Dove conduce la mentalità americana?

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Segnalazione di Federico Prati

di Solange Hertz 1

postato: 22 giugno 2022

 

 Prefazione

Tra tutti gli eventi storici che hanno contribuito alla nascita delle attuali democrazie moderne, è indubbio che la Rivoluzione Francese (1789-1793) occupi un posto di primaria importanza. È un fatto innegabile che i principî che oggi reggono la nostra società siano gli stessi scaturiti da quella svolta epocale e dalla Francia esportati in tutto il mondo. Essa segnò non solo la fine delle monarchie cattoliche (di nome più che di fatto), ma diede vita per la prima volta nella Storia dell’umanità ad uno Stato laico, ossia ad uno Stato indifferente in materia di religione, e quindi di fatto ateo.

 

Sopra: la dea Ragione, elevata dalla Rivoluzione Francese a divinità da contrapporre alla «superstizione» (il cattolicesimo). Notate che la dea in questione ostenta l’Occhio onniveggente, un simbolo tipico della sètta massonica. Ed ecco svelata l’origine di questo culto.

 

Se tutte le religioni sono buone, nessuna è vera e quindi meritevole di un particolare riguardo. Misconoscendo il principio di sussidiarietà dello Stato e la superiorità della Chiesa su quest’ultimo, a causa del fine soprannaturale dell’uomo (la salvezza eterna dell’anima) che, come dice la parola stessa, è superiore al fine naturale (il bene comune) a cui deve provvedere l’autorità secolare, la Rivoluzione Francese creò un nuovo prototipo di consorzio umano imperniato non più sul rispetto dei Dieci Comandamenti e della Chiesa di Roma (i Diritti di Dio), ma sui «Diritti dellUomo».

 

Sopra: il famoso dipinto che raffigura i Diritti dell’Uomo e del Cittadino. Anche qui sono presenti fregi di provenienza massonica, come l’Occhio onniveggente nel Triangolo, l’Uroboro (il Serpente che si morde la coda), il berretto frigio e il fascio littorio. La donna a sinistra raffigura la Libertà che spezza le catene della tirannia, mentre l’angelo a destra è l’Essere Supremo che con lo scettro indica l’Occhio che con la sua luce dissipa le tenebre dell’errore e dell’oscurantismo. Il quadro fu realizzato nel 1789 da Jean Jacques François Le Barbier (1738-1826). Notate inoltre la forma delle tavole, molto simili a quelle dei Dieci Comandamenti. I Diritti dell’Uomo sostituiscono quelli di Dio…

 

In realtà, fin dagli esordi, lo Stato laico, nonostante la neutralità dichiarata in materia di religione, ha perseguitato – talvolta anche con toni feroci – il cattolicesimo strappandogli dalle mani l’educazione della prole (la scuola laica), privandolo dei beni materiali necessari al proprio sostentamento (la confisca degli immobili ecclesiastici), giungendo persino alla messa la bando degli Ordini religiosi.

 

Questi e tanti altri soprusi sono il frutto di una mentalità che vede nella Chiesa cattolica un temibile avversario e un ostacolo alla realizzazione di un’utopistica Repubblica Universale dove l’uomo, sciolto dai vincoli di qualsiasi legge immutabile, possa finalmente dare libero sfogo ai proprî istinti e seguire senza impedimenti le proprie inclinazioni.

 

Sopra: tra il 2 e il 5 settembre 1792, oltre 3.000 tra sacerdoti, Vescovi, religiosi e religiose vennero assassinati. I più importanti  massacri ebbero luogo nel Convento del Carmelo, nell’abbazia di Saint-Germain, nel seminario Saint-Firmin e nelle prigioni de la Force, in rue Saint-Antoine (vedi illustrazione). Spesso la rivoluzione rivela il suo volto satanico.

 

Questa smisurata fiducia riposta nella bontà innata dell’essere umano (predicata da JeanJacques Rousseau; 1712-1778), come se esso fosse una creatura angelica immune dalle ferite infertegli dal peccato originale (orgoglio, sensualità, egoismo, sopraffazione, ecc…), congiunta all’odio implacabile verso il cristianesimo, costituiscono il «marchio di fabbrica» della Rivoluzione Francese, i cui «nobili» principî sono usciti direttamente dalle Logge massoniche a cui appartenevano praticamente tutti i suoi fautori.

 

 

Se su questa realtà sono state scritte diverse opere di un certo rilievo – cui rimando il lettore che voglia approfondire tale questione 2 – pochi invece sono gli storici che hanno cercato di mettere in luce i legami esistenti tra questa Rivoluzione e l’altra rivolta che la precedette di un decennio oltre Oceano.

 

Difatti, mentre si riconosce che i figli della Rivoluzione Francese si sono macchiati di orribili delitti (il Terrore, il genocidio vandeano, il soffocamento nel sangue delle varie insorgenze anti-giacobine in Italia, ecc…), la Rivoluzione Americana (1765-1783) è generalmente considerata come una giusta ribellione ad una esosa madrepatria, priva di una qualsiasi connessione ed interdipendenza con l’altra Rivoluzione che scoppiò poco più tardi sul suolo europeo.

 

Il pregio di questo articolo è essenzialmente quello di sfatare il mito della Rivoluzione «buona», documentando la comune matrice di entrambe le Rivoluzioni (gli ideali massonici e liberali) e la grande influenza che esercitarono sugli animi europei la lotta per l’indipendenza e il modello di società forgiato dalle tredici colonie del Nuovo Mondo.

 

 

Leggendo queste pagine, il lettore scoprirà con stupore che lo Stato laico, nemico irriducibile della Regalità Sociale di Gesù Cristo, lungi dall’essere una creazione esclusivamente francese, è stato attuato per la prima volta da quell’America che oggi esporta la democrazia in tutto il mondo a suon di bombe e sembra voler reggere i destini del mondo intero. E visto che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia è diventata una colonia degli Stati Uniti, sia politicamente che da un punto di vista culturale, conoscere la mentalità statunitense è ancora più necessario.

 

Paolo Baroni

 

 «Datemi la libertà»

 

Se si osservano le fotografie dell’insurrezione di Pechino del 1989, si è portati a pensare che l’America non avrebbe affatto sprecato due secoli del suo talento per incitare l’uomo del popolo ad essere libero. Apparentemente, oggi gli Stati Uniti sono la sorgente d’ispirazione sia per il misterioso Oriente che per il pragmatico Occidente.

 

Non è l’icona di Kwan Yin, la dea cinese della misericordia, ad essere stata innalzata sulla piazza Tienanmen, ma una Statua della Libertà in cartapesta, l’idolo massonico degli Stati Uniti d’America. Per di più, essa era ricoperta da striscioni e cartelli che riportavano gli slogan americani più sacri, che andavano dal «non si può ingannare tutto lo popolo per sempre», al «datemi la libertà o datemi la morte» 3.

 

Sopra: statua della Libertà di cartapesta

in Piazza Tienanmen, nel 1989.

 

 Il Nuovo Ordine dei Secoli

 

Tristemente, quest’ultima scelta è diventata troppo reale solamente quando i suoi entusiasti sostenitori sono stati travolti dai carri armati. Che cosa c’è, dunque, di nuovo in tutto questo? Quel fanatico di Thomas Jefferson (1743-1826) lo scriveva nella sua lettera al Colonnello William Stephens Smith (1755-1816):

 

«Che vorranno mai dire alcune vite perdute in un secolo o due? […] Lalbero della libertà devessere di tanto in tanto annaffiato dal sangue dei patrioti e dei tiranniÈ il suo concime naturale».

 

 

Quando venne il suo turno di guidare una rivoluzione, Mao Zedong (1893-1976) non avrebbe potuto dire di meglio delle parole che gli si attribuiscono:

 

«Anche se 300 milioni di cinesi fossero uccisi durante una guerra atomica, ne resterebbero ancora 300 milioni».

 

 

Tali sono le versioni rivoluzionarie delle famose parole di Tertulliano (160-220): «Il sangue dei martiri è il seme dei cristiani». Tutto porta a credere che la situazione in Cina – benché brutalmente repressa – orchestrata congiuntamente al sollevamento baltico, alla riunificazione delle due Germanie, alle elezioni polacche e agli sconvolgimenti verificatisi alle porte del Cremlino stesso, sembra ordinata al raggiungimento a lungo termine della realizzazione globale detta «Novus ordo seclorum» (sic!), che è raffigurata da molto tempo sul retro delle banconote statunitensi da un dollaro 4.

 

 

Un sistema politico. la cui giustizia risiede non nella legge morale, ma nell’uguaglianza, e in cui la libertà proviene dai «diritti» e non dalla verità che libera gli uomini, non ha assolutamente nulla da spartire con il cristianesimo. Che questa conversione assai diffusa ad una democrazia riscaldata non sia in nessun caso sinonimo della conversione promessa sotto condizione dalla Madonna a Fatima nel 1917, dovrebbe diventare a lungo andare dolorosamente evidente.

 

Il fallito sommovimento cinese è stato accuratamente preparato nelle Università; e se si seguono le sue tracce è facile giungere fino ai 40.000 studenti cinesi presenti nei campus americani. Sul Washington Post, del 25 marzo 1989, Jay Matthews ha scritto:

 

«Interrogati sull’influenza americana, numerosi studenti contestatari hanno sottolineato il potere economico e tecnologico con cui gli Stati Uniti potrebbero dissuadere il governo cinese dal reprimere con violenza la manifestazione di Tienanmen. “La Cina ha chiesto un prestito di denaro agli USA” – dice Victor Han, studente attivista che porta i jeans, la camicia beige e una benda sulla fronte. Non ha paura della morte e aggiunge: “Se la Cina non risolverà il problema degli studenti, gli Stati Uniti accentueranno la loro pressione”».

 

 

Gli Stati Uniti non hanno impedito il massacro, ma ciò non significa che la pressione non sia stata esercitata. Dopo diversi anni di chiusura, il capitale americano può finalmente fluire al di là della Cortina di Ferro grazie alle multinazionali che vendono di tutto: dagli hotel di lusso agli hamburger. È il sistema americano. Nel 1776, la Rivoluzione Americana infuse speranza a tutte le rivoluzioni che covavano sotto la cenere in Europa.

 

Gli Stati Uniti furono i primi a dimostrare che uno Stato fatto dall’uomo in modo puramente laico potesse realizzarsi mediante la rottura violenta con l’autorità costituita. Poco dopo, una successione di eruzioni simili esplodevano attraverso la cristianità occidentale come bombe ad orologeria, rovesciando troni e altari, separando lo Stato dalla Chiesa e, in generale, elevando tutto ciò che era stato abbassato. Lo slancio dato alla rivoluzione mondiale dal successo americano venne sistematicamente mascherato nella misura in cui gli Stati Uniti si placavano e diventavano, per così dire, rispettabili.

 

Ma nel XVIII secolo, il loro ruolo era ben chiaro a tutti. Tre anni prima dello scoppio della Rivoluzione Francese, il marchese illuminista e anti-clericale Nicholas de Condorcet (1743-1794), uno dei suoi principali artefici, e più tardi una delle sue vittime, scrisse un’opera propagandistica intitolata De linfluence de la Révolution dAmérique sur lEurope («Dell’influenza della Rivoluzione d’America sull’Europa»).

 

 

Il vecchio continente seguiva così da vicino gli sviluppi concreti negli Stati Uniti che l’anno seguente Condorcet compose le Lettres dun bourgeois de New Haven à un citoyen de Virginie sur linutilité de partager le pouvoir législatif entre plusieurs corps («Lettere di un borghese di New Haven ad un cittadino della Virginia sull’inutilità di dividere il potere legislativo tra diversi corpi»). Fu poi la volta delle Lettres dun citoyen des ÉtatsUnis à un Français sur les affaires présentes («Lettere di un cittadino degli Stati Uniti ad un francese sulle questioni attuali») 5.

 

 

 Un progetto globale

 

L’intelligentsia di ogni nazione del vecchio continente aveva seguito con estremo interesse l’esperienza americana fin dal suo inizio 6. Come spiegare diversamente il fatto che tanti stranieri fossero apparsi improvvisamente come per miracolo ad occupare i posti di comando nella milizia rivoluzionaria americana?

 

  • I tedeschi: con il Generale barone Friedrich Wilhelm von Steuben (1730-1794) e con il «barone» Johan von deKalb (1721-1780);
  • i polacchi, con Tadeusz Kosciuszko (1746-1817) e con il conte Casimir Pulaski (1748-1779);
  • i francesi, con il conte JeanBaptiste Donatien de Rochambeau (1725-1807), con il conte Alexandre François de Grasse Tilly (1765-1845) e con il marchese de LaFayette (1757-1834).

 

LAFAYETTE, WASHINGTON E LA MASSONERIA
Anche il marchese de LaFayette dovette farsi iniziare nella Massoneria americana. Ecco la sua testimonianza:

 

«Prima l’esercito americano nutriva alcuni dubbi a mio riguardo […]. Dopo essere entrato nella Massoneria americana, il Generale Washington sembrò avere ricevuto un'”illuminazione”. Da quel momento, non ho mai più avuto l’opportunità di dubitare di tutta la sua fiducia. E poco dopo, ricevetti un incarico molto importante».

 

George Washington stesso volle presiedere all’iniziazione di LaFayette (*).

 

(*Cfr. J. Ploncard D’Assac, in Present, del 21 marzo 1991.

 

Senza parlare degli inglesi, degli irlandesi e di tanti altri… 7. Era forse una coincidenza che fossero quasi tutti – se non tutti – massoni? Alcuni, come Pulaski, portavano in battaglia stendardi di guerra con le insegne massoniche. Sul suo personale troneggiava l’Occhio onniveggente nel Triangolo, con le parole «Non alius regit» («Nessun altro è il padrone»).

 

 

Fin dal principio, l’esperienza americana fu un progetto globale. Nel 1792, due anni prima della sua morte in prigione, Condorcet esportò l’ideologia rivoluzionaria in Spagna e in America Latina. Nella prefazione ad un’edizione (1945) di una sua opera, ancora sconosciuta negli Stati Uniti, l’argentino Alberto Palcos scrive:

 

«In effetti, gli Stati Uniti accumularono un certo vantaggio inaugurando una nuova tappa nella storia dell’umanità. Favoriti da due secoli di vita coloniale, durante i quali approfittarono delle libertà ricevute dell’Inghilterra, essi adottarono un saggio sistema repubblicano di governo e proclamarono i nuovi diritti […]Gli Stati Uniti hanno dato una lezione al mondo».

 

 

L’opuscolo di Condorcet è oggi, dice Palcos, da una parte

 

«la prova inconfutabile dell’importanza che gli apostoli della libertà nel vecchio continente davano alla dimostrazione nordamericana, e dall’altra della sua proiezione sulla Rivoluzione Francese. Condorcet la presentò contemporaneamente come un esempio e un avvertimento all’Europa. Egli segnalò i colossali vantaggi conseguiti da una nazione che aveva eliminato al suo interno le odiose e ingiuste differenze, che aveva diffuso l’educazione e aveva incoraggiato il benessere. Inevitabilmente, essa avrebbe attirato carovane di immigranti e stimolato l’agricoltura, l’industria e il commercio internazionale; essa lo desiderava senza sosta, in tutta libertà, senza limite. Un Paese in tali condizioni era come una benedizione. Esso era destinato a trasformarsi in un potente agente mondiale di pace…».

 

Ecco gli Stati Uniti in veste di «potente agente mondiale di pace».

 

Lo scrittore Orestes Brownson (1803-1876) 8, in un eccesso di esaltazione, non riusciva a trattenere il suo entusiasmo per il «destino manifesto» 9 del sistema americano. Il paradiso terrestre era imminente.

 

 

 Incitare alla rivoluzione è tradire

 

Nel bel mezzo del XIX secolo, l’America infondeva queste speranze alla Germania. Il celebre quadro di George Washington (1732-1799) in piedi di fronte al pericolo, su un’imbarcazione mentre attraversa tra i ghiacci il fiume Delaware, non è stato dipinto negli Stati Uniti. Inoltre non è nemmeno un’opera dell’epoca, poiché il grande gonfalone stellato che sventola alle sue spalle non era ancora stato ufficialmente adottato a quell’epoca.

 

Sopra: George Washington attraversa il Delaware.

 

La scena è un’opera di laboratorio dipinta in Germania, nel 1850, da Emmanuel Gottlieb Leutze (1816-1868), che sperava così di ravvivare nei suoi compatrioti scoraggiati il fuoco della mancata rivoluzione tedesca del 1848. Secondo il Presidente del museo William S. Coffin 10, il dipinto originale si trovava nella cantina del Metropolitan per non essere «né storia, né arte». Il suo posto nell’iconografia americana non ne rimane rassicurato dalle molteplici riproduzioni, il cui valore propagandistico resta intatto.

 

 

Leone XIII (1810-1903), Papa «liberale», che fece tutte le concessioni possibili alla democrazia moderna, non aveva tuttavia peli sulla lingua quando nell’Enciclica Immortale Dei (del 1º novembre 1985) scrisse: «Incitare alla rivoluzione equivale a tradire non solamente luomo, ma anche Dio» 11. La rivoluzione non è una restaurazione. Essa è ciò che la parola stessa vuol dire: una sovversione. La rivoluzione è un peccato grave contro il Quarto Comandamento che seduce popoli interi 12. La rivoluzione è disobbedienza.

 

Sopra: Papa Leone XIII e la sua

Lettera Enciclica Immortale Dei.

 

La maggior parte dei cattolici che sono cresciuti alla sua ombra negli Stati Uniti e che hanno assimilato la sua ideologia insieme al latte materno, difficilmente ammetteranno che la rivoluzione è intrinsecamente cattiva. Per essi, è una cara tradizione, l’unica che sia veramente loro, e un beneficio da dividere con gli altri. Inoltre, vi diranno che la loro rivoluzione fu «diversa».

 

Ciò non toglie che sia stata cronologicamente la prima di tutta una serie di rivolte moderne contro la Regalità Sociale di Cristo Re, e solo ora alcuni storici seri iniziano a scoprire i legami e l’ispirazione che hanno chiaramente in comune. Nella sua opera del 1938 The Anatomy of Revolution («L’anatomia della rivoluzione»), Crane Brinton (1898-1968) prende in esame alcune tra le similitudini presenti nelle rivoluzioni inglese, americana, francese e russa.

 

Sopra: Crane Brinton e il suo libro

The Anatomy of Revolution.

 

Egli segnala che, nella loro epoca, sono state tutte, senza eccezione, «rivoluzioni di sinistra». La democrazia, come Lenin (1870-1924) non ha tardato a sottolineare nel suo libro del 1918 Stato e rivoluzione «è solamente una delle tappe nel corso dello sviluppo dal feudalesimo al capitalismo e dal capitalismo al comunismo».

 

Sopra: Lenin e il suo libro Stato e Rivoluzione.

 

In ognuno dei casi, nota Brinton, «il governo ha tentato di imporre delle tasse a persone che si sono rifiutate di pagare». Non erano persone che non potevano pagare, ma che si rifiutavano di farlo: questa distinzione è importante.

 

«Erano tutte società che, nell’insieme, erano in crescita prima che la rivoluzione arrivasse, e i movimenti rivoluzionari sembrano attingere forza dal malessere serpeggiante tra i popoli che non giacevano nella povertà, ma che subivano la costrizione, l’impedimento e l’insoddisfazione piuttosto che un’oppressione veramente schiacciante. È certo che queste rivoluzioni non furono scatenate da barboni o da disgraziati ridotti alla fame. I rivoluzionari non erano persone umiliate o in collera, né figli della disperazione. Queste rivoluzioni sono nate nella speranza e la loro filosofia è formalmente ottimista […]. I reietti si rivoltano molto raramente».

 

Sopra: la presa della Bastiglia, uno dei tanti miti riguardanti la Rivoluzione Francese.  Secondo i libri di Storia, il popolo inferocito e stanco della tirannia avrebbe assaltato la fortezza per liberare gli oppressi: in realtà, come ha rivelato lo storico francese Pierre Gaxotte nella sua opera La Rivoluzione Francese (BUR, Milano 1950)i detenuti liberati furono solo sette, e nessuno di questi per motivi politici: quattro erano falsari; due malati di mente (che poi furono re-internati); uno era un perverso (probabilmente un pedofilo) che era stato incarcerato su richiesta della sua stessa famiglia; le guardie a difesa della fortezza erano ex militari invalidi, non più adatti all’utilizzo in guerra, che furono uccisi nonostante il comandante avesse cercato di trattare con gli insorti (addirittura invitandoli a pranzo all’interno), e avesse concordato una resa a condizione che non ci fosse stato spargimento di sangue; anche lui fu ucciso e decapitato e la sua testa portata in trionfo per la città. La verità è che, com’è stato ampiamente documentato in diverse opere, la Rivoluzione è partita dalle Logge massoniche e dai salotti frequentati dagli intellettuali illuministi appartenenti alla borghesia e alla nobiltà.

 

In altri termini, i rivoluzionari tendono ad essere coloro che «avvertono un divario insopportabile tra ciò che sono giunti a desiderare – i loro “bisogni” – e ciò che hanno realmente». Un cattolico dovrebbe riconoscere molto rapidamente in questi sentimenti la semplice invidia, uno dei sette vizi capitali.

 

 Figaro

 

Per Brinton, il rivoluzionario-tipo è Figaro, l’anti-eroe dei racconti di PierreAugustin Beaumarchais (1732-1799) 13 Le Barbier de Séville (del 1773), reso famoso dell’opera lirica di Gioacchino Rossini (1792-1868), Il barbiere di Siviglia e dall’opera buffa di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791) Le nozze di Figaro. Personaggio veramente luciferino, Figaro è il barbiere di un fortunato signore al quale si considera come intrinsecamente superiore in tutto. Egli è persuaso che, se non fosse per la nascita e per le ingiustizie delle istituzioni sociali, la sua innata intelligenza e le sue vaste capacità gli garantirebbero un rango identico a quello del suo signore.

 

Sopra: Pierre-Augustin Beaumarchais e il suo romanzo Le Barbier de Séville.

 

Figaro ne trova la prova sufficiente nel modo in cui il suo padrone dipende da lui. Questo barbiere personifica il dogma democratico secondo cui tutti gli uomini nascono uguali, la sindrome «io-valgo-quanto-il-mio-prossimo». Con un po’ di fortuna, «posso essere tutto ciò che voglio», e ciò non dipende dalla volontà di Dio. Sembra che un po’ di violenza sia un prezzo modesto da pagare per dare le possibilità adatte ai Figaro di questo mondo. Non è dunque sorprendente che

 

«la prima tappa della rivoluzione si conclude nelle nostre quattro società con la vittoria dei rivoluzionari dopo una fase piuttosto drammatica e veramente insanguinata. Il vecchio e odiato regime è stato facilmente abbattuto: la strada è aperta dalla rigenerazione di cui da così tanto tempo questi uomini discutono e sperano».

 

Queste speranze sono germogliate per poco tempo sulla piazza Tienanmen.

 

La Rivoluzione Americana: una guerra civile

 

Si potrebbe obiettare che la Rivoluzione Americana non si è macchiata degli stessi massacri avvenuti in Francia o in Russia. É possibile, ma Brinton ha scoperto che essa ebbe «molti aspetti terroristici» proprî dello stile americano. Siccome sono i vincitori che scrivono la Storia, questi aspetti sono stati passati sotto silenzio.

 

Sopra: battaglia di Lexington, del 19 aprile 1775.

 

Descritta come un conflitto tra buoni americani di nascita e oppressori e tirannici stranieri, la nostra rivoluzione è stata, in effetti, come tutte le altre, una guerra civile tra fratelli di sangue. A giusto titolo, l’Inghilterra non l’ha mai vista diversamente. All’epoca della guerra del 1812 14, il Times di Londra scriveva:

 

«Non c’è sentimento pubblico più forte in questo Paese che l’indignazione contro gli americani. Che gli Stati Uniti abbiano tentato di affondare l’arma del parricidio nel cuore di questo Paese, da cui traggono la loro origine, è un comportamento così orrendo, così nauseante e così odioso che solleva naturalmente l’indignazione che abbiamo appena descritto».

 

Sopra: scontro tra truppe inglesi e i coloni ribelli.

 

Questo fu il parere di molti coloni, perché statisticamente il numero di coloro che combatterono per l’Inghilterra fu pari a quello di chi si batté contro di essa. Un reggimento lealista era interamente costituito da cattolici. Le rappresaglie contro quelli che restarono fedeli al loro re furono crudeli, efficaci, implacabili e in buona parte di natura economica.

 

Alcune proprietà che valevano milioni di sterline furono sommariamente confiscate senza alcun indennizzo. In rapporto alla popolazione, la Rivoluzione Americana ha mandato in esilio un numero di persone superiore di cinque volte di quelle esiliate dalla Rivoluzione Francese, sebbene quest’ultima abbia fatto più vittime.

 

Tra le altre cose, le miniere di rame di Simsbury – soprannominate il Newgate del Connecticut – furono trasformate in prigioni per i lealisti catturati. Uno dei suoi reclusi più famosi fu William Franklin (1730-1813), figlio unico di Benjamin Franklin (1706-1790) e Governatore del New Jersey 15. Nei confronti dei prigionieri di basso rango si verificarono delle angherie a base di catrame e piume.

 

«L’8 agosto 1775, alcuni fucilieri acchiapparono un uomo di New Milford, nel Connecticut, scelto nel branco dei più incorreggibili, che li aveva trattati da ribelli, e lo costrinsero a camminare davanti a loro fino a Litchfield, che si trovava a 40 chilometri di distanza, portando con sé una delle sue oche. Giunti a destinazione, lo spalmarono di catrame, gli fecero spennare la sua oca e lo coprirono di piume obbligandolo ad inginocchiarsi per ringraziarli della loro clemenza».

 

 

Per saperne di più, il lettore può consultare l’opera di Crane Brinton, o il capitolo di Wallace Brown «I lealisti e la Rivoluzione Americana», contenuto nel libro Il mito e l’esperienza americana.

 

 Il disprezzo per le persone anziane

 

A differenza dei rivoluzionari europei, gli americani ebbero il vantaggio di potersi accaparrare un’area geograficamente separata dalla madrepatria. Nella loro nuova Atlantide essi poterono rinnegare sia fisicamente che moralmente le loro origini, attribuirsi più facilmente un’identità tutta loro e vivere come cittadini di una nazione che era farina del loro sacco.

 

I sociologi hanno messo in luce un aspetto interessante della rivolta: essa ha fatto nascere, in modo del tutto spontaneo, un vero e proprio vocabolario di termini che esprimevano disprezzo nei confronti delle persone anziane. Diversi soprannomi 16 apparvero per la prima volta, mentre gli altri termini 17, che erano generalmente usati per rivolgersi rispettosamente alle persone di una certa età, iniziarono a scomparire e fino ad eclissarsi definitivamente ai nostri giorni.

 

Quando tutto ad un tratto solo ciò che è giovane e nuovo predomina, è facile dedurre che Colui che la Sacra Scrittura definisce «l’Anziano di giorni» diventa il vero bersaglio, e non solamente l’ingiustizia o l’oppressione. Come il vagabondo Caino, la rivoluzione fugge da Dio e si costruisce una città, e come Caino, essa dà alla città il nome di suo figlio, perché la rivoluzione non può sopportare il passato.

 

Sopra: dopo aver ucciso Abele, Caino fugge da

Dio e vaga ramingo per la terra (Gn 4, 8-15)

 

Non può sopportare nemmeno il presente che cerca sempre di cambiare. Deve tracciare un piano per ogni cosa e non può dunque rimanere che nel futuro, il quale non ha ancora una propria realtà.

 

 I semidèi

 

Il fatto che i capi ribelli americani non siano mai stati generalmente oggetto di stima emerge da una miriade di documenti contemporanei. Thomas Jefferson era guardato con legittimo sospetto, come d’altronde Franklin, il cui figlio restò un convinto lealista fino alla fine. Su George Washington, Benjamin Franklin Bache (1769-1798), il nipote di Franklin, ha espresso probabilmente l’opinione più radicale nella rivista Philadelphia Aurora («L’aurora di Philadelphia»): «Semmai una nazione fu corrotta da un uomo, la nazione americana lo è stata da Washington».

 

 

Parole forti, ma i contemporanei dovrebbero anche ricordare che il primo Presidente degli Stati Uniti d’America fu un ricco accaparratore di terre che non ebbe scrupoli, tra le altre cose, ad impossessarsi dei territori ad Ovest, il cui accesso era stato proibito. Non a caso, solo poco prima del XX secolo, i volti di Washington e di Jefferson furono scolpiti sul monte Rushmore, il monte dei semidèi 18.

 

Sopra: i volti dei quattro presidenti scolpiti

sul monte Rushmore, nel Sud Dakota.

 

A quell’epoca, nella coscienza collettiva si era stabilito il mito secondo cui gli Stati Uniti erano stati fondati come una nazione cristiana poggiante su principî cristiani, semplicemente perché la popolazione era in maggioranza cristiana. I fatti storici e la testimonianza pubblica di Washington parlano un altro linguaggio.

 

I padri fondatori, che raramente – se non mai – si sono riferiti alla divinità, lo hanno fatto utilizzando unicamente i termini massonici più vaghi e più impersonali, e tuttavia vengono ancora considerati come devoti credenti. Nondimeno, anche quando lo erano, non furono mai cattolici. Fu uno di loro, John Adams (1735-1826) 19 che inventò la formula «cristiani cattolicicristiani cabalisti».

 

 La pietà di Washington e il cattolicesimo americano

 

Nell’epoca in cui negli Stati Uniti l’affrancamento postale di un’oncia era di tredici centesimi (un numero sacro per la Massoneria), venne stampato un francobollo di Natale che raffigurava Washington mentre prega in ginocchio nella neve a Valley Forge. Era successo qualcosa di analogo nel 1928, quando una versione della stessa effige in bronzo era stata collocata nell’edificio della Sotto-Tesoreria di New York.

 

Sopra: George Washington prega nella Valley Forge.

 

Fino ad oggi, il pastore Parson Weems (1759-1825), che si era inventato la storia del ciliegio 20, resta l’unico sostenitore di questa pretesa pietà cristiana. Tuttavia, nel 1954, i membri del Congresso costruirono una «sala di preghiera» nel Campidoglio.

 

Sopra: la favola del ciliegio, illustrata dal pastore Weems.

 

Al suo centro c’è una vetrata che mostra Washington in ginocchio sotto la Piramide tronca sormontata dallOcchio onniveggente, un noto simbolo della Massoneria che figura anche sul dorso del Gran Sigillo degli Stati Uniti.

 

Sopra: vetrata nel Campidoglio; sulla figura di George Washington in preghiera campeggia il simbolo massonico della Piramide tronca sormontata dall’Occhio onniveggente presente sulla banconota da un dollaro e il motto «Annuit coeptis. Novus Ordo Seclorum».

 

La verità è che Washington, come Jefferson e la maggior parte degli altri, era conosciuto come una persona che non assisteva che raramente alle funzioni religiose, e questo per un motivo ufficiale. Rupert Hughes (1859-1926), un demistificatore molto conosciuto negli anni ’20, affermò che Washington aveva smesso da molto tempo di mettere piede nella sua chiesa dopo che il pastore gli aveva rimproverato di non ricevere mai la comunione, pratica che Washington disapprovava per principio.

 

 

Nel 1776, il Congresso continentale 21 decretò un giorno di preghiera e di digiuno «per confessare e deplorare i nostri numerosi peccati […], per i meriti e per la mediazione di Gesù Cristo», il che prova che c’erano dei cristiani in questa istituzione. Tuttavia, quando Washington trasmise l’ordine ai suoi uomini, omise il riferimento a Gesù Cristo.

 

Sul suo letto di morte, non lo si sentì menzionare Dio o la religione, e nel suo testamento non lasciò nulla in eredità ad alcuna denominazione religiosa. Ciononostante, contro ogni evidenza, i cattolici americani raccontano ancora la storia della sua «visione della Madonna» a Valley Forge della sua conversione alla fede in punto di morte.

 

Questa leggenda è stata trasmessa attraverso gli anni dagli storici americanisti senza la conferma di uno straccio di documento, se non una «voce» secondo cui Padre Francis Neale s.j. (1756-1837), di Georgetown, sarebbe stato chiamato a Mount Vernon e avrebbe passato con Washington le sue ultime quattro ore di vita. Sicuramente, queste fandonie si rivelarono assai utili al sistema per conquistare molti cattolici, peraltro esitanti, agli ideali del nuovo sistema americano.

 

 

Sotto la guida di una Gerarchia autoctona, il cui iniziale Primate fu l’Arcivescovo gesuita MonsJohn Carroll (1756-1815), scelto personalmente da Benjamin Franklin, la politica ufficiale della Chiesa cattolica americana fu fin da principio una marcata identificazione dei principî democratici con quelli del Corpo mistico. A spese dei cattolici, un incomparabile sistema di scuole parrocchiali venne utilizzato per promuovere l’americanismo, insegnando la stessa storia e la stessa scienza falsificate che si insegnano nelle scuole pubbliche 22.

 

 

Malgrado le angosciate proteste di alcune frange di fedeli, la fusione raggiunse il suo apogeo sotto il Cardinale James Gibbons (1834-1921) e sotto l’Arcivescovo MonsJohn Ireland (1838-1918) 23, e prosperò anche sotto il «papa americano», il Cardinale Joseph Louis Bernardin (1928-1996), già Presidente della Conferenza Episcopale Americana. Non bisogna dunque stupirsi se l’attuale cattolicesimo americano non sia nient’altro che

 

«un miserabile affluente del grande movimento d’apostasia organizzata, in tutti i Paesi, per l’insediamento di una chiesa universale che non avrà né dogmi, né gerarchia, né regole per lo spirito, né freno per le passioni e che, con il pretesto della libertà e della dignità umana, riporterebbe nel mondo, se potesse trionfare, il regno legale dell’astuzia e della forza, e dell’oppressione dei deboli, di quelli che soffrono e che lavorano».

 

 

Tali sono le parole che Papa San Pio X (1835-1914) rivolse ai democratici francesi nella sua Lettre sur le Sillon, del 25 agosto 1910. Esse possono essere tristemente applicate all’attuale Chiesa cattolica statunitense. All’inizio del XIX secolo, negli Stati Uniti, ci fu un immenso moto di protesta contro la Massoneria quando un partito politico anti-massonico venne formato da coloro che riconoscevano chiaramente il carattere anticristiano del naturalismo massonico e il suo effettivo potere 24.

 

 

Curiosamente, i libelli dell’epoca che smascheravano la Massoneria furono tutti redatti da protestanti e da pastori evangelici. Malgrado le numerose condanne pontificie della Massoneria, nessuno di questi scritti fu opera di un cattolico. Sulla scia dell’«io-non-ne-so-nulla» 25 e degli incendi di conventi, i fedeli erano troppo impegnati a mantenere un profilo basso, nella loro società pluralistica moderna dove regnava la libertà, per rischiare di parlare francamente contro il potere occulto.

 

Sopra: stampa anti-massonica pubblicata negli Stati Uniti sul New England Anti-Masonic Almanac for the Year of Our Lord 1832.

 

 Lapoteosi di Brumidi

 

Non ci fu alcun tipo di protesta quando verso la fine della guerra civile la «canonizzazione» di Washington giunse ad una svolta. Da più di un secolo, i turisti in visita alla capitale della nazione sollevano gli occhi per vedere Washington occupare la posizione centrale di Dio Padre nell’«Apoteosi» dipinta nel Campidoglio da Constantino Brumidi (1805-1880), un massone greco-italiano che in passato aveva restaurato gli affreschi del Vaticano, ma che nel 1852 dovette fuggire dall’Italia a causa delle sue attività sovversive.

 

 

Sopra: l’Apoteosi di Washington affrescata

da Brumidi nella cupola del Campidoglio.

 

Attorniato dalla Vittoria e dalla Libertà, gli altri due membri della trionfante «trinità democratica», Washington regna gloriosamente tra le nuvole del cielo in compagnia di altri dèi e dèe.

 

Sopra: la Libertà tiene in mano il fascio littorio, un antico simbolo

romano ripescato dalla Massoneria… e dal fascismo.

 

Sopra: il fascio littorio appare anche nella sala del Congresso insieme alla scritta «In God we trust» («Noi confidiamo in Dio»), presente anche sulla banconota da un dollaro. Di quale divinità si tratta? Forse del massonico Grande Architetto dell’Universo?

 

Sopra: il fascio littorio è ben visibile anche nel cosiddetto «Decalogo Repubblicano» francese, insieme ad una pletora di simboli massonici.

 

Questo grandioso affresco illustra perfettamente l’origine demoniaca della democrazia moderna: «sarete come dèi» (Gn 3, 5). «Assomiglia molto alla Basilica di San Pietro in Roma», sussurrano sottovoce i visitatori. In verità, gli assomiglia molto.

 

Sopra: nell’apoteosi di Brumidi appare anche il motto gnostico-massonico (che appare anche sulla banconota da un dollaro) «E pluribus unum» («Da molti uno»).

 

Sopra: per concludere, sempre nello stesso affresco appare l’America che combatte i tiranni. Questa immagine ci conferma che sin dalla loro fondazione, gli Stati Uniti si sono sentiti investiti della missione divina di muovere guerra ai nemici della libertà. La figura femminile con tanto di spada e scudo sembrerebbe essere la dea Minerva, il cui simbolo per eccellenza è la Civetta, un animale sacro per la sètta degli Illuminati di Baviera o per il Bohemian Groove, un club esclusivo di cui fanno parte i maggiori esponenti dell’élite politico-finanziaria.

 

Sopra: in cima al Campidoglio svetta ancora la figura della dea Minerva. Sul piedistallo della statua è possibile vedere il motto massonico «E pluribus unum» e diversi fasci littori.

 

Scrisse San Pio X nella sua Lettre sur le Sillon:

 

«Noi temiamo che ci sia anche di peggio. Il risultato di questa promiscuità all’opera, il beneficiario di questa azione sociale cosmopolita può essere solamente una democrazia che non sarà né cattolica, né protestante, né ebraica; una religione […] più universale della Chiesa cattolica, riunendo infine tutti gli uomini, diventati fratelli e compagni».

 

 

Negli Stati Uniti, questa religione, fondata su una mitologia, è cresciuta fin troppo per non destare inquietudine. Le sue feste liturgiche secolari sono state accettate senza alcun problema. Anche il calendario dei «santi» secolari, celebra non solo la nascita di Washington, ma anche quella di Abraham Lincoln (1809-1865), di Martin Luther King (1929-1968) e di altri personaggi dello stesso genere.

 

 

I Vescovi cattolici hanno adottato alcune Messe votive per il 4 luglio (festa dell’Indipendenza) e per il Giorno del Ringraziamento, e vorrebbero che questa data diventasse una giornata mondiale di preghiera. Il Campidoglio, il monumento di Washington, i memoriali di Lincoln e di Jefferson sono diventati luoghi santi per tutti e le cappelle «ecumeniche» prosperano. Dove conduce, dunque, la mentalità americana? Ubbidire all’autorità costituita è un precetto cristiano.

 

«Poiché non c’è autorità che non venga da Dio, e quelle che esistono sono costituite da Dio. Perciò chi si oppone all’autorità resiste contro l’autorità stabilita da Dio; e coloro che resistono attirano la condanna sopra sé stessi» (Rm 13 1-2).

 

Sopra: statua dedicata a George Washington scolpita nel 1840 e spostata dal Campidoglio al National Museum of American History di Washington D.C. Notate la grande somiglianza della scultura con il Baphomet, il demone androgino con le braccia nella posizione cabalistica «As Above So Below» («Ciò che è in alto è come ciò che è in basso»). Un caso?

 

Possiamo dedurre che San Paolo disapproverebbe il fatto di bruciare la bandiera. Ma avrebbe disapprovato anche che si faccia passare la falsa dottrina per quella vera 26. I primi cristiani furono martirizzati per essersi rifiutati di adorare l’imperatore di Roma. I cristiani di oggi adorano il popolo? Afferma San Pio X nel medesimo documento:

 

«La dottrina cattolica ci insegna che il primo dovere della carità non consiste nella tolleranza delle convinzioni erronee, per quanto sincere esse siano, né nell’indifferenza teorica o pratica verso l’errore o il vizio dove vediamo caduti i nostri fratelli, ma nello zelo per il loro miglioramento intellettuale e morale non meno che per il loro benessere materiale».

 

Sopra: «Una nazione sotto Dio». Troppo spesso il cattolicesimo americanofrutto di un compromesso tra la vera fede e i principî antitetici della rivoluzione.

 

Come diceva questo Santo Pontefice, a differenza della rivoluzione, la Chiesa

 

«non deve liberarsi del suo passato […]. Tutto ciò che occorre, è rianimare, con l’aiuto dei veri artefici di un rinnovamento sociale, le organizzazioni che la rivoluzione ha demolito e adattarle, nello stesso spirito cristiano che le ha ispirate, al nuovo ambiente naturale che risulta dallo sviluppo materiale della società di oggi. In effetti, i veri amici del popolo non sono né i rivoluzionari, né gli innovatorima i tradizionalisti».

 

 La Massoneria allorigine dellunità americana

 

Fino al 1770,

 

«le tredici piccole colonie anglo-americane, separate tra loro da spazi così considerevoli che occorrevano tre settimane alle lettere spedite dalla Georgia per arrivare nel Massachusetts, non avevano né lo stesso governo, né lo stesso genere di amministrazione, né la stessa religione, né gli stessi costumi, né le stesse abitudini sociali, e le razze formavano un mosaico bizzarro […]. Esse erano confuse le une con le altre. E nulla, né gli interessi commerciali, né la paura stessa, sembrava in grado di avvicinarle» 27.

 

Bisogna inoltre aggiungere che per ciò che riguarda la religione che, contrariamente alla Spagna, dove non si permetteva agli eretici di recarsi nelle colonie per timore di contaminazione, l’Inghilterra, aveva pensato che l’eretico fosse un prodotto da esportazione per eccellenza 28. Ne conseguì che in America non ci fu mai un’unità di fede.

 

Sopra: il 9 novembre 1620, dopo aver attraversato l’Atlantico a bordo del Myflower, un centinaio di padri pellegrini sbarcarono nel Massachusetts. Essi erano puritani, una confessione staccatasi nel Cinquecento dalla chiesa anglicana d’Inghilterra per via degli elementi troppo cattolici ancora presenti nell’anglicanesimo.

 

Se i pastori della chiesa episcopaliana, alla quale appartenevano gli ugonotti e gli olandesi, andavano a farsi ordinare in Inghilterra, i ministri congregazionalisti erano dei ribelli in potenza nei confronti della madrepatria, e attorno alla teocrazia che i puritani installarono nella Nuova Inghilterra si svilupparono rapidamente alcuni conflitti di spirito che favorirono la nascita di focolai liberali e democratici.

 

«Solo la Massoneria si impegnò in un’opera pacifica, profonda e prudente per preparare l’unità americana, senza la quale non avrebbe potuto nascere la libertà americana, e non sarebbero mai esistiti gli Stati Uniti» 29.

 

 

Sarebbe troppo lungo spiegare il suo radicamento e i mezzi con cui esercitò la sua influenza. Diciamo solamente che la nuova Massoneria intendeva superare tutte le religioni rivelate, che essa non voleva né rivelazione, né dogmi, né fede, che la sua convinzione era scientifica e la sua moralità sociale 30.

 

 La Dichiarazione dIndipendenza

 

Venne il momento in cui queste tredici colonie scossero il giogo della metropoli quando questa volle imporre loro tasse proibitive e non autorizzate da ciascuno degli Stati. Nel 1775, la resistenza delle colonie si trasformò in un’insurrezione generale. Fin dall’inizio delle ostilità si pensò ad una Dichiarazione d’Indipendenza. Jefferson venne incaricato di redigere questa Dichiarazione che fu proclamata il 4 luglio 1776.

 

• «Riteniamo evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che sono stati dotati, dal loro Creatore, di alcuni diritti inalienabili e che questi diritti sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità».

 

 «Questa Dichiarazione, ispirata da Locke, ma anche da Rousseau, afferma che l’oggetto di ogni governo è la garanzia dei Diritti dell’Uomo, che ogni governo deve ottenere i suoi poteri dal consenso dei governati, e che se il governo cessa di garantire questi diritti è dovere del popolo modificarlo o abolirlo» 31.

 

Sopra: la Dichiarazione d’Indipendenza viene promulgata da Washington.

 

Bisogna notare che

 

• «dal 1770, i principî contenuti nelle Dichiarazioni dei Diritti americana e francese erano agli occhi di molti verità riconosciute. I legislatori d’Europa e d’America non inventarono nulla […]. Ma fu il popolo americano ad offrire loro per primo un riparo, che come popolo li accettò e li mise in pratica, mentre in Europa se ne discuteva ancora in modo vago, astratto e confuso» 32.

 

 «Per i massoni d’Europa e per i loro amici, la Dichiarazione d’Indipendenza diventò il vangelo della libertà politica» 33.

 

 

L’insurrezione durò otto anni, dal 1775 al 1783. I soldati scrivevano sui loro cappelli il motto «la libertà o la morte», e molti, si dice, la portavano nel loro cuore.

 

 La formazione dei due partiti americani

 

Dopo la Convenzione del 1787, che ebbe luogo a Philadelphia, quando fu il momento di sottoporre – in una nazione in cui tutto era ancora da fare – la nuova Costituzione per l’approvazione degli Stati e del popolo, la nazione si divise in due: federalisti e anti-federalisti. I federalisti desideravano un’estensione del potere federale.

 

Gli anti-federalisti si chiamavano così, non perché fossero ostili al governo federale, ma perché volevano che i suoi poteri fossero limitati. Ben presto, essi furono chiamati «repubblicani». Era un modo di accusare i loro avversari di essere se non dei monarchici, almeno dei «monocrati». Il dibattito fu sia economico che politico. I federalisti rappresentavano i ricchi negozianti e i capitalisti, e tendevano verso un’America industriale. I repubblicani, che raggruppavano i pionieri e i coltivatori, si orientavano verso un’America agricola. Su un piano umano,

 

• «di fronte al federalismo che voleva reprimere l’individuo per conservare le sue virtù, i repubblicani ricordarono i Diritti dell’Uomo. Alle idee di costrizione e di disciplina religiosa, essi opposero quelle di spontaneità, di libertà e di entusiasmo religioso» 34.

 

 «Guardando le cose con distacco, si può dire che i repubblicani erano democratici e i federalisti aristrocratici, o più esattamente ancora, che i repubblicani rappresentavano il cittadino contro i poteri, e i federalisti il potere che assiste i notabili» 35.

 

Sopra: nel tempo, il Partito Repubblicano scelse come simbolo

l’elefante, mentre quello Democratico scelse l’asino.

 

 Lopinione americana di fronte alla Rivoluzione Francese

 

Innanzitutto, in America tutti salutarono con molto entusiasmo il vento della libertà che si mise a soffiare sul suolo di Francia.

 

 George Washington

 

Fin dall’aprile del 1789, Washington, da poco eletto Presidente degli Stati Uniti, espresse l’opinione generale quando scrisse che

 

«la Rivoluzione Americana […] ha aperto gli occhi di tutte le nazioni d’Europa, in cui le idee di libertà e di uguaglianza prendono ovunque piede» 36.

 

Sopra: George Washington con le insegne massoniche. Notate la Cazzuola in mano (uno degli attrezzi del Libero Muratore) e l’Occhio onniveggente sul Campidoglio. Sotto, la scritta: «La paternità di Dio… la fratellanza dell’uomo».

 

In Francia, Washington era visto come «l’eroe massonico che si era ribellato suo malgrado», e questa immagine serviva «a provare la santità della ribellione» 37.

 

Sopra: un altro quadro che raffigura George Washington con i paramenti della Massoneria. Notate alla sinistra la lettera «G», che nei Gradi più alti viene interpretata come «Generazione», ossia il culto degli organi sessuali.

 

Benjamin Franklin

 

Quanto a lui, il 5 novembre 1789, Franklin, dichiarò:

 

• «Spero che il fuoco della libertà, che si sta estendendo a tutta l’Europa, agisca sui Diritti dell’Uomo come la fiamma sull’oro, purificandoli senza distruggerli; solo allora un amico della libertà potrà avere come patria tutti i Paesi della cristianità» 38.

 

 «Washington e Franklin sono le due colonne senza le quali il tempio della libertà americana sarebbe immediatamente crollato, e sia Washington che Franklin sono due eminenti massoni» 39.

 

Sopra: stampa che rappresenta Benjamin Franklin con le insegne della sètta massonica. Anche in questo caso, appare in alto a destra la lettera «G»….

 

Franklin divenne massone in Francia; egli venne eletto Venerabile della brillante Loggia delle Nove Sorelle per ben due volte. Postosi al centro della Massoneria intellettuale ed elegante della Francia, Franklin – il cui «sorriso intelligente incantava Parigi» – poté manovrare e in seguito divenire, nel 1777, l’artefice dell’avvicinamento franco-americano.

 

«Secondo il suo spirito, forgiato dall’atavismo e dall’educazione protestante e democratica di Boston, Franklin concepiva una religione morale che avrebbe distrutto i dogmi e sarebbe divenuta l’unica religione» 40.

 

Egli morì nel 1790 e, di conseguenza, non entrò nella storia dello scontro tra i due partiti americani.

 

 I repubblicani: Thomas Jefferson e levoluzione politica del suo partito

 

Il leader dei repubblicani era Thomas Jefferson. Fu intorno alla sua persona che si cristallizzò lo scambio dello spirito rivoluzionario tra la Francia e l’America. Egli sostituì Franklin all’ambasciata americana in Francia dal 1785 al 1789, fatto che fece esclamare allo scrittore francese André Maurois (1885-1967), nella sua Histoire des ÉtatsUnits:

 

«La Francia aveva dato La Fayette all’America, e questa si sdebitava dando Jefferson alla Francia, che consigliava ai suoi amici di Parigi il radicalismo nelle idee e la moderazione negli atti, una combinazione familiare ai Paesi anglosassoni, ma instabile nei Paese latini».

 

Sopra: André Maurois e la sua opera Histoire des États-Units.

 

In effetti, Jefferson

 

«non disdegnò di occuparsi di politica francese e di dare consigli […]. Egli spinse all’azione un gruppo molto influente di giovani nobili e di scienziati da cui era ammirato e ascoltato» 41.

 

Jefferson tornò negli Stati Uniti alla fine del 1789, essendo stato nominato Segretario di Stato da Washington.

 

«Là egli poté esporre a viva voce tutto ciò che aveva visto, e, con i suoi discorsi e con la sua serenità, impressionò profondamente tutta l’opinione americana. A Parigi, aveva visto la nascita dei club e delle società che sostenevano la rivoluzione. Allo stesso modo, con pazienza e con abilità, egli cominciò ad organizzare negli Stati Uniti il Partito Repubblicano» 42.

 

Sopra: la tomba di Jefferson al Monticello Graveyard,

in Virginia. L’Obelisco è un altro simbolo massonico.

 

«Traendo dagli esempi francesi ciò che gli sembrava assimilabile all’America», Jefferson poggiò sulla dottrina francese «che gli serviva ad elaborare la sua. Il suo Partito divenne un Partito nazionale con delle vedute e con una missione mondiali» 43. Le mode rivoluzionarie fecero presto presa sugli spiriti più evoluti. Si diceva:

 

«Cittadino Adams…, cittadino Jefferson…. Alcune società democratiche imitarono i club francesi. A New York, “King street” diventò “Liberty street” […]. La parola “giacobino”, ritenuta un’offesa dal vocabolario delle classi dirigenti, divenne un elogio nel vocabolario dell’opposizione» 44.

 

Le coccarde tricolori erano ostentate dai repubblicani, mentre la coccarda nera era diventata il simbolo esteriore dell’adesione ai principî federalisti. Questi ultimi finirono per avere la meglio presso le sfere governative a partire dal 1794, in parte anche a causa del fatto che era stato constatato che in seno all’Università c’era una sorprendente irriverenza verso gli esercizi religiosi, e che questa ondata di immoralità era stata attribuita all’influenza esercitata dalle idee francesi.

 

 

Quando poi si scoprì che il Ministro degli Esteri CharlesMaurice de Talleyrand (1754-1838) aveva cercato di estorcere del denaro a tre commissari che il Governo degli Stati Uniti aveva inviato a Parigi, un’immensa indignazione prese corpo contro la Francia. Tuttavia, nel 1798, i repubblicani ripresero la loro campagna democratica e mistica basandosi sulle idee che allora erano dette «francesi». In quel momento, si poté constatare che

 

«il religioso rispetto nei confronti della Francia è intimamente legato alla fede nei Diritti dell’Uomo. Essi sono diventati un culto. Non sono più come nel 1776 una mescolanza di spirito biblico e di sentimento nazionale. È oramai una vera e propria religione che domina» 45.

 

 

Tale culto tende ad escludere ogni altra forma di religione. Il trionfo di Jefferson, eletto terzo Presidente degli Stati Uniti nel 1800, fu accolto come il trionfo delle idee francesi. Cosa paradossale in quest’uomo, che nel 1788 biasimava la Costituzione degli Stati Uniti giudicandola troppo monarchica e centralizzata; quando egli governò per otto anni, lasciò il potere centrale più forte che nel 1800.

 

Lui, l’amico della Francia, fu l’artefice della scissione definitiva tra la Francia e gli Stati Uniti. Lui, che esaltava la moderazione negli atti, amava dire che «l’albero della libertà dev’essere di tanto in tanto annaffiato dal sangue dei patrioti e dei tiranni». In effetti, egli era un difensore accanito ed incondizionato della libertà che, nei suoi scritti, sembra essere il fine estremo di tutto, e che, malgrado tutte le atrocità commesse sul suolo di Francia, lo conserverà fino alla fine nella sua determinazione a sostenere la Rivoluzione Francese.

 

Nel 1793, egli scrisse a William Short (1759-1849), il suo successore a Parigi come incaricato agli Affari Esteri:

 

 «Il tono delle (vostre) lettere è stato per me estremamente doloroso a causa della virulenza con cui condannate le misure adottate in Francia dai giacobini […]. Molti colpevoli sono stati giustiziati sommariamente senza alcuna forma di processo, e tra essi anche alcuni innocenti. Li deploro […]. Ma il tempo, che svela poco a poco la verità su tutto, renderà loro giustizia e santificherà la loro memoria. Grazie al loro sacrificio, la posterità potrà così godere di questa libertà per la quale non avrebbero esitato ad offrire la loro vita. La libertà del mondo intero dipendeva dalla riuscita di questo scontro, ed un tale trofeo è mai stato pagato con così poco sangue versato? Avrei preferito vedere metà della terra devastata piuttosto che assistere all’insuccesso della nostra causa» 46.

 

• «Se in ogni Paese non restassero che Adamo ed Eva, ma gaudenti della loro libertà, la Terra sarebbe un posto molto migliore di quanto non lo sia attualmente» 47.

 

 

James Madison

 

Nel Partito repubblicano, a fianco di Jefferson, incontriamo James Madison (1751-1836) e James Monroe (1758-1831), che gli succedettero uno dopo l’altro alla presidenza degli Stati Uniti. Madison, «un uomo di bassa statura, pallido, timido, erudito e spirituale per la
chiarezza delle sue idee, la sua moderazione e la dolcezza del suo carattere»
 48, contribuì in modo determinante al successo della Convenzione del 1787. Egli è considerato anche il padre della Costituzione americana. Madison condivideva interamente l’ottimismo di Jefferson quando questi dichiarava:

 

«La mia fiducia nella ragione delluomo e nelle sua capacità di governarsi è tale che non provo alcun timore nel vederla seguire le proprie inclinazioni» 49.

 

 

Non sembra che questo fosse proprio il suo pensiero, perché amava dire che, se gli uomini fossero degli angeli, non occorrerebbe alcun governo. Checché ne sia, egli orchestrò con gli altri leader repubblicani tutta una campagna dove si tentò di dimostrare quanto la morte di Luigi XVI (1754-1793) fosse legittimata dai pericoli che la Francia correva e dai crimini compiuti dalla monarchia.

 

 James Monroe

 

Probabilmente Monroe condivideva questo punto di vista, poiché era così penetrato dall’ideale rivoluzionario, radicato in lui sotto forma di una specie di misticismo, che questo gli permise di superare l’irritazione che provò contro il governo del suo Paese quando fu inviato in missione in Francia nel 1794 con istruzioni ingannevoli, mentre erano stati intavolati dei negoziati con l’Inghilterra senza che egli ne fosse stato messo al corrente.

 

 

 I federalistiJohn Adams

 

Dal canto loro, i federalisti non stavano con le mani in mano. Il fatto che la Rivoluzione Francese si evolvesse verso un radicalismo sempre più avanzato e che ogni speranza di conclusione svanisse, andò a rafforzare la loro posizione. Tra essi, John Adams

 

«rappresentava l’atteggiamento dei federalisti della Nuova Inghilterra, e si rallegrava di vedere la nascita di una nobiltà in America, e di farne parte» 50.

 

 

Scriveva Adams:

 

«Troppi francesi seguono in ciò troppi americani, e dopo sospirano l’uguaglianza delle persone e delle condizioni. Ahimè, l’Onnipotenza di Dio ha reso questo sogno irrealizzabile e i difensori della libertà che proveranno a raggiungerlo andranno sicuramente incontro ad un insuccesso» 51.

 

John Adams si schierò con la politica francofila di Washington, al quale succedette nel 1797; in lui ci fu sempre una certa diffidenza verso la Francia, mescolata tuttavia ad un’ammirazione per il progresso delle sue scienze e per la sua diplomazia. Nel 1812, egli scrisse a Thomas McKean (1734-1817):

 

«Nella Rivoluzione Francese voi avete visto un messaggero della grazia, mentre io non vi ho visto che uno spiritello diabolico» 52.

 

Fischer Ames

 

Oltre ai personaggi di primo piano, ci siamo soffermati sull’opinione di Fisher Ames (1758-1808), che fu anch’egli un

 

«ardente federalista e fece parte di coloro che di fronte all’estremismo dei rivoluzionari francesi, dopo il 1792, provarono un sentimento di incomprensione e di panico» 53.

 

Egli scriveva:

 

«Affinché cominci il regno della libertà è necessario porre fine al potere della moltitudine. Il nuovo ordine delle cose in Francia è peggiore dell'”Ancien Régime”. La maggior parte delle persone attribuiscono questo insuccesso ad un eccesso di libertà. Pensano che si sia usato troppo liberamente di una cosa fondamentalmente buona» 54.

 

 

Alexander Hamilton

 

Il più focoso dei federalisti e colui che criticò più in profondità le cose, fu Alexander Hamilton (1757-1804). Egli fu una delle più brillanti intelligenze della sua epoca, l’uomo che creò le strutture finanziarie della nazione americana e che divenne l’eminenza grigia di Washington. Preoccupato scrisse:

 

«Da un po’ di tempo, alcune opinioni si sono fatte strada negli animi minacciando le fondamenta della religione, della morale e della società. La rivelazione cristiana è stata attaccata e sostituita con il dogma della religione naturale» 55.

 

Egli si mostrò profondamente urtato dagli eccessi della Rivoluzione Francese:

 

«Quando scopro la dismisura, il disordine e la violenza che dominano al posto della ragione e del sangue freddo, lo riconosco, provo gioia nel constatare che non esiste alcuna somiglianza tra ciò che è stata l’insurrezione americana e ciò che oggi avviene in Francia, e che la differenza tra queste due cause non è meno grande di quella che separa la libertà dall’eccesso» 56.

 

 

Nonostante queste parole, non bisogna però dimenticare che la successiva Guerra di Secessione tra federati e confederati del 1860 causò 600.000 morti (senza contare il genocidio dei nativi americani…).

 

Latteggiamento paradossale dei pastori della Nuova Inghilterra

 

I pastori della Nuova Inghilterra,

 

«finché poterono utilizzare la mistica francese come uno stimolante della vecchia fede, non manifestarono ostilità contro le tendenze rivoluzionarie, ricordandosi probabilmente quanto esse avevano spinto gli Stati Uniti sulla via dell’indipendenza. Protestarono poco o nulla contro la morte di Luigi XVI. Fecero sentire solamente le loro grida di gioia quando seppero della lotta ingaggiata dalla Francia contro il cattolicesimo. Da anni essi predicavano labbattimento del papismo e del dispotismo. Da anni essi cercavano di unificare i dogmi del cristianesimo e lo zelo per la libertà, e a rinsaldare l’uno con l’altro 57 […]. Nella Rivoluzione Francese essi non videro che lo slancio mistico, l’eroico liberalismo, il deismo cristiano. Sembrò loro che si trattasse di una forza nuova e formidabile che operava nella loro stessa direzione e che era strumentalizzabile» 58.

 

Ma di fronte all’evoluzione degli avvenimenti in Francia e all’atteggiamento assunto dal partito francese d’America (ossia dal Partito Repubblicano), quando si capì che il libro di Padre Augustin Barruel s.j. (1741-1820) Mémoires pour servir a lhistoire du jacobinisme («Memorie per servire alla storia del giacobinismo»), apparso in Inghilterra, in cui la Rivoluzione Francese veniva definita come l’anticristo, aveva visto giusto, si svilupparono alcune vedute

 

«che dovevano piacer loro e corrispondere alla loro tendenza mistica, permettendo una chiamata al fervore che questa volta non sarebbe più stato innestato sulla mistica rivoluzionaria, ma che gli sarebbe stato opposto […]. La Francia, prima papista, monarchica e corrotta, poi bruscamente sconvolta da un misterioso soffio di misticismo nuovo e demoniaco, non offriva forse uno scenario da fine del mondo, la bestia di fronte alla quale l’America, pura e cristiana, l’unica sulla retta via, rappresentava la chiesa decimata, ma ancora sulla breccia»? 59.

 

Sopra: Padre Barruel e il suo libro in più volumi

Mémoires pour servir a l’histoire du jacobinisme.

 

Robert Morris

 

C’è un personaggio un po’ in disparte nel bel mezzo di tanti dibattiti così appassionati, di cui non si può tacere il nome, non solo a causa del numero delle sue testimonianze, ma anche per la solidità del suo giudizio. Si tratta del Governatore Robert Morris (1734-1806), un personaggio molto apprezzato da numerosi storici, e in particolare dal filosofo, storico e critico letterario francese Hyppolite Adolphe Taine (1828-1893). Giunto a Parigi nel 1789, ministro plenipotenziario dal 1792 al 1794, egli ebbe l’incarico di informare Washington sugli avvenimenti in terra di Francia.

 

«Abbastanza pessimista per temperamento, egli osservò con minuziosità lo svolgimento della Rivoluzione e si compromise quando tentò di salvare Luigi XVI e la monarchia» 60.

 

 

Osservatore perspicace che conosce cos’è la pasta umana, Morris era un disilluso:

 

«Il partito centrista (quello della Costituente), che è quello dell’onestà e del diritto, trae purtroppo le sue concezioni politiche dai libri […]. Ma siccome capita che gli uomini reali siano molto diversi da quelli che abitano i sogni dei filosofi, non è sorprendente che i sistemi di governo usciti dai libri siano in generale solamente buoni per ritornarvi» 61.

 

Nell’atmosfera della polemica americana di quei tempi, questa voce del buonsenso è apprezzabile.

 

 Giudizio sulla storia di questo periodo

 

In occasione dell’uscita del libro pubblicato nel 1991 di JeanPierre Dormois e di Simon P. Newman intitolato Vue dAmérique. La Révolution Française jugée par les Américains («La Rivoluzione Francese giudicata dagli americani»), si è cercato di dimostrare l’impatto che la Rivoluzione Francese ebbe sull’opinione americana, certamente divisa, ma nell’insieme, e soprattutto  tra il popolo, favorevole alle idee francesi.

 

 

Resterebbe da dimostrare l’influenza americana sullo spirito rivoluzionario in Francia alla vigilia della Rivoluzione. Si pensi alla formidabile novità che costituiva all’epoca la creazione degli Stati Uniti di fronte alle sovranità europee, delle strutture repubblicane che si erano dati e che venivano ad incoronare un stato d’animo in cui

 

«la mistica del diritto divino era stata gradatamente sostituita da una mistica dei diritti del popolo e della moralità spontanea» 62.

 

A ciò si aggiungeva il fatto che «fino ad allora, le rivoluzioni erano state considerate come dei crimini sociali» e che ora invece si vedeva in esse «il compimento di una delle più alte funzioni, sociali» 63. A questo riguardo, lo storico francese René Rémond (1918-2007) nella sua Histoire des ÉtatsUnis, non esita ad affermare che il movimento che ha condotto gli Stati Uniti al rifiuto da dipendere dall’Inghilterra è

 

«all’origine dell’ondata rivoluzionaria che, ripresa ed amplificata dalla Rivoluzione Francese, provocò di epoca in epoca il crollo delle monarchie, fino alla Rivoluzione bolscevica del 1917 […]. La Rivoluzione Americana è allo stesso tempo la madre di tutte le rivoluzioni e di tutti i moti d’indipendenza».

 

Sopra: René Rémond e il suo libro Histoire des États-Unis.

 

A costo di ripeterci, ma nell’interesse dei nostri lettori, riteniamo utile citare qui un lungo passo estratto dall’opera del pensatore francesco Jacques Ploncard dAssac (1910-2005) intitolata Le poids des clefs de Saint Pierre («Il peso delle chiavi di San Pietro»), in cui viene rievocata la responsabilità dell’America nello stato attuale del mondo:

 

«Gli Stati Uniti hanno una responsabilità schiacciante, insieme e subito dopo la Francia, nello sviluppo delle false idee filosofiche, politiche ed economiche. Esiste un legame indiscutibile e del resto indiscusso, tra l’indipendenza americana e la Rivoluzione Francese. L’una e l’altra hanno gettato le basi dell’irregolarità organizzata e sistematizzata di tutte le attività umane. Tuttavia, in Francia si è almeno sviluppata una forte corrente cattolica e controrivoluzionaria che ha potuto, nel bene e nel male, opporsi ai funesti principî del 1789 […].

 

Purtroppo, nulla del genere si è verificato negli Stati Uniti, in cui i principî democratici della Dichiarazione d’Indipendenza non sono mai stati seriamente minacciati, salvo forse durante la Guerra di Secessione. La società americana è il frutto di quattro fattori: innanzitutto del protestantesimo […]. In secondo luogo, dello spirito del XVIII secolo, detto talvolta del 1789, o più generalmente dei Diritti dell’Uomo e del cittadino […]. La molla intima di questi due fattori, che li legò e li fece passare allo stadio pratico e d’azione, furono – impossibile ignorarle – le Società Segrete. Primariamente la Massoneria, un’autentica istituzione nazionale, ma anche tutta una gamma di sètte minori, mescolate con una certa messa in scena, con la mistificazione e con l’attività bizzarra, legate tra loro da un comune antropocentrismo e sempre orientate contro il cattolicesimo.

 

Sopra: simbologia massonica. Notate in alto la Civetta,

l’animale sacro alla sètta degli Illuminati.

 

E, sia chiaro, anche delle Società Segrete degli alti Gradi, legate all’ebraismo. Ed ecco sopraggiungere il trionfo di un’incontestabile prosperità materiale che infonde alla società americana la certezza della bontà dei suoi principî, giustificandoli e cristallizzandoli attorno al capitalismo, all’arricchimento e al benessere, i nuovi valori supremi ai quali i poveri emigrati non chiedono che di crederci» 64.

 

Sopra: Jacques Ploncard d’Assac e il suo

libro Le poids des clefs de Saint Pierre.

 

 

Nel XVIII secolo, la Francia e l’America sono state «un meraviglioso eccitante l’una per l’altra» 65. «Lintellettualismo francese e la religiosità americana hanno formato un torrente che ha sconvolto il mondo» 66. Tramite la Dichiarazione d’Indipendenza, l’America ha fatto passare «dal campo della speculazione e della polemica a quello della credenza popolare, della pratica e del sentimentalismo» 67 gli ideali di libertà, di uguaglianza, di sovranità del popolo che, in Francia, sotto l’influenza della Massoneria, furono ricevuti con premura ed eretti ad assoluto, finendo per soppiantare la fede secolare della cristianità.

 

Ci fu una sorta di spaccatura che sembra assorbire lo spirito del filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973) – forse questa non fu per lui una conquista? – quando, seguendo l’esempio dei pastori della Nuova Inghilterra che cercavano di «unificare i dogmi del cristianesimo e lo zelo per la libertà, e a rinsaldare l’uno con l’altro» 68, scrisse al Generale Charles de Gaulle (1890-1970), parlando probabilmente degli Stati Uniti, il 21 novembre 1941:

 

«Penso che l’immensa missione che la Provvidenza ha affidato al movimento, di cui lei è il leader, è di dare al popolo francese la possibilità di riconciliare nella sua stessa vita il cristianesimo e la libertà, queste due tradizioni di fedeltà spirituale e di emancipazione temporale, la tradizione di San Luigi e quella della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo».

 

 

Non si tratta forse di un’affermazione simile a quella di certi ferventi e zelanti cristiani del XIX secolo che pensavano che «Pio IX avrebbe “coniugato la religione e la libertà” come si diceva allora»? Ma come sappiamo, Pio IX (1792-1878) oppose a questa corrente di pensiero il suo «non possumus» («Non possiamo»). Il fatto è che la libertà conquistata dagli insorgenti 69, esaltata dai rivoluzionario francesi e che autorizzava tutto, è stata in qualche modo e per definizione il frutto di una ribellione.

 

Sopra: S. S. Papa Pio IX.

 

Ora, la libertà cristiana è tutt’altra cosa. Essa è un dono di Dio che deve condurre ad un atteggiamento fondamentale di accettazione, di dipendenza acconsentita, di rispetto dell’autorità fino al momento in cui appare evidente che è meglio ubbidire a Dio che agli uomini. Tra queste due concezioni c’è la stessa distanza che separa il fiat di Maria SS.ma dal non serviam tibi («Non ti servirò») di Lucifero. Come ebbe a dire giustamente Giovanni Spadolini (1925-1994), pur essendo un politico liberale e repubblicano,

 

«la libertà cattolica non ha niente a che spartire con la libertà dei liberali. Essa non cerca di liberarsi da qualcosa, ma di sottomettersi a qualcosa» 70.

 

 

 

«Secondo i bisogni dei suoi progetti politici, la Massoneria crea nuove obbedienze, come il Grande Oriente distaccatosi da Londra nel 1771-1773 in previsione della Guerra d’Indipendenza americana, preparata dalla dissidenza delle Logge “degli Anziani” dell’irlandese Lawrence Dermott in Inghilterra con l’aiuto di Benjamin Franklin (iniziato a Filadelfia nel 1730), il quale riuscì ad instaurare uno Stato Federale, apparentemente democratico, ma dove largento è re e i banchieri sono padroni, come è simboleggiato perfettamente dalla scultura nella quale Washington appare – a Chicago – con la mano nella mano del suo Segretario del Tesoro Morris da una parte, e dall’altra di Haim Salomon, finanziatore generale dei sussidi olandesi (tramite Grand e Honegguer), francesi e spagnoli, che sostenevano la lotta» 71.

 

Sopra: da sinistra, il massone irlandese Lawrence Dermott

e il banchiere ebreo Haim Salomon.

 

Sopra: gruppo monumentale (scolpito nel 1944) a Chicago, nell’Illinois. Da sinistra, Haim Salomon, George Washington e Lawrence Dermott. Washington stringe le mani alla Massoneria e all’Alta Finanza, i due poteri senza i quali non avrebbe potuto fare alcuna rivoluzione.

 

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Note

 

1 Traduzione dall’originale francese Où conduit la mentalité américaine? (Action Familiare et Scolaire, Parigi s.d.), a cura di Paolo Baroni.

Nota redazionale: Nell’ora in cui gli Stati Uniti d’America si atteggiano a campioni del Diritto Internazionale e a leader incontestabili nell’edificazione di un «Nuovo Ordine Mondiale», non è superfluo ricordare quali uomini furono i loro fondatori e su quali principî poggiarono il loro operato. Solange Herz (1920-2015), autrice cattolica statunitense di eccellenti studi storici e religiosi, mostra in questo articolo (originariamente intitolato «Whither the American Way»), apparso sulla rivista A Propos (nº 8, 1990), ciò che fu la Rivoluzione Americana, i suoi legami con la Rivoluzione Francese che la seguì a ruota, e la sua saturazione di spirito massonico.

2 Tra i tanti libri su questo argomento ricordo l’opera di Padre Augustin Barruel s.j. dal titolo Storia del giacobinismo: Massoneria e Illuminati di Baviera (Oggero Editore, Carmagnola 1989).

3 Fu al Congresso della Virginia del 1775 che l’avvocato Patrick Henri (1736-1799) e il più brillante oratore della Rivoluzione Americana, esclamò: «La vita è così cara o la pace così dolce che si acquistano al prezzo delle catene e della schiavitù? Dio onnipotente ce ne scampi! Ignoro quale partito sceglieranno gli altri; per quel che mi riguarda, datemi la libertà o datemi la morte»!

4 Bisogna forse vedere in questo motto un’allusione all’età d’oro di cui parla il poeta latino Virgilio («Magnus ab integro sæclorum nascitur ordo»; «Ecco che rinasce dal suo inizio il grande ordine dei secoli»; Egloghe IV)? Oppure la costruzione di un Nuovo Ordine Mondiale?

5 Condorcet, che era Segretario dell’Accademia delle Scienze e sostenitore delle nuove idee, appoggiava la Rivoluzione Americana ed era stato nominato cittadino onorario della città di New-Haven, nel Connecticut, nel 1785. Le tre opere citate nell’articolo sono rispettivamente del 1786, 1787 e 1788.

6 La violenta rottura tra le tredici colonie del Nord America e l’Inghilterra si consumò durante la Guerra d’Indipendenza (1775-1782), detta anche «Rivoluzione Americana». I coloni rifiutarono con crescente irritazione la tutela economica, e in particolare le tasse che Londra imponeva, tanto che alcune sanguinose rivolte esplosero a Boston nel 1770 e nel 1773. A partire dal 1770, i sostenitori dell’Indipendenza ebbero l’idea di farsi rappresentare in Europa, e particolarmente in Francia, da alcune personalità fuori dal comune che seppero guadagnarsi le simpatie, costituire un gruppo di pressione, ottenere degli appoggi, e reclutare alcuni talenti, soprattutto militari. Primo tra tutti, Benjamin Franklin, universalmente celebre e idolo dei francesi. Egli riuscì brillantemente ad imporre la rappresentanza del Congresso Continentale (vedi nota nº ), tra il 1776 e il 1785, e riuscì ad ottenere l’alleanza con la Francia (1778). John Adams, secondo Presidente degli Stati Uniti, sostituì a Parigi Silas Deane che dal 1771 al 1778 arruolò tutti i militari non americani citati in questo articolo, salvo Kosciuszko, evidentemente Rochambeau, Comandante del corpo di spedizione francese, e de Grasse, capo della flotta reale. Jefferson, che doveva diventare il terzo Presidente degli Stati Uniti, succedette a Franklin e passò cinque anni a Parigi tra il 1784 e il 1789. John Jay (1745-1829) raggiunse Parigi nel 1782 per restarvi due anni; egli cercò di isolare la Francia negoziando separatamente con l’Inghilterra alla vigilia del Trattato di Versailles (1783) che pose fine alla guerra e riconobbe l’Indipendenza degli Stati Uniti.

7 Friedrich Wilhelm Von Steuben era un Capitano in pensione dell’esercito prussiano. Egli fu raccomandato dal conte di Saint Germain, Ministro della guerra, a Washington, che lo nominò Generale. Von Steuben combattè agli ordini di La Fayette e, durante il combattimento decisivo di Yorktown (1781), comandò una delle tre divisioni di Washington. Kalb era invece un ufficiale tedesco che aveva servito in un reggimento dell’esercito francese. Egli partecipò alla guerra d’Indipendenza come Generale e morì in combattimento. Kosciuszko era un patriota polacco che partecipò alla guerra d’Indipendenza americana come Colonnello del genio. Ritornato in Europa, egli combatté per l’indipendenza della Polonia. Anche Pulaski era un patriota polacco che si arruolò nell’esercito americano dove divenne Generale della cavalleria. Fu ferito mortalmente durante l’assedio di Savannah. Rochambeau era il capo del corpo di spedizione francese. De Grasse, che era il Comandante dello squadrone francese, e La Fayette contribuirono particolarmente alla vittoria decisiva di Yorktown, il 19 ottobre 1781, che segnò praticamente la fine delle ostilità.

8 Orestes Brownson fu uno spirito fertile, autore di parecchie opere teologiche, filosofiche e politiche. Egli ebbe una vita religiosa assai movimentata prima di diventare cattolico (nel 1844) per restarvi fino alla morte.

9 La formula «destino manifesto» («manifest destiny»), lanciata nel 1845, esprimeva la credenza secondo cui la giovane nazione americana rispondeva ad un disegno provvidenziale. Questa dottrina servì infatti a giustificare politicamente l’espansione territoriale degli Stati Uniti, ad esempio con l’annessione dell’Oregon o a riguardo del Messico.

10 Il Metropolitan Museum of Art di New York fu fondato nel 1870.

11 Leone XIII, Papa dal 1878 al 1903, fu giudicato liberale in certi suoi atti politici, ma mai nella sua dottrina.

12 Al Quarto Comandamento «Onora il padre e la madre», si ricollegano tradizionalmente i doveri verso la patria.

13 Il celebre ed intrigante scrittore Beaumarchais apparteneva alla lobby americana. Sotto la copertura di un’impresa di import-export, spagnola come Figaro, egli procurò armi e navi agli insorti, ma senza riuscire ad incassare un soldo. I suoi eredi si ostinarono, e nel 1835 il Congresso accordò loro qualche risarcimento.

14 La guerra del 1812, scatenata dagli Stati Uniti contro l’Inghilterra per salvaguardare la libertà dei mari, chiamata talvolta «la seconda guerra d’Indipendenza», durò una trentina di mesi e si concluse senza vincitori, né vinti. È all’uscita di questo conflitto che fu adottato l’inno nazionale The Star Spangled Banner.

15 William Franklin, figlio naturale di Benjamin Franklin, Governatore reale del New Jersey nel 1763. Al momento della ribellione, il suo fermo attaccamento all’Inghilterra lo mise
in disaccordo con il padre; gli insorti lo tennero per due anni in prigione. Nel 1782, egli venne definitivamente esiliato in Inghilterra, e più tardi si riconciliò con il padre.

16 «Geezer»«holdy»«oldster»«old goat», epiteti che potrebbero essere pressappoco tradotti come «scemo», «spennato», «vecchia capra» o «vecchio caprone».

17 «Grandame»«gramfer»«granther»«granam»«beldam»«gransire», alcuni dei quali derivano dal francese antico.

18 Quattro Presidenti degli Stati Uniti hanno il viso scolpito su diciotto metri d’altezza nel granito del monte Rushmore, nel Dakota: Washington, Jefferson, Lincoln e Theodore Roosevelt. Questo monumento venne aperto al pubblico nel 1912.

19 Si tratta del secondo Presidente degli Stati Uniti, citato alla nota nº 6.

20 Riportata dal pastore anglicano Parson Weems (in odore di Massoneria) nel suo libro The Life and Memorable Times of George Washington. Questa opera servì soprattutto alla creazione del mito delle virtù di Washington. Si vuol far credere che Washington bambino, avendo abbattuto per divertirsi il più bell’albero da frutto di suo padre, fu costretto a confessare il malfatto senza mezzi termini, dichiarandosi incapace di mentire. In inglese, la frase «farher, I cannot tell a lie» («Padre, mi è impossibile mentire»), rapidamente passata nel folclore americano, è usata spesso con ironia.

21 Il Congresso continentale, costituito dai delegati dei primi tredici Stati americani, ex colonie, fu il governo di fatto, poi di diritto, degli Stati Uniti sotto una forma o un’altra durante i primi quindici anni (1774-1789). Il primo Congresso continentale (1774) protestò contro le decisioni del Parlamento britannico e incitò le colonie ad armarsi per difendere i loro diritti. Il secondo Congresso continentale, riunito a Philadelphia, adottò la Dichiarazione d’Indipendenza il 4 luglio 1776. Essa venne redatta principalmente da Jefferson e rivista da personalità come Franklin. Fu il congresso che nominò Washington alla guida dell’esercito insorto (1776) e che firmò l’alleanza con la Francia (1778). Nel
1789, esso trasmise i suoi poteri al primo governo federale, sotto la presidenza di Washington.

22 L’americanismo, uno stato d’animo americano tendente ad adattare quanto più possibile la vita della Chiesa agli ideali della cultura moderna, sembra essere nato con gli Stati Uniti. In questa ideologia l’accento viene posto sulle «virtù attive» (filantropia, democrazia, eugenetica), mentre le attività «passive» sono disprezzate. Alla Chiesa si chiede:

  • di attenuare il rigore delle sue esigenze a riguardo dei convertiti;
  • di mettere in risalto ciò vi è in comune tra i cattolici e gli altri cristiani;
  • di minimizzare le differenze.

Nella Lettera Apostolica Testem benevolentiæ (del 22 gennaio 1899), indirizzata al Cardinale Gibbons, Papa Leone XIII condannò l’americanismo in termini moderati, ma definitivi, evitando di fare dei nomi. L’eresia americanista, così soffocata, si fece più discreta, per riapparire vigorosa a ricongiungersi con il neomodernismo dopo la morte di Pio XII.

23 Il Cardinale John Gibbons, Arcivescovo di Baltimora e secondo Cardinale nordamericano, godeva di un grandissimo prestigio. Egli era un ammiratore e un sostenitore della Costituzione americana, ivi comprese le implicazioni della separazione tra Chiesa e Stato. Fu a lui che Leone XIII inviò la lettera di condanna del dell’americanismo. John Ireland, Arcivescovo di Saint Paul, nel Minnesota, ben disposto nei confronti delle idee liberali e democratiche, si mostrò favorevole all’americanismo.

24 Nel 1826, William Morgan, massone disilluso che si preparava ad esporre la realtà del lavoro delle Logge, venne rapito e molto probabilmente assassinato. Questo avvenimento fece insorgere l’opinione anti-massonnica, e, nel 1828, venne creato un partito anti-massonnico che minacciò seriamente l’egemonia politica dei liberi muratori per alcuni anni. Purtroppo, il Presidente di questo partito era un ex massone insufficientemente convinto delle tesi anti-massonniche. Questi fece, in certi Stati, degli accordi elettorali con un massone che poi rifiutò le sue proposte. Verso il 1840, il partito anti-massonnico cessò di esistere come tale.

25 «Know-nothing» era il soprannome affibbiato ai membri di un partito politico americano che esercitò la sua forte influenza a metà del XIX secolo. Alla sua origine c’era una Società segreta i cui affiliati, in caso di domanda, dicevano sempre di non «sapere nulla». Questo movimento costituiva una reazione degli americani appartenenti alle famiglie dei capostipiti di tradizione protestante che, di fronte alla massiccio immigrazione degli anni 1840, esaltavano una politica di tendenza xenofoba e anticattolica.

26 La Sacra Scrittura non lascia evidentemente dubbio su questo punto: «Guai a quelli che chiamano male il bene e bene il male, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre» (Is 5, 20).

27 Cfr. B. Fay, La franc-maçonnerie et la révolution intellectuelle du XVIIIème siècle («La massoneria e la rivoluzione intellettuale del XVIII secolo»), pag. 161.

28 Cfr. A. Maurois, Histoire des États-Units.

29 Cfr. B. Fay, op. cit., pag. 162.

30 Ibid.

31 Cfr. A. Maurois, op. cit., pag. 140.

32 Cfr. B. Fay, L’esprit révolutionnaire en France et en Amérique à la fin du XVIIIème siècle («Lo spirito rivoluzionario in Francia e in America alla fine del XVIII secolo»), pag. 182.

33 Ibid., pag. 167.

34 Cfr. B. Fay, L’esprit révolutionnaire en France et en Amérique à la fin du XVIIIème siècle, pag. 284.

35 Cfr. A. Maurois, op. cit., pag. 140.

36 Cfr. J. P. Dormois-S. P. Newman, Vue d’Amerique, pag. 35; lettera ad Hector Saint John Crèvecoeur.

37 Cfr. B. Fay, La franc-maçonnerie et la révolution intellectuelle du XVIIIème siècle, pag. 162.

38 Cfr. J. P. Dormois-S. P. Newman, Vue d’Amerique, pag. 39.

39 Cfr. B. Fay, La franc-maçonnerie et la révolution intellectuelle du XVIIIème siècle, pag. 161.

40 Ibid., pag. 95.

41 Cfr. B. Fay, L’esprit révolutionnaire en France et en Amérique à la fin du XVIIIème siècle, pag. 175.

42 Cfr. A. Maurois, op. cit., pag. 140.

43 Cfr. B. Fay, L’esprit révolutionnaire en France et en Amérique à la fin du XVIIIème siècle, pag. 175.

44 Cfr. A. Maurois, op. cit., pag. 140.

45 Cfr. B. Fay, L’esprit révolutionnaire en France et en Amérique à la fin du XVIIIème siècle, pag. 257.

46 E pensare che, in realtà, «in Francia, la monarchia non aveva mai governato contro la nazione» (B. Fay), anche sotto Luigi XVI.

47 Cfr. J. P. Dormois-S. P. Newman, op. cit., pag. 133.

48 Cfr. A. Maurois, op. cit., pag. 140.

49 Cfr. J. P. Dormois-S. P. Newman, op. cit., pag. 155; lettera a Domenico Diolati, del 3 agosto 1789. Qui risuonano le stesse idee di Rousseau sulla bontà innata dell’uomo.

50 Cfr. B. Fay, L’esprit révolutionnaire en France et en Amérique à la fin du XVIIIème siècle, pag. 207.

51 Cfr. J. P. Dormois-S. P. Newman, op. cit., pag. 8; lettera al dr. R. Price, del 19 aprile 1790.

52 Ibid., pag. 217.

53 Ibid., pag. 230.

54 Ibid., pag. 210.

55 Ibid., pag. 175.

56 Ibid., pag. 152.

57 Cfr. B. Fay, L’esprit révolutionnaire en France et en Amérique à la fin du XVIIIème siècle.

58 Ibid.

59 Cfr. J. P. Dormois-S. P. Newman, op. cit., pag. 237.

60 Ibid., pag. 74; lettera a George Washington.

61 Cfr. B. Fay, L’esprit révolutionnaire en France et en Amérique à la fin du XVIIIème siècle, pag. 202.

62 Ibid.

63 Cfr. B. Fay, La franc-maçonnerie et la révolution intellectuelle du XVIIIème siècle, pag. 175.

64 Cfr. J. Ploncard D’Assac, Le poids des clefs de Saint Pierre, pagg. 201-203.

65 Cfr. B. Fay, L’esprit révolutionnaire en France et en Amérique à la fin du XVIIIème siècle, pag. 105.

66 Ibid., pag. 318.

67 Ibid., pag. 56.

68 Ibid.

69 Termine inglese ripreso dai francesi per designare gli americani che parteggiarono per le colonie contro l’Inghilterra durante la Guerra d’Indipendenza e che significa «ribelli».

70 Così Giovanni Spadolini, in J. Ploncard D’Assac, op. cit., pag. 147.

71 Cfr. O. Nardi, Il vitello d’oro: l’altra faccia della Storia, Linea Diretta, Milano 1989, pag. 113.

Fonte: http://www.centrosangiorgio.com/apologetica/pagine_articoli/dove_conduce_la_mentalita_americana.htm

IL SEME DELL’ETICA: LA VITA E LA TESTIMONIANZA DI ROSARIO LIVATINO PER LA MAGISTRATURA

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Segnalazione del Centro Studi Livatino

QUINTA COLONNA

di Gianluca Grasso

Testo della relazione di Gianluca Grasso, presentata al Convegno “L’attualità del Beato Rosario Livatino” il 18 gennaio 2023 presso la biblioteca di Santa Maria sopra Minerva, Roma, organizzato da Centro Studi Rosario Livatino.

Sommario: 1. Il seme dell’etica. – 2. L’etica e la Magistratura. – 3. La formazione sull’etica giudiziaria nell’esperienza della Scuola superiore della magistratura.

1. Il seme dell’etica.

«26 (..) “Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme in terra, 27 dorme e si alza, la notte e il giorno; il seme intanto germoglia e cresce nel modo che egli stesso ignora. 28 La terra da sé stessa dà il suo frutto: prima l’erba e poi la spiga, poi nella spiga il grano ben formato. 29 E, quando il frutto è maturo, subito il mietitore vi mette la falce perché è giunta l’ora della mietitura» (Marco 4, 26-29).

In questa parabola il seminatore pianta in fede e raccoglie in gioia. Dopo aver finito di piantare, egli un giorno si sveglia per scoprire che i suoi semi sono diventati maturi.

Rosario Livatino, all’età di 38 anni, veniva assassinato dalla “stidda agrigentina” il 21 settembre del 1990, mentre percorreva, senza scorta per sua scelta, la strada per il Tribunale di Agrigento.

La storia del giudice Livatino, proclamato beato il 9 maggio 2021, ci dona la prospettiva di una figura di riferimento non solo per la Magistratura ma per tutti gli operatori di giustizia[1].

In questo mio breve intervento vorrei soffermarmi su uno dei semi piantati da Livatino con la sua vita e la testimonianza di giudice fedele alla Costituzione e alle leggi. E si badi non magistrato bigotto ma un laico consapevole del suo ruolo nella società, che ha ricoperto anche un incarico di carattere associativo, quale quello di segretario della sezione di Agrigento dell’Associazione nazionale magistrati.

Due sono gli interventi a metà degli anni 80 che Livatino ci ha lasciato e che delineano in maniera puntuale il suo itinerario di fede e di azione: Il ruolo del giudice nella società che cambia (17 Aprile 1984) e Fede diritto (30 Aprile 1986).

Bastano pochi passaggi per delineare il ruolo del magistrato, il cui compito non si esaurisce nelle aule di giustizia ma prosegue nel quotidiano; non con l’atteggiamento di un giustiziere o del moralista, ma della persona semplice e umile, lontana dai riflettori ma al tempo stesso  consapevole del proprio ruolo e dell’esempio (positivo o negativo) che da lui può derivare: “quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili” .

Queste le parole di Livatino[2], ben note ma ogni volta illuminanti:

«Si è bene detto che il giudice, oltre che essere deve anche apparire indipendente, per significare che accanto ad un problema di sostanza, certo preminente, ve n’è un altro, ineliminabile, di forma.

L’indipendenza del giudice, infatti, non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrifizio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari, tuttoché consentiti ma rischiosi, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza; l’indipendenza del giudice è infine nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività.

Inevitabilmente, pertanto, è da rigettare l’affermazione secondo la quale, una volta adempiuti con coscienza e scrupolo i propri doveri professionali, il giudice non ha altri obblighi da rispettare nei confronti della società e dello Stato e secondo la quale, quindi, il giudice della propria vita privata possa fare, al pari di ogni altro cittadino, quello che vuole.

Una tesi del genere è, nella sua assolutezza, insostenibile.

Bisogna riconoscere che, quando l’art. 18 della legge sulle guarentigie dice “che il magistrato non deve tenere in ufficio e fuori una condotta che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere”, esprime un’esigenza reale.

La credibilità esterna della magistratura nel suo insieme ed in ciascuno dei suoi componenti è un valore essenziale in uno Stato democratico, oggi più di ieri. “Un giudice”, dice il canone II del già richiamato codice professionale degli U.S.A. “deve in ogni circostanza comportarsi in modo tale da promuovere la fiducia del pubblico nell’integrità e nell’imparzialità dell’ordine giudiziario”.

Occorre allora fare un’altra distinzione tra ciò che attiene alla vita strettamente personale e privata e ciò che riguarda la sua vita di relazione, i rapporti coll’ambiente sociale nel quale egli vive.

Qui è importante che egli offra di se stesso l’immagine non di una persona austera o severa o compresa del suo ruolo e della sua autorità o di irraggiungibile rigore morale, ma di una persona seria, sì, di persona equilibrata, sì, di persona responsabile pure; potrebbe aggiungersi, di persona comprensiva ed umana, capace di condannare, ma anche di capire.

Solo se il giudice realizza in se stesso queste condizioni, la società può accettare che gli abbia sugli altri un potere così grande come quello che ha. Chi domanda giustizia deve poter credere che le sue ragioni saranno ascoltate con attenzione e serietà; che il giudice potrà ricevere ed assumere come se fossero sue e difendere davanti a chiunque. Solo se offre questo tipo di disponibilità personale il cittadino potrà vincere la naturale avversione a dover raccontare le cose proprie ad uno sconosciuto; potrà cioè fidarsi del giudice e della giustizia dello Stato, accettando anche il rischio di una risposta sfavorevole».

2. L’etica e la Magistratura.

In qualsiasi società, qualunque sia il modo in cui vengono assunti, la formazione e la portata del loro mandato, i magistrati sono investiti di poteri penetranti, che consentono di intervenire in ambiti che riguardano gli aspetti essenziali della vita dei cittadini e dell’economia.

La Convenzione europea dei diritti dell’uomo sancisce, dal punto di vista del cittadino, che «ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge» (art. 6, par. 1). Lungi dall’enfatizzare l’onnipotenza del giudice, la norma mette in evidenza le garanzie fornite ai contendenti e stabilisce i principi su cui si basano i doveri del giudice: indipendenza e imparzialità.

È pertanto necessario che, sia all’interno degli uffici giudiziari, sia al di fuori, vi siano regole di condotta concepite per mantenere la fiducia in queste aspettative, quello che va sotto il nome di etica giudiziaria.

Qui va chiarito che l’etica va intesa come complesso di principi e di regole che devono orientare il corretto comportamento del magistrato, a prescindere da una sanzione prevista dall’ordinamento per la loro violazione. Si ha così riguardo alla sfera delle azioni buone o cattive e non già di quelle giuridicamente permesse o proibite o di quelle politicamente più adeguate[3]. In tal senso, le regole dell’etica rappresentano il modello a cui tendere, il “massimo etico”, mentre il disciplinare costituisce il cosiddetto “minimo etico”, ovvero la soglia di accettabilità al di sotto della quale il comportamento deve essere oggetto di sanzione[4].

L’etica giudiziaria ha assunto nel corso degli anni un posto di rilievo nel contesto internazionale, a partire dall’adozione dei principi di Bangalore  (2001), nel quadro delle Nazioni unite, cui hanno fatto seguito il parere n. 3 del Consiglio consultivo dei giudici europei (Ccje) sull’etica e la responsabilità dei giudici  (2002), il codice ibero-americano di etica giudiziaria  (2006), la dichiarazione di Londra sull’etica dei giudici con cui è stato approvato il rapporto intitolato “Etica dei giudici – Principi, valori e qualità” come linee guida per la deontologia dei magistrati europei  (2010), promossa dalla Rete europea dei consigli di giustizia, la Raccomandazione R(2010)12 del 17 novembre 2012 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa sui giudici: indipendenza, efficacia e responsabilità.

Negli ultimi anni la gran parte dei Paesi dell’Ue si è dotata di testi di etica giudiziaria (codici, guide, raccolte di principi) di diversa origine (Consigli di giustizia, associazioni giudiziarie, conferenze dei giudici, presidenti di tribunali, ecc.).

L’ordinamento italiano è stato tra i precursori di questo orientamento tra i paesi di civil law, essendosi dotato di un codice etico fin dal 1994.

3. La formazione sull’etica giudiziaria nell’esperienza della Scuola superiore della magistratura.

Costituisce talvolta un luogo comune che l’etica professionale non si insegna e a sostegno di questo assunto si evidenzia il fatto che l’etica – interessantissima, coinvolgente, divisiva quando si affrontano i singoli casi concreti e le questioni controverse – rischia di risultare banale quando si enunciano in astratto principi e regole di comportamento, senza esplorarne la genesi storica e senza discuterne le contaminazioni con la realtà.

L’etica, è vero, si insegna innanzitutto con l’esempio; Livatino ne costituisce un modello paradigmatico perché vivendo tutti i giorni la sua professione con serietà e dedizione costituiva un riferimento per tutti i colleghi che lo incontravano e il suo esempio continua a produrre frutti e proprio quel tragico martirio li ha moltiplicati, essendo divenuto un modello non solo per le persone che lo conoscevano ma per tutti gli operatori di giustizia. Si deve allora rinunciare all’idea di realizzare attività di formazione sull’etica?

L’esperienza maturata nel corso degli anni dalla Scuola superiore della magistratura mostra che è possibile realizzare questa formazione, coniugando la riflessione sui principi e le regole dell’etica dei comportamenti con la dimensione applicativa. Essa si inserisce in un contesto europeo (Rete europea di formazione giudiziaria), internazionale (Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga, UNODC) e comparato dove, specie nei paesi di tradizione di common law, questo tipo di formazione è particolarmente sentita.

La magistratura italiana ha affrontato uno dei momenti più complessi e difficili degli ultimi decenni. Il Presidente della Repubblica, nel suo intervento del 18 giugno 2020, in occasione della cerimonia commemorativa del quarantesimo anniversario dell’uccisione di Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Guido Galli, Mario Amato e Gaetano Costa e del trentennale dell’omicidio di Rosario Livatino ha evidenziato che la magistratura deve necessariamente impegnarsi «a recuperare la credibilità e la fiducia dei cittadini, così gravemente messe in dubbio da recenti fatti di cronaca».

E per far sì che la correttezza sia costantemente praticata, tanto nell’esercizio delle funzioni quanto al di fuori dell’ufficio, un utile ausilio risiede nelle attività di formazione che fanno capo alla Scuola, a cui il Capo dello Stato ha rivolto l’invito a dedicare sessioni specifiche all’etica dei comportamenti.

La Scuola ha raccolto questo invito dedicando specifiche sessioni all’etica giudiziaria sia nei corsi dedicati ai magistrati in tirocinio sia nella formazione permanente.

Le attività di formazione sui profili etici formano oggetto delle linee programmatiche annuali sulla formazione e l’aggiornamento professionale dei magistrati e sul tirocinio e a tali temi la Scuola dedica specifici momenti di approfondimento, anche nella dimensione europea nei programmi dedicati alla formazione iniziale (programmi THEMIS e AIAKOS).

Nel settore della formazione iniziale, alla fine del 2020, grazie al lavoro svolto da un gruppo di magistrati esperti in materia, è stata elaborata una raccolta sistematica di questioni etiche con cui ciascun magistrato si può trovare a confrontare all’interno e al di fuori dell’ufficio. Le questioni sono state poste in forma interrogativa al fine di consentire a ciascun partecipante alla sessione di proporre delle soluzioni. Esse spaziano dai rapporti con i colleghi, il personale amministrativo, le parti, all’uso dei social network, ai rapporti con la stampa, alle frequentazioni, alla spendita del nome, solo per fare alcuni esempi. Per aiutare a trovare le risposte più adeguate abbiamo raccolto i testi principali in materia di etica sul piano nazionale e internazionale. Le questioni etiche e i principi vengono condivisi per tempo con coloro che dovranno prendere parte alla sessione, mentre un ulteriore testo, che contiene le possibili soluzioni, viene distribuito solo in prossimità dell’evento. I partecipanti vengono organizzati in gruppi ristretti di 15/20 persone affidate al coordinamento di un esperto, chiamato a facilitare la discussione.

Questa metodologia, che ha riscontrato grande apprezzamento tra i magistrati in tirocinio, è stata utilizzata con successo anche nei corsi di formazione permanente realizzati negli ultimi due anni: il primo[5] caratterizzato dallo sguardo alla situazione interna, il secondo[6], inserito nel semestre di Presidenza italiana del Comitato di ministri del Consiglio d’Europa, con una prospettiva internazionale e mandato in streaming con interpretariato in inglese in tutti i paesi del Consiglio d’Europa. Entrambi i corsi sono disponibili tra i seminari pubblicati sul canale YouTube della Scuola[7]. A fine anno, il corso riguarderà l’etica della giustizia, in una prospettiva allargata a tutte le professioni legali a partire dall’Avvocatura, con la cui Scuola il seminario è organizzato.

La raccolta sistematica delle questioni etiche è liberamente disponibile e consultabile  sul sito della SSM[8], così come il volume sull’etica giudiziaria[9], inserito nella collana dei Quaderni della Scuola, che contiene i contributi tratti dai corsi degli ultimi due anni.

Per ampliare ulteriormente la formazione sull’etica al di là di coloro che abbiano partecipato ai corsi di formazione permanente, il Comitato direttivo, partendo dai materiali del corso del 2021, ha deliberato di invitare tutte le formazioni decentrate della Scuola a realizzare in ciascun distretto, nel corso del 2021, un corso sull’etica del magistrato secondo un format condiviso. Il documento diffuso alle strutture di formazione decentrata in tutta Italia contiene in premessa un estratto testuale dalla conferenza di Livatino su Il ruolo del giudice nella società che cambia. Diverse sono le strutture di formazione decentrata che hanno realizzato con successo questo seminario.

Questa metodologia casistica, inoltre, è alla base di un volume recentemente portato a compimento sull’etica della magistratura onoraria e che a breve verrà pubblicato sul sito della SSM allo scopo di fornire un manuale operativo per la formazione dei magistrati onorari anche su queste tematiche, fin qui mai fatte oggetto di un’analisi sistematica.

Da ultimo, va segnalato il seminario in programma nel gennaio 2024 su “Etica giudiziaria in Europa e nel mondo arabo: una panoramica comparata” che la Scuola ha in programma presso la sede di Napoli nell’ambito delle attività della Rete euro araba di formazione giudiziaria. Attingendo al quadro internazionale e alla giurisprudenza pertinente, il corso mira a un confronto sui dilemmi etici nell’esercizio dei doveri professionali tra realtà europea e araba.

Queste attività che ho provato a rappresentare sono la testimonianza di come il seme di Rosario Livatino abbia fruttificato anche nell’ambito dell’etica giudiziaria.

Gianluca Grasso


[1] Significativa la letteratura che riguarda la figura del magistrato. Tra i più recenti contributi: A. Mantovano, D. Airoma, M. Ronco, Un giudice come Dio comanda. Rosario Livatino, la toga e il martirio, Milano, 2021; I. Abate, Il piccolo giudice. Fede e giustizia in Rosario Livatino, Roma, 2021; A. Mira , Rosario Livatino. Il giudice giusto, Alba, 2021;  R. Mistretta, Rosario Livatino. L’uomo, il giudice, il credente, Nuova ediz., Alba, 2022. Si v. altresì A. Balsamo in collaborazione con il Centro Studi “Nino Abbate” di Unità per la Costituzione, Rosario Livatino: il “giudice ragazzino” e la lotta alla mafia tra giustizia e fedehttps://www.unicost.eu/rosario-livatino-il-giudice-ragazzino-e-la-lotta-alla-mafia-tra-giustizia-e-fede/

[2] R. Livatino, Il ruolo del giudice nella società che cambia. Conferenza tenuta dal giudice Rosario Livatino il 7 aprile 1984, presso il Rotary Club di Canicattì https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_6_9.wp?contentId=NOL82525

[3] Etica, Enciclopedia on line Treccani, https://www.treccani.it/enciclopedia/etica/

[4] G. Natoli, Etica & deontologiahttp://movimentoperlagiustizia.org/non-ci-posso-credere/186.html

[5] P21040 L’etica del magistrato, in https://tinyurl.com/mr2bs4kc

[6] P22022 L’etica e la deontologia del magistrato, in https://tinyurl.com/yc23tpym; Judicial Ethics, https://www.scuolamagistratura.it/web/portalessm/judicial-ethics

[7] https://www.youtube.com/c/ScuolaSuperioredellaMagistratura

[8] https://tinyurl.com/yt8sb85h

[9] https://www.scuolamagistratura.it/web/portalessm/nuovi-quaderni-ssm-frontend

 

Fonte: https://centrostudilivatino.us18.list-manage.com/track/click?u=36e8ea8c047712ff9e9784adb&id=443b532327&e=d50c1e7a20

L’elezione del Papa

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di Redazione

Questo articolo di don Francesco Ricossa scrive cose di grande interesse ed attualità, soprattutto ora, che qualcuno si appresta a indire un “conclave”, dopo la morte del “non-papa” Benedetto XVI. Don francesco, con grande franchezza e carità, trae spunto da alcune affermazioni di Mons. Mark Pivarunas (del quale noi non siamo fedeli) per allargare una critica ai sedevacantisti simpliciter, quali noi siamo per la maggior parte. I vescovi residenziali nel 2022 non esistono più perché, come spiega don Anthony Cekada, il rito di consacrazione episcopale del 1968 è “del tutto invalido e assolutamente nullo” (Ed. Sodalitium). Sul piano strettamente personale (da dottori o semplici studiosi privati) riteniamo plausibile che il Concilio imperfetto composto da vescovi non residenziali possa eleggere un legittimo sovrano Pontefice, proprio per la motivazione addotta da don Francesco, ovvero la situazione di assoluta straordinarietà del momento presente. E’ chiaro che non è nostra intenzione rimbeccare il Superiore dell’Istituto al quale ci rivolgiamo come fedeli, ma semplicemente porre una nostra rispettosa osservazione, tra “non una cum”.   

di don Francesco Ricossa

Articolo pubblicato su Sodalitium n 55 (dicembre 2002)

Mons. Mark Pivarunas CMRI (un vescovo consacrato da Mons. Carmona) invia periodicamente ai suoi fedeli una lettera intitolata Pro grege (1). Quella del 19 marzo 2002 ha particolarmente attirato la mia attenzione. Il prelato statunitense – che segue la tesi della sede vacante – risponde (a pag. 5) a due obiezioni del locale superiore di distretto della Fraternità San Pio X, padre Peter Scott.

Scrive Padre Scott: “Ciononostante è assurdo dire, come fanno i sedevacantisti, che non c’è stato nessun Papa da almeno 40 anni, perché questo distruggerebbe la visibilità della Chiesa, e la possibilità stessa dell’elezione canonica di un futuro Papa”.

Le obiezioni non sono nuove (2); più interessante è la risposta di Mons. Pivarunas.

Quanto alla prima difficoltà (quella del prolungarsi della vacanza della sede apostolica) Mons. Pivarunas risponde allegando l’esempio storico del Grande Scisma d’Occidente. Padre Edmund James O’Really S.J. (3), nel suo libro, edito nel 1882, intitolato The Relations of the Church to Society, scriveva a questo proposito: “Possiamo ora smettere di indagare su che cosa è stato detto in quel tempo della posizione dei tre pretendenti e dei loro diritti riguardo al papato. In primo luogo c’era sempre, dalla morte di Gregorio XI nel 1378, un Papa – con l’eccezione naturalmente delle vacanze creatisi tra le morti e l’elezioni. C’era, penso, in ogni momento un Papa, realmente investito della dignità di Vicario di Cristo e Capo della Chiesa, sebbene opinioni diverse possano esistere circa la sua legittimità; non nel senso che un interregno che coprisse l’intero periodo sarebbe stato impossibile o inconciliabile con le promesse di Cristo, perché questo è evidente, ma che di fatto non ci fu questo interregno” (Pivarunas, p. 5).

La cosa appunto è talmente evidente che non vale la pena di insistere.

Più difficile è invece rispondere alla seconda difficoltà. Vediamo quanto scrive al proposito Mons. Pivarunas:

«Quanto alla seconda ‘difficoltà’ proposta dalla Fraternità San Pio X contro la posizione sedevacantista, in altre parole quella dell’impossibilità dell’elezione di un futuro Papa se la sede è vacante dal Vaticano II, si può leggere ne ‘La Chiesa del Verbo Incarnato’ di Mons. Charles Journet: “Durante la vacanza della sede apostolica, la Chiesa ed il Concilio non possono contravvenire alle disposizioni prese per determinare il modo valido dell’elezione (Card. Gaetano o.p., De comparata…, cap. XIII, n°202). Tuttavia, in caso di permesso, per esempio se il Papa non ha previsto niente che vi si opponga, o in caso di ambiguità, per esempio se si ignora quali siano i veri cardinali, o chi è vero Papa, com’è accaduto ai tempi del grande scisma, il potere di ‘applicare il papato a tale persona’ è devoluto alla Chiesa universale, alla Chiesa di Dio (ibid., n° 204)”» (4).

Con questa citazione Mons. Pivarunas pensa di aver sufficientemente risposto a Padre Scott: in assenza di cardinali – e solo in assenza di cardinali (5) – il Papa può essere eletto, per devoluzione (6), dalla Chiesa.

Ma in realtà la difficoltà cambia solamente di oggetto: cosa si intende, infatti, in questo contesto, per “Chiesa universale”?

Mons. Pivarunas, nella sua lettera, non lo precisa. Neppure lo precisa Journet nel luogo citato. Ma poiché Journet fa propria la posizione del Cardinal Gaetano (7), citando la sua opera De comparatione auctoritatis Papæ et Concilii cum apologia eiusdem tractatus (8), possiamo facilmente stabilire il significato di questa espressione consultando il Gaetano stesso.

Il Card. Gaetano, col termine “Chiesa universale”, intende designare il Concilio generale

Abbiamo visto come, in casi straordinari, il Papa possa essere eletto, in assenza di cardinali, dalla “Chiesa universale”; ma cosa intende il Cardinale Gaetano con questo termine?

Basta sfogliare il De comparatione per trovare la risposta – indubitabile – al nostro quesito. Già il titolo lo indica: De comparatione auctoritatis Papæ et Concilii, seu Ecclesiæ universalis (n° 5) (Sulla comparazione dell’autorità del Papa e del Concilio, ovvero della Chiesa universale): la Chiesa universale ed il Concilio sono tutt’uno. Ma è nel capitolo V (n° 56) che Gaetano procede ad un’esplicita definizione dei termini:

“Dopo aver esaminato la comparazione tra il potere del Papa e quello degli apostoli in ragione del loro apostolato, dobbiamo adesso comparare il potere del Papa e il potere della Chiesa universale, ovvero del Concilio universale, adesso da un punto di vista generale, in seguito, come abbiamo annunciato, in alcuni casi ed eventi (particolari). E poiché gli opposti, messi a confronto, diventano più chiari, apporterò prima di tutto le ragioni principali nelle quali si trova il valore (degli argomenti) con il quale è provato [dagli avversari, N.d.T.] che il Papa è sottomesso al giudizio della Chiesa, ovvero del Concilio universale. E affinché non capiti più spesso di mettere assieme Chiesa e Concilio [preciso che] sono presi come sinonimi, poiché si distinguono solo come chi rappresenta e chi è rappresentato” (9). Il contesto generale dell’opera, d’altronde, ci indica chiaramente che il Gaetano per “Chiesa universale” intende il Concilio generale; il De comparatione in effetti risponde alle obiezioni dei conciliaristi, secondo i quali il Papa è inferiore alla Chiesa, cioè al Concilio (9). Ma c’è di più. Proprio quando parla dell’elezione del Papa, il Gaetano usa promiscuamente i termini “Chiesa” e “Concilio”: “in Ecclesia autem seu Concilio” (n° 202). Anzi, quando si tratta di presentare il caso concreto di elezione straordinaria di un Papa, il Gaetano non parla tanto di “Chiesa universale” ma piuttosto di Concilio generale: “si Concilium generale cum pace Romanæ ecclesiæ eligeret in tali casu Papam, verus Papa esset ille qui electus sic esset” (n° 745) (“se in questo caso il Concilio generale eleggesse il Papa con la pace [l’accettazione pacifica] della Chiesa romana, chi fosse eletto in questo modo sarebbe un vero Papa”).

È evidente quindi che, per Mons. Journet ed il Cardinal Gaetano, è il Concilio generale imperfetto (10) che ha il compito, in assenza di cardinali, di eleggere il Sommo Pontefice.

I vescovi residenziali, in quanto membri di diritto di questo Concilio generale, potrebbero eleggere il Papa

Appurato che gli elettori straordinari del Papa (in assenza di cardinali) sono i membri del Concilio generale, resta da vedere chi possa partecipare, di diritto, al Concilio generale. Il Codice di diritto canonico – trattando del Concilio ecumenico – elenca i membri di diritto del Concilio con voto deliberativo, al canone 223:

§ 1. Sono chiamati al Concilio ed hanno in esso il diritto al voto deliberativo:

1° I Cardinali di Santa Romana Chiesa, anche se non sono Vescovi;

2° I Patriarchi, Primati, Arcivescovi e Vescovi residenziali, anche se non consacrati;

3° Gli Abati o prelati nullius;

4° L’Abate Primate, gli Abati Superiori di Congregazioni monastiche, i Superiori generali delle congregazioni clericali esenti, ma non delle altre religioni, a meno che il decreto di convocazione non disponga diversamente;

§ 2. Anche i Vescovi titolari, chiamati al Concilio, ottengono il voto deliberativo, a meno che non sia previsto esplicitamente il contrario nella convocazione.

§ 3. I teologi e i canonisti, eventualmente invitati al Concilio, hanno solo un voto consultivo.

Questo canone non esprime solo il diritto positivo, ma anche la natura stessa delle cose. Notiamo infatti che i Vescovi titolari, privi di giurisdizione, possono non essere convocati al Concilio o non avere diritto di voto. Al contrario, i Cardinali, i Vescovi residenziali, gli Abati o i prelati nullius (11) anche se non consacrati vescovi partecipano di diritto al Concilio, perché hanno giurisdizione su di un territorio (12). Questo significa che di per sé il criterio per essere un membro del Concilio è quello di appartenere alla gerarchia in ragione della giurisdizione e non dell’ordine sacro (per questa distinzione, di diritto divino, vedi il can. 108§3).

Stando così le cose, ci sembra che Mons. Pivarunas (e con lui tutti i sedevacantisti simpliciter, quelli cioè che non seguono la tesi di padre Guérard des Lauriers) non abbia sufficientemente risposto alla difficoltà posta dalla Fraternità San Pio X. Infatti, in una posizione strettamente sedevacantista, non si vede dove siano i vescovi residenziali cattolici che possano e vogliano eleggere il Papa, giacché tutti i vescovi residenziali (ed altri prelati che avrebbero giurisdizione) o sono stati nominati invalidamente da degli antipapi o sono comunque formalmente eretici e fuori della Chiesa – aderendo agli errori del Vaticano II – o sono in ogni caso in comunione con Giovanni Paolo II, capo della nuova “Chiesa conciliare”. La Chiesa gerarchica insomma sarebbe totalmente scomparsa, non solo in atto e formalmente, ma anche in potenza e materialmente (13).

I Vescovi senza giurisdizione non possono eleggere il Papa

Abbiamo visto che l’elezione del Papa in circostanze anormali – secondo il pensiero dei teologi che hanno trattato della questione – spetta al Concilio generale imperfetto, ovverosia ai Vescovi ed ai prelati che godono, nella Chiesa stessa, di giurisdizione. Il Papa, infatti, è Vescovo della Chiesa universale: è quindi normale che eccezionalmente lo eleggano quei prelati della Chiesa universale che, con lui e sotto di lui, governano una porzione del gregge. Abbiamo visto altresì che per la natura stessa delle cose, ed in conseguenza di quanto detto, sono esclusi dal novero degli elettori per accidens del Papa i Vescovi titolari, Vescovi consacrati col mandato romano, ma privi di giurisdizione nella Chiesa.

A più forte ragione sono esclusi dal numero degli elettori – proprio perché esclusi dal Concilio generale – i Vescovi consacrati senza mandato romano nelle condizioni eccezionali dell’attuale vacanza (formale) della Sede Apostolica. Tali Vescovi, infatti, sono stati consacrati validamente e persino, a nostro parere – almeno in alcuni casi – lecitamente; tuttavia essi sono però – nel modo più assoluto – privi di giurisdizione, in quanto la giurisdizione del Vescovo deriva da Dio solo tramite la mediazione del Papa che, nel nostro caso, è esclusa (14). Poiché sono privi di giurisdizione, non appartengono alla Gerarchia della Chiesa secondo la giurisdizione, non sono perciò membri di diritto del Concilio e pertanto non sono abilitati ad eleggere validamente il Papa, neppure in casi straordinari.

Questo punto di dottrina, già assodato in sé stesso, è confermato dall’impossibilità pratica di eleggere un Papa certo e non dubbio seguendo questa via. Chi stabilirà in maniera certa, tra i molti Vescovi che sono stati e saranno ancora consacrati in questo modo, quelli che hanno diritto di partecipare all’elezione e quelli che non lo hanno? Chi ha il diritto di convocare il Conclave e chi no? Chi è da considerarsi legittimamente consacrato e chi no? Non essendoci un criterio di discernimento (il mandato romano, la sede residenziale) non vi è di per sé limite a queste consacrazioni né da parte di chi le può autorizzare (il Papa) né da parte della porzione di territorio da governare (la diocesi). Il numero degli elettori può quindi crescere a dismisura senza nessuna garanzia della loro cattolicità, come è avvenuto in concreto. E, di fatto, si è già proceduto a svariate elezioni che non hanno avuto alcun seguito, neppure tra i sostenitori del “conclavismo”, sempre pronti a “fare il passo”, ma solamente in teoria.

A maggior ragione, i laici non possono eleggere il Papa

Se i Vescovi titolari, pur nominati dal Papa non possono eleggere il Papa, se non lo possono neppure i Vescovi puramente consacrati, senza mandato romano, ancor meno lo potranno i semplici sacerdoti. In maniera ancora più radicale sono esclusi da ogni elezione ecclesiastica i laici.

Questa conclusione è confermata dal diritto positivo della Chiesa, sia per quanto riguarda ogni elezione ecclesiastica in genere, sia per quanto riguarda l’elezione del Papa.

A proposito di ogni elezione ecclesiastica, il canone 166 stipula che “se i laici, contro la canonica libertà, si fossero immischiati in qualunque modo in un’elezione ecclesiastica, l’elezione è invalida per il diritto stesso” (Si laici contra canonicam libertatem electioni ecclesiasticæ quoque modo sese immiscuerint, electio ipso iure invalida est).

A proposito dell’elezione papale, fa testo l’apposita costituzione Vacante Sede Apostolica promulgata da San Pio X il 25 dicembre 1904. Il principio generale è espresso al n. 27: “Il diritto di eleggere il Romano Pontefice spetta unicamente ed esclusivamente (privative) ai Cardinali di Santa Romana Chiesa, essendo assolutamente escluso ed allontanato l’intervento di qualsiasi altra dignità ecclesiastica o laica potestà di qualunque grado e ordine”. Al numero 81, San Pio X rinnova la condanna già da lui sancita, con la Costituzione Commissum nobis del 20 gennaio 1904, del cosiddetto diritto di Veto o di Esclusiva da parte del potere laico, concludendo: “Questa proibizione vogliamo sia estesa a qualunque intervento, intercessione o altro modo con il quale le autorità laiche di qualunque ordine e grado volessero immischiarsi nell’elezione del Pontefice”. Il Santo Papa fa riferimento a quanto accadde durante il Conclave che lo elesse al Sommo Pontificato, quando l’Imperatore Francesco Giuseppe, tramite il Cardinale Arcivescovo di Cracovia, pose il suo veto all’elezione del cardinale Mariano Rampolla del Tindaro, già segretario di Stato di Leone XIII. Nella Costituzione Commissum San Pio X afferma che questo presunto diritto di “Veto”, già condannato dai suoi predecessori Pio IV (In eligendis), Gregorio XV (Aeterni Patris), Clemente XII (Apostolatus officium) e Pio IX (In hac sublimi, Licet per Apostolicas e Consulturi) è contrario alla libertà della Chiesa. Il suo ufficio, scrive il Santo Pontefice, è quello di far sì che “la vita della Chiesa si svolga in modo del tutto libero, allontanato ogni intervento esterno, come volle che si svolgesse il suo Divino Fondatore, e come lo richiede assolutamente la sua eccelsa missione. Ora, se c’è una funzione nella vita della Chiesa che richiede più di ogni altra questa libertà, essa deve essere considerata senza dubbio quella che riguarda l’elezione del Romano Pontefice; in effetti ‘non si tratta di un membro, ma di tutto il corpo, quando si tratta del capo’ (Gregorio XV, Aeterni Patris)”. L’esclusione dell’intervento delle autorità civili include naturalmente quello di qualunque altro membro del laicato: “Stabiliamo che non è lecito ad alcuno, neppure ai capi di stato, sotto qualsiasi pretesto, interporsi o ingerirsi nella grave questione dell’elezione del Romano Pontefice”.

Come si vede, l’esclusione di ogni intervento laicale è considerato da San Pio X non come una disposizione transitoria, ma come assolutamente necessario perché la Chiesa sia come l’ha voluta il suo Fondatore, Cristo Gesù.

Quanto disposto dal Codice di diritto Canonico e da San Pio X è perfettamente conforme a tutta la tradizione. Il Codice stesso rinvia al Corpus iuris canonici (l’antico diritto ecclesiastico) ove le decretali di Gregorio IX (libro I, titolo VI, de electione et electi potestate) prevedono l’invalidità dell’elezione fatta dai laici: il cap. 43 cita il IV Concilio Lateransense del 1215 (Costituzione XXV: “Chiunque acconsentisse alla propria elezione fatta abusivamente dal potere secolare, contro la libertà canonica, perda l’elezione e diventi ineleggibile…”); il cap. 56 cita un documento di Gregorio IX del 1226 col quale si dichiara invalida l’elezione di un vescovo fatta dai laici e dai canonici, secondo una consuetudine che è piuttosto chiamata una “corruttela”.

Potremmo citare altri documenti ecclesiastici al proposito, tra i quali vari Concili Ecumenici: il secondo di Nicea, dell’anno 787 (DS 604), il secondo di Costantinopoli dell’anno 870 (DS 659), il primo del Laterano, dell’anno 1123, contro le investiture dei laici (DS 712)…

Se nel passato la Chiesa doveva difendere la sua libertà dall’influenza dei Principi nelle elezioni, con la Rivoluzione dovette difenderla dalla pretesa democratica di far eleggere i Vescovi dal popolo. Fu così che Papa Pio VI condannò la Costituzione civile del clero votata dall’Assemblea Nazionale, con il Breve Quod aliquantulum del 10 marzo 1791. Non a caso, Papa Braschi collegava le decisioni in materia dei rivoluzionari francesi, coi più antichi errori di Wiclif, Marsilio da Padova, Jean de Jandun e Calvino (cf Insegnamenti Pontifici, La Chiesa, 81-82, e Pie VI, Ecrits sur la Révolution française, Ed. Pamphiliennes, pp. 16-20).

Qual è il valore, allora, della partecipazione popolare ad alcune antiche elezioni? Lo ricorda ancora il Journet: “Nei tempi passati hanno preso parte all’elezione, a titoli diversi: il clero romano (per un titolo che sembra primo e diretto), il popolo (ma nella misura in cui dava il suo consenso e la sua approvazione all’elezione fatta dal clero), i principi secolari (sia lecitamente, dando solamente il loro consenso e il loro appoggio all’eletto; sia in maniera abusiva vietando, come fece Giustiniano, che l’eletto fosse consacrato prima dell’approvazione dell’imperatore), infine i cardinali, che sono i primi tra i chierici romani, in sorta che è al clero romano che è di nuovo affidata, oggi, l’elezione del Papa” (op. cit., p. 977) (15).

Un voto solo consultivo o approvativo, quindi, quello del popolo fedele; e le cose stanno così per una esigenza dogmatica fondata sulla distinzione e subordinazione nella Chiesa tra clero e fedeli, distinzione che è di diritto divino. Lo ricorda, tra gli altri, il teologo romano Cardinal Mazzella: “In terzo luogo, dai medesimi documenti, ne segue sia la distinzione tra i Chierici e i Laici, sia il fatto che la gerarchia costituita nell’ordine clericale è di diritto divino; e quindi che per il medesimo diritto divino la forma democratica è esclusa dal governo della Chiesa. Questa forma democratica sussiste quando la suprema autorità si trova in tutta la moltitudine; non in quanto tutta la moltitudine comandi e governi in atto, il che sarebbe impossibile; ‘ma in quanto – come dice Bellarmino (de Rom. Pont. l. 1, c. 6) – dove vige il regime popolare, i magistrati sono costituiti dallo stesso popolo, e ricevono da esso la loro autorità; non potendo il popolo legiferare da se stesso, deve almeno costituire altri che lo facciano in suo nome’. Ma, supposta una gerarchia divinamente costituita nell’ordine clericale, è ad essa e non a tutto il popolo che l’autorità è stata comunicata da Cristo; e perciò per istituzione di Cristo non risiede nel popolo il diritto di costituire i governanti, e questi non reggono la Chiesa in nome del popolo. Per una migliore comprensione di quanto detto, osserviamo:

come dice Bellarmino (de mem. Eccles. l. 1 c. 2), ‘nella creazione dei Vescovi sono contenute tre cose: l’elezione, l’ordinazione e la vocazione o missione; l’elezione non è nient’altro che la designazione di una persona determinata alla prelatura ecclesiastica; l’ordinazione è una sacra cerimonia con la quale, mediante un rito determinato, viene unto e consacrato il futuro Vescovo; la missione o vocazione conferisce la giurisdizione, e per il fatto stesso fa il Pastore e il presule’

Per cui sono cose molto diverse l’eleggere, il chiedere e il rendere testimonianza. Infatti, chi rende testimonianza in favore di qualcuno o chiede che questi sia eletto, non gli conferisce un diritto a ottenere una dignità; ma svolge solo il ruolo di una persona che loda e che chiede. Colui invece che elegge, chiama canonicamente alla dignità, e conferisce un vero diritto a riceverla (…)” (16).

Riassumendo: nelle elezioni ecclesiastiche il popolo può rendere testimonianza delle qualità di un soggetto (testimonium reddere) e chiederne l’elezione (petere) ma non può assolutamente votare in una elezione canonica, e quindi eleggere un candidato a una carica ecclesiastica dandogli il diritto a ricevere – in quanto persona eletta – la medesima carica. E questa conclusione si fonda su di un principio che appartiene alla fede e alla volontà del Signore: il fatto cioè che la Chiesa non sia una società democratica, ma gerarchica (e persino monarchica) (17) fondata sulla distinzione – di diritto divino – tra il Clero e i Laici. I “tradizionalisti” che attribuiscono a persone che non fanno parte della gerarchia di giurisdizione, e persino a dei semplici fedeli, il potere di eleggere persino il Sommo Pontefice, sono paradossalmente inquinati dall’eresia di una Chiesa democratica così diffusa tra i “modernisti” stile “comunità di base” o “la Chiesa siamo noi”.

Il Clero romano e l’elezione del Papa

Abbiamo escluso dal potere di eleggere il Papa i laici ed i Vescovi senza giurisdizione (a maggior ragione i semplici sacerdoti). Ci resta da vedere un soggetto particolare del diritto di eleggere il Papa: il clero romano. Se “per natura delle cose, e quindi per diritto divino” – scrive Journet a p. 977 – “il potere di eleggere il Papa appartiene alla Chiesa presa assieme al suo capo, il modo concreto in cui si farà l’elezione, dice Giovanni di San Tommaso, non è stato determinato in qualche luogo della Scrittura: è il semplice diritto ecclesiastico che determinerà quali persone nella Chiesa potranno validamente procedere all’elezione”.

Il diritto ecclesiastico attuale (e questo a partire dal 1179) prevede che solo i Cardinali possono eleggere validamente il Papa. In questo modo si mantiene in fondo la più antica tradizione ecclesiastica, che vuole che il Vescovo sia eletto dal suo clero e dai Vescovi circostanti. I Cardinali infatti sono i membri principali del Clero romano (diaconi e sacerdoti), uniti ai Vescovi delle diocesi limitrofe, dette suburbicarie (anch’essi Cardinali). Il Gaetano scrive che è normale che il Papa sia eletto dalla sua chiesa, che è la chiesa Romana e la Chiesa universale, in quanto il Papa è il Vescovo di Roma ed il Vescovo della Chiesa Cattolica (n° 746). Anzi, Gaetano prevede che “morti tutti i Cardinali, succede in maniera immediata [nel potere di eleggere il Papa] la Chiesa Romana, dalla quale è stato eletto [il Papa San] Lino prima di ogni disposizione di diritto umano a noi conosciuto” (n° 745). “La Chiesa Romana” infatti “rappresenta la Chiesa universale nel potere elettivo” (n° 746). Come ci siamo chiesti a proposito della “Chiesa universale”, così ci dobbiamo chiedere chi sono i membri della “Chiesa Romana” che potrebbero eleggere il Papa in mancanza dei cardinali, che della Chiesa Romana sono i membri principali. Gaetano spiega (n° 202): che l’elezione spetti a tale o tale diacono o sacerdote delle chiese romane, detti Cardinali, e non ad altri (come ad esempio i canonici di San Pietro o di san Giovanni in Laterano), o a tale o tal altro Vescovo suburbicario, e non ad altri, è disposizione di diritto positivo ecclesiastico, e non di diritto divino. La Chiesa non può mutare queste disposizioni di diritto ecclesiastico (n° 202), ma in caso di scomparsa di tutti i Cardinali si può supporre che gli altri membri del clero romano potrebbero eleggere il proprio Vescovo. È evidente che per essere membri del clero romano non basta essere nati o risiedere a Roma! Occorre essere incardinati nella diocesi e probabilmente avere cura pastorale del popolo romano o delle diocesi vicine. È facile rendersi conto che anche in questo caso non si vede chi mai potrebbe, concretamente, potere o volere eleggere il papa dato che il clero romano (parroci, vescovi limitrofi, ecc.) è attualmente in comunione con Giovanni Paolo II.

Il Papa non può essere designato direttamente dal Cielo (perché Dio non lo vuole)

Di fronte alla situazione gravissima che sta vivendo la Chiesa, che ha portato alla privazione dell’Autorità, c’è chi ha pensato che la soluzione poteva solo venire da un intervento – eccezionale – di Dio. Questo pensiero si fonda su di una intuizione vera: la Storia e la Chiesa sono nella mani di Dio, e “nulla è impossibile a Dio” (Lc I, 37). Alcuni hanno pensato a un intervento di Enoch e Elia, identificati (a mio parere, a torto) nei due testimoni dell’Apocalisse. Altri hanno ipotizzato la sopravvivenza dell’Apostolo Giovanni. Altri ancora immaginano un’elezione papale fatta direttamente da Cristo e dagli Apostoli Pietro e Paolo (18). A questo proposito non sono mancati coloro che hanno pubblicato profezie di Santi in favore di questa opinione (19).

Mons. M.-L. Guérard des Lauriers, nella sua intervista a Sodalitium (n. 13, p. 20) affermava a proposito del sedevacantismo stretto: “La persona fisica o morale che ha, nella Chiesa, qualità per dichiarare la vacanza totale della Sede Apostolica è identica a quella che, nella Chiesa, ha qualità per provvedere alla provvisione della stessa Sede Apostolica. Chi dichiara attualmente: ‘Mons. Wojtyla non è affatto Papa [neanche materialiter] deve: o convocare il Conclave [!] o mostrare le credenziali che lo costituiscono direttamente ed immediatamente Legato di Nostro Signore Gesù Cristo [!!]”. Abbiamo finora dimostrato l’impossibilità, rebus sic stantibus, di convocare un Conclave; vediamo nel presente capitolo se è possibile a qualcuno presentarsi con le credenziali che lo costituirebbero Legato di Gesù Cristo o suo Vicario.

Al di là dell’improbabilità fattuale di un simile avvenimento, sottolineata dai due punti esclamativi apposti da Mons. Guérard dopo avere esposto questa ipotesi, mi sembra che riguardo alla possibilità teologica di questa ipotesi abbia correttamente risposto Mons. Sanborn:

“I sedevacantisti completi propongono una seconda soluzione alla crisi attuale: è Cristo stesso che designerà un successore, con un intervento miracoloso. Se Nostro Signore agisse in tal modo, e certamente lo potrebbe, l’uomo che sceglierebbe per essere Papa sarebbe certamente il suo vicario sulla terra, ma non sarebbe successore di san Pietro. Scomparirebbe l’apostolicità, perché quest’uomo non potrebbe risalire fino a san Pietro mediante una linea di successione legittima ininterrotta. Certo, come san Pietro sarebbe scelto da Cristo. Ma in realtà Nostro Signore creerebbe una nuova Chiesa.

D. Ma Nostro Signore non potrebbe essere un elettore legittimo? Perché non potrebbe scegliere un Papa che sarebbe anche successore di san Pietro?

R. Si, evidentemente Nostro Signore potrebbe scegliere un Papa, esattamente come ha scelto san Pietro. Ma un intervento divino come quello che immaginano i sedevacantisti completi equivarrebbe a una nuova rivelazione pubblica, il che è impossibile. La rivelazione pubblica è definitivamente chiusa con la morte dell’ultimo apostolo. È un articolo di fede. Tutte le rivelazioni che si sono svolte dopo la morte dell’ultimo Apostolo appartengono all’ambito delle rivelazioni private. Per i sedevacantisti completi quindi, è una rivelazione privata che rivelerebbe l’identità del Papa.

Non c’è bisogno di dire che una tale soluzione distrugge la visibilità e la legalità della Chiesa cattolica, e rende la sua stessa esistenza dipendente da dei veggenti. Non c’è bisogno di aggiungere neppure che essa abbandona il papato alle elucubrazioni degli apparizionisti.

La missione della Chiesa consiste nel far conoscere al mondo la divina rivelazione. Se la designazione del Papa – proprio colui che fa conoscere questa rivelazione – dipendesse da una rivelazione privata, crollerebbe l’intero sistema. La più alta autorità della Chiesa sarebbe allora il veggente, che potrebbe fare o disfare i Papi. Non ci sarebbe più alcun principio di autorità per poter determinare se il veggente è o non è un mistificatore. Ogni atto di fede dipenderebbe, alla fin fine, dall’onestà di un veggente.

La Chiesa cattolica, al contrario, è una società visibile ed ha una vita legale. Nostro Signore è il capo invisibile della Chiesa. La Chiesa non potrebbe più attribuirsi la visibilità se la sua gerarchia fosse designata da una persona [a noi] invisibile, fosse pure Nostro Signore in persona.

Anche ammettendo per un istante questa possibilità: la persona che Nostro Signore designerebbe in tal modo non sarebbe un successore legittimo di san Pietro. La successione è legittima solo se soddisfa le esigenze del diritto ecclesiatico o della consuetudine. Ma una successione per intervento divino non soddisfa alcuna di queste esigenze. Conseguentemente il Papa così designato non sarebbe il legittimo successore di san Pietro” (20).

Gesù potrebbe quindi (di “potenza assoluta”) scegliere nuovamente un Papa, ma non lo farà mai (21) (è impossibile di “potenza ordinata”) poiché Egli stesso ha stabilito che la Sua Chiesa, fondata su Pietro, sarebbe stata indefettibile: “le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa”. E questa verità dell’indefettibilità della Chiesa ci dà di già il motivo di fondo di quanto sosteniamo nel titolo del prossimo capitoletto.

La Chiesa non può restare totalmente priva di elettori del Papa

Il Concilio Vaticano I ha solennemente definito:

Se dunque qualcuno dirà che non è per istituzione dello stesso Cristo Signore ovvero per diritto divino che il Beato Pietro ha sempre dei successori nel primato della Chiesa universale; o che il Romano Pontefice non è il successore del Beato Pietro in questo primato, sia anatema” (D.S. 3058, Cost. dogmatica Pastor Aeternus, canone del capitolo 2).

È una verità di fede, pertanto, che “per sempre” vi sarà un Successore di Pietro: questa verità fa parte di quella concernente l’indefettibilità della Chiesa: se la Chiesa fosse priva di Papa, non esisterebbe più quale l’ha fondata Gesù. Per tornare al cardinal Gaetano, “Christus Dominus statuit Petrum in successoribus perpetuum: Cristo Signore ha stabilito (che) Pietro (sia reso) perpetuo nei suoi successori” (n. 746).

Naturalmente, questa definizione non può e non deve essere intesa nel senso che vi sarà sempre, in ogni istante, in atto, un Papa seduto sulla Cattedra di Pietro: durante la Sede vacante (ad esempio nel periodo che passa tra la morte di un Papa e l’elezione del suo successore). Ciò non conviene. In che senso dunque bisogna intendere la definizione vaticana?

Ce lo spiega ancora – per anticipazione – il Gaetano: “impossibile est Ecclesiam relinqui absque Papa et potestate electiva Papæ: è impossibile che la Chiesa sia lasciata senza Papa e senza il potere di eleggere il Papa” (n. 744). Durante la Sede vacante, pertanto, deve rimanere in qualche modo la persona morale che può eleggere il Papa: “papatus, secluso Papa, non est in Ecclesia nisi in potentia ministraliter electiva, quia scilicet potest, Sede vacante, Papam eligere, per Cardinales, vel per seipsam in casu: il Papato, tolto il Papa, si trova nella Chiesa solo in una potenza ministralmente elettiva, poiché essa può, durante la Sede vacante, eleggere il Papa mediante i Cardinali o, in un caso (accidentale) per mezzo di sé stessa” (n. 210).

È assolutamente necessario, pertanto, che – durante la Sede vacante – sussista ancora la possibilità di eleggere il Papa: lo esigono l’indefettibilità e l’apostolicità della Chiesa (22).

L’elezione del Papa nella situazione attuale della Chiesa

Era appunto questa l’obiezione mossa da Mons. Lefebvre ai sedevacantisti, e ripresa da don Scott contro Mons. Pivarunas. Certamente, una obiezione non può annullare una dimostrazione, e Mons. Pivarunas ha ragione – e don Scott torto – sul fatto che la Sede sia attualmente vacante. Abbiamo visto però che il sedevacantismo simpliciter, se è capace di dimostrare la vacanza della Sede, non è però capace di spiegare come sussista ancor oggi il potere di eleggere un successore. I vari tentativi di spiegazione, fin qui analizzati, risultano tutti inconcludenti: non possono eleggere il Papa i semplici fedeli, e neppure i semplici sacerdoti, e neanche i Vescovi non residenziali. D’altra parte, nella prospettiva strettamente sedevacantista, non sussisterebbero più attualmente dei cardinali o dei Vescovi residenziali cattolici, in quanto tutti quelli esistenti avrebbero aderito alla “Chiesa conciliare”, divenendo formalmente eretici.

L’unica soluzione possibile a questa difficoltà viene, ci sembra, dalla Tesi detta di Cassiciacum, esposta da Padre Guérard des Lauriers, Tesi che i sedevacantisti si ostinano a rifiutare senza rendersi conto che essa è l’unica che permetta di difendere veramente la tesi della Sede vacante.

Secondo questa Tesi, nella situazione attuale dell’autorità nella Chiesa, il potere di eleggere il Sommo Pontefice sussiste ancora nella Chiesa non in atto, formalmente, ma in potenza, materialmente, e questo è sufficiente per assicurare la continuità della Successione Apostolica e per garantire l’indefettibilità della Chiesa.

Un’elezione del Papa è per il momento impossibile sia perché la Sede è ancora occupata materialmente e legalmente da Giovanni Paolo II, sia perché, e lo abbiamo dimostrato in questo articolo, non vi sono, in atto, elettori capaci di procedere a questa elezione.

L’elezione è però possibile in potenza, sia perché in principio non può essere altrimenti, come abbiamo visto prima, sia perché di fatto, sussistono materialmente gli elettori canonicamente abilitati ad eleggere il Papa. Secondo la Tesi, infatti, i Cardinali creati dai “papi” materialiter conservano il potere di eleggere il Pontefice, come pure i Vescovi, nominati dai “papi” materialiter alle varie sedi episcopali, le occupano materialmente e potrebbero, ritornati alla pubblica ed integrale professione della Fede, essere elettori del Papa in assenza di Cardinali. Lo stesso “papa” che occupa solo materialmente la Sede potrebbe, anatematizzando tutti gli errori e professando integralmente la Fede, divenire a tutti gli effetti Papa anche formalmente. Come si vede, la Tesi di Cassiciacum risponde alle obiezioni sollevate dai “modernisti” e dai “lefebvriani” al sedevacantismo, mentre le altre tesi sedevacantiste non ne sono capaci. Per la dimostrazione di questo punto della Tesi, rimandiamo il lettore a quanto già scritto al proposito (23).

Il dovere dei cattolici

Giunti al termine di questa esposizione, naturalmente sommaria, della questione dell’elezione del Papa nella situazione attuale della Chiesa, possiamo tirare alcune conclusioni da quanto scritto.

Qual è il dovere dei cattolici, attualmente? Innanzitutto, conservare la fede. Questo dovere (conservare la fede) ne implica (di per sè) immediatamente un altro: quello di non riconoscere “l’autorità” di Giovanni Paolo II e del Concilio Vaticano II. Riconoscere l’autorità di Giovanni Paolo II e del Concilio Vaticano II implica, infatti, l’adesione al loro insegnamento che è – su alcuni punti – in contraddizione con la fede cattolica infallibilmente definita dalla Chiesa.

Il semplice cattolico però non può e non deve andare oltre. Non spetta al semplice fedele (e neppure ai sacerdoti e ai vescovi senza giurisdizione) dichiarare con autorità, ufficialmente e legalmente, la vacanza della Sede Apostolica e provvedere all’elezione di un autentico Pontefice. Il dovere del cattolico però è quello di pregare e lavorare, ciascuno al proprio posto e secondo le proprie competenze, affinché questa dichiarazione ufficiale – ad opera del collegio dei cardinali o del concilio generale imperfetto – divenga possibile. La tragedia dei nostri tempi – che detta la gravità della crisi presente – consiste proprio nel fatto che nessuno dei membri della gerarchia ha finora svolto questo ruolo. Attualmente, sembra impossibile che i Vescovi o i Cardinali giungano a condannare gli errori del Vaticano II e pongano l’occupante della Sede apostolica nella condizione di anatematizzare anch’egli questi errori, sotto pena di essere dichiarato formalmente eretico (e pertanto deposto, anche materialmente, dalla Sede); ma ciò che è impossibile agli uomini, ricordiamolo, è possibile a Dio. Ed in questo caso, sappiamo che Dio non può abbandonare la Sua Chiesa, perché le porte dell’inferno non prevarranno contro di Essa, ed Egli sarà con Essa fino alla fine del mondo.

Appendice

Esulano direttamente dalla nostra questione (la possibilità di eleggere un Papa allo stato attuale) due argomenti riguardanti pur sempre l’elezione del Papa: quello della certezza della validità dell’elezione papale a causa dell’accettazione pacifica di questa elezione da parte della Chiesa, e quello della santità dell’elezione. Di entrambi parla Journet nell’opera citata. Ne parlerò brevemente anch’io, poiché si tratta di due argomenti che possono servire da obiezione alla nostra posizione (la vacanza formale della Sede Apostolica).

L’accettazione pacifica come certezza della validità dell’elezione papale

Un’elezione, fosse anche l’elezione papale, può essere invalida o essere dubbia; lo ricorda lo stesso Journet, al seguito di Giovanni di San Tommaso (L’elezione del Papa. V. Validità e certezza dell’elezione). “La Chiesa – scrive Journet – possiede il diritto di eleggere il Papa, e quindi il diritto di conoscere con certezza l’eletto. Finché persiste il dubbio sull’elezione e che il consenso tacito della Chiesa universale non ha rimediato ai vizi possibili dell’elezione, non c’è il Papa, ‘Papa dubius, Papa nullus’. In effetti, fa notare Giovanni di San Tommaso, finché l’elezione pacifica e certa non è manifesta, è come se essa durasse ancora” (p. 978). Tuttavia, ogni incertezza sulla validità dell’elezione è dissipata dall’accettazione pacifica dell’elezione fatta dalla Chiesa universale: “l’accettazione pacifica della Chiesa universale, che si unisce attualmente a tale eletto come al capo al quale essa si sottomette, è un atto nel quale la Chiesa impegna il suo destino. E’ quindi di per sè un atto infallibile, ed è immediatamente conoscibile come tale. (Conseguentemente e mediatamente, risulterà che tutte le condizioni pre-richieste alla validità dell’elezione sono state realizzate)” (pp. 977-978). Quanto affermato da Journet si ritrova in quasi tutti i teologi.

Questa dottrina include un’obiezione gravissima contro ogni sedevacantismo (inclusa la nostra Tesi). L’abbé Lucien non nascondeva questa difficoltà, scrivendo: “Senza rispondere ai nostri argomenti, alcuni dichiarano che [la nostra tesi] è certamente falsa, poiché la sua conclusione, secondo loro, è contraria alla fede o almeno prossima all’eresia. Ricordano in effetti che la legittimità di un Papa è un fatto dogmatico, e aggiungono che il segno infallibile di questa legittimità è l’adesione della Chiesa universale. Ora, fanno notare, svariati anni dopo il 7 dicembre 1965 [data a partire della quale Paolo VI non era certamente più Papa formalmente] nessuno ha messo in causa, pubblicamente, nella Chiesa, la legittimità di Paolo VI. È quindi impossibile, concludono, che abbia cessato di essere papa legittimo in questa data, poiché la Chiesa universale continuava a riconoscerlo. Questi obbiettori affermano parimenti che ancor oggi la Chiesa universale aderisce a Giovanni Paolo II, poiché nessun membro della gerarchia di magistero lo ha ricusato: ora, questa gerarchia (l’insieme dei vescovi residenziali uniti al Papa) rappresenta autenticamente la Chiesa universale” (24). Rinvio il lettore alla magistrale risposta che dà l’abbé Lucien a questa obiezione. Da un lato, egli ricorda che la Costituzione Cum ex apostolatus di papa Paolo IV – che se non ha più valore giuridico è pur sempre un atto del magistero – insegna una dottrina contraria (la tesi dell’accettazione pacifica della Chiesa come prova certa della validità di una elezione è quindi solo un’opinione teologica). D’altro canto, sottolinea come questa opinione si fondi sul fatto che è impossibile che la Chiesa intera segua una falsa regola di fede aderendo ad un falso pontefice: ciò sarebbe in contraddizione con l’indefettibilità della Chiesa. Ora, nel nostro caso, tra coloro che riconoscono la legittimità di Paolo VI e Giovanni Paolo II, ve ne sono molti che non aderiscono alle novità del Vaticano II; essi, di fatto, non riconoscono Paolo VI e Giovanni Paolo II come regola della fede e quindi, sempre di fatto, non ne riconoscono la legittimità (cf pp. 108-111). Insomma, il fatto che molti cattolici, implicitamente o esplicitamente, non abbiano recepito il Vaticano II, toglie alla tesi dell’accettazione pacifica della Chiesa la sua forza dimostrativa quanto alla legittimità di chi il Concilio ha promulgato.

La santità dell’elezione

Se l’obiezione precedente è effettivamente importante, quella fondata sulla santità dell’elezione non lo è affatto; ma poiché molti fedeli me l’hanno citata, mi sembra opportuno rispondere con le parole stesse di Journet. Molte persone, infatti, credono a torto che sia lo Spirito Santo che garantisce l’elezione ispirando i cardinali, per cui l’eletto del Conclave sarebbe stato scelto direttamente da Dio. Journet ricorda che, quando si parla di santità dell’elezione papale, “non si vuol dire con queste parole che l’elezione del papa si compia sempre con una infallibile assistenza, poiché ci sono dei casi nei quali l’elezione è invalida, nei quali rimane dubbia, nei quali resta quindi in sospeso. Non si vuol neppure dire che sia scelto necessariamente il miglior soggetto. Si vuole solo dire che, se l’elezione è fatta validamente (il che, in sè, è sempre un bene) anche quando fosse il risultato di intrighi e di interventi spiacevoli (ma allora ciò che è peccato resterà peccato davanti a Dio), si è certi che lo Spirito Santo, il quale, al di là dei papi, veglia in modo speciale sulla sua Chiesa, utilizzando non solo il bene, ma anche il male che essi possono fare, non ha potuto volere o almeno permettere questa elezione che per dei fini spirituali la cui bontà si manifesterà a volte senza tardare nel corso della storia, oppure sarà conservata segreta fino alla rivelazione dell’ultimo giorno. Ma son questi misteri nei quali la fede sola può penetrare ” (pp. 978-979). Insomma, la divina Provvidenza veglia in maniera specialissima sulla Chiesa, ma non impedisce che a volte l’elezione papale possa essere nulla, dubbia, oppure, se valida, abbia per oggetto una persona meno degna di questa carica di un’altra. Negli ultimi conclavi quindi Dio ha potuto permettere, per motivi inscrutabili, che fossero eletti dei soggetti che non avevano oggettivamente la volontà abituale di procurare il bene ed il fine della Chiesa, e che pertanto, pur essendo gli eletti del Conclave (“papi” materialiter), hanno posto e pongono tuttora un ostacolo alla ricezione, da parte di Dio, dell’assistenza divina e dell’autorità pontificia (non sono “papi” formaliter) che, se non ci fosse quest’ostacolo sarebbe stata conferita all’eletto del conclave che accetta realmente l’elezione.

Note

1) La lettera Pro grege può essere richiesta al seguente indirizzo: Most Rev. Mark A. Pivarunas, Mater Dei Seminary, 7745 Military Avenue, Omaha, NE 68134-3356, U.S.A.
2) Peter Scott non fa altro che riprendere le due obiezioni già addotte da Mons. Lefebvre nel 1979: “la questione della visibilità della Chiesa è troppo necessaria alla sua esistenza perché Dio possa ometterla durante delle decadi. Il ragionamento di quanti affermano l’inesistenza del Papa mette la Chiesa in una situazione inestricabile. Chi ci dirà dov’è il futuro Papa? Come potrà essere designato, poiché non ci sono più cardinali?” (Fraternité Sacerdotale Saint Pie X, Position de Mgr Lefebvre sur la nouvelle messe et le pape, supplemento a Fideliter, 1980, p. 4).
3) Padre O’Really fu professore dell’Università cattolica di Dublino.
4) Mons. Pivarunas non dà i riferimenti della citazione di Journet. Si tratta dell’Excursus VIII, L’élection du pape dell’opera L’Eglise du Verbe Incarné, Vol. I La Hiérarchie apostolique, p. 976, Ed. Saint Augustin Saint Just-la-Pendue 1998. Il grassetto è di Mons. Pivarunas.
5) Pio IX, con la Costituzione apostolica Cum Romani Pontificibus del 4 dicembre 1869, avendo indetto il Concilio Vaticano I, si preoccupò di precisare le condizione dell’elezione pontificia, in caso di sua morte durante il Concilio. Sull’esempio di Giulio II (durante il quinto concilio lateransense) e di Paolo III e Pio IV (in occasione del concilio di Trento) stabilì che l’elezione era di spettanza esclusiva del Collegio dei Cardinali, con esplicita esclusione dei Padri Conciliari (Insegnamenti Pontifici, La Chiesa, n. 326). Questa prescrizione è stata ripresa da San Pio X (Vacante Sede Apostolica, n. 28) e da Pio XII (Vacantis Apostolicae Sedis, dell’otto dicembre 1945, n. 33). La prescrizione non è solo disciplinare, ma ha un fondamento nel rifiuto delle teorie conciliariste.
6) Spiega Journet: “Nel caso che le condizioni previste fossero divenute inapplicabili, il compito di determinarne di nuove spetterebbe alla Chiesa per devoluzione, prendendo questo termine, come nota Gaetano (Apologia de comparata auctoritate papæ et concilii, cap. XIII, n° 745), non in senso stretto (in senso stretto la devoluzione è in favore dell’autorità superiore in caso di incuria da parte dell’inferiore), ma in senso largo, per indicare ogni trasmissione, anche se fatta a un inferiore” (op.cit., pp. 975-976).
7) Tommaso de Vio, detto Gaetano dal luogo di nascita (Gaeta), visse dal 1468 al 1533. Religioso domenicano nel 1484 iniziò l’insegnamento nel 1493. Fu Maestro generale dell’ordine dal 1508 al 1518, partecipò al V Concilio del Laterano e fu nominato Cardinale nel 1517. Nel 1518 fu legato della Santa Sede per procedere contro Lutero, lavorando alla stesura della bolla di Leone X, Exurge Domine, contro l’eresiarca. Vescovo di Gaeta nel 1519 fu ancora legato in Ungheria dal 1523 al 1524. È sepolto a Roma nella chiesa di santa Maria Sopra Minerva. “Il Gaetano è celebre per i suoi classici commenti a tutta la Somma teologica di san Tommaso, ai quali rimane legato il suo nome e la sua fama più duratura… Particolarmente attaccato alla Sede Apostolica, il Gaetano ne difese con profondità e brio le prerogative nel celebre trattato De auctoritate Papae con relativa Apologia, che stroncò le velleità conciliaristiche di Pisa (1511) e preparò in anticipo la condanna dell’errore gallicano. (…) San Roberto Bellarmino lo definiva ‘uomo di sommo ingegno e di non minore pietà” (Enciclopedia Cattolica, voce De Vio).
8) “Il primo opuscolo, intitolato ‘De comparatione auctoritatis Papæ et Concilii; fu composto dal Cardinal Gaetano – che lo finì il 12 ottobre 1511 – nell’arco di due mesi. Occasione di questo opuscolo era il Concilio scismatico di Pisa, indetto in quei tempi da alcuni cardinali contro Papa Giulio II; per cui l’Autore si impegna a confutare le tesi cosiddette Gallicane, sostenute fin dal XV secolo in occasione del Concilio di Costanza; innanzitutto la (tesi) di Occam e Gerson, che afferma la superiorità del Concilio sul Papa. Contro (questa tesi), Gaetano dimostra (…) che il Papa, in quanto successore di Pietro, gode del primato, ovvero della piena e suprema potestà ecclesiastica, con tutte le prerogative che gli sono annesse. Il Re di Francia Luigi XII sottopose quest’Opera all’esame dell’Università di Parigi, che affidò la difesa [della propria posizione] al giovane e facondo autore Jacques Almain. Poiché questi compose l’opuscolo ‘De auctoritate Ecclesiæ, seu sacrorum Conciliorum eam repraesentantem, contra Thomam de Vio, Dominicanum’ (Parigi, Jean Granjon, 1512), Gaetano rispose con un altro opuscolo, ovvero l’‘Apologia de comparata auctoritate Papæ et Concilii’, portato a termine il 29 novembre 1512” (nostra traduzione dal latino dell’introduzione di Padre Pollet, o.p., alla riedizione dei due opuscoli del Gaetano, fatta a cura dell’Angelicum, a Roma, nel 1936).
9) “Examinata comparatione potestatis Papæ ad Apostolos ratione sui apostolatus, comparanda modo est Papæ potestas Ecclesiæ universalis seu Concilii universalis potestati, nunc quidem absolute, postmodum vero in eventibus et casibus, ut promisimus. Et quoniam opposita iuxta se posita magis elucescunt, afferam primo rationes primarias in quibus consistit vis, quibus probatur Papam subesse Ecclesiæ seu Concilii universalis iudicio. Et ne contingat sæpius Ecclesiam et Concilium iungere, pro eodem sumantur, quoniam non nisi sicut repraesentans et repraesentatum distinguuntur”.
10) Diciamo “imperfetto” perché, in assenza del Papa, un Concilio generale è appunto imperfetto (cf De comparatione, n° 231, parlando del Concilio di Costanza che si riunì per l’elezione di Martino V), in quanto privo del suo Capo, il quale è il solo a potere convocare, dirigere e confermare un Concilio ecumenico (can. 222; Gaetano, op. cit., cap. XVI). Ricordiamo che – secondo il Gaetano – è lo stesso Concilio generale imperfetto che ha il compito di deporre il Papa eretico (n° 230).
11) “I prelati che sono a capo su di un proprio territorio separato da ogni diocesi,, con clero e popolo, sono detti Abati o Prelati ‘nullius’, cioè di nessuna diocesi…” (can. 319). I Prelati o Abati nullius devono avere le stesse qualità richieste nel vescovo (can. 320§2) ed hanno lo stesso potere ordinario e gli stessi obblighi del vescovo residenziale (can. 323§1) del quale portano l’abito e le insegne liturgiche (can. 325) anche se fossero privi del carattere episcopale.
12) Gli altri Abati ed i superiori delle religioni clericali esenti pur non avendo giurisdizione su di un territorio hanno giurisdizione su delle persone (i propri sudditi) indipendentemente dal Vescovo diocesano. Sono quindi degli Ordinari, anche se non degli Ordinari di luogo (can. 198). Anche in questo caso il criterio per partecipare al Concilio è la giurisdizione e non l’ordine episcopale.
13) Giacché questa posizione rifiuta la successione materiale sulle sedi episcopali, ammessa invece dal sedevacantismo ‘formaliter’ ma non ‘materialiter’ di padre Guérard des Lauriers.
14) Ho già provato altrove (F. Ricossa, Le consacrazioni Episcopali, C.L.S. Verrua Savoia 1997) come la Chiesa insegni che il Vescovo non riceve la giurisdizione da Dio mediante la Consacrazione, ma solo mediante il Papa, anche se il Vaticano II insegna il contrario. Contro questa dottrina insegnata ripetutamente dal magistero ordinario non serve obiettare con esempi storici di elezioni (e consacrazioni) episcopali durante la sede vacante. Queste elezioni dimostrano solo la non illiceità – in caso di sede vacante ad esempio – di consacrazioni episcopali, ma non dimostrano che gli eletti godessero della giurisdizione episcopale, che ricevettero solo, con la conferma della loro elezione canonica, dal nuovo Papa. Ciò non toglie che essi potessero credere in buona fede di avere giurisdizione ancor prima della conferma papale, giacché la dottrina che noi difendiamo (secondo la quale la giurisdizione episcopale viene dal Papa e non dalla consacrazione) è stata precisata dal magistero in periodi successivi a questi fatti storici, mentre era ancora discussa al Concilio di Trento. Segnalo tra l’altro come la dottrina di Gaetano a questo proposito – anche in questo fedele discepolo di san Tommaso – è quella che abbiamo ricordato (cf n°267).
15) Journet conclude rinviando al Dictionnaire de théologie catholique, alla voce Election des papes, per “un esposizione storica delle diverse condizioni nelle quali i papi sono stati eletti”. Ne approfitto per notare quanto sulla questione che stiamo trattando (e non è l’unico caso) il DTC sia deludente. L’estensore della voce “elezione dei papi” infatti si limita ad una esposizione storica omettendo invece il ben più importante punto di vista teologico e dommatico: un punto di vista che ha tratto in inganno – per omissione – non pochi lettori e studiosi.
16) Camillo Card. Mazzella, De Religione et Ecclesia, Praelectiones Scolastico-Dogmaticae,Roma, 1880. Ringrazio Mons. Sanborn, che anni fa mi ha segnalato questa citazione (mentre la colpa della traduzione è tutta mia).
17) Cf San Pio X, ep. Ex quo nono 26/12/111910, DS. 3555, ove viene condannato l’errore opposto professato dagli scismatici orientali. Recentemente invece Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha negato che la Chiesa fosse una monarchia.
18) È stato il caso – tra gli altri – del “veggente” del Palmar de Troya, Clemente Dominguez, che sarebbe stato eletto Papa direttamente dal Cielo dopo la morte di Paolo VI.
19) L’editore Delacroix, ad esempio, ha pubblicato le “Visions de la Vénérable Elisabeth Canori Mora sur l’intervention de Saint Pierre et Saint Paul à la fin des temps” presentando il libretto come una conferma delle conclusioni del libro di don Paladino, L’Eglise eclipsée?, libro pubblicato dal medesimo editore, dove si accenna (p. 274) a queste e altre profezie.
20) Per completezza, riporto la risposta che Mons. Sanborn dà ai sedevacantisti che – implicitamente o esplicitamente – ritengono possibile invece la soluzione del Conclave: “D. Perché il sedevacantismo completo non è una soluzione?
R. Perché priva la Chiesa della possibilità di eleggere un successore legittimo di san Pietro. Esso distrugge fondamentalmente l’apostolicità della Chiesa.
I sedevacantisti completi cercano di risolvere il problema della successione apostolica in due modi. Il primo è il conclavismo. Essi sostengono che la Chiesa è una società che ha il diritto intrinseco di eleggere i propri capi. Ne consegue che il piccolo resto dei fedeli potrebbe riunirsi e leggere un Papa.
Dato e non concesso che una simile impresa possa essere portata a compimento essa solleva alcuni problemi. Primo: chi sarebbe legalmente designato per votare? Come sarebbero designati legalemente questi elettori? Secondo: in nome di qual principio i cattolici potrebbero essere obbligati a riconoscere come legittimo successore di san Pietro colui che vincerebbe una simile elezione? Di fatto il conclavismo non è altro che un elegante eufemismo per designare il regno dell’anarchia dove vige la legge del più forte. La Chiesa cattolica, non è anarchia, ma una società divinamente costituita, retta dalle sue proprie regole e da leggi proprie. In terzo luogo, ed è il punto più importante, non è lecito passare dal diritto naturale che hanno gli uomini a scegliersi dei capi, al diritto di leggere un Papa. La Chiesa non è un istituto naturale allo stesso titolo di una società temporale. I membri della Chiesa cattolica non hanno alcun diritto a designare il Romano Pontefice. È Cristo stesso che all’origine ha scelto san Pietro per essere il romano pontefice ed in seguito le modalità di designazione sono state fissate legalmente”. Mons. Donald J. Sanborn, Explanation of the Thesis of Bishop Guérard des Lauriers, 29/06/2002. Presso l’autore: Most Holy Trinity Seminary 2850 Parent Warren, Michigan 48092 USA bpsanborn@catholicrestoration.org.
21) Quanto abbiamo affermato non è in contrasto con quanto scritto da Mons. Guérard des Lauriers nella medesima intervista pubblicata sul n. 13 di Sodalitium: “in mancanza di M. [ovvero della persona morale – i Vescovi residenziali – abilitati a convocare un Concilio generale imperfetto ove si porrebbero le monizioni canoniche a Giovanni Paolo II] non esiste una soluzione ‘canonica’! Gesù solo rimetterà la Chiesa in ordine, nel e col Trionfo di Sua Madre. Sarà allora evidente per tutti che la salvezza sarà venuta dall’Alto” (p. 30). Questo intervento divino, infatti, non sarà contrario alla divina costituzione della Chiesa quale è stata stabilita da Gesù stesso. Un ritorno dei Vescovi e/o del “papa” materialiter alla professione pubblica della Fede sarebbe (sarà) d’altra parte un miracolo di ordine morale talmente straordinario da eguagliare la conversione di San Paolo. In quali circostanze ciò avverrà, lo ignoriamo.
22) Al proposito il lettore potrà leggere con profitto quanto scritto da Padre Goupil s.j. (L’Eglise, quinta ed., 1946, Laval, pp. 48-49) ed il commento che ne fa B. Lucien (La situation actuelle de l’autorité dans l’Eglise, Bruxelles, 1985, p. 103, n. 132). Vedi anche F. Ricossa, Don Paladino e la Tesi di Cassiciacum, Verrua Savoia, pp. 12-22).
23) B. Lucien, La situation actuelle de l’autorité dans l’Eglise. La Thèse de Cassiciacum, Bruxelles, 1985, capitolo X. D. Sanborn, De Papatu materiali, Verrua Savoia, 2001. La rivista Le sel de la terre contesta, nel suo numero 41, la dimostrazione data da don Sanborn. Ritorneremo sulla questione nel prossimo numero.
24) Lucien, op. cit., p. 107.

Fonte: https://www.sodalitium.biz/lelezione-del-papa/

Saulo, perché mi perseguiti?

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Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 12/23 del 25 gennaio 2023, Conversione di San Paolo

“Saulo, perché mi perseguiti?”

 25 Gennaio, Conversione di San Paolo (1)

Abbiamo visto la Gentilità, rappresentata ai piedi dell’Emmanuele dai Re Magi, offrire i suoi mistici doni e ricevere in cambio i doni preziosi della fede, della speranza e della carità. La messe dei popoli è ormai matura; è tempo che il mietitore vi ponga la falce. Ma chi sarà questo operaio di Dio? Gli Apostoli di Cristo non hanno ancora lasciata la Giudea. Tutti hanno la missione di annunciare la salvezza fino agli estremi confini del mondo, ma nessuno fra loro ha ancora ricevuto il carattere speciale di Apostolo dei Gentili. Pietro, l’Apostolo della Circoncisione, è destinato particolarmente, al pari di Cristo, alle pecore smarrite della casa d’Israele (Mt 15,24). Tuttavia siccome è il capo e il fondamento, spetta a lui aprire la porta della Chiesa ai Gentili, e lo fa solennemente, conferendo il Battesimo al centurione romano Cornelio.

Intanto la Chiesa si prepara: il sangue del Martire Stefano e la sua ultima preghiera otterranno un nuovo Apostolo: l’Apostolo delle Genti. Saulo, cittadino di Tarso, non ha visto Cristo nella sua vita mortale e soltanto Cristo può fare un Apostolo. Dall’alto dei cieli dove regna impassibile e glorificato, Gesù chiamerà Saulo alla sua scuola, come chiamò negli anni della sua predicazione a seguire i suoi passi e ad ascoltare la sua dottrina i pescatori del lago di Genezareth. Il Figlio di Dio rapirà Paolo fino al terzo cielo, e gli rivelerà tutti i suoi misteri; e quando Saulo avrà avuto modo, come egli narra, di vedere Pietro (Gal 1,18) e di paragonare con il suo il proprio Vangelo, potrà dire: “Io non sono meno apostolo degli altri Apostoli”.

È appunto nel giorno della Conversione di Saulo che ha ini­zio questa grande opera. È oggi che risuona quella voce che spezza i cedri del Libano (Sal 28,5), e la cui immensa forza fa del Giudeo persecutore innanzitutto un cristiano, nell’attesa di farne un Apostolo. Questa meravigliosa trasformazione era stata vaticinata da Giacobbe allorché sul letto di morte svelava l’avvenire di ciascuno dei suoi figli, nelle tribù che dovevano uscire da essi. Giuda ebbe i più alti onori: dalla sua stirpe regale doveva nascere il Redentore, l’atteso delle genti. Beniamino fu annunciato a sua volta sotto caratteristiche più umili, ma pure gloriose: sarà l’avo di Paolo, e Paolo l’Apostolo delle genti.

Il santo vegliardo aveva detto: “Beniamino è un lupo rapace: al mattino si prende la preda; ma alla sera distribuisce il bottino” (Gen 49,27). Colui che nell’ardore della sua adolescenza si scaglia come un lupo spirante minaccia e strage all’inseguimento delle pecore di Cristo, non è forse – come dice sant’Agostino (Disc. 278) – Saulo sulla via di Damasco, portatore ed esecutore degli ordini dei pontefici del Tempio e tutto ricoperto del sangue di Stefano che egli ha lapidato con le mani di coloro ai quali custodiva le vesti? Colui che, alla sera, non rapisce più le spoglie del giusto, ma con mano caritatevole e pacifica distribuisce agli affamati il cibo vivificante, non è forse Paolo, Apostolo di Gesù Cristo, bruciante d’amore per i suoi fratelli, e che si fa tutto a tutti, fino a desiderare di essere anatema per essi?

Questa è la forza vittoriosa dell’Emmanuele, forza sempre crescente e alla quale nulla può resistere. Se egli vuole come primo omaggio la visita dei pastori, li fa chiamare dai suoi angeli le cui dolci note sono bastate per condurre quei cuori semplici alla mangiatoia dove giace sotto poveri panni la speranza d’Israele. Se desidera l’omaggio dei principi della Gentilità, fa spuntare in cielo una stella simbolica, la cui apparizione, aiutata dall’intimo moto dello Spirito Santo, fa decidere quegli uomini a venire dal lontano Oriente a deporre ai piedi d’un bambino i loro doni e i loro cuori. Quando è giunto il momento di formare il Collegio Apostolico, cammina sulle rive del mar di Tiberiade, e basta la sola parola: Seguitemi, per legare a lui gli uomini che ha scelti. In mezzo alle umiliazioni della sua Passione, un suo sguardo cambia il cuore del discepolo infedele. Oggi, dall’alto dei Cieli, compiuti tutti i misteri, volendo mostrare che egli solo è maestro dell’Apostolato e che la sua alleanza con i Gentili è consumata, si manifesta a quel Fariseo che vorrebbe distruggere la Chiesa; spezza quel cuore di Giudeo e crea con la sua grazia un nuovo cuore d’Apostolo, un vaso di elezione, quel Paolo che dirà d’ora in poi: “Vivo, ma non son già io, bensì Cristo che vive in me” (Gal 11,20).

Ma era giusto che la commemorazione di quel grande evento venisse a porsi non lontano dal giorno in cui la Chiesa celebra il trionfò del Protomartire. Paolo è la conquista di Stefano. Se l’anniversario del suo martirio s’incontra in un altro periodo dell’anno (29 giugno), non poteva fare a meno di apparire accanto alla culla dell’Emmanuele, come il più splendido trofeo del Protomartire; i Magi esigevano anche il conquistatore della Gentilità di cui formavano le primizie.

Infine, per completare la corte del nostro grande Re, era giusto che si elevassero ai lati della mangiatoia le due potenti colonne della Chiesa, l’Apostolo dei Giudei e l’Apostolo dei Gentili: Pietro con le chiavi e Paolo con la spada. Betlemme ci sembra allora ancor più l’immagine della Chiesa, e le ricchezze della liturgia in questa stagione ci appaiono più belle che mai.

Noi ti rendiamo grazie, o Gesù, perché hai oggi abbattuto il tuo nemico con la tua potenza, e l’hai risollevato con la tua misericordia. Tu sei veramente il Dio forte, e meriti che ogni creatura celebri le tue vittorie. Come son meravigliosi i tuoi piani per la salvezza del mondo! Tu associ gli uomini all’opera della predicazione della tua parola e alla dispensa dei tuoi misteri; e per rendere Paolo degno di tale onore, usi tutte le risorse della grazia. Ti compiaci di fare dell’assassino di Stefano un Apostolo, perché il tuo potere si mostri a t’urti gli occhi, il tuo amore per le anime appaia nella sua più gratuita generosità, e sovrabbondi la grazia dove abbondò il peccato. Visitaci spesso, o Emmanuele, con questa grazia che cambia i cuori, perché noi desideriamo la vita in larga misura, ma sentiamo che il suo principio è così spesso sul punto di sfuggirci. Convertici come hai convertito l’Apostolo e assistici quindi, poiché senza di te noi non possiamo far nulla. Previenici, seguici, accompagnaci, non lasciarci mai, e come ci hai dato il principio, così assicuraci la perseveranza sino alla fine. Concedici di riconoscere, con timore ed amore, quel dono della grazia che nessuna creatura potrebbe meritare, e al quale tuttavia una volontà creata può fare ostacolo. Noi siamo prigionieri: solo tu possiedi lo strumento con l’aiuto del quale possiamo infrangere le nostre catene. Tu lo poni nelle nostre mani, dicendoci di usarlo: sicché la nostra liberazione è opera tua e non nostra, e la nostra prigionia, se continua, si deve attribuire soltanto alla nostra negligenza e alla nostra viltà. Dacci, o Signore, questa grazia; e degnati di ricevere la promessa di associarvi umilmente la nostra cooperazione.

Aiutaci, o san Paolo, a corrispondere ai disegni della misericordia di Dio su di noi; fa’ che siamo soggiogati dalla dolcezza di Gesù. Non udiamo la sua voce, la sua luce non colpisce i nostri occhi, ma leva il suo lamento perché troppo spesso lo perseguitiamo. Ispira ai nostri cuori la tua preghiera: “Signore, che vuoi che io faccia?”. Ci risponderà di essere semplici e bambini come lui, di riconoscere il suo amore, di finirla con il peccato, di combattere le cattive inclinazioni, di progredire nella santità seguendo i suoi esempi. Tu hai detto, o Apostolo: “Chi non ama nostro Signore Gesù Cristo sia anatema!”. Faccelo conoscere sempre più, perché lo amiamo, e questi dolci misteri non diventino, per la nostra ingratitudine, la causa della nostra riprovazione.

Vaso di elezione, converti i peccatori che non pensano a Dio. Sulla terra tu ti sei prodigato interamente per la salvezza delle anime; nel cielo dove ora regni, continua il tuo ministero, e chiedi al Signore, per coloro che perseguitano Gesù nelle sue membra quelle grazie che vincono i più ribelli. Apostolo dei Gentili, volgi gli occhi su tanti popoli che giacciono ancora nell’ombra della morte. Un giorno tu eri combattuto fra due ardenti desideri: quello di essere con Gesù Cristo, e quello di restare sulla terra per lavorare alla salvezza dei popoli. Ora, tu sei per sempre con il Salvatore che hai predicato: non dimenticare quelli che ancora non lo conoscono. Suscita uomini apostolici per continuare la tua opera. Rendi fecondi i loro sudori e il loro sangue. Veglia sulla Sede di Pietro, tuo fratello e tuo capo; sostieni l’autorità della Chiesa di Roma che ha ereditato i tuoi poteri, e che ti considera come la sua seconda colonna. Rivendicala dovunque è misconosciuta; distruggi gli scismi e le eresie; riempi tutti i pastori del tuo spirito, affinché sul tuo esempio non cerchino se stessi, ma unicamente e sempre gli interessi di Gesù Cristo.

(1) Il martirologio geronimiano menziona, alla data del 25 gennaio, una Translatio S. Pauli Apostoli. “A poco a poco, tuttavia l’orientazione storica si spostò, e al concetto di una traslazione materiale delle Reliquie di san Paolo, sostituendosi quello d’una traslazione o mutamento psicologico e spirituale avvenuto nello stesso Apostolo sulla via di Damasco, dalla translatio fisica, si passò così alla mistica Conversio del medesimo” (Liber Sacram. vol. VI, p. 185). Sembra che la festa abbia avuto origine nelle chiese della Gallia e sia passata poi progressivamente, a partire dall’VIII secolo, nei libri romani. I testi dell’Ufficio e della Messa sorpassano l’oggetto storico e preciso della festa. Si tratta non solo della Conversione di san Paolo, ma anche di tutte le sue conseguenze, lo zelo e le tribolazioni dell’Apostolo.

Fonte: http://www.unavoce-ve.it/pg-25gen.htm

Carme di San Damaso (traduzione del card. Schuster)

Iamdudum Saulus, procerum praecepta secutus,
Cum Domino patrias vellet praeponere leges,
Abnueret sanctos Christurn laudasse prophetas,
Caedibus adsiduis cuperet discerpere plebem,
Cum lacerat sanctae matris pia foedera coecus,
Post tenebras verum meruit cognoscere lumen,
Temptatus sensit possit quid gloria Christi.
Auribus ut Domini vocem lucemque recepit,
Composuit mores Christi praecepta secutus.
Mutato placuit postquam de nontine Paulus,
Mira fides rerum ; subito trans aethera vectus,
Noscere promeruit possent quid praemia vitae.
Conscendit raptus martyr penetralia Christi,
Tertia lux caeli tenuit paradisum euntem;
Conloquiis Domini fruitur, secreta reservat,
Gentibus ac populis iussus praedicere vera,
Profundum penetrare maris noctemque diemque
Visere, cui magnum satis est vixisse latentem.
Verbera, vincla, fantem, lapides, rabiemque ferarum,
Carceris inluviem, virgas, tormenta, catenas,
Naufragium, lachrymas, serpentis dira venena,
Stigmata non timuit portare in corpore Christi.
Credentes docuit possent quo vincere mortem.
Dignus amore Dei, vivit per saecla magister,
Versibus his breviter, fateor, sanctissime Doctor
Paule, tuos, Damasus, volui, monstrare triumphos.

Già da gran tempo Saulo andava appresso alle massime dei Seniori,
E alle divine leggi preponeva quello della sua nazione,
Rifiutandosi di riconoscere che i Profeti avevano reso omaggio al Cristo.
Mentre egli con insaziabile crudeltà agognava a sbranare il gregge,
Ed attendeva ciecamente a dilaniare l’unità della Madre Chiesa,
Dopo le tenebre, meritò di conoscere la vera luce,
E seppe a prova quanto fosse più potente di lui la gloria del Cristo.
Non appena però egli ascoltò la voce del Signore, e riacquistò la vista,
Docile ai precetti di Cristo, riformò la propria vita.
Cambiò quindi il proprio nome in quello di Paolo,
E, mirabile a dirsi, ratto tosto in estasi al più alto dei cieli,
Potè pregustare quanto fosse immenso il premio dell’eterna vita.
Il futuro Martire penetra nei penetrali di Cristo,
E nella sua ascensione al paradiso giunge sino al terzo cielo,
Entra in colloquio col Signore, ma ne serba il secreto.
Iddio gli ordina d’annunziare la verità ai Gentili ed alle nazioni,
Di penetrare il profondo del mare e di trascorrervi una notte ed un giorno,
Egli al quale già sarebbe bastato di aver vissuto in quella profonda solitudine.
Egli le percosse, le catene, la fame, le sassate, la rabbia delle fiere,
Lo squallore del carcere, le verghe, le torture, i ceppi,
Il naufragio, le lacrime, il tremendo veleno del serpe,
Le stigmate di Cristo non temè di portare impresse sulle sue membra.
Egli insegnò ai fedeli in che modo potessero vincere la morte.
Degno dell’amore di Dio, maestro insuperato, vive attraverso i secoli.
In questi brevi versi, tel dichiaro, o Dottore santissimo
Paolo, io Damaso ho voluto indicare i tuoi trionfi.

Fonte: Card. A.I. Schuster O.S.B., Liber Sacramentorum, Vol. VI La Chiesa Trionfante. Le Feste dei Santi durante il ciclo Natalizio, Marietti 1941, pagg. 188-189.

 

La finzione della guerra per difendere l’Ucraina è definitivamente caduta

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di Luciano Lago

Le élite di Washington e di Bruxelles ammettono ormai il vero disegno progettato per la guerra in Ucraina istigata e pianificata dagli Stati Uniti.

L’obiettivo era ed è la distruzione dell’integrità della Federazione Russa come stato e la sua disarticolazione per permettere agli Anglo USA di prendere il controllo dell’Eurasia e accedere alle sue enormi risorse.

Questo piano emerge non solo dai documenti scritti nero su bianco almeno tre anni prima (vedi quanto scriveva la Rand Corporation), ma anche da quello che emerge dagli incontri di Davos, dove il linguaggio è ormai scoperto e si sono abbandonati gli ipocriti appelli a “salvare la democrazia ucraina”, quella dominata dai gruppi neonazisti che assassinano gli oppositori o li fanno sparire, mentre viene appiccato il fuoco alle chiese ortodosse e perseguitato il clero ortodosso. Una democrazia che vedono solo loro e che viene rivenduta come argomento di propaganda per coprire le nefandezze commesse in quel paese.

L’élite finanziaria anglo sassone dominante oggi parla apertamente della necessità di impadronirsi delle risorse della Russia che non devono essere lasciate soltanto nella disponibilità dei russi. I veri obiettivi celati dietro la pianificazione delle azioni aggressive di Washington, l’espansione senza fine della NATO, l’utilizzo dell’Ucraina come piattaforma di attacco contro la Russia, adesso sono scoperti. Il destino degli ucraini destinati a fare da carne da cannone nella guerra contro la Russia interessa poco o niente all’élite di Washington, come questa non si è mai interessata al destino degli iracheni, dei libici, dei siriani o degli afgani e di tutti gli altri sacrificati per gli interessi egemonici degli Stati Uniti.

Questo spiega l’accrescere progressivo della retorica bellica dei neocon e delle loro reggicoda europei della NATO che sono pronti a intensificare il conflitto fino alla terza guerra mondiale, e neppure la minaccia nucleare, paventata come inevitabile sviluppo dalla Russia, potrà fermarli. Sembra che tutto sia stato già deciso da tempo e il piano deve essere portato a compimento, costi quel che costi.

Si comprende quindi la mancanza di volontà politica dei governi europei per cercare di risolvere il conflitto o di trovare una formula di negoziati. Washington ha sabotato qualsiasi tentativo di mediazione e tiene per le palle l’ex comico Zelensky, divenuto ormai una patetica marionetta, che lancia continui appelli per ricevere altre armi e finanziamenti. Le sceneggiate continuano e si prevede anche una sua comparsata in Italia a Sanremo. La regia di Hollywood non gli basta più.

Tuttavia, il tempo sta scadendo anche per Zelensky ed è probabile che si avvicini il momento di un rimpasto a Kiev e questo non sarà indolore per l’ex comico, come di frequente accaduto per le marionette degli USA, sempre destinate a fare una brutta fine.

Da ultimo si sono udite le parole dell’altro personaggio che ha la stessa valenza dell’ex comico, Joseph Borrel, l’alto rappresentante della UE, quello che aveva dichiarato “l’Europa come giardino incantato mentre fuori c’è un jungla”. Borrel ha paragonato il conflitto in Ucraina alle guerre passate condotte contro la Russia da parte di Napoleone e di Hitler. ““La Russia è un grande Paese, è abituata a combattere fino alla fine, è abituata a quasi perdere e poi a ripristinare tutto. L’hanno fatto con Napoleone, l’hanno fatto con Hitler (……). Pertanto, è necessario continuare ad armare l’Ucraina”, ha dichiarato Borrel.

Inutile commentare quale sia la logica di tali dichiarazioni, sarebbe tempo perso.

Altri politici occidentali, come la vicepremier canadese, Chrystia Freeland, hanno espresso concetti simili nella enclave di Davos, affermando che la sconfitta della Russia “sarebbe un enorme impulso per l’economia globale”.

Non per niente il Canada (assieme agli USA) è stato uno dei paesi che storicamente hanno accolto e protetto i gruppi nazisti ucraini e li hanno poi trasferiti in Ucraina dopo il crollo dell’URSS per utilizzarli come massa di manovra antirussa.

Le sconfitte continue sul campo e le enormi perdite subite dall’esercito ucraino fanno innervosire i vertici della NATO che insistono presso i governi occidentali per ottenere più carri armati, più armi e più attrezzature mentre si rende evidente che Washington e la NATO non solo mantengono l’esercito ucraino, ma forniscono anche le necessarie informazioni di intelligence, comandano le truppe ucraine sul campo di battaglia e hanno preso il controllo del processo decisionale militare.

Mentre Washington prepara nuovi pacchetti di aiuti, l’ultimo da 2,5 miliardi di dollari (che finiscono nel pozzo senza fondo di Kiev), le forze ucraine vengono addestrate in Germania, Regno Unito ed in altri paesi della NATO per l’utilizzo degli armamenti occidentali.

Come riferito da tutti i rapporti, il comando USA/NATO è quello che pianifica per l’esercito ucraino le possibili controffensive sul campo, impartisce ordini, fornisce l’intelligence per localizzare gli obiettivi russi da colpire attraverso i suoi aerei da avvistamento che sorvolano costantemente nei pressi dello spazio aereo russo e ucraino. Ultimamente il comando USA incita apertamente le forze ucraine a colpire il territorio della Federazione russa e in particolare la Crimea.

Si aggiungono a tutto questo le farneticanti dichiarazioni di Stoltenberg, il segretario della NATO, il quale dichiara che “. è necessario accelerare la fornitura all’Ucraina di armi più pesanti e avanzate per far capire alla Russia che non vincerà sul campo di battaglia”. Dichiarazioni rilasciate dopo un incontro con il ministro della difesa tedesco, Boris Pistorius.

Fornire Kiev con sistemi d’arma avanzati può essere l’unica via per la pace, aggiunge Stoltenberg.
In sostanza, quelli che si considerano i “padroni del mondo” si sentono in diritto di affermare che la potenza nucleare per eccellenza, la Federazione Russa, debba rassegnarsi alla sconfitta alle porte di casa propria nel territorio che le appartiene. Una dichiarazione farneticante che rivela quale sia il livello di onnipotenza della élite occidentale.

La reazione della leadership russa è molto meno misurata di prima e altrettanto dura e decisa: si parla apertamente di misure di ritorsione che potranno colpire non solo l’Ucraina ma anche gli interessi occidentali con utilizzo di “nuove armi” mai prima utilizzate. Chi vuole capire capisca ma non è difficile intendere che sono saltate tutte le linee rosse che la dirigenza russa aveva posto già molto tempo prima della operazione speciale in Ucraina. Le autolimitazioni che Mosca di era data nell’utilizzo dell’offensiva in Ucraina stanno venendo meno di fronte all’aggressività dell’occidente.

Di fronte alla prospettiva di un attacco portato avanti dalla NATO contro le città russe in Crimea o in altri territori, l’atteggiamento cambia e le dichiarazioni dei vari membri della leadership russa lo fanno intendere. L’occidente sta portando il mondo verso una catastrofe globale. Se Washington e i paesi della NATO, con la fornitura di armi a lungo raggio, spingeranno le forze ucraine ad attaccare città sul territorio russo o peggio, a tentare di impadronirsi dei territori russi, questo porterà a misure di ritorsione che renderanno il conflitto totalmente diverso da come appare oggi.

Questa la sostanza degli avvertimenti lanciati dalla Russia all’occidente. Dietro l’angolo c’è un allargamento definitivo del conflitto con il coinvolgimento di altre potenze e possibile utilizzo di armi nucleari, sulla base della dottrina russa.

 

A questo risultato ha portato la caparbia volontà delle élite europee di assecondare il piano di attacco USA contro la Russia, mascherato dietro il conflitto in Ucraina.

Quello che traspare, dalle dichiarazioni e dai rapporti che arrivano da Mosca, è che il presidente Putin, nel suo prossimo discorso previsto a giorni, si accinge a cambiare l’impostazione del conflitto da “operazione speciale” a guerra patriottica”, sulla base delle esplicite minacce alla sicurezza della Russia ed alla volontà dichiarata dell’Occidente a guida USA di voler distruggere la Russia.

Questo significa che tutte le risorse e le forze dal paese saranno gestite in funzione dello sforzo bellico, in modo simile a quanto avvenuto ne 1942/45 quando la Russia fu attaccata dalla Germania e dai suoi alleati. La situazione è ormai paragonabile a quella della Seconda guerra mondiale e Putin si prepara a varare una economia di guerra con mobilitazione totale contro il nemico, senza guardare in faccia nessuno. Tale impostazione permetterà allo stesso Putin di effettuare i cambiamenti necessari (probabile nazionalizzazione delle grandi imprese) e soppressione delle varie quinte colonne interne dell’occidente.

In definitiva la Russia prende atto della sfida esiziale in corso da parte dell’Occidente collettivo sotto guida USA e si organizza per combattere con tutte le sue forze.

Lo scenario della catastrofe si avvicina sempre più….

Foto: Idee&Azione

27 gennaio 2023

QUESTA GUERRA DELL’OCCIDENTE ALLA RUSSIA È SEMPLICEMENTE STUPIDITÀ?

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Non solo non esiste una minaccia dalla Russia che sia indipendente dalla politica americana, ma è anche l’espansione della NATO per “rispondere alla minaccia della Russia” a creare la stessa minaccia che l’espansione avrebbe dovuto affrontare.

Non solo non esiste una minaccia dalla Russia che sia indipendente dalla politica americana, ma è anche l’espansione della NATO per “rispondere alla minaccia della Russia” a creare la stessa minaccia che l’espansione avrebbe dovuto affrontare.

La guerra per procura degli Stati Uniti contro la Russia è stupida. Peter Ramsay, professore di diritto alla LSE, in una recensione del libro di Benjamin Abelow, How the West Brought War to Ukraine, sottolinea come quest’ultimo rifugga dalla semplicistica narrazione “Putin ha invaso l’Ucraina”, attribuendo la responsabilità primaria della guerra a cause meno prossime: “la stupidità e la cecità del governo americano” e “la deferenza e la codardia” dei leader europei nei confronti di questa “stupidità” governativa americana.

“Sebbene Abelow descriva molto chiaramente l’arroganza e l’ipocrisia autolesionista della politica occidentale, non tenta di spiegare come o perché la politica statunitense sia diventata così stupida o i leader europei così vigliacchi. Appare stupefatto, descrivendo il livello di irrazionalità coinvolto come quasi inconcepibile.”

Tuttavia, dobbiamo concepirlo, perché è accaduto e sta portando un cambiamento rivoluzionario in un Medio Oriente che si sta riconfigurando come parte integrante del blocco BRICS+; una transizione che, di per sé, implica un enorme cambiamento nel quadro della geoeconomia.

In fondo, la “monumentale stupidità” – per la quale Abelow cita l’accademico britannico Richard Sakwa – non è qualcosa di nascosto, ma è piuttosto una di quelle “verità” che sono “là fuori: nascoste in piena luce”. È che l’esistenza della NATO deriva la sua convalida dalla gestione di “minacce” percepite che, in un processo circolare di pensiero, sono state provocate proprio dall’allargamento della NATO, un allargamento fatto apparentemente per gestire tali “minacce”.

In breve, si tratta di un’argomentazione circolare a ciclo chiuso. Non solo non esiste una minaccia dalla Russia che sia indipendente dalla politica americana, ma è anche l’espansione della NATO per “far fronte alla minaccia della Russia” a creare la stessa minaccia che l’espansione avrebbe dovuto affrontare.

Allo stesso modo, è questo tipo di ragionamento circolare che fa di “Putin un Hitler”, un epiteto che si autoavvera perché l’espansione della NATO è innanzitutto “ragionevole” (un “valore” e un diritto nazionale) e quindi chiunque la contesti deve essere “fascista”.

Abelow si chiede semplicemente: “Quale persona sana di mente potrebbe credere che mettere un arsenale occidentale al confine con la Russia non produrrebbe una risposta potente?”.

Alla radice, Abelow lamenta che la follia che lo infastidisce intensamente è che i politici statunitensi riconoscono la circolarità della loro argomentazione (ne fornisce alcuni esempi), eppure non ammettono nemmeno per un attimo un’argomentazione contraria.  Sanno “una cosa”, ma ne dicono “un’altra”, dice.

Ma l’accusa di pazzia, sostiene Ramsay, “pur essendo retoricamente attraente, tende a oscurare un aspetto vitale del narcisismo che guida la politica occidentale: l’aspetto in cui il senso di autoregolamentazione della virtù è informato dalla mentalità dominante del nostro tempo – idee che influenzano non solo gli ‘esperti’ – ma i leader politici e intere popolazioni”.

Il narcisismo e l’autocompiacimento sono effettivamente un fattore chiave, ma per comprendere appieno il loro ruolo dobbiamo rivolgerci a Leo Strauss, il cui pensiero ha così plasmato una generazione di conservatori americani (gli straussiani).

Strauss teneva corsi all’Università di Chicago a due livelli distinti: In uno di essi, egli impartiva il suo insegnamento apertamente a tutti gli studenti; ma per pochi eletti, tenuti in quarantena dagli altri, egli insegnava un diverso “insegnamento interno” (ad esempio, sulla Repubblica di Platone). Un gruppo di studenti riceveva il “concerto” standard sulla Repubblica come mito occidentale fondamentale. A pochi eletti (molti dei quali sarebbero diventati importanti neoconservatori), invece, veniva insegnato il punto di vista di Strauss sul significato interno della Repubblica come manipolazione machiavellica e patologica.

Strauss insegnava che la “verità” di Platone doveva essere scavata da una classe eletta che possedeva una certa “natura” e doni che mancavano alla maggior parte degli uomini: la capacità di cogliere il significato occulto delle parole letterali. Questi uomini, scriveva Platone, sarebbero costituiti dalla classe dei guerrieri, di rango e onore superiore alla classe dei produttori e degli scambiatori. Strauss ha scritto in modo simile che anche l’insegnamento di Machiavelli aveva un carattere “duplice”.

Ma l’intuizione fondamentale per gli eletti era semplice: il potere è qualcosa che si usa o si perde.

In questo contesto, il “problema” dei neocon è semplicemente che il significato interiore si è perso nel frastuono del discorso liberale.

Il principale pensatore neocon, Robert Kagan, ad esempio, ha fatto eco al discorso sul malessere di Jimmy Carter del 1979, vedendo il liberalismo autoreferenziale dell’America come una preclusione alla capacità degli americani di interrogarsi sulle radici del proprio malessere. Carter l’aveva identificata “come una crisi che colpisce il cuore, l’anima e lo spirito della nostra volontà nazionale. Possiamo vedere questa crisi nel crescente dubbio sul significato delle nostre vite e nella perdita di un’unità di intenti per la nostra nazione”.

L’argomentazione neocon a favore della guerra con la Russia, quindi, nei suoi termini, può essere stupida, ma non è necessariamente irrazionale come comunemente si crede. Come ha sottolineato Kagan, il movimento in avanti è la linfa vitale della politica americana. Senza di esso, lo scopo dei legami civici di unità viene inevitabilmente messo in discussione. Un’America che non sia un glorioso impero repubblicano in movimento non è America, “punto e basta”.

Questa comprensione interiore del “malessere” americano, tuttavia, non può essere espressa pubblicamente contro una monopolizzazione liberale soffocante del discorso pubblico.

Pat Buchanan (commentatore politico di spicco e tre volte candidato alla presidenza) ha fatto lo stesso ragionamento: “Quanto tempo ci vorrà prima che il popolo americano… inizi a perdere fiducia nel sistema democratico stesso? Chiaramente, tra le ragioni della nostra attuale divisione e del malessere nazionale c’è il fatto che abbiamo perso la grande causa che animava le generazioni precedenti: la guerra fredda”.

Il “Nuovo Ordine Mondiale” di George H.W. Bush entusiasmava solo le élite. La crociata per la democrazia di George W. Bush non è sopravvissuta alle guerre per sempre in Afghanistan e in Iraq che ha lanciato in suo nome”. L’ordine basato sulle regole del Segretario di Stato Antony Blinken subirà lo stesso destino”.

Quindi, in parole povere, l’apparente “stupidità” insita nella narrazione della NATO può essere intesa come la tensione tra i neoconservatori che hanno la loro lettura interna della politica, ma che sono disposti ad armare l’argomento NATO per distruggere la Russia.

Questo assurdo ragionamento circolare dei neocon e della NATO per la guerra con la Russia, ovviamente, serve a mobilitare le circoscrizioni “liberali” americane e della UE, dove la pigrizia narcisistica distruttiva e la mancanza di volontà di praticare l’autocoscienza stanno cancellando il pensiero critico, secondo la visione straussiana (cioè bloccando la loro comprensione del potere-imperativo di Putin che viene visto fallire).

Ma gli straussiani – con la loro lettura interiore della politica – percepiscono che l’America non può sopravvivere né a una vittoria russa né a un’ascesa tecnica ed economica cinese verso la preminenza, perché se gli Stati Uniti non “usando (il loro potere), perderanno (il loro primato globale)”.

Washington ha chiaramente commesso un errore forse esistenziale nel pensare che le sanzioni che porteranno a un collasso finanziario in Russia saranno un successo “a colpo sicuro”. Il team Biden si è quindi messo in un “angolo” in Ucraina e non merita alcuna simpatia. Ma a questo punto – realisticamente – che scelta ha la Casa Bianca? I neoconservatori sosterranno che indietreggiare diventa un rischio esistenziale per gli Stati Uniti. Eppure, potrebbe essere un rischio che alla fine si rivelerà inevitabile.

Ancora una volta, e per essere chiari, non si tratta tanto di mantenere l’egemonia militare degli Stati Uniti, quanto di mantenere l’egemonia finanziaria dell’America, da cui dipende tutto il resto, compresa la capacità di finanziare i bilanci della difesa da 850 miliardi di dollari.

E “qui arriviamo al vero collante dell’America”. Darel Paul, professore di scienze politiche al Williams College, scrive: “Dalla fondazione del Paese nel fuoco della guerra, gli Stati Uniti sono stati un impero repubblicano in espansione che ha sempre incorporato nuove terre, nuovi popoli, nuovi beni, nuove risorse, nuove idee… La continua espansione militare, commerciale e culturale da Jamestown e Plymouth ha coltivato l’irrequietezza, il vigore, l’ottimismo, la fiducia in sé stessi e l’amore per la gloria per cui gli americani sono noti da tempo”.  Questo “collante” diventa quindi esistenziale in senso non militare.

Ah… ma l’élite ha anche costruito il sistema finanziario americano sullo stesso principio del movimento in avanti – non solo delle forze militari, ma anche della “linfa vitale” del dollaro (“incorporare sempre nuove terre, nuovi popoli, nuovi beni, nuove risorse”…, ecc.).  Se, tuttavia, l’espansione finanziaria dell’America (e i suoi 30 trilioni di dollari detenuti all’estero) dovesse diventare periferica rispetto alle necessità commerciali, potremmo assistere alla rottura delle catene che legano una piramide rovesciata di debito finanziarizzato a un piccolo perno di garanzie reali… e la piramide crollerebbe.

Traduzione in italiano per Geopolítika.ru da: Is this Western war on Russia simply stupidity? | Al Mayadeen English

Abbiamo bisogno di verità

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di Marcello Veneziani

Cosa ti manca di più in questi mesi da cittadino, da giornalista e da “pensatore”? La verità. Sì, la verità, questa importuna signorina che sembra troppo antica, troppo perentoria, troppo assoluta per sposarsi e adattarsi al microclima dei nostri giorni, anzi al clima micragnoso e velenoso del presente. La vedo fuggire indignata e ferita dal circo mediatico-politico, rattrappirsi nelle bocche dei politicanti di Palazzo, spegnersi nelle menti degli intellettuali e pervertirsi sulle colonne infami dei giornali. Lo dico per esperienza quotidiana ripensando a troppi fatti recenti, tra pandemia, guerra e crisi economica, energetica e ambientale e che ritrovo esattamente rovesciati nella rappresentazione che ne hanno dato testimoni, attori e narratori. La realtà è una cosa, la rappresentazione dei media è un’altra. La storia è una cosa, la ricostruzione è un’altra. A nulla vale tentare di restituire la verità delle cose, resta solo quel che è sostenuto con mezzi più forti. L’ideologia vince sulla realtà, la ragion politica sulla verità. L’organizzazione sistematica della non-verità, fino al capovolgimento dei fatti e delle responsabilità vince sulla verità: la fiction si insinua anche nella vita e nella comunicazione e risponde a scopi propagandistici, manipolazioni dei fatti. Il falso vale più del vero, anche perché è più duttile e dunque si adatta a chi lo indossa. Chi detiene l’egemonia ideologica dell’informazione ti può far passare per vittima o per censore, per eroe o asservito, indipendentemente dalla verità dei fatti. Se la verità non coincide con i loro interessi ideologici o materiali, tanto peggio per la verità.

Troppo spesso allontanata dai Palazzi, compresi quelli di giustizia, la verità non viene risarcita nelle piazze, nelle case e nei luoghi pubblici e privati della vita odierna; ma anche qui svanisce perché prevale nella quotidianità corrente la simulazione e la dissimulazione, l’apparenza e il travestimento, l’ipocrisia e lo sdoppiamento. Anche il senso comune alla lunga cede alle convenienze. Anzi non c’è un mondo comune, ognuno vede le cose dal suo punto di vista e di utilità. Soggettivismo puro e relativismo. Chi pensa che la fine della verità oggettiva e comune sia l’inizio della libertà e la garanzia della democrazia, rovescia la realtà: senza una verità condivisa e fondata sulla realtà, vince la verità del più forte, fino a che è più forte. Altro che libertà e diritti umani.
E’ il problema più urgente dei nostri anni: la perdita della verità. E la sua subordinazione ad altro: alla volontà di dominio, alla necessità del Fatturato, al primato del Piacere o, più modestamente, della Comodità, alla vittoria del Partito, dell’Apparato o dell’Azienda, comunque del Potere. Non riusciremo più a dialogare se continueremo a disattendere la verità; smetteremo di vivere con gli altri, di condividere sorte e lavoro, vita, amore e morte, se continueremo questa demolizione della verità a scopo d’utile individuale o di parte. E’ stata costruita negli anni la giustificazione scientifica per la perdita della verità: da tempo ormai ci insegnano sin dalle scuole che la verità non esiste; esiste l’interpretazione, l’opinione, il punto di vista. Non c’è una verità che valga per tutti e per sempre, la mia verità diverge dalla tua e muta col mutare del tempo; così relativizzata, la verità viene ridotta ad uso singolo e temporaneo, e quindi sottomessa prima allo sguardo e poi alla volontà del soggetto. Sembra ormai una verità acquisita e indiscutibile che non ci sia una verità oggettiva; ma non è così, credetemi.

C’è una sfera di cose incerte e opinabili ma c’è anche una sfera di cose chiare ed evidenti, senza le quali non riusciremmo a vivere e a comunicare; e nel mezzo c’è una processione infinita di realtà che si avvicinano alla verità, che si incamminano verso di lei. Per vivere, per dialogare, per avere un rapporto con gli altri e per stare al mondo, non possiamo partire che dalle cose certe e vere: la certezza di essere uomini e mortali, in primo luogo, e poi la certezza della nostra identità come ce la disdegna il corpo, l’origine, la provenienza, il luogo in cui siamo nati, le persone da cui proveniamo, il mondo. La certezza dell’esperienza passata, la certezza di aver pronunciato certe parole, di aver assunto certi impegni, di aver compiuto certe scelte: il nostro passato presenterà pure zone d’incertezza dovute alla labilità della memoria, agli inganni delle apparenze e alla opinabilità di alcune cose, ma è anche un luogo di verità e di realtà realmente accadute che non possiamo revocare o relativizzare. Certo è il richiamo della natura, la comune certezza di vedere le cose che vediamo, di sentire le cose che sentiamo. Certo è il presente. I sensi, gli affetti, i bisogni mostrano esperienze reali. Anche quando ci neghiamo alle verità della vita, ne siamo dentro, fino in fondo. Nascere, invecchiare, morire, creare, distruggere non sono illusioni o punti di vista.

Prima della libertà e della giustizia, prima del pluralismo e dei diritti, c’è il riconoscimento della verità. Non è vero che la verità uccida la libertà. I dispotismi del passato non nascevano nel nome della verità ma dall’arroganza soggettiva di chi pretendeva di identificarsi nella verità e decidere in suo nome sugli altri: nessuno incarna la verità, tutti siamo in varia misura dentro la verità, ma nessun essere umano è la verità. I dispotismi e i terrorismi non nascono nemmeno dalla pretesa di rappresentare la verità, ma al contrario dalla distorsione della verità e dalla sua sottomissione ad un Assoluto: il Partito, il Potere, l’Assoluto, la Classe, la Razza, il Paradiso in terra. In nome di una supremazia, la verità viene modificata e cancellata.
La verità attiene alla conoscenza e non alla potenza, è una ricerca e non un monopolio, è un fine e non è un mezzo, e dunque non può essere usata per colpire, ma per sapere. Oggi, dicevamo, viviamo tra pensiero debole e poteri forti: la verità è il suo contrario, un pensiero forte in un corpo fragile.

L’illusione che 300 tank cambino la guerra

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Segnalazione Arianna Editrice

di Fabio Mini

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Se il cancelliere Scholz credeva di poter continuare a traccheggiare sulla questione dell’invio di carri armati Leopard all’Ucraina, condizionandolo all’invio americano dei propri carri Abrams, si è sbagliato. Il presidente Biden ha raccolto l’implicita sfida non solo promettendo altri miliardi di dollari, ma autorizzando l’invio di 20-50 carri Abrams e chiedendo agli alleati europei di fare la loro parte. L’apparente convinzione generale negli Usa e nella Nato è che una massa consistente di almeno 300 carri occidentali, come richiesto da Kiev, consentirebbe di riconquistare i territori occupati e annessi dalla Russia. La valutazione non è sbagliata, ma la realizzazione dipende molto da quanti mezzi verranno effettivamente consegnati, dai tempi di consegna, dalla capacità di usarli non solo come mezzi singoli ma come elementi di forze corazzate e meccanizzate tra loro cooperanti, dalle condizioni del terreno, dalla copertura aerea, dalla disponibilità di artiglierie di sostegno, dal rifornimento di carburanti e munizioni e, non ultimo, dalla disponibilità di fanterie in grado di mantenere le posizioni riconquistate.
Finora si hanno notizie della cessione di 12 carri inglesi, 17 americani, un centinaio di carri Leopard tedeschi da parte della Polonia e qualche carro Stridsvagn-122 (versione del Leopard) dalla Svezia.

L’inverno, la primavera e l’offensiva.
I tempi di consegna variano da uno a sei mesi e oltre. Kiev chiede le forniture con insistenza crescente nella previsione che la Russia sia in procinto di attaccare in forze. La stagione invernale non favorisce le manovre militari, ma ne consente la preparazione. La stagione primaverile è storicamente la meno adatta per i movimenti corazzati in Ucraina e Russia, ma proprio per questo un attacco potrebbe sfruttare la sorpresa. L’Ucraina non è in grado di assicurare la superiorità aerea e soltanto in parte la difesa contraerea e contro missili.
La logistica dei rifornimenti e del personale è l’aspetto più sensibile. I consumi di munizioni e carburanti di una armata corazzata sono altissimi. Inoltre, un esercito proiettato in avanti e a oriente del Dniepr allunga il braccio dei rifornimenti e rende vulnerabili i centri logistici sia avanzati che arretrati. Meno importante è il problema delle parti di ricambio visto che in questa guerra gli ucraini non si sono preoccupati di riparare i mezzi danneggiati o inefficienti.

I mezzi “usa e getta”: niente riparazioni.
Di fatto, i carri armati ucraini, come altri equipaggiamenti forniti dall’Occidente, sembrano essere articoli “monouso”: usa e getta. Anche gli uomini, di entrambe le parti, sembrano avere lo stesso destino. E le riserve sono scarse. Per quanto riguarda l’impiego dei mezzi, gli ucraini hanno già previsto di mandare uomini ad addestrarsi sui carri Challenger inglesi, sugli Abrams americani e sui Leopard tedeschi. Se anche l’Italia manderà i carri Ariete e la Francia, dopo gli AMX10 leggeri, manderà i Leclerc, l’Ucraina disporrà di sei linee di carri diversi che si aggiungono a quelle dei mezzi ex sovietici: un incubo per qualsiasi nazione che pensi seriamente alla logistica, ma evidentemente non per l’Ucraina che in dieci mesi di guerra ha visto affluire armamenti e veicoli di 160 tipi diversi, ha consumato tutto il proprio arsenale e sta esaurendo anche i mezzi graziosamente ma non gratuitamente forniti dai committenti della guerra.

Il panzer non è un trattore.
L’addestramento di singoli equipaggi ai nuovi carri è una cosa da fare, ma non la più importante. Far funzionare un carro è abbastanza semplice, ma non è un trattore agricolo. Per farlo muovere a 70 chilometri all’ora e farlo sparare in movimento ha bisogno di un equipaggio ben addestrato anche su carri dotati di sistemi avanzati di tiro che in teoria sparano da soli. In teoria. Passando dal funzionamento del carro singolo a quello di un reparto, la semplicità si perde ed entra in gioco l’aritmetica della guerra. Condurre un semplice attacco di plotone (tre carri) è già più complesso e condurre un attacco di battaglione (31 carri) richiede elevate capacità di comando e logistiche. Con 300 carri armati, l’Ucraina potrebbe armare dieci battaglioni in grado di attaccare su non più di tre direttrici nel solo Donbass. Contro un nemico in difesa dotato di armi controcarro e carri sostenuti da artiglierie e aerei, come il fronte russo che l’Ucraina presume di sfondare, si perderebbero almeno due terzi della forza.

In uno scontro frontale perdite del 50 per cento.
In un combattimento d’incontro tra forze corazzate paritetiche (come un’eventuale controffensiva ucraina in Donbass) il tasso di perdite per entrambi è di oltre il 50%. Nel caso di eventuale manovra difensiva nei riguardi di un attacco russo, la massa dei carri ucraini dovrebbe bloccare l’avanzata avversaria perdendo gran parte della sua capacità dinamica e dovrebbe ricorrere a contrattacchi locali sui fianchi del nemico. La manovra potrebbe aver successo nel senso di non cedere altro terreno all’avversario, ma di certo non per recuperare quello già perduto. Passando dall’aritmetica elementare alle teorie dei giochi e della complessità applicate alla guerra, l’incremento di masse corazzate nel conflitto, se da un lato consente di continuare a “giocare” dall’altro porta all’innalzamento del livello di scontro e all’allargamento del conflitto. In ogni caso, considerare la battaglia convenzionale corazzata come risolutiva della guerra fino al punto da permettere la vittoria ucraina sulla Russia è un macroscopico errore di valutazione. Troppo grossolano per essere attribuito a un qualsiasi Stato Maggiore, ma non del tutto peregrino in termini politici.
L’urgenza manifestata da Kiev, oltre alla preoccupazione per la minaccia russa, rivela una situazione di crisi interna confermata dalle prime purghe e una crescente diffidenza nel sostegno occidentale. Il capo della Cia, William Burns, ha già ventilato a Kiev la possibile flessione degli aiuti americani a partire dal prossimo agosto e forse ha rivolto qualche sollecitazione in materia di lotta alla corruzione. Sono all’orizzonte le elezioni americane e senza risultati concreti dell’Ucraina sul fronte militare e della correttezza di governo, la leadership democratica potrebbe essere in difficoltà. Perciò, la cessione di carri armati all’Ucraina non sembra finalizzata alla distruzione reciproca dell’esercito ucraino e delle forze russe in Donbass, anche se proprio questo sarà l’effetto visibile e scontato.

Il conflitto per procura: i veri obiettivi.
Per gli Stati Uniti è il mezzo per mettere alla prova la capacità ucraina di riguadagnare terreno e sedersi da vincitori a un eventuale tavolo negoziale. È il mezzo per indurre i Paesi europei e Nato a sottostare alle direttive Usa e trascinarli in guerra. È la prova che nella guerra per procura dichiarata dagli Stati Uniti e la Nato contro la Russia il vero proxy non è l’Ucraina, ma l’intera Europa. È la prova che l’Amministrazione democratica si vuole presentare alle elezioni del 2024 non soltanto con il vanto (tutto da verificare) di aver difeso l’Ucraina e “depotenziato” la Russia, ma con il merito di aver definitivamente assoggettato l’Europa ai voleri e interessi americani anche in vista del confronto strategico con la Cina.
Per la Nato e l’Europa è il mezzo per rafforzare il nucleo bellicista e isolare gli Stati più restii a sostenere la guerra. Per la Gran Bretagna è il mezzo per frantumare la coesione europea ed esercitare la leadership in tutto il Nord a partire dalla Polonia fino al Baltico, alla Scandinavia e all’Artico. Per Francia e Germania è la rinuncia a un qualsiasi ruolo di leadership europea e per l’Italia è la conferma della vocazione alla resa. Incondizionata.

Allarme criminalità straniera, gli immigrati rappresentano il 31% della popolazione carceraria in Italia: vi mostriamo tutti i dati

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QUINTA COLONNA

di Redazione

Riteniamo importante pubblicare questo articolo di Francesca Totolo per Il Primato Nazionale perché fornisce i dati sulla popolazione carceraria. Abituati ai numeri di chi sta con Caino, noi convinti sostenitori di Abele troviamo molto importanti queste tabelle. Ci permettiamo, nel nostro piccolo, di proporre che venga inserita nella riforma della giustizia anche la riforma carceraria. Il sovraffollamento e le condizioni disumane non appartengono ad una logica cristiana. Possiamo riqualificare edifici dismessi, presenti in tutta Italia e adibirli a nuove strutture penitenziarie. Inoltre, sarebbe un dovere che gli extracomunitari scontassero la pena nel loro Paese d’origine, attraverso degli accordi internazionali. (n.d.r.)

di Francesca Totolo

Roma, 27 gen – In un precedente articolo, avevamo documentato che gli immigrati hanno una propensione al crimine 5 volte superiore rispetto a quella degli italiani. Ora, passiamo ad analizzare i dati Istat sulla popolazione carceraria. Nel 2021, erano 54.134 i detenuti in Italia, 37.091 italiani (il 69 per cento) e 17.043 stranieri (il 31 per cento). Quindi, gli immigrati hanno una probabilità di carcerazione 5 volte superiore rispetto a quella degli italiani.

Questi dati diventano ancora più allarmanti se si considerano i dati Istat riguardanti il luogo di nascita dei detenuti invece della cittadinanza. Il 33 per cento dei detenuti in Italia è nato in Paesi stranieri. Ciò significa che quasi 900 carcerati sono i cosiddetti “nuovi italiani”.

Detenuti e tipi di reato

Analizzando i tipi di reato, si evince chiaramente che il business della prostituzione in Italia è un monopolio degli stranieri. Il 73 per cento dei detenuti per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione è immigrato.

Il 41 per cento dei detenuti per violenza sessuale è straniero, il 40 per cento per violenza, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, il 38 per cento per omicidio preterintenzionale e per lesioni personali volontarie, il 34 per cento per furto e il 29 per cento per rapina. Questi numeri spiegano chiaramente che non è una percezione distorta dei cittadini italiani quella riguardante l’insicurezza causata dalla criminalità straniera.

Le nazionalità dei detenuti

Analizzando le nazionalità dei detenuti, si evince che il 17 cento dei detenuti proviene dall’Africa, addirittura il 6 per cento è di nazionalità marocchina e il 3 per cento tunisina.

Rapportando tali dati alla popolazione residente in Italia, si evidenzia che un algerino ha una probabilità di carcerazione 34 volte superiore a quella di un italiano, un tunisino 26 volte superiore, un nigeriano 16 volte superiore e un marocchino 12 volte superiore.

La composizione della popolazione carceraria in base alla posizione giuridica dei detenuti

Spesso si è detto che gli stranieri sono più soggetti alle misure restrittive della libertà prima della effettiva condanna rispetto agli italiani. Analizzando i dati Istat, questa tesi viene confutata.

Infatti, sono “a disposizione delle autorità” quasi le medesime percentuali di detenuti: il 34 per cento di stranieri sono “a disposizione delle autorità” rispetto al 33 per cento di detenuti totali nati in Paesi esteri, il 66 per cento di italiani rispetto al 67 per cento di detenuti totali nati in Italia.

Carceri italiane sovraffollate, l’esempio della Danimarca

È noto che in Italia le carceri siano sovraffollate. Al 31 dicembre del 2022, erano quasi 5mila i detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare delle carceri. Per ovviare a questo problema, l’Italia potrebbe prendere spunto dalla socialdemocratica Danimarca, la quale ha versato al Kosovo 15 milioni di canone annuo per affittare 300 celle nella prigione di Gjilan, città non lontana da Pristina, dove verranno inviati gli immigrati condannati. Calcolando che un detenuto nelle carceri italiane costa allo Stato 137 euro al giorno, sarebbe un grande risparmio per i contribuenti italiani. Nel 2021, il mantenimento in carcere dei 17.043 detenuti stranieri è costato 853 milioni di euro.

LA DIVISIONE FINALE FRA I FIGLI DELLA LUCE E I FIGLI DELLE TENEBRE

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di Alexander Dugin

Nella terza parte del suo studio, il filosofo russo confronta il mondo spirituale con quello fisico, concentrandosi sulla divisione dell’umanità dopo il Giudizio Universale. Chi è destinato a vivere per sempre e chi è destinato a perire nell’abisso è una domanda che preoccupa gli uomini fin dalla loro nascita.

Questo dualismo antropologico lo ritroviamo in un contesto prettamente cristiano con l’apostolo Paolo. Nella prima lettera ai Tessalonicesi scrive:

5. Perché voi siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non siamo né figli della notte né delle tenebre.

6. Non dormiamo, dunque, come fanno gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.

7. Perché chi dorme dorme di notte, e chi si diverte di notte si diverte di notte.

8. Ma come figli del giorno, vegliamo, rivestiti dell’armatura della fede e dell’amore e dell’elmo della speranza di salvezza.

(Prima Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi, cap. 5, 5-8)

5. πάντες ὑμεῖς υἱοὶ φωτός ἐστε καὶ υἱοὶ ἡμέρας. οὐκ ἐσμὲν νυκτὸς οὐδὲ σκότους.

6. ἄρα οὖν μὴ καθεύδωμεν ὡς καὶ οἱ λοιποί, ἀλλὰ γρηγορῶμεν καὶ νήφωμεν.

7. οἱ γὰρ καθεύδοντες νυκτὸς καθεύδουσι, καὶ οἱ μεθυσκόμενοι νυκτὸς μεθύουσιν·

8. ἡμεῖς δὲ ἡμέρας ὄντες νήφωμεν, ἐνδυσάμενοι θώρακα πίστεως καὶ ἀγάπης καὶ περικεφ

Nel Vangelo di Giovanni, Cristo stesso dice quanto segue sui “figli della luce”:

Finché la luce è con voi, credete nella luce, affinché possiate essere figli della luce. Detto questo, Gesù si ritirò e si nascose da loro.

(Giovanni Cap. 12:36)

ἕως τὸ φῶς ἔχετε, πιστεύετε εἰς τὸ φῶς ἵνα υἱοὶ φωτὸς γένησθε. Ταῦτα ἐλάλησεν Ἰησοῦς, καὶ ἀπελθὼν ἐκρύβη ἀπ’ αὐτῶν.

La divisione dell’apostolo Paolo in “figli della luce” (υἱοὶ φωτός) e “figli delle tenebre” (υἱοὶ σκότους) richiama la nostra attenzione sullo stesso dualismo antropologico. Coloro che sono con Dio, con Cristo, che credono nella luce sono l’umanità di Abele, di Noè, degli antenati, dei santi e dei martiri. Essi, essendo nel tempo, preparano con il loro essere gli animali sacrificali del Giudizio Universale – le pecore, gli agnelli. Questa è un’umanità di luce.

Ma le persone non diventano tali per predestinazione, per nascita o per rigide condizioni meccaniche, bensì per libera scelta. Solo chi è assolutamente libero può scegliere tra luce e tenebre. Per questo l’apostolo Paolo invita i cristiani a “diventare” figli della luce: a essere svegli, a non dormire, a svegliarsi dall’inerzia della vita quotidiana.

Essere “figli della luce” significa mettersi nella posizione dei “figli della luce”

Cristo dice la stessa cosa nel Vangelo di Giovanni: “Credete nella luce, perché siate figli della luce”. Se credete, diventerete figli della luce. Nessuno nasce deliberatamente figlio della luce. L’uomo definisce sempre la propria natura, ponendola o al di sopra di sé – nel regno degli angeli fedeli – o al di sotto di sé – cedendo all’attrazione di Dennika, sprofondando nello sheol, scivolando nell’abisso di Avaddon.

E se un uomo cade, si allontana dalla luce, diventa un “figlio delle tenebre”, un “figlio della notte”. E ancora: non nasce, ma diviene, costituendo il proprio essere con il supporto della libertà – mente e volontà. Nessuno può essere costretto a diventare un “figlio della luce” o un “figlio delle tenebre”. C’è sempre una scelta. L’uomo è la vera scelta. Questo, infatti, è ciò che ci dicono i Salmi e i Vangeli, la Bibbia nel suo complesso.

Antropologia e fisica della resurrezione

Il Giudizio Universale ha luogo dopo la resurrezione dei morti. L’insegnamento cristiano specifica che “non tutti moriranno, ma tutti saranno cambiati”. L’apostolo Paolo scrive:

51. Vi svelo un mistero: non tutti moriranno, ma tutti saranno cambiati improvvisamente, in un batter d’occhio, all’ultima tromba;

52. Poiché la tromba suonerà e i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo cambiati.

(Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, cap. 15, 51-52)

51. ἰδοὺ μυστήριον ὑμῖν λέγω· πάντες μὲν οὐ κοιμηθησόμεθα, πάντες δὲ ἀλλαγησόμεθα,

52. ἐν ἀτόμῳ, ἐν ῥιπῇ ὀφθαλμοῦ, ἐν τῇ ἐσχάτῃ σάλπιγγι· σαλπίσει γάρ, καὶ οἱ νεκροὶ ἐγερθήσονται ἄφθαρτοι, καὶ ἡμεῖς ἀλλαγησόμεθα.

Il dualismo dell’antropologia escatologica si rivelerà pienamente dopo questa fondamentale metamorfosi dell’umanità, quando i morti risorti coesisteranno con i vivi mutati – rivestiti di carne incorruttibile -.

Per comprendere meglio il significato della risurrezione dei morti, la cui attesa è inclusa nel Credo del cristiano ed è quindi parte integrante di tutta la dottrina, dobbiamo guardare alle fasi della creazione. I processi escatologici ripetono in parte le fasi della creazione in ordine inverso. La creazione viene da Dio ed è diretta verso l’esterno (verso di Lui). La fine dei tempi riporta la creazione a Dio, la mette di fronte a Dio – portandola al suo giudizio. Questo ritorno è la resurrezione universale, quando l’intero contenuto della storia del mondo viene ricreato istantaneamente e simultaneamente.

Tuttavia, l’umanità risorta richiede condizioni ontologiche diverse rispetto al mondo in cui ci troviamo. Queste condizioni possono essere riassunte come la fisica della resurrezione. Ci sono altre leggi in gioco, al di là del tempo e dello spazio. L’apostolo Paolo dice questo a proposito della fisica della risurrezione:

39. Non tutta la carne è simile alla carne, ma la carne è diversa negli uomini, diversa nelle bestie, diversa nei pesci, diversa negli uccelli.

40. Ci sono corpi celesti e corpi terrestri, ma la gloria dei celesti è diversa e la gloria dei terrestri è diversa.

41. C’è un’altra gloria per il sole, e un’altra per la luna, e un’altra per le stelle; e la stella differisce dall’astro in gloria.

42. Così anche alla resurrezione dei morti: si semina nella corruzione, si risorge nell’incorruzione;

43. Seminato nell’umiliazione, risorge nella gloria; seminato nella debolezza, risorge nella potenza;

44. Il corpo spirituale viene seminato, il corpo spirituale viene risuscitato. C’è un corpo spirituale, c’è anche un corpo spirituale.

(Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, cap. 15, 39-44)

39. οὐ πᾶσα σὰρξ ἡ αὐτὴ σάρξ, ἀλλὰ ἄλλη μὲν ἀνθρώπων, ἄλλη δὲ σὰρξ κτηνῶν, ἄλλη δὲ ἰχθύων, ἄλλη δὲ πετεινῶν.

40. καὶ σώματα ἐπουράνια, καὶ σώματα ἐπίγεια· ἀλλ’ ἑτέρα μὲν ἡ τῶν ἐπουρανίων δόξα, ἑτέρα δὲ ἡ τῶν ἐπιγείων.

41. ἄλλη δόξα ἡλίου, καὶ ἄλλη δόξα σελήνης, καὶ ἄλλη δόξα ἀστέρων· ἀστὴρ γὰρ ἀστέρος διαφέρει ἐν δόξῃ.

42. οὕτω καὶ ἡ ἀνάστασις τῶν νεκρῶν, σπείρεται ἐν φθορᾷ, ἐγείρεται ἐν ἀφθαρσίᾳ·

43. σπείρεται ἐν ἀτιμίᾳ, ἐγείρεται ἐν δόξῃ· σπείρεται ἐν ἀσθενείᾳ, ἐγείρεται ἐν δυνάμει·

44. σπείρεται σῶμα ψυχικόν, ἐγείρεται σῶμα πνευματικόν. ἔστι σῶμα ψυχικόν, καὶ ἔστι σῶμα πνευματικόν.

Queste sono le proprietà del corpo risorto. Lo è:

  • incorruttibile,
  • nella gloria,
  • al potere,

Così anche la seconda venuta di Cristo avverrà in potenza e in gloria. Da qui l’espressione Salvatore in potenza, che si riferisce alla figura di Cristo, l’Onnipotente, seduto sul trono del cielo. Qui l’impermeabilità e la natura spirituale del mondo si rivelano direttamente, come un’area di esperienza diretta. Il momento del Giudizio Universale rivela una speciale dimensione ontologica.

Creazione eterna

La fisica della resurrezione ci sarà più chiara se ripercorriamo attentamente le tappe del processo cosmogonico.

La principale differenza ontologica nella religione è la coppia creatore-creazione, Dio e il mondo. Dio è eterno, immutabile, primordiale, increato. Il mondo è collocato nel tempo, cioè finito, limitato e creato. Questa è la base della teologia e dell’intera tradizione della Chiesa.

Tuttavia, oltre a questa distinzione di base, già nella creazione stessa si dovrebbero distinguere almeno due livelli, due fette – corporea e spirituale. Questo si riferisce allo spirito creato, non allo Spirito Santo che è Dio e la Terza Persona della Santissima Trinità. A questa area dello spirito appartengono il paradiso celeste e le schiere degli angeli, nonché la congregazione di quei santi che, grazie alla loro fede, alle loro opere e al loro lavoro, hanno raggiunto lo spirito e sono stati trasformati nella nuova natura – sono diventati, nel pieno senso della parola, “figli della luce”.

L’altra area del mondo creato è il regno della carne, che è più denso e grossolano dei mondi spirituali

Le leggi del tempo e dello spazio si applicano alla creazione corporea e determinano la vita, le forme e i tempi dei corpi e dei fenomeni corporei. I mondi spirituali sono governati da altre leggi. Nel mondo dei corpi non esiste ciò che intendiamo per “tempo” e “spazio”. I mondi spirituali sono la creazione, non Dio. Perciò sono in parte simili al mondo corporeo (creato e finito), ma anche più vicini a Dio stesso (non ci sono tempo e spazio).

Per questo Cristo stesso dice: “Il regno di Dio è dentro di voi” (Vangelo di Luca, cap. 17, 21). Questo regno dello spirito, come già detto, non è soggetto alle leggi del tempo e dello spazio (quindi, essendo onnicomprensivo, è in grado di adattarsi al cuore umano). Rispetto alla totalità della storia del mondo corporeo, il regno spirituale è eterno.

Tali sono gli angeli, gli spiriti intelligenti, la “seconda luce”. Appartengono a questa dimensione spirituale – verticale rispetto al cosmo corporeo. Possono essere ovunque e in qualsiasi momento. Non sono soggetti a morte e decadimento. Ma allo stesso tempo sono fondamentalmente finiti, una volta non erano e una volta non saranno. Si dice che “i cieli passeranno” (Vangelo di Matteo, cap. 24:35). Allo stesso modo la creazione spirituale passerà. Rispetto alla creazione corporea è eterna. Rispetto alla vera eternità di Dio, essa è finita e relativa.

Nel processo di creazione il mondo spirituale occupa il primo posto, inizia con esso. Gli esseri spirituali – gli angeli – sono stati creati per primi e aiutano Dio a ordinare la creazione. Il mondo corporeo – con tempo e spazio – si forma nella fase successiva. Nella croce della creazione, prima viene tracciata la verticale dell’eternità e solo successivamente l’orizzontale del mondo corporeo. L’uomo è al centro di questa croce – si trova al centro del mondo corporeo e al centro della verticale della creazione eterna – tra gli angeli buoni e cattivi.

Alla fine del tempo questo processo si svolge in direzione opposta. In primo luogo, il mondo corporeo viene elevato al mondo celeste-spirituale, e questo è il momento della resurrezione dei morti. E poi questa creazione risorta – eterna – viene portata davanti al Giudizio Universale. Il tempo orizzontale ascende all’eternità verticale.

La risurrezione non è quindi un ritorno alla vita corporea terrena, ma alle strutture della creazione spirituale. Da qui le seguenti caratteristiche della fisica della risurrezione: impermeabilità, potenza, gloria, spirito. Questi stessi attributi sono propri degli angeli. Cristo rispose ai Sadducei che negavano la risurrezione:

25. Infatti, quando saranno risuscitati dai morti, non si sposeranno né saranno dati in matrimonio, ma saranno come gli angeli del cielo.

(Vangelo di Marco, cap. 12, 25)

25. ὅταν γὰρ ἐκ νεκρῶν ἀναστῶσιν, οὔτε γαμοῦσιν οὔτε γαμίζονται, ἀλλ’ εἰσὶν ὡς ἄγγελοι οἱ ἐν τοῖς οὐρανοῖς.

Questo paragone non implica l’immortalità, ma lo stesso corpo della risurrezione cambierà la sua natura, diventando spirituale, celeste e imperituro (anche se finito) rispetto ai normali corpi terreni.

Risurrezione eterna

Se la risurrezione dei morti o il cambiamento dei viventi che saranno catturati sulla terra dalla Seconda Venuta ricreano cioè una creazione spirituale eterna, allora bisogna notare che il momento della risurrezione non può essere associato in modo univoco alla struttura del tempo. Il tempo della resurrezione non è un tempo ordinario. In un certo senso è un tempo speciale e di conseguenza il mondo spirituale dell’eternità creata è sempre presente, dall’inizio del mondo alla fine.

Allo stesso modo, ci sono sempre gli angeli, entità spirituali. Non vengono al mondo come le persone corporee e non lo lasciano. Sono solo visibili o invisibili. Allo stesso modo, ci sono persone che risorgeranno. Perché possano risorgere, devono già esserlo – in un certo senso sempre. Non necessariamente nel tempo e nel corpo, ma necessariamente nella concezione, nel loro senso. Per poter risorgere qualche volta, bisogna risorgere sempre – in questa dimensione verticale, risorgere nello spirito.

Questo è esattamente ciò che sostiene il cristianesimo. Cristo non risusciterà tutti semplicemente risorgendo dai morti, ma ha già risuscitato tutti perché ha ricreato, rinnovato la creazione, restaurato la sua struttura spirituale.

In ogni essere umano, sotto la fisica ordinaria, si nasconde la fisica della resurrezione. Al di sotto dell’uomo corporeo c’è l’uomo spirituale, che appartiene al mondo della resurrezione, al regno dei cieli.

La risurrezione, non essendo un evento nel tempo, è un evento nell’eternità, cioè è sempre attiva. E così è ora.

La linea di demarcazione tra i vivi e i morti nell’ottica della resurrezione è stata cancellata. Tutti si trovano ugualmente di fronte al problema fondamentale della scelta. La vita corporea, proprio per la sua estrema distanza da Dio, offre opportunità uniche per dimostrare la devozione a Dio – nonostante le condizioni stesse dell’esistenza terrena costringano a negare il Suo essere.

Ma l’uomo non può essere totalmente privato della mente e della volontà, cioè del coinvolgimento nel mondo dello spirito. Altrimenti sarebbe una macchina o un animale. Pertanto, nel profondo di ogni anima umana c’è un’area di scelta fondamentale.

Questo è il territorio del corpo di gloria, il corpo di risurrezione. Non esiste solo dopo, ma ora, sempre. Si trova – come l’Adamo originale – sulla verticale tra l’arcangelo Michele (che è come Dio) e l’angelo caduto, il diavolo, il Dennitz, il “figlio dell’alba”. È questa collocazione ontologica del suo cuore – sulla linea della creazione eterna e, di conseguenza, nel regno della risurrezione – che rende l’uomo umano.

L’antropologia escatologica non si riferisce al futuro in senso ordinario, ma all’eterno presente.

È importante che il Credo dica della seconda venuta di Cristo:

Colui che tornerà con gloria giudicherà i vivi e i morti. Καὶ πάλιν ἐρχόμενον μετὰ δόξης κρῖναι ζῶντας καὶ νεκρούς

Qui va sottolineato che Cristo giudicherà anche i “vivi”, non solo i morti risorti. Ma questi saranno “viventi” speciali – già “cambiati” (ἀλλαγγησόμεθα – dal verbo ἀλλάσσω), secondo l’apostolo. Che cos’è questo cambiamento?

Essa restituisce all’uomo il “corpo di gloria”, il “corpo di spiritualità” senza che egli debba passare attraverso le tre fasi successive – nascita nel corpo, morte, resurrezione. Un tale cambiamento – anche se come caso estremo – è possibile proprio per la natura intrinseca dell’uomo di “eternità creaturale”. Al livello più profondo del suo essere è già risorto, e questa “resurrezione” può avvenire sia attraverso la morte che aggirandola.

I santi, i martiri e quei cristiani che hanno sviluppato pienamente la loro identità cristiana sono in grado di raggiungere lo stato di “risorti” prima del Giudizio Universale. Il fenomeno delle reliquie imperiture e delle altre reliquie è collegato a questo. I corpi stessi dei santi si trasformano, uscendo dalle condizioni materiali del tempo.

Questo significa che l’uomo spirituale, uomo potente, corpo di gloria, è già in ognuno di noi, e questo è il modo del cristiano di cambiare se stesso già durante la sua vita, per essere il più vicino possibile alle condizioni ontologiche del Giudizio Universale. Dobbiamo cercare di arrivare a questa Corte il prima possibile, senza aspettare la fine dei tempi, e proprio la volontà di operare un cambiamento corrispondente nella natura umana porta alla seconda venuta del Salvatore.

Un tale cambiamento di vita significa diventare “figlio della luce”, risvegliarsi e condividere irrimediabilmente il proprio destino con i “figli delle tenebre”, che versano in uno stato di sonno insensato e insensibile.

Parte I – Il problema antropologico nell’escatologia

Parte II – Il dualismo del mondo spirituale

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

L’ermeneutica della continuità tra il giovane Ratzinger e l’anziano Benedetto XVI

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Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza

“Il cuore del problema: il modernismo agnostico”, lezione di don Francesco Ricossa al seminario di studi “Noi vogliamo Dio! 1962 – 2012: il Concilio contro la fede, i cattolici contro il Concilio” (Modena, 8/13/2012, VII giornata per la regalità sociale di Cristo):

https://youtu.be/F_g0YyzsmuQ

Foto: Julia Kristeva, la psicanalista e filosofa atea invitata da Benedetto XVI a tenere un discorso alla giornata di Assisi del 2011.

Zelensky a Sanremo

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di Antonio Catalano

Il Festival di Sanremo potrebbe essere l’occasione per il popolo italiano per seguire una competizione canora all’insegna della spensieratezza e del piacere di ascoltare nuove proposte. Ci sono sempre stati quelli che ogni anno si dissociavano perché la ritenevano una manifestazione nazional popolare, quindi priva di “cultura” alta, così esprimendo un atteggiamento radical chic. Il fatto, purtroppo, è che da un bel po’ di tempo, a partire dagli anni ’90, di competizione canora ce n’è ben poca, i giochi si fanno prima, a seconda dell’aria che tira e degli interessi commerciali della grande distribuzione discografica. Ma il fatto fastidioso è Sanremo diventato una grande passerella, alla quale sono invitati le “migliori” espressioni del pensiero, “artistico” e non, omologato. Operazione tesa a “educare” gli italiani secondo i dettami del pensiero uniformante, fatto di fluidità sessuale (e di regolari baci in bocca non etero), di antirazzismo da operetta, di ambientalismo della grande finanza, di trasgressività concordata con il potere e menate di questo tipo. Una sorta di prolungamento musicale di quel tg 1, che rimane la fonte di principale stordimento nazionale, in cui l’informazione è presentata come un susseguirsi di fatti trattati alla “Novella 2000”: gossip, luoghi comuni, banalità, re e regine, fatti presentati senza approfondimento critico eccetera (non che gli altri siano meglio, ma il tg1 è maestro in questo campo). Il Tg1 di ieri riserva in ultima notizia la “sorpresa” (oh, guarda un po’!) dei Maneskin super ospiti al festival, gli stessi che qualche giorno fa hanno inscenato la misera sceneggiata del “matrimonio” (come distruggere la sacralità di questo rito) prima dell’uscita del loro nuovo album “Rush”. Ma quest’anno la grande “sorpresa” è data dalla presenza nell’ultima serata (in collegamento da Kiev) di Zelensky. Operazione tramata dal gran ciambellano Bruno Vespa e raccolta con entusiasmo («Sono felice di avere questo collegamento») dal conformista baciapile dell’establishment dello spettacolo Amadeus. E qui non c’è più da scherzare. Si tratta di una vera e propria operazione di guerra (che si sa, si combatte anche con le armi della diplomazia, della cultura, dello spettacolo, dello sport, dell’arte…), che si inserisce nel quadro del pieno e sciagurato coinvolgimento bellico che i nostri governi hanno deciso da un anno a questa parte, con l’accelerazione atlantista del governo Meloni. E questo non si può accettare. Non si può accettare che il pupazzo ucraino (il cui popolo è diventato carne da macello per la strategia di dominio geopolitico americana) in quota Nato imperversi anche al festival di Sanremo, tradizionalmente grande appuntamento dell’intrattenimento nazionale. Qui non si tratta di spegnere la tv o girare canale, si tratta di esprimere la piena ostilità a questa campagna di guerra che stanno attrezzando sopra le nostre teste. Zelensky a Sanremo è il senso dell’accettazione della logica di guerra che gli americani vogliono infondere negli italiani (come nei popoli europei). Ben venga quindi qualsiasi manifestazione di protesta ferma e decisa tesa a impedire che questo scempio vada in onda sulla tv nazionale.
NO ZELENSKY A SANREMO!

Corruzione nell’UE, la portata è sorprendente

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di Redazione di Katehon

Un nuovo scandalo di corruzione si sta ora sviluppando nell’UE, rivelando la profondità dei problemi sociali del Commonwealth. È emerso che le indennità mensili date agli eurodeputati per pagare le forniture d’ufficio e altre spese minori sono state utilizzate per acquistare azioni delle industrie delle armi, del tabacco, delle miniere e dei combustibili fossili per sostenere il sistema pensionistico del Parlamento europeo, fortemente indebitato.

Per quanto riguarda il complesso militare-industriale, lo schema comprendeva decine di migliaia di azioni dell’industria bellica statunitense, che produceva munizioni a grappolo vietate dalla convenzione internazionale del 2008 firmata dagli Stati dell’UE. Si tratta di Raytheon, Honeywell International e Textron Inc. Il regime pensionistico del Parlamento europeo ha investito in tutte e tre le società. Nel 2008 possedeva 14.900 azioni Raytheon per un valore di mercato di 547.000 dollari e 27.000 azioni Honeywell International per un valore di mercato di 637.000 dollari. Nel 2007 possedeva 7.600 azioni di Textron Inc. per un valore di mercato di 370.000 dollari.

Textron Inc ha cessato la produzione di munizioni a grappolo di grandi dimensioni nel 2016, dopo che erano emerse prove che i sauditi le avevano utilizzate contro i civili nello Yemen. Nel 2005 il Fondo sovrano norvegese ha inserito Raytheon e Honeywell International nella lista nera per la produzione e la vendita di munizioni a grappolo. La banca belga KBC ha fatto lo stesso nel 2006, viste le polemiche sulle armi. Insieme ad Aerojet General, Honeywell International ha sviluppato la munizione ad azione combinata CBU-87, ampiamente utilizzata durante Desert Storm negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’90 con effetti devastanti.

Il fondo possedeva 11.800 azioni di Northrop Grumman Corporation, che nel 2008 avevano un valore di mercato di 382.000 dollari. Il fondo deteneva anche 79.000 azioni di BAE Systems, una società britannica di armi, sicurezza e aerospazio, con un valore di mercato di 311.000 sterline.

Per quanto riguarda i combustibili fossili, EUobserver nota anche che sono stati effettuati investimenti in società petrolifere che hanno causato gravi disastri ambientali. Nel 2008, ad esempio, la Royal Dutch Shell ha avuto una fuoriuscita di petrolio dall’oleodotto Bodo in Nigeria che ha ucciso circa 1.000 ettari di mangrovie e vita marina. Ma meno di un anno dopo il fondo pensione del Parlamento europeo ha acquistato azioni Royal Dutch Shell per un valore di oltre 2,5 milioni di sterline. La Shell è stata anche incolpata della fuoriuscita di petrolio di Ogbodo del 2001, che ha rilasciato circa 50.000 barili nel Delta del Niger. Il fondo pensione possedeva anche azioni della Royal Dutch Petroleum Company per un valore di 2,89 milioni di sterline.

I primi acquisti di azioni del settore sono avvenuti nel 1994 e hanno riguardato praticamente tutto, da Royal Dutch Shell a Repsol, la multinazionale spagnola dell’energia e della petrolchimica. Sotto la supervisione di un’organizzazione senza scopo di lucro composta da membri del Parlamento europeo, che ha creato un fondo di investimento in Lussemburgo, gli investimenti basati sui combustibili fossili sono proseguiti almeno fino al 2010

In altre parole, è stata creata una ONG manuale per dare l’impressione di trasparenza e controllo civico, cosa che in realtà non è avvenuta.

L’investimento del 2010 è avvenuto in un momento in cui le Nazioni Unite stavano tenendo un vertice sul clima a Cancun e, allo stesso tempo, il Parlamento europeo ha chiesto all’UE di ridurre le emissioni di CO2 del 30% entro il 2020.

Allo stesso tempo, il regime pensionistico dei membri del Parlamento europeo deteneva azioni di società petrolchimiche europee per un valore di 5,2 milioni di euro.

Il fondo era noto per detenere quasi 10.000 azioni di Total SA, 105.000 della società energetica italiana Eni, Repsol (102.526) e OMV AG (31.297). Sono presenti anche le società statunitensi ConocoPhillips (16.100), Murphy Oil Corp (13.600) e National Oil Well Varco Inc (18.200). Le azioni Repsol sono state detenute quando il gigante stava esplorando il petrolio in una zona remota dell’Amazzonia peruviana, che copre circa 700.000 ettari di foresta pluviale. Alla fine l’azienda ha venduto la quota nel 2014 in seguito alle pressioni pubbliche delle popolazioni indigene della zona.

Infine, chi è il principale responsabile di questi atti? Lord Richard Balfe, cittadino britannico, ha presieduto il consiglio di amministrazione del fondo pensionistico del deputato fino all’inizio del 2021. Alla domanda sull’etica degli investimenti nei combustibili fossili sotto la sua guida, così come nell’industria delle armi, ha rifiutato di rispondere. “Mi dimetto dalla carica di presidente del Fondo Pensioni nel 2021. Per questo motivo, ho affidato la sua richiesta al mio successore Stephen Hughes”, ha dichiarato in un’e-mail della scorsa settimana.

È probabile che gli investimenti nel settore continuino ancora oggi, ma il Parlamento europeo si rifiuta di pubblicare informazioni più recenti su questi dati. Una richiesta di divulgazione avanzata dai giornalisti è stata respinta dal vicepresidente del Parlamento europeo Roberts Seele, che supervisiona le richieste di accesso ai documenti. Ha dichiarato che il documento del Parlamento “rappresenta informazioni commercialmente sensibili sulla strategia commerciale di questo fondo”.

Va notato che Zile è stato anche nominato nel consiglio di amministrazione del fondo pensione dei membri volontari lo scorso ottobre, insieme al vicepresidente del Parlamento europeo Otmar Karas e all’eurodeputato Janusz Lewandowski. Si scopre che, in qualità di vicepresidente del Parlamento, sta semplicemente coprendo le attività corrotte del fondo pensione.

Il fondo stesso dovrebbe fallire tra il 2024, quando si terranno le elezioni europee, e il 2026. Alcuni eurodeputati hanno affermato che il fondo presenta “rischi potenzialmente devastanti per la reputazione del Parlamento europeo”. Tuttavia, data la redditività delle vendite alle industrie militari ed energetiche statunitensi, i parlamentari europei devono aver contato sul denaro facile, tipico del sistema capitalistico occidentale in generale. Soprattutto per quanto riguarda il pagamento delle pensioni agli ex europarlamentari. Per ottenere poi la pensione, devono versare i contributi al fondo solo per due anni. Per ogni contributo di 1.000 euro, il Parlamento europeo aggiunge 2.000 euro alla loro pensione.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Katehon.com

Disinformazione in Ucraina

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di Dough Bandow

Il senatore del Kentucky Mitch McConnell, un repubblicano che nominalmente rappresenta lo Stato americano e serve il popolo americano, ha recentemente dichiarato che l’Ucraina è la priorità assoluta di Washington. A quanto pare non capisce dove si trova la sua lealtà e dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di candidarsi in Ucraina, magari in un’area vicina a Kiev.

I funzionari ucraini non hanno dubbi. Sono al servizio dell’Ucraina e sono disposti a gettare gli americani nel caos e persino a trascinare gli Stati Uniti in una guerra, se ciò fa comodo agli interessi di Kiev. Perché? Perché, a differenza di McConnell, la leadership ucraina dà priorità agli interessi nazionali.

Data la convinzione di Kiev che l’Ucraina sia Uber Alles, i funzionari ucraini sono molto scontenti degli americani, che hanno la temerarietà di sostenere che le politiche di Washington dovrebbero riflettere innanzitutto gli interessi americani. Ad esempio, pur sostenendo gli aiuti a Kiev e le sanzioni contro la Russia, ritengo che l’imperativo per Washington sia garantire la sicurezza, la libertà e la prosperità degli americani: ciò significa limitare le possibilità di escalation e di espansione del conflitto e ridurre i futuri obblighi finanziari dell’America. Washington dovrebbe anche insistere per spostare la responsabilità della difesa agli evasivi europei, che ora stanno persino rinnegando le promesse fatte mesi fa di aumentare lo sforzo militare.

Di conseguenza, mi ritrovo nella lista di odio dell’operazione di propaganda ucraina, il cosiddetto Centro per il contrasto alla disinformazione, finanziato in parte dai contribuenti statunitensi. Gli operatori di Kiev non cercano di mettere in discussione le argomentazioni di coloro che si rifiutano di mettere l’Ucraina al primo posto. Il CCD accusa piuttosto i negazionisti di promuovere la propaganda russa piuttosto che quella ucraina. Sebbene le loro opinioni siano state espresse da “propagandisti non russi”, il CCD ha dichiarato che “promuovono narrazioni coerenti con la propaganda russa”. Non è sufficiente che il Congresso apra ampiamente i caveau del Tesoro e gli arsenali del Pentagono a Kiev. Tutti gli americani devono parlare con una sola voce, cantare ovazioni in onore del governo Zelensky e unirsi intorno agli obiettivi militari dell’Ucraina.

Almeno non sono l’unico sulla “lista nera” del CCD. Tra gli altri accusatori di Putin ci sono, ovviamente, Tucker Carlson di Fox News e, meno ovviamente, John Mearsheimer dell’Università di Chicago, che ha descritto nei dettagli la cattiva condotta degli Stati Uniti e dei suoi alleati che ha causato la crisi attuale. Incredibilmente, anche il nome dell’economista Steve Hanke, con cui ho lavorato ai tempi dell’amministrazione Reagan, è apparso sulla lista nera. Anche il giornalista Glenn Greenwald e l’economista Jeffrey Sachs, tra gli altri americani, fanno parte della lista.

Nonostante le dichiarazioni esplicite del governo Zelensky, continuo a credere che un’aggressione brutale sia un’aggressione brutale, ma la famosa lista CCD suggerisce che Kiev ha paura del dibattito razionale e della politica razionale.

Come già detto, ritengo che Mosca si sbagli di grosso nel proseguire l’operazione speciale. Detto questo, se Kiev ha intenzione di scagliarsi contro chi non va a letto cantando “Ucraina la bella” e “Dio benedica Zelensky”, allora ripagare il debito sembra giusto. Pensate alle carenze di Kiev e a quanti politici americani come McConnell, analisti e giornalisti si sono trasformati in spudorati propagandisti ucraini.

L’Ucraina è più libera della Russia, ma difficilmente rappresenta l’ideale democratico. Anche prima che Mosca lanciasse la sua operazione speciale, Freedom House valutava l’Ucraina solo “parzialmente libera”. La valutazione: “La corruzione rimane pervasiva e le iniziative governative per combatterla hanno incontrato resistenza e sono fallite. Gli attacchi a giornalisti, attivisti della società civile e gruppi di minoranza sono frequenti e la risposta della polizia è spesso inadeguata. Il collega del Cato Institute Ted Galen Carpenter cita “gli sforzi per soffocare le critiche interne” e altre tendenze autoritarie. Nel 2019, solo il 9% degli ucraini si fidava del proprio governo e il 12% delle elezioni ucraine.

Nel 2014 l’Ucraina ha vissuto una transizione politica non democratica, ma ampiamente accolta dall’Occidente. La rivoluzione di Maidan è stata guidata dalla strada, non dal voto. Yanukovych, benché corrotto, è stato eletto in un’elezione che molti ritenevano libera, ma l’elettorato era profondamente diviso: l’est era legato alla Russia e l’ovest era orientato verso l’Europa e l’America. Era terribilmente corrotto, ma seguiva la fallimentare presidenza di Viktor Yushchenko, che si era classificato quinto al primo turno delle elezioni con solo il 5,5% dei voti. Kiev si trovava nel territorio dell’opposizione e naturalmente attirava gli oppositori di Yanukovich. I sondaggi dell’epoca mostravano che l’opposizione era sostenuta da circa la metà della popolazione, mentre Yanukovych manteneva un livello di sostegno del 40% – e parlare contro di lui equivaleva a un colpo di stato contro un leader cattivo ma legittimamente eletto. I cittadini dell’Est hanno preferito i legami economici con la Russia a quelli con l’Europa. Quattro anni dopo, il Paese è rimasto fortemente diviso, con gli abitanti dell’Ucraina occidentale che hanno definito il Maidan una lotta per i “diritti e i valori europei” e quelli dell’est che lo hanno definito un “colpo di Stato organizzato dall’Occidente”.

Zelensky non è affatto esente da colpe. Prima dell’invasione della Russia, ha perseguito l’ex presidente e potenziale futuro avversario Petro Poroshenko per tradimento. Questo procedimento è stato molto simile al modo in cui Yanukovych, caduto in disgrazia, ha imprigionato la sua perenne avversaria Yulia Tymoshenko. Freedom House ha inoltre osservato che:

Zelensky e due dei suoi più stretti collaboratori sono stati coinvolti in attività finanziarie offshore in ottobre, dopo la pubblicazione dei Pandora’s Papers, una serie di documenti che rivelano le attività offshore di leader politici e altre figure di spicco in tutto il mondo. Nello stesso mese, l’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP) ha riferito che Zelensky ha creato società offshore prima di diventare presidente, ma ha continuato a trarne profitto anche dopo il suo insediamento.

Nonostante il suo coinvolgimento in schemi di corruzione, Zelenski ha apparentemente cercato di attirare gli Stati Uniti e la NATO nella guerra, sostenendo che l’attacco missilistico ucraino alla Polonia è stato causato dalla Russia. Se l’Occidente poteva facilmente determinare l’origine e la traiettoria del missile, lo stesso poteva fare l’esercito ucraino. O qualcuno ha mentito a Zelensky o lui ha mentito all’Occidente, che sta sostenendo la sua guerra. In ogni caso, dovrebbe essere ovvio che Washington e Bruxelles non possono fidarsi di Kiev. Un leader straniero che ritiene sia nel suo interesse coinvolgere l’America in una guerra con una grande potenza, potenzialmente sfociante in una guerra nucleare, non è un amico e, francamente, è più pericoloso della Russia.

L’Ucraina e i suoi alleati ingannano abitualmente Mosca. L’Occidente ha sempre mentito a Mosca sull’espansione della NATO e ha anche ingannato l’Ucraina sull’adesione all’alleanza transatlantica. Poroshenko, predecessore di Zelensky, ha ammesso che gli “accordi di Minsk” tra Kiev e Mosca, sostenuti dall’Europa, non sono mai stati destinati a essere attuatilo stesso ha fatto di recente l’ex cancelliere tedesco Angela Merkel. Gli alleati dicono comprensibilmente di non potersi fidare di Mosca. Ma perché la Russia dovrebbe prendere sul serio le promesse ucraine o degli alleati?

Gli Stati Uniti non accetterebbero mai un comportamento simile da parte della Russia. Immaginate se Mosca estendesse il Patto di Varsavia al Sud America, facilitasse il rovesciamento di un governo filoamericano regolarmente eletto in Messico e poi invitasse le nuove autorità a unirsi al Patto di Varsavia. L’isteria di massa a Washington sarebbe intervallata da richieste di una risposta dura, fino alla guerra. Pur ammantandosi di moralità, Washington sta attivamente strangolando Cuba e il Venezuela dal punto di vista economico per installare governi più amichevoli. Dopo tutto, si trovano nella sfera di influenza degli Stati Uniti, come stabilito due secoli fa dalla Dottrina Monroe.

Nessuno di questi fattori cambia il fatto che il comportamento della Russia è criminale e che gli Stati Uniti dovrebbero aiutare l’Ucraina a difendere la propria indipendenza. Tuttavia, gli attacchi ucraini agli americani per aver messo gli Stati Uniti al primo posto servono a ricordare che gli americani devono difendere i loro interessi contro tutte le minacce, compresi i falsi amici come Kiev. Altrimenti, Washington rischia di trovarsi invischiata in una guerra aspra e sanguinosa che non è la sua. Forse è giunto il momento che gli Stati Uniti istituiscano un proprio Centro per la lotta alla disinformazione, focalizzato sull’Ucraina.

Traduzione a cura della Redazione

Foto: Controinformazione.info

Fonte: https://www.ideeazione.com/disinformazione-in-ucraina/

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