Quella battaglia che ci salvò dall’invasione islamica

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di Matteo Castagna per Informazione Cattolica

EDITORIALI

UNA GUERRA SCONOSCIUTA AI PIÙ, PROBABILMENTE PERCHÉ POCO STUDIATA IN QUANTO POLITICAMENTE SCORRETTISSIMA

Una guerra sconosciuta ai più, probabilmente perché poco studiata in quanto politicamente scorrettissima, ha fatto la storia dell’Europa: la battaglia di Vienna del 12 Settembre 1683.
Di questa straordinaria e fondamentale vittoria, paladini della cristianità del XVII secolo furono: il cappuccino Carlo Domenico Cristofori, chiamato Marco D’Aviano e il Papa Innocenzo XI. La crociata fu preparata da un’ intensa opera di apostolato e predicazione in tutta l’Europa, effettuata instancabilmente dal frate, ed accompagnata da una serie di miracoli che accrescevano la credibilità e l’autorevolezza del religioso, in tutto il continente.

Innocenzo XI si fidò unicamente della Provvidenza divina: “In sola spe gratiae coelestis”. Si è occupato della riforma dei costumi, soprattutto in riguardo allo stato spirituale degli ecclesiastici. In particolare, si scagliò contro il lusso che regnava tra i vescovi e cardinali dell’epoca. Nella sua camera e nel suo studio si vide solo la figura di Cristo risorto. “Era tale la compassione che Innocenzo XI provava per i poveri, che si tenne la stessa veste per tutta la durata del pontificato: mai la volle cambiare, nemmeno quando divenne logora e quasi inutilizzabile […]”. Lo storico Ludwig von Pastor, nella sua “Storia dei Papi”, descrive così Benedetto Odescalchi: “Il significato storico-universale del suo pontificato, di gran lunga il più importante e glorioso nella seconda metà del secolo XVII…consiste nella sua politica, mantenuta ferma sino all’ultimo respiro, di unire le potenze cristiane contro l’attacco violento dell’islam”. Naturalmente l’impegno più importante per cui sarà ricordato per sempre è la liberazione di Vienna dall’assedio degli Ottomani nel 1683. Contemporaneamente, Padre Marco d’Aviano trascorreva un’esistenza austera e isolata, dormiva solo tre per notte su un letto di foglie secche, per il resto pregava e leggeva. Mangiava pochissimo, mai carne, uova e formaggio, la sua dieta era poco latte e poi frutta e verdura. Cercò sempre di rispettare scrupolosamente le regole dell’Ordine francescano. Sostanzialmente condusse una “vita intensa e spirito di preghiera; devozione e contemplazione; pratica radicale dell’altissima povertà interiore es esteriore […] grande ardore nella predicazione e apostolato ricondotto alla semplicità e umiltà evangeliche; carità concreta e prontezza nel servire ogni fratello bisognoso; spirito ecclesiale nella sottomissione e totale docilità al Pontefice romano e alla Chiesa gerarchica: queste erano le linee fondamentali della spiritualità ‘cappuccina’ che adottò il frate di Aviano”.

Il Seicento fu, per l’Europa cristiana, intriso di paura di essere invasi e conquistati dai turchi. Di fronte a questo vero e proprio incubo, c’era la divisione politica dell’Europa. In particolare, la Francia di Luigi XIV era in continuo dissidio sia con l’imperatore Leopoldo I, che con la Chiesa di Roma. Capita che alcuni governanti diventano protestanti per accaparrarsi i beni della Chiesa. Il re di Francia osteggiò apertamente gli Asburgo nella lotta contro gli ottomani. “Per tutto il Seicento, la discordia fra i principi all’interno degli stati cristiani fu grande e capillarmente diffusa. Essi si combatterono e si indebolirono a vicenda per egoistiche ragioni di predominio”. Invece padre Marco e Innocenzo XI, lavoravano per la liberazione della cristianità dal flagello turco, pertanto appoggiarono l’impero. Addirittura, il Papa affermò: “[…] saria andato volentieri alla testa dell’esercito e salito sulle navi da guerra per combattere contro il comune esercito”. Il pensiero dominante del Pontefice era quello di organizzare una Lega difensiva contro il pericolo turco. Oltre ai due grandi santi, di cui il Papa è già stato proclamato ufficialmente beato, altre grandi personalità li affiancarono o con essi si scontrarono in quel frangente per il futuro dell’intero continente europeo. Segnalo, oltre a Luigi IV e Leopoldo I d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, il compagno di viaggio di Marco D’Aviano, padre Cosma da Castelfranco, Giovanni III Sobieski re di Polonia e granduca di Lituania, grande ammiratore di padre Marco. Infine, Eugenio di Savoia-Garignano, comandante supremo dell’esercito imperiale. E poi Kara Mustafa Pasha di Merzifon, comandante in capo dell’armata turca.

Le truppe cristiane erano composte da settantamila uomini, un numero assai inferiore rispetto ai centocinquantamila dell’armata turca del gran visir Kara Mustafa Pasha, che intendeva conquistare prima Vienna e successivamente Roma per fare di San Pietro la scuderia per i suoi cavalli. A questo proposito scrive lo storico Arrigo Petacco in “L’ultima crociata”: “con i se e con i ma la storia non si fa, va comunque sottolineato che se a Vienna, quel 12 settembre 1683, un qualsiasi accidente avesse fermato la carica degli ‘ussari alati’ che si scatenarono contro i turchi come arcangeli vendicatori, oggi probabilmente le nostre donne porterebbero il velo”.

Il 12 settembre prima della battaglia, sulle alture del Kahlemberg, padre Marco celebra la Messa, servita da due chierichetti d’eccezione: il re di Polonia e il Duca di Lorena, distribuisce la comunione ai comandanti, benedice l’esercito cristiano con la sua croce di legno. Attorno alle 12 ebbe inizio la battaglia. Lo scontro viene descritto da padre Cosma, testimone diretto dell’evento. La battaglia ben presto costringe miracolosamente i turchi alla resa. I trionfi dell’esercito cristiano – scrive il cardinale Schonborn – a Vienna, e poi a Buda, allontanarono il serio rischio di un’islamizzazione dell’Europa”. L’esultanza in tutta l’Europa fu immensa, l’unico a non esultare fu il re di Francia.

La preoccupazione dei due grandi della Civitas Christiana, Innocenzo XI e padre Marco, “fu la difesa della cristianità, e del cattolicesimo in modo particolare, e non la supremazia sull’islam. Si trattò, dunque, di un’azione di tutela e non di una crociata…”. Ne è convinto anche Petacco, le crociate, furono invece una legittima risposta al jihad. Tra l’altro padre Marco dopo queste liberazioni cercò di convincere i regnanti di completare l’opera di liberazione dei territori europei ancora in mano agli ottomani, la salvezza dell’Europa era sempre in cima ai suoi pensieri.

Il cattolico tiepido o chi si finge cattolico è restio a riconoscere la verità storica, determinata sia dall’eccezionale spiritualità dei due sopraccitati protagonisti, che dalle loro indiscutibili capacità politiche, nell’arte della mediazione, della diplomazia, dell’intuizione, della capacità oratoria, basate su quel connubio inscindibile tra Fede e Ragione così caro a San Tommaso d’Aquino. Oggi, se si parla di loro, lo si fa attraverso un’oleografia molto parziale, per non urtare la sensibilità degli islamici. Fortunatamente, il beato Innocenzo XI e padre Marco d’Aviano non furono buonisti, altrimenti da almeno 500 anni saremmo tutti in ginocchio verso la Mecca.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2021/09/13/quella-battaglia-che-ci-salvo-dallinvasione-islamica/

 

La vittoriosa battaglia di Vienna del 1683

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Segnaliamo alcuni comunicati del nostro centro studi sulla battaglia di Vienna del 1683.
 
11-12 settembre 1683: la battaglia di Vienna
 
Vienna, 12 settembre 1683
 
Padre Marco d’Aviano e san Pio X
 

Strage di Bologna, i dieci misteri che i magistrati non hanno mai voluto chiarire

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di David Romoli 

Fonte: Il Riformista

1- Subito dopo la strage, al termine di una riunione con svariati ministri e i vertici delle forze dell’ordine a Bologna, l’allora presidente del Consiglio Cossiga affermò che la matrice della strage era fascista. Cossiga, confermato dal verbale informale del vertice notturno, ha poi ammesso che non c’erano elementi a sostegno della sua affermazione e che anzi la maggior parte dei presenti riteneva che la matrice fosse internazionale. Quanto ha inciso quella denuncia aprioristica sulle indagini successive che non hanno mai seguito altre piste se non quella neofascista?
2-Il testimone chiave dell’accusa, Massimo Sparti, è stato smentito dall’intera famiglia. Fu scarcerato sulla base di una falsa diagnosi che lo indicava come malato terminale. Il medico che contestava quella diagnosi, più tardi presidente dell’Associazione dei medici penitenziari, fu allontanato dopo quelle proteste. Non sarebbe stato necessario un maggior approfondimento su quella scarcerazione anomala e sulla falsa diagnosi?
3- Uno degli elementi indiziari principali che hanno portato alla condanna dei Nar è l’omicidio Mangiameli, avvenuto a Roma poche settimane dopo la strage. Secondo i magistrati di Bologna quell’omicidio era collegato alla strage perché i Nar volevano mettere a tacere un testimone pericoloso. Nel processo per l’omicidio Mangiameli, svoltosi a Roma, quel delitto viene però spiegato con motivazioni tutte diverse. È normale che un tribunale adoperi come elemento a sostegno del proprio impianto accusatorio un movente opposto a quello indicato dal diverso tribunale che ha indagato sul delitto in questione?
4- Licio Gelli, Francesco Pazienza e gli ufficiali del Sismi Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte sono stati condannati in via definitiva per il depistaggio operato con la valigetta fatta ritrovare sul treno espresso Taranto-Milano nel gennaio 1981. In quel momento non c’erano indagini a carico dei Nar e il depistaggio servì anzi a indicare per la prima volta quella direzione. Si trattò di un depistaggio o di un “impistaggio”?
5- L’analisi del dna attuato sulla vittima della strage indicata sinora come Maria Fresu ha provato che quei resti non sono della Fresu. È dunque plausibile che appartengano a una vittima non identificata che doveva trovarsi molto vicina all’ordigno, tanto da autorizzare il sospetto che lo stesse trasportando. Per essere certi che quei resti non appartengano a nessuna delle altre vittime sarebbe sufficiente disporre un numero molto limitato, sotto la decina, di analisi del dna. Perché la Procura di Bologna ha rifiutato di disporre quelle analisi?
6- Al termine del processo contro Gilberto Cavallini la procura di Bologna ha chiesto il rinvio a giudizio per falsa testimonianza di quasi tutti i testimoni della difesa. In molti casi la richiesta è stata respinta ma è stata invece accolta per Stefano Sparti, figlio di Massimo, rinviato a giudizio per essersi confuso su una data a distanza di 38 anni, quando era un bambino. Una richiesta del genere non rischia di costituire una minaccia per i testimoni della difesa?
7- Nel processo in corso contro Paolo Bellini, accusato di essere l’esecutore materiale della strage, sono imputati come mandanti Licio Gelli, Umberto Ortolani e Federico Umberto d’Amato e, con diverse accuse, Mario Tedeschi e Quintino Spella. Sono tutti morti. Non si rischia così da un lato di ledere il diritto alla difesa, dall’altro di fissare una verità storica incerta, dalla l’incertezza degli indizi e l’impossibilità per gli imputati defunti di spiegarli come non inerenti alla strage?
8- Il processo contro i mandanti si basa su elementi già noti. La procura di Bologna aveva pertanto chiesto l’archiviazione. La procura generale ha avocato a sé l’inchiesta e deciso di procedere. Come si spiega lo scontro tra Procura di Bologna e Procura generale?
9- La principale pista alternativa a quella della matrice neofascista rinvia al famoso “lodo Moro”, cioè a un patto segreto stretto tra Stato italiano e organizzazioni palestinesi. All’interno di questa cornice dal profilo però sfumato e sostanzialmente ancora ignoto andrebbero anche inquadrati il rapimento avvenuto a Beirut poco dopo la strage e la scomparsa dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni. Del lodo hanno parlato in più volte sia esponenti delle istituzioni italiane che dell’Olp. Tuttavia nessuno ha mai chiarito fino in fondo di cosa si sia trattato. È possibile indagare a fondo sulla strage di Bologna senza aver prima fatto luce sul contesto?
10- Negli ultimi anni sono emersi numerosi elementi che potrebbero indicare una “pista palestinese”, ultimo le informative del capoposto del Sismi in Medio Oriente colonnello Giovannone della primavera-estate 1980. Da quanto trapelato, nonostante le informative siano state secretate, risulta che Giovannone avesse a più riprese avvertito Roma di un imminente grosso attentato in Italia, deciso da una frangia del Fplp e materialmente affidato al terrorista internazionale ed ex militante dell’Fplp Carlos. La Procura di Bologna non ritiene necessario approfondire questa indagine dal momento che per quanto riguarda gli organizzatori della strage esistono già sentenze definitive a carico di Luigi Ciavardini, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Non sarebbe quindi il caso che a indagare su tutto il contesto anche internazionale in cui è maturata la strage e sull’esecuzione della stessa fosse la politica, cioè una commissione parlamentare d’inchiesta?

PER APPROFONDIRE:

25 aprile sempre più rosso: la sinistra ci impone Bella ciao

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di Matteo Carnieletto

La sinistra propone di rendere obbligatoria Bella ciao durante il 25 aprile. Ma si dimentica che questo inno non fu mai cantato durante la Resistenza e che l’Italia la liberarono gli americani

La proposta di legge depositata alla Camera dai deputati di Partito democratico, Italia Viva, Movimento 5 Stelle e Liberi e Uguali è semplice: far diventare Bella ciao l’inno istituzionale del 25 aprile, da cantare subito dopo quello di Mameli. Lo riporta l’Adnkronos. In questo modo “si intende riconoscere finalmente l’evidente carattere istituzionale a un inno che è espressione popolare – vissuta e pur sempre in continua evoluzione rispetto ai diversi momenti storici – dei più alti valori alla base della nascita della Repubblica”. E ancora: “Nello specifico, pertanto, con l’articolo 1, comma 1, si prevede il riconoscimento da parte della Repubblica della canzone Bella ciao quale espressione popolare dei valori fondanti della propria nascita e del proprio sviluppo. Il comma 2 dello stesso articolo stabilisce, inoltre, che la canzone Bella ciao sia eseguita, dopo l’inno nazionale, in occasione delle cerimonie ufficiali per i festeggiamenti del 25 aprile, anniversario della Liberazione dal nazifascismo”. E questo è tutto.

Il problema è che i firmatari di questa proposta di legge dimenticano una cosa importante: Bella ciao non fu mai cantata durante la Resistenza. Giorgio Bocca, non certo un pericoloso reazionario, disse: “Nei venti mesi della guerra partigiana non ho mai sentito cantare Bella ciao, è stata un’invenzione del Festival di Spoleto”. Il riferimento è a quando, nel 1964, il Nuovo canzoniere italiano propose l’inno partigiano al Festival dei due mondi, consacrandolo così in maniera definitiva. Certo, c’è chi sostiene, come Alessandro Portelli sul Manifesto, che questa canzone fosse l’inno della Brigata Maiella e che sarebbe stata cantata fin dal 1944. Ma la realtà è un’altra, come ricorda Il Corriere della Sera: “Nel libro autobiografico di Nicola Troilo, figlio di Ettore, fondatore della brigata, c’è spazio anche per le canzoni che venivano cantate, ma nessun cenno a Bella ciao, tanto meno sella sua eventuale adozione come ‘inno’. Anzi, dal diario di Donato Ricchiuti, componente della Brigata Maiella caduto in guerra il 1° aprile 1944, si apprende che fu proprio lui a comporre l’inno della Brigata: Inno della lince“. I canti dei partigiani erano altri, come Fischia il vento, per esempio. Oppure Risaia. Ma Bella ciao proprio no. Ricorda infatti l’AdnKronos che questo inno non compare in alcun testo antecedente gli anni Cinquanta: “Nella relazione vengono anche presentati alcune esempi di raccolte di canzoni (come il Canta partigiano edito da Panfilo a Cuneo nel 1945 e le varie edizioni del Canzoniere italiano di Pasolini) o riviste (come Folklore nel 1946) nei quali il testo di Bella ciao non compare mai. La prima apparizione è nel 1953, sulla rivista La Lapa di Alberto Mario Cirese, per poi essere inserita, proprio il 25 aprile del 1957, in una breve raccolta di canti partigiani pubblicati dal quotidiano L’Unità“.

Chi ha liberato l’Italia

Presentando questa proposta di legge, Laura Boldrini ha affermato che Bella ciao ci ricorda che “la resistenza non fu di parte, ma un moto di popolo, che coinvolse tutti coloro che non ritenevano più possibile vivere sotto una dittatura: un moto eterogeneo. Fecero parte della resistenza comunisti, socialisti, azionisti, liberali anarchici quindi essendo Bella Ciao un canto della Resistenza ed essendo stata questa un moto di popolo è giusto che diventi un inno istituzionale, espressione popolare dei più alti valori alla base della nascita della Repubblica”. Non fu così. La resistenza non fu affatto un moto di popolo. Non si schierarono milioni di italiani contro poche migliaia di fascisti. Entrambi i fenomeni – sia quello della Resistenza sia quello della Repubblica sociale – mossero poche centinaia di migliaia di persone, come ricorda Chiara Colombini in Anche i partigiani però… (Laterza). Alla prima aderirono poco più di 130mila persone, alla seconda poco più di 160mila. In mezzo oltre 40 milioni di italiani. Non si registrò dunque nessun movimento di popolo né dall’una né dall’altra parte. Ha però ragione la Boldrini quando afferma che la Resistenza fu un fenomeno eterogeneo in cui erano presenti diverse anime. Tra queste, quella certamente prevalente era quella comunista che aveva un obiettivo molto chiaro: sostituire una dittatura con un’altra. Lo aveva capito bene Guido Alberto Pasolini, fratello di Pier Paolo, che dopo aver combattuto i tedeschi fu ammazzato dai partigiani rossi: “I commissari garibaldini (la notizia ci giunge da parte non controllata) hanno intenzione di costituire la repubblica (armata) sovietica del Friuli: pedina di lancio per la bolscevizzazione dell’Italia”.

Se ci fermiamo ai numeri, poi, notiamo che essi sono impietosi. Li ricorda Maurizio Stefanini sul Foglio: “Il 18 settembre 1943 i partigiani erano in tutto 1.500, di cui un migliaio di ‘autonomi’: bande di militari nate dallo sfasciarsi del Regio esercito, che si collegheranno poi in gran parte con la Democrazia cristiana o il Partito liberale. Nel novembre del 1943 sono 3.800, di cui 1.900 autonomi. La sinistra diventa maggioritaria nel 1944: al 30 aprile ci sono 12.600 partigiani, di cui 5.800 delle Brigate Garibaldi, organizzate dal Pci; 3.500 autonomi; 2.600 delle Brigate Giustizia e Libertà del Partito d’Azione; 600 di gruppi più o meno esplicitamente cattolici. Per il luglio 1944 c’è la stima ufficiale di Ferruccio Parri che per conto del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (Clnai) stima 50.000 combattenti: 25.000 garibaldini, 15.000 giellisti e 10.000 autonomi e cattolici. Bocca vi aggiunge un 2.000 tra socialisti delle Brigate Matteotti e repubblicani delle Brigate Mazzini e Mameli. Nell’agosto del 1944 si arriva a 70.000 e nell’ottobre a 80.000, che però calano a 50.000 in dicembre. Giorgio Bocca poi conta 80.000 uomini ai primi del marzo 1945, cita una stima del comando generale partigiano su 130.000 uomini al 15 aprile, e calcola che ‘nei giorni dell’insurrezione saranno 250.000-300.000 a girare armati e incoccardati’. Anche di questa massa i garibaldini, ammette Bocca, ‘sono la metà o poco meno'”. Nota giustamente Stefanini che il “dato interessante è che stando a questa stima appena un partigiano su 23 ha combattuto per almeno un anno; 5 su 6 hanno preso le armi negli ultimi 4 mesi; quasi 4 su 5 negli ultimi 2 mesi; e addirittura uno su due negli ultimi 10 giorni!”.

Basterebbero questi numeri a far tornare la Resistenza nella giusta collocazione storica. Ma non è così. Scegliere Bella ciao come inno ufficiale del 25 aprile significa renderlo ancora di più di una parte soltanto, a discapito di tutte le altre. Ma forse è proprio quello che certe forze politiche vogliono. Non a caso, Marco Rizzo, uno dei pochi comunisti ancora degni di questo nome, ha parlato di “antifascismo prêt-à-porter”, che ha come fine quello di richiamare le masse (o almeno così si spera) prima delle elezioni. Difficile dargli torto…

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Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/cronache/25-aprile-sempre-pi-rosso-sinistra-ci-impone-bella-ciao-1952473.html

Chi liberò veramente l’Italia

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di Marcello Veneziani

Si può celebrare in tanti modi la Liberazione dell’Italia nel 1945 ma ci sono dati, numeri e vite che non si possono smentire e che sono la base necessaria e oggettiva per dare una giusta dimensione storica all’evento. Dunque, per la Liberazione dell’Italia morirono nel nostro Paese circa 90mila soldati americani, sepolti in 42 cimiteri su suolo italiano, da Udine a Siracusa. Secondo i dati dell’Anpi, l’associazione dei partigiani, furono 6882 i partigiani morti in combattimento.

Ricavo questi dati da una monumentale ricerca storica, in undici volumi raccolti in cofanetto, dedicata a La liberazione alleata d’Italia 1943-45 (Pensa ed.), basata sui Report of Operations di diversi reggimenti statunitensi, gli articoli del settimanale Yank dell’esercito americano e i reportage dell’Associated press. E naturalmente la ricerca storica vera e propria. Più un’ampia documentazione fotografica. L’autore è lo storico salentino Gianni Donno, già ordinario di Storia contemporanea, che ha analizzato i Reports of Operations in originale, mandatigli (a pagamento) da Golden Arrow Military Research, scannerizzati dall’originale custodito negli Archivi nel Pentagono. L’opera ha una doppia, autorevole prefazione di Piero Craveri e di Giampiero Berti e prende le mosse dallo sbarco di Salerno.

Secondo Donno, non certo di simpatie fasciste, il censimento dell’Anpi è “molto discutibile” ma già quei numeri ufficiali rendono le esatte proporzioni dei contributi. Facciamo la comparazione numerica: per ogni partigiano caduto in armi ci furono almeno 13 soldati americani caduti per liberare l’Italia. Senza considerare i dispersi americani che, insieme ai feriti, furono circa 200mila. E il conto risuona in modo ancora più stridente se si comparano i 120mila militari tedeschi caduti in Italia, soprattutto nelle grandi battaglie (Cassino, Anzio e Nettuno) contro gli Alleati e sepolti in gran parte in quattro cimiteri italiani.

Naturalmente, diverso è parlare di vittime italiane della guerra civile, fascisti e no, di cui esiste un’ampia documentazione, da Giorgio Pisanò a Giampaolo Pansa, per citare le ricerche più scomode e famose. Ma non sto parlando di fascismo e guerra civile, bensì di Liberazione d’Italia, ovvero di chi ha effettivamente liberato l’Italia dai tedeschi o se preferite dai “nazifascisti”. Continua a leggere

“Domani un prete di meno”: Rolando Rivi, vittima dei partigiani rossi

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Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 35/21 del 13 aprile 2021, Sant’Ermenegildo

“Domani un prete di meno”: Rolando Rivi, vittima dei partigiani rossi

Ricordiamo il martirio del seminarista Rolando Rivi, ucciso il 13 aprile 1944, a 14 anni, da una banda di partigiani comunisti in Emilia in odio alla fede. I responsabili del crimine, il commissario partigiano Giuseppe Corghi, che materialmente sparò, e il capitano Delciso “Narciso” Rioli, comandante della Brigata Garibaldi, entrambi trentenni, furono condannati per l’omicidio ma trascorsero solo 6 anni di carcere. Dopo l’esecuzione commentarono compiaciuti: “Domani un prete di meno”. La frase è da correggere: un prete in meno sulla terra, un martire in più in Cielo.

Il martirio di Rolando Rivi
https://www.centrostudifederici.org/il-martirio-di-rolando-rivi/

Crimini comunisti: il martirio del seminarista Rolando Rivi
https://www.centrostudifederici.org/crimini-comunisti-martirio-del-seminarista-rolando-rivi/

Testimonianza di don Alberto Camellini
Don Alberto Camellini (1920 – 2009) nel 1944, novello sacerdote, sostituì a San Valentino di Castellarano il parroco Don Olinto Marocchini, che una notte del luglio 1944 subì un‘aggressione da parte di partigiani comunisti. Fu lui a ritrovare la salma di Rolando Rivi e salvaguardare la memoria storica del martirio.

da

“Domani un prete di meno”: Rolando Rivi, vittima dei partigiani rossi

I martiri dell’Armenia cattolica

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Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 11/21 del 29 gennaio 2021, San Francesco di Sales

I martiri dell’Armenia cattolica

Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 vi furono numerose conversioni di eterodossi armeni alla fede cattolica, grazie alle missioni dei padri francescani. Il ritorno alla Chiesa Romana di una parte della popolazione armena fu bruscamente interrotto dal genocidio perpetrato dalle autorità turche. 
Segnaliamo un articolo del 1932 sul martirio di padre Salvatore Lilli e di alcuni suoi fedeli avvenuto nel 1895. Il racconto è impressionante e ancora di più impressionante il silenzio che la cultura ufficiale riserva a queste vicende. 
Il martirio dei cattolici armeni e dei loro pastori meriterebbero libri, programmi televisivi e produzioni cinematografiche. Invece un silenzio omertoso avvolge questi fulgidi esempi della fede cattolica: dei martiri cristiani non si può e non si deve parlare. 

Un episodio delle stragi armene nel 1895. Il martire padre Salvatore Lilli da Cappadocia Missionario di Terra Santa 

Molti popoli sventurati per infausti governi furono sulla terra, come ce ne fa fede la storia, ma più sventurati degli Armeni nessuno.

Gli Armeni! Questo popolo attivo, industrioso, economico: questo popolo religioso, profondamente religioso, che ha il vanto d’essere stato tra i primi popoli ad abbracciare il Cristianesimo, annunziatogli dall’Apostolo S. Bartolomeo; questo popolo reo non di altro che di aspirare alla sua libertà ed indipendenza nazionale, sì, questo popolo è il più sventurato della terra a cagione del nefasto governo ottomano che impera su di esso!

Agli Armeni infatti non giova neppure essere buoni cittadini! In Armenia essere buoni o cattivi sudditi è assolutamente lo stesso. Poichè il turco odia l’Armeno anche se buono, anche se mite: l’odia perchè lo sente superiore, l’odia perchè lo vede avanzato nel progresso, l’odia perchè, fedele alle sue tradizioni, professa fede incrollabile al Cristianesimo. E spesso sfoga il suo odio implacabile su di esso con delle orrende carneficine, come quella del 1895. Narriamola in rapida sintesi.

L’immane carneficina degli Armeni « oltre duecentomila vittime » e la distruzione delle loro proprietà nel 1895 furono pensate, meditate, e decretate dal Sovrano Abd-ul-Hamid. Sì, il Sultano volle i massacri, il Sultano li ordinò, il Sultano li diresse, e mostrò nella perpetrazione di essi la ferocia del sanguinario, la violenza e il furore spasmodico del maniaco.

Difatti, i carnefici scelti all’uopo erano della peggiore canaglia, era un’ibrida accozzaglia di musulmani, curdi, circassi e redif (reclute) che armati di fucili, pugnali, coltelli, accette, roncole e bastoni si precipitavano sulle case cristiane degli Armeni, ne abbattevano le porte a colpi di scure, e gridavano agli abitanti : « Arrendetevi, arrendetevi ». Tutti quelli che si arrendevano, o venivano trovati in qualche angolo della casa furono barbaramente trucidati. A nulla valevano le preghiere di quegli infelici: dai dieci anni in su, anche vecchi di cento anni, furono ammazzati. Persino le donne che s’interponevano per salvare i figli, i mariti, i genitori, i fratelli furono uccise o ferite. Ogni casa cristiana fu convertita in una orrenda carneficina… il pavimento delle case, le strade, le piazze erano ricoperte di cadaveri che, orribile a dirsi, venivano trascinati con forche ed uncini di ferro, e gettati nelle cloache e nei letamai. E quei barbari gridavano: « sono cadaveri di cani ».

Ai Preti Armeni poi, invece di ucciderli tutto in un tratto, tagliavano prima le braccia; poi riempivano di materie fecali i loro berretti ecclesiastici, e così li rimettevano sulla testa di quegli sventurati.

Laonde abbracciati nuovamente i suoi parenti ed amici, dato un ultimo addio al bel cielo d’Italia, volava sulle ali della fede e della carità a quelle suggestive contrade dove lo attendevano i più grandi sacrifici che avrebbero fatto germogliare un giorno le belle palme dei martiri.

Come abbiamo accennato quando cominciarono i massacri il P. Salvatore trovavasi a Mugiukderesi, luogo sopra ogni altro pericoloso.

I religiosi Francescani di Maraasc, temendo che il loro confratello P. Salvatore poteva correre gravi pericoli nel luogo ove si trovava, gli fecero vive pressioni affinché andasse a stare con loro. E i religiosi di Jenigekalé mandarono per ben tre volte nello stesso giorno un messaggero a pregarlo di scappare con loro. E il P. Salvatore rispose: « dove sono le pecore ivi deve restare il pastore ». Anche i suoi parrocchiani quando si accorsero che le truppe erano per arrivare a Mugiakderesi supplicarono a mani giunte il Missionario affinchè montasse il suo cavallo e abbandonasse il villaggio per mettersi in salvo.

Fu irremovibile. Gli pareva cosa indecorosa, indegna di un soldato di Cristo e di un figlio della grande Famiglia Francescana, l’allontanarsi in quei momenti di pericolo. Certo in quei giorni, mentre pressioni e minacce lo premevano da ogni parte, la schiera numerosa dei suoi confratelli Martiri, passò giubilante innanzi al suo sguardo incitandolo al compimento del dovere. Egli certo ripensò alle lotte, al sangue che costò sempre ai Francescani la conservazione di quella Terra fatta sacra dalla vita dell’Uomo-Dio. E perciò non si mosse: e « uomo intrepido e battagliero» volle affrontare il pericolo onde dividere la sorte dei suoi parrocchiani e assisterli e soccorrerli fino all’ultimo.

L’arrivo dei soldati.

Il 16 Novembre dell’anno 1895 verso sera un distaccamento di soldati partiti da Maraasc arrivava a Mugiukderesi.

I soldati si diedero subito a trucidare gli abitanti e ad incendiare le loro case. Nella sera stessa con un colpo di baionetta alla gamba ferirono anche il P. Salvatore che all’avvicinarsi dei soldati era uscito dall’ospizio per dare il ben venuto alla truppa. Quei soldati rimasero accampati a Mugiukderesi cinque giorni, e cioè il 17, 18, 19, 20, 21 Novembre.

La Cattura.

Nella mattina del venerdì 22 Novembre fu ordinato al P. Salvatore ed ai dieci contadini cristiani (i soli rimasti a Mugiukderesi) di seguire i soldati a Maraasc. Il coraggioso Missionario comprese che la sua fine era decisa. Forte di se stesso, non aveva a temere che per i suoi parrocchiani: li chiamò in chiesa, gli esortò a morire per la Fede, e diè a tutti l’assoluzione in « articulo mortis ».

soldati legarono il P. Salvatore e i dieci cristiani, e s’incamminarono verso Maraasc. Arrivati ad una certa distanza del paese, il P. Salvatore « sentendo nella gamba gli effetti sempre più dolorosi della ferita ricevuta » domandò che gli si permettesse di montare sopra un mulo. L’ufficiale gli rispose: « Fra poco vi faremo montare ». Mentre i dieci cristiani, legati unitamente al P. Salvatore, camminavano lungo la via che corre tra Mugiukderesi e Maraasc il P. Salvatore non cessava di esortarli a star fermi nella fede e d’incoraggiarli e prepararli all’ultima sorte che li attendeva.

Le donne venivano violate a viva forza: a molte ragazze che opposero resistenza fu reciso il braccio destro.

Dodici donne furono inchiodate sopra tavole, e i soldati dicevano : « un Cristo facendosi crocifiggere liberò tutti i popoli cristiani : lasciatevi voi pure crocifiggere per liberare il popolo armeno ».

Dieci madri con i loro bimbi alle mammelle furono strangolate, e poste intorno ad un’immagine della Santissima Vergine, e i soldati dicevano: « Voi sarete le custodi della Madre del vostro Dio ».

Trenta, fra uomini e donne, furono impalati e disposti attorno ai muri di un convento, e i soldati dicevano: « siate i guardiani del vostro convento affinchè il nemico non possa penetrarvi ». Cinque Preti furono impiccati agli alberi ed i soldati gridavano: « fate pascolare il vo-stro gregge ».

Le case poi erano saccheggiate, spogliate di tutto e incendiate con i feriti e i cadaveri che vi si trovavano. Le donne e i fanciulli delle case saccheggiate giacevano sul lastrico delle vie senza pane e senza altra veste indosso che la camicia.

Le autorità assistevano a queste orrende barbarie, spettatori impassibili, anzi colla stessa curiosità e compiacenza con cui si assiste ad una geniale rappresentazione teatrale.

Martirio del P. Salvatore Lilli da Cappadocia.

Il P. Salvatore erasi recato in Terra Santa subito dopo il noviziato nel 1871, e proseguì il corso degli studi a Betlemme e a Gerusalemme. Nel 1878 fu ordinato Sacerdote, e nel 1880 era già a Maraasc nell’Ospizio di Terra Santa ove rimase quattordici anni, e per cinque anni fu anche parroco e Superiore dell’Ospizio. Poscia fu eletto Parroco e Superiore dell’Ospizio di Mugiukderesi, piccola borgata ad ovest di Maraasc distante sette ore di cavallo, ove lo sorpresero i dolorosi avvenimenti del 1895.

Il P. Salvatore era tornato in Italia per rivedere i suoi cari soltanto una volta, dopo 16 anni, nel 1886: e a nulla valsero le preghiere dei parenti, dei confratelli e degli amici i quali tentarono tutti i mezzi per farlo rimanere in Italia : volle tornare in Oriente. L’Oriente per lui aveva un’attrattiva segreta, misteriosa ! Pareva che a lui, come a giusto erede, il Serafico Padre avesse trasmesso quell’ardente brama del martirio ch’egli non aveva potuto appagare per aver trovato la gente troppo « acerba » alla conversione:

« E poi che per la sete del martirio,
Nella presenza del Soldan superba
Predicò Cristo e gli altri che il seguiro,
E per trovare a conversione acerba
Troppo la gente, e per non stare indarno
Reddissi al frutto dell’italica erba ». (Paradiso, C. II).

Oh! se le parole non fossero fugaci, se qualche eco di esse potesse rimanere là dove non v’ha chi possa ascoltarle e riferirle, noi potremmo sapere quale forza e quale tenerezza di linguaggio dovè certamente usare il P. Salvatore con i suoi parrocchiani. E senza dubbio grande ed irresistibile facondia in quei momenti dovette largirgli il Signore perchè Egli riuscisse a serbare forti ed eroiche nel pericolo le anime affidate alla sua cura.

L’estrema prova. Il Martirio.

Giunti a circa due ore di distanza da Mugiukderesi nel luogo detto « Gheudjek » vicino al torrente omonimo, l’ufficiale fece fermare la carovana, e, con lusinghe e promesse, cominciò ad invitare il P. Salvatore e i suoi compagni a lasciare il cristianesimo e ad abbracciare l’islamismo.

ll P. Salvatore e i suoi parrocchiani opposero reciso rifiuto. L’Ufficiale allora passò dalle lusinghe alle minacce: tutto fu vano, perchè i Confessori resistettero con parole ed atti pieni di fermezza e di fede, ripetendo la loro incrollabile professione di fede e di amore a Cristo e di odio all’errore maomettano.

Pieno di rabbia l’ufficiale, perchè non riusciva nel suo intento, diè ordine ai soldati di ucciderli tutti. I soldati si scagliarono sull’eroico P. Salvatore e su dei suoi invitti compagni e a colpi di baionetta crivellarono orrendamente i loro corpi. E perchè non rimanesse traccia alcuna del misfatto appiccarono il fuoco a quei corpi ancora cadaveri !

La Terra Santa contava un Martire di più.

Bella, immarcescibile la corona del martirio che l’eroico P. Salvatore Lilli da Cappadocia guadagnò a sè e alle sue pecorelle!

Non altrimenti morirono nel nome di Cristo i Martiri dei primi secoli del cristianesimo !

E quando un pittore cristiano che ben comprenda qual’è la grande missione dell’arte, e che desideri evocare nobili esempi, penserà al nostro P. Salvatore, penserà al suo eroismo e al suo valore, che grande soggetto avrà egli per animarne una tela!

Che sprazzo di luce e d’ideale sublime nel piccolo gruppo cristiano attendente la morte fra le barbare orde turche folleggianti e frenetiche!

Del Padre Salvatore e dei suoi Compagni si è già iniziata la « Causa di Beatificazione ». E noi facciamo voti perchè dall’Oracolo Infallibile della Santa Chiesa, siano presto innalzati agli Onori dell’Altare.

Tratto dall’Almanacco di Terra Santa per 1932, Tipografia dei PP. Francescani, Gerusalemme, pagg. 26-29.

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I martiri dell’Armenia cattolica

Solženicyn e la tragedia dei gulag

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Aleksandr Isaevič Solženicyn è stato uno scrittore russo. Con i suoi lavori, in particolare Arcipelago gulag, fu il primo a rivelare al mondo l’orrore dei campi di concentramento sovietici. Quest’opera di verità gli valse il Nobel per la letteratura nel 1970, ma quattro anni dopo l’Urss lo esiliò. Nel 1945, era finito agli arresti per aver osato criticare Stalin in una lettera a un amico, controllata dalla polizia segreta. Fu condannato a 8 anni da scontare in un gulag. Ecco cosa raccontava di quella terribile esperienza nel suo libro più famoso.

Sulla disperazione che coglieva i prigionieri

“A che limiti di mostruosità si deve ridurre la vita della gente, perché migliaia di uomini, nelle prigioni, nei cellulari e nei vagoni invochino, come loro unica speranza di salvezza, la forza sterminatrice di una guerra atomica!”.

Sul dramma dei detenuti liberati e spediti al confino

“È un giro vizioso: non accettano al lavoro senza un permesso di soggiorno, non danno il permesso di soggiorno se non si ha un impiego. Senza lavoro non si ha neppure la tessera del pane. Gli ex detenuti ignoravano la regola secondo la quale la Mvd [il ministero dell’Interno] ha il dovere di sistemarli al lavoro. E anche se qualcuno ne era al corrente, aveva paura di rivolgersi a quel ministero: c’era da essere messi dentro… La libertà è libertà di piangere”.

Sul fatto che l’esistenza dei campi fosse connaturata al regime sovietico

“La differenza [dei lager di Chruščёv] coi lager di Stalin non è data dal regime di detenzione, bensì dalla composizione degli effettivi: non ci sono più milioni e milioni di Cinquantotto. Ma, come prima, i detenuti si contano a milioni e, come prima, molti sono esseri senza difesa, vittime di una giustizia iniqua e cacciati nei lager unicamente perché il sistema vuole sopravvivere ad ed essi rappresentano il suo nutrimento. I dirigenti cambiano, l’Arcipelago rimane. Rimane perché questo regime statale non potrebbe sussistere senza l’Arcipelago. Se si liquidasse questo, anche quello cesserebbe di esistere“.

E infine, l’appello ai benpensanti

“Oh, pensatori occidentali «di sinistra», così amanti della libertà! Oh, laboristi di sinistra! Oh, studenti progressisti americani, tedeschi, francesi! Tutto questo è ancora troppo poco per voi! Per voi, tutto il mio libro si riduce in sostanza a nulla. Capirete ogni cosa, e di colpo, solo il giorno che – mani dietro la schiena! – partirete voi stessi per il nostro Arcipelago”.

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Solženicyn e la tragedia dei gulag

Una nuova violazione dei diritti dei cattolici nella Grotta del Presepio in Betlem (1932)

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Una nuova violazione dei diritti dei cattolici nella Grotta del Presepio in Betlem (1932)

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenzatapezzerie grotta
Comunicato n. 110/20 del 18 dicembre 2020, San Graziano

Una nuova violazione dei diritti dei cattolici nella Grotta del Presepio in Betlem (1932)

A sera del 16 Febbraio dell’anno passato una mano audace e sacrilega con una lama tagliava con trentun sfregi le preziose tele d’amianto che adornano per tre lati le pareti della Grotta della Natività in Betlem.

Il soldato che di giorno e di notte è di guardia nella Santa Grotta (ottenuto dalla Francia, nazione protettrice dei Latini in Terra Santa, nel 1873 dopo ripetute violenze dei Greci, ndr) per quel tempo era assente , e l’assenza dev’essere stata molto prolungata da permettere alla mano sacrilega di compiere l’atto vandalico per cui eccorse un tempo considerevole.

Il fatto commosse la stampa dei diversi paesi che commentò aspramente il ripetersi di simili attentati contro i diritti dei Cattolici nei Santuari più cari e preziosi al loro cuore.

La bella tela d’amianto, ch’è garanzia contro gl’incendi, fu donata dalla Francia per supplire i preziosi ed artistici oggetti che decoravano la santa Grotta e che furono tolti da una banda di 300 Greci scismatici, parte monaci e parte borghesi, che nel 23 Aprile 1873 violentemente e con armi alle mani invasero la sacra Grotta, la saccheggiarono asportando perfino le lastre di marmo che rivestivano il santo Presepio. E lo potettero fare impunemente perché prima maltrattarono, ferirono e resero impotenti i cinque religiosi Francescani che, pregando, stavano in guardia nella Culla del Redentore.

La preziosa tela rappresentava la Nascita del Divin Redentore con la scritta: Et peperit Filium suum et pannis Eum involvit et reclinavit in Praesepio ; l’Apparizione degli Angeli ai Pastori con la scrittura: Evangelizo vobis gaudium magnum: natus est hodie Salvator qui est Christus ; la scena di S. Giuseppe che dormendo ebbe in sogno l’avviso dell’Angelo di fuggire con Gesù e Maria in Egitto: Ecce Angelus Domini apparuit in somnis Joseph dicens: Surge et accipe puerum et matrem ejus et fuge in Aegyptum;la quarta rappresentazione era della SS. Vergine che offre il suo divin Figlio all’adorazione dei Magi: Ecce Magi ab Oriente venerunt dicentes: Ubi est qui natus est Rex Judeorum?

Il centro della decorazione è costituito da otto stemmi a doppio scudo e da quattro parallelogrammi a cornice dorata sostenuti ognuno da una coppia d’Angeli. In uno di essi è riprodotto, in campo d’argento, il simbolo della Custodia Francescana di Terra Santa mentre in un altro s’incrociano due braccia ai piedi di una Croce rossa su fondo azzurro, emblema araldico dell’Ordine dei Minori. Ornano la decorazione una fuga di arabeschi in oro su fondo rosso con gigli e frutti simbolici.tele amianto

Appena conosciutosi l’atto vandalico e sacrilego, la Custodia di Terra Santa ha subito inoltrato un energica protesta al Governatore inglese reclamando un’immediata inchiesta e una sanzione nei confronti dei colpevoli.

Si farà giustizia?! ovvero com’è successo altre volte si passerà la spugna anche su questo nuovo fatto criminoso per cui invochiamo ancora una volta la stabilita Commissione per i Luoghi Santi per la quale fa orecchio da mercante la Potenza mandataria britannica contro ogni giustizia perchè impunemente vengono violati e calpestati i diritti del Cattolicismo….

Dall’Almanacco di Terra Santa pel 1933.

DA

 

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