Occidente, razza di ipocriti…

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di Franco Cardini

Fonte: Franco Cardini

Dal Vangelo di oggi (Luca, 6, 41-42)
“Perché guardi la pagliuzza ch’è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: – Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio -, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”.

NEL DONBASS NON CI SONO BAMBINI CHE ABBRACCIANO PIANGENDO LE BAMBOLINE, E NEMMENO VECCHIETTE CHE ATTRAVERSANO PENOSAMENTE LA STRADA…

… così come non ce n’erano né la traccia né l’ombra, una manciata di anni o di mesi fa e anche adesso, né a Gaza, né a Beirut, né a Belgrado, né a Kabul, né a Baghdad, né a Tripoli, né a Damasco.
Cari miei, parliamoci chiaro. Sono ormai tre notti che quasi non dormo per seguire quel che avviene tra Russia e Ucraina, due paesi che mi sono carissimi e dove ho tanti amici; da tre giorni sto attaccato al telefono e al computer. Anch’io combatto, anch’io fo la mia guerra, come canticchiavano un’ottantina di anni fa bambini poco più grandi di me (io ero troppo piccolo per cantare). Questa guerra me la sento addosso, me la sento dentro: e mi fa male. Al tempo stesso, è chiaro che sono indignato e inferocito come forse non mai.
Fermare la guerra. Era già in atto da tempo, ma “l’Occidente” – questa parola infame e ambigua, che oggi sembra tornare di gran moda – non faceva nulla per ridurre il governo ucraino a più moderati consigli. Al contrario. L’aggressività di Zelensky nei confronti del Donbass si fondava sulla ferma convinzione che la NATO fosse disposta a tutto pur di metter a punto il suo disegno di avvicinarsi varie centinaia di chilometri alla frontiera russa e installarvi i suoi missili a testata nucleari puntati su Mosca, quelli in grado di colpire a oltre 3000 chilometri. Il governo russo ammoniva severamente, poi minacciava: ma si era sicuri che non avrebbe osato. Invece alla fine ha osato eccome. Non come aggressore, ma come a sua volta minacciato di aggressione.
Fermare la guerra. È questa la priorità. Forse si sarebbe dovuto agire prima: da parecchi giorni ormai la stretta ucraina sulle città del Donbass si era fatta più pesante, mentre Zelensky insisteva per essere ammesso nella NATO in extremis. Era una speranza disperata, una follia: ma era non meno chiaro che Putin prendeva in considerazione tale possibilità estrema, che se si fosse verificata gli avrebbe definitivamente legato le mani oppure costretto a considerarla come una dichiarazione di guerra de facto. Ma il presidente ucraino andava irresponsabilmente per la sua strada, certo di avere il gigante americano alle sue spalle. È incomprensibile, ma non si era reso conto che Putin a quel punto poteva fare solo quello che ha fatto: e farlo subito.
Fermare la guerra. Era la priorità fin dall’inizio. A livello diplomatico, quando una guerra incombe, si ricorre a trattative magari affrettate, magari “in perdita”, perfino col rischio di apparire deboli. Si fanno proposte, e quindi bisogna anche offrire qualcosa di appetibile. Ad esempio esporre in che misura e fino a che punto si è disposti ad alleviare un sistema sanzionario in atto a fronte di un arresto o di una ritirata del nemico ch’è ancora potenziale. Da quando in qua si risponde a una minaccia di guerra aggravando le ragioni che l’hanno provocata, a meno che quella guerra non la si voglia sul serio e a tutti i costi?
Ora, ecco qua. Un’aggressione degli ucraini contro il Donbass è irrilevante: non la si vede da lontano, ha modestissime dimensioni e può essere “dimenticata” tantopiù che i russofoni della foce del Don non interessano a nessuno in Occidente. Ma quando si muove l’Orso di Mosca, tutto cambia aspetto: e giù col mostro aggressore, col tiranno assassino. Giù con i media asserviti quasi tutti alla politica (quindi al parlamento italiano eletto con un numero di votanti così basso come prima non si era mai visto), la quale con i suoi partiti esangui, sempre meno autorevoli presso la pubblica opinione e sempre più omologati – fra il “patriottismo sovranista” della Meloni, l’euratlantismo blindato di Renzi e l’euratlantismo solo apparentemente più articolato di Letta non c’è pratica differenza – è a sua volta asservita agli alti comandi della NATO e al presidente degli USA, a sua volta asservito alla logica del potere, del profitto e della produzione dettatagli dai Signori di Davos. Che poi questi ultimi comincino a loro volta a preoccuparsi per le ripercussioni delle sanzioni alla Russia, è un altro discorso: e ne vedremo in atto le conseguenze fra qualche giorno.
Attenti quindi al pacifismo peloso di chi si preoccupa per i suoi interessi e i suoi profitti: se Mosca piangerà, non rideranno né Wall Street, né la City, né Francoforte. Questo è quanto preoccupa ora lorsignori, non certo i disagi e le sofferenze della gente. Mentre si continuano a ignorare o a fraintendere i segnali. Ad esempio, i russi indugiano a sottoporre Kiev alla stretta finale. Davvero si crede che siano stati impressionati dal fatto che il governo ucraino ha fatto girare qualche fucile tra gli adolescenti e i vecchietti? Davvero non ci sfiora il sospetto che stiano fermi in quanto sono in corso trattative e Putin intende dare agli ucraini il tempo d’una pausa di riflessione che, se volesse, potrebbe tranquillamente negare?
Ma intanto sono senza dubbio le vittime del momento a salire al proscenio e ad essere sistemati nelle lucenti vetrine massmediali. Che c’inondano di bambini e di bambine che piangono abbracciando orsacchiotti e bambolette e gattini, di vecchiette che penosamente attraversano le strade sotto i bombardamenti, magari perfino con quel Grandguignol di volti insanguinati e di cadaveri dilaniati che specie in TV è oggetto da sempre di un trattamento bipolare: vi sono cadaveri di serie A che si debbono mostrare per trasformarli nella moneta sonante del consenso e cadaveri di serie B che è meglio nascondere per non “turbare” chi li vede. Ed è evidente che i morti di Kiev ucraini sono di serie A: come le bambine che piangono avvinghiate agli orsacchiotti e le vecchiette che penano ad attraversare la strada per porsi al riparo.
Ma di grazia, razza di vipere e sepolcri imbiancati che non siate altro; ci voleva Kiev per svegliarvi all’umana compassione suscitata per ricavarne risultati politici antirussi? È vero che, in un passato anche recente, le città di Gaza, di Beirut, di Belgrado, di Kabul, di Baghdad, di Damasco, erano piene di cadaveri di serie B dei quali non si doveva parlare per non “turbare” le nostre coscienze, ma davvero non vi eravate accorti della massa di sofferenza che i nostri bombardamenti “chirurgici” e le nostre bombe “intelligenti” stavano provocando? Anzi, mi ricordo i gridolini di gioia che si alzavano dai salotti delle buone famiglie italiane, in quelle notti del 2003 in cui la TV ci mostrava il bombardamento di Baghdad, con il fantastico sfrecciare di quei raggi verdi sugli edifici presi di mira. Che spettacolo! Ci pensavate alla pena e al terrore là sotto? Bene: ora è il turno degli ucraini per soffrire e per aver paura. Domani potrebbe arrivare anche il nostro turno, e pensare che ci preoccupiamo già del gas per il riscaldamento. Se comincia così, la nostra volontà di resistenza…
Lavoriamo per la pace, dunque. Ma facciamolo con realismo, senza piagnistei e senza isterismi manichei. Manifestare per la pace ma al tempo stesso “schierarsi con l’Occidente”, “senza se e senza ma”, significa solo contribuire a correre a passo di carica verso una prosecuzione e un allargamento del conflitto che non può giovare a nessuno. Le guerre, le perdono tutti.

È il tempo degli identikit dei filorussi e delle liste dei “Putinversteher”…

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di Dalila di Dio

SE C’È UNA COSA IN CUI I PROGRESSISTI SONO MAESTRI È TRACCIARE LINEE RETTE CHE DIVIDONO I BUONI DAI CATTIVI

Se c’è una cosa in cui i progressisti sono maestri è tracciare linee rette che dividono i buoni dai cattivi.

Le situazioni di emergenza, poi, sublimano questa loro attitudine: che sia il Covid o la guerra, ciò che risulta indispensabile è identificare immediatamente i cattivi, puntargli tempestivamente una luce addosso, stabilire che qualunque cosa promani dalla loro parte è ineluttabilmente sbagliata, corrotta, falsa.

Anche a dispetto di ogni evidenza.

Non sono le verifiche o i giudizi controfattuali a stabilire la veridicità di un’affermazione, la affidabilità di una teoria, la verosimiglianza di una ricostruzione: semplicemente, c’è una parte, la loro, da cui scaturiscono solo verità inconfutabili; tutto il resto è propaganda, menzogna, fake news, per usare un’espressione molto cara ai signori della censura delle idee altrui.

Un fulgido esempio di questo efficacissimo modus operandi è stato offerto giovedì sera a Piazza Pulita. Durante la nota trasmissione che va in onda in prima serata su La7, infatti, è andato in scena uno scontro tra il prof. Alessandro Orsini, Direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS e Federico Fubini, vicedirettore del Corriere della Sera, che ci ha fornito la rappresentazione plastica di come al progressista medio, pur incapace di confutare compiutamente un ragionamento articolato, documentato, puntuale – quello di Orsini – basti sostenere con fare isterico che l’interlocutore è ignorante, mente e dovrebbe tornare sui libri per averla vinta.

La colpa di Orsini, come di molti altri studiosi di tutte le estrazioni, è di essersi opposto all’idea di spiegare il conflitto tra Ucraina e Russia sentenziando che “Putin è un pazzo” e di essersi spinto ad una analisi lineare quanto invisa a Fubini & co. delle ragioni che hanno portato all’attacco russo: Orsini, in pochi minuti, ha messo a nudo il re, puntando il dito contro l’Unione Europea, la Nato, gli Stati Uniti e chiamando ciascuno alle proprie responsabilità nella causazione dell’escalation che è in atto dal 24 febbraio in Ucraina.

«Possiamo uscire da questo inferno soltanto se noi riconosciamo i nostri errori» ha sostenuto ragionevolmente Orsini. «In primo luogo, perché questa era la guerra più prevedibile del mondo. Mi sono sgolato per dire che certamente la Russia avrebbe invaso l’Ucraina, perché esiste una legge ferrea della politica internazionale, la quale prevede che le grandi potenze proibiscano categoricamente ai Paesi confinanti, laddove sia possibile, di avere una linea di politica estera che rappresenti una minaccia per la sicurezza nazionale». In altre parole, ha proseguito il docente, «quello che accade è che l’Ucraina sta alla Russia come il Messico e il Canada stanno agli Stati Uniti. Se il Messico oggi si alleasse con Putin, certamente gli Stati Uniti distruggerebbero il Messico. O assassinando il suo presidente o favorendo una guerra civile, oppure con uno sfondamento del confine, facendo esattamente questo tipo di guerra».

Ecco perché secondo Orsini le responsabilità principali sarebbero da ascriversi all’Unione Europea: «tutte le grandi potenze, o quelle che ambiscono a essere grandi, hanno delle linee rosse. Gli Stati Uniti hanno delle varie linee rosse, una delle quali è Israele, che non può essere toccato. La Russia ha una linea rossa in Ucraina e Georgia. La Cina, quando le sarà possibile farlo, ha una linea rossa a Taiwan. L’Unione Europea, che queste linee rosse non le ha, avrebbe dovuto dire agli Stati Uniti: “Noi vi amiamo ma abbiamo una linea rossa che voi americani non dovete permettervi di superare». La debolezza dell’UE, quindi, secondo l’esperto LUISS, risiederebbe nell’incapacità di opporre un «rifiuto a qualunque politica che metta in pericolo la vita degli europei».

Un ragionamento lineare, semplice, difficilmente confutabile ma che ha collocato immediatamente l’accademico tra le fila dei russofili, dei “Putinversteher”, di coloro di cui bisogna diffidare perché iscritti nelle liste di quanti, secondo quanto scrive Gianni Riotta su la Repubblica «per interesse, ideologia, snobismo… hanno in uggia l’autodeterminazione dei popoli».

Tra questi Massimo Cacciari, Marcello Foa, Pino Cabras, Ugo Mattei e persino Laura Boldrini e Stefano Fassina che, secondo Riotta, «odorano di “Putinversteher”».

E poiché il pensiero unico dispone di un sistema di difesa di primo livello, come già accaduto in passato, dopo le dichiarazioni di giovedì sera, il professore Orsini è stato praticamente scaricato dalla LUISS: con un comunicato, l’ateneo ha invitato l’accademico ad «attenersi scrupolosamente al rigore scientifico dei fatti e dell’evidenza storica, senza lasciar spazio a pareri di carattere personale che possano inficiare valore, patrimonio di conoscenza e reputazione dell’intero Ateneo».

È singolare che un’università, luogo della conoscenza per eccellenza, consideri lesivo della propria reputazione che uno studioso faccia ciò che è chiamato a fare per definizione: interrogarsi, andare oltre le tesi precostituite, offrire una lettura dei fatti che vada oltre gli slogan e le teorie preconfezionate dal mainstream.

Ma lo abbiamo già visto fare nei confronti di accademici che hanno osato affermare ovvietà come «non esistono donne con il pene»: carriere immolate sull’altare della verità che cede il passo al cospetto del politicamente corretto. Niente di nuovo sotto il sole, quindi.

E che dire del corrispondente Rai Marc Innaro? Colpevole di aver sostenuto che «ad espandersi, negli ultimi trent’anni, è stata la Nato e non la Russia», è stato accusato di essere filo-Putin e di prestarsi alla propaganda russa, ragion per cui è finito nel mirino del PD con un’interrogazione all’ad Carlo Fuortes per sollecitare una presa di posizione dell’azienda e con la richiesta di richiamarlo dall’incarico in Russia.

Suonerebbe strano, in tempi normali. Ma quelli che stiamo vivendo non sono tempi normali: sono tempi in cui si plaude all’esclusione dei gatti russi dalle mostre, dei direttori d’orchestra russi dai teatri, dell’insalata russa dai menu.

Viviamo in un tempo in cui non si ha alcuna remora a dichiarare pubblicamente che bisogna «affamare il popolo» russo, come ha dichiarato qualche giorno fa la “Giornalista” Claudia Fusani.

Viviamo in un tempo in cui una parlamentare della Repubblica come Patrizia Prestipino (Pd) ha giudicato «giustissima la decisione del CIO di escludere gli atleti [disabili] della Russia e della Bielorussia dalle Olimpiadi».

È il tempo giusto per tracciare profili psicologici dei dissenzienti, identikit dei filorussi, liste dei “Putinversteher”, per mettere a tacere accademici e giornalisti se non raccontano la versione giusta della storia.

È il tempo giusto per isolare e discriminare chi non prende le distanze a comando dal cattivo di turno. Il tempo dei sinceri democratici.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2022/03/06/e-il-tempo-degli-identikit-dei-filorussi-delle-liste-dei-putinversteher/

La Russia e la Cina sono più forti dell’Occidente?

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per www.informazionecattolica.it 

LA GUERRA IN UCRAINA STA DIMOSTRANDO L’INCONSISTENZA DELLE DEMOCRAZIE EUROPEE

La gestione dell’emergenza pandemica ha dimostrato l’impreparazione e, quindi, la debolezza delle democrazie europee, che hanno risposto con assurde restrizioni e grotteschi tentativi campione, malriusciti e ritirati. La guerra in Ucraina sta dimostrando, in più, l’inconsistenza delle democrazie europee e, in un certo senso, la debolezza degli Stati Uniti di Joe Biden, che si sono ritirati dall’Afghanistan in quel modo così disonorevole ed arrendevole da stupire la maggioranza degli osservatori internazionali. Perché la debolezza delle democrazie è data dal fatto che sono divenute plutocrazie, con la ricchezza in mano a pochi che comandano su molti. L’Enciclica di Pio XI Quadragesimo Anno (15 maggio 1931), nel condannare questo sistema, fu profetica quanto inascoltata.

Donald Trump ha rilasciato una dichiarazione che non lascia margini ad interpretazioni: “con la mia Presidenza non sarebbe accaduto niente. Abbiamo mantenuto sempre rapporti distesi e di collaborazione con la Russia“. Non solo: Trump ha previsto, anche, a ruota, l’invasione di Taiwan da parte della Cina, ovvero uno spostamento ad est dell’asse delle superpotenze, a scapito dell’Occidente, che, a furia di contar dollari sulla pelle dei popoli, non si è accorta dei cambiamenti in corso negli ultimi decenni, divenendo un autentico nano geopolitico.

Le dichiarazioni roboanti e le minacce di parte occidentale, capitanate dal Presidente Biden, dalla NATO e dall’ONU appaiono un modo per nascondere l’impossibilità di reagire alla Russia sia militarmente che attraverso una seria applicazione di sanzioni. Nessuno è disposto a morire per Kiev, così come nessuno è disposto a sacrificarsi per Taiwan. Costa troppo, sul piano economico e troppa è l’incertezza di finire in un altro Vietnam. Se Biden facesse applicare davvero pesanti sanzioni, si trasformerebbe nel nuovo Tafazzi, perché a pagarne il prezzo sarebbero i cittadini europei, a livello energetico. Chi si assume la responsabilità di far pagare 4.000 euro ogni 1.000 metri cubi di gas alle famiglie, come risposta alle sanzioni?

Il primo problema è la mancanza di indipendenza da parte dell’Europa, che, ora, può solo fare da scendiletto alla NATO, istituzione obsoleta, da sciogliere al più presto per ridare sovranità alle Nazioni europee e, quindi, libertà di scelta nelle politiche e nelle alleanze da seguire. Si nota come stranamente le sinistre riscoprano il valore della sovranità nazionale, se si tratta di difendere gli interessi americani in Ucraina, mentre la negano, in nome del globalismo, in ogni altro contesto. Il secondo problema, che è la diretta conseguenza del primo, è l’assoluta mancanza di una politica, anche militare, a livello europeo. L’Unione Europea appare esclusivamente un comitato d’affari dell’alta finanza internazionale, garante della moneta unica in una banca privata (BCE) che ha deciso di indebolire gradualmente il ceto medio di ogni Paese membro, producendo un generale aumento del costo della vita, sproporzionato rispetto al reddito e sbilanciato sull’età pensionabile. Tale impoverimento del ceto produttivo è una delle motivazioni della disaffezione elettorale, che, infatti, ha dato la maggioranza relativa al partito dell’astensionismo.

Di fronte a questo decadentismo, non possiamo dimenticare la dimensione religiosa. La secolarizzazione iniziata negli anni settanta, sta raggiungendo preoccupanti livelli di nichilismo dilaganti soprattutto nelle nuove generazioni. Un pensiero unico assai debole, ma largamente diffuso, accompagna il Vecchio Continente in un baratro di ignoranza, ipocrisie, cattiverie, relativismo ed egoismo che non hanno precedenti. La Russia e la Cina, al contrario, hanno mantenuto salde e forti le loro radici e le loro identità, divenendo grandi potenze economiche e militari globali.Dopo il 1991 il liberalismo ha vinto totalmente e si è affermato come la sola possibile ideologia politica su scala mondiale: oggi abbiamo un sistema politico ed economico liberale ed un sistema culturale e filosofico fondato sull’individualismo. Come ha detto Francis Fukuyama, “la storia del mondo è finita“, perché il liberalismo ha vinto, non ha più alternative e può quindi mostrare la sua natura totalitaria: questa è post-modernità. Il liberalismo, quindi, si afferma,  entro un “sistema chiuso”, come «l’emancipazione dell’individuo da tutti i legami con l’identità e con la collettività: è un processo che è iniziato con la “liberazione” dalle religioni, è proseguito con la “liberazione” dalla Nazione e poi dal genere sessuale ed, infine, verrà l’emancipazione dall’umanità stessa (transumanesimo postmoderno). Il liberalismo non è soltanto ideologia, ma anche l’essenza degli “oggetti”, il centro della realità, l’assenza di ogni trascendenza» (Alexander Gel’evic Dugin).

Le sanzioni alla Russia? Una farsa. Ecco la prova

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Durante il discorso Biden si è capito come le sanzioni a Mosca rischino di trasformarsi in una fragorosa farsa

La politica e le istituzioni accusano Mosca; Mario Draghi condanna l’aggressione dell’Ucraina; il Pd protesta davanti all’ambasciata russa; Joe Biden assicura che Vladimir Putin diventerà un “paria”; l’Europa s’indigna, promette che il presidente russo non la farà franca. Ma i partner dell’Ue sanno bene che potrebbero essere i primi a pagare il conto di una ritorsione. Ecco perché le sanzioni rischiano di trasformarsi in una fragorosa farsa. La prova? L’ha fornita Biden, durante il discorso di ieri sera.

L’inquilino della Casa Bianca ha confermato, infatti, che la Russia non sarà esclusa dal sistema di pagamento Swift. Di che si tratta? È un meccanismo – facente capo alla corporation belga Society for worldwide interbank financial telecommunication – che, in sostanza, definisce il sistema standard di messaggistica per le transazioni finanziarie. Una specie di alfabeto delle operazioni monetarie che si svolgono a livello globale e che consente i trasferimenti di denaro per via telematica: se sei fuori dal circuito, sei fuori da questo fondamentale complesso di scambi. Il motivo di tanta indulgenza? «Non è la posizione che il resto dell’Europa vuole assumere», ha spiegato il presidente americano. E quando dice «Europa», Biden intende, segnatamente, la Germania e l’Italia. Sono stati questi due Paesi i principali oppositori alla misura che pure Washington vorrebbe fosse presa in considerazione.

Il punto è che l’esclusione dal circuito Swift penalizzerebbe, sì, le banche russe, ma metterebbe in difficoltà anche i creditori europei, ai quali diventerebbe difficile recuperare il proprio denaro. Tant’è che l’austriaca Raiffeisen Bank international, sulla scia del panico provocato dalla crisi ucraina, aveva già accantonato dei fondi per fronteggiare un eventuale “default” di fatto dei crediti russi.
D’altro canto, il Paese dello zar Putin ha sviluppato un proprio sistema di pagamento (Mir), mentre la diversificazione delle relazioni commerciali e il record storico di riserve valutarie internazionali, raggiunto a novembre, metterebbero in teoria la Russia nella condizione di resistere, nel medio periodo, a un assedio occidentale.

È la dimostrazione che Putin si è preparato a questo tipo di rappresaglie da parte di Europa e Stati Uniti e, soprattutto, che l’Ue ha le armi spuntate, quando non a doppio taglio: capaci, certamente, di ferire Mosca, ma dannose anche per sé medesima. Ed è per questo che Berlino e Roma si sono opposte, almeno in prima battuta, alla cacciata dei russi dallo Swift, proprio come hanno preteso un atteggiamento prudente sul comparto energetico: senza il gas dell’autocrate del Cremlino, esauriremmo le nostre riserve nel giro di un paio di mesi.

Putin se la ride? Probabilmente. Ma di sicuro cominciano a fregarsi le mani anche a Pechino: non a caso, ieri Taiwan ha denunciato un’incursione aerea dei cinesi nei cieli dell’isola, minacciata dalle mire espansionistiche del Dragone. Se l’Occidente non è neppure in grado di reagire a un attacco sferrato dalla Russia nel cuore dell’Europa, con un pacchetto di sanzioni realmente “devastanti”, come le ha definite un balbettante Biden in conferenza stampa, come potrà difendere Taipei da un’aggressione di Xi Jinping, padrone assoluto del Mar Cinese?

Fonte: https://www.nicolaporro.it/le-sanzioni-alla-russia-una-farsa-ecco-la-prova/

 

Crisi ucraina: tutti in guerra per il gas

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di Lorena Polidori

L’Ucraina è un paese dell’Europa Orientale sino a poco tempo fa noto per le sue chiese ortodosse e per la meravigliosa Cattedrale di Santa Sofia a Kiev. Oggi è divenuto famoso in tutto il mondo grazie alla Russia di Putin che ne ha riconosciuto l’indipendenza di alcune aree delle regioni di Donetsk e Luhansk, attraverso l’invio delle sue truppe nel territorio ucraino nella regione del Donbass per compiere operazioni di mantenimento della pace.

O almeno questa è la versione ufficiale, che molto stona con quanto invece affermato dalla sottosegretaria generale delle Nazioni Unite per gli affari politici Rosemary Di Carlo, e cioè che il rischio di un grande conflitto è reale e deve essere evitato a tutti i costi.

In effetti che trattasi di semplici operazioni di mantenimento della pace si fa un po’ fatica a crederlo soprattutto dopo aver ascoltato le dichiarazioni più che ostili di ieri del Presidente Putin. Ma al di là delle vicende attuali che stiamo seguendo tutti con molta attenzione, soprattutto noi cittadini europei perché nel caso si verifichi il peggio, il teatro di scontro sarà proprio quello europeo, lo sguardo va orientato verso il fondo del Mar Baltico dove all’interno di gasdotti corre la causa scatenante di tutta  questa tensione.

E’ opportuno ricordare che l’Ucraina oltre ad avere tante Chiese ortodosse, condivide con la Russia sin dal 1984 un gasdotto lungo 4500 chilometri che trasporta il gas dal giacimento di gas naturale di Urengoj, all’Alta Siberia fino all’Ucraina e poi in Europa, dal quale passaggio l’Ucraina ne trae ingenti guadagni che con la costruzione dei gasdotti Nord Stream e Nord Stream 2 (ancora inattivo) posizionati nei fondali del Mar Baltico potrebbero venir meno.

Nord Stream è un gasdotto lungo oltre 1200 km che collega la Russia e la Germania e attraversa il  fondo del Mar Baltico, dove ogni anno viaggiano circa  55 miliardi di metri cubi di  gas, che partono da Vyborg in Russia e arrivano a Lubmin- Greifswald in Germania, la sorgente principale si trova nella penisola della Siberia Occidentale un giacimento di portata gigantesca.

Il gasdotto capolavoro ingegneristico, trasporta una quantità di gas naturale che riesce a soddisfare una buona parte della richiesta europea, una infrastruttura poi duplicata  con la costruzione da parte della Russia dal 2018 al 2021 del gasdotto gemello Nord Stream 2 che potrebbe raddoppiare la fornitura di gas all’ Europa ma oggi ancora non attivo per la mancata certificazione di avviamento da parte della Germania.

Il passaggio dei due gasdotti nel Mar Baltico non è casuale, in questo modo la Russia riesce ad aggirare molti Paesi dell’Europa dell’Est e arrivare direttamente in Europa attraverso la Germania che ne diverrebbe unica centrale di smistamento per tutti i paesi appartenenti all’Unione Europea.

In questo modo la Russia non avrebbe più bisogno del territorio Ucraino a cui potrebbe chiudere i rubinetti e utilizzare il gas come strumento di pressione per motivi politici, inoltre potrà allargarsi  verso l’Oriente e la Cina attraverso altri gasdotti,  paesi quest’ultimi che utilizzano ancora il carbone, materia che dovrà essere sostituita.

E’ evidente che l’interesse primario di Putin è quello di vendere il gas naturale all’Europa alla quale nel frattempo ha ridotto di molto le forniture, provocando la crescita dei prezzi del gas e del costo delle bollette, una strategia utilizzata da Putin per fare pressione sull’Unione Europea al fine di  sbloccare l’autorizzazione di Nord Stream 2, alla quale però la Germania, attraverso Scholz di tutto punto ha risposto in modo negativo.

E’  la prima mossa di Berlino dopo l’annuncio di Putin di riconoscere le repubbliche separatiste del Donbass, ed è la prima e forse la più incisiva delle sanzioni ipotizzate in caso di invasione russa dell’Ucraina, praticamente il Nord Stream 2 è divenuto oggetto di negoziato con la Russia.

A questo si aggiunge che se poi l’Ucraina dovesse entrare a far parte della Nato che negli ultimi tempi si è allargata e di molto verso i paesi dell’Est, sino quasi ad arrivare alle porte di Mosca, farebbe sentire Putin troppo minacciato e quale Capo di Stato potrebbe permettere una tale avanzata, da parte di una Nato divisa al suo interno su due fronti da una parte l’America con Biden che cerca di riottenere una supremazia persa e dall’altra i paesi europei che cercano di smorzare le tensioni.

Ma tornando a quelli che sono i confini della nostra piccola realtà italica rispetto a tutto questo gigantesco scacchiere mondiale, dove le regole le dettano i giganti della Terra, e dove non esiste un’Europa unita come unico Stato, se malauguratamente, auguriamoci proprio di no, dovesse scoppiare un conflitto e il territorio sarà purtroppo quello europeo, la domanda sorge spontanea:

“La nostra attuale classe politica sarà capace di far fronte ad una situazione di tale emergenza che andrà a gravare sulla nostra sicurezza? “.

Tutto questo fa proprio tornare in mente quel “Sogno Europeo“ di Jeremy Rifkin….rimasto solo un titolo di un bel libro.

Lorena Polidori, 22 febbraio 2022

Crisi ucraina: tutti in guerra per il gas

La Russia apre la partita di scacchi in Ucraina

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Un articolo mai fu più profetico. Scritto il 22/02/2022 (n.d.r.)

Putin riconosce le Repubbliche di Donetsk e Lugansk e invia le truppe. E ora?

Il proverbio russo “Русские долго запрягают, но быстро едут” si può tradurre “i russi sellano il cavallo lentamente però corrono veloci”.

Putin ha preparato con lentezza esasperante questa accellerazione degli ultimi due giorni. Il presidente russo ha attrezzato lo stato e l’economia russa per affrontare questa partita fin dal golpe subito a Maidan nel 2014, dove la parte della popolazione ucraina più sentitamente russofobica ha rovesciato un governo eletto con libere elezioni (con i voti della parte russofila del paese).

Il Presidente ha reso la nazione leader mondiale nella produzione di cereali, ha rinnovato le forze armate, ha rafforzato la posizione nel settore energetico, niente è stato lasciato al caso.

Ha provato l’apertura diplomatica con gli USA in maniera teatrale ricevendo in cambio malcelata noncuranza alle legittime richieste di sicurezza di Mosca che intravedeva le basi Nato in Ucraina a cinque minuti di volo di missile da Mosca.

Fu l’estremo tentativo di svegliare una Europa soggiogata da un sistema di potere economico-militare di stampo neoliberista che ha nel “deep state” americano il vero cartaio di una partita di poker che i russi non hanno mai accettato. La posta era il legame economico tra Germania e Russia: congelato quello, Putin ha aperto una partita a scacchi in Ucraina.

L’Europa era già persa e l’Ucraina sarà il premio di consolazione spettante alla Russia.

Mentre Biden aveva appena finito di perdere la voce nello scandire le date dell’invasione russa, questa riconosce le repubbliche popolari del Donbass il 21 di febbraio. Non è una data qualunque: sono passati esatti 8 anni da Maidan e dalla proibizione della lingua russa in Ucraina.

Mosca non poteva dimenticare questo affronto alla sua storia e all’interdipendenza tra est Ucraina, detta anche “Malorussia”, Piccola Russia o Nova Russia, e la madrepatria. Basterebbero gli attuali otto milioni di russofoni con passaporto ucraino e gli 800.000 ucraini che hanno il passaporto russo a dare una risposta a questo schiaffo subito.

Avevo previsto nella mia trasmissione del 17 febbraio questi avvenimenti.

Oggi 22 febbraio Putin in conferenza stampa ha elencato in maniera chiara le tre condizioni per ristabilire rapporti di buon vicinato con Kiev:

1) smilitarizzazione, che vuol dire uscita delle truppe occidentali dal paese e smantellamento dell’apparato militare nazionalista e neonazista (Pravj Sektor, Battaglione Azov e via dicendo);

2)nessuna adesione alla Nato e alla UE;

3)riconoscimento della Crimea e delle Repubbliche del Donbass.

Una richiesta di resa incondizionata che suona agli americani come un secondo sferzante tutti a casa stile Afghanistan.

Gli USA manterranno i loro schiavi europei – ma li avevano mai persi? – che continueranno ad inocularsi vaccini di produzione americana e a comprare da oltreoceano gas liquefatto al doppio del prezzo russo, ma pagheranno un prezzo strategico la perdita della presenza a Kiev.

La reazione ucraina comandata o no da Washinton sarà scomposta, sono già 5 giorni che bombardano incessantemente il fronte in Donbass. Niente di nuovo per gli ucraini che lo fanno da otto anni ma adesso, sia di fronte a loro che dietro di loro vi è il meglio dell’esercito russo, addestrato ed armato nei dettagli e soprattutto determinato. Il grido di battaglia sarà “ricordatevi di Odessa”, il pogrom dove il 2 maggio 2014 furono bruciati vivi o bastonati a morte cinquanta filorussi.

Tutto starà nelle mani di Biden: quanto più in fretta si vorrà arroccare nella sua posizione di dominio di noi europei, meno umiliazioni subirà Kiev e lui stesso… Il cavallo russo si sella lento ma dopo corre veloce.

https://proitalia.org/articoli/la-russia-apre-la-partita-di-scacchi-in-ucraina

“Cari russi, è questione di vita o di morte”: ecco il discorso di guerra di Putin

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L’annuncio delle operazioni militari in Ucraina. La condanna della Nato: “Moderna forma di assolutismo”

Pubblichiamo la traduzione del video messaggio notturno che ha dato il via alle operazioni russe in Ucraina. Putin si rivolge sia ai cittadini russi che a quelli ucraini. Il video e il testo del discorso sono stati pubblicati sul sito del Cremlino.

di Vladimir Putin

Cari cittadini russi! Cari amici!

Oggi, ritengo ancora una volta necessario tornare sui tragici eventi accaduti nel Donbass e sulle questioni chiave per garantire la sicurezza della stessa Russia.

Vorrei iniziare con quanto ho detto nel mio discorso del 21 febbraio di quest’anno. Stiamo parlando di ciò che ci provoca particolare preoccupazione e ansia, di quelle minacce fondamentali che anno dopo anno, passo dopo passo, vengono create in modo rude e senza tante cerimonie da politici irresponsabili in Occidente nei confronti del nostro Paese. Intendo l’espansione del blocco NATO ad est, avvicinando le sue infrastrutture militari ai confini russi.

È noto che per 30 anni abbiamo cercato con insistenza e pazienza di raggiungere un accordo con i principali paesi della NATO sui principi di una sicurezza uguale e indivisibile in Europa. In risposta alle nostre proposte, ci siamo trovati costantemente di fronte a cinici inganni e menzogne, ora tentativi di pressioni e ricatti, mentre l’Alleanza del Nord Atlantico, nel frattempo, nonostante tutte le nostre proteste e preoccupazioni, è in costante espansione. La macchina militare si muove e, ripeto, si avvicina ai nostri confini.

Perché sta succedendo tutto questo? Da dove viene questo modo sfacciato di parlare dalla posizione della propria esclusività, infallibilità e permissività? Da dove viene l’atteggiamento sprezzante e sprezzante nei confronti dei nostri interessi e delle nostre esigenze assolutamente legittime?

La risposta è chiara, tutto è chiaro ed ovvio. L’Unione Sovietica alla fine degli anni ’80 del secolo scorso si è indebolita e poi è completamente crollata. L’intero corso degli eventi che hanno avuto luogo allora è una buona lezione anche per noi oggi: ha mostrato in modo convincente che la paralisi del potere e della volontà è il primo passo verso il completo degrado e l’oblio. Non appena abbiamo perso la fiducia in noi stessi per qualche tempo, e basta, l’equilibrio di potere nel mondo si è rivelato disturbato.

Ciò ha portato al fatto che i precedenti trattati e accordi non sono più in vigore. La persuasione e le richieste non aiutano. Tutto ciò che non si addice all’egemone, al potere, viene dichiarato arcaico, obsoleto, non necessario. E viceversa: tutto ciò che sembra loro vantaggioso è presentato come la verità ultima, spinta a tutti i costi, rozzamente, con tutti i mezzi. I dissidenti sono sfondati al ginocchio.

Ciò di cui parlo ora non riguarda solo la Russia e non solo noi. Questo vale per l’intero sistema delle relazioni internazionali, e talvolta anche per gli stessi alleati degli Stati Uniti. Dopo il crollo dell’URSS, iniziò effettivamente la spartizione del mondo e le norme di diritto internazionale che si erano sviluppate a quel tempo – e quelle chiave, di base, furono adottate alla fine della seconda guerra mondiale e ne consolidarono ampiamente i risultati – cominciò a interferire con coloro che si dichiararono vincitori della Guerra Fredda.

Certo, nella vita pratica, nelle relazioni internazionali, nelle regole per la loro regolamentazione, bisognava tener conto dei mutamenti della situazione mondiale e degli stessi equilibri di potere. Tuttavia, ciò avrebbe dovuto essere fatto in modo professionale, fluido, paziente, tenendo conto e rispettando gli interessi di tutti i paesi e comprendendo la nostra responsabilità. Ma no – uno stato di euforia da assoluta superiorità, una sorta di moderna forma di assolutismo, e anche sullo sfondo di un basso livello di cultura generale e arroganza di coloro che hanno preparato, adottato e spinto attraverso decisioni vantaggiose solo per se stessi. La situazione iniziò a svilupparsi secondo uno scenario diverso.

Non devi cercare lontano per gli esempi. In primo luogo, senza alcuna sanzione da parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU, hanno condotto una sanguinosa operazione militare contro Belgrado, utilizzando aerei e missili proprio nel centro dell’Europa. Diverse settimane di continui bombardamenti di città civili, su infrastrutture di supporto vitale. Dobbiamo ricordare questi fatti, altrimenti ad alcuni colleghi occidentali non piace ricordare quegli eventi, e quando ne parliamo preferiscono indicare non le norme del diritto internazionale, ma le circostanze che interpretano come meglio credono.

Poi è stata la volta dell’Iraq, della Libia, della Siria. L’uso illegittimo della forza militare contro la Libia, la perversione di tutte le decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla questione libica hanno portato alla completa distruzione dello Stato, all’emergere di un enorme focolaio di terrorismo internazionale, al fatto che il Paese è precipitato in una catastrofe umanitaria che non si ferma da molti anni la guerra civile. La tragedia, che ha condannato centinaia di migliaia, milioni di persone non solo in Libia, ma in tutta questa regione, ha dato luogo a un massiccio esodo migratorio dal Nord Africa e dal Medio Oriente verso l’Europa.

Un destino simile era stato preparato per la Siria. I combattimenti della coalizione occidentale sul territorio di questo Paese senza il consenso del governo siriano e la sanzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu non sono altro che aggressione, intervento.

Tuttavia, un posto speciale in questa serie è occupato, ovviamente, dall’invasione dell’Iraq, anche senza alcun fondamento giuridico. Come pretesto, hanno scelto informazioni affidabili presumibilmente disponibili per gli Stati Uniti sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. A riprova di ciò, pubblicamente, davanti al mondo intero, il Segretario di Stato americano stava agitando una specie di provetta con polvere bianca, assicurando a tutti che questa è l’arma chimica sviluppata in Iraq. E poi si è scoperto che tutto questo era una bufala, un bluff: non ci sono armi chimiche in Iraq. Incredibile, sorprendente, ma il fatto resta. C’erano bugie al più alto livello statale e dall’alto podio delle Nazioni Unite. E di conseguenza: enormi perdite, distruzione, un’incredibile ondata di terrorismo.

In generale si ha l’impressione che praticamente ovunque, in molte regioni del mondo, dove l’Occidente viene a stabilire il proprio ordine, il risultato siano ferite sanguinanti e non rimarginate, ulcere del terrorismo internazionale e dell’estremismo. Tutto ciò che ho detto è il più eclatante, ma non l’unico esempio di disprezzo del diritto internazionale.

In questa serie, e promette al nostro paese di non espandere la NATO di un pollice a est. Ripeto: mi hanno ingannato, ma in termini popolari l’hanno semplicemente buttato via. Sì, si sente spesso dire che la politica è un affare sporco. Forse, ma non nella stessa misura, non nella stessa misura. Dopotutto, tale comportamento imbroglione contraddice non solo i principi delle relazioni internazionali, ma soprattutto le norme morali e morali generalmente riconosciute. Dov’è la giustizia e la verità qui? Solo un mucchio di bugie e ipocrisie.

A proposito, politici, scienziati politici e giornalisti americani stessi scrivono e parlano del fatto che negli ultimi anni negli Stati Uniti si è creato un vero e proprio “impero delle bugie”. È difficile non essere d’accordo, è vero. Ma non essere modesto: gli Stati Uniti sono ancora un grande Paese, una potenza che fa sistema. Tutti i suoi satelliti non solo danno rassegnato e doveroso assenso, cantano insieme a lei per qualsiasi motivo, ma copiano anche il suo comportamento, accettano con entusiasmo le regole che propone. Pertanto, a ragione, possiamo affermare con sicurezza che l’intero cosiddetto blocco occidentale, formato dagli Stati Uniti a propria immagine e somiglianza, è tutto il vero “impero della menzogna”.

Quanto al nostro Paese, dopo il crollo dell’URSS, con tutta l’apertura senza precedenti della nuova Russia moderna, la disponibilità a lavorare onestamente con gli Stati Uniti e gli altri partner occidentali, e nelle condizioni di un disarmo praticamente unilaterale, hanno subito cercato di metti la stretta, finisci e distruggici completamente. Questo è esattamente ciò che è successo negli anni ’90, all’inizio degli anni 2000, quando il cosiddetto Occidente collettivo ha sostenuto più attivamente il separatismo e le bande mercenarie nella Russia meridionale. Quali sacrifici, quali perdite ci costò tutto questo allora, quali prove abbiamo dovuto affrontare prima di spezzare finalmente la schiena al terrorismo internazionale nel Caucaso. Lo ricordiamo e non lo dimenticheremo mai.

Sì, infatti, fino a poco tempo fa, i tentativi non hanno smesso di usarci nel proprio interesse, di distruggere i nostri valori tradizionali e di imporci i loro pseudo-valori che corroderebbero noi, la nostra gente dall’interno, quegli atteggiamenti che stanno già piantando in modo aggressivo nei loro paesi e che portano direttamente al degrado e alla degenerazione, perché contraddicono la natura stessa dell’uomo. Non succederà, nessuno l’ha mai fatto. Non funzionerà neanche adesso.

Nonostante tutto, nel dicembre 2021, abbiamo comunque tentato ancora una volta di concordare con gli Stati Uniti e i suoi alleati sui principi di garantire la sicurezza in Europa e sulla non espansione della NATO. Tutto è vano. La posizione degli Stati Uniti non cambia. Non ritengono necessario negoziare con la Russia su questa questione fondamentale per noi, perseguendo i propri obiettivi, trascurano i nostri interessi.

E ovviamente, in questa situazione, abbiamo una domanda: cosa fare dopo, cosa aspettarsi? Sappiamo bene dalla storia come negli anni Quaranta e all’inizio degli anni Quaranta l’Unione Sovietica abbia cercato in tutti i modi di prevenire o almeno ritardare lo scoppio della guerra. A tal fine, tra l’altro, ha cercato letteralmente fino all’ultimo di non provocare un potenziale aggressore, non ha compiuto o rimandato le azioni più necessarie e ovvie per prepararsi a respingere un inevitabile attacco. E quei passi che furono fatti alla fine furono catastroficamente tardi.

Di conseguenza, il paese non era pronto ad affrontare pienamente l’invasione della Germania nazista, che attaccò la nostra Patria il 22 giugno 1941 senza dichiarare guerra. Il nemico fu fermato e poi schiacciato, ma a un costo colossale. Un tentativo di placare l’aggressore alla vigilia della Grande Guerra Patriottica si è rivelato un errore che è costato caro al nostro popolo. Nei primissimi mesi di ostilità abbiamo perso territori enormi e strategicamente importanti e milioni di persone. La seconda volta che non permetteremo un errore del genere, non abbiamo alcun diritto.

Coloro che rivendicano il dominio del mondo, pubblicamente, impunemente e, sottolineo, senza alcun motivo, dichiarano noi, la Russia, il loro nemico. Infatti, oggi hanno grandi capacità finanziarie, scientifiche, tecnologiche e militari. Ne siamo consapevoli e valutiamo oggettivamente le minacce che ci vengono costantemente rivolte in ambito economico, nonché la nostra capacità di resistere a questo ricatto sfacciato e permanente. Ripeto, li valutiamo senza illusioni, in modo estremamente realistico.

Per quanto riguarda la sfera militare, la Russia moderna, anche dopo il crollo dell’URSS e la perdita di una parte significativa del suo potenziale, è oggi una delle più potenti potenze nucleari del mondo e, inoltre, presenta alcuni vantaggi in una serie di gli ultimi tipi di armi. A questo proposito, nessuno dovrebbe avere dubbi sul fatto che un attacco diretto al nostro Paese porterà alla sconfitta e alle terribili conseguenze per qualsiasi potenziale aggressore.

Allo stesso tempo, le tecnologie, comprese le tecnologie di difesa, stanno cambiando rapidamente. La leadership in quest’area sta passando e continuerà a passare di mano, ma lo sviluppo militare dei territori adiacenti ai nostri confini, se lo consentiamo, durerà per decenni a venire, e forse per sempre, e creerà un quadro sempre crescente, assolutamente minaccia inaccettabile per la Russia.

Anche ora, mentre la NATO si espande ad est, la situazione per il nostro Paese sta peggiorando e diventando ogni anno più pericolosa. Inoltre, in questi giorni, la leadership della NATO ha parlato apertamente della necessità di accelerare, accelerare l’avanzamento delle infrastrutture dell’Alleanza fino ai confini della Russia. In altre parole, stanno rafforzando la loro posizione. Non possiamo più semplicemente continuare a osservare ciò che sta accadendo. Sarebbe assolutamente irresponsabile da parte nostra.

L’ulteriore espansione delle infrastrutture dell’Alleanza del Nord Atlantico, lo sviluppo militare dei territori dell’Ucraina che è iniziato è per noi inaccettabile. Il punto, ovviamente, non è l’organizzazione NATO in sé, è solo uno strumento della politica estera statunitense. Il problema è che nei territori a noi adiacenti, noterò, nei nostri stessi territori storici, si sta creando un sistema “anti-Russia” a noi ostile, che è stato posto sotto il completo controllo esterno, è intensamente colonizzato dalle forze armate dei paesi della NATO ed è dotato delle armi più moderne.

Per gli Stati Uniti e i suoi alleati, questa è la cosiddetta politica di contenimento della Russia, evidenti dividendi geopolitici. E per il nostro paese, questa è in definitiva una questione di vita o di morte, una questione del nostro futuro storico come popolo. E questa non è un’esagerazione, è vero. Questa è una vera minaccia non solo per i nostri interessi, ma anche per l’esistenza stessa del nostro Stato, la sua sovranità. Questa è la linea molto rossa di cui si è parlato molte volte. L’hanno superata.

A questo proposito, e sulla situazione nel Donbass. Vediamo che le forze che hanno compiuto un colpo di stato in Ucraina nel 2014, hanno preso il potere e lo stanno detenendo con l’aiuto, di fatto, di procedure elettorali decorative, hanno finalmente abbandonato la soluzione pacifica del conflitto. Per otto anni, otto anni infiniti, abbiamo fatto tutto il possibile per risolvere la situazione con mezzi pacifici e politici. Tutto invano.

Come ho detto nel mio discorso precedente, non si può guardare ciò che sta accadendo lì senza compassione. Era semplicemente impossibile sopportare tutto questo. Era necessario fermare immediatamente questo incubo: il genocidio contro i milioni di persone che vivono lì, che fanno affidamento solo sulla Russia, sperano solo in noi. Sono state queste aspirazioni, sentimenti, dolore delle persone che sono state per noi il motivo principale per prendere la decisione di riconoscere le repubbliche popolari del Donbass.

Quello che penso sia importante sottolineare ulteriormente. I principali paesi della NATO, al fine di raggiungere i propri obiettivi, sostengono in tutto i nazionalisti estremisti e neonazisti in Ucraina, che, a loro volta, non perdoneranno mai i residenti di Crimea e Sebastopoli per la loro libera scelta: la riunificazione con la Russia.

Ovviamente saliranno in Crimea, e proprio come nel Donbass, con una guerra, per uccidere, come punitori delle bande dei nazionalisti ucraini, i complici di Hitler, uccisero persone indifese durante la Grande Guerra Patriottica. Dichiarano apertamente di rivendicare un certo numero di altri territori russi.

L’intero corso degli eventi e l’analisi delle informazioni in arrivo mostra che lo scontro della Russia con queste forze è inevitabile. È solo questione di tempo: si stanno preparando, aspettano il momento giusto. Ora affermano anche di possedere armi nucleari. Non permetteremo che ciò avvenga.

Come ho detto prima, dopo il crollo dell’URSS, la Russia ha accettato nuove realtà geopolitiche. Rispettiamo e continueremo a trattare con rispetto tutti i paesi di nuova formazione nello spazio post-sovietico. Rispettiamo e continueremo a rispettare la loro sovranità, e un esempio di ciò è l’assistenza che abbiamo fornito al Kazakistan, che ha dovuto affrontare eventi tragici, con una sfida alla sua statualità e integrità. Ma la Russia non può sentirsi al sicuro, svilupparsi, esistere con una minaccia costante proveniente dal territorio dell’Ucraina moderna.

Permettetemi di ricordarvi che nel 2000-2005 abbiamo respinto i terroristi nel Caucaso, abbiamo difeso l’integrità del nostro Stato, salvato la Russia. Nel 2014 abbiamo sostenuto i residenti della Crimea e di Sebastopoli. Nel 2015, le forze armate erano solite porre una barriera affidabile alla penetrazione dei terroristi dalla Siria in Russia. Non avevamo altro modo per proteggerci.

La stessa cosa sta accadendo ora. Semplicemente a te e a me non è stata lasciata alcuna altra opportunità per proteggere la Russia, il nostro popolo, ad eccezione di quella che saremo costretti a sfruttare oggi. Le circostanze richiedono un’azione decisa e immediata. Le repubbliche popolari del Donbass si sono rivolte alla Russia con una richiesta di aiuto.

A questo proposito, ai sensi dell’articolo 51 della parte 7 della Carta delle Nazioni Unite, con l’approvazione del Consiglio della Federazione russa e in applicazione dei trattati di amicizia e assistenza reciproca ratificati dall’Assemblea federale il 22 febbraio di quest’anno con il Donetsk Repubblica popolare e Repubblica popolare di Luhansk, ho deciso di condurre un’operazione militare speciale.

Il suo obiettivo è proteggere le persone che sono state oggetto di bullismo e genocidio da parte del regime di Kiev per otto anni. E per questo ci adopereremo per la smilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina, nonché per assicurare alla giustizia coloro che hanno commesso numerosi crimini sanguinosi contro i civili, compresi i cittadini della Federazione Russa.

Allo stesso tempo, i nostri piani non includono l’occupazione dei territori ucraini. Non imporremo nulla a nessuno con la forza. Allo stesso tempo, sentiamo che negli ultimi tempi in Occidente ci sono sempre più parole che i documenti firmati dal regime totalitario sovietico, che consolidano i risultati della seconda guerra mondiale, non dovrebbero più essere eseguiti. Ebbene, qual è la risposta a questo?

I risultati della seconda guerra mondiale, così come i sacrifici fatti dal nostro popolo sull’altare della vittoria sul nazismo, sono sacri. Ma questo non contraddice gli alti valori dei diritti umani e delle libertà, basati sulle realtà che si sono sviluppate oggi in tutti i decenni del dopoguerra. Inoltre, non annulla il diritto delle nazioni all’autodeterminazione, sancito dall’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite.

Lascia che ti ricordi che né durante la creazione dell’URSS, né dopo la seconda guerra mondiale, le persone che vivono in determinati territori che fanno parte dell’Ucraina moderna, nessuno si è mai chiesto come vogliono organizzare la propria vita. La nostra politica si basa sulla libertà, la libertà di scelta per ciascuno di determinare autonomamente il proprio futuro e il futuro dei propri figli. E riteniamo importante che questo diritto – il diritto di scelta – possa essere utilizzato da tutti i popoli che vivono sul territorio dell’odierna Ucraina, da chiunque lo desideri.

A questo proposito, mi rivolgo ai cittadini ucraini. Nel 2014, la Russia è stata obbligata a proteggere gli abitanti della Crimea e di Sebastopoli da coloro che tu stesso chiami “nazisti”. I residenti della Crimea e di Sebastopoli hanno scelto di stare con la loro patria storica, con la Russia, e noi lo abbiamo sostenuto. Ripeto, semplicemente non potremmo fare altrimenti.

Gli eventi di oggi non sono collegati al desiderio di violare gli interessi dell’Ucraina e del popolo ucraino. Sono legati alla protezione della stessa Russia da coloro che hanno preso in ostaggio l’Ucraina e stanno cercando di usarla contro il nostro paese e il suo popolo.

Ripeto, le nostre azioni sono autodifesa contro le minacce che si stanno creando per noi e da un disastro ancora più grande di quello che sta accadendo oggi. Per quanto difficile possa essere, vi chiedo di capirlo e di chiedere collaborazione per voltare al più presto questa tragica pagina e andare avanti insieme, per non permettere a nessuno di interferire nei nostri affari, nelle nostre relazioni, ma per costruirli da soli, in modo che crei le condizioni necessarie per superare tutti i problemi e, nonostante la presenza di confini statali, ci rafforzi dall’interno nel suo insieme. Io credo in questo – in questo è il nostro futuro.

Vorrei anche rivolgermi al personale militare delle forze armate ucraine.

Cari compagni! I vostri padri, nonni, bisnonni non hanno combattuto i nazisti, difendendo la nostra Patria comune, così che i neonazisti di oggi hanno preso il potere in Ucraina. Hai giurato fedeltà al popolo ucraino e non alla giunta antipopolare che saccheggia l’Ucraina e deride queste stesse persone.

Non seguire i suoi ordini criminali. Vi esorto a deporre immediatamente le armi e ad andare a casa. Mi spiego meglio: tutti i militari dell’esercito ucraino che soddisfano questo requisito potranno lasciare liberamente la zona di combattimento e tornare dalle loro famiglie.

Ancora una volta, sottolineo con forza: ogni responsabilità per un possibile spargimento di sangue sarà interamente sulla coscienza del regime che regna sul territorio dell’Ucraina.

Ora alcune parole importanti, molto importanti per coloro che potrebbero essere tentati di intervenire negli eventi in corso. Chiunque tenti di ostacolarci, e ancor di più di creare minacce per il nostro Paese, per il nostro popolo, dovrebbe sapere che la risposta della Russia sarà immediata e ti porterà a conseguenze che non hai mai sperimentato nella tua storia. Siamo pronti per qualsiasi sviluppo di eventi. Tutte le decisioni necessarie al riguardo sono state prese. Spero di essere ascoltato.

Cari cittadini russi!

Il benessere, l’esistenza stessa di interi stati e popoli, il loro successo e la loro vitalità hanno sempre origine nel potente apparato radicale della loro cultura e valori, esperienze e tradizioni dei loro antenati e, ovviamente, dipendono direttamente dalla capacità di adattarsi rapidamente a una vita in continuo cambiamento, sulla coesione della società, sulla sua disponibilità a consolidarsi, a raccogliere tutte le forze per andare avanti.

Le forze sono necessarie sempre – sempre, ma la forza può essere di qualità diversa. Al centro della politica dell ‘”impero della menzogna“, di cui ha parlato all’inizio del suo discorso, c’è principalmente la forza bruta e schietta. In questi casi, diciamo: “C’è potere, la mente non è necessaria”.

E tu ed io sappiamo che la vera forza è nella giustizia e nella verità, che è dalla nostra parte. E se è così, allora è difficile non essere d’accordo con il fatto che sono la forza e la prontezza a combattere che stanno alla base dell’indipendenza e della sovranità, sono le basi necessarie su cui puoi solo costruire in modo affidabile il tuo futuro, costruire la tua casa, la tua famiglia , la tua patria. .

Cari connazionali!

Sono fiducioso che i soldati e gli ufficiali delle forze armate russe devoti al loro paese adempiranno al loro dovere con professionalità e coraggio. Non ho dubbi che tutti i livelli di governo, gli specialisti responsabili della stabilità della nostra economia, del sistema finanziario, della sfera sociale, i capi delle nostre aziende e tutte le imprese russe agiranno in modo coordinato ed efficiente. Conto su una posizione consolidata e patriottica di tutti i partiti parlamentari e delle forze pubbliche.

In definitiva, come è sempre stato nella storia, il destino della Russia è nelle mani affidabili del nostro popolo multinazionale. E questo significa che le decisioni prese saranno attuate, gli obiettivi fissati saranno raggiunti, la sicurezza della nostra Patria sarà garantita in modo affidabile.

Credo nel vostro sostegno, in quella forza invincibile che ci dà il nostro amore per la Patria.

Vladimir Putin, 24 febbraio 2022

“Cari russi, è questione di vita o di morte”: ecco il discorso di guerra di Putin

Castagna a Telenuovo: “Il lupo è gli USA, ma l’Orso se lo mangia”…

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di Redazione

VIDEO puntata de “Rosso&Nero” su Telenuovo, oggi alle 12.40 con il nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna, l’On. Sergio Berlato, eurodeputato di Fratelli d’Italia e Franco Corti, Segretario del Partito Democratico di Padova: https://fb.watch/bnhWMSMujz/

Castagna: “Non devo fare professioni di fede atlantiste, soprattutto se gli aggressori sono gli imperialisti USA attraverso la NATO, che è un’istituzione obsoleta da sciogliere perché rappresenta solo gli interessi americani in Europa, che ne diviene lo scendiletto. La Russia di Putin vede violata la sua sovranità e fa bene a difendersi. Le sanzioni? Sarebbero l’ulteriore dimostrazione di una UE che fa come Tafazzi, ma sbattendo la bottiglia sui cosiddetti dei cittadini, che pagherebbero molto salato il conto in bolletta e nei consumi. La diplomazia e la politica hanno già fallito in favore dell’alta finanza e del primato dell’economia. Ora se Biden e Ue continuano a mostrare i muscoli sarà sempre peggio. E la Cina? Non dimentichiamoci che parallelamente si sta muovendo verso Taiwan”…

 

 

Ucraina: radici e conseguenze della crisi

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del Prof. Roberto De Mattei

Lo “show” mediatico tra Biden e Putin sfocerà in una guerra reale tra Russia e Ucraina, destinata a coinvolgere anche l’Europa? Tutto è possibile, nell’era dell’imprevedibile. In questo caso non si tratterebbe di una guerra civile interna all’Ucraina, ma di un conflitto internazionale che vedrebbe di fronte la Russia e l’Occidente. Però i due contendenti non hanno nessun interesse a uno scontro militare di questo tipo, a meno che nel clima di esasperazione di toni artificialmente creato, un evento inatteso non modifichi le strategie in campo.

Il nome Ucraina (Ukraïna) è etimologicamente legato al termine slavo «kraj» (limite, bordo), che indica una «terra di confine». L’Ucraina è infatti, una vasta pianura dagli incerti confini, densamente popolata, ricca di risorse agricole e minerarie. Le origini storiche di questa terra sono antiche: fu chiamata Scizia dai greci e Sarmatia dai romani. Dal medioevo fino alla caduta dell’Impero austro-ungarico fu conosciuta in Occidente come Rutenia, mentre in Russia, era chiamata “Piccola Russia”, per affermare la sua appartenenza all’Impero degli Zar.

L’Ucraina è infatti la culla della Russia, la cui nascita risale alla conversione al Cristianesimo del principe Vladimir I (980-105), detto il Santo. Il Regno di Kiev da lui fondato fu il più antico Stato slavo cristiano, che si estese dal Baltico al Mar Nero, fino ai Carpazi, costituendo una delle Confederazioni più importanti dell’Europa medioevale. Però nel 1240 questo vasto regno fu quasi completamente distrutto dai mongoli, la cui dominazione si protrasse per oltre 250 anni.

Il regno di Kiev, pur aderendo allo scisma di Oriente (1054), aveva fatto parte della Cristianità occidentale. Lo Stato moscovita che si affermò nel XVI secolo, dopo la liberazione dai mongoli, sviluppò l’eredità di Bisanzio in senso antieuropeo. Sebbene con Pietro il Grande la Russia fosse entrata a far parte del sistema degli Stati europei, l’impero zarista fu sempre percepito come una minaccia dagli altri Stati del vecchio continente per la sua connotazione asiatica e il suo carattere autocratico.

Nel corso dei secoli l’Ucraina fu più volte smembrata e sottoposta, di volta in volta, ai Granduchi lituani e ai re di Polonia, all’Impero russo e a quello austriaco, ma rimase culturalmente legata all’Occidente e i suoi abitanti rifiutarono sempre i termini di ‘piccola Russia’ o ‘nuova Russia’ (‘Novorossija’), usati dagli Zar e oggi riproposti da Putin.

Dopo il crollo dell’Impero zarista durante la Prima guerra mondiale, gli Imperi centrali, con il Trattato di Brest-Litovsk del 3 marzo 1918, imposero ai bolscevichi il riconoscimento dell’Ucraina indipendente. L’Armata rossa, nel suo intento di esportare la Rivoluzione in Occidente, attaccò la Polonia, ma nell’agosto del 1920 fu sconfitta sulla Vistola dal generale Józef Piłsudski (1867-1935), che passò al contrattacco, tentando di riconquistare i territori dell’antica Confederazione polacco-lituana. Il Trattato di Riga, firmato il 18 marzo 1921 dalla Polonia da un lato e dalla Russia e dall’Ucraina dall’altro, segnò il fallimento del progetto di Piłsudski e, come scrive il conte Emmanuel Malinsky (1875-1938), può essere considerato il vero giorno di nascita dello Stato bolscevico (Les Problèmes de l’Est et la Petite-Entente, Librairie Cervantes, Paris 1931, p. 300).  Nel 1922 l’Ucraina entrò ufficialmente a far parte dell’URSS, con l’eccezione della Galizia e della Volinia, assegnate alla Polonia. Da allora, se si eccettua l’occupazione nazionalsocialista del 1941-1943, restò sovietica fino alla proclamazione della sua indipendenza, l’8 dicembre 1991.

L’Ucraina post-sovietica sta cercando di entrare nella Nato e nell’Unione Europea, per difendersi dall’egemonia Russa, mentre Mosca vuole preservare la propria influenza su una nazione con cui condivide oltre 1500 chilometri di confine. Il conflitto in corso è anche una “guerra del gas” in cui è in gioco il futuro energetico dell’Europa. Da una parte c’è la Russia, che è il principale fornitore del nostro continente; dall’altra gli Stati Uniti, che vogliono entrare nel mercato europeo con il loro Gnl (Gas naturale liquido) che viene trasportato sulle navi e costa più di quello della Russia che arriva con le pipeline.

Il problema però non è solo economico. Putin, si propone di restituire alla Russia una nuova coscienza imperiale ed è deciso a non tollerare ulteriori espansioni a Est della Nato dopo l’adesione delle Repubbliche baltiche e dei Paesi dell’ex-Patto di Varsavia. Come osserva il politologo Alexandre Del Valle, «tutta la politica estera di Vladimir Putin si inserisce in questa forte tendenza della geopolitica russa tradizionalmente orientata alla conquista territoriale delle aree che circondano il suo nucleo storico centroeuropeo. In questo sistema, l’Ucraina rappresenta ovviamente il fulcro che permette alla Russia di tornare ad essere una potenza eurasiatica perché, da questo Paese, la Russia può proiettarsi sia sul Mar Nero e sul Mediterraneo orientale che sull’Europa centrale e balcanica. Da qui la strategia americana volta a sostenere in Ucraina, come in Georgia e altrove, le forze politiche ostili a Mosca» (La mondialisation dangereuse, L’Artilleur, Paris 2021, p. 99).

Il prof. Massimo de Leonardis ricorda le parole di Zbigniew Brzesinski (1928-2017) che riassumono la sostanza del problema. «Senza l’Ucraina la Russia cessa di essere un Impero, ma se sottomette l’Ucraina diventa automaticamente un Impero» (Prefazione a Giorgio Cella, Storia e geopolitica della crisi ucraina, Carocci, Roma 2021, p. 12). In questa prospettiva, la Russia, sposta le sue truppe ai confini con l’Ucraina, per non essere accerchiata dalla Nato, ma la Nato mette in allerta i suoi soldati per difendere l’Ucraina dall’accerchiamento della Russia.

Per chi vede le cose con gli occhi della fede, al di là degli interessi geopolitici contrapposti, di Biden e di Putin, la prima domanda da porsi riguarda il bene delle anime. Sotto quest’aspetto, che per noi è il più importante, non possiamo dimenticare che l’Ucraina è il centro della Chiesa greco-cattolica ucraina, di rito bizantino, con sede in Kiev, dove l’arcivescovo Svjatoslav Ševčuk, occupa oggi la cattedra arcivescovile che fu dell’intrepido cardinale Josyp Slipyj (1892-1984), deportato per 18 anni nei lager comunisti. Inoltre nella regione ucraina della Transcarpazia esiste anche la Chiesa greco cattolica rutena di rito bizantino, che conta tra i suoi martiri l’eparca Teodoro Romža, assassinato su ordine di Nikita Chruščëv, il 1º novembre 1947 e beatificato da papa Giovanni Paolo II, il 27 giugno 2001. Oggi costituisce l’eparchia di Mukačevo, immediatamente dipendente dalla Santa Sede.

L’espansionismo della Russia non corrisponde solo alle ambizioni geopolitiche di Putin, ma anche alla richiesta del Patriarcato di Mosca di esercitare la propria autorità religiosa in tutto lo spazio ex-sovietico, contro quelle che esso definisce le indebite ingerenze del Patriarcato di Costantinopoli e soprattutto del Vaticano. Putin, da parte sua, è consapevole del fatto che la Russia non può fare a meno dei suoi legami con la chiesa ortodossa, che conferisce al regime legittimità morale e supporto in termini di consenso.   L’annessione da parte di Putin dell’Ucraina, o di una parte di essa, rappresenterebbe una russificazione del paese che rafforzerebbe il ruolo della chiesa ortodossa russa a scapito di quella cattolica di rito bizantino. Gli interessi politici dei cattolici non coincidono né con quelli di Putin né con quelli di Biden, ma sul piano religioso, che è il più elevato, bisogna respingere ogni forma di espansione del Patriarcato di Mosca nelle terre slave e forse domani in Occidente. La Chiesa cattolica attraversa oggi una grave crisi interna, ma la soluzione a questa crisi può venire solo dalla parola di Verità della Chiesa di Roma, non certo dal «Drang nach Westen», la spinta verso Occidente dall’autocefalia ortodossa.

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di Ferdinando Bergamaschi

Gheddafi: esattamente dieci anni fa il raìs libico veniva catturato e ucciso dai ribelli del Consiglio nazionale di transizione. In un canale di scolo presso Sirte si chiudeva così la prima fase di un attacco da parte della Nato, della Gran Bretagna e soprattutto della Francia, che è difficile non definire subdolo e ipocrita. Beninteso, il Colonnello fa parte di quella schiera di dittatori che non vanno presi troppo sul serio. Sbruffone, despota, ridicolo nello sfoggiare ovunque la sua divisa ridondante, cultore di un maschilismo che sarebbe stato fuori tempo anche 100 anni fa.

Detto questo, l’impresa che i vertici occidentali sono riusciti a confezionare in Libia, rovesciando il regime del Colonnello se non fa rimpiangere Gheddafi, come minimo ci fa pensare che qualcosa di brutto è stato sostituito con qualcosa di peggio. E che in questi anni tutti noi abbiamo imparato a conoscere: la destabilizzazione totale di uno Stato sovrano in pieno Mediterraneo.

Un po’ di storia 

Con il colpo di Stato militare del settembre 1969, Gheddafi rovescia la monarchia di re Idris I e instaura una dittatura militare con forti tratti populistici. Egli sostanzialmente aderisce al baathismo, la corrente politica del socialismo nazionale arabo. Questo movimento è al contempo nazionalista e panarabo. È un movimento di sinistra, ma anti-marxista in quanto anti-materialista. È stato il leader egiziano Nasser il principale esponente nel mondo arabo di questa corrente, che lui stesso teorizzerà e che prenderà anche il nome di Terza Via Universale (nel novero dei suoi principali fautori vi sono, oltre a Nasser, Saddam in Iraq, Ben Bella in Algeria, Assad in Siria). 

Gheddafi, Reagan e Mandela

Negli anni ’80 si intensificano da parte del regime di Gheddafi le scelte anti americane e anti israeliane in politica estera. Il Colonnello non solo sostiene e finanzia l’Olp di Arafat ma anche l’Ira irlandese. Il suo Governo diventa il nemico numero uno degli Stati Uniti d’America e della Nato, tanto che nell’aprile 1986 il presidente statunitense Reagan decide di bombardare il suo bunker, dal quale comunque Gheddafi esce illeso. Ma tra tanti nemici in occidente il Colonnello può contare su un’amicizia di grande prestigio, quella di Nelson Mandela che sempre gli sarà grato per gli aiuti che gli aveva fornito all’Anc e ai movimenti per la lotta all’apartheid. 

Venendo a tempi più recenti, Gheddafi, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, assume una posizione fermamente nemica del fondamentalismo islamico (ciò d’altra parte è coerente con la dottrina baath, sostanzialmente moderata in campo religioso), mostrando anche aperture verso Washington. Tanto che George W. Bush toglie la Libia dalla lista degli stati canaglia. Più tardi, il Colonnello elogerà Obama, considerando un grande evento storico il fatto che egli fosse diventato presidente degli Stati Uniti, un Paese nel quale fino a pochi decenni prima neri e bianchi non potevano neppure prendere un caffè insieme.

Il trattato di Bengasi

Non si può non ricordare infine il capitolo delle relazioni bilaterali. Nel 2008 l’allora premier Berlusconi decide saggiamente – sulla linea filoaraba e mediterranea che era stata di AndreottiFanfaniMoro e Craxi –  di stipulare degli accordi commerciali e politici con la Libia del Colonnello. Così verrà firmato tra Italia e Libia il Trattato di Bengasi. Questi accordi erano particolarmente vantaggiosi sia in materia di immigrazione, sia, soprattutto, per quel che riguardava la questione energetica, seguendo la via ancora attuale degli accordi bilaterali che aveva indicato più di sessant’anni fa in questo campo Enrico Mattei.

Il Trattato di Bengasi oggi più che mai sarebbe stato utile per l’Italia che si trova a pagare rincari energetici enormi. Ma purtroppo poi lo stesso Berlusconi si accoderà agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna e alla Francia in una lotta alla Libia di Gheddafi, che si rivelerà dannosa anche per il nostro Paese. E che da allora vede la Libia ancora divisa dalla guerra civile. 

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