Ormai è ufficiale: la Nato è in guerra con la Russia

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di Giuseppe De Lorenzo

Un gioco che si faceva da ragazzini iniziava così: “Alzo bandiera, dichiaro guerra a…”. E via con la gara di corsa. Nessuno sarebbe partito prima della comunicazione ufficiale, un po’ come si faceva in passato con le guerre di un tempo. Roba da ambasciate.

Ormai purtroppo i processi sono cambiati. Putin per dire ha invaso l’Ucraina comunicandolo in un video. E i conflitti si sono fatti “ibridi”: iniziano all’improvviso e non si sa mai quando finiscono. Basta pensare al Donbass nel 2014, oppure a Libia, Siria o Yemen. Per l’avvio della nuova Guerra (poco) Fredda tra Stati Uniti e Russia non dobbiamo dunque aspettarci una comunicazione formale. Occorre accontentarsi dei segnali. E quelli sono ormai tanti, anche troppi. A tal punto che forse è arrivato il momento di dirlo chiaro e tondo: la Nato è in guerra con la Russia.

Spieghiamo. Dopo l’assurda invasione di Putin, l’Occidente ha reagito come credeva giusto. Ha protestato, e ci mancherebbe. S’è dichiarata solidale con Kiev, e ha fatto bene. Poi ha scelto la strada delle sanzioni, sentiero tortuoso (chiedetelo alle nostre aziende) ma tutto sommato comprensibile. Infine, man mano che la Russia sembrava impantanarsi sul terreno, ha alzato il tiro. Prima la cacciata dallo Swift, poi il blocco delle importazioni del petrolio, infine l’invio massiccio di armi a Kiev: all’inizio solo missili anticarro “difensivi”, poi sempre più “letali” e ora in grado – parola del ministro britannico – di colpire il “al di là del confine”. Kiev dovrebbe farlo, sostiene Londra, è legittimo, la Germania ci mette il carico di 50 carri armati, ma tutto questo dove ci porterà?

Nella Nato si sono creati due schieramenti. Da una parte Usa, Gran Bretagna e paesi dell’Est Europa, pronti ad andare al muro contro muro con Putin. Dall’altra le più concilianti Francia e Germania, uscite però sconfitte da questo duello. Le dichiarazioni degli ultimi due giorni lo dimostrano. E sono un allarme sulla tenuta della pace nel mondo intero, non solo una mannaia sulle speranze di pace in Ucraina (i negoziati, per dire, ormai sono scomparsi dai radar).

Dopo la visita a Zelensky, il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, e il capo del Pentagono, Lloyd Austin, hanno per la prima volta ammesso che lo scopo americano non è tanto, o non solo, la pace in Ucraina. Ma “indebolire Mosca a un livello tale” che non possa avviare nuove guerre. Il generale Mark Milley, capo di Stato maggiore congiunto delle forze armate Usa, oggi ha aggiunto senza troppi fronzoli un dettaglio. “Credo – ha detto – che l’obiettivo di tutto il governo sia quello di vedere un’Ucraina libera e indipendente, con il suo territorio intatto e con il suo governo ancora in piedi. Credo che questo implichi anche una Russia indebolita”. Tradotto: non ci saranno concessioni sul Donbass né sulle condizioni di neutralità o smilitarizzazione (oggi Washington ha riaperto le porte della Nato a Kiev, in teoria cardine dei primi timidi segnali di pace). E senza accordo sulle repubbliche secessioniste, ribatte Putin, “non è possibile firmare garanzie di sicurezza sull’Ucraina”.

Posto che la Crimea è stata annessa otto anni fa, ma Kiev la considera ancora un proprio dominio, quel “territorio intatto” evocato da Milley sembra essere il preludio ad una riconquista. Cioè una guerra in cui la Nato, o almeno gli Stati che stanno inviando armi, aiuta l’Ucraina a riprendersi le regioni perdute tempo fa. Nella speranza, magari, che il piano inclinato porti al “regime change” evocato da Biden. Con tanti saluti alle speranze di pace. Ma col rischio, serio, di ritrovarci davvero a combattere in prima persona contro Mosca.

Forse non avrà ragione Lavrov nel dire che “la Nato è già in guerra per procura con la Russia”. Ma poco ci manca. Capuozzo direbbe: combatteremo fino all’ultimo ucraino. Già, ma fino a dove?

Giuseppe De Lorenzo, 26 aprile 2022

 

Le parole di Scholz cambiano tutto

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di Vincenzo Costa

Su un crinale pericoloso. I rischi maturano di giorno in giorno, alcuni svaniscono, poi riappaiono.

E di nuovo c’è il rischio di un’estensione della guerra, sia territorialmente sia dal punto di vista delle armi usate. A dirlo chiaro è stato Scholz:

“Sto facendo tutto il possibile per evitare un’escalation che porterebbe dritto alla terza guerra mondiale. E’ possibile una guerra atomica” 
(Ich tue alles, um eine Eskalation zu verhindern, die zu einem dritten Weltkrieg führt. Es darf keinen Atomkrieg geben)

Chi conosce un poco Scholz e la politica tedesca capisce bene. Non sono come i nostri Draghi e Di Maio. E’ gente misurata che usa le parole dopo averle pesate. E Scholz sta dicendo che l’Occidente sta esasperando le cose per arrivare a un guerra atomica, non totale ma regionale.

Di fatto in Germania vi è un tentativo di regime change. Merz, capo della CDU e notoriamente uomo proveniente dalle banche, sta spingendo in questa direzione, puntando sul filoatlantismo dei verdi. Scholz e la SPD stanno resistendo ma l’attacco è frontale. Difficile dire come si svilupperà.

Poiché uno degli argomenti centrali è che la Germania è isolata, molto dipende da come si risolveranno le elezioni francesi e dalla posizione che prenderà il prossimo presidente francese, una volta che non ha più la pressione elettorale.

Tutta una serie di altri segnali vanno in direzione di una aggravamento e di un’estensione del conflitto.

L’ambasciatore in Canada ma anche altre fonti, compresi i cinesi, hanno avvisato circa la possibilità di “false flag”, cioè di eventi crea dai servizi inglesi e americani per addossarli ai russi: uso di nucleare tattico o di armi chimiche. Poi fra 20 anni si saprà che erano false flag, ma intanto la Lucia Annunziata e company martellerà e convincerà che dobbiamettere l’elmetto.

Il rischio è un coinvolgimento della NATO, cosa che è controversa anche dentro l’amministrazione americana, per cui è un’opzione: dipende da chi ha la meglio nell’amministrazione.

Molto dipende dal fatto che il regime change in Germania riesca o che Scholz si pieghi del tutto, dal fatto che il nuovo presidente francese riapra la questione facendo sponda con la Germania.

L’Italia non conta niente perché Draghi sta lì per ubbidire e quindi non è da qui che può partire un’iniziativa.

Il nostro paese non esiste da nessun punto di vista. E’ l’unico paese al mondo che antepone gli interessi degli Stati Uniti ai propri. 

Speriamo che l’Europa centrale sappia reagire. Ho dubbi. Se non lo farà andiamo verso un futuro orribile.

L’autunno potrebbe essere freddo a causa della mancanza di gas, ma anche caldissimo.

Fonte: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-vincenzo_costa__le_parole_di_scholz_cambiano_tutto/39602_46056/

L’incombente nuovo ordine mondiale sfida il potere degli Stati Uniti

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di James O’Neill 

Fonte: controinformazione

Moltissimi giornali online sostengono che la guerra in Ucraina sta segnando la fine dell’era dominata dal potere occidentale. Ci sono affermazioni che sostengono che il conflitto militare è stato uno spartiacque che ha segnato una rottura con il passato e l’inizio di una nuova realtà geopolitica.
È questa una tesi che vale la pena di approfondire un po’ perché, se vera, segna la fine di un lungo periodo di dominio occidentale dell’ordine mondiale.

Il conflitto in Ucraina è molto più ampio di una disputa relativamente stretta tra due vicini. L’origine della controversia è completamente trascurata nei resoconti occidentali del conflitto. Otto anni fa, il governo legittimamente eletto dell’Ucraina è stato rovesciato con un colpo di stato sostenuto dagli americani. Il suo presidente fu costretto all’esilio e sostituito da un regime francamente di natura totalitaria e cooptato da gruppi neonazisti.

Questa situazione non è stata accettata né dalla penisola di Crimea né dalle due province orientali del Donbass. La Crimea ha tenuto una votazione e la stragrande maggioranza della popolazione ha deciso di lasciare l’Ucraina e ritornare in Russia. La parola “ritorno” è la chiave. La Crimea fu donata dall’ex presidente sovietico Krusciov nel 1954, senza che i desideri della popolazione venissero consultati. La Crimea ha fatto parte della Russia per centinaia di anni. Gli inglesi (e gli austriaci) vi avevano combattuto una guerra negli anni ’50 dell’Ottocento.

La guerra di Crimea era una guerra contro la Russia e nessuno la considerava diversamente. Il ritorno della Crimea in Russia ha fatto seguito a un voto democratico che non è mai stato accettato dall’Occidente. Il confronto tra quanto accaduto in Crimea e quanto accaduto nel territorio separatista del Kosovo dalla Serbia è molto eloquente. Quest’ultimo è stato accettato dalle potenze occidentali e il Kosovo è ora una delle principali basi militari degli Stati Uniti.

Allo stesso modo è trascurato dai media occidentali che la rottura del Donbass non è mai stata accettata dal governo ucraino. Hanno combattuto una guerra contro le due regioni separatiste negli ultimi otto anni. Almeno 16.000 persone sono state uccise e più di un milione sono state costrette all’esilio.

Questa storia è completamente ignorata dai media occidentali che trattano l’intervento russo nel febbraio 2022 come una “invasione” piuttosto che come un intervento che ha fermato un’invasione ucraina pianificata che senza dubbio ne avrebbe uccisi altre migliaia.

La reazione occidentale all’intervento russo nella guerra è molto rivelatrice. Nonostante tutta la loro fede dichiarata nell ‘”ordine internazionale basato sulle regole”, questo non ha impedito alle potenze occidentali di sequestrare 300 miliardi di dollari di attività russe detenute all’estero. Non hanno intenzione di restituire mai questi soldi.

Le questioni più grandi in gioco sollevate dall’intervento russo nel Donbass sono state evidenziate dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov in un’intervista rilasciata ai media russi la scorsa settimana. Lavrov ha affermato che “l’operazione militare speciale mira a porre fine alle espansioni illimitate e al corso illimitato verso il dominio totale degli Stati Uniti e degli altri stati occidentali sotto le frontiere russe e sull’arena internazionale”.

Lavrov ha anche richiamato l’attenzione sul fatto che gli Stati Uniti hanno sviluppato armi biologiche e laboratori militari in più basi in Ucraina. È impossibile concepire una spiegazione innocente per queste basi. Questi laboratori avevano chiaramente lo scopo di sviluppare armi biologiche da usare contro la Russia. Eppure l’esistenza di queste strutture è stata completamente ignorata dai media occidentali.
Al contrario, hanno promosso la mitica paura che la Russia possa usare armi chimiche nel suo conflitto con l’Ucraina. L’ipocrisia in questa affermazione è mozzafiato.

I media occidentali ignorano anche il fatto che la Russia non è sola nelle sue preoccupazioni. È sostenuto non solo dalla Cina e dall’India, ma dalla grande maggioranza del cosiddetto mondo in via di sviluppo che rifiuta di accettare che l’Occidente debba continuare il suo ruolo di determinare ciò che è giusto e sbagliato nel mondo intero.

Quello a cui stiamo effettivamente assistendo ora è un rifiuto da parte del maggior numero delle nazioni del mondo dell’era del dominio degli Stati Uniti. Parte di questo rifiuto si manifesta in un uso crescente di valute diverse dal dollaro statunitense per il commercio internazionale. Questo è estremamente significativo.
Gli Stati Uniti hanno utilizzato il ruolo del dollaro come veicolo principale per il controllo delle nazioni. Quell’era sta rapidamente volgendo al termine.

Guerra valutaria contro il dollaro

Il taglio dei legami dell’Europa con la Russia è un esempio di un esercizio completamente controproducente. L’Europa fa affidamento sulla Russia per almeno il 40% del suo fabbisogno energetico. Quanto durerà l’antipatia europea nei confronti della Russia, quando le loro industrie chiuderanno e i loro cittadini si congeleranno dal freddo, questa è una questione aperta. Alcuni paesi europei come l’Ungheria hanno rifiutato questa politica manifestamente egoistica e hanno rafforzato le loro relazioni con la Russia. Altri, come la Polonia, persistono nel loro modo manifestamente autolesionista.

Il cambiamento tettonico che sta avvenendo nelle relazioni della Russia con l’Occidente è stato recentemente delineato in un’intervista rilasciata dall’economista dell’EAEU Sergey Glazyev. In quell’intervista recentemente rilasciata al giornalista Pepe Escobar da Glazyev, questi ha delineato l’evoluzione di un nuovo ordine finanziario globale che sta sostituendo il sistema basato sul dollaro degli Stati Uniti.

Glazyev chiarisce che il nuovo sistema di pagamenti non basati sul dollaro ha lo scopo esplicito di porre fine al ruolo del dollaro nel sostenere l’imperialismo valutario occidentale. La guerra in Ucraina accelererà questi sviluppi. È improbabile che gli Stati Uniti accettino passivamente la minimizzazione del ruolo del dollaro e la loro reazione a questo sviluppo pone ulteriori minacce al mondo.

 

 

 

Summit dei BRICS con Erdogan osservatore

Che la Russia sia profondamente consapevole dei rischi è stato chiarito nel lungo discorso di Putin del 21 febbraio 2022. Quel discorso ha riconosciuto la realtà esposta da Fyodor Lukyanov in un importante articolo che ha scritto il 13 aprile 2022 “Il vecchio pensiero per il nostro paese e il mondo ” e pubblicato su Russian Global Affairs. Lukyanov ha detto: “ dobbiamo sottolineare che l’attuale crisi mondiale non è stata promossa dall’operazione militare speciale in Ucraina. Questa crisi è stata generata molto tempo fa dall’ostinata riluttanza dei leader dell’ordine liberale a rinunciare ai privilegi che hanno ottenuto dopo la Guerra Fredda”.

È questo mondo che ora sta cambiando e molto rapidamente. I BRICS e la SCO stanno guidando questi cambiamenti. La domanda è se la transizione può essere raggiunta pacificamente, o gli Stati Uniti inizieranno un’altra guerra nel vano tentativo di riconquistare il proprio ruolo di potenza dominante del mondo.

James O’Neill, un ex avvocato con sede in Australia, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook” .

Capuozzo: “Ecco perché Stati Uniti e Regno Unito non vogliono la fine della guerra”

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Roma, 8 apr – Stati Uniti e Regno Unito “sembrano volere fortemente la continuazione del conflitto fino a quando Putin non ci lascia le penne: vogliono la fine dello zar russo, non la fine della guerra”. Toni Capuozzo, storico reporter di guerra, sospetta che nei piani di Washington e Londra il conflitto in Ucraina deve durare ancora a lungo.

Capuozzo: “Fine della guerra? Non per la Nato”

Intervistato da Il Sussidiario, Capuozzo spiega perché a suo avviso questa terribile prospettiva va considerata attentamente: “Una guerra lunga è proprio quello che vuole la Nato e lo scenario è plausibile se tutti gli alleati si comporteranno come soldatini ordinati. Lo stesso Stoltenberg ha riportato le sorti della guerra alla casella iniziale: riproponendo le porte aperte all’adesione di Kiev alla Nato, non fa altro che rilanciare l’invito a continuare il conflitto. Il mio auspicio è che l’Europa ritrovi un po’ di buon senso”.

Lo spazio per i negoziati sembra però sempre più ridotto, anche alla luce della mancata volontà dei principali attori internazionali di sedersi al tavolo per trattare un immediato cessate il fuoco. A perseguire davvero la via diplomatica, nonostante tutto, pare siano rimaste soltanto Turchia e Ungheria. “Chiunque tenti qualcosa è benvenuto, anche se Erdogan e Orban non mi sembrano campioni della democrazia. Anche perché i campioni della democrazia sono impegnati a comminare sanzioni e a mandare armi…”, afferma Capuozzo.

“C’è più spazio per le trattative da parte russa, se son vere le bastonate che hanno preso e visto che ormai controllano tutta la costa del Mar d’Azov in continuità con la Crimea. È una situazione che potrebbe assomigliare a qualcosa di soddisfacente per Mosca”, dice Capuozzo. “Ma temo che a Zelensky non vada bene, per lui l’integrità territoriale dell’Ucraina non può essere minimamente messa in dubbio”, specifica l’inviato di guerra.

Le sanzioni? “Fanno più male ai sanzionatori”

Poi Capuozzo spiega anche perché, dal suo punto di vista, le sanzioni imposte alla Russia rischiano di trasformarsi in un boomerang. “Credo che queste sanzioni siano un caso piuttosto raro: fanno più male ai sanzionatori che ai sanzionati. Oltre tutto la Russia è un paese pachidermico, ha la capacità di affrontare le restrizioni molto più di noi, abituati al felice consumismo occidentale. I russi campano su un’economia chiusa, stagnante, di sussistenza. Noi soffriremo per le carenze di grano o dei fertilizzanti, loro sono più autarchici e per certi aspetti più invulnerabili alle sanzioni”.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/capuozzo-ecco-perche-stati-uniti-e-regno-unito-non-vogliono-la-fine-della-guerra-229756/

Fenomeno Maneskin: gli Stati Uniti sempre più stregati dall’italian rock

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di Ferdinando Bergamaschi

Maneskin: «Sono un’incredibile rockband italiana la cui musica è stata trasmessa in streaming oltre tre miliardi di volte. Hanno appena aperto per i Rolling Stones. Sono fantastici». Dopo il «Grazie mille ragazzi!» di Mike Jagger sul palco di Los Angeles, è stata una regina dei talk americani come Ellen DeGeneres a lanciare con queste parole la band romana nel suo famosissimo show televisivo. E il loro rock con “Mammamia”, “Zitti e buoni” e “Beggin’”, fa volare l’Italia della musica sul tetto del mondo. 

Dopo la conquista degli States, i prossimi appuntamenti della band romana prevedono sia una tournée italiana che culminerà il 9 luglio prossimo a Roma; sia una serie di date europee che vedrà i Maneskin protagonisti in tutte le principali capitali europee, da Londra a Varsavia, da Parigi a Berlino, da Bruxelles a Budapest. 

Dalla strada a X Factor

Agli inizi però era la strada. E precisamente via del Corso a Roma. È lì che il gruppo si esibisce le prime volte, nel 2016. Quando andava meglio venivano arruolati in locali e bar della Capitale. Poi la svolta. Nel 2017 i Maneskin provano la via del talent show e approdano a X Factor. Prendono così parte all’11ª edizione del programma e hanno la fortuna di finire nella squadra di Manuel Agnelli, guru italiano del rock in tutte le sue correnti. E sotto la sua guida si aggiudicano il secondo posto della gara.

La vetrina del talent show apre loro la strada per una serie di successi. Nel marzo del 2018 con il singolo “Morirò da re” i Maneskin si aggiudicano il doppio disco di platino. E in settembre pubblicano il singolo “Torna a casa”, che arriverà in vetta alla Top Singoli della Fimi.

Sul palco dell’Ariston

Ma è nell’inverno del 2021 che la band raggiunge la consacrazione nazionale. Infatti, subito dopo la pubblicazione del nuovo singolo, “Vent’anni”, viene annunciata la loro partecipazione al Festival di Sanremo. Sul palco dell’Ariston cantano “Zitti e buoni”, un brano in stile hard rock: si aggiudicherà la 71ª edizione della kermesse, che con i Maneskin torna un trampolino di lancio per il mercato internazionale. Poi di diritto ecco l’Eurovision Song Contest 2021 in rappresentanza dell’Italia; e i Maneskin vinceranno pure questa gara canora (terzi italiani nella storia della manifestazione, dopo nomi di una vita fa come Gigliola Cinquetti e Toto Cutugno).

Passo di carica

Nei mesi successivi la loro marcia prosegue a passo di carica: in luglio il quartetto raggiunge la vetta della classifica mondiale di Spotify con la sua versione di Beggin’ di Frankie Valli and The Four SeasonsIn agosto esce una nuova versione di “I Wanna Be Your Slave”, cantata insieme a un mito del rock come Iggy Pop.

E veniamo alle scorse settimane. In ottobre esce il singolo “Mammamia” che ottiene subito un grande successo. Alla fine del mese i Maneskin volano negli Usa e si esibiscono al Tonight Show di Jimmy Fallon che annuncia la partecipazione del gruppo in apertura del concerto degli Stones. 

Non sono chiari di luna

Maneskin in danese singnifica “chiaro di luna”. E danese è l’origine di Victoria De Angelis, detta Vic, la bassista del gruppo, secondo molti, il motore della band. È lei che fonda il gruppo nel 2015 con Thomas Raggi, il chitarrista; ed è lei che nello stesso anno seleziona, scarta e ripesca Damiano David, il frontman; ed è ancora Vic che recluta Ethan Torchio, il batterista. Quando viene intervistata in inglese, nelle trasferte all’estero, è lei a tenere il microfono in mano per la band, a condurre la conversazione con accento perfetto, lei a presentare, condurre, spiegare.

E sotto la guida di questa ragazza una cosa è certa: chi aveva ironizzato sul nome del gruppo, magari profetizzando per i Maneskin un destino da chiari di luna, ha preso un grosso abbaglio. Perché adesso stanno illuminando il rock di tutto il mondo.

Powell e l’infame guerra in Iraq

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Segnalazione del Centro Studi Federici

La morte di Colin Powell
 
E’ morto Colin Powell, deceduto di Covid-19 nonostante fosse vaccinato. Ma non interessa qui interpellarsi sull’efficacia dei vaccini, ma sull’uomo passato alla storia per aver trascinato il mondo nella guerra irachena con la bufala delle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
 
Il mondo, non solo gli Stati Uniti, perché quella guerra infame (ci si perdoni il termine, ma è il meno duro che ci viene in mente) non solo ha devastato un Paese prospero – pur se ristretto nella morsa del rais –, ma ha anche fatto dilagare il terrorismo internazionale, come acclarato in maniera inequivocabile dalla Commissione Chilcot, la commissione d’inchiesta istituita in seno al Parlamento britannico.
 
Non è certo per caso che l’Isis è nato in Iraq in quel tormentato dopoguerra. Così quel conflitto ha prodotto la strage del Bataclan, quella di Manchester e tanto, tanto altro.
 
Per questo si resta perplessi, ma anche no, dalle parole di Biden, che ha ricordato il primo generale nero della storia americana come “caro amico” e “patriota”. Ma d’altronde anche Biden votò a favore di quella guerra e amici lo erano davvero.
 
Nel tracciarne un ricordo Scott Ritter, ex ufficiale dell’intelligence del corpo dei marines, ricorda che Powell ebbe un ruolo di primo piano nella distensione internazionale che fiorì al tempo in cui Reagan intraprese un dialogo fecondo con Gorbacev, e che, nonostante fosse un soldato tutto d’un pezzo, Powell era un guerriero riluttante.
 
La guerra umanitaria 
 
È noto che il suo show alle Nazioni Unite, dove mostrò le “prove” delle armi di distruzioni di massa di Saddam, non era farina del suo sacco, ma basato su falsi rapporti della Cia.
 
Rapporti ai quali si sommavano le pressioni dei neocon, che avevano preso in mano tutte le leve del potere, e l’esplicita richiesta del suo presidente, che non ebbe il coraggio di contraddire, come scrive The Intercept, dimostrando di non avere la dote che più richiede l’esercito a un soldato, il coraggio (come quello dimostrato, ad esempio, dall’ufficiale israeliano Avner Wishnitzer, la cui storia è raccontata in nota alla quale rimandiamo).
 
Powell, come Biden, ebbe poi modo di dire di aver sbagliato, come accade spesso ai politici americani in questi casi. Sempre per restare sull’Iraq, clamoroso fu anche il dietrofront dell’ex Segretario di Stato Madeleine Albright, alla quale fu chiesto conto del fatto che le sanzioni emanate dagli Usa contro l’Iraq dopo la prima guerra del Golfo avevano ucciso 500mila bambini:  “ne valeva la pena“,  aveva risposto al suo basito interlocutore, accorgendosi solo dopo il profluvio di critiche dell’atrocità della risposta.
 
Così la morte di Powell, più che far tornare a galla l’orrore di quella guerra, fa emergere ancora una volta l’irresponsabilità di tanti politici dell’Impero, il quale è sempre pronto a perdonare gli errori dei suoi comandanti, politici e militari.
 
Ciò gli permette di non dover fare ammenda delle iniziative, ricomprendole nel suo seno e, di fatto, legittimando anche quelle più palesemente sbagliate, derubricate a semplici incidenti di percorso di una storia che vede gli Stati Uniti sempre e comunque dalla parte dei buoni.
 
Ciò permette all’Impero di evitare processi di riforma e di continuare a spandere nel mondo la sua immagine di faro di civiltà e libertà. Evitando anche che tali errori possano porre criticità a iniziative presenti, la cui dinamiche essenziali ricalcano quelle del passato.
 
L’occupazione umanitaria dell’Iraq
 
Il caso Iraq è eclatante in tal senso, dal momento che quell’errore non fu solo foriero di una guerra sanguinaria spacciata per umanitaria, ma ha legittimato la presenza dell’esercito americano in quel lontano Paese fino a oggi.
 
E come quella guerra fu umanitaria, anche il protrarsi dell’occupazione militare americana si è basato su ragioni umanitarie, dovendo quella presenza militare, a detta dei suoi propugnatori, evitare che il Paese sprofondasse nel caos e garantire la nascita di una democrazia irachena,
 
Il caos non è stato affatto evitato, anzi, per decenni ha infuriato una guerra tra sunniti e sciiti, con attentati terroristici quotidiani, terminata solo alcuni anni fa. Detto questo, proprio quella democrazia parlamentare che gli Usa dicono di aver fatto nascere, gli ha chiesto di andarsene con voto unanime del Parlamento, inutilmente.
 
Così l’errore sulle armi di distruzione di massa di Saddam non ha portato gli Usa a essere quantomeno più prudenti nel valutare le identiche accuse mosse contro Assad, che avrebbe usato armi chimiche contro i cosiddetti ribelli moderati, con accuse del tutto infondate.
 
Solo se e quando Assad sarà rimosso o il regime-change siriano archiviato (oggi è solo sospeso), si potrà, forse, vedere l’ammissione da parte degli Stati Uniti di incidenti di percorso analoghi a quelli iracheni.
 
Così in questa esaltazione di Colin Powell, il grande patriota che commise un “errore”, sta tutta la supponenza della nazione che si crede “indispensabile” al mondo, come ribadiva alcuni giorni fa l’ex diplomatico Usa  David Robinson (The Hill). E sta la sua incapacità di riformarsi.
 
Detto questo, almeno Powell e Biden, e altri con loro, hanno ammesso l’errore e quest’ultimo sta anche provando a porre un freno certe derive. I neocon e i liberal, che furono e sono il motore immobile di questa politica muscolare, continuano a rivendicare la legittimità di quelle iniziative, con la stolidità propria dei deliri di onnipotenza.
 
 

Dai missili ipersonici a Taiwan: alta tensione tra Stati Uniti e Cina

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LETTERE DEL LETTORE

Riceviamo e pubblichiamo questo interessante articolo, che si trova anche su: https://www.ilmiogiornale.net/dai-missili-ipersonici-a-taiwan-alta-tensione-tra-stati-uniti-e-cina/

di Ferdinando Bergamaschi

Missili ipersonici: sono la nuova frontiera militare delle grandi potenze. “Le armi ipersoniche uniscono al vantaggio della velocità quello della manovrabilità, che permette loro di eludere i sistemi di difesa antimissile di teatro e territoriale e di colpire obiettivi situati nel cuore dei territori nemici oppure in mare”, scrive Joseph Henrotin nella prefazione a uno studio dell’Ifri (Institut français des relations internationales) pubblicato lo scorso giugno.

I missili ipersonici, che viaggiano a oltre 6.000 Kmh e hanno una portata superiore ai 2.000 km, sarebbero manovrabili come i missili da crociera e potenti quanto i missili balistici, se non addirittura di più. Questo perché la tecnologia ipersonica consente, e consentirà, di superare delle barriere tecniche in maniera formidabile. 

Delusione a Washington

Dopo i successi dei test compiuti da Mosca e Pechino sui missili ipersonici nelle ultime settimane, era arrivato il turno degli Stati Uniti. Ma clamorosamente le cose per Washington sono andate male. Il Pentagono ha infatti ammesso il fallimento dell’ultimo test avvenuto in Alaska. Il lancio è stato compromesso dal malfunzionamento del razzo usato per portare il missile oltre la velocità del suono. Da qui la grande preoccupazione degli analisti americani. Gli Stati Uniti, infatti, così come per le armi al laser e per i robot-soldato, hanno investito molto su queste nuovissime tecnologie belliche anche in funzione anticinese. 

Biden versus Pechino

Addirittura il presidente americano Joe Biden, poche ore dopo la diffusione delle notizie relative al fallimento dei test dei missili ipersonici, ha rilasciato dichiarazioni molto pesanti contro Pechino. “In caso di attacco dalla Cina, difenderemo Taiwan. Abbiamo un impegno a farlo”, ha affermato l’inquilino della Casa Bianca alla Town hall di Baltimora. La replica cinese non si è fatta attendere. Ed è stata durissima, avvertendo gli Usa di essere prudenti e di non inviare segnali sbagliati all’isola. Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Wang Wenbin, è arrivato ad utilizzare toni minacciosi. “Nessuno dovrebbe sottovalutare la forte risolutezza, determinazione e capacità del popolo cinese di salvaguardare la sovranità nazionale e l’integrità territoriale”. La Cina, ha concluso Wang, “non ha margine per compromessi”.  

Il peso di Taiwan 

Non è un caso quindi che Biden sia intervenuto proprio ora, dopo il fallimento dei test sui missili ipersonici americani; e che lo abbia fatto utilizzando toni bellicistici sulla questione di Taiwan. L’isola a circa 150 km dalla costa cinese ha infatti un ruolo molto importante da un punto di vista delle nuovissime tecnologie. Oltre ad essere al centro di mari strategici che la rendono così contesa da un punto di vista geopolitico, per esempio è leader mondiale nella produzione di semiconduttori. Sono i minuscoli dispositivi elettronici basilari per gli smarthphone, i computer e le automobili. E sempre più l’Occidente, dagli States all’Unione europea, guarda a Taiwan come fonte di approvvigionamento di questi componenti, indispensabili per vincere la competizione tecnologica mondiale.

USA: gli stati più vaccinati sono quelli con più casi di covid…

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Il Vermont, lo stato con il più alto tasso di vaccinazione negli Stati Uniti, sta vivendo un’impennata di casi di covid a livelli mai visti dal picco della pandemia lo scorso inverno. Lo Stato ha un tasso di vaccinazioni record: 89% dei maggiorenni, 99% degli over 65% teoricamente immunizzati. Però non basta: lo stato ha anche avuto i due giorni con maggior mortalità proprio nel mese di settembre. Però il vaccino non doveva proteggere dai casi di covid grave?

Naturalmente questo sta creando una grande frustrazione fra burocrati dello Stato che si trovano a fronteggiare un’esplosione di casi e di ricoveri che, almeno in teoria, non sarebbe dovuta succedere. Lo stato ha registrato il più alto tasso di ricoveri ogni 100.000 residenti il ​​30 settembre, superando il record stabilito il 31 gennaio dello scorso anno. Il record di morti, otto, è stato raggiunto il 13 settembre. I casi sono del 69% più alti che nella mite Florida, dove i vaccinati sono molti, ma molti di meno.

Alla fine di agosto, quattro dei dieci casi di COVID-19 nel Vermont erano tra le persone vaccinate, secondo una lettera firmata da 90 dipendenti del Dipartimento della salute del Vermont, tra cui l’epidemiologo statale Patsy Kelso.

Il governatore Phil Scott (R) ha revocato lo stato di emergenza nel Vermont a giugno, quando l’80% della popolazione aveva ricevuto almeno un’iniezione del vaccino. Da allora ha indicato che è cauto nel reintrodurre lo stato di emergenza. “Non possiamo essere in uno stato di emergenza perenne”,

Il caso del Vermont non è il solo. Il capo di UMass Memorial Health, il più grande sistema sanitario nel Massachusetts centrale, ha affermato di recente che gli ospedali regionali hanno visto quasi 20 volte più pazienti COVID-19 rispetto a giugno e non c’è un letto di terapia intensiva da vendere. Il Massachusetts ha il quinto tasso di vaccinazione più alto della nazione.

Nel Connecticut, il secondo stato più vaccinato degli Stati Uniti, il legislatore ha recentemente esteso i poteri di emergenza del governatore per fronteggiare la pandemia.

Il 22 settembre, il Maine, il terzo stato degli Stati Uniti più vaccinato, aveva quasi 90 persone in unità di terapia intensiva, un picco di pandemia per lo stato.

Non è che, più che le vaccinazioni, possano le condizioni climatiche? Così, un vago suggerimento per il dotto Fauci. Altrimenti non si spiegherebbero la differenze fra stati del New England, estremamente ligi nella vaccinazioni, e quelli del Sud, molto più pigri…

Fonte: https://scenarieconomici.it/usa-gli-stati-piu-vaccinati-sono-quelli-con-piu-casi-di-covid/

 

Il Congresso USA sta introducendo, zitto zitto, il Dollaro Digitale?

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Lo scorso 28 luglio il deputato Don Breyer ha presentato un disegno di legge, che dovrebbe andare presto il discussione, per la regolamentazione delle valute virtuali e dei cryptoasset, denominata “Digital Asset Market Structure and Investor Protection Act” Questa proposta di legge però contiene una norma che emenda le attuali leggi in vigore e che rischi di mutare radicalmente il funzionamento del denaro negli USA.

Premettiamo che la FED non emette denaro fisico (banconote etc) a caso, né lo distrugge, se non con un’autorizzazione federale ed entro precisi limiti fissati dalla normativa che ne guida e dirige i poteri. Il deputato Breyer, nella sua proposta, viene ad introdurre il seguente emendamento riguardante i poteri della FED:

d) Supervisionare e regolamentare, tramite il Segretario del Tesoro, l’emissione e il ritiro delle banconote della Federal Reserve (sia fisiche che digitali), fatta eccezione per la cancellazione e la distruzione, e la contabilizzazione in relazione a tale cancellazione e distruzione, delle banconote non idonee alla circolazione , e per prescrivere norme e regolamenti (inclusa la tecnologia appropriata) in base ai quali tali banconote possono essere consegnate dal Segretario del Tesoro agli agenti della Federal Reserve che ne fanno richiesta”.

Fin qui tutto bene. Questa è la norma attuale che regolamenta l’emissione e la distruzione delle banconote. Ecco la proposta di integrazione Breyer:

“Sono autorizzate le banconote della Federal Reserve, da emettere a discrezione del Consiglio dei governatori del Federal Reserve System allo scopo di effettuare anticipi alle banche della Federal Reserve attraverso gli agenti della Federal Reserve come di seguito stabilito e per nessun altro scopo. Nonostante qualsiasi altra disposizione di legge, il Consiglio dei governatori del Federal Reserve System è autorizzato a emettere versioni digitali delle banconote della Federal Reserve oltre alle attuali banconote fisiche della Federal Reserve. Inoltre, il Consiglio dei governatori del Federal Reserve System, previa consultazione con il Segretario del Tesoro, è autorizzato a utilizzare la tecnologia Distributed Ledger (la blockchain ndr) per la creazione, la distribuzione e la registrazione di tutte le transazioni che coinvolgono banconote della Federal Reserve digitali. Le suddette banconote saranno obbligazioni degli Stati Uniti e saranno considerate a corso legale e saranno esigibili da tutte le banche nazionali e membri e dalle banche della Federal Reserve e per tutte le tasse, dogane e altri diritti pubblici. Saranno riscattati in moneta legale su richiesta presso il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, nella città di Washington, Distretto di Columbia, o presso qualsiasi banca della Federal Reserve”.

E così, in poche righe, si concede alla Federal Reserve il potere di emettere le cosiddette CBDC, Central bank Digital Currencies, le valute virtuali delle banche centrali equivalenti a quelle dei privati. Solo che, senza un’ulteiriore normativa, queste hanno delle caratteristiche ben poco desiderabili, come:

  • sono perfettamente tracciabili, per cui addio privacy;
  • sono programmabili, per la durata e per la modalità di spesa.

Quindi, se non si vuole fare la fine, nella migliore delle ipotesi, della Cina, con economia e consumi controllati centralmente, una normativa del genere deve essere per lo meno integrata da una di carattere garantista che preveda dei forti limiti sulle possibilità della FED di programmare e di tracciare il token in questione. Il futuro può essere pericolosamente illiberale.

Fonte: https://scenarieconomici.it/il-congresso-usa-sta-introducendo-zitto-zitto-il-dollaro-digitale/

 

Genocidio dei cristiani in Nigeria e Biden dorme!

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Leonardo Motta

L’ultima violenza si è verificata nel fine settimana di giugno, con 100 uomini armati che hanno attaccato una scuola governativa e rapito 70 studenti. Ma sono innumerevoli i sacerdoti, o ancora seminaristi, che sono stati uccisi o rapiti nell’ultimo anno.
Recentemente, negli Stati Uniti, a Capitol Hill, è stata ascoltata una testimonianza agghiacciante durante un panel della Commissione Usa sulla libertà religiosa internazionale, a proposito degli atti atroci perpetrati contro i cristiani in Nigeria, relativamente ai quali sembra esserci un silenzio assordante sulla diffusa persecuzione che si sta soffrendo nel paese dell’Africa occidentale.
Dal 2015 sono state distrutte più di 2.000 chiese e il Paese ha assistito a un esodo di massa di 4-5 milioni di cristiani che sono fuggiti dal Paese devastato dalla guerra civile.
Eric Patterson, vicepresidente dell’Istituto per la libertà religiosa, ha parlato al National Catholic Register e ha offerto dettagli su come la situazione è precipitata in questo stato.
“C’è un gruppo dello Stato islamico nel Paese che ha compiuto attacchi in tutto il Paese, sia contro altri musulmani, musulmani sunniti e musulmani sciiti, sia contro cristiani, cercando letteralmente di sterminare i cristiani in quella zona. La popolazione è divisa tra musulmani e cristiani. Le controversie e gli attacchi lasciano contadini, allevatori, pastori e la classe operaia di questa regione in mezzo al fuoco. Le fonti di cibo e acqua sono colpite e molti perdono la casa e le fonti di lavoro nei campi.
Un recente rapporto afferma che più di 12.000 cristiani in Nigeria sono stati uccisi in attacchi da giugno 2015. Alcuni considerano Boko Haram sinonimo di ISIS. Ma hanno un’origine molto diversa.
Boko Haram è iniziato davvero più come un movimento localizzato che come una campagna ben congegnata. Il suo nome significa essenzialmente “no all’istruzione occidentale”. Quindi è iniziato come un gruppo revisionista che voleva guidare la società nella parte settentrionale della Nigeria, dove avevano istituito la sharia [legge islamica] accanto al diritto civile più di dieci anni fa. E volevano trasferirlo nel XII secolo dell’Islam e rifiutare, in sostanza, tutto ciò che è occidentale.
Ora si sono fusi in un’organizzazione molto più grande. E lo hanno fatto attraverso il terrore, l’intimidazione, il rapimento, lo stupro, la schiavitù e l’omicidio.
Rivolgendo la nostra attenzione alla persecuzione strettamente cristiana, in mezzo a questo diffuso terrorismo, la fascia centrale della Nigeria sembra essere quella dove stiamo assistendo al maggior numero di morti. Lo spargimento di sangue più importante è causata dai pastori musulmani Fulani. Ma chi sono i Fulani e da quanto tempo hanno questa roccaforte?
Sentiamo spesso il termine Hausa-Fulani, che sono due tribù predominanti musulmane distinte ma strettamente unite che sono tra le più grandi di tutta la Nigeria. È interessante notare che negli ultimi dieci anni molte persone non si sono rese conto che sebbene questi due gruppi abbiano spesso lavorato insieme, in realtà c’è stata anche violenza tra di loro. Ma i Fulani sono un grande gruppo nazionale, decine di milioni di persone nella regione.
Non stanno solo combattendo per la terra o l’acqua, né stanno solo aumentando le popolazioni in conflitto. Attaccano e bruciano chiese, attaccano seminaristi, in casi recenti procedendo alla loro decapitazione. Attaccano missionari, suore, pastori. Solo in questi primi sei mesi de 2021 i rapporti indicano che almeno 1.300 cristiani sono stati uccisi in quella regione della Nigeria.
L’anno scorso, la Nigeria è stata elencata dall’ex segretario di Stato Mike Pompeo come un paese di particolare preoccupazione, mettendo il paese sotto lo stesso radar di alcuni dei più grandi violatori della libertà religiosa, come Iran e Cina. Dato il continuo aumento della violenza a cui stiamo assistendo in Nigeria, cos’altro si può fare? L’attuale amministrazione Biden sta prendendo sul serio la situazione?

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