenti, potrebbe sembrare che due Stati liberal-democratici siano in guerra tra loro. Entrambi si considerano parte del mondo occidentale e cercano di integrarsi al più presto, scegliendo percorsi e mappe stradali diverse e questo svaluta le gesta eroiche dei nostri eroi e priva la guerra della sua dimensione sacra. In guerra, non vince solo il più forte in termini di tecnologia e forza materiale, ma quello il cui ideale è più grande, più alto. Dopo tutto, le idee sono potere. E non c’è idea più potente di quella dell’Impero.

O iniziamo subito a costruire l’Impero, o andremo incontro a una catastrofe ancora più terribile di quella che abbiamo affrontato di recente.

Fermare l’estinzione del popolo russo

Ci stiamo estinguendo, ogni anno ci sono sempre meno russi, se non invertiamo immediatamente questa tendenza catastrofica, il nostro popolo scomparirà dalla faccia della terra nel corso di questo secolo o si trasformerà in una minuscola minoranza. Come salvare la nazione?

Riportare anzitutto immediatamente i valori tradizionali: spirito, moralità, famiglia forte – come indispensabili. Solo le società tradizionali possono vantare una crescita demografica. Più la modernizzazione e il liberalismo sono estesi, meno persone ci sono. Pertanto, tutte le tendenze che vanno contro la Tradizione, la cultura religiosa spirituale russa, dovrebbero essere legalmente proibite.

La pratica di sostituire i russi che stanno scomparendo con immigrati importati – con un’identità aliena e in nessun modo intenzionati a diventare parte del nostro popolo – è criminale e deve essere fermata immediatamente.

Il fatto sociologico e statistico inconfutabile è che nelle condizioni delle città moderne, sempre e in tutti i Paesi e le civiltà, c’è un declino e una degenerazione demografica. Le grandi città sono assassine di famiglie forti con molti figli, fonte di impurità morale, dissolutezza e perversione. È urgente avviare la disaggregazione delle megalopoli, fornire a tutti i russi la terra e la possibilità di viverci, di prendersi cura dei parenti e di possedere un’eredità inalienabile – un nido familiare.

È necessario dare finalmente al popolo russo la terra. In diverse fasi della nostra storia, l’una o l’altra forza ha proposto questo giusto slogan, ma ogni volta i russi sono stati nuovamente ingannati, sia dai proprietari terrieri, sia dai bolscevichi, sia dai liberali degli anni Novanta. Solo la terra che fa nascere il pane, il capofamiglia, è in grado di dare un impulso all’aumento del tasso di natalità.

O invertiamo immediatamente la situazione demografica, o andremo incontro a una catastrofe ancora peggiore di quella che abbiamo affrontato di recente.

Vietare l’usura

Gli alti tassi di interesse e la completa dipendenza dell’economia russa dall’inserimento nel sistema del capitalismo finanziario globale portano all’eccessiva ricchezza dell’élite finanziaria e all’impossibilità per la maggioranza della popolazione di sfuggire alla povertà. L’oligarchia finanziaria, che ha schiavizzato quasi tutta la società russa con i prestiti, trae profitto dall’applicazione di alti tassi di interesse bancari e dai mutui.

Questo sistema deve essere radicalmente ristrutturato. Invece del credito commerciale, è necessario passare al credito sociale – con tassi di interesse pari a zero o addirittura negativi, che aumenterà drasticamente la ricchezza totale del popolo, espressa in case costruite, beni creati, produzione consolidata, e non in astratti indicatori macroeconomici.

Lo Stato dovrebbe distribuire equamente le opportunità finanziarie tra tutta la popolazione, ponendo fine all’onnipotenza dell’oligarchia e dell’ufficialità corrotta.

Questo modello economico, di fatto coloniale, si è formato in Russia negli anni ’90 del secolo scorso e oggi impedisce lo sviluppo armonioso e progressivo del potenziale creativo del Paese ed è enorme e solo artificialmente frenato dalla politica monetarista delle autorità.

O cambiamo immediatamente il vettore economico da liberale-oligarchico e monetarista a uno socialmente orientato, o andremo incontro a una catastrofe ancora peggiore di quella che abbiamo affrontato di recente.

Vincere la guerra con l’Occidente

In Ucraina siamo impegnati in una guerra feroce non tanto con il regime neonazista e russofobo di Kiev, quanto con l’Occidente collettivo. Non si tratta solo di un conflitto regionale o della risoluzione di questioni controverse di geopolitica, economia e strategia militare. Si tratta di una guerra di civiltà. L’Occidente moderno ha gettato le sue maschere e si presenta apertamente nella sua vera forma: da tempo ha dichiarato guerra a Dio, alla Chiesa e alle basi politiche e culturali della società tradizionale, e oggi sfida direttamente l’uomo stesso. La civiltà occidentale moderna sta distruggendo le famiglie, legalizzando e persino imponendo in modo aggressivo la perversione, la riassegnazione del sesso, la chirurgia transgender, e persino i bambini ne diventano vittime.

Gli estremisti ambientalisti chiedono di salvare il pianeta dall’uomo. I pionieri dell’ingegneria genetica stanno già conducendo esperimenti sull’incrocio di persone con macchine, con altre specie animali, sperimentando sul genoma, promettendo di dare agli organismi umani l’eternità o una sua parvenza (sotto forma di memoria e sentimenti immagazzinati su server). L’intrusione nel mistero del portare in grembo un feto minaccia una nuova segregazione, perché è già stato lanciato un progetto per allevare una razza superiore, il cui genotipo sarà corretto artificialmente e migliorato al massimo.

La guerra con l’Occidente in Ucraina è una battaglia della civiltà dei popoli, che è rappresentata dalla Russia, che oggi guida il confronto della maggioranza mondiale contro l’egemonia dell’Occidente, con la civiltà che è sulla via della distruzione o della mutazione irreversibile dell’uomo. Tale civiltà è satanica.

Per vincere questa guerra di civiltà, è necessario risvegliare tutta la nostra società, far conoscere a ciascuno dei suoi membri – fino ai bambini – il significato, gli obiettivi e le finalità di questa grande e sacra guerra di popolo. Non è solo la difesa della Madrepatria, è una guerra per la giustizia, che stiamo combattendo non per la vita, ma per la morte. E poiché siamo dalla parte della Luce, la società deve essere purificata, nobilitata ed elevata. La vittoria in una battaglia così decisiva per tutta la storia dell’umanità è un pegno di conservazione dell’uomo come specie. Ancora una volta i russi si sono assunti la missione di salvare il mondo. E oggi tutto dipende da noi.

In questa situazione siamo obbligati a trasmettere a tutti la struggente verità sul significato di questa guerra.

È stato criminale lasciare immutata la cultura dell’intrattenimento che si è sviluppata negli ultimi 30 anni, basata sulla volgarità, sul cinismo, sul ridicolo di tutto ciò che è alto e puro, sull’imitazione di tutti i lati più ripugnanti dell’Occidente. Inoltre, molti personaggi della cultura hanno mostrato il loro coraggio di traditori nelle condizioni della SWO, disertando direttamente dalla parte dei nemici della Russia. Le grida di buffoni, blasfemi e pervertiti posseduti dal demonio minano la fiducia nella nostra vittoria e provocano l’indignazione degli eroi in prima linea e di coloro che hanno già capito quanto sia alta la posta in gioco nel conflitto di civiltà.

Abbiamo bisogno di una cultura completamente diversa che sia all’altezza delle sfide della guerra. La cultura esistente non è affatto una cultura. Non solo non dobbiamo far rientrare i traditori che si sono ravveduti, ma dobbiamo anche allontanare coloro che sono rimasti, conservando il loro stile, il loro snobismo, il loro disprezzo quasi invisibile per il popolo russo e i suoi ideali, le sue linee guida, la sua natura morale.

O ricostruiamo immediatamente la nostra intera società su base militare, o ci aspetta una catastrofe ancora peggiore di quella che abbiamo affrontato di recente.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

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Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/vittoria-e-giustizia-i-principi

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