Gheddafi, la parabola di un dittatore durato 42 anni

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di Ferdinando Bergamaschi

Gheddafi: esattamente dieci anni fa il raìs libico veniva catturato e ucciso dai ribelli del Consiglio nazionale di transizione. In un canale di scolo presso Sirte si chiudeva così la prima fase di un attacco da parte della Nato, della Gran Bretagna e soprattutto della Francia, che è difficile non definire subdolo e ipocrita. Beninteso, il Colonnello fa parte di quella schiera di dittatori che non vanno presi troppo sul serio. Sbruffone, despota, ridicolo nello sfoggiare ovunque la sua divisa ridondante, cultore di un maschilismo che sarebbe stato fuori tempo anche 100 anni fa.

Detto questo, l’impresa che i vertici occidentali sono riusciti a confezionare in Libia, rovesciando il regime del Colonnello se non fa rimpiangere Gheddafi, come minimo ci fa pensare che qualcosa di brutto è stato sostituito con qualcosa di peggio. E che in questi anni tutti noi abbiamo imparato a conoscere: la destabilizzazione totale di uno Stato sovrano in pieno Mediterraneo.

Un po’ di storia 

Con il colpo di Stato militare del settembre 1969, Gheddafi rovescia la monarchia di re Idris I e instaura una dittatura militare con forti tratti populistici. Egli sostanzialmente aderisce al baathismo, la corrente politica del socialismo nazionale arabo. Questo movimento è al contempo nazionalista e panarabo. È un movimento di sinistra, ma anti-marxista in quanto anti-materialista. È stato il leader egiziano Nasser il principale esponente nel mondo arabo di questa corrente, che lui stesso teorizzerà e che prenderà anche il nome di Terza Via Universale (nel novero dei suoi principali fautori vi sono, oltre a Nasser, Saddam in Iraq, Ben Bella in Algeria, Assad in Siria). 

Gheddafi, Reagan e Mandela

Negli anni ’80 si intensificano da parte del regime di Gheddafi le scelte anti americane e anti israeliane in politica estera. Il Colonnello non solo sostiene e finanzia l’Olp di Arafat ma anche l’Ira irlandese. Il suo Governo diventa il nemico numero uno degli Stati Uniti d’America e della Nato, tanto che nell’aprile 1986 il presidente statunitense Reagan decide di bombardare il suo bunker, dal quale comunque Gheddafi esce illeso. Ma tra tanti nemici in occidente il Colonnello può contare su un’amicizia di grande prestigio, quella di Nelson Mandela che sempre gli sarà grato per gli aiuti che gli aveva fornito all’Anc e ai movimenti per la lotta all’apartheid. 

Venendo a tempi più recenti, Gheddafi, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, assume una posizione fermamente nemica del fondamentalismo islamico (ciò d’altra parte è coerente con la dottrina baath, sostanzialmente moderata in campo religioso), mostrando anche aperture verso Washington. Tanto che George W. Bush toglie la Libia dalla lista degli stati canaglia. Più tardi, il Colonnello elogerà Obama, considerando un grande evento storico il fatto che egli fosse diventato presidente degli Stati Uniti, un Paese nel quale fino a pochi decenni prima neri e bianchi non potevano neppure prendere un caffè insieme.

Il trattato di Bengasi

Non si può non ricordare infine il capitolo delle relazioni bilaterali. Nel 2008 l’allora premier Berlusconi decide saggiamente – sulla linea filoaraba e mediterranea che era stata di AndreottiFanfaniMoro e Craxi –  di stipulare degli accordi commerciali e politici con la Libia del Colonnello. Così verrà firmato tra Italia e Libia il Trattato di Bengasi. Questi accordi erano particolarmente vantaggiosi sia in materia di immigrazione, sia, soprattutto, per quel che riguardava la questione energetica, seguendo la via ancora attuale degli accordi bilaterali che aveva indicato più di sessant’anni fa in questo campo Enrico Mattei.

Il Trattato di Bengasi oggi più che mai sarebbe stato utile per l’Italia che si trova a pagare rincari energetici enormi. Ma purtroppo poi lo stesso Berlusconi si accoderà agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna e alla Francia in una lotta alla Libia di Gheddafi, che si rivelerà dannosa anche per il nostro Paese. E che da allora vede la Libia ancora divisa dalla guerra civile. 

Cari Antifascisti, avete cambiato la storia e distorto la Costituzione!

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di Redazione

L’ex magistrato e ex senatore del Pd Gianrico Carofiglio ha, recentemente, sostenuto che “l’idea comunista è democratica”. In questo periodo in cui la sinistra italiana ha trovato comodo riesumare la dicotomia “fascismo-antifascismo”, per deviare l’attenzione dai reali problemi del Paese, almeno a partire dalla faziosissima inchiesta di Fanpage, purtroppo dalla parte politica opposta non abbiamo letto nulla di concretamente all’altezza delle argomentazioni di bolsa retorica resistenziale. Pare che il Cdx debba solo passare il tempo a chinare il capo, a cospargerselo di cenere, ad allinearsi al Pensiero Unico, come se non ci fosse modo di replicare seriamente ed alla pari a chi sente una superiorità morale ed intellettuale, in realtà inesistente. Partendo da questi presupposti,, l’Avv. Pietro Ferrari ci ha inoltrato un suo articolo inedito, col quale fornisce un contributo, che riteniamo completo, a questo dibattito:

dell’Avv. Pietro Ferrari

Si avvicina il 99° anniversario della Marcia su Roma e a giudicare da quanta attenzione suscita, il fascismo sembra più vivo che mai. Se appare ovvia la strumentalizzazione fatta da parte della sinistra, non dovrebbe apparire così ovvio che dall’altra parte ci si nasconda sempre dietro un dito alimentando il tabù del fascismo, per cui sarebbe meglio non parlarne. Questo porta a subire un ricatto permanente che invece andrebbe smontato e ribaltato.

Gli agit prop della galassia antifà sanno benissimo che gli italiani anticomunisti sono sempre stati molto più numerosi di quelli antifascisti, ma fanno finta di non sapere che i medesimi italiani considerano giustamente superate queste dicotomie.

I vari Formigli, Landini e galassia sinistra non temono affatto che possa tornare davvero il fascismo ma hanno un ossessivo bisogno di rievocarlo costantemente e vi dico perché.

Il primo motivo è di natura psicologica (quando non psichiatrica).

Lorsignori sanno benissimo che né fascismo né comunismo andranno al potere in Italia, ma sanno pure che il fascismo il Suo ventennio ce l’ha avuto mentre il comunismo non solo non ha mai avuto il Suo, ma non ce l’avrà mai.

Fu il fascismo dopo tre anni di guerra civile ad impedire nel 1922 e per sempre che l’Italia diventasse una repubblica comunista. Il fascismo ha bandito il comunismo in Italia anche nel 1943 impedendo l’invasione jugoslava a nord est.

I comunisti sono dal 1946 nella legalità costituzionale solo perché seguirono uno dei Paesi vincitori della guerra, ma sconfitti nuovamente nel 1948 dalla maggioranza degli italiani, non avranno, e dal 1922 non avrebbero, mai più fatto la storia d’Italia.

In sintesi, se il fascismo non tornerà più, il comunismo non è mai arrivato.

La cosa è davvero frustrante e quindi lorsignori non fanno altro che gridare questo loro disagio, questa frustrazione inappagabile, appena attenuata dalla celebrazione di una “liberazione” che sanno bene non essere stata opera loro. Ecco perché sotto diverse forme da 76 anni si sentono dentro una guerra civile che devono ancora vincere.

Poi c’è il secondo motivo, quello più vile.

A chi giova prendersela ancora col fascismo sconfitto 76 anni fa da una guerra mondiale (e non dalla CocaCola), durante l’epoca della attuale dittatura dei banksters se non a loro stessi? A chi giova distrarre l’attenzione dal vero potere attuale per dirigerla verso i fantasmi o le frustrazioni del passato?

Gli antifascisti in assenza di Fascismo, sappiamo che non porteranno il comunismo al potere e che non avrebbe senso organizzare contro di essi manifestazioni anticomuniste, più ridicole di loro stessi. Si sono sciolti nel conformismo più pigro verso l’accettazione di qualsiasi progetto globalista.

Essi sono ormai da tempo gli utili idioti del peggior capitalismo mai esistito dai tempi di Karl Marx.

E la “Costituzione antifascista”?

Se i Padri Costituenti avessero voluto dichiarare che quella italiana è una Repubblica Antifascista, vi sarebbe stato un articolo chiaro ed esplicito che invece non c’è. Fatta eccezione per l’art. 3 della sulla uguaglianza dei cittadini che è in diretta antitesi con le leggi razziali del 1938 più che col Fascismo in sé, complessivamente la nostra legge fondamentale è sostanzialmente antimonarchica e antirazzista, siccome democratica certamente antitotalitaria più che antifascista tout court. Semmai è “afascista” e pure con diversi punti, chiaramente derivati dal passato, che furono parte integrante del sistema fascista specie se si confronta con il programma di piazza Sansepolcro del 1919, con la Carta del lavoro del 1927 o in parte col Manifesto di Verona del 1943.

Gran parte del nostro sistema giuridico e di economia mista finito nel 1992 era stato inaugurato negli Anni ’30.

Addirittura è stato il sistema politico del dopoguerra ad allontanarsi talvolta dal dettato costituzionale. L’importanza che la Costituzione dava al CNEL si fonda su un parziale recupero del corporativismo fascista, mentre la previsione del riconoscimento dei sindacati come persone giuridiche ricorda una sorta di supremazia dello Stato su di essi. Disposizioni mai attuate.

Il timore che potesse riproporsi un sistema con un governo forte ha prodotto decenni di instabilità politica, grazie ad un parlamentarismo disfunzionale e a troppi livelli decisionali.

È uno dei problemi più gravi che periodicamente si cerca di risolvere con le riforme delle istituzioni, ma sempre fallite. Ed è un problema che deriva questo sì, da un complesso istituzionale antidecisionista che risente del trauma del Fascismo, quando in realtà i Paesi che hanno meccanismi di democrazia decisionista (presidenziale, semipresidenziale o comunque premierati con sistema maggioritario) sono proprio quelli che mai hanno conosciuto i fascismi al potere come Francia, Inghilterra o USA. Idem riguardo al rapporto irrisolto tra politica e magistratura.

La sconfitta militare ha bandito la rifondazione del partito fascista dalla legalità costituzionale italiana del dopoguerra solo nella XII Disposizione Transitoria e Finale, ma non i gerarchi fascisti che già dopo soli cinque anni dall’entrata in vigore della Costituzione potevano candidarsi legittimamente alle elezioni politiche.

Il Parlamento italiano ha abrogato la XIII Disposizione Transitoria e Finale consentendo il ritorno dei Savoia e, paradossalmente, con una maggioranza parlamentare semplice o qualificata potrebbe abrogare anche il divieto di rifondazione del partito fascista, ma non potrebbe mai più restaurare invece la monarchia (art. 139), né potrebbe farlo il “popolo sovrano” che pure ha potuto però votare in passato partiti monarchici, comunque considerati legittimi.

Insomma la Costituzione, non quella diventata slogan ma quella vera, in realtà è troppo poco antifascista per consentire a lorsignori tutto quello che vorrebbero fare, ossia colorare di fascismo qualsiasi cosa si frapponga tra loro e il pieno potere.

 

Crimini di guerra occultati: la strage di Gorla

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Segnalazione del Centro Studi Federici

La maledetta guerra e la strage di Gorla
 
Quonset. Una specie di capanna prefabbricata in lamiera ondulata, protagonista di ogni campo militare alleato, dalla Tunisia alla Normandia, dalle Ardenne al Pacifico. È in uno di questi Quonset, uguali ad altre migliaia e migliaia, che è stata installata la sala riunioni della 451esima squadriglia bombardieri dell’USAF, 15a Air Force, nella base di Castelluccio dei Sauri, vicino a Foggia, in Puglia.
 
Pochi tavolacci  di legno grezzo, un po’ di seggiole, una grande lavagna. Tutto qui.
Il pomeriggio del 19 ottobre 1944 il colonnello sale sulla pedana e guarda gli uomini davanti a lui: un gruppo di ufficiali che chiacchierano a bassa voce annebbiando la luce, già fioca dentro il quonset, col fumo delle loro Lucky Strike. Sono i comandanti degli aerei della sua squadriglia: i B-24 della 451esima. Insieme a lui, ne hanno già viste tante. Sono ormai dei veterani.
 
Ehm!!
 
Il colonnello si schiarisce la voce, un modo discreto per richiamare l’attenzione.
Il brusio si interrompe. Adesso tutti gli sguardi e l’attenzione degli ufficiali riuniti nella sala sono sul loro comandante.
 
Il colonnello James B. Knapp. Alto, magro, quasi segaligno, coi suoi capelli biondi e l’aspetto giovanile, nonostante il grado elevato che spicca sulle sue spalline. Il fatto è che il colonnello Knapp ha accumulato un gran numero di missioni e di ore di volo e ha fatto carriera alla svelta.
 
Buongiorno a tutti – esordisce il colonnello – domani è giorno di missione. Il nostro compito è il solito: decollare, sorbirci qualche ora di volo, arrivare sull’obiettivo, sganciare il nostro carico e, se Dio vuole, tornare tutti quanti a casa con le ossa intere.
 
Bene. L’obiettivo di domani sono le fabbriche della grande città del nord Italia: Milano. 
I nostro amici inglesi, fra una birra tiepida e l’altra, hanno scoperto che le fabbriche a nord di Milano sono ancora operative e possiamo immaginare cosa stanno costruendo: mitragliatrici e cannoni. E quando i nostri ragazzi della fanteria supereranno la linea gotica – perché ormai è una questione di quando, non di se – noi non vogliamo che quelle armi siano puntate contro di loro vero?
Il nostro compito è andare là, domattina, e dare la sveglia a suon di bombe a quelle fabbriche.
Allora, decollo alle 0800 ora locale, volo sopra l’Adriatico e ingresso a nord di Ferrara, qui – il colonnello indica un punto sulla mappa affissa sopra la lavagna.
Poi, proseguiamo, rotta 330 verso nord – nord ovest. Attenti, passeremo a circa 30 miglia a nord di Milano, al confine con la Svizzera, quindi state belli chiusi in formazione, perché se vi perdete vi trovate a mungere qualche mucca in territorio neutrale. Tutto chiaro fin qui?
Allora – prosegue il colonnello –  larga conversione verso Sud e poi altra virata, per entrare sopra Milano da Ovest.
Punto di riferimento a 2,5 miglia dall’obiettivo. Al mio segnale, vireremo di 22° a sinistra e ci troveremo proprio sopra le fabbriche.
Voleremo a un’altezza di 8.000 metri e attaccheremo in due ondate da quella quota. Non voglio avere noie dalla contraerea.
La prima ondata sarà formata da diciotto aerei in tre formazioni a diamante, cinque aerei a V il sesto che chiude.
Gli altri diciotto seguono i primi. Tutto chiaro?
 
Signore! Sissignore
 
Tutto chiaro?!? Signore!! Sissignore!
 
A domani, fatevi una birra, giocate a carte, scrivete a mogli e fidanzate, ma domani voglio vedervi su quella pista freschi e riposati come delle rose. Intesi?
 
La mattina dopo, gli uomini corrono sulla pista e raggiungono i loro bombardieri B-24.
Il B-24: più che un aereo, sembra il vagone di un treno merci a cui siano spuntate due esili ali con quattro grossi motori.
Non è un aereo elegante il B-24. Del resto non è nato per fare cose eleganti. Il B-24 è stato progettato per volare ad alta quota per qualche centinaio di chilometri, rovesciare sul bersaglio qualche tonnellata di bombe e tornare a casa intero, magari sforacchiato, ma intero.
Una dopo l’altra, le eliche dei motori Pratt &Whitney ciascuno da 1.200 cavalli, cominciano a girare, raggiungendo il numero massimo di giri con un rombo assordante.
Gli aerei cominciano a rullare, mentre gli uomini a bordo verificano le apparecchiature e i cannonieri scarrellano le Browning calibro .50 che difenderanno l’aereo se dovesse apparire qualche caccia tedesco.
Gli aerei si allineano sulla pista e decollano in fila, i primi a partire cominciano a volare in cerchio sopra Castelluccio, attendendo i compagni. Quando tutti sono in volo, si mettono in formazione e fanno rotta verso nord.
 
Milano, quartiere Gorla scuola Francesco Crispi, ore 8.00
 
Gli ultimi bambini corrono prima che suoni la campanella di inizio delle lezioni. Sulla porta c’è il bidello ad attenderli, pronto a fare una ramanzina ai ritardatari.
I genitori salutano i bambini con un bacio in fronte. Ci sono dei padri in bicicletta, in tuta blu e con la schiscetta a tracolla, che lasciano i figli per poi pedalare fino in fabbrica, in una delle tante officine della zona.
Ci sono le mamme, con le lunghe gonne grigie, che tornano a casa a piedi per iniziare anche loro la lunga giornata. La passeranno cucinando, facendo lavoretti di sartoria, o mille altre attività di sussistenza, come ormai accade da quasi quattro anni.
Una radio diffonde una canzone, di quelle che piacciono a Salò: “Le donne non ci vogliono più bene, perché portiamo la camicia nera…”
E certo, le donne vorrebbero ancora voler bene, ma troppi mariti, fidanzati, padri e fratelli se ne sono andati per non tornare più: Nikolaevka, Capo Matapan, Tobruk, El Alamein…tanti, troppi nomi per altrettanti funerali.
Pochi minuti dopo i bambini sono in classe. Alzabandiera al canto di “Giovinezza” e inizio delle lezioni.
 
Ore 11 circa, da qualche parte a ovest di Milano
 
La prima ondata di bombardieri raggiunge il punto di riferimento. È ora di innescare le bombe. Ma qualcosa non va. Anziché innescarsi e basta, le bombe vengono sganciate senza preavviso. Per fortuna cadono in campagna e non fanno danni. La missione è già fallita a metà.
Ma il peggio deve ancora arrivare.
La seconda ondata raggiunge il punto di riferimento.
Il colonnello Knapp prende la parola:
 
A tutti gli aerei, a tutti gli aerei, ci siamo ragazzi, rotta 22° a sinistra.
 
Il radiotelegrafista trasmette a tutti gli aerei le coordinate della virata ma, anche qui, succede qualcosa di imprevisto.
Forse per un errore di trascrizione, tutti gli aerei virano all’unisono di 22°, ma a dritta, e assumono la formazione di attacco.
Intanto gli ufficiali di tiro hanno armato le bombe.
 
Eh!! Dannazione! Che cosa state facendo?!? Siamo fuori rotta così!! Ufficiale di rotta, dammi un nuovo punto di allineamento!
 
E che ne so colonnello! Qui sotto non ci sono punti conosciuti, mica siamo alla stazione della metro di Broadway qui!! Non ce la facciamo a riallinearci sul bersaglio.
 
Ok, allora sganciamo alla svelta e leviamoci di qui! L’ultima cosa che voglio è svolazzare sul territorio nemico con diciotto bombardieri. Andiamocene prima che arrivino tutti i caccia di zio Adolf a mitragliarci il culo!
 
Signore!! Qui è l’ufficiale di tiro!!! Non possiamo sganciare qui!! Là sotto è pieno di case e di strade, c’è pure il tram!! Se non sapessi di essere in Italia potrei dire di essere sopra casa mia a S. Francisco!!!
 
Poche storie! Ho detto di sganciare!!! Io non ci penso proprio a sciropparmi qualche ora di volo con una valanga di tritolo innescato sotto al culo!!! Io ai miei uomini non faccio correre rischi inutili!!!
 
Ma signore, facciamo un macello!!! Aspettiamo e buttiamo le fottute bombe in mare!!!
 
No! Dannazione!! Qui ci sono i miei uomini, sui miei aerei, e non li faccio andare in giro per l’italia seduti su una bomba con la miccia accesa. Ho detto sganciare!!! è un ordine!!!!
 
I portelloni di lancio dei B-24 si aprono, come petali di fiori mortali e una miriade di puntini neri si liberano nell’aria, come uno sciame di insetti velenosi e inferociti.
Sono le 11,26, le bombe, da 220 kg, dieci per ogni aereo, per un totale di 180 bombe, impiegano 180 secondi per raggiungere il bersaglio.
Sono le 11.29 del 20 ottobre 1944. quaranta tonnellate di bombe cadono sul quartiere milanese di Gorla, e sulla scuola Francesco Crispi.
 
Gorla, ore 11,29
 
Intanto, il primo allarme antiaereo era già stato dato alle 11,14 e i bambini erano già usciti dalle aule, con gli insegnanti che li disponevano in fila, per imboccare le scale e scendere nel rifugio.
Ma dieci minuti sono troppo pochi per fare in modo che tutti raggiungano il rifugio.
Mentre tantissimi bambini sono ancora sulle scale, una bomba cade sulla scuola, sfonda il tetto, si infila proprio nella tromba delle scale ed esplode.
Le scale crollano, chi non è morto dilaniato dall’esplosione cade nel vuoto per alcuni piani, per poi essere sepolto dalle macerie.
Intanto, tutt’intorno è un inferno di esplosioni, urla, polvere e sangue.
Quei genitori, che avevano amorevolmente accompagnato i loro figli la mattina, salutandoli con un bacio e una carezza, accorrono verso quella pira di macerie fumanti e roventi. La fiducia, timida, che avevano di vedere la guerra finire presto, si trasforma in disperazione, mentre scavano con le mani, le lacrime che si mischiano alla polvere, per estrarre dalle macerie quei corpi martoriati.
Alla fine di quella orribile giornata, si conteranno 184 piccoli cadaveri. Sono i Piccoli Martiri di Gorla. Con loro sono morti anche quattordici insegnanti, la preside della scuola e quattro bidelli.
In tutto il quartiere di Gorla, il tragico errore della 451esima squadriglia bombardieri porterà un bilancio di più di 600 vittime.
Knapp non avrà alcuna conseguenza per la sua decisione. Verrà solo criticato per la goffaggine nella conduzione delle missione che ne decretò il sostanziale fallimento, senza tuttavia impedirgli di ottenere, dopo la guerra, le stellette di generale.
 
E a Milano, ancora una volta, come spesso nella storia, a pagare per gli errori degli uomini furono i più deboli e indifesi.
Dopo la guerra, furono sempre i cittadini di Gorla ad erigere, con l’acciaio della Falck e il marmo donato dalla Rinascente, il sacrario che ancora oggi conserva i resti dei bambini periti nella tragedia. Il monumento sorge in quella che, da allora, è stata chiamata la piazza dei Piccoli Martiri, lambita dalle acque e dal verde della Martesana, che, ci piace pensare, dona a quei poveri bambini un po’ di quella pace che non trovarono nella loro troppo breve esistenza terrena.
 
Marco Lombardi (giornalista e scrittore)
 
 
 
Sacrario di Gorla: le tombe delle vittime (in foto)

Pacificazione ieri e oggi: quando Mussolini voleva governare con la Cgil

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Segnalato e pubblicato su https://www.ilmiogiornale.net/pacificazione-ieri-e-oggi-quando-mussolini-voleva-governare-con-la-cgil/

di Ferdinando Bergamaschi

Pacificazione: questa parola è tornata di moda dopo l’assalto dei dimostranti di Forza Nuova alla sede romana della Cgil e in vista della manifestazione nazionale a sostegno del sindacato di domani. Gli atti di violenza del 9 ottobre hanno imposto all’opinione pubblica il dilemma su quale sia la matrice politica che ha mosso i contestatori. Alla luce della Storia c’è poco da dire: sono molti i casi in cui lo squadrismo fascista giusto cent’anni fa, dal 1920 al 1922, è stato protagonista di assalti alle sedi della Cgl (la Cgil di allora), di sindacati bianchi, camere del lavoro, sedi del Partito socialista. E al di là dei principi ai quali oggi si ispirano gli accoliti di Forza Nuova – principi assai confusi e privi di ogni consapevolezza – è pertanto pertinente definire l’ignobile azione dello scorso sabato un’azione di squadrismo fascista.

Come pensare allora a una pacificazione nel clima odierno? È sempre la Storia a correre in nostro aiuto cambiando prospettiva. Se con fascismo si intende anche la strategia politica che nasce dal pensiero e dalla volontà di Benito Mussolini, dalla sua visione e dal suo progetto politico iniziale, le cose stanno infatti diversamente. E forse al riguardo, anche per incentivare una riflessione che rassereni gli animi, vale la pena fare un po’ di chiarezza, come ho cercato di proporre nel mio libro “Tentativi di pacificazione tra fascisti e antifascisti”.

L’occupazione delle fabbriche nel 1920

Partiamo dal primo incontro rilevante che Mussolini ha con Bruno Buozzi, nelle rispettive vesti di capo del movimento fascista e di segretario generale della Fiom, datato 10 settembre 1920. In quei giorni gli operai metallurgici, di fronte alla decisione degli industriali di proclamare la serrata, si mobilitano per occupare gli stabilimenti di Milano e di tutta Italia. In questo contesto Mussolini incontra Buozzi, vero organizzatore della grande mobilitazione. Nell’occasione il capo fascista assicura al segretario generale della Fiom che se la lotta metallurgica fosse rimasta sul terreno sindacale, i fascisti non l’avrebbero in nessun modo “avversata perché a noi poco importa che gli industriali siano sostituiti dagli operai”.

Lo stesso giorno Mussolini pubblica un articolo su Il popolo d’Italia dove scrive: “Non si può pretendere oggi, dopo tutto quello che è avvenuto, che gli operai abbandonino le fabbriche senza garanzie. Non può bastare una promessa di trattare; bisogna anche promettere di concedere e fissare un minimum delle concessioni. Se gli operai avranno queste garanzie, usciranno dalle fabbriche nell’attesa – che deve essere possibilmente breve – di riprendere regolarmente il lavoro”. 

L’occupazione delle fabbriche non porta a nessuno sbocco rivoluzionario; soprattutto per l’incapacità del Partito Socialista di prendere qualsiasi iniziativa, delegando ogni decisione al sindacato che però è privo di forza politica. Le fabbriche vengono sgomberate e riconsegnate al controllo degli industriali. E Mussolini loda il presidente del Consiglio Giolitti per non aver stroncato il movimento con la forza. 

I patti di pacificazione

I rapporti del capo fascista con la Cgl proseguono, benché nei mesi successivi il peso degli intransigenti aumenti all’interno del movimento di Mussolini. Gli intransigenti non vedono di buon occhio l’accordo con la Cgl e con i socialisti che il capo fascista vuole perseguire. Ma Mussolini è deciso a continuare sulla strada di un ricongiungimento con i suoi ex compagni di partito, partendo proprio da un accordo con i sindacalisti confederali e con quei socialisti disposti a seguirlo.

Il 3 agosto 1921 di fronte al Presidente della Camera De Nicola viene firmato il patto di pacificazione fra fascisti da una parte e Cgl e socialisti dall’altra. L’accordo si propone anzitutto di chiudere la tremenda guerra civile (come ormai gli storici sono concordi nel considerare il fratricidio in Italia tra il 1919 e il 1922), che ogni giorno miete vittime di una parte e dell’altra.

Il patto di pacificazione ha anche un importante valore strategico. Questo accordo infatti è una chiara indicazione di come Mussolini vuole indirizzare la sua politica verso sinistra. Infine, vi sono importanti ragioni tattiche: Mussolini in un colpo solo avrebbe dato scacco al trasformismo giolittiano e messo all’angolo i fascisti intransigenti. 

Un partito laburista

L’obbiettivo politico di Mussolini è quello di creare un partito laburista nazionale, che oggi potremmo anche chiamare un partito di centrosinistra. E per questo lavora appena insediatosi al governo, cercando di collegarsi con la Cgl e con quei socialisti che avessero capito e condiviso questa strategia. Mussolini propone così a uno dei capi della Cgl, Gino Baldesi, il ministero del Lavoro. E vuole far entrare nella compagine governativa anche Buozzi, oltre a un esponente del Partito Socialista. Ma tra il 29 e il 30 ottobre 1922, appena trapela questa notizia, i fascisti intransigenti e i nazionalisti alzano gli scudi. Il capo fascista non può indebolirsi ulteriormente e quindi deve desistere. 

Il tentativo del 1924

Renzo De Felice ci spiegherà come questa strategia – vera antesignana del compromesso storico – Mussolini la perseguirà fino al delitto Matteotti, avvenimento che rappresenta la pietra tombale dell’operazione. E che non a caso sarà compiuto materialmente da un gruppo di squadristi intransigenti che vuole impedire al presidente del Consiglio di governare con i socialisti. 

Mussolini all’epoca ha già dato vita a un Esecutivo di larghe intese che va dalla destra al centrosinistra. In questo Governo, oltre a ministri e sottosegretari fascisti ci sono ministri e sottosegretari popolari, democratici, democratico-sociali, liberali, nazionalisti. 

Tuttavia Mussolini insiste per portare al Governo anche la sinistra socialista e i sindacalisti della Cgl. Se i fascisti intransigenti e i nazionalisti non avessero accettato, avrebbe fatto a meno di loro. E stavolta è nelle condizioni di affrontare questa svolta. La lista dei ministri che ha pronta nel 1924 comprende ancora importanti personalità del socialismo italiano (da D’Aragona a Caldara, a Casalini) e della Cgl (da Baldesi a Buozzi, a Rigola). Ma la storia, a causa del delitto Matteotti, purtroppo ha preso un altro corso.

È una lezione, quella che arriva dai fatti di cento anni fa, che merita di essere meditata, per costruire un futuro dove la parola pacificazione tra destra e sinistra possa finalmente ritrovare un significato vero. E questo, anche oggi, nell’interesse dell’intero Paese.  

GUARDA IL VIDEO:

Un anniversario da non dimenticare: il martirio di Marcantonio Bragadin (1571-2021)

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Nel corso della catechesi del Circolo Christus Rex del primo mercoledì del mese, l’Ing. raffaele Amato ha tenuto una bellissima relazione sull’attualità della battaglia di Lepanto, soffermandosi particolarmente sulla figura ed il martirio di Marcantonio Bragadin, che rifiutò di apostatare dalla fede cattolica. Un esempio ed un monito importante per tutti i cattolici. (n.d.r.)

Segnalazione Corrispondenza Romana

di Roberto De Mattei

Vi sono molti personaggi storici che attendono di essere elevati agli altari, perché uccisi in odio alla fede e alla Civiltà cristiana: Simone di Montfort (1170-1218), vittima degli eretici Albigesi; la regina di Scozia Maria Stuart, fatta uccidere nel 1587 da Elisabetta I Tudor; i Reali di Francia Luigi XVI e Maria Antonietta, ghigliottinati nel 1793 dai giacobini e, non ultimo, Marcantonio Bragadin, l’eroico difensore di Famagosta scorticato vivo dai Turchi nel 1571. Quest’anno, è il 450° anniversario della vittoria di Lepanto, ma anche del sacrificio di Marcantonio Bragadin. La tragica morte del patrizio veneziano è stata tramandata alla storia da un testimone oculare, Nestore Martinengo (1547- 1598), che nel 1572 presentò al governo della Repubblica di Venezia una celebre relazione su L’assedio et la presa di Famagosta. Chi poi volesse inquadrare questo evento nel suo contesto religioso e politico, potrà approfondirlo nel libro da me dedicato a Pio V. Storia di un Papa santo, pubblicato quest’anno dall’editore Lindau.

Tutto iniziò la notte tra il 13 e il 14 settembre 1569, quando un tremendo boato scosse Venezia. Era saltato in aria il gigantesco deposito di munizioni dell’arsenale. Il Senato della Repubblica ne attribuì la responsabilità a dei sabotatori assoldati da Josef Nassì, un ricco ebreo di origine portoghese, nemico giurato della Repubblica di Venezia, che viveva a Costantinopoli e spingeva il sultano Selim II alla conquista di tutte le isole dell’Egeo.

Selim II (1524-1574), che era succeduto al padre Solimano il Magnifico come capo dell’Impero Ottomano, decise di rompere la pace conclusa nel 1540 con Venezia, rivendicando presunti diritti sull’isola di Cipro, una colonia veneziana che rivestiva grande importanza strategica e costituiva, con Malta, l’unica enclave cristiana in un mare dominato dai Turchi.

Le autorità della Repubblica di Venezia si trovarono di fronte a un dilemma: abbandonare l’isola di Cipro, oppure sfidare la potenza ottomana, rinunciando alla politica di conciliazione verso i Turchi, tenuta dalla “Serenissima” negli ultimi decenni. Il 28 marzo 1570 Selim inviò a Venezia un suo ambasciatore per consegnare un ultimatum: cedere l’isola di Cipro o subire la guerra. Il colloquio tra l’inviato turco e il doge Pietro Loredan durò pochi minuti. “La Repubblica difenderà sé stessa fidando nell’aiuto di Dio e nella forza delle sue armi”, dichiarò il vecchio doge. Il lunedì di Pasqua nella basilica di San Marco venne consegnato lo stendardo di combattimento al “capitano general da mar” della flotta della Serenissima, Girolamo Zane. Venezia si preparava alla guerra.

Il Papa Pio V (1566-1572), che regnava da quattro anni, si rallegrò della notizia: la guerra sarebbe stata una grande occasione per realizzare l’obiettivo che si era posto fin dall’inizio del suo pontificato: la costituzione di una “Santa Lega” dei principi cristiani contro il nemico secolare della fede cattolica. Egli era convinto che ciò che era in gioco non era solo l’interesse di Venezia, ma quello dell’intera Cristianità.

Intanto, il 3 luglio 1570 le truppe di Lala Mustafà Pascià (1500 circa-1580), inviate da Selim II, sbarcarono a Cipro e posero l’assedio a Nicosia, capitale dell’isola. La guarnigione veneta schierava 6000 uomini contro oltre 100.000 ottomani, muniti di 1.500 cannoni e appoggiati da circa 150 navi, che bloccavano l’afflusso di rifornimenti e rinforzi. Nonostante l’accanita difesa. Nicosia cadde dopo un assedio di due mesi, la guarnigione fu massacrata, più di duemila abitanti catturati e venduti come schiavi. Sotto il controllo dei veneziani rimaneva però Famagosta, la principale piazzaforte dell’isola.

I Turchi inviarono ai difensori di Famagosta la testa mozzata del governatore di Nicosia Niccolò Dandolo, per ammonirli ad arrendersi, ma i veneziani, guidati dal governatore civile Marcantonio Bragadin e dal comandante militare Astorre Baglioni (1526-1571), erano decisi a resistere a oltranza.

Nel gennaio 1571, l’audace comandante veneziano Marco Querini, partendo da Creta forzò il blocco turco con sedici delle sue galee, portò via da Famagosta i civili e rinforzò la piccola guarnigione con munizioni, viveri e 1600 uomini.  Bragadin e Baglioni riuscirono a resistere per tutto l’inverno, grazie all’ottimo sistema fortificato della città e alle incursioni a sorpresa che effettuavano al di fuori delle mura nell’accampamento degli assedianti. I Veneziani avvelenarono anche i pozzi di acqua esterni e fecero credere di aver fatto evacuare la città, spingendo il nemico ad avvicinarsi senza precauzioni e infliggendogli perdite ingentissime

A primavera gli attacchi dei Turchi si rinnovarono con sempre maggior furore, mentre Pio V era riuscito a costituire la sua Santa Lega, con la partecipazione dello Stato Pontificio, della Spagna e della Repubblica di Venezia.

Bragadin contava ormai solo sull’arrivo dei soccorsi cristiano, ma Mustafà che temeva un’altra disastrosa sconfitta, dopo quella subita a Malta cinque anni prima, chiese ulteriori rinforzi e il suo esercito raggiunse le 250.000 unità, contro poco più di 2000 combattenti veneziani. Dopo undici mesi di eroica resistenza, i continui bombardamenti e la fine dei viveri e delle munizioni, costrinsero Bragadin, il 1 agosto 1571, a decretare la resa di Famagosta.

Lalà Mustafà aveva promesso, con un documento firmato, di permettere ai superstiti di lasciare l’isola, imbarcandosi sulle loro navi, “a tocco di tamburo, con le insegne spiegate, artiglieria, arme et bagaglio, moglie e figli”, ma si macchiò di un infame tradimento. Il 2 agosto Bragadin, accompagnato da Astorre Baglioni si presentò alla tenda di Lalà Mustafà per consegnargli le chiavi della città, ma i due comandanti veneziani furono coperti di insulti e arrestati. Astorre Baglioni e gli altri rappresentanti della delegazione veneziana vennero decapitati seduta stante, mentre una sorte ben peggiore aspettava Bragadin a cui vennero mozzate le orecchie e il naso e fu rinchiuso per dodici giorni in una gabbia sotto il sole cocente, con pochissima acqua e cibo. Al quarto giorno i turchi gli proposero la libertà se si fosse convertito all’Islam, ma Bragadin rifiutò sdegnosamente.

Il 17 agosto il comandante veneziano fu appeso all’albero della propria nave e massacrato con oltre cento frustate, quindi costretto a portare in spalla per le strade di Famagosta una grande cesta piena di pietre e sabbia, finché non ebbe un collasso. Fu quindi riportato sulla piazza principale della città incatenato a una colonna e qui un rinnegato genovese infisse il coltello sulla spalla sinistra e iniziò a scuoiarlo vivo. Il comandante veneziano sopportò il martirio con eroico coraggio, continuando a recitare il Miserere e ad invocare il nome di Cristo finché, dopo che gli ebbero scorticato il busto e le braccia, urlò: “In manus tuas Domine commendo spirituum meum” e spirò Erano le 15 del 17 agosto 1571. Il corpo di Bragadin fu quindi squartato, e la sua pelle, imbottita di paglia e cotone, e rivestita degli abiti e delle insegne del comando, fu portata in macabro corteo per le vie di Famagosta, e poi appesa all’antenna d’una galea, che la portò a Istanbul come trofeo, insieme con le teste dei capi cristiani.

La risposta cristiana all’eccidio di Famagosta avvenne il 7 ottobre 1571 nelle acque di Lepanto, dove la flotta turca venne annientata. La pelle di Marcantonio Bragadin, sottratta nel 1580 all’Arsenale di Istanbul, fu portata a Venezia e viene venerata come una reliquia nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, nel retro del monumento dell’eroe veneziano. Marcantonio Bragadin meriterebbe di figurare tra i Beati del V Cielo del Paradiso, descritti da Dante nella Divina Commedia, e di essere ricordato accanto ai grandi combattenti per la fede degli ultimi secoli, dai Vandeani ai Cristeros. Un giorno, forse, la Chiesa lo canonizzerà come martire.

Fonte: https://scholapalatina.lt.acemlna.com/Prod/link-tracker?redirectUrl=aHR0cHMlM0ElMkYlMkZ3d3cuY29ycmlzcG9uZGVuemFyb21hbmEuaXQlMkZ1bi1hbm5pdmVyc2FyaW8tZGEtbm9uLWRpbWVudGljYXJlLWlsLW1hcnRpcmlvLWRpLW1hcmNhbnRvbmlvLWJyYWdhZGluLTE1NzEtMjAyMSUyRg==&sig=5gF1nTCxMt847RYZANex9AXk7uLjUhg6DD1MSgvMjj6b&iat=1633554930&a=650260475&account=scholapalatina%2Eactivehosted%2Ecom&email=WGByPjZY3AMGHbnlPw2cQTpxdzkQNl9LgdxZ9pnzLRY%3D&s=7fe708e192b517c76cb9155f667678b1&i=582A617A15A5906

Gli stupratori che esportavano la democrazia

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Lo storico Roberto Gremmo è autore del libro “Le Marocchinate, gli alleati e la guerra civile. Le vittime dell’occupazione militare straniera nell’Italia liberata (1943-1947)” (Storia Ribelle – Biella, 2010). L’articolo che segnaliamo, dello stesso Autore, tratta di alcuni degli innumerevoli casi di abusi sessuali compiuti dalle truppe alleate nei confronti delle popolazioni della Penisola.
 
Le nostre donne e i nostri bambini, vittime dimenticate, preda degli eccessi delle truppe alleate e ‘liberatrici’
 
(…). Sulle stragi, gli stupri e gli omicidi delle truppe di colore francesi fra il 1944 e il 1945 non parla volentieri nessuno.
Per di più, non c’erano solo i marocchini perché orde di violentatori, stupratori, delinquenti ossessionati dal sesso vestivano le divise delle truppe alleate di molti Paesi.
A Casoria il 25 febbraio 1944 “tre militari truppe colore” entrarono in una fattoria isolata cercando di violentare una donna e la figlia diciottenne ma vennero fermati dal proprietario che li dissuase “consegnando militari somma circa lire mille”.
Il pomeriggio del giorno seguente a Sessa Aurunca si verificò un tentativo di violenza carnale contro una contadina da parte di “due militari inglesi di cui uno razza negra”.
Il 14 luglio a Sala Consilina cinque militari americani entrarono in un’osteria cercando di violentare la moglie del proprietario che reagiva ferendo uno dei militari. Il 17 luglio ad Eboli “tre soldati americani, ubriachi, tentavano adescare due ragazze” spararono addosso ad un ragazzo corso a difenderle e poi fuggirono esattamente come due “soldati di colore alleati” che la fecero franca a “Villa Siepe” di Collescipoli in provincia di Terni dove uccisero con un colpo di fucile una povera donna “accorsa in aiuto della figlia, che stava per essere violentata”.
Il 26 luglio in provincia di Siena a Gaiole in Chianti due soldati indiani tentarono di rapire una ragazza ma vennero fermati dai parenti della giovane che li consegnarono alla polizia americana; due giorni dopo a Piobbico un altro soldato indiano violentò una donna ma venne bloccato dai carabinieri che lo consegnarono alla polizia militare alleata.
Il 31 luglio a Capua “quattro militari sud-africani avvinazzati” svaligiarono una casa cercando di stuprare una donna, vennero alle mani con “altro militare di colore” entrato con le stesse intenzioni e poi fuggirono.
Il primo agosto ad Eboli quattro “militari scozzesi avvinazzati” ed armati entrarono in una casa tentando di violentare una donna ma “La malcapitata riusciva a fuggire, rifugiandosi unitamente ai tre figli minori nella vicina abitazione parenti” mentre per vendicarsi i soldati le fracassarono i mobili rubandole i pochi soldi che conservava. Tre giorni dopo, a Napoli “un soldato alleato di colore del gruppo automobilistico sito nella via Panoramica località “Testa”, si congiungeva carnalmente e con violenza col settenne (…) producendogli lesioni che, per la loro localizzazione sono da ritenersi derivate da contagio di malattia venerea”.
Il 12 agosto a Rosignano Solvay due militari americani ubriachi cercarono di violentare una donna minacciando il marito con un pugnale.
Il 14 agosto a Tarquinia due soldati brasiliani col pretesto di ottenere del vino entrarono in una fattoria tentando di rapire una ragazza sedicenne, aggredendo e ferendo un contadino intervenuto mentre la poveretta scappava per i campi; il 18 agosto in località “Mulino Caputo” di Capua un militare canadese violentò e ferì una donna ed il 12 settembre in località “Venere” di Arezzo tre militari inglesi entrarono in una casa tentando di violentare una donna, sparando per spaventarla ma fuggendo sorpresi dalle grida della poveretta.
Il 24 agosto a Subbiano in provincia di Arezzo due soldati indiani armati, “col pretesto di ricercare militari tedeschi”, entrarono in un casolare, chiusero gli abitanti in una stanza salvo una contadina che tentarono di violentare ma “non essendovi riusciti, per l’energica reazione della donna, si allontanavano sparando un colpo di fucile” che colpiva a morte la poveretta. Il 29 agosto in una povera capanna vicino a Livorno “due militari alleati di colore, di cui uno armato di fucile, dichiaratisi agenti della Polizia Alleata” violentarono una giovane sotto gli occhi impietriti dei genitori.
Il 31 agosto in contrada “Cannuccia” di Jesi un gruppo di militari alleati entrò con la violenza in una casa, rapinò i malcapitati e stuprò due donne. Nelle stesse ore a Venturina in provincia di Livorno un finanziere venne ferito mentre cercava di difendere la moglie da un “militare negro” che cercava di violentarla.
Il 3 settembre a Jesi quindici soldati greci penetrarono in una casa, picchiarono il proprietario e gli violentarono la figlia fuggendo dopo aver rubato diversi oggetti d’oro e di valore.
Il 4 settembre ancora a Subbiano tre militari indiani armati entrarono in una casa col pretesto d’una perquisizione tentando di violentare una donna, salvata dalla madre e dal marito che vennero però percossi. L’8 settembre un gruppo di soldati alleati tentò di violentare quattro donne ad Acilia.
Il pomeriggio del 9 settembre i carabinieri di Lucca rinvennero in una fossa scavata in un bosco il cadavere d’una povera donna che “si era recata in campagna per raccogliere erba e non aveva fatto più ritorno nella propria abitazione”.
Dalla autopsia (erano) risultate tracce di violenza carnale e la frattura del cranio, prodotti da corpo contundente.
Si rit(eneva) che il delitto (fosse) stato commesso da militari di colore, che operavano nella località suddetta”.
Il 18 settembre a Rosignano Marittimo tre soldati americani tentarono di violentare una donna e le spararono addosso quando la poveretta fece resistenza.
Il giorno seguente in borgata “Primavalle” a Roma tre soldati alleati cercarono di violentare una donna, furono scoperti appena in tempo dai carabinieri e dai poliziotti ma riuscirono a fuggire sparando all’impazzata.
Il 21 settembre a Piscinola in provincia di Napoli cinque militari americani rapirono e violentarono una ragazza di diciassette anni. Il 24 settembre a “Braccialetto” di Viterbo tre soldati indiani cercarono di violentare una donna difesa dal marito perciò “dovettero desistere da(l) loro proposito e allontanarsi non senza però lanciargli contro un sasso che lo feriva”. Il giorno seguente cinque “militari negri” violentarono una donna a Pisa. Il 29 settembre a Venturina tre “soldati negri” cercarono di stuprare una donna ma furono affrontati dai suoi parenti che li presero a fucilate ed uno degli aggressori venne ferito gravemente.
Il 20 ottobre a Palazzuolo di Romagna in provincia di Firenze tre militari indiani violentarono una giovane di ventun anni ed il giorno seguente altri cinque soldati indiani tentarono di violentare una ventenne a Boboli ma vennero messi in fuga da alcuni civili richiamati dalle grida della donna.
Il 25 ottobre a San Pietro a Grado nei pressi di Pisa sei “militari alleati di colore” chiesero insistentemente del vino in una fattoria isolata, poi tentarono di violentare una donna di 35 anni e la figlia di 15 e quando il padrone di casa cercò di difendere le sue donne “fu ucciso con una pugnalata alla nuca”. Gli assassini vennero arrestati dalla polizia alleata.
Cinque giorni, dopo a Livorno, un altro “soldato alleato delle truppe di colore” tentò uno stupro ma venne immobilizzato da un sergente italiano malgrado lo avesse preso a rivoltellate. Il 29 ottobre a Camerino quattro soldati neo-zelandesi entrarono in una fattoria cercando di violentare una donna ma furono costretti ad andarsene quando giunse il marito. Poi però tornarono indietro, brandendo minacciosamente una scure. Il contadino non si perse d’animo e li mise in fuga ferendoli sparando col fucile.
Il mattino del 6 novembre a Bracciano alcuni militari indiani sorpresero due sorelle in un bosco dove stavano raccogliendo la legna e “tentarono violentarle, ma non essendo riusciti nel loro proposito, spararono contro le due donne alcuni colpi di fucile” uccidendone una e ferendo gravemente l’altra.
La sera del 13 novembre a San Piero a Sieve in provincia di Firenze cinque militari americani entrarono in una casa, picchiarono una giovane che era riuscita a sfuggire alle loro pretese ed il padre che aveva cercato di difenderla. Due giorni dopo a Lastra a Signa “4 militari di colore” entrarono con la violenza in una casa dove picchiarono un’intera famiglia che era riuscita ad impedire la loro violenza contro la moglie del proprietario.
Il 14 novembre ad Aversa alcuni italiani stupefatti videro una povera donna gettarsi da un autocarro in corsa, morendo sul colpo. La malcapitata aveva incautamente accettato un passaggio da un gruppo di militari indiani e s’era lanciata nel vuoto dopo essere stata “fatta segno a tentativi di violenze a scopo di libidine”.
La sera del 23 novembre “un soldato di colore” tentò di violentare una diciottenne a Marina di Pisa. A San Giuliano Terme la sera del 25 novembre due militari americani obbligarono una donna a salire su un’auto e la violentarono. Tre giorni dopo “un militare americano, conducente un’auto della croce rossa” cercò di violentare una sedicenne.
L’11 dicembre a Marradi in provincia di Firenze quattro militari indiani entrarono in una casa, immobilizzarono i proprietari e “si congiunsero carnalmente” con una giovane di 27 anni, andandosene tranquillamente dopo aver rapinato un paio di scarpe e 200 lire.
Il 14 dicembre due soldati americani tentarono di violentare una giovane cameriera, schiaffeggiando il suo datore di lavoro intervenuto a difenderla. La sera del 15 dicembre 1944 due soldati americani penetrarono in un’osteria di Roma dove tentarono di violentare la moglie del proprietario ma poi dovettero rinunciare “per l’atteggiamento minaccioso dei clienti, contro i quali agirono, rapinandoli della somma complessiva di 4500 lire”.
Lo stesso giorno le campagne di Russi in provincia di Ravenna furono teatro di una tragedia irreparabile quando un soldato canadese uccise un contadino intervenuto in difesa della figlia che stava per essere violentata.
Nella capitale, due giorni dopo un soldato alleato tentò di violentare una ragazza ma venne bloccato da alcuni poliziotti italiani che gli misero le manette.
La vigilia di Natale alcuni soldati greci accampati a Barra penetrarono in una casa tentando di violentare due donne ma vennero messi in fuga. Mentre scappavano cercarono comunque di rapinare e violentare due ragazze ma per furtuna furono bloccati da un gruppo di militari italiani di passaggio. Indispettiti e decisi a vendicarsi, dopo qualche ora parecchi ellenici arrabbiati tornarono indietro e “per rappresaglia esplosero bombe a mano e circa 100 colpi di armi automatiche”, uccidendo una persona e ferendone altre.
La sera del 7 gennaio 1945 a Castelfranco di Sotto in provincia di Pisa cinque militari brasiliani vennero messi in fuga dai carabinieri accorsi alle grida d’una povera donna che stava per essere violentata. Il 15 gennaio “due militari di colore” presero a pugni una giovane ventiquattrenne “con l’evidente scopo di violentarla. Alle grida della donna, gli aggressori si dettero alla fuga”. A Forte dei Marmi il pomeriggio del 16 febbraio due “soldati di colore” chiesero ospitalità in una fattoria dove nella notte tentarono di violentare la moglie del padrone di casa e quando il poveretto cercò di difendere la donna “i soldati lo uccisero con un colpo di fucile. La donna, portata con violenza in altra casa, fu poi violentata”.
Il 21 gennaio a Coreglia Antelminelli in provincia di Lucca “due militari americani di colore” entrarono in casa d’una donna sola e la “costringevano a congiungersi carnalmente”. Una settimana dopo nello stesso paese “tre militari americani di colore” armati cercarono di violentare due contadine che “poterono sottrarsi dandosi alla fuga”.
La sera del 17 marzo ancora a Coreglia Antelminelli si verificò un duplice, efferato omicidio quando “un soldato di colore, della 92^ Divisione T.F. americana” uccise a colpi di fucile una ragazza diciassettenne che cercava di sottrarsi al suo tentativo di violentarla ed il fratello della giovane accorso in suo aiuto. Due giorni dopo, a San Marcello Pistoiese, un “soldato negro americano” violentò una donna tentando di stuprarne altre due; il 26 marzo a Pisa due soldati inglesi cercarono di violentare una ragazza in un negozio ma, per fortuna, “furono fermati dalla polizia americana” mentre la fecero franca tre soldati neozelandesi che a Serravalle di Macerata violentarono e rapinarono una donna. Riuscì a far perdere le tracce anche “un soldato di colore” che il 1 aprile tentò di violentare una poveretta a Campiglia Marittima.
Il 5 maggio a Calderara di Reno un “soldato di colore dell’esercito americano” picchiò e violentò una donna, soprendendola in casa e due giorni dopo a San Lazzaro di Savena quattro militari indiani fecero irruzione in una casa violentando una bambina di 14 anni di fronte ai genitori tenuti prigionieri ed atterriti perché minacciati di morte.
La sera del 18 maggio ad Anzola Emilia “un soldato negro, rimasto sconosciuto” alla guida d’un autoveicolo cercò inutilmente di convincere una donna che viaggiava sull’automezzo “a congiungersi carnalmente con lui” ma al rifiuto della poveretta fermò la macchina, fece scendere tutti i passeggeri, sparò loro addosso ferendo a morte un soldato italiano e poi riprese tranquillamente il viaggio.
Il 27 maggio a Busnago nel milanese due soldati sud-africani schiaffeggiarono un partigiano, tentando di violentare la sua fidanzata; il giorno seguente a Fonte San Savino in provincia di Arezzo due militari indiani cercarono di violentare un ragazzo. La notte del 30 maggio a Marignano nel forlivese “tre militari greci degli eserciti alleati” uccisero a colpi di pugnale una ragazza che aveva opposto resistenza ai loro tentativi di stuprarla e ferirono gravemente il padre ed il fratello che avevano cercato di proteggerla. Il 1 giugno a Sant’Elpidio a Mare nelle Marche un soldato polacco ferì gravemente a coltelate un uomo che cercava di impedire una violenza sulla cognata. Due giorni dopo, “un ufficiale pilota americano, non identificato” violentò per molte ore una donna picchiandola selvaggiamente mentre nelle stesse ore a Spoleto un tenente indiano “tentò di congiungersi” con due donne ma venne messo in fuga dalla gente del posto.
Il 5 giugno a Piacenza due militari della polizia inglese sfondarono la porta d’una casa e tentarono di violentare una donna. Il cognato, presente all’aggressione, “colpito, per lo spavento, da paralisi cardiaca, morì sull’istante”. Il 9 giugno a Grottaglie in provincia di Taranto due soldati indiani di guardia ai prigionieri tedeschi rapinarono un uomo, lo ferirono e tentarono di violentargli la moglie. A Castelmaggiore in provincia di Bologna in poche ore, fra il 13 ed il 14 giugno 1945, si verificarono due tentativi di violenza su donne da parte di “un militare di colore degli eserciti alleati” mentre due soldati indiani stuprarono una ragazzina minorenne.
Sempre il 13 giugno a Campo Marino in provincia di Campobasso un soldato sud-africano tentò di violentare una donna che “riportò, nella colluttazione, ferite lievi” mentre il giorno dopo ad Arquà Polesine “cinque soldati indiani, non identificati, stuprarono cinque ragazzi, dopo averli allettati con dolciumi”.
Il 23 giugno a Pozzecco un “militare di colore” venne arrestato dalla polizia alleata in Friuli per aver violentato una bambina di 9 anni “che riportò lesioni agli organi genitali”. Ancor più efferato il delitto compiuto da uno sconosciuto soldato inglese che due giorni dopo a Scorzè in provincia di Venezia si “congiunse carnalmente” con un bambino di 10 anni proprio nelle ore in cui a Udine due soldati americani si azzuffavano con una pattuglia di carabinieri accorsi in difesa d’una donna che cercavano di stuprare. Il 4 luglio a Livinallongo un soldato americano violentò una bambina di 12 anni e due giorni dopo a San Goderzo in provincia di Firenze due militari alleati violentarono due giovani donne proprio nel paese dove il 20 luglio due sconosciuti con la divisa delle truppe alleate entrarono in una casa, tentarono di violentare una donna e spararono contro il marito che voleva difenderla. Il 30 luglio a Torino due militari sud-africani violentarono una giovane ventiduenne.
Il 17 agosto a Migliarino Pisano venne rinvenuto il cadavere d’una donna di 68 anni “presentante tracce di violenza carnale” e che probabilmente era stata uccisa da “qualche militare di colore di un reparto americano, accampato in quei pressi”. Il giorno seguente a Grottammare in provincia di Ascoli Piceno un soldato polacco “tentò di violentare la tredicenne (…) la quale, riuscita a divincolarsi, fu fatta segno, senza conseguenze, a tre colpi di pistola del polacco”. Il 3 settembre a Firenze un individuo in divisa americana aggredì una donna “a scopo di libidine”. In Puglia, prima a Bitonto il 30 agosto un soldato indiano violentò un bambino di 16 anni e poi il 10 settembre a Carbonara di Bari altri indiani ferirono un carabiniere che s’era rifiutato di “sottostare ad atti di libidine”.
Il giorno di Natale del 1945 a Mori in trentino un soldato inglese che svolgeva la funzione di interprete cercò di violentare una cinquantenne che riuscì a sfuggirgli.
La sera dell’11 marzo 1946 un gruppo di soldati polacchi ubriachi cercò di violentare una donna a Brindisi ed al suo fermo rifiuto uno di loro la uccise a colpi di pistola.
La sera del 4 aprile a Casoria “15 soldati alleati in compagnia di tre prostitute commisero atti osceni alla presenza di alcune ragazze di buona moralità” spararono addosso a due uomini che erano intervenuti per farli smettere e poi scapparono dopo aver rubato una mucca.
La sera del 13 maggio a Civitanova Marche un soldato polacco cercò di violentare una donna di 60 anni e quattro giorni dopo a Potenza Picena un altro militare di Anders commise “atti di libidine violenta” su una bambina di sette anni.
Il 14 luglio a Roma due soldati americani aggredirono e violentarono una ragazza ventunenne ma vennero arrestati dalla polizia alleata..
Era già qualcosa, ma non per questo cessarono violenze e delitti d’ogni tipo attribuiti ai soldati alleati.
Come è sempre accaduto nei Paesi coloniali, le truppe d’occupazione agirono sicure di potersi permettere ogni abuso contro le popolazioni locali.
 
 

 

“Conoscere il Fascismo”…

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CONTROCORRENTE

Segnalazione de Il Covo

Gli avvenimenti di questi ultimi mesi ci avvertono che alcuni popoli vanno sentendo più forte il bisogno di un rinnovamento morale, politico e sociale e che, specie negli ambiti della contestazione culturale, si sono avute in tal senso delle sintomatiche manifestazioni. Uomini che negli scorsi anni, pur criticando la dottrina comunista, sembravano attaccati ai principi liberal-democratici come cozze agli scogli, oggi cominciano a riconoscere che tali principi vanno riformati; uomini delle nuove generazioni che si mostrano disgustati da tutte le esperienze politiche magnificate dal cosiddetto “occidente democratico” a trazione anglo-americana. Tanta gente, insomma, va finalmente constatando che il “vangelo democratico” ha ridotto la libertà in licenza, l’uguaglianza in sovvertimento di valori, la fratellanza in caotica lotta per le poltrone da parte di oligarchie politiche, ed ora essa invoca il nascere di uno Stato vero che con autorità restauri i valori spirituali e morali della Civiltà latina, ristabilisca l’ordine e la giustizia, e faccia imperare la legge là dove regna l’arbitrio dei partiti, tutti e senza distinzioni chiaramente asserviti al potere economico globalista. 
Questo bisogno di rinnovamento – pur giungendo in ritardo – non può che rallegrare noi fascisti de “IlCovo”, antesignani della verità, che da anni ci battiamo affermandola a chiare lettere e ribadendo che quella odierna è la stessa battaglia politico-spirituale già avviata a suo tempo dal governo di Mussolini contro gli stessi nemici di ieri e di oggi del nostro popolo così come di tutte le nazioni; senonché queste persone, nel tracciare programmi, nel farsi banditori di un nuovo modo di pensare, nel mostrare le “piaghe sanguinanti” della società presente e nel formulare le basi di quella futura, mostrano in modo palese d’ignorare volutamente e di conoscere malamente e in modo pregiudiziale il Fascismo. Si parla d’autorità, di ordine, di giustizia, dimenticando che proprio questo trinomio il Fascismo ha contrapposto a quello menzognero di “libertà-eguaglianza-fratellanza” a mezzo del quale, con decenni di preparazione e in virtù della martellante propaganda istituzionale volta all’istupidimento della collettività, imposta a mezzo di televisioni e giornali compiacenti, si è giunti all’attuale tirannia sanitaria globale! Poco importa, però, che il potere democratico abbia gettato la maschera! Poiché questo disconoscimento in relazione al contenuto verace dell’ideale fascista ci irrita, questa ignoranza ci addolora, e l’uno e l’altro non ci lasciano indifferenti. Ma se finalmente si riconosce in modo pubblico e trasversale che le istituzioni democratiche e antifasciste stanno clamorosamente mentendo al popolo, allora bisogna anche avere il coraggio di accettare che esse lo fanno sistematicamente da sempre, come su questo blog argomentiamo da oltre quindici anni (qui), e dunque comprendere logicamente che la narrativa ufficiale del sistema al potere imposta sul Fascismo, dipinto da costoro come “male assoluto”, è anch’essa una palese menzogna! E’ un imperativo morale che questi ceti culturali ormai critici verso la narrativa ufficiale del sistema di potere vigente, tanto in Italia che all’estero, conoscano seriamente il contributo morale e materiale, sociale e culturale che la rivoluzione fascista storicamente ha dato affinché nasca un’autentica nuova civiltà dello Spirito, insieme nazionale e universale, sulle ceneri del mondo post-illuminista votato al caos a mezzo del materialismo individualista; s’impone da sé che queste persone debbano poter comprendere la vera dottrina e prassi del Fascismo, che invece i burattinai della plutocrazia mondialista additano da sempre al pubblico disprezzo mistificandola, ben sapendo, come abbiamo più volte spiegato, che essa non ha mai avuto nulla a che spartire con l’insulso e squallido mondo del neofascismo, che proprio su mandato delle istituzioni ufficiali al potere ha da sempre rappresentato la quinta colonna dell’antifascismo di Stato, votata esclusivamente a screditare col proprio insignificante operato la memoria del regime mussoliniano, tanto agli occhi del popolo italiano quanto del mondo intero. Conoscere il Fascismo, dunque, questo è necessario, specie agli innovatori ed ai giovanissimi di tutte la latitudini, i quali così soltanto potranno evitare di cadere nelle continue trappole politiche tese dal regime liberal-democratico (qui) e comprendere nella sua essenza il perché, contro l’Europa dominata dalla finanza plutocratica e massonica votata allo sterminio dei popoli, dovrà sorgere fatalmente… “L’Europa Fascista,, ad essa frontalmente contrapposta!

Per questo motivo invitiamo, coloro che hanno coraggio e buona volontà, a leggere il testo che mettiamo gratuitamente a disposizione e rivolto proprio a “CONOSCERE IL FASCISMO”! (scaricate lo scritto digitando QUI) Ma anche per coloro che ancora tremano solo al pensiero di accostarsi alla verità, temendo così di mettere in discussione decenni di menzogne assimilate e credute vere per una vita intera, nel leggere il testo, auspichiamo che essi potrebbero forse scoprire le ragioni autentiche di un coraggio a loro sconosciuto o che finora loro è mancato solo il motivo per risvegliare! A tutti costoro auguriamo di cuore buona lettura!

Fonte: https://bibliotecafascista.org/2021/09/24/conoscere-il-fascismo/

Una recensione di Marcello Veneziani

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Segnaliamo un articolo di Marcello Veneziani sui rapporti tra massoneria e politica italiana, in particolare col fascismo. Sullo stesso argomento segnaliamo un video di don Ricossa sul tema: ”I Fasci di Combattimento: per quale combattimento?” (seminario di studi alla XIV giornata per la regalità sociale di Cristo, Modena, 12.10.2019): https://youtu.be/S8zQfGvC5V8
 
All’armi siam fascisti, anzi massoni
di Marcello Veneziani
 
In una giornata d’autunno di cent’anni fa un gruppo di giovanotti in abiti borghesi posa davanti al Teatro Augusteo di Roma dove sta nascendo il Partito Nazionale Fascista. Tra loro il ventiseienne Dino Grandi, unico col cappello in testa, il ventiquattrenne Italo Balbo, con la sigaretta in bocca e un bastone, i ventiseienni Giuseppe Bottai e Ulisse Igliori, e il più giovane di tutti, il ventitreenne Curzio Malaparte. Nella foto che segue ci sono i quadrumviri della Marcia su Roma: Michele Bianchi, Cesare Maria De Vecchi, Emilio De Bono, lo stesso Balbo, e i due vicesegretari del Pnf, Attilio Teruzzi e Achille Starace.
Cos’hanno in comune questi signori? Sono fascisti, direte voi, anzi sono il fascismo, Duce a parte. Si, ma non solo: tutti i camerati appena citati risultano affiliati alla Massoneria. Tutti. Di alcuni di loro era noto, di altri no. E sono la quasi totalità della nomenklatura fascista. Non è presente nelle foto ma è presente in spirito e in loggia anche il fascista intransigente per antonomasia, Roberto Farinacci, massone pure lui. E’ impressionante scorrere gli elenchi e le relative qualifiche massoniche nel libro appena uscito di Luca Irwin Fragale La Massoneria nel Parlamento. Primo novecento e Fascismo, edito da Morlacchi University Press.
All’alba del governo Mussolini erano ben 267 i parlamentari affiliati alla Massoneria: una loggia più che un emiciclo. Massoni di riti diversi furono altri nomi importanti nella storia del fascismo: il sindacalista Edmondo Rossoni, il gran ministro Araldo di Crollalanza, il gran giurista Alfredo De Marsico; e Peppino Caradonna, Bernardo Barbiellini Amidei, Aldo Finzi, Balbino Giuliano e Costanzo Ciano, padre di Galeazzo, Alberto Beneduce, il futuro patron dell’Iri e Giacomo Acerbo, autore della legge elettorale che porta il suo nome; Ezio Maria Gray, che sarà poi esponente dell’ Msi, Armando Casalini e tanti altri.
Di massoni ce ne sono anche dalla parte opposta: dal leader dell’opposizione aventiniana Giovanni Amendola al comunista e disertore Francesco Misiano, dal socialista Ivanoe Bonomi al compagno Arturo Labriola, dal futuro partigiano Emilio Canevari al democratico sociale Andrea Finocchiaro Aprile, dal demoliberale Luigi Luzzatti al socialista Corso Bovio, da Pietro Mancini (padre di Giacomo) a Mario Berlinguer, della nota famiglia. E personalità come Vittorio Emanuele Orlando, l’economista Maffeo Pantaleoni, gli scrittori Paolo Orano e Sem Benelli, tanti sindacalisti rivoluzionari. Un elenco infinito. Senza dire dei massoni “esoterici”.
Considerando che quasi tutte le personalità significative del fascismo appartenevano o transitarono per la Massoneria, non si può nemmeno parlare d’infiltrazione, almeno nei primi anni del regime fascista e nel tempo che lo precede. Oltre i casi personali e famigliari, le relazioni e gli opportunismi di carriera o le infiltrazioni strategiche del potere massonico nelle istituzioni e nei partiti, anche più avversi, c’era pure un movente politico e ideale.
I Massoni erano da un verso risorgimentali (Garibaldi, si sa, era un Gran Maestro e la Massoneria ebbe un ruolo decisivo nel processo unitario) e dall’altro erano nemici del Trono e dell’Altare, della Tradizione cattolica, degli Imperi centrali. Il grande evento storico che li unì fu la Prima Guerra Mondiale che da un verso si poneva in Italia come il compimento del Risorgimento e dall’altro verso nasceva contro l’Ancien Regime, le potenze restauratrici del Congresso di Vienna. La Massoneria, già legata al mondo internazionale, liberale e radicale, aprì al nazionalismo e ai sindacalisti rivoluzionari. Anche una parte dei socialisti si convertì all’interventismo: tra loro spicca il compagno Benito Mussolini. Che diventò interventista intervenuto; abbandonò la direzione de l’Avanti! e fondò il Popolo d’Italia. Lo fece con l’aiuto di Filippo Naldi, massone e amico di massoni che sostennero l’impresa. Dal punto di vista ideologico, precursore della svolta interventista mussoliniana fu il compagno avvocato e docente Giuseppe Rensi, filosofo e massone. L’interventismo e la guerra coagularono energie giovanili e anche intellettuali di prim’ordine. Lo stesso D’Annunzio, in odore di massoneria, scrisse col sindacalista e massone Alceste De Ambris la Carta del Carnaro per Fiume e ammise: “Senza l’appoggio incondizionato della massoneria, l’impresa di Ronchi non avrebbe potuto raggiungere il suo obbiettivo”.
Mussolini si avvalse del sostegno massonico ma quando fu al potere se ne volle liberare, anche per le ingerenze franco-inglesi. Vi risparmio la storia raccontata in dettaglio da storici di diverso orientamento, da Gianni Vannoni ad Aldo G.Mola. La svolta fu il delitto Matteotti, con la longa manus della Massoneria nella vicenda. Venne la legge per sciogliere la Massoneria che da allora diventò nemica giurata del fascismo. E vennero gli attentati a Mussolini, ben quattro in pochi mesi. Il primo fu di un deputato socialista e massone, Tito Zaniboni nell’anniversario della Vittoria, il 4 novembre del 1925. Zaniboni finì in carcere e uscirà solo nel ’43. La fece franca invece il confratello generale Luigi Capello, nascosto dai fratelli massoni. Il Concordato con la Chiesa allargò la rottura con la Massoneria.
Alla seduta del Gran Consiglio il fatidico 25 luglio del ’43, otto massoni votarono contro Mussolini; due confratelli furono invece dalla sua parte, Farinacci e Buffarini Guidi. Poi ci fu il governo Badoglio, con tanti massoni. Insomma, la massoneria è alle origini del fascismo e della sua caduta, del regime e dell’opposizione. La storia non si può scrivere in bianco e nero, ha tante sfumature di grigio.
 
 

Gli eroi del 20 settembre 1870

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Il 20 settembre del 1870 migliaia di soldati pontifici erano pronti a morire per difendere sino all’ultimo la Città Santa dall’invasione massonica. Pio IX lo impedì, per risparmiare a tante famiglie il dolore di piangere i propri figli. Tuttavia la difesa di Roma provocò la morte di alcuni di questi soldati. Li ricordiamo con profonda riconoscenza per la fede e per il coraggio dimostrati. L’elenco è tratto dal libro di Francesco Maurizio Di Giovine, “Gli Zuavi Pontifici e i loro nemici”, Solfanelli Editore, 2020.
DECEDUTI
 
BOS Cornelio, nato in Olanda il 4 agosto 1848. Z. P. matr. 5291, 14 agosto 1869. Mortalmente ferito all’assedio di Roma il 20 settembre 1870, morì all’ospedale militare di Roma in seguito alle ferite, nell’ottobre del 1870.
 
BUREL Andrea, nato a Maussanne (Bouches-du Rhone) il 4 gennaio 1841. Z. P. 18 gennaio 1861; liberato dal servizio 18 gennaio 1862; Reingaggiato, matr. 3390, 1 gennaio 1867: liberato dal servizio 21 luglio 1867; reingaggiato, matr. 4283, 9 ottobre 1867, libera-to dal servizio 12 ottobre 1868; reingaggiato, matr. 10810, 21 luglio 1870. Morto il 28 settembre 1870 in seguito alle ferite ricevute durante la difesa di Roma del 20 settembre 1870.
 
DEBAST Gérard, nato a Wamel (Olanda), il 25 novembre 1838, Z. P. 17 novembre 1867, matr. 5160. Liberato dal servizio 18 novembre 1869; Reingaggiato matr. 10293 il 16 ugno 1870. Morto nell’assedio del 20 settembre per lo scoppio di un obice.
 
de L’ESTOUBILLON Luigi, nato a Croisic (Loira Inferiore, Francia). Z. P., matr. 9870, il 10 febbraio 1870. Muore durante l’assedio di Roma, colpito dal nemico da un proiettile in fronte a villa Bonaparte il 20 settembre 1870.
 
DUCHER Emilio, nato a Felletin (Francia), il 7 dicembre 1845. Z. P., matr. 8065, il 10 ottobre 1868. Fu ferito gravemente all’assedio di Roma il 20 settembre 1870, per arma da fuoco al ginocchio sinistro con frattura della rotula e penetrazione nella sierosa articolare. Muore in seguito alla gravità delle ferite all’ospedale militare di Roma il 1° ottobre 1870.
 
HOUBEN Alfonso, nato a Thorn (Olanda) 1 novembre 1845. Z. P. matr. 8998 il 19 agosto 1869; Mortalmente ferito all’assedio di Roma il XX settembre 1870, morì all’ospedale militare di Roma in seguito alle ferite, nell’ottobre del 1870.
 
JORG Giovanni, nato a Thorn (Olanda) il 16 agosto 1851. Z. P. matr. 8999, Mortalmente ferito all’assedio di Roma il XX settembre 1870, alla gamba destra e alla tibia, morì all’ospedale militare di Roma in seguito alle ferite, nel settembre del 1870.
 
LASSERRE Gustavo, nato a Saint-Sardos (Tarn-et-Garonne) il 15 ottobre 1845. Z. P., matr. 8083, il 17 ottobre 1868; caporale il 16 dicembre 1869. Mortalmente ferito all’assedio di Roma, a porta Pia fu colpito al ginocchio destra che fu perforato da una pallottola. Morì all’ospedale militare di Roma il 5 ottobre 1870.
 
SOENENS Arrigo, nato a Moorslède (Belgio) il 2 ottobre 1836; Franco Belga matricola 654, 28 dicembre 1860; Z. P. 1 gennaio 1861; Liberato dal servizio 5 luglio 1863; Reingaggiato, matr. 1431, 10 febbraio 1864; liberato dal servizio 31 marzo 1867; reingaggiato, matr. giugno 1S67; liberato dal servizio, 23 dicembre 1869; reingaggiato matr. 10678, IS za-osto 1S70. Ferito gravemente nella difesa di porta Salaria, il XX settembre 1870, muore all’ospedale di Roma il 2 ottobre 1870 in seguito alle ferite riportate.
 
WOLFF Enrico, nato a Nymégue (Olanda), il 3 maggio 1840. Z. P., matr. 9510 1′ di-cembre 1869. All’assedio di Roma fu ferito mortalmente. Morì all’ospedale militare di Roma per le sue ferite nell’ottobre del 1870.
 

Morire per il Papa Re

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Oggi ricorre l’anniversario della prima battaglia tra lo stato italiano (formalmente era ancora lo stato sardo) e l’esercito composto dalla prima schiera di volontari dell’esercito pontificio. I figli delle migliori famiglie dei legittimisti francesi e dei carlisti spagnoli, insieme a giovani borghesi e contadini delle diverse nazioni cattoliche europee, tra cui spiccò un battaglione di irlandesi, accorsero a difendere il Padre comune, il Papa Re Pio IX , e la Santa Madre Chiesa. 
Tanta era la buona volontà ma poca la preparazione militare, per cui la battaglia che si svolse nella piana tra Castelfidardo e Loreto fu vinta dall’esercito invasore, più numeroso e meglio organizzato. La sconfitta fu pesante, poiché determinò la perdita della città e del porto di Ancona e il dilagare degli invasori nelle terre pontificie delle Marche e dell’Umbria. La rivoluzione italiana si avvicina così all’obiettivo finale: l’occupazione della Roma dei Papi, per consegnarla alle loggie.
Con questo comunicato intendiamo ricordare quei novelli crociati, che alla vigilia della battaglia si erano avvicinati ai sacramenti nella basilica di Loreto e che indirizzarono delle commoventi lettere ai familiari. Ripetiamo il grido che accompagnò il loro eroico sacrificio e che ancora oggi fa fremere di rabbia i settari di ogni risma: Viva il Papa Re! 
 
I Martiri di Castelfidardo
 
La battaglia di Castelfidardo e il vero volto della Rivoluzione
 
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