Le parole di Scholz cambiano tutto

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di Vincenzo Costa

Su un crinale pericoloso. I rischi maturano di giorno in giorno, alcuni svaniscono, poi riappaiono.

E di nuovo c’è il rischio di un’estensione della guerra, sia territorialmente sia dal punto di vista delle armi usate. A dirlo chiaro è stato Scholz:

“Sto facendo tutto il possibile per evitare un’escalation che porterebbe dritto alla terza guerra mondiale. E’ possibile una guerra atomica” 
(Ich tue alles, um eine Eskalation zu verhindern, die zu einem dritten Weltkrieg führt. Es darf keinen Atomkrieg geben)

Chi conosce un poco Scholz e la politica tedesca capisce bene. Non sono come i nostri Draghi e Di Maio. E’ gente misurata che usa le parole dopo averle pesate. E Scholz sta dicendo che l’Occidente sta esasperando le cose per arrivare a un guerra atomica, non totale ma regionale.

Di fatto in Germania vi è un tentativo di regime change. Merz, capo della CDU e notoriamente uomo proveniente dalle banche, sta spingendo in questa direzione, puntando sul filoatlantismo dei verdi. Scholz e la SPD stanno resistendo ma l’attacco è frontale. Difficile dire come si svilupperà.

Poiché uno degli argomenti centrali è che la Germania è isolata, molto dipende da come si risolveranno le elezioni francesi e dalla posizione che prenderà il prossimo presidente francese, una volta che non ha più la pressione elettorale.

Tutta una serie di altri segnali vanno in direzione di una aggravamento e di un’estensione del conflitto.

L’ambasciatore in Canada ma anche altre fonti, compresi i cinesi, hanno avvisato circa la possibilità di “false flag”, cioè di eventi crea dai servizi inglesi e americani per addossarli ai russi: uso di nucleare tattico o di armi chimiche. Poi fra 20 anni si saprà che erano false flag, ma intanto la Lucia Annunziata e company martellerà e convincerà che dobbiamettere l’elmetto.

Il rischio è un coinvolgimento della NATO, cosa che è controversa anche dentro l’amministrazione americana, per cui è un’opzione: dipende da chi ha la meglio nell’amministrazione.

Molto dipende dal fatto che il regime change in Germania riesca o che Scholz si pieghi del tutto, dal fatto che il nuovo presidente francese riapra la questione facendo sponda con la Germania.

L’Italia non conta niente perché Draghi sta lì per ubbidire e quindi non è da qui che può partire un’iniziativa.

Il nostro paese non esiste da nessun punto di vista. E’ l’unico paese al mondo che antepone gli interessi degli Stati Uniti ai propri. 

Speriamo che l’Europa centrale sappia reagire. Ho dubbi. Se non lo farà andiamo verso un futuro orribile.

L’autunno potrebbe essere freddo a causa della mancanza di gas, ma anche caldissimo.

Fonte: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-vincenzo_costa__le_parole_di_scholz_cambiano_tutto/39602_46056/

Zelensky amerikano contro l’Europa

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QUINTA COLONNA

di Massimo Fini

Fonte: Massimo Fini

Volodymyr Zelensky vuol dettare l’agenda politica all’Unione Europea: bacchettata a Macron perché si è permesso di definire totalmente fuori luogo l’affermazione con cui Joe Biden ha definito quanto sta accadendo in Ucraina ad opera dei russi “un genocidio”, sgarbo istituzionale al Presidente della repubblica tedesco Frank Walter Steinmeier definito “persona non gradita” perché considerato in passato, ma ancora oggi, “troppo dialogante con la Russia”. Il segretario del Pd Enrico Letta ha fatto giustamente notare che un Paese come l’Ucraina che vuole entrare nell’UE non può definire “non gradito” il rappresentante di un Paese che nella UE già ci sta.
L’agenda politica che Zelensky vorrebbe imporre alla UE è la stessa degli americani per i quali la questione ucraina è diventata, con tutta evidenza, un pretesto per indebolire il nemico di sempre, “l’orso russo”, e nel contempo rimettere in riga l’Europa che negli ultimi anni, dalla famosa affermazione di Angela Merkel (“gli americani non sono più i nostri amici di un tempo, dobbiamo imparare a difenderci da soli”) aveva manifestato segni di insofferenza non solo nei confronti della Nato, ma degli Stati Uniti e, in definitiva, dello stesso “atlantismo”. Insomma Zelensky, consapevole o no, è un pupazzo nelle mani degli Stati Uniti.

Gli americani prendono di mira soprattutto la Germania e la Francia (il vassallaggio dell’Italia lo considerano assodato) perché sono i due paesi europei che più hanno cercato di dare all’Europa un’identità che non coincidesse con quella degli Stati Uniti. La storia è lunga. Già a metà degli anni Ottanta del secolo scorso tedeschi e francesi cercarono di costituire un primo nucleo di esercito europeo, che avrebbe poi dovuto allargarsi agli altri paesi del Vecchio Continente. Ma gli americani imposero il loro niet: “Che bisogno c’è di un esercito europeo quando esiste già la Nato?”. Ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti. È diventato sempre più evidente che la Nato è stata lo strumento con cui gli americani hanno tenuto in stato di minorità l’Europa in tutti i sensi, militare, politico, economico e alla fine anche culturale.
Dopo la caduta del muro di Berlino gli interessi americani e europei non solo non convergono più, ma divergono in modo pesante. Gli americani, col paravento della Nato, approfittando della momentanea scomparsa della Russia dalla scena geopolitica internazionale, ci hanno trascinato in guerre sanguinarie e disastrose non solo, direttamente, per i paesi aggrediti Serbia 1999, Iraq 2003, Libia 2011, ma indirettamente per l’Europa che ne ha subito le conseguenze. Dal punto di vista economico gli americani sono dei competitors sleali e pericolosi. Mentre l’Europa sotto la guida di Angela Merkel praticava una politica di austerità per evitare deflagrazioni inflazionistiche, l’America allargava a dismisura il credito provocando la crisi della Lehman Brothers, 2008, che ha investito in pieno il Vecchio Continente e di cui stiamo pagando ancora le conseguenze e la cosa continua anche oggi. Il debito delle famiglie americane ammonta a 15,5 trilioni di dollari. Come se ciò non bastasse Joe Biden ha immesso sul mercato altri 1200 miliardi “per rifare il Paese”, il suo, perché questa montagna di credito inesigibile finirà per abbattersi, prima o poi, più prima che poi, non solo sugli Stati Uniti ma su tutti i paesi a loro economicamente e finanziariamente legati provocando una crisi rispetto alla quale quella del 2008 sembrerà un sorbetto al limone rispetto a una colata di whiskey. Di passata gli americani hanno proibito all’Italia, e non solo all’Italia, non si capisce sulla base di quale legge internazionale che non sia la prepotenza di una Superpotenza, di avere scambi commerciali con l’Iran. Ora noi con l’Iran degli ayatollah avevamo, attraverso l’Eni, ottimi rapporti. Non si capisce davvero per quale motivo dobbiamo sacrificarli solo perché l’Iran è visto come fumo negli occhi dagli Stati Uniti in funzione del loro grande alleato, ma sarebbe meglio dire quinta colonna, nella regione, Israele. E quando il nostro ministro degli Esteri, ha aperto agli scambi commerciali con la Cina (“la via della seta”), un mercato enorme particolarmente interessante per le nostre imprese, il buon Di Maio è stato sommerso non solo dalla disapprovazione della stampa internazionale, che gli Usa tengono saldamente in mano, ma anche da quella soccombista italiana.

Zelensky sostiene che la vera intenzione di Putin è di cancellare l’Ucraina dalle mappe. Ed è probabilmente vero. Ma ugualmente lo stesso Zelensky sta cercando di cancellare la cultura russa nel Vecchio Continente. Il governo di Kiev ha proibito ai ballerini ucraini di danzare Il lago dei cigni di Chaikowsky al comunale di Como, al comunale di Ferrara, alla Tuscany Hall di Firenze, al teatro Rossini di Trieste, al comunale di Lonigo. Cosa sia successo l’ha spiegato al Corriere del Veneto Natalia Iordanov, la direttrice dell’Ukrainian Classical Ballet: “Uno dopo l’altro i nostri ballerini sono stati contattati dalle direzioni dei rispettivi teatri e si sono sentiti dire: ‘visto che la Russia sta compiendo un vero e proprio massacro, non potete mettere in scena le opere di autori russi, altrimenti saremo costretti a licenziarvi e potreste essere arrestati per tradimento’”. È una direttiva del ministro ucraino Oleksandr Tkachenko che ha affermato: “la Russia usa la sua cultura, anche del passato, balletto compreso, come strumento di propaganda, quindi quella cultura va messa al bando”. Sembrerebbero direttive vagamente naziste. Ma non è così. Quando si è in guerra con un Paese i cittadini non possono collaborare in alcun modo col nemico. Per lo stesso motivo non è condannabile Putin (ora, in stato di guerra, non prima) quando mette la mordacchia a quel che resta dei media indipendenti del suo Paese. In guerra è legittima la censura. Tutto ciò è reso più confuso dal fatto che, a differenza dei vecchi tempi, non c’è oggi una formale dichiarazione di guerra fra Russia e Ucraina. Ai vecchi tempi, cioè fino al secondo conflitto mondiale, si dichiarava guerra al nemico e si davano 48 ore di tempo agli ambasciatori per sloggiare, dopodiché non era più possibile nessun rapporto, né culturale né tantomeno economico, fra i belligeranti (si veda il discorso di Mussolini del 10 giugno del 1940 in cui il Duce dichiarava guerra alla Gran Bretagna e alla Francia). Oggi invece, scomparso dallo scenario qualsiasi jus belli, si vive nella più grande confusione: Zelensky, spalleggiato dagli Stati Uniti, pretende di proibire all’Europa di usufruire del gas russo, ma nello stesso tempo lo stesso Zelensky non rinuncia al gas russo e nemmeno al miliardo e mezzo di euro l’anno di diritti di transito del gasdotto russo-ucraino.

L’enorme enfasi data dai media occidentali e dai soccombisti italiani, in verità più dai giornalisti che dai politici se si eccettua Mario Draghi che, da buon finanziere, è sdraiato come un tappeto ai voleri USA, ha finito per nuocere, in una sorta di eterogenesi dei fini, proprio all’Ucraina e ad avvantaggiare Putin. In quest’orgia di consenso unilaterale, di retorica, di ipocrisia, chi in partenza non era “putiniano” rischia di diventarlo.

 

La politica marcia compatta sotto il comando Nato

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di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Il regime dell’informazione ha adottato il parental control per filtrare e bloccare l’accesso dei cittadini all’altra faccia e all’altra versione, della guerra in Ucraina, come è già stato con la pandemia e con altre vicende, come il voto in Francia. Siamo trattati da minorenni costretti a sciropparsi, senza soluzione di continuità, il Racconto Illustrato di Stato, con le sue figure, le sue voci in campo e fuori campo. E un reticolo di censure, deplorazioni, silenzi impedisce di sfiorare la zona proibita del dissenso.

Un tempo, il teatro dei dissensi e delle divergenze, il luogo in cui si esprimevano e si incanalavano le opposte opinioni, evitando che diventassero conflitti aspri o di sangue, era la politica. Lo chiamavamo pluralismo, democrazia, bipolarismo, dialettica tra i partiti antagonisti. Oggi provate a trovare un solo partito su territorio nazionale che esprima compiutamente l’altra posizione sugli eventi in corso, e riconduca a ragione e ragionamento le posizioni più estreme, infantili e radicali. C’è da qualche parte un soggetto politico in grado di dare un’altra lettura dello scenario internazionale, c’è un partito o movimento che affronti la questione senza elmetto, senza appartenenza fideistica alla Nato e al bellicismo dem, e senza parental control per i cittadini? C’è un partito o un movimento che ribadisca anche in questo frangente che sono preminenti gli interessi nazionali, la nostra sovranità; e gli interessi, i valori, della sovranità europea non coincidono con la supremazia americana e con la sua pretesa di governare le sorti del mondo, subordinando gli interessi altrui ai propri? C’è qualcuno che dica, di fronte all’escalation e alla degenerazione del conflitto bellico che oltre il velo e la cataratta ucraina è tra Russia e Stati Uniti, che proprio questo è il momento di cercare una soluzione negoziale? C’è qualcuno che esprima in sede politica la preoccupazione che dietro i nobili principi umanitari ci siano interessi, più o meno loschi, di natura economica, commerciale, energetica, oltre che geopolitici? No, non c’è. Dai falchi del Pd e del draghismo ai falchetti d’Italia della destra, fino agli alleati tutti del governo tecno-sanitario-militare in carica, non c’è una sola voce che dissenta e prospetti una diversa lettura dei fatti, degli equilibri e delle situazioni. Peraltro, una parte cospicua dell’opinione pubblica italiana ed europea la pensa in questo modo differente; non dirò maggioritaria perché non ci sono effettivi riscontri per affermarlo o per confutarlo. E in mancanza di sbocchi e di riferimenti reali, il dissenso viene in qualche modo stemperato, represso o deviato. Ma è comunque una parte consistente dell’opinione pubblica che condivide una cosa: non è questa la via per cercare la pace, non è questo il modo per tutelare i nostri interessi e valori nazionali ed europei, non è la Nato la nostra Cattedrale e non è l’Amministrazione Biden la nostra Mecca.

Nulla da dire a chi non condivide questa linea di dissenso ma deve riconoscere una cosa, anzi due: quella che abbiamo espresso è un’opinione diffusa ma non è rappresentata per nulla nel pur variegato mondo della politica italiana. Capisco tutte le ragioni, le convenienze, gli opportunismi perfino, di chi non se la sente di divergere dal governo che sostiene, dall’ombrello atlantico che ci avvolge, dal regime monocorde dell’informazione e dai poteri internazionali che ci sovrastano. Lo capisco, è umano, chi vuol fare politica mira pure a governare, ad avere potere o quantomeno una fetta; non testimonianza ideale ma conquista di una posizione di potere. Ha tutta la nostra umana comprensione, anche perché si sa bene che una posizione come quella delineata prima, che potremmo definire neo-gollista – ma nel senso del Generale De Gaulle e non degli ultimi residuati gollisti allineati e spazzati via alle ultime elezioni – ti preclude molti accessi. Pensate che qualcuno possa entrare nella stanza dei bottoni non dichiarandosi atlantista, tifoso della Nato e dipendente dal quadro internazionale imposto dai poteri vigenti?
Però poi non lamentatevi se la politica non piace alla gente, se nel voto cresce l’astensionismo e la protesta, se nessuno ripone fiducia nei leader e nei partiti, se la politica conta poco meno di niente nelle decisioni e nelle strategie. Se sono tutti irregimentati sotto la guida di Capitan Draghi che a sua volta esegue le direttive del Comando generale, poi non cercate spiegazioni complesse per giustificare la disaffezione, la diffidenza, il disprezzo del popolo per la politica monocorde. Se la sopravvivenza dei partiti prevale sulla ragione sociale per cui sono nati e si fronteggiano, allora buonanotte alla politica e benvenuti nell’era dei service e del catering politico.

Sarebbe ad esempio naturale aspettarsi che se i Dem sono diventati il Partito della guerra, della Nato, di Draghi e di Biden, chi è dal versante opposto rappresenti la linea contrapposta. Ciò non accade, anzi si sottolinea come un fatto positivo la convergenza con i Dem; lo noto senza polemica contro qualcuno, anzi riconoscendo – come dicevo poco fa – che le scelte politiche sono dettate dalla necessità di non tagliarsi fuori dall’establishment. Sono scelte dettate dall’utilità. Perché ormai non c’è più spazio, non c’è Papa, non c’è Anpi, non c’è pacifista che possa divergere dal piano prestabilito, senza venire silenziato, criticato e accantonato. Il parental control vale anche per loro.

COLPO DI SCENA: LA GERMANIA SFIDA L’UNIONE EUROPEA E ANNUNCIA CHE CONTINUERÀ AD ACQUISTARE GAS RUSSO

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La Germania, la principale potenza economica europea, ha appena espresso il punto di vista opposto rispetto ai suoi vicini europei rifiutando categoricamente un embargo sul gas.

Le sanzioni imposte alla Russia rischiano di ritorcersi contro l’Occidente? In ogni caso, a un mese e mezzo dall’inizio del conflitto in Ucraina, la domanda si pone. Perché i leader europei sono ancora molto divisi sull’embargo sul gas russo imposto da Washington.

Una settimana fa, Viktor Orban, Primo Ministro ungherese, ha apertamente sfidato l’Unione Europea minacciando di pagare in rubli il suo gas russo. Una settimana dopo, è stato il turno di un colosso europeo di rifiutarsi categoricamente di voltare le spalle a Mosca.

Questo gigante in questione non è altro che la Germania. Questo Paese, la prima potenza economica dell’Unione, di cui oltre il 55% del gas proviene dalla Russia , ha detto niet ai suoi partner europei che hanno preferito seguire le orme di Biden sanzionando severamente Vladimir Putin.

Almeno questo è quanto ci ha detto l’agenzia di stampa Reuters . Infatti, secondo questa fonte, che cita un portavoce del governo tedesco, Berlino rifiuta categoricamente per il momento un embargo sul gas e sul petrolio russi, ma rifiuta ugualmente di pagare in rubli i suoi acquisti di gas russo, come Vladimir Putin ora chiede.

La Germania avrebbe anche interesse a rifiutare categoricamente un embargo sul gas russo. Questo perché, secondo le informazioni fornite dal canale Cnn , che cita 5 istituti tedeschi specializzati in economia, Berlino perderebbe quasi 240 miliardi di dollari se non avesse più accesso al gas russo.

Un embargo sulle risorse energetiche russe porterebbe la Germania in una crisi di produzione a causa di un ridimensionamento su larga scala dell’industria, hanno affermato i rappresentanti del colosso chimico europeo BASF.

Come riferiscono fonti specializzate, con riferimento al capo dell’Agenzia federale tedesca delle reti, Klaus Müller, già all’inizio dell’autunno le riserve di gas erano completamente esaurite. Ad oggi il grado di riempimento degli impianti di stoccaggio del gas è stimato al 29%.
La Russia fornisce tra il 30% e il 40% del gas importato all’UE e il 50% alla Germania. E questi volumi al momento non possono essere sostituiti”, ha affermato il servizio stampa di BASF.
Le autorità tedesche stanno valutando la possibilità di introdurre risparmi sui consumi. Tuttavia, non tutte le aziende sono preparate a questo, che inevitabilmente influirà sulla produttività.
Questo spiega il rifiuto di Berlino di adeguarsi alle direttive della UE sull’embargo al gas russo.

Fonti: Es.News Front – Agenzie

La Sovversione anticristiana e contro-identitaria è sempre più palese

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/04/17/la-sovversione-anticristiana-e-contro-identitaria-e-sempre-piu-palese/

IL CATTOLICESIMO PUÒ FERMARE LE LOBBY SOVRANAZIONALI

Negli ultimi mesi si è sentito parlare su tutti gli organi di informazione del cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale (N.O.M.), che determinate lobby sovranazionali occidentali vorrebbero edificare tramite la “società aperta”, teorizzata e finanziata, ovunque, dall’oligarca George Soros. Prima della guerra, l’argomento era un tabù. Se ne occupavano, come la geopolitica, solo alcuni appassionati, oltre agli addetti ai lavori e, con esasperazioni grottesche, alcune conventicole complottiste.

Attraverso un’analisi equilibrata dell’attuale situazione potremmo definire il N.O.M. come l’Anti-Tradizione. Non si offenderebbe alcuno, soprattutto oggi che la Sovversione anticristiana e contro-identitaria è sempre più palese, alla luce del sole. Non ha più bisogno di tramare nell’ombra perché ha raggiunto o condizionato tutti i vertici, in tutti i poteri.

Se esemplifichiamo, possiamo definire l’Illuminismo, che spianò la strada alla Rivoluzione francese e alle rivoluzioni del XIX secolo, come il principale movimento che, gradualmente e, inizialmente, con la violenza delle guerre e della repressione, attuò la sostituzione della Civitas Christiana con l’Europa liberale. Certamente trovò degli ostacoli, lungo il percorso, posti soprattutto dalla Chiesa Cattolica e dai grandi Pontefici della Dottrina Sociale, da Pio IX a Leone XIII, da San Pio X a Pio XI e Pio XII.

Anche in ambiente politico, la contro-rivoluzione ebbe esponenti di prim’ordine, che, spesso, sacrificarono la loro vita per la difesa dell’Ordine naturale e divino. Oggi possiamo dire, senza timor di smentita, che il Nuovo Ordine Mondiale basato sull’ateismo, sulla fluidità di ogni manifestazione della vita, sull’internazionalismo, sul mondialismo e sul primato dell’economia in mano a poche famiglie stia, apparentemente, vincendo, demolendo tutto ciò che profuma di virtù, di Patria, di cattolicesimo, di Tradizione e di identità.

La reazione all’Occidente liberale perviene da ambienti sani che rifiutano fin da principio, il compromesso con la “società aperta”, prima e a prescindere dalla Russia, da Putin e da Kirill. Purtroppo questa eroica difesa lotta materialmente con armi impari ed è numericamente esigua.

Sul piano spirituale, il più piccolo dei contro-rivoluzionari vale almeno cento dei perversi teorici della Sovversione. Le porte degli Inferi non prevarranno perché ce l’ha detto Gesù Cristo, figlio del Dio vivente, morto e risorto per la nostra salvezza. Perciò, anche se non possiamo sapere né quando né come, qualcosa dovrà per forza accadere, perché la Luce trionfi sulle tenebre e la Verità schiacci la testa al serpente.

Abbiamo visto cadere ufficialmente, ma non del tutto, il comunismo come forma di sovversione anti-tradizionale. Sembra, invece, aver ripreso una certa vitalità e diffusione l’ateismo illuminista, scientista, che già nel XIX secolo adottò strutture religiose come il Deismo, “il Culto della Natura” ovvero il panteismo alla Greta, la prassi New Age.

Il noto storico americano dell’ateismo Conrad Goeringer spiega come la Massoneria abbia un ruolo fondamentale nel portare la Sovversione all’instaurazione della “società aperta” dell’Anti-tradizione. Egli scrive sul suo “The Enlightenment, Freemasonry” che l’Illuminismo “è stato un fenomeno che ha travolto il mondo occidentale, affogando nella sua scia molte delle istituzioni sclerotiche e dispotiche dell’antico regime e del vecchio ordine, contribuendo a cristallizzare una nuova visione dell’uomo e dei ruoli della ragione, della natura, del progresso e della religione”. Goeringer spiega che gran parte dell’agitazione era motivata dall’odio per il cattolicesimo, come fondamento dei residui sociali tradizionali. Goeringer sottolinea che queste dottrine dell’umanesimo e del razionalismo hanno costituito la base di quello che oggi viene considerato il pensiero democratico normativo, di provenienza anglosassone, fondamentali per la rivoluzione Americana.

Scrive Goeringer che “Benjamin Franklin (1706-1790) fu un deista, firmatario della Dichiarazione d’Indipendenza, …membro della “Loggia delle Nove Muse” di Parigi, uno dei gruppi massonici continentali dove la “rivoluzione stava per uscire dall’uovo” “.

Lo storico massonico Mackey ha scritto: La storia della Loggia delle nove Sorelle è stata scritta da Louis Amiable, avvocato e un tempo Sindaco del Quinto Distretto di Parigi, Consigliere della Corte d’Appello, Grande Oratore del Grande Collegio e già membro del Consiglio del Grande Oriente di Francia”. Mackey cita frat. Amiable: “La massoneria è stata, incontestabilmente, uno dei fattori dei grandi cambiamenti che sono stati prodotti in Nord America e in Francia” (confronta Kerry Bolton, “Movimenti occulti e sovversivi”, Gingko Edizioni, 2020).

Restare ancorati alla Tradizione ed all’identità, valorizzare il patriottismo, la religiosità, la famiglia naturale significa nella post-modernità compiere un atto rivoluzionario, nel senso di anti-sovversivo e anti-massonico e costituisce il lavoro quotidiano che ogni uomo libero europeo dovrebbe compiere quotidianamente per non soccombere negli abissi della società aperta di Soros.

“E’ la massoneria che comanda. E’ oramai documentato attraverso numerose indagini che Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta sono cresciute proprio grazie alla massoneria” – sostiene il Procuratore Nazionale antimafia Federico Cafiero De Rao. Saldi nella Fede, con la consapevolezza della Speranza e pieni di autentica Carità affrontiamo il potente Leviatano globalista, le cui fila sono mosse dal male assoluto.

 

Moskva è affondato

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di Alfio Krancic

Al di là del colpo al prestigio militare russo, l’affondamento dell’incrociatore a mio parere pone alcuni interrogativi. Sapevo che un’unità come il Moskva era dotata di difese antiaeree e antimissilistiche estremamente efficaci e di un sistema di controllo elettronico e radaristico molto efficiente, ma non è bastato per fermare due missili Neptune di fabbricazione ucraina. Ora noi tutti sappiamo che il know how ucraino in fatto di elettronica applicata agli armamenti non è propriamente il massimo che ci sia in circolazione o perlomeno non è all’altezza di quello russo. Quindi sorge spontanea una domanda. Boris Bojo Johnson nel suo viaggio a Kiev aveva promesso fra gli altri aiuti “umanitari”, quello di inviare i temibili missili anti-nave Harpoon:  “nel tentativo di rompere l’assedio della marina russa ai porti del Mar Nero”. Guarda caso l’assedio momentaneamente si è interrotto. Non solo, ma l’attacco missilistico contro il Moskva avviene all’indomani della resa in massa di militari ucraini a Mariupol. Occorreva risollevare il morale della Nato e delle forze fedeli al dittatore Zelensky. Ci hanno pensato gli “istruttori” inglesi facendo partire due Neptune-Harpoon. Ma i sospetti non finiscono qui. Vogliamo scommettere che l’operazione è stata supportata, come dicono alcuni, dalla Nato-Usa che ha mandato il tilt grazie a interferenze elettroniche la capacità di difesa del Moskva ? Vedremo cosa diranno i russi nei prossimi giorni.

Fonte: https://alfiokrancic.com/2022/04/14/moskva-e-affondato/

Saviano ha sempre ragione. Anche se usa il bimbo sbagliato

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Lo scrittore ha postato sui social un’immagine per condannare Putin. Peccato che lo scatto sia del 2015

di Max Del Papa

Frank Zappa è stato un compositore totale del Novecento ma era anche uno che in faccia non guardava nessuno. Una volta fece una canzone, carognissima, in cui raccontava che l’attivista nero Jessie Jackson si intingeva le mani nel sangue di Martin Luther King e poi se le passava in faccia per passare lui da vittima. Ecco, per un tipo come Saviano ci vorrebbe Frank Zappa. Perché il soggetto, a forza di tirarsela da martire, ha perso il senso delle proporzioni, del reale e pure del ridicolo. Spara la foto di un povero bambino mutilato, la attribuisce all’invasione dell’Ucraina, poi, quando viene fuori che la foto è di sette anni fa, figlia di tutt’altra situazione (Canada, non esattamente una zona di guerra), si gonfia come la rana di Esopo: “Nulla cambia nel testo che ho scritto e che ribadisco con ancora più forza”. Tradotto: io ho sempre ragione. Come Mussolini, solo che glielo diceva Longanesi, per amabilmente percularlo.

Ora, siamo onesti, a chi non scappa di tanto in tanto una topica, praticando questo mestiere? Il fatto è che Saviano questo mestiere non pare averlo nelle corde, a dispetto della quantità prodotta che mai si trasforma in qualità: lui è un pubblicitario di se stesso e lo è da sempre, da quando Gian Arturo Ferrari, dominus in Mondadori, lo strappò ai vapori da centro sociale di Nazione Indiana, robetta da borghesi con troppi soldini e troppe seghe filoterroriste, e lo costruì come fenomeno editoriale.

Il resto venne da sé, con il ragazzino, era il 2006, che dopo una trombonata su un palco rossofuoco cominciò a definirsi da solo nel mirino della camorra. Diventando il giovane dalla testa a ogiva una azienda, parve conveniente dotarlo di scorta extralarge e cavalcare un pericolo sul quale, in verità, nessuno trovava fondamenti; anzi, più lo ribadivano e meno le pistole fumanti saltavano fuori. In compenso, uscivano parecchi pistola pronti a giurare sulla santità del martire di Chiaia. Finché un giorno il capo della Squadra Mobile del capoluogo campano, Vittorio Pisani, esasperato da quella sceneggiata si azzardò a dichiarare che “a noi non risultano particolari minacce in merito a Saviano”: le minacce che gli arrivarono dagli anticamorra avrebbero fatto impallidire Cutolo, per poco non gli recapitavano una testa di cavallo dritta nel letto.

Per dire che Saviano avrà pure avuto l’astio dei Casalesi, di Sandokan Schiavone che, giurano, lo voleva schiattato, però intanto diventava intoccabile, impronunciabile come il Dio della Bibbia, e, al limite, letto nelle chiese, come faceva, tra gli altri Carlo Lucarelli, quello di “paura, eh?”. Una agiografia ossessiva, dai tratti demenziali, che non s’è arrestata neanche davanti alle condanne per plagio, a una condanna per diffamazione (contro l’imprenditore Vincenzo Boccolato), al rinvio a giudizio per diffamazione nei confronti di Giorgia Meloni, definita “bastarda” in televisione, alle polemiche con una erede di Benedetto Croce, che lo accusò di avere inventato e trascritto un episodio riguardante il filosofo (ricevendo una querela dal martire presuntuoso). Siamo al punto che rifiutarsi di seguire le sue omelie piombate da Fazio fa guadagnare immantinente una accusa di capoparanza.

In realtà, la prosa di Saviano è insostenibile, una raffica di banalità, un colpo di maglio in nuca: scrive, scrive, ma non è cosa e l’indigestibile Gomorra, che non va giù neanche a overdose di digestivo Antonetto, è il classico libro da comodino che tutti presero ma pochi hanno letto e quei pochi al prezzo di abuso prolungato di pantoprazolo; sugli altri tomi, peggio ci si sente. La cifra letteraria di Saviano è quella di Cesare Battisti, il terrorista dei due mondi: quello dei poveri cristi e quello dei poveri lettori. Non a caso, il ragazzo Saviano fu il primo firmatario di una lista vergognosa, promossa dal collettivo comico-maoista Wu Ming, oggi ufficialmente disperso, insieme ai parigrado Valerio Evangelisti e Giuseppe Genna: “Corri, Cesare, corri”, che sei una vittima. Poi, quando il balordo ha ammesso tutto con gli interessi, i cialtroni firmaioli sono corsi loro, per non farsi più ricordare. Ma Saviano aveva fatto per tempo, ritirando il suo appoggio con la squisita motivazione: “Adesso i miei libri li leggono tutti”. Sempre patologicamente presuntuoso.

L’approccio orale è se possibile ancora più immangiabile, con quei prediconi strampalati di rosso vestiti, quelle omelie trinariciute senza capo né coda. Hanno voglia a millantare le strazianti emozioni che regalerebbe a suon di pipponi, la verità è che appena Roby lo senti dormi seduto con gli occhiali. Con quel ditino sempre in punta di narice, a posare un pen(s)oso atteggiamento morale. L’uomo più tamponato del mondo, al posto del cotton fioc usa l’indice (noi il medio, verso di lui). Saviano è “uno che vive di parole”, nell’immortale definizione di Aldo Grasso, ma è pure uno che vive di pose, un influencer dell’antimafia. Perché per lui, cioè per la Saviano inc., tutto è mafia, cioè business: la guerra, la politica, il riscaldamento globale, i terremoti, la crisi energetica, l’invasione russa, Berlusconi-Salvini-Meloni, la destra, buona parte della sinistra, l’America, il Covid, le carestie, le disuguaglianze, le mezze stagioni che non ci sono più.

Lui la mafia la mette su tutto, se va in pizzeria al cameriere dice (col dito sulla narice): uhè, guagliò, mi raccomando che la mozzarella non venga da allevamenti della camorra. Se va dal gommista, lo ammonisce: statt’ accuort che le gomme non vengano dalla terra dei fuochi. Una mania, ma tutta orientata a fare soldi per fare soldi per fare soldi. Perché Bob Saviano, detto ‘O Martirone, da bravo bottegaio “’e’ sorde” non l’ha mai schifati fin da quando, all’insegna del vittimismo outsider, faceva da cinghia di trasmissione tra Mondadori dell’esecrato Berlusconi e Repubblica-Espresso dell’adorato De Benedetti, le due maggiori corazzate editoriali del Paese. Del resto, uno che ha avuto il coraggio di subentrare a Giorgio Bocca nella rubrica “L’antitaliano” proprio sull’Espresso, non può tenere vergogna. Bocca è stato uno degli ultimi immensi di una stagione giornalistica irripetibile, dopo di lui avrebbero dovuto ritirare quella rubrica: l’hanno data a un presuntuoso che più sfondoni piglia e più fa la ruota del pavone. Aveva ragione Giorgio nel dire: “A me questo Saviano mi sta sui coglioni”.

A tutta Italia, in realtà: anche a chi non lo ammette e segue “Che tempo che fa” come atto militante. Il programma dei ricchi sfondati: a forza di pose, di scorte, di pipponi di “aver ragione” sballandole tutte, Bob Saviano ha messo insieme un capitale che solo un anticapitalista di parole (ma non di parola) come lui poteva raggranellare, compreso un bell’attichetto a New York con vista su Central Park: la causa dell’antimafia lo esige. La sua compagna, in tutti i sensi, la Meg ex cantante del gruppo sovversivo napoletano 99 Posse, quello di ‘O Zulu, lo zapatista che vedeva fascisti da sterminare ovunque, così come Saviano i mafiosi, da brava comunista fanatica che voleva sradicare dal mondo la proprietà privata, risulta risidere in un appartamento da 120 metriquadri a Napoli, naturalmente blindato e munito di telecamere di sorveglianza. E va in giro, per non esser da meno del compagno, scortata da sbirri non più “nemici da abbattere”.

Una bella coppietta di paraculi tricolore, non c’è che dire: con compagni come questi, chi ha bisogno dei liberisti? E chi ha bisogno di giornalisti, con bufale tipo quella del piccolo mutilato di Mariupol? Ma, ancora una volta, a Bob l’americano hanno fatto lo sconto: Puente, il “debbunker” de Mentana, quello di Open cui è stato appaltato il controllo delle fonti su Facebook (con risultati che farebbero la delizia dell’impero sovietico o maoista), ha minimizzato lo scivolone a “notizia priva di contesto”. Di chiunque altro a destra avrebbe detto: cialtrone, mascalzone, fregnacciaro, grand. Ladr. Farabutt. Matricolat. Ma non del compagno martire scortato emarginato censurato vittima dei poteri forti più rompiballe che c’è. Saviano, invecchiando, si fa crescere il barbone, dopo averlo fatto crescere per 16 anni a tutti, e somiglia sempre più a Giobbe Covatta. Solo che fa più ridere.

Max Del Papa, 18 aprile 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/saviano-ha-sempre-ragione-anche-se-usa-il-bimbo-sbagliato/

Il patriota Nato

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di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Non sappiamo cosa succederà in Ucraina e nelle trattative al seguito. Ma in ogni caso l’invasione dell’Ucraina ha fatto emergere due temi opposti e cruciali: i diritti sacrosanti delle nazioni e dei popoli, solitamente calpestato, e l’ordine mondiale e chi lo decide.

Fino a poco tempo prima dell’Ucraina, il tema della sovranità nazionale veniva accantonato o lasciato solo ai sovranisti, come una specie di residuo tossico del nazionalismo. È bastata la vicenda dell’Ucraina per esaltare il diritto delle nazioni e per raccontare le eroiche, tragiche, umane storie degli ucraini alle prese coi russi invasori. Una nuova ondata di patriottismo si è levata nella società globale, e già questo è piuttosto grottesco: è inutile aggiungere che il patriottismo è considerato come una gita fuori porta, un’escursione dai programmi globali, che anzi serve a rafforzarli. Infatti, il sottinteso trascurato è che non si difende il diritto di una nazione a restare neutra e sovrana rispetto alle potenze sovranazionali; ma la “libertà” di aderire all’Europa e alla Nato, con una precisa scelta di campo. Dimenticando i difficili, delicati equilibri che ci sono tra aree di influenza, imperi ed ex imperi. Saggezza avrebbe voluto che si fosse perseguito, già prima della guerra, la linea della zona neutra tra l’area Nato e l’area russa. Ovvero l’Ucraina non rientra nell’orbita russa; ma non entra nemmeno nell’orbita americana, fino a installare le basi missilistiche Nato alle porte della Russia. Si mantiene in quell’equilibrio che è in fondo l’unica chiave della sua storia e perfino del suo nome: Ucraina vuol dire proprio questo, linea di confine tra Oriente e Occidente.

Ma chi dovrebbe garantire questo processo, qual è l’organismo super partes o almeno extra partes che garantisce quello statuto autonomo e indipendente all’Ucraina? Obiettivamente non c’è. L’Onu e gli altri organismi internazionali non sono in grado di porsi al di sopra delle parti e di imporre questo equilibrio; si tratterà solo di raggiungere un equilibrio tra le forze in campo. Si, autorità religiose, mediatori “privati”, stati non schierati; ma nessuno ha la forza per imporre un ordine mondiale. Lasciamo il tema generale e torniamo in Italia.

Qui s’innescano alcune riflessioni che vanno a toccare i nazionalisti e i conservatori di casa nostra. L’indecente capovolgimento di posizioni dei populisti, sia nella versione grillina che leghista, mostra la loro labilità e irrilevanza davanti alle grandi questioni, e la loro subalternità totale all’establishment tecnocratico e dem che vige da noi, in Europa e nell’America di Biden. Fa un po’ pena e impressione il dietrofront recitato pure in video di Di Maio e Salvini, a cui si aggiunge il trasformismo avvocatesco di Conte, pronto a sposare ogni tesi perché in realtà non aderisce a nessuna.

La destra nazionale, invece, ha dietro di sé un repertorio storico e anche retorico che può giustificare meglio, nel nome del patriottismo e dei diritti nazionali, l’adesione alla causa ucraina contro i russi, lasciando ogni residua simpatia nei confronti della Russia di Putin che pur serpeggiava nella destra. Ma sappiamo che dietro il paravento nazionale c’è l’adesione all’orbita euro-americana e filo-Nato, che riporta la stessa destra nello stato campo del fronte dem, draghiano e globale. Insomma anche l’opposizione, l’unica opposizione parlamentare, è assorbita dentro il mainstream euro-atlantico dem-militarista. Potremmo aggiungere che non può fare altrimenti se vuole governare il Paese con l’assenso dei superiori o perlomeno senza l’ostilità dell’establishment. Una posizione diversa darebbe forse maggiore coerenza e credibilità alla destra nazionale ma minore possibilità di contare e di inserirsi nel quadro politico. Resta da chiedersi se il gioco valga la candela e se la possibilità di portare avanti un’alternativa sia in questo modo compromessa, e resti un arsenale retorico di figure e proclami sotto i quali c’è solo la totale remissività di ogni idea di sovranità nel raggio di una dragocrazia euroatlantica. Sarà difficile riuscire a esprimere una linea più articolata fondata su due parametri: priorità alle sovranità nazionali, a partire dall’Ucraina per finire con la nostra Patria; ripensamento del quadro mondiale fuori dalla cieca e assoluta subalternità alla Nato e ai suoi interessi geostrategici.

L’oscillazione tra le due linee in fondo appartiene alla destra postfascista italiana quasi dalle origini: da un nazionalismo interno a un’adesione al quadro atlantico nel nome dell’anticomunismo, oggi diventato anti-putinismo, a un terzaforzismo che non ha sbocchi e referenti reali ma si mantiene su un piano ideale, attraverso la formula nazional-europea, pur essa storica: né con i russi né con gli americani. Quante volte si è spaccata la destra tra queste due componenti: da una parte l’anticomunismo, la destra romualdiana, la posizione di Tremaglia e di altri esponenti, e dall’altra il rifiuto della collocazione stessa nell’ambito della destra, il radicalismo sociale e nazionale opposto al conservatorismo, liberale o no.

Peraltro chi immagina davvero un’Europa adulta e coesa, soggetto politico e militare, oltre che civiltà e tradizione culturale, non può immaginarla come la propaggine periferica della Nato.

È deprimente l’assenza di ogni divergenza, di ogni opinione difforme, e l’allineamento totale e acritico alla posizione ufficiale dell’Establishment. Penoso lo schema univoco, che già si era profilato con il covid e con tutte le altre questioni cruciali. Il disagio che avvertivamo per la riduzione della politica a un solo modulo prestampato, che chiameremo modulo Dem, si riversa sulla gente comune e su ciascuno di noi e finisce col mortificare ogni dignità e libertà, critica e intelligenza. Un segno che la Cappa che indicavamo nel nostro ultimo libro a proposito del clima plumbeo e oppressivo, si estende anche al panorama geopolitico e militare.

Valute, gas, materie prime: in palio c’è il dominio del mondo

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di Leopoldo Gasbarro

Vincerà chi avrà il controllo della produzione di materie prime. La guerra, la vera guerra, non la si combatte a colpi di mitragliatrici e di cannoni, non la si conduce da un carrarmato o dalla cabina di un aereo a reazione. La guerra che si sta combattendo è una guerra economico-finanziaria ed in palio c’è il dominio del Mondo, per meglio dire di Mezzo Mondo.

Quella che si sta consumando in Ucraina è stata definita Guerra Ibrida. C’è quella sul campo di battaglia, sempre più cruenta, c’è quella che ruota attorno alla sicurezza informatica,c’è quella finanziaria e poi, forse la più importante, c’è quella combattuta attraverso la comunicazione, immagini, notizie, con milioni di canali che si rincorrono.

Però oggi occupiamoci della parte di economia e finanza. Qual è il vero obiettivo di questa guerra? E soprattutto chi ne avrà vantaggio? Lo scenario che sta emergendo potrebbe portare alla nascita di un fronte molto netto: da una parte la CIna che ha bisogno come il pane della cisterna di gas e petrolio rappresentata dalla Russia; dall’altra gli Stati Uniti che hanno necessità di trovare qualcuno a cui vendere il loro gas.

Insomma, stando così le cose, non è difficile immaginare che la Russia possa diventare un vassallo Cinese e che l’Europa lo diventi degli Stati Uniti. In questo contesto l’attuale braccio di ferro finanziario esistente tra Russia e Occidente assume sempre più importanza e risalto.Così il taglio dei tassi della banca centrale russa hanno fatto risalire le quotazioni del rublo, ma al tempo stesso la riapertura all’utilizzo delle transazioni di valuta straniera, sempre concertata dal massimo organo finanziario di Putin permetterà alle banche russe di vendere di nuovo valute estere in contanti ai loro cittadini riaprendo, di fatto, alle operazioni su tutti i mercati.

Questo vuol dire che continua ad esistere una sorta di dualismo finanziario in cui da una parte ci si chiude a riccio e dall’altra si riapre alle connessioni con l’occidente. Tutto questo avviene nel momento in cui la Russia sembra essere sull’orlo del baratro finanziario, sull’orlo di un default che qualcuno ha definito “selettivo”.

E’ come se si volesse arrivare al fallimento della Russia ma lasciando, al tempo stesso, porte aperte a possibili trattative. Sin qui la comunicazione e la finanza. Ma la guerra ibrida di cui stiamo parlando continua anche sui campi di battaglia. Le dichiarazioni di chi continua ad alimentarla diventano sempre più inaccettabili.

La pace non è barattabile, men che meno con un climatizzatore. L’Italia non è un paese che vuole la guerra, a differenza di ciò che esprimono spesso e volentieri i suoi massimi vertici politici. Parlare addirittura di patrimoniali necessarie per riarmare il paese appare come la più assurda delle scelte.

2.800 miliardi di debito pubblico rappresentano la certezza di un futuro nerissio per i nostri figli. Che si lavori sulla crescita, sulle prospettive di sviluppo e sugli investimenti verso un futuro in cui la pace non debba passare per proclami roboanti e belligeranti, che non debba passare per guerre ibride.

Rinunciare agli atti di forza è l’unico vero atto di forza accettabile. Costringere la diplomazia internazionale, la Nato, anche con posizioni opposte a quelle americane rappresenterebbe e rappresenta l’unica vera via d’uscita. Qui non c’è in gioco qualche grado in meno d’estate e Draghi lo sa benissimo; qui c’è in gioco il lavoro di milioni di persone, il futuro di centinaia di migliaia di aziende.

Leopoldo Gasbarro, 10 aprile 2022

 

Multipolarità. Definizione e differenziazione dei suoi significati

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QUINTA COLONNA

di Aleksandr Dugin

Tuttavia, sempre più opere di affari esteri, politica mondiale, geopolitica e, in realtà, politica internazionale, sono dedicate al tema della multipolarità. Un numero crescente di autori cerca di capire e descrivere la multipolarità come modello, fenomeno, precedente o possibilità.

Il tema della multipolarità è stato in un modo o nell’altro toccato nelle opere dello specialista di IR David Kampf (nell’articolo L’emergere di un mondo multipolare), dello storico Paul Kennedy della Yale University (nel suo libro The Rise and Fall of Great Powers), del geopolitico Dale Walton (nel libro Geopolitica e le grandi potenze nel XXI secolo: la Multipolarità e la Rivoluzione in prospettive strategiche), il politologo americano Dilip Hiro (nel libro After Empire: Birth of a multipolar world), e altri. Il più vicino nel comprendere il senso della multipolarità, a nostro avviso, è stato lo specialista britannico di IR Fabio Petito, che ha cercato di costruire un’alternativa seria e sostanziale al mondo unipolare sulla base dei concetti giuridici e filosofici di Carl Schmitt.

L’”ordine mondiale multipolare” è anche ripetutamente menzionato nei discorsi e negli scritti di personalità politiche e giornalisti influenti. Così l’ex segretario di Stato Madeleine Albright, che per prima ha definito gli Stati Uniti la “nazione indispensabile”, ha dichiarato il 2 febbraio 2000 che gli Stati Uniti non vogliono “stabilire e imporre” un mondo unipolare, e che l’integrazione economica ha già creato “un certo mondo che può essere persino chiamato multipolare”. Il 26 gennaio 2007, nella rubrica editoriale del “New York Times”, si è scritto apertamente che “l’emergere del mondo multipolare”, insieme alla Cina, “ora si svolge al tavolo in parallelo con altri centri di potere come Bruxelles o Tokyo”. Il 20 novembre 2008, nel rapporto Global Trends 2025 del National Intelligence Council degli Stati Uniti, è stato indicato che l’emergere di un “sistema multipolare globale” dovrebbe essere previsto entro due decenni.

Dal 2009, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è stato visto da molti come il messaggero di un’”era di multipolarità”, credendo che avrebbe orientato la priorità della politica estera degli Stati Uniti verso potenze emergenti come Brasile, Cina, India e Russia. Il 22 luglio 2009, il vicepresidente Joseph Biden, durante la sua visita in Ucraina, ha detto: “Stiamo cercando di costruire un mondo multipolare”.

Eppure, tutti questi libri, articoli e dichiarazioni non contengono alcuna definizione precisa di ciò che è il mondo multipolare (MW), né, inoltre, una teoria coerente e consistente della sua costruzione (TMW). Il trattamento più comune per “multipolarità” significa solo un’indicazione che nell’attuale processo di globalizzazione, il centro e il nucleo indiscusso del mondo moderno (gli Stati Uniti, l’Europa e il più ampio “Occidente globale”) si trova di fronte a certi nuovi concorrenti – potenze regionali fiorenti o semplicemente potenti e blocchi di potere appartenenti al “secondo” mondo. Un confronto tra le potenzialità degli Stati Uniti e dell’Europa da un lato, e delle nuove potenze emergenti (Cina, India, Russia, America Latina, ecc.) dall’altro, convince sempre di più della tradizionale superiorità relativa dell’Occidente e solleva nuove domande sulla logica di ulteriori processi che determinano l’architettura globale delle forze su scala planetaria – in politica, economia, energia, demografia, cultura, ecc.

Tutti questi commenti e osservazioni sono critici per la costruzione della Teoria del Mondo Multipolare, ma non ne evidenziano affatto l’assenza. Dovrebbero essere presi in considerazione quando si costruisce una tale teoria, ma vale la pena notare che sono di natura frammentaria e frammentaria, non arrivando nemmeno al livello di generalizzazioni teoriche concettuali primarie.

Ma, nonostante ciò, il riferimento all’ordine mondiale multipolare si sente sempre più spesso nei vertici ufficiali e nelle conferenze e congressi internazionali. I collegamenti al multipolarismo sono presenti in una serie di importanti accordi intergovernativi e nei testi dei concetti di sicurezza nazionale e strategia di difesa di un certo numero di paesi influenti e potenti (Cina, Russia, Iran, e in parte l’UE). Pertanto, oggi più che mai, è importante fare un passo verso l’inizio di un vero e proprio sviluppo della Teoria del Mondo Multipolare, in conformità con i requisiti di base della ricerca accademica.

La multipolarità non coincide con il modello nazionale di organizzazione mondiale secondo la logica del sistema di Westfalia

Prima di procedere strettamente alla costruzione della Teoria del Mondo Multipolare (TMW), dobbiamo distinguere rigorosamente l’area concettuale indagata. Per questo, dobbiamo considerare i concetti di base e definire quelle forme dell’ordine mondiale globale che certamente non sono multipolari e che, di conseguenza, la multipolarità viene presentata come alternativa.

Cominciamo con il sistema westfaliano, che riconosce la sovranità assoluta dello Stato-nazione e costruisce il campo giuridico delle relazioni internazionali su questa base. Questo sistema, sviluppato dopo il 1648 (la fine della Guerra dei Trent’anni in Europa), ha attraversato diverse fasi del suo sviluppo, e in qualche misura ha continuato a riflettere la realtà oggettiva fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nasceva dal rifiuto delle pretese degli imperi medievali all’universalismo e alla “missione divina”, e corrispondeva alle riforme borghesi nelle società europee. Si basava anche sul presupposto che solo uno stato nazionale può possedere la più alta sovranità, e che al di fuori di esso, non c’è nessun’altra entità che abbia il diritto legale di interferire nella politica interna di questo stato – indipendentemente da quali obiettivi e missioni (religiose, politiche o altro) lo guidino. Dalla metà del XVII secolo alla metà del XX secolo, questo principio ha predeterminato la politica europea e, di conseguenza, è stato trasferito ad altri paesi del mondo con alcune modifiche.

Il sistema di Westfalia era originariamente rilevante solo per le potenze europee, e le loro colonie erano considerate semplicemente come la loro continuazione, non possedendo un potenziale politico ed economico sufficiente per pretendere di essere un’entità indipendente. Dall’inizio del XX secolo, lo stesso principio fu esteso alle ex colonie durante il processo di decolonizzazione.

Questo modello westfaliano presuppone la piena uguaglianza giuridica tra tutti gli stati sovrani. In questo modello, ci sono tanti poli di decisioni di politica estera nel mondo quanti sono gli stati sovrani. Per inerzia, questa regola è ancora in vigore, e tutto il diritto internazionale si basa su di essa.

In pratica, naturalmente, c’è disuguaglianza e subordinazione gerarchica tra i vari stati sovrani. Nella prima e nella Seconda guerra mondiale, la distribuzione del potere tra le maggiori potenze mondiali portò a un confronto tra blocchi separati, dove le decisioni venivano prese nel paese che era il più potente tra i suoi alleati.

Come risultato della Seconda Guerra Mondiale, a causa della sconfitta della Germania nazista e delle Potenze dell’Asse, lo schema bipolare delle relazioni internazionali (il sistema bipolare di Yalta) si sviluppò nel sistema globale. Il diritto internazionale ha continuato a de-giurare il riconoscimento della sovranità assoluta di qualsiasi stato-nazione, ma de-facto, le decisioni fondamentali riguardanti le questioni centrali dell’ordine mondiale e della politica globale sono state prese solo in due centri – a Washington e a Mosca.

Il mondo multipolare differisce dal classico sistema westfaliano per il fatto che non riconosce allo stato nazionale separato, legalmente e formalmente sovrano, lo status di un polo a pieno titolo. Ciò significa che il numero di poli in un mondo multipolare dovrebbe essere sostanzialmente inferiore al numero di stati nazionali riconosciuti (e quindi non riconosciuti). La stragrande maggioranza di questi stati non è in grado oggi di provvedere alla propria sicurezza o prosperità di fronte a un conflitto teoricamente possibile con l’attuale egemone (gli Stati Uniti). Pertanto, sono politicamente ed economicamente dipendenti da un’autorità esterna. Essendo dipendenti, non possono essere i centri di una volontà veramente indipendente e sovrana riguardo alle questioni globali dell’ordine mondiale.

Il multipolarismo non è un sistema di relazioni internazionali che insiste sull’uguaglianza giuridica degli stati-nazione come stato di fatto. Questa è solo una facciata di un’immagine molto diversa del mondo basata su un reale, piuttosto che nominale, equilibrio di forze e capacità strategiche.

Il multipolarismo opera non con la situazione come esiste de-jure, ma piuttosto de-facto, e procede dall’affermazione della disuguaglianza fondamentale tra gli stati-nazione nel modello moderno ed empiricamente fissabile del mondo. Inoltre, la struttura di questa disuguaglianza è che le potenze secondarie e terziarie non sono in grado di difendere la loro sovranità, in qualsiasi configurazione transitoria di blocco, di fronte alla possibile sfida esterna della potenza egemone. Ciò significa che la sovranità è oggi una finzione giuridica.

Il multipolarismo non è bipolarismo

Dopo la Seconda guerra mondiale, si sviluppò il sistema bipolare di Yalta. Ha continuato ad insistere formalmente sul riconoscimento della sovranità assoluta di tutti gli stati, il principio su cui è stata organizzata l’ONU, e ha portato avanti il lavoro della Società delle Nazioni. Tuttavia, in pratica, due centri decisionali globali apparvero nel mondo – gli Stati Uniti e l’URSS. Gli Stati Uniti e l’URSS erano due sistemi politico-economici alternativi, rispettivamente il capitalismo globale e il socialismo globale. Fu così che il bipolarismo strategico fu fondato sul dualismo ideologico e filosofico – liberalismo contro marxismo.

Il mondo bipolare si basava sulla simmetrica comparabilità del potenziale di parità economica e militare-strategica dei campi di guerra americano e sovietico. Allo stesso tempo, nessun altro paese affiliato ad un particolare campo aveva lontanamente il potere cumulativo da confrontare con quello di Mosca o Washington. Di conseguenza, c’erano due egemoni sulla scala globale, ciascuno circondato da una costellazione di paesi alleati (semi-vassalli, in senso strategico). In questo modello, la sovranità nazionale formalmente riconosciuta perdeva gradualmente il suo peso. Prima di tutto, i paesi associati all’uno o all’altro egemone dipendevano dalle politiche di quel polo. Pertanto, il suddetto paese non era indipendente, e i conflitti regionali (generalmente sviluppati in aree del Terzo Mondo) rapidamente degenerarono in un confronto tra due superpotenze che cercavano di ridistribuire l’equilibrio dell’influenza planetaria sui “territori contesi”. Questo spiega i conflitti in Corea, Vietnam, Angola, Afghanistan, ecc.

Nel mondo bipolare, c’era anche una terza forza: il Movimento dei Non Allineati. Era composto da alcuni paesi del Terzo Mondo che rifiutavano di fare una scelta inequivocabile a favore del capitalismo o del socialismo, e che invece preferivano manovrare tra gli interessi antagonisti globali degli Stati Uniti e dell’URSS. In una certa misura, alcuni ci riuscirono, ma la stessa possibilità di non allineamento presupponeva l’esistenza di due poli, che in misura variabile si equilibravano a vicenda. Inoltre, questi “paesi non allineati” non erano assolutamente in grado di creare un “terzo polo” a causa dei parametri principali delle superpotenze, della natura frammentata e non consolidata dei membri del Movimento dei Non Allineati e della mancanza di una piattaforma socioeconomica generale comune. Il mondo era diviso in Occidente capitalista (il primo mondo), Oriente socialista (il secondo mondo) e “il resto” (il terzo mondo). Inoltre, “tutti gli altri” rappresentavano in tutti i sensi la periferia del mondo dove gli interessi delle superpotenze apparivano occasionalmente. Tra le superpotenze stesse, la probabilità di un conflitto era pressoché esclusa grazie alla parità (in particolare nella garanzia della mutua distruzione nucleare assicurata). Questo fece sì che le aree preferite per la revisione parziale dell’equilibrio di potere fossero i paesi periferici (Asia, Africa, America Latina).

Dopo il crollo di uno dei due poli (l’Unione Sovietica è crollata nel 1991), è crollato anche il sistema bipolare. Questo ha creato le precondizioni per l’emergere di un ordine mondiale alternativo. Molti analisti ed esperti di IR hanno giustamente parlato di “fine del sistema di Yalta”. Pur riconoscendo de-jure la sovranità, la pace di Yalta era de-facto costruita sul principio dell’equilibrio dei due egemoni simmetrici e relativamente uguali. Con la partenza di uno degli egemoni dalla scena storica, l’intero sistema cessò di esistere. Il tempo di un ordine mondiale unipolare o “momento unipolare” è arrivato.

Un mondo multipolare non è un mondo bipolare (come lo conoscevamo nella seconda metà del XX secolo), perché nel mondo di oggi, non c’è nessuna potenza che possa resistere da sola al potere strategico degli Stati Uniti e dei paesi della NATO, e inoltre, non c’è un’ideologia generalizzante e coerente capace di unire gran parte dell’umanità in una dura opposizione ideologica all’ideologia della democrazia liberale, del capitalismo e dei “diritti umani”, su cui gli Stati Uniti basano ora una nuova egemonia esclusiva. Né la Russia moderna, né la Cina, né l’India, né qualche altro stato possono pretendere di essere un secondo polo in queste condizioni. Il recupero del bipolarismo è impossibile per ragioni ideologiche (la fine del fascino popolare del marxismo) e tecnico-militari. Per quanto riguarda quest’ultimo, gli Stati Uniti e i paesi della NATO hanno preso così tanto il comando negli ultimi 30 anni che una competizione simmetrica con loro nella sfera militare-strategica, economica e tecnica non è possibile per nessun singolo paese.

Il multipolarismo non è compatibile con un mondo unipolare

Il crollo dell’Unione Sovietica ha significato la scomparsa sia di una superpotenza simmetrica e potente, sia di un gigantesco campo ideologico. È stata la fine di una delle due egemonie globali. L’intera struttura dell’ordine mondiale da questo punto è irreversibilmente e qualitativamente diversa. Qui il polo rimanente – guidato dagli Stati Uniti e sulla base dell’ideologia capitalista liberal-democratica – si è conservato come fenomeno e ha continuato a espandere il suo sistema sociopolitico (democrazia, mercato, ideologia dei “diritti umani”) su scala globale. Precisamente, questo si chiama mondo unipolare o ordine mondiale unipolare. In un tale mondo, c’è un unico centro decisionale sulle grandi questioni globali. L’Occidente e il suo nucleo, la comunità euro-atlantica, guidata dagli Stati Uniti, si sono trovati nel ruolo di unica egemonia disponibile. L’intero spazio del pianeta in tale ambiente è una triplice regionalizzazione (descritta in dettaglio dalla teoria neomarxista di E. Wallerstein):

– Zona centrale (“ricco Nord”, “centro”),

– Zona della periferia mondiale (“Sud povero”, “periferia”),

– Zona di transizione (“semi-periferia”, comprendente paesi importanti, che si sviluppano attivamente verso il capitalismo: Cina, India, Brasile, alcuni paesi del Pacifico, così come la Russia, che per inerzia conserva un significativo potenziale strategico, economico ed energetico).

Il mondo unipolare sembrava essere finalmente una realtà consolidata negli anni ’90, e alcuni analisti statunitensi hanno dichiarato su questa base la tesi della “fine della storia” (Fukuyama). Questa tesi significava che il mondo diventerà totalmente ideologicamente, politicamente, economicamente e socialmente omogeneo, e che ora tutti i processi che si verificano in esso non saranno più un dramma storico basato sulla battaglia di idee e interessi, ma piuttosto una competizione economica (e relativamente pacifica) dei partecipanti al mercato – simile a come è costruita la politica interna dei regimi liberali democratici liberi. In questa concezione, la democrazia diventa globale e il pianeta è composto solo dall’Occidente e dal suo purlieus (cioè i paesi che si integreranno gradualmente in esso).

Il disegno più preciso della teoria dell’unipolarità è stato proposto dai neoconservatori americani, che hanno sottolineato il ruolo degli Stati Uniti nel nuovo ordine mondiale globale. A volte hanno proclamato gli Stati Uniti come il “Nuovo Impero” (R. Kaplan) o la “benevola egemonia globale” (U. Kristol, R. Keygan), anticipando l’offensiva del “Secolo Americano” (The Project for the New American Century). Nella visione neocon, l’unipolarismo ha acquisito un fondamento teorico. Il futuro ordine mondiale è stato visto come una costruzione USA-centrica, dove il nucleo è costituito dagli Stati Uniti come arbitro globale e incarnazione dei principi di “libertà e democrazia”, e una costellazione di altri paesi è strutturata intorno a questo centro, riproducendo il modello americano con vari gradi di precisione. Essi variano nella geografia e nel loro grado di somiglianza con gli Stati Uniti:

– In primo luogo, il cerchio interno – i paesi dell’Europa e del Giappone,

– In secondo luogo, i fiorenti paesi liberali dell’Asia,

– Infine, tutto il resto.

Tutte le zone situate intorno all’”America globale”, indipendentemente dalla loro orbita politica, sono incluse nel processo di “democratizzazione” e “americanizzazione”. La diffusione dei valori americani va di pari passo con l’attuazione degli interessi pratici americani e l’espansione della zona di controllo diretto americano su scala globale.

A livello strategico, l’unipolarismo si esprime nel ruolo centrale degli Stati Uniti nella NATO e, inoltre, nella superiorità asimmetrica delle capacità militari combinate dei paesi della NATO su tutte le altre nazioni del mondo.

Parallelamente, l’Occidente è superiore agli altri paesi non occidentali nel suo potenziale economico, nel livello di sviluppo dell’alta tecnologia, ecc. Soprattutto: l’Occidente è la matrice dove si è formato storicamente il sistema stabilito di valori e norme che attualmente sono considerati lo standard universale per tutti gli altri paesi del mondo. Questa può essere chiamata l’egemonia intellettuale globale che, da un lato, mantiene l’infrastruttura tecnica per il controllo globale, e dall’altro, sta al centro del paradigma planetario dominante. L’egemonia materiale va di pari passo con le egemonie spirituale, intellettuale, cognitiva, culturale e dell’informazione.

In linea di principio, l’élite politica americana è guidata proprio da questo approccio egemonico consapevolmente percepito, tuttavia, ne parlano in modo chiaro e trasparente i neocon, mentre i rappresentanti di altri diversi orientamenti politici e ideologici preferiscono espressioni più snelle ed eufemismi. Anche i critici del mondo unipolare degli Stati Uniti non contestano il principio dell’”universalità” dei valori americani e il desiderio della loro approvazione a livello globale. Le obiezioni si concentrano su quanto questo progetto sia realistico a medio e lungo termine, e se gli Stati Uniti siano in grado di sostenere da soli il peso dell’impero mondiale globale.

Le sfide a questo dominio americano diretto e aperto, che sembrava essere un fatto compiuto negli anni ’90, hanno portato alcuni analisti americani (in particolare Charles Krauthammer, che ha introdotto questo concetto) a parlare della fine del “momento unipolare”.

Ma, nonostante tutto, è proprio l’unipolarismo in una o l’altra manifestazione – palese o occulta, il modello dell’ordine mondiale – che è diventato una realtà dopo il 1991 e rimane tale fino ad oggi.

In pratica, l’unipolarismo si affianca alla salvezza nominale del sistema westfaliano, che contiene ancora i resti inerziali del mondo bipolare. La sovranità di tutti gli stati-nazione è ancora riconosciuta de-jure, e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU riflette ancora parzialmente l’equilibrio di potere corrispondente alle realtà della “guerra fredda”. Così, l’egemonia unipolare americana è de-facto presente, insieme a una serie di istituzioni internazionali che esprimono l’equilibrio di altre epoche e cicli nella storia delle relazioni internazionali. Al mondo vengono costantemente ricordate le contraddizioni tra la situazione de-jure e quella de-facto, specialmente quando gli Stati Uniti o una coalizione occidentale intervengono direttamente negli affari di stati sovrani (a volte anche scavalcando il veto di istituzioni come il Consiglio di Sicurezza dell’ONU). In casi come l’invasione americana dell’Iraq nel 2003, vediamo un esempio di violazione unilaterale del principio di sovranità statale (ignorando il modello westfaliano), il rifiuto di prendere in considerazione la posizione della Russia (Vladimir Putin) nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e le forti obiezioni dei partner NATO di Washington (il francese Jacques Chirac e il tedesco Gerhard Schroeder).

I sostenitori più coerenti dell’unipolarismo (per esempio, il repubblicano John McCain) insistono sull’applicazione dell’ordine internazionale in linea con il reale equilibrio delle forze. Propongono la creazione di un modello un po’ diverso dall’ONU, la “Lega delle Democrazie”, in cui la posizione dominante degli USA, cioè l’unipolarismo, sarebbe stata legalizzata. La legalizzazione di un mondo unipolare e lo status egemonico dell’”impero americano” nella struttura delle relazioni internazionali post-Yalta è una delle possibili direzioni dell’evoluzione del sistema politico globale.

È assolutamente chiaro che un ordine mondiale multipolare non solo differisce dall’unipolare, ma è la sua diretta antitesi. L’unipolarismo presuppone un egemone e un centro decisionale, mentre il multipolarismo insiste su alcuni centri, nessuno dei quali ha diritti esclusivi e quindi deve tener conto delle posizioni degli altri. Il multipolarismo, quindi, è un’alternativa logica diretta all’unipolarismo. Non ci può essere compromesso tra loro: secondo le leggi della logica, il mondo è o unipolare o multipolare. D’ora in poi, non è importante come tale modello particolare sia formulato giuridicamente, ma come sia creato de-facto. Nell’era della “guerra fredda”, diplomatici e politici hanno riconosciuto con riluttanza il “bipolarismo” che era un fatto ovvio. Pertanto, è necessario separare il linguaggio diplomatico dalla realtà concreta. Il mondo unipolare è l’ordine mondiale fattuale fino ad oggi. Si può solo discutere se sia buono o cattivo, se sia l’alba del sistema o, in alternativa, il tramonto, e se durerà a lungo o, al contrario, finirà rapidamente. Indipendentemente da ciò, il fatto rimane tale. Viviamo in un mondo unipolare, e il momento unipolare dura ancora (anche se alcuni analisti sono convinti che stia per finire).

Il mondo multipolare non è un mondo nonpolare

I critici americani della rigida unipolarità, e soprattutto i rivali ideologici dei neoconservatori concentrati nel “Council on Foreign Relations”, hanno offerto un altro termine al posto di unipolarità – nonpolarità. Questo concetto si basa sul suggerimento che i processi di globalizzazione continueranno a svolgersi, e il modello occidentale dell’ordine mondiale espanderà la sua presenza a tutti i paesi e popoli della terra. Così, l’egemonia intellettuale e l’egemonia dei valori dell’Occidente continueranno. Il mondo globale sarà il mondo del liberalismo, della democrazia, del libero mercato e dei diritti umani, ma il ruolo degli Stati Uniti come potenza nazionale e il fiore all’occhiello della globalizzazione, secondo i sostenitori di questa teoria, si ridurrà. Invece di una diretta egemonia americana, emergerà un modello di “governo mondiale”. A questo parteciperanno i rappresentanti di diversi paesi, che staranno insieme con valori comuni e si sforzeranno di stabilire uno spazio sociopolitico ed economico unificato in tutto il mondo. Anche qui, abbiamo a che fare con un analogo della “fine della storia” di Fukuyama descritta in termini diversi.

Il mondo non-polare sarà basato sulla cooperazione tra paesi democratici (per difetto), ma gradualmente il processo di formazione dovrebbe includere anche attori non statali – ONG, movimenti sociali, gruppi di cittadini separati, comunità di rete, ecc.

La caratteristica principale nella costruzione del mondo nonpolare è la dissipazione del processo decisionale da un’entità (ora Washington) alle molte entità del livello inferiore – fino ai referendum planetari online sui principali eventi e azioni che riguardano tutta l’umanità.

L’economia sostituirà la politica e la concorrenza di mercato spazzerà le barriere doganali di tutti i paesi. Lo stato si preoccuperà più della cura dei suoi cittadini che della sicurezza tradizionale, e inaugurerà l’era della democrazia globale.

Questa teoria coincide con le caratteristiche principali della teoria della globalizzazione e si presenta come una tappa verso la sostituzione del mondo unipolare, ma solo alle condizioni promosse oggi dagli Stati Uniti e dai paesi occidentali riguardo ai loro modelli sociopolitici, tecnologici ed economici (democrazia liberale). Questi e i loro valori diventeranno un fenomeno universale, e la necessità di una stretta protezione degli ideali democratici e liberali non esisterà più – tutti i regimi che resistono all’Occidente, alla democratizzazione e all’americanizzazione al momento dell’inizio del mondo nonpolare dovrebbero essere eliminati.

L’élite di tutti i paesi dovrebbe essere simile, omogenea, capitalista, liberale e democratica – in altre parole, “occidentale” – indipendentemente dall’origine storica, geografica, religiosa e nazionale.

Il progetto del mondo non polare è sostenuto da una serie di gruppi politici e finanziari molto potenti, dai Rothschild a George Soros e le sue fondazioni.

Questo progetto strutturale si rivolge al futuro. È pensato come una formazione globale che dovrebbe sostituire l’unipolarismo e stabilirsi dopo nella sua scia. Questa non è un’alternativa, ma piuttosto una continuazione, e sarà possibile solo quando il centro di gravità della società si sposterà dal mix odierno di alleanza di due livelli di egemonia – materiale (il complesso militare-industriale americano e l’economia e le risorse occidentali) e spirituale (norme, procedure, valori) – a un’egemonia puramente intellettuale, insieme alla graduale riduzione dell’importanza del dominio materiale.

Vale a dire, questa è la società dell’informazione globale, dove i principali processi di governo e dominio saranno dispiegati nel campo dell’intelligenza attraverso il controllo delle menti, il controllo mentale e la programmazione del mondo virtuale.

Il mondo multipolare non può essere combinato con il modello di mondo nonpolare perché non accetta la validità del momento unipolare come preludio al futuro ordine mondiale, né l’egemonia intellettuale dell’Occidente, l’universalità dei suoi valori, o la dissipazione del processo decisionale nella molteplicità planetaria indipendentemente dall’identità culturale e di civiltà preesistente. Il mondo non-polare suggerisce che il modello americano di melting pot sarà esteso a tutto il mondo. Di conseguenza, questo cancellerà tutte le differenze tra i popoli e le culture, e un’umanità individualizzata e atomizzata sarà trasformata in una “società civile” cosmopolita senza confini. La multipolarità implica che i centri decisionali devono essere abbastanza alti (ma non solo nelle mani di una sola entità – come è oggi nelle condizioni del mondo unipolare), e le specialità culturali di ogni particolare civiltà devono essere preservate e rafforzate (ma non dissolte in un’unica molteplicità cosmopolita).

Il multipolarismo non è multilateralismo

Un altro modello di ordine mondiale, un po’ distanziato dall’egemonia diretta degli Stati Uniti, è un mondo multilaterale (multilateralismo). Questo concetto è molto diffuso nel partito democratico statunitense, ed è formalmente aderito nella politica estera dell’amministrazione del presidente Obama. Nel contesto dei dibattiti sulla politica estera americana, questo approccio si oppone all’insistenza dei neoconservatori sull’unipolarismo.

In pratica, il multilateralismo significa che gli Stati Uniti non dovrebbero agire nel campo delle relazioni internazionali contando interamente sulla propria forza e mettendo tutti i suoi alleati e “vassalli” di fronte al fatto compiuto in maniera obbligata. Invece, Washington dovrebbe prendere in considerazione la posizione dei partner, persuadere e argomentare le sue soluzioni suggerite in un dialogo paritario con loro, e portarli dalla sua parte per mezzo di argomenti razionali e, a volte, proposte di compromesso.

Gli Stati Uniti in una tale situazione dovrebbero essere “primi tra pari”, piuttosto che “dittatore tra i suoi subordinati”. Questo impone alla politica estera degli Stati Uniti alcuni obblighi nei confronti degli alleati nella politica globale ed esige l’obbedienza alla strategia globale. La strategia globale in questo caso è la strategia dell’Occidente per stabilire la democrazia globale, il mercato, e l’attuazione dell’ideologia dei diritti umani su scala globale. In questo processo, gli Stati Uniti, essendo il leader, non dovrebbero equiparare direttamente i loro interessi nazionali ai valori “universali” della civiltà occidentale, per conto della quale agiscono. In alcuni casi, è più preferibile operare in una coalizione, e talvolta anche fare concessioni ai propri partner.

Il multilateralismo si differenzia dall’unipolarismo per l’enfasi sull’Occidente in generale, e soprattutto sulla sua componente “valoriale” (cioè “normativa”). Su questo, gli apologeti del multilateralismo convergono con i sostenitori del mondo nonpolare. L’unica differenza tra il multilateralismo e il non-polarismo è solo il fatto che il multilateralismo pone l’accento sul coordinamento dei paesi occidentali democratici tra di loro, mentre il non-polarismo include anche autorità non statali (ONG, reti, movimenti sociali, ecc.) come attori.

È significativo che in pratica, la politica di multilateralismo di Obama, come ripetutamente espresso da lui e dall’ex segretario di Stato Hillary Clinton, non è molto diversa dall’era imperialista diretta e trasparente di George W. Bush, durante il cui periodo i neoconservatori erano dominanti. Gli interventi militari statunitensi sono continuati (Libia), e le truppe statunitensi hanno mantenuto la loro presenza nell’Iraq occupato e nell’Afghanistan.

Il mondo multipolare non corrisponde all’ordine mondiale multilaterale perché si oppone all’universalismo dei valori occidentali e non riconosce la legittimità del “Nord ricco” – da solo o collettivamente – ad agire per conto di tutta l’umanità e a servire come unico centro decisionale sulla maggior parte delle questioni più importanti.

Riassunto

La differenziazione del termine “mondo multipolare” dalla catena di quelli alternativi o simili delinea il campo semantico in cui continueremo a costruire la teoria della multipolarità. Fino a questo punto, abbiamo parlato solo di ciò che l’ordine mondiale multipolare non è, negazioni e differenziazioni stesse che ci permettono al contrario di distinguere una serie di caratteristiche costitutive e abbastanza positive.

Se generalizziamo questa seconda parte positiva, derivante dalla serie di distinzioni fatte, otteniamo circa questo quadro:

  1. Il mondo multipolare è un’alternativa radicale al mondo unipolare (che di fatto esiste nella situazione attuale) per il fatto che insiste sulla presenza di pochi centri indipendenti e sovrani di decisione strategica globale a livello mondiale.
  2. Questi centri dovrebbero essere sufficientemente attrezzati e finanziariamente e materialmente indipendenti per essere in grado di difendere la loro sovranità di fronte a un’invasione diretta di un potenziale nemico sul piano materiale, e la forza più potente del mondo attuale dovrebbe essere intesa come questa minaccia. Questo requisito si riduce ad essere in grado di resistere all’egemonia finanziaria e strategico-militare degli Stati Uniti e dei paesi della NATO.
  3. Questi centri decisionali non devono accettare l’universalismo degli standard, delle norme e dei valori occidentali (democrazia, liberalismo, libero mercato, parlamentarismo, diritti umani, individualismo, cosmopolitismo, ecc) e possono essere completamente indipendenti dall’egemonia spirituale dell’Occidente.
  4. Il mondo multipolare non implica un ritorno al sistema bipolare, perché oggi non esiste un’unica forza strategica o ideologica che possa resistere da sola all’egemonia materiale e spirituale dell’Occidente moderno e del suo leader, gli Stati Uniti. Ci devono essere più di due poli in un mondo multipolare.
  5. Il mondo multipolare non considera seriamente la sovranità degli stati nazionali esistenti, che è dichiarata solo a livello puramente giuridico e non è confermata dalla presenza di sufficiente potenza, strategica, economica e politica. Nel XXI secolo, non è più sufficiente essere uno stato-nazione per essere un’entità sovrana. In tali circostanze, la vera sovranità può essere raggiunta solo da una combinazione e coalizione di stati. Il sistema westfaliano, che continua ad esistere de-jure, non riflette più le realtà del sistema di relazioni internazionali e richiede una revisione
  6. La multipolarità non è riducibile alla non-polarità né al multilateralismo perché non mette il centro del processo decisionale (polo) nel governo mondiale, né al club degli Stati Uniti e dei suoi alleati democratici (“Occidente globale”), il livello delle reti sub-statali, le ONG e altre entità della società civile. Un polo deve essere localizzato altrove.

Questi sei punti definiscono l’intera gamma per l’ulteriore sviluppo della multipolarità e incarnano sufficientemente le sue caratteristiche principali. Sebbene questa descrizione ci porti significativamente a comprendere il punto della multipolarità, è ancora insufficiente per essere qualificata come una teoria. Si tratta solo di una determinazione iniziale con la quale la piena teorizzazione ha appena iniziato.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

4 aprile 2022

Fonte:https://www.ideeazione.com/multipolarita-definizione-e-differenziazione-dei-suoi-significati/ 

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