Paolo Di Nella, 37 anni fa l’ennesimo omicidio comunista impunito. Oggi lo ricordiamo

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di Antonio Pannullo

Paolo Di Nella morì 37 anni fa, in questo giorno. Morì, fuori tempo massimo, nel 1983, dopo la stagione degli anni di piombo. Sembrava che quel periodo tragico fosse ormai concluso, con la morte nel marzo 1980 di Angelo Mancia. Il dipendente del nostro giornale assassinato in un agguato partigiano dalla Volante Rossa. Come gli assassini di Paolo Di Nella, anche quelli di Angelo Mancia rimasero impuniti. Paolo Di Nella lo conoscevo, frequentava la sezione del Msi del Trieste Salario in viale Somalia e la federazione provinciale del Fronte della Gioventù. Era amico di tutta quella meglio gioventù di attivisti di quegli anni. Ma in particolare dei fratelli Buffo, di Gianni Alemanno, di Sergio Mariani, di Paolo Omodei e di quel gruppo di giovanissimi che frequentavano la sezione Trieste. Era apparentemente un po’ chiuso, ma sempre pronto a scherzare quando stava con i suoi fratelli. Il gruppo era profondamente legato. Era spesso preso in giro per le sue battaglie ambientaliste, alle quali dedicava tutte le sue energie. Allora non capivamo che Paolo Di Nella era avanti tutti noi.

Di Nella, “uccidere un fascista non è reato”

I fatti sono noti, ma li rievochiamo per quei giovani che oggi portano avanti anche la sua battaglia. Alle 20.05 di quel 9 febbraio 1983 il suo cuore smise di battere. Noi ragazzi del Fronte della Gioventù (l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano) ci sentimmo allora irrimediabilmente più soli. Perché sapevamo perfettamente che “uccidere un fascista non è reato” non era solo uno slogan dei “duri” dell’Autonomia operaia (che rivendicò l’assassinio), ma era diventata una legge non scritta. L’avevamo subìta parecchie volte e non ci eravamo mai fermati. Il Fronte non si fermò neanche allora, benché sapessimo perfettamente che anche questo omicidio non sarebbe mai stato punito, così come era accaduto per Francesco Cecchin, ucciso da sconosciuti a piazza Vescovio pochi anni prima. E così è stato. Ancora oggi aggressori a piede libero. Nel caso di Paolo Di Nella le cose andarono un po’ diversamente, anche se una sfortunata vicenda giudiziaria chiuse il caso senza che si fosse arrivati a un colpevole.

Gli inquirenti si mossero solo dopo l’arrivo di Pertini

Anche perché gli inquirenti si mossero con un certo impegno solo dopo che l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini accorse, in forma privata, al capezzale di Paolo. Era evidentemente stato colpito dall’efferatezza e dalla gratuità del gesto feroce verso un ragazzo di vent’anni che si batteva per il verde pubblico nel suo quartiere. Pertini fu affrontato – è il caso di dirlo – da una ragazza del Fronte, Marina, che eludendo la sorveglianza al presidente, riuscì a intercettarlo e a dirgli quello che pensava. «Questo è il frutto dell’odio che avete alimentato per quarant’anni! Ci stanno ammazzando tutti!», disse Marina. Pertini la guardò in faccia, rimase a capo chino in silenzio, le posò una mano sulla spalla e si allontanò. Il vecchio partigiano ascoltò con molta attenzione la ragazza in lacrime di rabbia e di dolore, e probabilmente capì che i tempi della giustizia sommaria erano davvero finiti per sempre. Possiamo affermare senza timore di essere smentiti da nessuno, che se gli anni di piombo si chiusero fu solo ed esclusivamente grazie alla buona volontà, al senso di responsabilità, alla civiltà degli “estremisti di destra” di allora, che scelsero consapevolmente di non attuare ritorsioni di alcun genere.

Di Nella e la sua battaglia pacifica

E dopo Pertini, fu un profluvio, piuttosto stupefacente, per noi missini, di solidarietà da tutte le parti: l’allora sindaco di Roma Ugo Vetere, del Pci, venne all’ospedale, il segretario del partito Enrico Berlinguer mandò un commosso telegramma. Il giornalista Giuliano Ferrara scrisse un articolo in difesa di Di Nella e del suo diritto a pensarla come la pensava. E proprio così Paolo conduceva la sua lotta politica: civilmente e pacificamente, talmente fiducioso nel suo diritto da andare ad attaccare manifesti da solo con la sua ragazza, in un periodo in cui questo non era consigliabile.

Paolo aggredito vigliaccamente alle spalle

Paolo non era assolutamente un violento, ma non si fermava mai. Non c’era nulla che si potesse dire o fare per impedirgli di agire come a lui sembrava giusto. Anche quella sera, poiché non c’erano persone disponibili ad accompagnarlo, gli fu proposto di rimandare alla sera successiva l’affissione, ma lui non ne volle sapere. La battaglia di combatte tutti i giorni, e guai a chi si ferma. Andò con una militante del Trieste Salario, che lo accompagnò con l’automobile. E’ grazie a lei se abbiamo una testimonianza precisa di tutto quello che accadde. Paolo scendeva, affiggeva, e ripartivano. L’Autonomia operaia era molto attiva nel quartiere Africano, quello dove Paolo e i suoi camerati lottavano affinché Villa Chigi fosse restituita alla gente. Negli anni e precedenti le sezioni missine della zona, via Migiurtiniaviale Somalia, la Monte Sacro, la Talenti, la Tufello, erano state oggetto di decine di attentati dinamitardi incendiari, assalti armati.

Quella notte in viale Libia

A piazza Gondar, in viale Libia (dove oggi c’è la scritta che lo ricorda), Paolo fu aggredito da dietro da due ragazzi, uno dei quali lo colpì con un oggetto contundente mai identificato. Gli causò la commozione cerebrale che lo portò, dopo una settimana di agonia, alla morte. La ragazza lo accompagnò a sciacquarsi la testa alla fontanella, e lui le gece promettere di non dire nulla a nessuno, che non er aniente. Ma tornato a casa si sentì male e fu portato in ospedale. Vegliato incessantemente – oltre che dalla sua splendida famiglia – da tutti i suoi camerati. Il suo sacrificio è servito a far accorgere agli italiani di quanto accadeva, a far diventare Villa Chigi parco pubblico – oggi è intitolato a suo nome – e a far finire gli anni di piombo.

La responsabilità morale della sua e di altre morti è ascritta per sempre a tutta una classe politica e mediatica che per anni ha chiuso gli occhi di fronte alla palese ingiustizia a cui i giovani missini erano sottoposti da parte di tutti. In quella settimana di agonia di Paolo ci furono affissioni per denunciare l’accaduto, un corteo sfilò per il quartiere, assemblee nelle scuole, ma a nessuno sembrava gliene fregasse qualcosa: al Giulio Cesare anzi si arrivò a confermare il diktat che uccidere un fascista non è reato.

Il comunicato del FdG: “Caduto per la Rivoluzione”

Vogliamo concludere questo ricordo con il comunicato del Fronte della Gioventù emesso qualche giorno dopo la morte di Paolo. “Con Paolo di Nella è morto un combattente per il proprio popolo, un nazional-rivoluzionario. Nessuno si permetta di offendere questo martire con inutili isterismi. L’unica vendetta è continuare la sua lotta contro il sistema che lo ha assassinato”. Al suo funerale, quando la bara avvolta nella bandiera con la croce celtica uscì dalla chiesa di piazza Verbano, a migliaia salutarono Paolo Di Nella col braccio teso.

Il volantino di rivendicazione dell’assassinio spuntò il 14 febbraio, in una cabina telefonica di piazza Gondar, a pochissimi metri da dove c’era stata l’aggressione. È firmato da Autonomia Operaia. L’ultimo atto della tragedia avviene nel dicembre del 2008, il papà di Paolo è morto e la famiglia ha deciso di farli riposare insieme. La bara di Paolo è lentamente esposta e appaiono ancora quei colori: il rosso, il bianco, il nero; per venticinque anni la bandiera con la celtica ha riposato insieme a Paolo. La bara di Paolo viene messa vicino a quella del padre, si stende di nuovo sopra la sua bandiera, e c’è una piccola scritta: “Caduto per la Rivoluzione”.

Fonte: https://www.secoloditalia.it/2020/02/paolo-di-nella-37-anni-fa-lennesimo-omicidio-comunista-impunito-oggi-lo-ricordiamo/#amp_tf=Da%20%251%24s&aoh=16759337127036&referrer=https%3A%2F%2Fwww.google.com&ampshare=https%3A%2F%2Fwww.secoloditalia.it%2F2020%2F02%2Fpaolo-di-nella-37-anni-fa-lennesimo-omicidio-comunista-impunito-oggi-lo-ricordiamo%2F

L’ABC DEI VALORI TRADIZIONALI: LA FAMIGLIA FORTE

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QUINTA COLONNA

di Konstantin Malofeev, Arciprete Andrei Tkachev, Aleksandr Dugin

Konstantin Malofeev: Un’altra parte del nostro “ABC dei valori tradizionali” è dedicata alla famiglia – la lettera “S” [N.d.T.: in russo “famiglia” si scrive sem’ya, семья]. Il documento Foundations of State Policy for the Preservation and Strengthening of Traditional Spiritual and Moral Values (I fondamenti della politica statale per la conservazione e il rafforzamento dei valori spirituali e morali tradizionali) elenca la famiglia forte come uno di questi.

Arciprete Andrei Tkachev: Inizierò con una citazione di San Giovanni Crisostomo, arcivescovo di Nuova Roma, Costantinopoli. Egli dice: «Il mondo è costituito da città, da case, da mariti e mogli, perciò quando ci sarà inimicizia tra mariti e mogli, allora verrà la guerra nelle case, e quando queste saranno disturbate, anche le città saranno disturbate; ma quando le città saranno in disordine, allora per forza di cose tutto l’universo sarà pieno di disordine, guerra e discordia».

La leggerezza e l’ovvietà della frase sono pari alla sua genialità. Sì, le epoche sono diverse e la famiglia ha sempre dovuto lottare, ma oggi è stata dichiarata una guerra di principio contro la famiglia. Pertanto, anche la nostra resistenza contro la distruzione della famiglia deve essere diversa. La famiglia è un valore basilare, fondamentale. Come diceva il giurista romano Modestino, «il matrimonio è l’unione di un uomo e di una donna, la comunione di tutta la vita, la complicità nella legge divina e umana».

Si tratta di una formulazione classica, che fino a poco tempo fa non è mai stata messa in discussione; ma poiché oggi è stata smentita, non è più la famiglia tradizionale a dover essere combattuta, ma la famiglia biblica. Cercherei di sostituire la parola “tradizionale” con “biblica” ogni volta che è possibile. Voglio dire, cosa dice la Bibbia? “Per ogni uomo Cristo è il capo, e per la moglie il marito è il capo, e per Cristo Dio è il capo”. “Né la moglie senza il marito, né il marito senza la moglie sono nel Signore; perché come la moglie è dal marito, così il marito è dalla moglie; e tutto è da Dio”.

L’insieme dei testi sacri concisi e sintetici, aforistici come le espressioni alate latine, dovrebbe diventare una sorta di arma lessicale. Hanno bisogno, in senso figurato, di riempire il corno di un automa spirituale per difendersi da tutti coloro che mettono in discussione un valore immutabile come la famiglia. La famiglia è autosufficiente; deve essere protetta indipendentemente dalla geopolitica o da altri fattori. Dopo tutto, se distruggiamo la famiglia, uccidiamo lo Stato.

Alla fine, incendieremo l’intero universo su quattro lati e lo sottoporremo alla conflagrazione sodomitica. Ma anche se non ci poniamo questo obiettivo globale, marito e moglie sono sufficienti di per sé a proteggere la loro unità dal serpente che si insinua nel giardino dell’Eden. La famiglia è l’unica cosa rimasta del paradiso dopo la caduta del peccato. Tutto è crollato, ma la famiglia è rimasta. Le onde del diluvio non hanno sommerso la famiglia, il fuoco di Sodoma non ha bruciato la famiglia.

Oggi, però, l’esistenza della famiglia è messa in discussione. Quindi, naturalmente, ci armiamo del Nome di Dio. E non vogliamo che l’universo venga messo a ferro e fuoco a causa dell’eterna inimicizia stabilita dal diavolo tra marito e moglie.

K.M.: La Sodoma occidentale globale ha raggiunto la famiglia. Al posto di mamma e papà, ci sono “genitore n. 1” e “genitore n. 2”, accoppiamento incomprensibile di tutti con tutti, 56 generi al posto dei due sessi divini. Tutto questo mira a distruggere la famiglia. Hanno già distrutto molte cose: l’appartenenza religiosa, l’appartenenza nazionale, e ora stanno distruggendo la cosa più importante, la famiglia, l’ultima fortezza. La piccola chiesa di cui stavate parlando, la fortezza che Dio stesso ha creato, la fortezza benedetta.

A.T.: In seguito, la personalità si dividerà, fino a che non ci sarà più nulla da dividere.

K.M.: Ci sono già arrivati. Purtroppo, come diceva San Paisio Svyatogorets, le principali malattie del XX secolo sono il cancro e il divorzio. Il divorzio è diventato il nostro flagello: in Russia, che ha raggiunto il picco dell’80% dei divorzi rispetto ai matrimoni contratti nello stesso anno, anche questa cifra è stata superata nell’ondata di covi. L’anno scorso abbiamo registrato il massimo storico di divorzi nella storia del Paese.

Una famiglia forte non è solo una famiglia senza perversioni occidentali, ma anche una famiglia normale composta da un uomo e una donna che non divorziano. Ora è diventato così comune che non tutte le famiglie divorziano, ma la maggior parte, e questo orrore deriva proprio dal fatto che i valori tradizionali di cui parla il DPR 809 sono stati dimenticati. Una famiglia forte è un valore così grande che deve essere preservato il più possibile. Tutti lo capiscono, perché questo problema riguarda tutti.

È molto facile parlare di costruzioni effimere e teoriche che potrebbero non verificarsi nella vostra vita, ma sta arrivando nella vostra vita qui e ora, ogni giorno, e mantenere una famiglia forte è, ovviamente, il nostro valore tradizionale, è un valore tradizionale dell’umanità. Se non la designiamo, se non comprendiamo cosa sia una famiglia forte, seguiremo questa Sodoma globale in un luogo dove non ci saranno più bambini. Nei Paesi di tradizione musulmana la natalità è molte volte superiore a quella dei Paesi europei ricchi.

Tuttavia, il problema demografico non può essere risolto con la ricchezza materiale. C’è un certo paradosso in questo e lo capisce bene qualsiasi credente: non si tratta di quanto denaro diamo per un bambino. La ricca Norvegia ha lo stesso tasso di fertilità per donna che abbiamo noi: 1,5; nei ricchi Emirati Arabi Uniti il tasso di natalità si è dimezzato negli ultimi 30 anni e le giovani famiglie sono semplicemente imborghesite.

Perché è così? Perché sia lì che lì, alle donne sono state fatte molte cose. Hanno rotto la chiesa domestica, in cui la moglie e il marito hanno un ruolo proprio; detto che la moglie è il “marito”; detto alle donne: siete “uomini”. Uscite e lavorate come uomini. Costruire una carriera. E con queste “belle” parole hanno camuffato ciò che in realtà volevano dire: non partorire, non procreare, porre fine alla razza umana. Perché senza donne nessuno partorirà.

Se una donna cessa di essere moglie e madre, se cessa di essere la custode della piccola chiesa, allora nulla funzionerà. In questo caso non ci sarà una continuazione, perché il primo comandamento della donna è quello di generare figli.

A.T.: A proposito, sarà salvata dalla procreazione.

K.M.: Cosa hanno detto all’uomo? In origine gli era stato detto: “Con il sudore del tuo volto, guadagnati il pane”; poiché oggi non guadagna, non si assume la responsabilità della sua famiglia e pensa che se per lui è molto difficile, sarà più facile andarsene in un’altra famiglia. La donna ha paura di questo e dice: “Vivrò come un uomo sposato, risolverò tutti i miei problemi da sola”. L’uomo diventa un “uomo-donna”. Se non sono responsabile per tutti, se posso comportarmi come una donna, allora non sono un uomo.

Ecco da dove vengono il femminismo e la sodomia e alla fine entra in gioco la giustizia minorile, quando un bambino non dovrebbe accettare di essere mamma e papà. Fanno a pezzi la famiglia. Il femminismo è per le donne, la sodomia per gli uomini e la giustizia minorile per i bambini e per risolvere questo problema, è necessaria una famiglia forte.

Aleksandr Dugin: È molto importante capire come la tradizione sacra – non solo quella cristiana, ma anche quella islamica e di altre confessioni tradizionali – intende la metafisica della famiglia. L’unità più primordiale dell’uomo era in paradiso. E l’interezza stessa dell’uomo eterno era che era un solo uomo. Abbiamo tutti bisogno di ripristinare questa umanità unificata in noi stessi. Perché siamo parte o aspetto di questo unico uomo, ma a un certo punto si è diviso e si è verificato un disastro.

La separazione dell’uomo in due generi è stata un disastro. È stato un movimento verso la dannazione, verso la perdita del paradiso, perché l’unità si è spezzata, ma grazie alla famiglia è stato restaurato. Pertanto, l’uomo non è un individuo separato. Secondo l’antropologia religiosa tradizionale, l’uomo non è un individuo, ma almeno due individui di sesso diverso uniti in una famiglia. Cioè, quando diciamo “uomo”, intendiamo la famiglia.

Non a caso il sacramento del matrimonio dice: “E i due diventeranno una sola carne”. Cioè, attraverso il matrimonio si ricrea l’unità dell’uomo originario. La procreazione, l’aiuto reciproco e la cura della casa sono aspetti molto importanti, ma ancora secondari del mistero del matrimonio. Un matrimonio che ripristina l’unità dell’uomo. Tutti – marito, moglie, figli, antenati e genitori – hanno un ruolo da svolgere nella costruzione di questa nuova unità.

La cultura moderna presenta il matrimonio come un contratto e non importa più chi e chi – uomo e donna, o due uomini, o donna e un cane o una capra – si arriva già a questa perversione del mondo moderno. Se il matrimonio è solo un contratto, un contratto tra due soggetti giuridici, allora tutto è possibile. In questo atteggiamento verso la famiglia è insita la negazione della sua essenza spirituale tradizionale.

Quando arriviamo alla distruzione della famiglia già su scala pianificata, dobbiamo renderci conto che questa ha origine dall’ignorare la nozione di essere umano. L’uomo non è semplicemente legato al genere. L’uomo diventa umano quando crea una famiglia. Non solo genera il futuro, ma crea se stesso. Perché un uomo è un uomo, non solo un uomo, ma di fronte a una donna, e una donna non è solo una donna, ma anche un uomo, e il loro rapporto deve creare una nuova essenza. L’essenza della salvezza, l’essenza di un uomo.

L’umanità è la famiglia. Non ci può essere piena umanità senza famiglia.

K.M.: Vorrei aggiungere qualche parola sul ruolo dei bambini. Sapete, l’arciprete Vladimir Vorobiev una volta mi disse che “il bambino è un angelo nella famiglia”. Ma solo più tardi ho capito cosa intendeva. È successo quando mio figlio aveva 16 anni e mia figlia un anno: io parlavo con lei, naturalmente, in una lingua, e con lui, un adolescente, in un’altra. Un giorno la tenevo in braccio e, quando è arrivato mio figlio, gli ho parlato con la mia voce normale e poi la bambina ha pianto, perché non aveva mai sentito quel tono da parte mia.

Allora mi son chiesto: cosa c’è che non va? Mi ha colpito molto. Mi sono resa conto che stavo parlando a uno dei miei bambini con un tono di voce completamente diverso da quello che avrei dovuto, non è così maturo come credo. Questo è molto importante perché i bambini che vengono direttamente dal cielo, e che vedono il bene e il male per davvero, forniscono la giusta sintonia per l’amore in una famiglia. In una famiglia forte con bambini, questo amore regna, quei bambini regnano.

La famiglia è l’unica unità della società che si basa sull’amore e solo sull’amore. Nient’altro. E questo regno dell’amore, la famiglia, è il più prezioso e il più caro. Perché, finché c’è una famiglia, l’amore non è morto nel mondo. Naturalmente uscirà dalla famiglia e andrà allo Stato.

A.T.: Sì, penso che nella famiglia ci sia spazio per tutte le virtù. San Basilio il Grande diceva che è un nido dal quale le aquile volano in diverse direzioni. Ha spazio per la pazienza, la diligenza, la responsabilità collettiva. Uno ha “sbagliato” – tutti sono responsabili. C’è spazio per le preoccupazioni, per l’ansia, per il tutto-esaurito. È un paletto di pioppo conficcato nella gola dell’egoismo. Cioè, la famiglia distrugge alla radice ogni egoismo, ti fa vivere non per te stesso.

Secondo la rivelazione biblica, la moglie è l’aiutante del marito. Il marito deve avere una causa. Se un uomo non ha un lavoro serio, normale, buono, significa che non c’è un alveare, una famiglia, dei figli. In breve, non c’è nessuno che possa aiutare. Gli uomini hanno molte pretese sulle donne, le donne hanno molte pretese sugli uomini. I bambini hanno pretese sugli adulti, gli adulti hanno pretese sui bambini.

Dobbiamo smettere di avanzare pretese l’uno sull’altro. Dovete basare la vostra vita sulla rivelazione. Su quella cosa immutabile e sacra che definisce il vostro posto nell’universo, le vostre responsabilità. Ed è in quello specchio che ci si deve controllare “per la schifosità”.

C.M.: In famiglia si impara l’obbedienza.

A.T.: Sì, solo lì.

C.M.: Se siete stati educati correttamente, sarete un eccellente dipendente, un eccellente combattente, un eccellente marito, un eccellente padre e nonno.

A.T.: Ecco cosa disse l’apostolo Paolo a Timoteo: “Non rimproverare l’anziano come un padre, ma esorta i giovani come fratelli, le vecchie come madri, i giovani come sorelle, con ogni purezza. Si tratta di categorie familiari.

A.D.: È molto importante che la famiglia sia definita “forte” in questo elenco di valori tradizionali. Deve diventare forte, cioè una famiglia senza divorzio, senza aborto. Infatti, il divorzio è proibito dalla Chiesa proprio perché viola questa comprensione mistica, profonda e ontologica della famiglia. Ma come risolvere questo problema? Risolvere il problema attraverso il denaro, attraverso condizioni artificiali create dall’esterno, è impossibile.

Come dice la sociologia, le condizioni di vita in una società tradizionale (cioè sulla terra, meglio nelle proprie case, in un collettivo limitato, dove ci si conosce tutti) creano automaticamente una famiglia forte. In altre parole, una famiglia forte è semplicemente una transizione dalla società moderna alla società tradizionale. Da un luogo di residenza urbano a uno rurale. Il ritorno alla terra è l’unica forma e soluzione al problema demografico.

Tutti i metodi artificiali non sono affatto adatti. Quindi l’unico modo per rendere forte la famiglia – che purtroppo ora non abbiamo – è tornare alla società tradizionale, ai suoi valori.

Tutti i valori di cui stiamo discutendo si riversano l’uno nell’altro, l’uno convalida l’altro. Sta emergendo un’intera visione del mondo, un’intera teoria su come salvare la Russia, come salvare il nostro popolo, la nostra società, il nostro potere, le nostre famiglie.

K.M.: Questa era la lettera “S” – famiglia.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini Fonte:  https://www.geopolitika.ru/it/article/labc-dei-valori-tradizionali-la-famiglia-forte

Il mondo multipolare, vero incubo dell’élite di potere statunitense

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di Luciano Lago

L’ingerenza degli Stati Uniti e della NATO nell’Asia si va sviluppando in forma sempre più manifesta e pressante.

Washington, come una piovra, penetra nel sistema di sicurezza dell’Asia con i suoi tentacoli. La denuncia di questa ingerenza USA è stata sollevata nel corso di una un’intervista con il capo del dipartimento diplomatico russo, Sergei Lavrov.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov , in una conversazione con Dmitry Kiselev, amministratore delegato del gruppo di media internazionali Russia Today (censurato in Occidente), ha evidenziato uno dei problemi più urgenti nelle relazioni internazionali: il crescente coinvolgimento dei paesi occidentali nel sistema di sicurezza asiatico. Lo stesso segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, lo scorso 30 gennaio, durante una visita in Corea del Sud, ha affermato che “l’intensificarsi dei legami” con i Paesi della regione indo-pacifica è una prospettiva auspicabile e uno dei principali obiettivi dell’Alleanza. Risulta che il blocco occidentale guidato dal suo braccio militare, la NATO, stia insistentemente cercando una sponda in Asia e nella regione Indo Pacifico, per poter estendere il proprio controllo militare con l’obiettivo di contenere e mantenere sotto controllo le vie di collegamento strategiche della Repubblica Popolare Cinese.

Nonostante l’attività bellica di supporto all’Ucraina ed il coinvolgimento della NATO nel conflitto con la Russia, la volontà dell’egemone di estendere il proprio controllo militare sembra non abbia limiti e si voglia proiettare in tutto il pianeta.

La NATO non intende limitarsi all’area euro atlantica ma vuole proiettarsi verso l’Asia e l’Indo Pacifico nel suo costante sforzo di contenere la presunta minaccia della Cina. Quella della Cina come minaccia per l’Occidente non è una storia nuova, visto che è stata descritta come tale la scorsa estate nel documento descritto come “il Nuovo Concetto strategico della NATO 2022 ”.

In tale documento si sostiene che che la Cina usa la sua leva economica per creare dipendenze strategiche e aumentare la sua influenza. Oltre alla guerra commerciale a tutto campo, i paesi della NATO guidati dagli Stati Uniti conducono regolari esercitazioni tattiche e navali nella regione, come il “Super Garuda Shield” indonesiano, il più grande dal 2009, o esercitazioni congiunte USA-Canada nel Mar Cinese Meridionale.

Delegati statunitensi, fra cui l’influente vicesegretario di Stato, Victoria Nuland, si sono recati in visita in Nepal, ai confini della Cina, per cercare di influenzare questo paese con l’obiettivo di far allentare i legami con Pechino e proporre una forma di cooperazione ed alleanza con gli USA.

Instancabile è poi l’attività di informazione e propaganda mediatica su vasta scala: vengono regolarmente pubblicati articoli scientifici e giornalistici con il leitmotiv della “minaccia cinese”. Foreign Affairs, una delle maggiori riviste americane di studi internazionali, ha fatto di Xi Jinping e del sistema ideologico cinese i temi principali del numero di novembre/dicembre 2022. La frase di Mao Zedong è ben nota in tutto il mondo: “Il popolo cinese si è alzato in piedi”. Tanto che la NATO è entrata in allarme per il pericolo di una espansione del gigante cinese che possa mettere nell’angolo la presenza occidentale nel grande continente asiatico.

Per non parlare delle pressioni diplomatiche ed i ricatti economici che Washington sta esercitando sull’India per convincere questo grande paese asiatico a sostenere la campagna di sanzioni contro la Russia. Tutto però è stato inutile e l’India ha riaffermato e consolidato la sua partnership con la Russia di Putin.

In prospettiva non soltanto l’espansione della potenza cinese è una minaccia per l’egemonia USA ma il più grave pericolo è costituito dal diffondersi del multipolarismo e dagli equivalenti legami multilaterali, di cui Pechino è il centro di riferimento per molti paesi. Per contrastare tale pericolo si è costituito il partenariato strategico NATO-UE che deve affrontare le sfide sistemiche alla sicurezza euro-atlantica, che, come dichiara la NATO, oltre alla Russia, sono create dalla Cina.

Non è un mistero che Washington ha visto con molta preoccupazione l’incremento di cooperazione economica fra la UE e la Cina che ha fatto diventare quest’ultima il principale partner della UE mentre gli Stati Uniti sono di conseguenza passati al secondo posto, secondo Eurostat. Questa è considerata da Washington una sfida non soltanto economica ma anche una minaccia alla sicurezza euro-atlantica.

La perdita dell ‘”esclusività” americana e del ruolo dominante degli Stati Uniti è un vero incubo per la NATO, che sta cercando con tutte le sue forze di contenere l’influenza cinese nei paesi del continente asiatico e non soltanto in quello.

Di contro la Cina è riuscita in questi anni a tessere la sua tela ed a coinvolgere nella sua Belton Road di sviluppo e di cooperazione oltre 150 paesi. Con molti di questi la cooperazione non si limita all’ambito economico ma si estende anche ai settori dell’energia, delle sviluppo tecnologico e dell’ambito militare.

Questa competizione con gli Stati Uniti è considerata essenziale dalle autorità di Pechino che sono impegnate a creare una rete di protezione per evitare le trappole e i ricatti che costantemente le vengono tesi dagli incaricati di Washington.

D’altra parte il gruppo di potere che dirige la politica USA è ben convinto che il vero competitor degli Stati Uniti è la Cina e che quest’ultima si sta avvantaggiando del prolungarsi del conflitto in Ucraina che vede impegnati gli USA e la Russia, con la Cina in una posizione attendista.

Entra in gioco l’enigma cinese che vede nella questione ucraina un’opportunità non solo per aumentare la propria influenza nel sistema internazionale, ma anche per avvicinarsi a una posizione di leadership.

Per quanto non coinvolta nel conflitto, Pechino ha già deciso che assumerà la posizione secondo cui all’Occidente non dovrebbe essere permesso di mettere in ginocchio la Russia o sforzarsi di esaurirla. Per questo motivo la Cina non assisterà passivamente ad una possibile vittoria degli USA e della NATO in Ucraina perchè da questa Washington rafforzerebbe la sua leadership che oggi è fortemente messa in discussione.

Una cosa è certa: a prescindere dall’esito del confronto, il mondo unipolare a guida USA si avvicina al suo definitivo tramonto che piaccia o no agli strateghi della Casa Bianca.

Foto: Idee&Azione

5 febbraio 2023

Fonte: https://www.ideeazione.com/il-mondo-multipolare-vero-incubo-dellelite-di-potere-statunitense/

Embargo russo in arrivo. Quali conseguenze su benzina e diesel?

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Segnalazione Wall Street Italia

di Gianmarco Carriol

Mancano poco più di sette giorni al 5 febbraio 2023, giorno in cui scatterà l’embargo all’importazione di prodotti petroliferi lavorati da Mosca. Il prezzo del diesel è già schizzato sopra 1,9 euro al litro nelle stazioni di servizio italiane, arrivando a 2,5 euro in alcune località. L’Europa sospenderà l’importazione di prodotti raffinati per un totale di circa un milione di barili al giorno, metà dei quali diesel a basso zolfo.

L’Ue non è sorpresa da questo scenario, in quanto già a maggio il think tank norvegese Rystad Energy aveva lanciato l’allarme sulle carenze del mercato europeo dipendente dalla Russia. La domanda totale di diesel e gasolio europea si posiziona tra i 6 e i 7 milioni di barili al giorno, per cui in caso di bando l’impatto sulla domanda dovrebbe essere del 7-8%. L’Europa ha acquistato prodotti raffinati dall’India, dal Medio Oriente e dalla Cina a un costo maggiore.

L’Italia ha importato diesel dalla Russia solo per il 5% fino a giugno 2022, poi ha azzerato la quota. Il paese ha 13 impianti che lo rendono praticamente autonomo: a fronte di un consumo interno di prodotti raffinati pari a 55 milioni di tonnellate, ne raffina quasi 71, mentre la capacità produttiva teorica arriva a 88 milioni di tonnellate.

Inoltre, la dipendenza dal gasolio russo è stata interrotta con la risoluzione del caso Priolo. Il potenziale problema potrebbe arrivare dalle offerte di acquisto estere, come quelle della Germania che dipende al 30% dal gasolio russo e con capacità di raffinazione ridotta (83 milioni di tonnellate), potrebbe orientarsi sull’Italia per le sue offerte di acquisto, causando uno shock alla disponibilità sul mercato interno.

Il problema resta a livello europeo, dove diversi esperti hanno evidenziato l’assenza di una strategia sul petrolio e sul potenziamento della capacità di raffinazione. I consumatori di tutto il continente, che hanno già registrato un aumento dei prezzi dell’energia negli ultimi mesi, rischiano di dover pagare anche un nuovo aumento sul diesel, con tutte le conseguenze su trasporti e prezzi dei beni scambiati.

“1945 Germania anno zero”: Atrocità e crimini di guerra Alleati nel “memorandum di Darmstadt”

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Segnalazione di Federico Prati

Nè revisionismo, né negazionismo: i crimini di una parte non giustificano, né elidono i crimini dell’altra parte: la conoscenza completa e onesta del passato, oltre a consapevolizzarci sull’oscurità che alberga nell’uomo, può impedire l’uso strumentale della storia e quindi il perpetuarsi di spirali di odio, violenza  e vendetta per i decenni successivi.

Con questa ispirazione è nato “Germania anno zero” (Italiastorica) l’ultimo libro dello studioso Massimo Lucioli, (già autore di notevoli studi sull’ultima guerra), dedicato al cosiddetto “Memorandum di Darmstadt”. Il volume comprende una sconvolgente raccolta di immagini, di cui molte inedite.

Nel 1946, il campo di internamento americano 91 a Darmstadt, in Assia, contava 24.000 prigionieri tedeschi. Qui, in segreto, durante il processo di Norimberga, un gruppo di avvocati internati raccolse per quattro mesi le dichiarazioni giurate di 6.000 testimoni sulle violazioni delle leggi e delle regole di guerra da parte degli Alleati: dagli eccidi sulla popolazione tedesca etnica in Polonia nel 1939 (che fornirono il casus belli a Hitler), alle uccisioni dei prigionieri di guerra germanici da parte sovietica prima –con casi di torture e mutilazioni – e Alleata poi. Si documentano le violenze sessuali e le brutalità dei soldati Alleati contro i civili tedeschi; gli stupri e i massacri di massa sovietici nelle province orientali della Germania nel 1944-’45; i bombardamenti incendiari sui quartieri popolari e centri storici delle città tedesche.

Particolare attenzione è dedicata  alle draconiane misure punitive concepite dal sottosegretario al tesoro americano Henry Morgenthau applicate – di fatto – nella direttiva JCS 1067. Questa circolare disciplinava la vita dei civili e prigionieri militari nella Germania occupata dagli Usa, ma fu poi recepita anche nei settori governati da francesi, inglesi e russi dopo la conferenza di Postdam del luglio’ 45.

La popolazione tedesca, già stremata dalla guerra, fu sottoposta a privazioni tali da portare alla morte per fame, freddo e malattie centinaia di migliaia di civili – specie anziani, bambini e donne – con tassi di mortalità infantile, in alcune città, del 100%.

Nel libro si tratta anche dell’ordine segreto emesso da Eisenhower il 10 marzo ‘45 con cui i prigionieri tedeschi venivano classificati come DEF (Disarmed Enemy Forces), perdendo il loro status di POW, (Prisoners of war): in tal modo, non potevano più godere delle garanzie di assistenza minima previste della Convenzione di Ginevra. In ordini successivi, Eisenhower autorizzò a sparare su tutti i civili tedeschi che portassero da mangiare ai loro compatrioti militari prigionieri, dato che questi “dovevano essere alimentati dal Governo tedesco”. Dettaglio: il governo tedesco non esisteva, e questo condurrà alla morte circa un milione di prigionieri di guerra germanici per fame, stenti e malattie nel periodo 1945-‘47.

Il memorandum di Darmstadt, compilato in sei copie, doveva essere presentato da Hermann Göring al tribunale di Norimberga nel suo discorso di chiusura il 5 luglio del 1946. Ciò però non avvenne: gli Alleati sequestrarono e bruciarono il memorandum, tuttavia, una copia fu trafugata, pubblicata in Argentina nel ‘53 e successivamente in Germania.

Una pila di menzogne per difendere l’indifendibile? Le testimonianze dei prigionieri tedeschi trovano effettivo riscontro su tempi, luoghi, vittime, procedure e responsabili nei saggi del funzionario ONU, esperto di diritto umanitario Alfred M. de Zayas e dello storico Franz W. Seidler dell’Università Bundeswehr di Monaco. Altre testimonianze sono state verificate da Lucioli nell’archivio online del dipartimento Personenbezogene Auskünft di Berlino-Reinickendorf (con schede su 2,5 mln di caduti tedeschi).

“Devo ancora leggere il libro – commenta lo storico Franco Cardini all’Adn Kronos –  ma non è una novità che anche gli Alleati abbiano commesso atti infami. Il memorandum di Darmstadt lo conosco e ci sono invecchiato insieme. Lo dicevo da anni e qualcuno insorgeva contro di me. Ormai certe verità uniche e menzogne sono diventate patrimonio dell’umanità. Ci vorrebbe più coraggio a dirlo, nessuno ha tutta la ragione in tasca. E questo non significa ridimensionare i crimini del nazismo, sia ben chiaro. I vincitori, quando hanno vinto, hanno fatto di tutto per imbiancare le loro coscienze e annerire quelle dei vinti. Abbiamo immagazzinato una quantità infinita di errori e inesattezze storiche incredibili, una tale potenza di accuse nei confronti dei vinti, alcune anche calunniose, da far paura. Solo adesso, dopo 80 anni, si comincia a fare i conti con la verità. Attenzione, dire che Churchill sia stato un mascalzone, non significa dire che Hitler aveva ragione”.

Chiosa Massimo Lucioli: “Bisogna ricordare che gran parte di tali crimini sconvolgenti furono compiuti a guerra finita contro la popolazione civile tedesca. Non si può parlare, quindi, di crimini di guerra, bensì di crimini contro l’umanità: una forma di vendetta. Lo stesso John F. Kennedy nel libro “Profiles in Courage” del 1956 ebbe parole molto critiche sul processo di Norimberga: «Un processo tenuto dai vincitori a cari­co dei vinti non può essere imparziale perché in esso prevale il biso­gno di vendetta. E dove c’è vendetta non c’è giustizia. A Norimberga, noi accettammo la mentalità sovietica che antepone la politica alla giustizia, mentalità che nulla ha in comune con la tradi­zione anglosassone. Gettammo discredito sull’idea di giustizia, mac­chiammo la nostra costituzione e ci allontanammo da una tradizione che aveva attirato sulla nostra nazione il rispetto di tutto il mondo»”.

Insomma, “1945. Germania anno zero” farà parlare di sé.

Don Ricossa scrive a Valli sul caso Gnocchi

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di Redazione

Interpellato sulla questione da più parti nel mondo della cosiddetta “tradizione cattolica” e non, il nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna ha così risposto: “Ho conosciuto Alessandro Gnocchi ai tempi in cui scriveva libri e teneva conferenze con Mario Palmaro. Le differenze dottrinali ci hanno sempre diviso, al di là della simpatia umana. Chi è “una cum” e comprende la critica necessaria alle presunte autorità romane, nel medio e lungo termine si trova in un conflitto interiore. Io l’ho risolto nel 2007, aderendo a quella che mi pare la soluzione che la Chiesa stessa propone a credere nei Suoi diversi atti: il sedevacantismo, per non incorrere nell’errore fallibilista, che fa molto male alle anime. Gnocchi ha compiuto un grave atto di apostasia, che mi ha sorpreso anche perché non credo che, oltre a Dio, il suo scrittore preferito, Giovannino Guareschi approverebbe. Mi dispiace e pregherò per lui, vittima di ambienti di dottrina ambigua, un po’ modernista, un po’ tradizionalista, fondamentalmente fallibilista. Nella sostanza quel “Centro che porta a sinistra” di cui è in libera vendita un ottimo libricino, dove la Fede diventa dialettica intellettualista”.

Dal sito di Sodalitium:

Don Francesco Ricossa è intervenuto sul blog di Aldo Maria Valli sul caso relativo al passaggio di Alessandro Gnocchi dal Cattolicesimo all’eterodossia moscovita.

Caro Valli,

 ho letto su Duc in altum la recensione del libro di Alessandro Gnocchi Ritorno alle sorgenti. Il mio pellegrinaggio a Oriente nel cuore dell’Ortodossia e sto seguendo il dibattito in corso nel blog, dibattito che reputo di una assoluta gravità. Non si può mettere infatti tra le questioni disputate l’appartenenza o meno alla Chiesa cattolica romana, fuori della quale non vi è salvezza.

La cosa più paradossale è che questa simpatia per l’“ortodossia” (uso le virgolette giacché i discepoli di Fozio e Michele Cerulario non sono ortodossi ma eterodossi, veri scismatici, senza virgolette, ed eretici), nasce tra cattolici stimati come più o meno “tradizionalisti”, e pertanto più o meno, in teoria, avversi al modernismo e agli errori del Vaticano II.

Da un lato, infatti, essi denunciano la protestantizzazione del “cattolicesimo” (scambiando erroneamente la Chiesa cattolica con i modernisti che l’hanno occupata e dei quali riconoscevano l’autorità), dall’altro ne sono degli esemplari rappresentanti.

Infatti, il Vaticano II promuove l’ecumenismo, in primis proprio con le “chiese ortodosse”, che da tempo fanno parte del Consiglio ecumenico delle Chiese; la riforma liturgica ha sistematicamente abbandonato la tradizione romana non solo in favore del protestantesimo, ma anche della tradizione liturgica orientale; ha cercato di mettere da parte il Primato papale e la monarchia pontificia, per sostituirla con un modello collegiale e sinodale di Chiesa simile al modello orientale; si orienta con Amoris laetitia all’accettazione del divorzio prendendo anche qui a modello la disciplina degli scismatici orientali, e potremo continuare a lungo con le similitudini tra le riforme conciliari e gli errori bizantini

È veramente paradossale che per disgusto del modernismo si cada in un’altra forma di modernismo, ignorando tra l’altro quanto la cosiddetta “ortodossia” sia influenzata dalla teologia protestante, in particolare anglicana. Nel suo articolo Gulisano esprime persino l’opinione che Lewis, che non entrò mai nella Chiesa cattolica ma che avrebbe appartenuto a un cristianesimo non confessionale, non sarebbe stato scismatico o eretico, quando la sua posizione assomiglia tanto agli esperimenti di Taizé.

Se poi ci si chiede come sia possibile che dei cattolici “tradizionalisti” abbiano potuto compiere questo passo o lo giustifichino, si deve rispondere che questi cattolici “tradizionalisti” non lo sono stati mai, ma sono piuttosto dei confusionari, influenzati nel contempo dal cattolicesimo modernista e dal Tradizionalismo fallibilista. 

In particolare a Paolo Gulisano, dopo aver letto la sua recensione, vorrei chiedere: ha aderito anche lui, come Gnocchi, alla “chiesa” moscovita (sempre pronta ad obbedire al padrone di turno, fosse anche Stalin)? E se non lo ha fatto, cosa lo trattiene dal farlo? Dal suo articolo, sinceramente, non lo capisco.

don Francesco Ricossa

https://www.aldomariavalli.it/2023/02/02/no-duc-in-altum-non-sostiene-la-religione-scismatica-come-potete-pensarlo/

Fonte: https://www.sodalitium.biz/don-ricossa-e-il-caso-gnocchi/

Killer uomo diventa donna, ora vuole la pappa: “Sono una bebè”

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La follia gender nel carcere scozzese: gli agenti costretti a tenerla per mano e a fornire i pannolini

 

In un istruttivo articolo pubblicato su La Verità, a firma di Giuliano Guzzo, abbiamo appreso, per usare il commento finale del pezzo, “a quali derive possa condurre un sistema carcerario succube delle rivendicazioni Lgbt.”

Siamo in Scozia, nella prigione di Polmont a Brightons, e c’è un detenuto condannato per un brutale omicidio nel 2004 e che, essendo stato nel frattempo folgorato sulla via dei transgender, nel 2018 ha ottenuto di essere trasferito/a in una unità riservata alle donne. Ma non basta. Sophie Eastwood, questo il suo nome dopo il cambio di indirizzo sessuale, non si è ritenuta soddisfatta, accusando le autorità carcerarie di averle riservato un trattamento razzista e transfobico. Trattamento che a suo insindacabile giudizio contrasterebbe con la sua nuova, ulteriore identità: quella di una bambina ancora da svezzare, tanto da richiedere una congrua dotazione di pannolini e pasti a base di pappe.

Per quanto riguarda l’utilizzo del biberon non si hanno notizie in merito. Inoltre, e qui raggiungiamo l’apoteosi del modello carcerario anglosassone, il feroce assassino/a avrebbe chiesto e regolarmente ottenuto di essere presa per mano dalle guardie quando si trova al di fuori della sua cella. D’altro canto questo sarebbe il minimo, dal momento che ci troviamo di fronte ad una indifesa bebè la quale, per la cronaca, quando si sentiva ancora un uomo nel pieno delle sue facoltà fisiche e mentali, finito in un altro carcere per guida pericolosa, strangolò con un laccio delle proprie scarpe un compagno di cella di 22 anni. Il delitto fu così efferato che il personale del carcere soprannominò la futura e indifesa bambina “Hannibal Lecter junior”. Una donna/bambina detenuta che, secondo fonti interne alla struttura carceraria, “nel corso del tempo si è rivelata una carcerata difficile da gestire e manipolatrice, ed è essenzialmente per questo che, dopo 17 anni, si trova ancora dietro le sbarre.”

Secondo Paul Bracchi, del Daily Mail, si tratta di una faccenda ridicola, sottolineando che “i protocolli di identità di genere e di riassegnazione di genere vigenti nelle carceri scozzesi, sviluppati con la Scottish trans alliance e il gruppo di pressione Stonewall, offrono ampi privilegi ai detenuti transgender.”

Tuttavia le stesse autorità carcerarie restano piuttosto dubbiose sul personaggio, che a tutta prima potrebbe sembrare un/a paraculo/a di prima grandezza, che considerano comunque intelligente. Anche se, puntualizzano, “risulta piuttosto esigente rispetto a quelle che sono le risorse della prigione e adora essere al centro dell’attenzione. Per questo è complesso stabilire se senta davvero ora un’inclinazione a essere trattata come una bambina o se, invece, sia appunto solo alla ricerca di attenzione.”

Sta di fatto che, mentre in Italia si è aperto un vasto e serrato dibattito sulla riforma del 41 bis, nel Regno Unito sono alle prese con gravissimi problema carcerari a base di pappe e pannolini.

C’era una volta qualcuno che teorizzava una sorta di tramonto dell’Occidente. Ma in questo caso siamo entrati nella notte più buia.

Claudio Romiti, 2 febbraio 2023

Cospito, il plico segreto in moto o via mail? Siamo un Paese ridicolo

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QUINTA COLONNA
Una storia clamorosa che mi ha fatto sorridere e incazzare allo stesso tempo

3 Febbraio 2023, 16:30

Stamani ho letto il famoso documento per cui Repubblica sostiene che in Italia abbiamo come parlamentare e come sottosegretario delle persone dedite a mentire. Vabbè. Ma sulla vicenda Cospito e il documento del Dap c’è una storia clamorosa che mi ha fatto sorridere e incazzare allo stesso tempo e che quindi vi voglio raccontare.

I fatti sono questi. Il ministro Carlo Nordio aveva bisogno delle carte per capire la situazione di Cospito, allora il carcere di Sassari redige una relazione riguardo ai rapporti tra questi mafiosi e l’anarchico. Per consegnare queste carte al Ministro, però, incaricano un motociclista che da Sassari deve arrivare a Roma.

Io mi immagino il motociclista che mette questo rapporto segreto nello zaino, prende il traghetto per la Toscana e scende giù per l’Aurelia arrivando stanco da Nordio. È un’immagine tanto esilarante quanto ridicola tant’è che per un momento ho pensato che fossimo piombati nel Medioevo.

Per approfondire

Tuttavia Nordio ha fretta: ha bisogno di leggere la relazione per capire che cosa sta succedendo in carcere e non può aspettare che il motociclista arrivi a Roma. Quindi, mentre il motociclista è sulla sua motocicletta, il carcere manda una mail allegando il rapporto richiesto dal ministro. Geniale!
Peccato però che, per le leggi straordinarie di questo Stato, i documenti, una volta inviati per mail, non sono più segreti.

Avete capito bene. In tutto il mondo si possono mandare mail segrete, ma in Italia evidentemente no. E non c’è Pec che tenga: i documenti inviati tramite posta elettronica passano infatti da essere segreti a riservati.

Ragazzi, questa è l’Italia: mentre tutto il mondo è alle prese con l’intelligenza artificiale, noi non siamo in grado di mandare una mail segreta e dobbiamo ricorrere ad un poliziotto motociclista per portare dei documenti segreti. Cazzo, esisterà una via di mezzo?

Nicola Porro, 3 febbraio 2023

Le sanzioni non funzionano. La Russia cresce più di Germania ed UK

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L’avevamo scritto e detto più volte: le sanzioni non funzionano, ma indeboliscono gli europei che le pagano…(n.d.r.)

Le stime per 2023 e 2024 del Fondo Monetario Internazionale

 

Lo dice il Fondo Monetario Internazionale. La Russia crescerà effettivamente più velocemente della Germania, Germania che, nell’immaginario collettivo, viene considerata la potenza economica dell’Europa. Gli analisti del FMI hanno pubblicato le previsioni secondo le quali nel corso di quest’anno l’economia russa crescerà più di quella tedesca, mentre quella britannica si contrarrà.

Le sanzioni non funzionano. La Russia cresce più di Germania ed UK

La Yellen, segretario al tesoro americano, aveva predetto la devastazione dell’economia russa. In tanti pensavano al crollo del Rublo. E invece?

Invece le sanzioni occidentali sembra non abbiano sortito gli effetti sperati, se non quelli di aver creato ancor più prolemi ai Paesi che le hanno pensate e messe in opera. Così i blocchi del gas, ora del petrolio, non hanno minimamente intaccato o quantomeno non lo hanno segnato, l’economia di Putin.

Anche i russi si aspettavano una crisi economica più profonda. Qualcuno pensava ad un calo del PIL  di oltre il 10% per il 2022, mentre invece ha chiuso al 2,2%. Gli analisti prevedevano un calo del pil 2023 del 2,5% mentre ora il FMI parla di crescita di almeno lo 0,3% un dato che è in linea con le nazioni europee, addirittura meglio in alcuni casi

Insomma, il crollo che ci si aspettava non c’è stato. Ma come mai?

La risposta inizia con due storie economiche distinte: la prima, su ciò che sta accadendo all’interno della Russia; e la seconda, sui legami della Russia con il mondo esterno.

Le sanzioni occidentali erano progettate per fare pressione su Mosca sia a livello nazionale che internazionale; l’idea era di “ostacolare” l’economia interna della Russia e le sue relazioni commerciali. Le restrizioni includevano misure per tagliare fuori la banca centrale russa dal sistema finanziario internazionale, bloccandone l’accesso a miliardi di dollari in attività estere, e per espellere il settore bancario privato del paese dal cosiddetto sistema SWIFT che le consentiva di effettuare transazioni con controparti globali.

La ricaduta è stata quasi immediata. I russi ordinari, preoccupati per i loro risparmi quando le notizie sulle sanzioni hanno fatto notizia, hanno fatto la fila fuori dagli sportelli automatici all’inizio di marzo, affrettandosi a ritirare tutto il denaro che potevano nel timore che le banche potessero crollare.

Ma le prove ora mostrano che la Russia ha sperimentato una sorta di ripresa interna nella seconda metà del 2022. E il paradosso è che la guerra stessa ha contribuito a guidare l’inversione di tendenza.

Mentre la spesa per vari altri programmi domestici è diminuita di circa un quarto e alcune industrie hanno subito enormi perdite , l’economia di guerra nazionale si è espansa notevolmente.  Ha più che compensato la differenza.

I picchi di produzione in tutto il settore della difesa hanno fatto sì che le statistiche complessive per l’industria russa non fossero così catastrofiche come ci si sarebbe potuto aspettare. Nonostante le sanzioni internazionali, la produzione industriale nei primi 10 mesi del 2022 è diminuita solo dello 0,1%. E ora dovrebbe crescere.

Se il quadro interno è stato sostenuto dalle spese di guerra, oltre i suoi confini la Russia ha continuato a commerciare relativamente liberamente, e per decine di miliardi di dollari, anche se le sanzioni hanno reso più difficile per le aziende russe fare affari con controparti straniere.

Ci sono due ragioni principali per questo: la capacità della Russia di convincere i principali partner commerciali a ignorare le sanzioni occidentali; e le vaste e varie risorse naturali della Russia.

La Russia continua a detenere posizioni dominanti nei mercati mondiali del petrolio e del gas. È anche il più grande esportatore mondiale di fertilizzanti. E per molti paesi, abbandonare improvvisamente le forniture russe si è rivelato troppo costoso, qualunque sia la loro opinione sulla guerra in Ucraina.

L‘India, ad esempio, ha notevolmente aumentato il suo consumo di petrolio russo. In effetti, si stima ora che l’India importi 1,2 milioni di barili di petrolio russo ogni mese, 33 volte i livelli visti un anno prima, secondo i dati di Bloomberg .

E poi la Turchia, continua a commerciare con Mosca. A dicembre, ad esempio, ha importato 213.000 barili di gasolio russo al giorno , il massimo almeno dal 2016.

Anche le importazioni in Russia si sono dimostrate più resilienti di quanto suggerirebbero i titoli sulle sanzioni, poiché Mosca approfondisce le sue relazioni con paesi come Cina e Turchia. Le importazioni in Russia dalla Turchia , ad esempio, a dicembre si sono attestate a nord di 1,3 miliardi di dollari, più del doppio rispetto ai livelli dell’anno precedente.

E nella stessa Europa, anche se il continente si affretta a porre fine alla sua dipendenza dall’energia russa, i leader hanno deciso che non potevano semplicemente chiudere il rubinetto allo scoppio della guerra. Il gruppo di campagna sul clima Europe Beyond Coal stima che, nonostante la guerra, i paesi dell’Unione Europea abbiano speso più di 150 miliardi di dollari – esatto, miliardi – in combustibili fossili russi dall’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca.

Insomma,  quasi un anno dall’inizio della guerra, e nonostante un’azione senza precedenti da parte dell’Occidente, l’economia russa non è crollata affatto e nessun indicatore ci porta in quel contesto di negatività neanche nell’immediato futuro.

03 febbraio 2023  LEOPOLDO GASBARRO

Fonte: https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/economia/le-sanzioni-non-funzionano-la-russia-cresce-piu-di-germania-ed-uk/

Un anno di guerra in Ucraina: il bilancio dalla prima alla quarta fase (“trasformativa”)

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di Roberto Buffagni

Fonte: L’Antidiplomatico

In questo scritto ripercorro, con la massima brevità e chiarezza, il percorso e le dinamiche strategiche che hanno condotto alla presente quarta fase della guerra in Ucraina, una fase che ritengo trasformativa. Non inserisco note tranne una, relativa a un significativo studio della RAND Corp., pubblicato mentre elaboravo questo testo, a fine gennaio 2023. Chi desidera informarsi sulle mie analisi precedenti, e trovare la documentazione dei fatti e delle interpretazioni a cui qui mi riferisco, può visitare i siti italiaeilmondo.com e l’antidiplomatico.it, inserendo nella funzione di ricerca il mio nome e la parola “Ucraina”, e/o le altre parole chiave presenti nel testo.
Ringrazio sentitamente il generale Marco Bertolini, lo storico Giacomo Gabellini, e il responsabile del sito italiaeilmondo.com Giuseppe Germinario, che mi hanno usato la bontà di leggere in bozza questo testo e consigliarmi. Ovviamente è solo mia la responsabilità dei difetti e dei limiti dell’articolo.

Eziologia della guerra in Ucraina. Natura e scopi della guerra dai punti di vista russo e occidentale.
Sull’eziologia della guerra in Ucraina condivido l’interpretazione storica del prof. John Mearsheimer. È la conseguenza dell’espansione a Est della NATO, e della volontà statunitense di creare un bastione militare occidentale alla frontiera russa, integrando l’Ucraina nella NATO: una strategia che la Federazione russa ha dichiarato assolutamente inaccettabile sin dal Summit NATO di Bucarest 2008 in cui venne annunciata l’intenzione di integrare nell’Alleanza Atlantica Georgia e Ucraina.
Negli anni tra il 2008 e il 2022, gli USA integrano gradualmente l’Ucraina nella NATO, sebbene de facto e non de jure. Nel 2014 danno impulso alla destabilizzazione del governo in carica e all’insediamento di un governo ucraino a loro favorevole, e negli anni seguenti portano a livello di preparazione e armamento NATO le FFAA ucraine. Nel 2014 la Federazione russa si annette la Crimea, senza conflitto militare. Il 2021 vede una significativa accelerazione del processo di integrazione de facto dell’Ucraina nella NATO: importanti forniture di armamenti, grandi esercitazioni militari in comune, e nel novembre 2022 rinnovo della convenzione bilaterale USA – Ucraina che ribadisce la comune intenzione di integrare l’Ucraina nella NATO anche de jure.
Secondo questa interpretazione eziologica, dal punto di vista russo la guerra in Ucraina è una guerra preventiva in difesa di interessi vitali russi, e non una guerra imperialistica di annessione/conquista che, se coronata da successo, può preludere a ulteriori espansioni territoriali russe in Europa. Quest’ultima è invece la definizione della natura e degli scopi dell’intervento russo adottata dagli Stati occidentali.

Prima fase della guerra (dal 24 febbraio alla primavera 2022). Escalation militare russa: invasione dell’Ucraina. Escalation politica occidentale: rifiuto di ogni trattativa diplomatica.
Nel dicembre 2022 la Federazione russa, che nei mesi precedenti ha schierato alla frontiera ucraina un contingente militare pronto all’intervento, propone agli USA una soluzione diplomatica, nell’insolita forma di bozza di trattato resa pubblica. Le principali richieste russe sono, in sostanza: Ucraina neutrale e applicazione effettuale degli accordi di Minsk per la tutela delle popolazioni russofone del Donbass, dove dal 2014 è in corso una guerra civile appoggiata ufficiosamente dai governi ucraino e russo. Gli Stati Uniti non rispondono alla proposta in forma ritenuta soddisfacente dai russi (rinviano, traccheggiano, ricorrono alla “strategic ambiguity”).
Il 24 febbraio 2022 la Federazione russa interviene militarmente in Ucraina. Non è possibile sapere con certezza perché abbia scelto proprio questo momento. Forse – ma è solo una mia inferenza logica – perché in base alle informazioni in suo possesso, la Federazione russa ritiene che l’esercito ucraino stia per intervenire in forze contro le milizie del Donbass, schierando poi il grosso delle truppe nelle postazioni difensive fortificate ivi costruite nel corso degli anni, in modo da prevenire il possibile intervento militare russo e renderlo molto più difficile, costoso, incerto.
I russi intervengono con un contingente militare di circa 180-200.000 uomini, in condizioni di inferiorità numerica di 3:1 circa rispetto all’esercito ucraino, sebbene i manuali tattici prescrivano una proporzione inversa attaccanti/difensori (almeno 3:1 a favore dell’attaccante, per compensare il vantaggio della difesa). Sviluppano attacchi su cinque direttrici, sia al Sudest, sia al Nordovest dell’Ucraina. Gli attacchi nel Nordovest sono attacchi secondari, un’ampia manovra diversiva volta a fissare truppe ucraine a difesa di Kiev e degli altri centri interessati dalla manovra, per modellare il campo di battaglia nel Sudest, nel Donbass, dove si dirigono gli attacchi principali. Così interpretando la manovra russa aderisco all’articolata interpretazione che ne ha dato “Marinus”, probabilmente pseudonimo del Ten. Gen. (a riposo) Paul Van Riper, Corpo dei Marines, nello studio pubblicato sui numeri di giugno e agosto 2022 della “Marine Corps Gazette”, che ho tradotto in italiano, commentato e pubblicato sui siti citati in apertura.
Nel giro di tre-quattro settimane la manovra diversiva russa ha successo. A fine marzo, le truppe russe che hanno sviluppato gli attacchi secondari nel Nordovest si ritirano, mentre il grosso delle forze russe si schiera in quasi tutto il Donbass, infliggendo pesanti perdite anzitutto materiali all’esercito ucraino grazie alla netta superiorità nella potenza di fuoco d’artiglieria e missilistico. L’azione militare russa evita accuratamente di coinvolgere i civili, non tocca le infrastrutture a doppio uso civile e militare (es., la rete elettrica) e si configura insomma come “diplomazia armata”: i russi tentano di ottenere, con una moderata pressione militare, gli obiettivi che non hanno raggiunto con la pluriennale, crescente pressione diplomatica.
Fino alla fine di marzo 2022 pare che la “diplomazia armata” russa possa avere successo: tra il 24 febbraio e la fine di marzo si tengono sette incontri diplomatici tra Russia e Ucraina, e a fine marzo il presidente Zelensky dichiara ufficialmente a media russi indipendenti di essere pronto a trattare la neutralità dell’Ucraina e la soluzione del problema delle popolazioni russofone del Donbass.

Prima escalation politica occidentale
Ma il 7 aprile 2022 il Premier britannico Boris Johnson fa visita al presidente ucraino Zelensky, e dichiara ufficialmente che “L’Ucraina ha rovesciato i pronostici [“defied the odds”] e ha respinto le forze russe alle porte di Kiev, realizzando il più grande fatto d’armi del 21° secolo “. Da quel momento in poi, cessa ogni rapporto diplomatico tra Ucraina e Federazione russa.
L’interpretazione conforme la quale la piccola Ucraina ha sconfitto sul campo la grande Russia si fonda su una lettura delle prime settimane di guerra radicalmente diversa da quella che ho proposto più sopra. Secondo questa interpretazione, obiettivo russo sarebbe stato la presa di Kiev e il “regime change”, il rovesciamento del governo ucraino e la sua sostituzione con un governo fantoccio favorevole alla Russia, e gli attacchi nel Nordovest sarebbero attacchi principali falliti, non attacchi secondari nel quadro di un’ampia manovra diversiva. È una interpretazione possibile, che se rispondente al vero denuncia una grave inadeguatezza militare e politica della Federazione russa: impossibile raggiungere obiettivi tanto ambiziosi con un dispiegamento di forze così ridotto e una così bassa intensità del conflitto.
Su questa interpretazione dei fatti militari, errata o corretta, in buonafede o strumentale che sia, fanno leva le fazioni più oltranziste nel campo occidentale e nel governo ucraino. Si cristallizza in Occidente la certezza ufficiale che sia possibile infliggere una sconfitta militare decisiva alla Russia, e che sia dunque realistico proporsi obiettivi strategici massimalisti, quali il dissanguamento della Russia e la sua destabilizzazione politica per mezzo sia della pressione militare, sia delle sanzioni economiche, sia dell’attivazione delle forze centrifughe. Obiettivo finale, l’espulsione della Russia dal novero delle grandi potenze, l’insediamento di un governo favorevole all’Occidente, eventualmente la frammentazione politica della Federazione russa.
Questi obiettivi massimalisti vengono rivendicati ufficialmente il 24 aprile dai Segretari alla Difesa e di Stato USA. I paesi europei e NATO, tranne la Turchia e l’Ungheria, si allineano senza fiatare e votano con maggioranze parlamentari schiaccianti durissime sanzioni economiche alla Russia e l’invio di armi all’Ucraina. Le storicamente neutrali Svezia e Finlandia annunciano la loro intenzione di chiedere l’adesione alla NATO.

La “diplomazia armata” russa è fallita.
Seconda fase della guerra (primavera – metà estate 2022). Conquista russa del Donbass. La condizione di possibilità di una vittoria ucraina.
Prosegue con successo la conquista russa del Donbass, con scontri urbani molto violenti, casa per casa, a Mariupol e altrove. Le truppe russe impegnate sulla linea di contatto col nemico sono principalmente le milizie del Donbass, le formazioni di volontari ceceni, e il gruppo Wagner. Le formazioni dell’esercito regolare russo agiscono anzitutto (non solo) in appoggio, con l’artiglieria, i missili e il comando operativo. L’azione militare russa continua a non interessare le infrastrutture a doppio uso, militare e civile, dell’Ucraina.
Il rapporto tra le perdite ucraine e le perdite russe è nettamente sfavorevole agli ucraini, sia per la superiorità della potenza di fuoco russa, sia perché le operazioni militari ucraine sono fortemente influenzate dalla necessità di giustificare, presso i governi e le opinioni pubbliche occidentali, il colossale e quasi unanime sostegno politico e finanziario all’Ucraina, che ha gravi ricadute politico-economiche sui paesi europei, anzitutto la Germania che si vede esclusa dalla fornitura di energia russa a basso prezzo sulla quale basa le sue fortune economiche da decenni.
In sintesi gli ucraini sono costretti a “vendere” con i risultati sul campo, con una inflessibile resistenza e una costante aggressività, la sostenibilità politica dell’indispensabile appoggio occidentale: deve essere e restare plausibile la prospettiva di una futura vittoria militare dell’Ucraina sulla Russia.
Ovviamente la valorosa resistenza ucraina non va ascritta a ciò soltanto: per un’ampia quota della popolazione, il conflitto con la Russia è divenuto una guerra di liberazione nazionale, che si integra con una guerra civile e con una guerra per procura tra Russia e Stati Uniti d’America – NATO.

La condizione di possibilità di una vittoria militare ucraina
La condizione di possibilità una vittoria militare decisiva dell’Ucraina sulla Russia, però, si fonda su un presupposto.
È il presupposto che fa da principio ordinatore della strategia di deterrenza du faible au fort elaborata dal gen. Gallois in vista della creazione della force de frappe nucleare francese: rendere sfavorevole, per il fort (la potenza più forte), il rapporto costi/benefici della vittoria sul faible (la potenza più debole). Impiegando a fondo le sue maggiori risorse, la grande potenza nucleare che aggredisse la Francia potrebbe senz’altro distruggerla totalmente, ma l’attivazione della force de frappe nucleare del faible infliggerebbe comunque al fort danni politicamente inaccettabili.
In parole povere ma chiare: per vincere, la potenza più debole deve fare in modo che per la potenza più forte, il gioco della vittoria non valga la candela di una guerra a oltranza. L’Ucraina è il faible, la Russia il fort.
Anche con l’aiuto occidentale, le risorse strategiche ucraine (popolazione, potenza latente economica, potenza manifesta militare, truppe mobilitate e mobilitabili, profondità strategica) restano di interi ordini di grandezza inferiori alle risorse strategiche russe, perché la Russia ha 145 MLN di abitanti, può mobilitare un massimo di 25 MLN di uomini, ha enormi risorse naturali e la capacità di trasformarle, un’ampia base industriale militare, e una profondità strategica di 11 fusi orari. (“Profondità strategica” è lo spazio amico entro il quale un esercito attaccato e respinto può ripiegare, riorganizzarsi, passare al contrattacco, come fecero appunto i sovietici dopo la devastante serie di sfondamenti della Wehrmacht all’esordio dell’Operazione Barbarossa, quando i sovietici trasferirono oltre la catena degli Urali milioni di uomini e numerose industrie strategiche situate nella Russia europea, e fecero affluire verso il fronte i reparti militari di stanza in Oriente, integrandoli con i reparti sfuggiti agli accerchiamenti tedeschi).
Ripeto: una potenza nettamente più debole può vincere contro una potenza nettamente più forte solo se rende il rapporto costi/benefici della vittoria sfavorevole per la potenza nemica. È una vittoria a caro prezzo (guerra del Vietnam: caduti USA 58.000, caduti Vietnam 849.000 + 300-500.000 dispersi, stime governative) ma è una vittoria possibile.
È così che Vietnam e Afghanistan hanno vinto contro USA e URSS, che disponevano entrambe di risorse strategiche di gran lunga superiori. Se le due potenze maggiori avessero deciso di impegnare a fondo le loro risorse strategiche, Vietnam e Afghanistan non avrebbero potuto evitare una sconfitta totale. USA e URSS non lo hanno fatto perché lo hanno ritenuto politicamente insostenibile: perdite troppo elevate, impegno politico, economico e militare a lunga scadenza inaccettabile, crescente opposizione interna alla guerra, etc. In sintesi USA e URSS hanno deciso di perdere perché hanno valutato che per loro, il rapporto costi/benefici della sconfitta fosse più vantaggioso del rapporto costi/benefici della vittoria.

La posta in gioco per la Russia
Ma gli obiettivi strategici dichiarati ufficialmente dal governo USA e rilanciati da NATO e paesi europei sono obiettivi massimalisti: dissanguamento e permanente indebolimento della potenza economica e militare russa, destabilizzazione del governo, attivazione delle forze centrifughe interne alla Federazione russa, espulsione della Russia dal novero delle grandi potenze, possibile sua frammentazione politica. Particolarmente temibile, per la Russia che si è formata storicamente come impero multietnico, multinazionale, multireligioso, la possibilità di un’attivazione delle forze centrifughe etniche, religiose, nazionali, in uno scenario analogo allo jugoslavo degli anni Novanta.
Gli obiettivi dichiarati dall’Occidente configurano insomma una minaccia esistenziale per il governo, lo Stato, la società e le nazioni russe. I dirigenti russi dunque si persuadono che nella guerra ucraina sia in gioco la posta assoluta, sono disposti letteralmente a tutto per vincerla, e lo dicono ripetutamente in forma ufficiale. Saranno dunque disposti, anzi costretti a impiegare a fondo tutte le risorse strategiche russe per vincere la guerra: per vincere l’Ucraina, ed eventualmente, se si arrivasse a un conflitto diretto, anche la NATO.
Viene così a cadere la condizione di possibilità di una futura vittoria ucraina: che per la Russia il gioco della vittoria sull’Ucraina non valga la candela della guerra a oltranza. Per vincere la Russia, l’Ucraina e i suoi alleati occidentali devono ottenere la vittoria decisiva su una Federazione russa disposta o meglio obbligata ad impegnare a fondo, per tutto il tempo necessario, tutte le sue risorse strategiche: in sintesi, farla capitolare.
Al contempo gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali, impegnandosi pubblicamente a raggiungere obiettivi massimalistici, si chiudono lo spazio di manovra diplomatica e fanno salire fino al cielo la posta politica in gioco per le loro classi dirigenti, che rischiano di essere spazzate via da una sconfitta; malgrado che un esito sfavorevole della guerra non danneggi, in quanto tale, gli interessi vitali delle loro nazioni, nessuna delle quali rischia la destabilizzazione o peggio in seguito a una sconfitta ucraina.
L’unica nazione del campo occidentale che rischia tutto è l’Ucraina, che da una prosecuzione della guerra a oltranza e da una probabile sconfitta può attendersi solo terribili sciagure.

Terza fase della guerra (fine estate – autunno 2022). Successo della controffensiva ucraina. Escalation politica russa: annessione di quattro oblast del Donbass. Escalation militare russa: bombardamento degli obiettivi a doppio uso militare e civile. Guerra di manovra e guerra d’attrito.
Le forze russe si attestano nel Donbass, occupando quasi il 20% dell’intero territorio ucraino e schierandosi su un fronte di 1.500 km circa. Il dispositivo militare ucraino si riorganizza, amplia la mobilitazione richiamando i riservisti ed estendendo la coscrizione obbligatoria fino ai 60 anni, viene rifornito di nuovi armamenti occidentali (in larga misura equipaggiamenti ex – sovietici) in sostituzione di quelli distrutti nelle fasi precedenti del conflitto, viene innervato da un più vasto e intenso coinvolgimento di personale di comando NATO e da una più capillare strutturazione delle funzioni ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), e nel settembre 2022 sferra una controffensiva in forze con direttrice principale su Kharkiv.
La controffensiva ucraina ha successo. I russi devono arretrare su tutto il fronte, ripiegando più o meno ordinatamente. Motivo: la coperta russa è troppo corta. I reparti russi hanno conquistato vasti territori che non sono in grado di tenere con l’esiguo numero di truppe impegnate nella “operazione militare speciale”. Essi dunque devono resistere ripiegando il più ordinatamente possibile, accorciare il fronte, ridurre i territori da difendere e fortificarli per attestarvisi, riconfigurare il dispositivo militare e rinforzarlo.
La Russia si adatta alla nuova realtà sul terreno. Viene nominato un comandante generale delle operazioni in Ucraina, il gen. Surovikin. Il governo propone alla Duma, che la vota all’unanimità, la mobilitazione parziale di 300.000 riservisti. Vengono mobilitate anche le industrie militari, che lavoreranno su tre turni di otto ore.

Escalation politica russa: annessione dei quattro oblast del Donbass
Il governo propone alla Duma, che nell’ottobre la vota all’unanimità, l’annessione di quattro oblast del Donbass: le regioni di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhya e Kherson, previo plebiscito organizzato dalle autorità di occupazione russe.
È la più decisiva escalation politica di tutta la guerra, perché con essa la Russia si brucia le navi alle spalle e annuncia implicitamente la propria ferma volontà di impegnare a oltranza tutte le proprie risorse strategiche per ottenere la vittoria sull’Ucraina e sui suoi alleati. Per far recedere la Russia dall’annessione, riconsegnando all’Ucraina territori che per la Federazione russa sono formalmente divenuti territorio nazionale, l’Ucraina e i suoi alleati dovrebbero infliggere una sconfitta decisiva a tutta la Federazione russa, e farla capitolare.

Escalation militare russa. Bombardamento degli obiettivi a doppio uso militare e civile
Riconfigurato il dispositivo militare intorno all’unità di comando e consolidato il fronte, mentre si svolge tra varie difficoltà la mobilitazione dei riservisti (è la prima mobilitazione da ottant’anni e l’apparato amministrativo e logistico russo non è pronto; centinaia di migliaia di russi varcano le frontiere per evitare il richiamo) il comandante generale Surovikin decide l’escalation militare. Per la prima volta vengono interessati da una serie incessante di fitti bombardamenti missilistici gli obiettivi a doppio uso, civile e militare, in particolare la rete elettrica ucraina ma in generale le infrastrutture quali ferrovie, fabbriche, depositi di materiale militare e civile, etc. La Russia non prende di mira i civili, ma bersagliando le infrastrutture a doppio uso provoca gravi disagi alla popolazione, compromette il normale svolgimento della vita quotidiana, e ovviamente provoca “danni collaterali”, vittime civili colpite per errore dai suoi missili e dal fuoco contraereo ucraino.
Il gen. Surovikin prende anche la decisione, politicamente difficile e impopolare ma corretta, di abbandonare Kherson, importante centro testé formalmente annesso al territorio nazionale russo, e di far ripiegare le truppe che la occupano sulla sponda meridionale del fiume Dnepr. La decisione operativa consente di non sprecare forze per prevenire una controffensiva in un punto delicato, concentrando invece gli sforzi nel Donbass. Ne conseguiranno vantaggiosi risultati concreti sul campo di battaglia.

Guerra di manovra, guerra d’attrito. L’ esempio storico dell’Operazione Barbarossa
La “guerra di manovra”, in tedesco Bewegungskrieg, “guerra di movimento”, è l’opposto simmetrico della “guerra d’attrito”, Stellungskrieg, “guerra di posizione”. Ogni guerra combina, in percentuali diverse, manovra e attrito. La guerra d’attrito punta a logorare gradualmente le capacità di combattimento del nemico con l’applicazione prolungata e costante di una forza superiore; la guerra di manovra punta a distruggere rapidamente le capacità di combattimento del nemico trovando o creando, e sfruttando abilmente, lo Schwerpunkt, il punto decisivo vitale e debolmente difeso dello schieramento nemico, contro il quale sferrare un rapido, determinante attacco in forze.  Il vantaggio della manovra sull’attrito sembra ovvio: la manovra offre la possibilità di una vittoria rapida e decisiva, ma minaccia anche la possibilità di una sconfitta altrettanto rapida e decisiva, perché attaccare è sempre rischioso e il nemico può sempre dire la sua. Come sottolinea Clausewitz, non esiste la “scienza della vittoria”, e la logica che governa la guerra non è lineare ma paradossale, come illustra il detto romano “si vis pacem para bellum”. La guerra di manovra viene privilegiata degli eserciti che scontano un evidente svantaggio nella guerra d’attrito: eserciti meno numerosi, con capacità materiali o logistiche inferiori a quelle del nemico.
In questa fase il conflitto ucraino, che nelle due fasi precedenti ha visto una combinazione di manovra e attrito, si stabilizza in forma di guerra d’attrito, il tipo di conflitto dove pesa di più la disparità di risorse strategiche tra i contendenti. Nella guerra d’attrito, infatti, quel che più conta per la vittoria è la rispettiva capacità di generare durevolmente forze umane e materiali. È il campo in cui la Russia ha il maggior vantaggio relativo sull’Ucraina.
Accresce il vantaggio russo il fatto politico essenziale che l’Ucraina dipende in tutto e per tutto dall’appoggio occidentale, e che i dirigenti occidentali devono giustificare presso le opinioni pubbliche e l’elettorato il crescente costo politico-economico di questo appoggio. Dunque gli ucraini sono costretti dalla ragion politica a inviare costantemente truppe, anche insufficienti o impreparate, sulla linea di contatto con i russi, mantenendo vivo il conflitto, rinnovando in Occidente l’ammirazione per la loro capacità di resistenza, e alimentando la persuasione che la vittoria finale ucraina sia possibile.
Dal punto di vista militare, in realtà, agli ucraini converrebbe prendersi una pausa, riorganizzare le riserve, rinforzarle e addestrarle, e risparmiare uomini e mezzi in vista di controffensive future. Una potenza dotata di risorse strategiche nettamente inferiori al nemico, infatti, può sperare di vincerlo soltanto con un’abile, aggressiva e rapida, soprattutto rapida guerra di manovra: in una guerra d’attrito, il tempo lavora per la potenza con le maggiori risorse strategiche.
Furono queste considerazioni fondamentali a dettare la forma in cui si è sviluppata e ordinata la potenza militare prussiana prima e tedesca poi, ossia dei maestri di un’aggressiva e rapida guerra di manovra. Sia la Prussia sia la Germania, infatti, hanno dovuto fare i conti con la propria situazione geopolitica: esposizione su più fronti al centro d’Europa, frontiere indifese da ostacoli naturali, limitate risorse naturali e umane; e hanno tentato di risolvere la difficile equazione mettendo a punto un dispositivo militare altamente preparato a condurre con la massima aggressività e perizia rapide guerre di manovra. Esemplari dei successi dello stile germanico le magistrali Blitzkrieg contro Polonia e Francia nella IIGM.  Esemplare, però, anche il fallimento dell’Operazione Barbarossa. La Germania invade l’URSS, ottiene per sei mesi schiaccianti vittorie ma non riesce a provocare il collasso politico e sociale del nemico, e tocca il limite delle proprie capacità logistiche. L’URSS non capitola, si riorganizza, e comincia a generare forze umane e materiali in misura via via crescente e superiore rispetto alle forze che è in grado di generare la Germania.  Saranno necessari quattro anni di durissimo conflitto, ma il destino della Germania è segnato.
Si noti bene che al tempo dell’Operazione Barbarossa tutti gli Stati Maggiori del mondo, abbagliati dai precedenti, splendidi successi tedeschi, davano per scontata la vittoria della Wehrmacht. Essa però avrebbe potuto verificarsi soltanto se l’URSS fosse collassata in seguito ai primi mesi di devastanti sconfitte. L’Operazione Barbarossa è dunque stata un’azzardata scommessa strategica, in cui la vittoria finale dipendeva interamente dal crollo della coesione politica, militare e sociale del nemico. L’Alto Comando tedesco non ha invece tenuto nella dovuta considerazione sia le risorse strategiche attuali dell’URSS, sia, e soprattutto, la sua capacità di generare nuove forze, maggiori delle proprie, per tutto il tempo necessario a concludere vittoriosamente la guerra.
È lo stesso tipo di errore che hanno commesso gli Alti Comandi occidentali in questo conflitto ucraino.
Essi hanno gravemente sottovalutato le risorse attuali della Russia: da questo errore dell’intelligence militare i continui proclami che la Russia starebbe per terminare le sue scorte di missili, proietti d’artiglieria, etc., rivelatisi via via sempre più grotteschi e difformi dalla realtà; hanno gravemente sottovalutato la sua capacità di generare nuove forze umane e materiali nel breve, e nel medio-lungo periodo: di qui l’errata valutazione dell’impatto delle sanzioni economiche sulla Russia, a torto creduto rapidamente incapacitante; hanno gravemente sottovalutato la coesione politica e sociale della compagine russa, la sua volontà di combattere e di stringersi intorno alla bandiera: di qui gli annunci, via via più ridicoli, di un prossimo rovesciamento del governo russo in seguito al dissenso della popolazione e di decisivi settori della classe dirigente.
Quarta fase trasformativa della guerra (fine autunno 2022 – inverno 2022/23). Due fazioni nei centri direttivi statunitensi: escalation o de-escalation del conflitto? Tre fatti significativi. Stime delle perdite ucraine e russe. Previsioni. La doppia trappola strategica.
Ritengo trasformativa la presente fase della guerra perché soltanto in questa fase viene chiaramente in luce la sua natura di doppia trappola strategica.
Nella quarta fase della guerra si verificano tre fatti significativi.

Sabotaggio del Northstream 2
Nel novembre 2022 un sabotaggio subacqueo rende inutilizzabile il Northstream 2, il gasdotto costruito per trasportare il metano russo in Germania attraverso il Mar Baltico, senza passare per l’Ucraina. L’inchiesta entra subito in stallo, per l’impossibilità politica di individuarne gli autori: infatti la logica del cui prodest suggerisce che responsabili ultimi dell’attentato siano gli Stati Uniti. Probabilmente, l’operazione è frutto di una collaborazione tra Royal Navy britannica e forze speciali polacche. Motivo del sabotaggio: nella classe dirigente tedesca crescono le preoccupazioni per i disastrosi effetti a lunga scadenza (progressiva disindustrializzazione della Germania) della cessazione di forniture d’energia russa a buon mercato. Il sabotaggio del gasdotto è un vero e proprio atto di guerra contro la Germania, volto a intimidirla perché si allinei senza esitazioni alla strategia di contrapposizione frontale alla Russia decisa dagli USA. L’intimidazione ha successo. Intimidita la Germania, l’unico Stato europeo che non aderisca perinde ac cadaver alla linea statunitense è la piccola Ungheria; nella NATO, l’unico Stato con un elevato grado di autonomia politica è la Turchia.

Dichiarazioni pubbliche del gen. Milley, capo dello Stato Maggiore congiunto USA
Nel novembre e di nuovo nel dicembre 2022 il gen. Mark Milley, capo dello Stato Maggiore congiunto statunitense, rilascia irrituali dichiarazioni pubbliche, invitando all’apertura di una trattativa diplomatica con la Russia, e asserendo che “agli ucraini non si può chiedere di più”. Le dichiarazioni irrituali di Milley sono evidente indizio che nei centri decisionali statunitensi confliggono due grandi fazioni: una incentrata nell’establishment bipartisan che dirige la politica estera, favorevole alla prosecuzione a oltranza della guerra in Ucraina ed eventualmente a una sua escalation; e un’altra, incardinata nel Pentagono, favorevole a una de-escalation del conflitto. Il fatto che Milley comunichi pubblicamente le sue posizioni prova che nel dibattito interno all’Amministrazione USA la posizione del Pentagono è minoritaria e teme di restarlo, e che lo scontro tra le due posizioni è molto aspro.
A ulteriore riprova dell’esistenza di questi schieramenti interni alla direzione statunitense, il recentissimo studio pubblicato dalla RAND Corp., Avoiding a Long War: U.S. Policy and the Trajectory of the Russia-Ukraine Conflict[1], [in nota riferimento bibliografico e traduzione italiana dell’abstract] che analizza, dal punto di vista dell’interesse nazionale USA, i costi di un prolungamento della guerra ucraina, raccomanda la de-escalation, e la cauta instaurazione di un processo diplomatico che porti a una conclusione negoziata del conflitto. La RAND Corporation è un importante e prestigioso centro studi che sin dalla sua fondazione fornisce analisi e progetti soprattutto al Pentagono.

Riconfigurazione della struttura di comando russo, annuncio di riforma delle FFAA russe
Nel gennaio 2023, il governo russo riconfigura il comando militare delle operazioni in Ucraina, e annuncia una più generale riforma strutturale delle sue Forze Armate. Il militare russo più alto in grado, generale Gerasimov, Capo di Stato Maggiore delle FFAA russe, viene insignito del comando generale delle operazioni in Ucraina, mentre il gen. Surovikin riprende il suo precedente ruolo di Comandante delle Forze Aerospaziali. Il governo ristabilisce i distretti militari di Mosca e Leningrado, ordina la formazione di un nuovo gruppo d’armate in Carelia, alla frontiera finlandese, e la creazione di dodici nuove divisioni dell’esercito. Annuncia altresì che entro il 2026 aumenterà le dimensioni del suo dispositivo militare in servizio permanente effettivo, portandole a 1,5 MLN di uomini. Nel contempo, i massimi dirigenti russi iniziano a dichiarare pubblicamente che la guerra in corso in Ucraina è, in realtà, una guerra tra Russia e NATO. Queste inedite dichiarazioni pubbliche hanno anche – come sempre in guerra – una valenza propagandistica interna, ma interpretate alla luce delle riforme militari in corso suggeriscono con un elevato grado di plausibilità che i decisori russi si preparano per il caso peggiore, ossia per un intervento diretto delle forze occidentali nel conflitto ucraino.

Prosegue la guerra d’attrito. Stime delle perdite ucraine e russe
Nel frattempo, sul terreno ucraino la guerra d’attrito continua. Continuano gli attacchi missilistici alle infrastrutture ucraine a doppio uso, civile e militare. Il dispositivo militare russo si consolida sulle posizioni difensive occupate e rafforzate dopo il ripiegamento. Continua e si perfeziona l’addestramento dei riservisti richiamati, e la logistica si adegua gradualmente all’arrivo dei rinforzi e alla prosecuzione degli intensi, costanti attacchi missilistici. I reparti russi sferrano attacchi incrementali sulle linee difensive ucraine, con ridotto impiego di truppe e larghissima, prolungata preparazione d’artiglieria, per limitare il più possibile le proprie perdite. Gli ucraini, intrappolati dalla necessità politica di resistere sempre e comunque e appena possibile attaccare, per giustificare il sostegno occidentale, cordone ombelicale della prosecuzione della guerra, non sono in grado di contrattaccare in forze, ma resistono anche oltre i vantaggi militari della resistenza e subiscono gravissime perdite di uomini e di materiali.
È impossibile, finché dura la guerra, avere dati certi delle perdite. Mentre scrivo, a fine gennaio 2023, fonti occidentali quali Strategic Forecasting, un’importante agenzia di intelligence privata che abitualmente collabora con la CIA, parla di più di 300.000 morti ucraini, per un totale di perdite irrecuperabili intorno ai 400.000 uomini. Le più recenti valutazioni occidentali, non ufficiali, delle perdite irrecuperabili russe parlano di 20.000 morti e 30.000 tra dispersi e feriti gravi. Pur con tutte le necessarie cautele, è abbastanza verisimile che il rapporto tra perdite ucraine e perdite russe si situi tra 10:1 e 5:1. Nelle grandi battaglie della IIGM, il rapporto di perdite tra lo sconfitto e il vincitore fu intorno a 1,3 – 1,5: 1. L’esercito ucraino non sembra essere in grado di preparare, nel prossimo futuro, una controffensiva su grande scala: per l’elevatissimo numero di perdite, soprattutto di ufficiali e sottufficiali veterani; per la scarsità di materiale bellico, nonostante i rinnovati invii di armi occidentali; per la crescente disorganizzazione delle strutture di comando militare; per la crescente, progressiva degradazione delle condizioni economiche e sociali dell’intera Ucraina.

Scelte operative dell’Alto Comando russo. Previsioni.
In sintesi, nella quarta fase della guerra comincia a risultare chiaro che il dispositivo militare russo ha raggiunto, o è sul punto di raggiungere, le condizioni necessarie e sufficienti a imprimere al conflitto la direzione voluta dal suo comando militare e politico.
Ovviamente, solo l’Alto Comando russo sa, o saprà, quale sia questa direzione, ma attualmente esso pare in grado di:
proseguire la guerra d’attrito, applicando costantemente sul dispositivo militare ucraino, e sull’intera società ed economia ucraine, la sua forza superiore: così risparmiando la propria risorsa più preziosa, gli uomini. Gli uomini sono la risorsa russa più preziosa dal punto di vista politico, per evidenti ragioni rafforzate dall’approssimarsi delle elezioni presidenziali russe del 2024. Sono la risorsa più preziosa anche dal punto di vista militare, e in special modo lo sono i veterani, che devono addestrare e integrare nei reparti i riservisti richiamati, nessuno dei quali ha esperienza diretta di una guerra a così alta intensità (non ce l’ha nessuno al mondo tranne chi vi ha partecipato, nell’uno o nell’altro schieramento)
passare all’offensiva su grande scala, su una o più direttrici. Prevedibili obiettivi strategici, l’annientamento progressivo della capacità di combattere dell’esercito ucraino; la riconquista delle porzioni territoriali dei quattro oblast annessi alla Russia, e riprese dall’Ucraina in seguito al ripiegamento russo; l’occupazione e l’annessione alla Russia di Odessa e dell’intero territorio della Novorossiya, in modo da escludere l’Ucraina dall’accesso al mare.
Probabilmente, nelle valutazioni dell’Alto Comando russo sono presenti, e non in secondo piano, le previsioni sulla reazione occidentale all’una e all’altra decisione operativa russa. Proseguire la guerra d’attrito consente alle direzioni occidentali di rinviare le decisioni strategico-politiche su escalation o de-escalation, e probabilmente avvantaggia la fazione favorevole alla de-escalation, dandole il tempo di organizzarsi meglio, trovare alleati, diffondere pubblicamente i suoi argomenti. Passare all’offensiva le obbliga a scegliere in tempi brevi, brevissimi se l’offensiva ha presto un chiaro successo. La fazione statunitense favorevole alla de-escalation è tuttora minoritaria: la situazione sul campo la favorisce, ma le manca l’appoggio aperto di almeno uno tra i più importanti alleati europei.
A mio avviso, per la Russia è vantaggioso evitare un’accelerazione del conflitto, sia per i rischi di fallimento e i costi umani sempre associati alle azioni offensive su grande scala, sia per non servire una carta decisiva al “partito della guerra a oltranza” statunitense, che sull’onda dell’emozione potrebbe iniziare una diretta, formale implicazione di forze occidentali nella guerra; per esempio, il varo di una “coalizione dei volonterosi” come proposto nel novembre 2022 a dal gen. (a riposo) David Petraeus, ossia con truppe polacche, rumene, baltiche, etc. che intervengano sotto la propria bandiera, ma non in quanto membri della NATO, in seguito a una richiesta di aiuto militare del governo ucraino: un escamotage giuridico per evitare un aperto conflitto diretto NATO – Russia, che rischierebbe di interessare anche il territorio statunitense.
Quindi, se devo arrischiare una previsione, penso che la Russia continuerà ancora a lungo la guerra d’attrito.

Vittoria decisiva della sola Ucraina. Vittoria decisiva con intervento diretto occidentale. Possibilità e probabilità
In estrema sintesi, a un anno dall’inizio della guerra risulta chiaro che una decisiva vittoria militare ucraina sulla Russia è materialmente impossibile, per quanto possano proseguire, o anche aumentare, nelle forme attuali, gli aiuti occidentali. La situazione può cambiare solo con un diretto coinvolgimento di truppe occidentali.
Comincia però ad albeggiare il dubbio, anche nelle direzioni politico-militari occidentali, che un diretto coinvolgimento di truppe occidentali nella guerra non basti ad assicurare, o almeno a rendere altamente probabile, la vittoria decisiva sulla Russia. Dubbiosi sono soprattutto i militari: per questo la fazione statunitense favorevole alla de-escalation si incardina sul Pentagono. Motivi:
l’attuale dispositivo militare dell’intera NATO, Stati Uniti compresi, non è concepito e preparato per una guerra convenzionale ad alta intensità contro un nemico capace di condurla, come la Russia. Dalla fine della Guerra Fredda, tutte le nazioni NATO hanno fortemente ridotto i loro eserciti, dismesso gran parte delle strutture logistiche militari, indirizzato la struttura e l’addestramento delle loro FFAA, e la produzione delle loro industrie militari, a conflitti di breve durata contro nemici nettamente inferiori, in genere appartenenti al “Grande Sud del mondo”; una decisione tutto sommato ragionevole, finché la NATO non si è contrapposta alla Russia, che in effetti non la minacciava affatto.
La Russia, invece, ha strutturato le sue FFAA e la sua industria militare in vista di una guerra difensiva contro la NATO, come è nella tradizione storica di un paese che da sempre deve fronteggiare e respingere grandi invasioni del suo territorio. Sinora ha privilegiato la difesa di ultima istanza, la triade nucleare, ma come prova la guerra in Ucraina non ha abbandonato la preparazione convenzionale e la sta rafforzando. Essa ha inoltre guadagnato, in settori decisivi come la missilistica e la difesa contraerea, la superiorità relativa rispetto agli Stati Uniti. Per compensare lo svantaggio ci vogliono anni.
Un riarmo occidentale è molto arduo, il suo esito incerto, i tempi lunghi. I finanziamenti, anche massicci, non bastano: il denaro può comprare solo quel che già esiste, e quel che già esiste non basta. Per far esistere quello che manca, è necessario anzitutto determinare politicamente la strategia di sicurezza collettiva della NATO, un processo molto complicato e difficile anche per la frammentazione dei centri decisionali. Se il nemico principale della NATO è la Russia, è indispensabile, come minimo, e giusto per cominciare: costruire un alto numero di cacciabombardieri da impiegare in appoggio alla fanteria, e in grado di sopravvivere alle difese missilistiche russe; costruire le infrastrutture logistiche necessarie a un’ampia proiezione delle forze in caso di crisi, con la relativa pianificazione; varare un grande programma di difesa antiaerea integrata del territorio europeo; varare un vasto programma di reclutamento e addestramento truppe, in specie di ufficiali e sottufficiali. Al riguardo, è bene tenere presente che la rinuncia da parte di tutti i paesi NATO alla coscrizione obbligatoria ha provocato la perdita di ingenti riserve addestrate alle quali far ricorso in caso di necessità. In sostanza, in caso di una guerra che ci coinvolga, prenda tempi lunghi e sconti perdite rilevanti, mobilitazioni come quelle indette da Mosca e dall’Ucraina sono quasi impossibili, per i paesi dell’Europa Occidentale. Segue un lungo eccetera.
Ovviamente, un diretto coinvolgimento occidentale nella guerra impedirebbe agli Stati Uniti di concentrarsi sul contenimento della Cina, rinsalderebbe l’alleanza di quest’ultima con la Russia, esporrebbe gli USA a una possibile guerra su due fronti contro due grandi potenze nucleari, e aumenterebbe progressivamente il rischio che nel conflitto con la Russia facciano capolino le armi atomiche. Quanto più diretto e intenso il conflitto convenzionale tra due grandi potenze nucleari come Russia e USA, tanto più probabile che il contendente che si credesse esposto a una probabile sconfitta decisiva mediti seriamente di impiegare le armi nucleari.
Altrettanto ovviamente, in un conflitto diretto tra forze occidentali e Russia le perdite occidentali si conterebbero a decine di migliaia, un costo umano difficile da giustificare politicamente.

La doppia trappola strategica
Con l’allargamento a Est della NATO, e insistendo per includervi l’Ucraina, gli Stati Uniti hanno teso una trappola strategica alla Russia, costringendola a scegliere tra due alternative, entrambe molto pericolose nel medio-lungo periodo: accettare il divieto di avere una sfera d’influenza, e la minacciosa presenza di un bastione militare occidentale sulla soglia della Russia europea; oppure intervenire militarmente, assumendosi il grave rischio di un conflitto con la NATO, e compromettendo i propri rapporti politici ed economici con l’Europa. Questa è la prima ganascia della trappola strategica in cui la Russia è entrata ad occhi aperti, dopo aver tentato per quattordici anni di evitarla.
Gli Stati Uniti, però, hanno gravemente sottovalutato le capacità di resistenza e di reazione, militari, economiche, politiche e sociali della Federazione russa, e altrettanto sopravvalutato sia il prestigio deterrente della propria forza, sia le proprie attuali capacità e potenzialità militari ed economiche.  Si trovano dunque a dover scegliere tra due alternative, entrambe molto pericolose nel medio-lungo periodo.
La prima alternativa è la riduzione del danno, una de-escalation del conflitto ucraino che si risolve in una netta sconfitta politico-diplomatica, una pesante perdita di prestigio deterrente, la possibile apertura di faglie di crisi nel sistema di alleanze, e seri contraccolpi politici interni, es. una grave delegittimazione complessiva della classe dirigente.
La seconda alternativa è la fuga in avanti, una escalation a oltranza del conflitto, con l’eventuale – anzi probabile, perché necessario – coinvolgimento diretto di truppe occidentali; il rischio di una guerra convenzionale ad alta intensità per la quale gli USA e la NATO non sono preparati; il possibile futuro interessamento del territorio nazionale statunitense, e in prospettiva, la crescente possibilità di una degenerazione nucleare dello scontro.
Questa è la seconda ganascia della doppia trappola strategica, e ora si richiude sugli Stati Uniti che l’hanno tesa: ma vi sono entrati a occhi chiusi, e solo ora cominciano a vederla.
Ate, la dea che acceca, «da principio seduce l’uomo con amiche sembianze, ma poi lo trascina in reti donde speranza non c’è che mortale fugga e si salvi» (Eschilo, I persiani, 96-100)

[1] Charap, Samuel and Miranda Priebe, Avoiding a Long War: U.S. Policy and the Trajectory of the Russia-Ukraine Conflict. Santa Monica, CA: RAND Corporation, 2023. https://www.rand.org/pubs/perspectives/PEA2510-1.html

L’egemonia Usa va al tramonto

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di Massimo Fini

Fornendo i propri carri armati Leopard all’Ucraina e autorizzando alcuni paesi, Polonia, Finlandia, Danimarca, a fare uso di questi mezzi, per cui c’è bisogno del nulla osta tedesco, Scholz ha ceduto più che alle invocazioni di Zelensky al diktat Usa. Nella giornata in cui è stata presa questa decisione che coinvolge anche l’Italia, che dall’inizio della guerra ha fornito all’Ucraina circa un miliardo di dollari in armamenti, nessuno dei principali media ha ricordato a chi stiamo fornendo queste armi e questi soldi. Zelensky, quasi fuori tempo massimo, ha fatto una purga di sapore staliniano, dove cojo cojo, liquidando quindici alti dirigenti ucraini, vice ministri, governatori, membri della magistratura, accusati a vario titolo di corruzione e di aver speculato sulla guerra ai danni di chi stava combattendo sul campo (la cosa non è nuova, almeno alle orecchie di noi italiani: durante la prima guerra mondiale mentre i soldati contadini – vedi i Malavoglia di Verga – si battevano e morivano al fronte la borghesia faceva affari d’oro ai loro danni). Ma la corruzione dell’Ucraina non è cosa di oggi, secondi i dati dell’International Transparency l’Ucraina è al 122 esimo posto in questa poco commendevole classifica che vede al primo la virtuosa Danimarca (secondo lo stesso istituto l’Italia è al 42 esimo).

Secondo il presidente americano Joe Biden questo ulteriore innalzamento dello scontro “non è una minaccia offensiva nei confronti di Mosca”. E’ come mettere sul tavolo una pistola e dire a chi sta davanti: guarda che io non ce l’ho con te. Un metodo mafioso, alla Matteo Messina Denaro.

Ma i diktat di Washington nei confronti di quei Paesi europei che sono più riluttanti a partecipare a quest’orgia di armamenti e minacce non si fermano qui. Gli appetiti americani sull’Europa vanno ben oltre. Washington ha proposto di fare del G7 che comprende, oltre agli USA, Canada, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito e Italia un organismo permanente. La presenza del Giappone in questo organismo significa che gli americani vogliono coinvolgere alcuni dei principali Paesi europei nella loro politica aggressiva nei confronti del sud est asiatico, Cina, India, Vietnam, Indonesia, Malesia, Laos, Cambogia. Ma noi europei non abbiamo nessun contenzioso con la Cina o col Vietnam o col Laos. Al contrario abbiamo tutto l’interesse a mantenere buoni rapporti con la Cina che si presenta come un grande mercato, così come la Cina ha lo stesso interesse nel mercato europeo. Non per nulla Luigi Di Maio quando era ministro degli Esteri aveva aperto alla “via della seta”. Cosa che è risultata disastrosa per lo stesso Di Maio perché gli americani della “via della seta” non volevano neanche sentir parlare.

Insomma avendo le mani in pasta in quasi tutto il mondo gli americani vogliono che gli europei diano loro una mano anche in scacchieri che ci sono o indifferenti, o, peggio ancora, favorevoli. Questo è un segno di debolezza perché vuol dire che gli americani non sono così sicuri di avere ancora la leadership globale che detengono dalla fine della seconda guerra mondiale che hanno vinto con l’appoggio determinante degli inglesi e, anche se oggi è quasi proibito ricordarlo, dei russi, mentre l’Ucraina, quando in campo c’era la Gestapo, è stata protagonista di uno dei più gravi pogrom, proporzionalmente s’intende, antiebraico. Di qui l’iniziale freddezza di Israele nell’unirsi all’assalto alla Russia. Ma adesso Gerusalemme ha compiuto un rapido dietrofront bombardando, in appoggio all’Ucraina, una fabbrica iraniana per la produzione di missili e droni. Questa almeno la versione del Wall Street Journal perché è ovvio che Israele non ammetterà mai di essere alle spalle di questo attacco a un paese con cui, almeno formalmente, non è in guerra. Sarebbe la violazione di ogni norma di diritto internazionale anche se il Mossad è abituato ad operazioni molto disinvolte: a maggio dell’anno scorso ha assassinato in terra iraniana un alto ufficiale dei pasdaran. Che sarebbe successo a parti invertite, se cioè l’Iran avesse colpito in territorio israeliano? Ma, si sa, allo Stato ebraico è concesso tutto ciò che è vietato agli altri.

Il Novecento è stato “il secolo americano”, d’una America peraltro più umana di quella che è in campo oggi. Fu il presidente Usa Woodrow Wilson a proporre la Società delle Nazioni che, memori degli sfracelli della prima guerra mondiale, avrebbe dovuto impedire altri conflitti di questo genere e, per rimandare a un dettaglio, alla Liberazione fu il comandante americano della piazza a inorridire di fronte allo scempio di Piazzale Loreto con i corpi di Mussolini, della Petacci e di alcuni gerarchi appesi per i piedi alla famosa pensilina del distributore di benzina Esso e a ordinare al capo del CLN presente, mi pare fosse Pertini ma vado a memoria, di togliere immediatamente quei corpi. Disse: “Noi per queste cose abbiamo un posto che si chiama morgue, da voi, mi pare, obitorio”.

Abbiamo detto che il Novecento è stato il “secolo americano” ,gli anni Duemila saranno di altri, probabilmente della Cina o forse dell’India o forse del mondo islamico. Gli americani non si rassegnano e negli ultimi anni hanno disseminato di guerre o di tentativi di colpi di stato (Maduro) mezzo mondo, ma prima o poi dovranno cedere lo scettro.

Il ponte

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di Lorenzo Merlo

Parole al vento di cui soltanto alcuni, agli sgoccioli della generazione, avranno modo di cogliere il senso. Per tutti gli altri, i giovani e quelli che verranno, saranno pensieri di un mondo di cui non avranno consapevolezza, rappresentato dai sussidiari di regime come l’era buia dalla quale ci si è finalmente liberati.

Ci stanno spingendo. Con cani da guardia intelligenti, a cui non serve più mostrare i canini, ci fanno avanzare verso l’imbocco del ponte. È una transumanza che lascia i pascoli analogici, a misura d’uomo, per portarci a quelli digitali, algoritmici e disumani. Come altrimenti nominare la cultura, la società, la politica, gli ideali, i valori, l’educazione fondata sul relativismo?

Tuttavia nel pensiero che considera il relativismo un traguardo raggiunto, da esibire e vantare, è nascosto, si muove il germe del nichilismo. Che non è una corrente filosofica, ma uno stato esiziale dello spirito umano. Una condizione in cui, inconsapevole del doloroso significato che implica, l’uomo celebra la separazione dalla propria trascendenza. Lo condanna ad un’esistenza che i cattolici chiamano Inferno, che i buddhisti e altri riempiono di sofferenza. Uno stato in cui il maligno ha campo libero, e la potenza e la creatività degli uomini sono limitate al loro proprio ego.

Il relativismo è considerato un bene conquistato dall’attuale società del pugno di mosche, in contrasto a quella fondata sui gerarchici, inequivoci, duraturi valori tradizionali. Come in questa sussistevano le solidità identitarie e sociali, all’opposto nell’attuale, transumanistica, dominano i pensieri e le idee propri di un ordoindividualismo a tutto esteso. L’aveva già detto Zygmunt Bauman nel 1999 (1).

La persona, entità base della comunità, che poteva analogicamente relazionarsi a tutto il mondo, è divenuta individuo, entità incapace di comunità se non digitali, virtuali, dall’identità effimera, in quanto aggregata al momento della bisogna, spesso del piacere o dell’interesse personale. Un essere che con due soldi è stato convertito in consumatore e, in quel solo modo, a sua insaputa soppesato. Poi, algoritmicamente anticipato, paurosamente reso prevedibile, digitalmente sempre più sorvegliato. La vita a punti, da guadagnare o perdere in funzione dell’ubbidienza o meno ai canoni che ci attendono al di là del ponte, ne rappresenta l’epilogo. Tutti schedati o, se reietti, progressivamente emarginati dai servizi sociali, fino alla loro resa, autodistruzione o eliminazione.

Il capitalismo della sorveglianza, diversamente da quanto qualcuno lo crede, limitato e alimentato soltanto dai social, dove tra gridolini e cianfrusaglie tutti mettono in pubblico diverse profondità di se stessi, si attua in assai più numerosi percorsi. Riconoscimento facciale e vocale, digitalizzazione pervasiva di tutti gli aspetti della vita, velocità di trasmissione dati, inoculazione informatica. Naturalmente, tutto presentato come progresso, tecnologia salvifica e servizio di miglioramento della vita. Uomini ridotti a dati, elaborati da algoritmi in costante raffinazione che, a boomerang, indurranno loro – quando e dove – a gridolinare, – come e perché – a cianfrusagliare.

La volontà di relativismo è dunque una corrente in cui i pesci convertiti all’individualismo trovano cibo in abbondanza. Una conversione spontanea, che non ha richiesto né spada né solennità d’investitura. L’adepto è infatti desideroso di entrare in scena, di far parte del futuro che verrà. Lo fa con senso di responsabilità, dedicandosi all’ambiente con l’auto elettrica, alla riduzione del riscaldamento globale con la rinuncia al porco e al manzo, all’abbraccio dei diritti individuali; aderendo al politicamente corretto, alla demolizione di ruoli, alla criminalizzazione del parere contrario al proprio. È un individuo che s’indigna se scrivi finocchio, ma che non fiata davanti al ripugnante comportamento dei media d’informazione. Che, sorridendo, riduce a slogan le menzogne di stato.

Lo fa in quanto del tutto ignaro che l’industria della paura non è argomento da complottista, ma una banale osservazione che, forse, per essere compiuta richiede di scendere dal divano. Un’industria che ha anche il monopolio della comunicazione, a sua volta solido sostegno del femminismo di superficie e della bandiera a otto colori. Quella così orgogliosamente e allegramente sventolata nelle piazze, nella cultura, nella politica, nelle istituzioni. Che insieme a quelle della biotecnologia e della bioingegneria, in una grande festa virtuale, conclamerà che la transumanza è stata compiuta. Ormai, da ogni dove si diffondono i suoni e i canti del melodioso concerto che sta accompagnando il gregge sereno e danzante al di là del ponte. Tutti intenti a cercare fuori da sé come affermarsi, inconsapevoli del potere che è nel proprio sé, che neppure sanno cosa sia. Ignari della bellezza come guida e del benessere come ordinarietà. Al loro posto, ora, inseguiamo i loro lontani surrogati, succedanei offerti dall’opulenza e dalla menzogna dei farmaci.

È un’industria estesa, capillare, in grado di inquinare spirito, pensieri e azioni. Che si sposa con la société sécuritaire. Colei che ci vende sicurezza un tanto al chilo, ma sotto clausola, che ci impone una connessione permanente. Che ci ha resi assuefatti e quindi dipendenti, tanto che quella connessione ora è pretesa. Fin dall’infanzia.

Osservazioni banali che, oltre che gravi, sono anche una premessa di atroce garanzia: le culture saranno cancellate, le parole significheranno altro o l’opposto, e le identità saranno a piacere, i bonus faranno sopravvivere gli inutili impegnati in guerre tra poveri, intelligentemente pasturate da chi sa come gira il fumo. La Neolingua di 1984 (2) ne è stata la consapevole anticipazione, ora pienamente in atto.

Perduti ed esauriti nel ciclo dei desideri, gli uomini, assuefatti e dipendenti, vorranno sempre nuovi giri di giostra. Finché esausti, alieni a se stessi, non saranno gettati fuori, lungo qualche tangente marchiata dall’arco nero della depressione, della psicopatologia, della disperazione, dell’ansia permanente, dell’angoscia mortificante.

È il frutto della pianta del nichilismo. Cibo potenzialmente destinato a tutti, e latentemente appeso su tutti come la Spada di Damocle della postmodernità. Alimento che, sebbene con difficoltà, potrà essere rifiutato soltanto da coloro che avranno distinto la natura apparente ed effimera dell’io da quella eterna e infinita del sé. Da quelli che si saranno emancipati dalla logica dell’egocentrismo e, dunque, da quella dell’antropocentrismo. Vera dottrina dell’attuale mattanza spirituale.

Note

  1. Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Bari, Laterza, 2011.
  2. George Orwell, 1984, Milano, Mondadori, 2016.

Finlandia: il relativismo è legge

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di Raffaele Amato

Finlandia: il relativismo è legge – Su proposta del governo socialdemocratico, il parlamento finlandese ha approvato la legge sul “riconoscimento di genere”, in base alla quale sarà sufficiente una semplice autodichiarazione all’anagrafe, seguita da un periodo di “riflessione” di 30 giorni, per vedersi riconosciuto il genere prescelto.

Basta una firma

Vengono così scavalcati gli accertamenti medici e psichiatrici previsti dalla precedente legislazione. Sconcertante? Non abbastanza, a quanto sembra, se è vero che c’è chi considera questa nuova “conquista” ancora troppo restrittiva, essendo riservata ai soli adulti. Matti (nomen omen?) Pihlajamaa, consulente per i diritti LGBT+ per conto di Amnesty International Finland, promette battaglia: “Escludere i bambini dal riconoscimento legale del genere viola la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia. Continueremo a chiedere al governo di modificare la legislazione, di conseguenza, per garantire che promuova i diritti dei bambini”.

I limiti della legge

Le ricadute pratiche di simili follie nel mondo si sono già registrate. Nel 2018, nelle elezioni municipali di Oaxaca, in Messico, 19 candidati uomini (di cui solo 2 classificati come transgender mentre gli altri 17 erano in gran parte padri di famiglia con mogli e figli) si sono dichiarati donne per poter rientrare nelle quote rosa.

In seguito alla causa legale intentata nel 2019 dall’American Civil Liberties Union (ACLU), a partire dal 2021 sono iniziati trasferimenti di detenuti transgender dalle carceri maschili a quelle femminili. Da allora non si contano gli episodi di molestie, gravidanze indesiderate, stupri subiti da detenute.

Questi sono gli aspetti macroscopici, spettacolari, clamorosi della deriva relativista, ma, a costo di apparire complottisti, non deve sfuggire il disegno che c’è dietro questi fenomeni. L’ideologia gender, parte integrante di quella Woke, mira ad un transumanesimo in cui ogni identità è necessariamente liquida.

Per cui nessun elemento identitario, quali la razza, la patria, la lingua, la religione, la cultura, la cucina, o come in questo caso, il sesso, può essere considerato un punto fermo, un dato certo. L’Umanità, privata di ogni riferimento, è oggetto di una svolta antropologica omologante, in cui falsi diritti diventano i totem a cui immolare la civiltà stessa.

Come fermare la deriva?

Di fronte a questa ondata nichilista che sta sommergendo l’Occidente, non si vedono argini di rilievo, non si levano che poche voci contrarie, soprattutto non si organizzano fronti di resistenza. Forse nella speranza che, prima o poi, la ragione tornerà a prevalere e le pericolose stravaganze woke – arcobaleno si afflosceranno su sé stesse. Ma le cronache degli ultimi anni ci raccontano una storia diversa. E cioè che il fronte nichilista più ottiene e più pretende, in una corsa senza fine verso l’abisso, Matti Pihlajamaa docet.

È tempo di agire, magari non temendo di affermare, con forza, che la realtà è un dato oggettivo, non soggettivo. Che i sessi sono due: maschi e femmina. E che i generi sono i mariti delle figlie.

https://www.2dipicche.news/finlandia-il-relativismo-e-legge/

Ecco perché la 194 non va blindata, ma abrogata

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Fabio Fuiano

Il 24 gennaio scorso, alla Camera, è stato approvato, con 257 favorevoli e 3 astenuti su 260 deputati, praticamente l’unanimità, un ordine del giorno (ODG) proposto dalla deputata Stefania Ascari (M5S), nel quale si legge quanto segue: «La Camera, impegna il Governo ad astenersi dall’intraprendere iniziative di carattere anche normativo volte ad eliminare o limitare il sistema di tutele garantito dalla legge n. 194 del 1978». Il documento è stato presentato come reazione alle proposte di legge dei senatori Maurizio Gasparri (FI) prima e Roberto Menia (FdI) poi, volte a modificare il primo articolo del Codice Civile al fine di riconoscere soggettività giuridica al concepito. Un tale disegno di legge è risultato inaccettabile tanto a sinistra quanto a destra, in quanto sarebbe entrato necessariamente in conflitto con la legge 194/78 che rende l’aborto legale in Italia e che, purtroppo, gode di vasti consensi anche tra chi, proclamandosi pro-life, dovrebbe avversarla. L’ODG è stato presentato in maniera tale da far cadere il centrodestra in un tranello diabolicamente ben congegnato. Infatti, se, da un lato, esso è stato presentato nella più ampia cornice dell’istituzione di una Commissione d’inchiesta sul c.d. “femminicidio”, dall’altro, seguendo l’intervento dell’onorevole Fratoianni (AVS), riportato nel resoconto stenografico (p. 40), ben si intuisce quale fosse lo scopo finale: «Quello che, invece, mi preme sottolineare ancora una volta è che un voto che respinga questo ordine del giorno avrebbe un significato preciso di cui il Governo e la maggioranza devono essere consapevoli. Bocciare questo ordine del giorno significa dichiarare che Governo e maggioranza intendono mettere in discussione la legge n. 194».

Il centrodestra è stato come “inchiodato” di fronte ad una (falsa) alternativa: o votare contro l’ODG e quindi risultare (a) apparentemente a favore delle violenze sulle donne e (b) incoerente rispetto a quanto prospettato in campagna elettorale sulla 194, oppure votare a favore e salvare la faccia, mettendo però la 194 in una botte di ferro, con grande esultanza degli abortisti. In realtà, sarebbe bastato prender coraggio e rigettare l’interpretazione della sinistra al voto contrario, ribadendo che il Governo ha piena autonomia di giudizio e che non deve provare niente a nessuno, tantomeno con un ODG del genere. Per di più, come si vede dal resoconto (p. 41), inizialmente è stato proposto un ODG più estremo (allegato A ai resoconti, p. 33), per poi accontentarsi della riformulazione più “moderata”, ma egualmente sufficiente a centrare l’obiettivo di intoccabilità della 194, dando alla destra l’illusione di aver “scongiurato” il peggio. Tale decisione, invece, rappresenta un grave vulnus, forse il più grave dall’approvazione della 194. Gli stessi politici di destra, ormai impregnati della medesima logica femminista di sinistra (come giustamente osservato dal dott. Tommaso Scandroglio) hanno difeso una “legge” che continua a mietere vittime innocenti.

Le virgolette alla parola “legge” non sono casuali. Il mondo della politica, specialmente dall’avvento della Democrazia Cristiana, sembra ormai svincolato dalla legge morale naturale. I cardinali Francesco Roberti (1889-1977) e Pietro Palazzini (1912-2000), nel loro Dizionario di Teologia Morale (Editrice Studium, 1955, p. 931) affermano che si chiama naturale ogni legge che «scaturendo dalla costituzione stessa delle cose, ha valore obbligante antecedentemente ad ogni libera statuizione di legislatore umano. Avuto riguardo alla sua prima fonte, che è Dio, la legge naturale è la partecipazione della legge eterna nella creatura razionale […]. Considerata nella coscienza umana, ove si manifesta, è la legge che si rivela a noi attraverso le nostre naturali tendenze, vagliate e regolate dalla retta ragione».

Ora, la prima fra le naturali tendenze dell’uomo è proprio la vita, senza la quale l’uomo non può ambire a nulla. Essa merita dunque d’essere protetta come il bene naturale più elevato. Attentare a questo bene è andare contro l’ordine della ragione. Come ricorda San Tommaso d’Aquino (Ia-IIae, q. 93, a. 3, ad 2): «La legge umana ha ragione di legge in quanto è conforme alla retta ragione; a questo titolo, è manifesto che essa deriva dalla legge eterna. Ma, nella misura in cui si allontana dalla ragione, è dichiarata legge iniqua, quindi non ha più ragione di legge, ma è piuttosto una violenza».

E ancora (Ia-IIae, q. 95, a. 2): «Ogni legge posta dagli uomini non ha ragione di legge che nella misura in cui deriva dalla legge naturale. Se in qualche punto si allontana dalla legge naturale, allora non è più una legge, ma una corruzione della legge».

La 194 risponde a tali caratteristiche di iniquità, essendo la sua “ragion d’essere” la soppressione di esseri umani innocenti nel grembo materno. Per questo non ci sono mezze misure attuabili, essa va abrogata. Per chi si ostina pervicacemente ad affermare che ciò è un’utopia, o chi addirittura, come il Ministro Eugenia Roccella, si spinge ad affermare contro l’evidenza che essa «stabilisce il valore sociale della maternità», rispondiamo che la vera utopia non è l’abrogazione di una legge positiva (ogni legge umana, proprio in quanto tale, è sempre abrogabile). La vera utopia è pensare di poter applicare uno strumento concepito per uccidere per tutelare la vita umana innocente. Sarebbe come pretendere di utilizzare una macelleria per coccolare agnellini. Anche i primi cinque articoli della 194 sono funzionali alla sua ragion d’essere: infatti, essi continuano a frenare una reale opposizione del mondo pro-life.

Ciò avviene perché essi sembrano voler apparentemente porre dei “paletti” alla pratica abortiva, affermando ipocritamente che (a) lo Stato tutelerebbe la vita umana dal suo inizio; (b) i consultori dovrebbero svolgere un’attività di dissuasione della donna intenta ad abortire, includendo eventualmente delle associazioni di volontariato; (c) ordinariamente si dovrebbe lasciare alla donna una settimana per riflettere prima di rilasciare il certificato.

Questi articoli, nell’immaginario comune, permetterebbero una “applicazione pro-life” della 194. Ma come possono essere letti in maniera avulsa dal contenuto successivo della norma? In particolare, si noti come (a) furbescamente si parli di «tutela della vita umana dal suo inizio» senza specificare quale sia per non entrare in conflitto con gli articoli successivi; (b) attualmente un obiettore di coscienza non può partecipare alla procedura della 194, perché altrimenti verrebbe coinvolto in atti che ha deciso di non compiere per ragioni morali, giuridiche e deontologiche (cooperazione materiale prossima o formale al male); (c) il tutto è pienamente in linea con la concessione alla donna della facoltà di uccidere suo figlio, senza che alcuno possa frapporsi tra lei e tale “decisione”.

Paradossalmente, se quegli articoli non fossero presenti, la 194 sarebbe suscettibile di maggiori attacchi e, dunque, la probabilità di abrogarla sarebbe maggiore. Con la loro presenza, invece, l’attacco è disinnescato e la sopravvivenza della norma è praticamente garantita. Ecco perché la 194 non va blindata, ma abrogata. Ed è incredibile che la blindatura sia avvenuta sotto un governo non di sinistra, ma di centrodestra. Non si deve però cedere allo scoraggiamento: se anche si impedisse il dibattito e qualunque intervento sulla 194, chi sa la verità dovrà continuare a testimoniarla, anche a costo di grandi sacrifici ed incomprensioni, persino da parte del mondo pro-life, certo che la Divina Provvidenza non mancherà mai d’assistere coloro che amano Dio e la Sua Legge.

 

Voces del Periodista: La tecnología que usan los hombres: o cambias o “¡viva el hombre de las cavernas!”

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Con l’editoriale di lunedì inizia la traduzione e la divulgazione in America Latina degli Editoriali di Matteo Castagna da parte di uno staff di professionisti locali. Gli articoli saranno pubblicati su alcuni media. Oggi su “La Voce del Periodista”

Por Matteo Castagna

La inteligencia artificial (AI, por sus siglas en inglés), es una tecnología informática que revoluciona la forma en que los humanos interactúan con las máquinas y las máquinas entre sí. Gracias a la inteligencia artificial es posible (al menos este es el objetivo final) hacer que las máquinas sean capaces de realizar acciones complejas y “razonar”, aprender de los errores y realizar funciones hasta ahora exclusivas de la inteligencia humana.

Hoy en Italia y en todo el mundo, la inteligencia artificial se utiliza en empresas y más allá, para llevar a cabo tareas que llevarían mucho tiempo a los humanos. A menudo, cuando las personas hablan o escriben sobre inteligencia artificial, uno de los componentes se denomina aprendizaje automático. Para lidiar con la IA se requieren componentes de hardware y software especializados para escribir y entrenar algoritmos de aprendizaje automático. Los lenguajes de programación, por otro lado, no son sinónimos de inteligencia artificial, pero están involucrados en la construcción de sistemas informáticos y están muy extendidos, como Python, R y Java. La programación de IA requiere tres habilidades cognitivas: aprendizaje, razonamiento y autocorrección.

La Inteligencia Artificial se está volviendo cada vez más decisiva en la vida de la sociedad del siglo XXI. Y esto es un hecho. Al mismo tiempo, ¿provoca problemas éticos? ¿Hasta dónde puede llegar la tecnología? ¿Tenemos que hacernos a la idea de vivir con máquinas sensibles? ¿Se puede confiar en la Inteligencia Artificial?

En el siglo XXI estas serán las preguntas que deberíamos hacernos, en una sociedad donde el poder está preparando el terreno para este nuevo modelo de vida. Un potente algoritmo de Inteligencia Artificial es capaz de emular las capacidades cognitivas humanas de forma auténtica, casi imperceptible. Llegados a este punto, la pregunta del siglo podría ser: ¿se puede confiar en la Inteligencia Artificial?

Hay implicaciones notables que conciernen a los sistemas sociales, económicos y políticos ya las personas que forman parte de ellos, tales como el respeto a los derechos humanos fundamentales en cuanto a la libertad, tanto individual como colectiva, la igualdad y las relaciones interpersonales; salvaguardar el bienestar emocional y profesional de los trabajadores de acuerdo con el desarrollo de algoritmos cada vez más eficaces, incluso para tareas complejas; la moralidad declinó a nivel religioso, por ejemplo católico; la personalidad subjetiva, que, en este punto, iguala a todas las IA.

La centralidad de la cuestión ética en el uso de la Inteligencia Artificial es, pues, palpable desde varios puntos de vista. La Agencia ANSA informa, el día 17 de enero de 2023, el comentario del músico y compositor, Nick Cave,  quien, luego de escuchar una canción compuesta por una Inteligencia Artificial, expresó  “Una schifezza” y “una burla grotesca de lo que significa ser humano”.

Los de Sperling & Kupfer han editado un libro muy interesante de Francesco Borgonovo, titulado “ ¡Parad las máquinas! Cómo nos están robando el trabajo, la salud y hasta el alma ”

El autor indaga en el lado oscuro de la revolución digital, con las consecuencias en el mundo laboral, en materia de salud, en la sociedad y explica las razones para empezar a dudar de un sistema que está convirtiendo el mundo en un paraíso para los robots y una pesadilla para los humanos.

Por eso, esta frase que extraemos del prefacio de Mario Giordano impacta y nos hace reflexionar: “Detener la máquina no es un acto ludita. Es un acto que devuelve al hombre a su verdadera naturaleza, que ciertamente no será perfecta, pero no puede reducirse a una cadena matemática manejada por una computadora. Ya puedo escuchar las voces críticas: ¿quieres volver a la caverna? No me gustaría vivir en un mundo sin tecnología, de la que soy, además, un abundante consumidor. Pero tengo la impresión de que, ahora, la relación se está invirtiendo: ya no son los hombres los que usan la tecnología, sino que es la tecnología la que usa a los humanos. Así que cambiemos de dirección y demos vuelta la mesa. O mejor las cavernas”.

¡Sí, o cambiamos, o vítores para los cavernícolas!

www.infomazionecattolica.it

NdR: el autor es un escritor, analista geopolítico y conferencista italiano. Sus puntos de vista, son solicitados por la prensa comercial y alternativa de Italia y de otros países

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